sabato 27 novembre 2010

Lumen Caritatis

Poichè forse a più di uno è sfuggito il recente Messaggio "Lumen Caritatis" che il Papa ha indirizzato alla Chiesa Ambrosiana in occasione del 4° Centenario di san Carlo Borromeo. E' significativo che il Papa che ha fatto della "Caritas" un po' il motto del Pontificato, applichi il termine nel titolo della lettera al santo ambrosiano. La vogliamo riproporre perché in essa il Papa  sembra tracciare il cammino per una vera "riforma" della Chiesa...

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
ALL’ARCIVESCOVO DI MILANO
IN OCCASIONE DEL IV CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE
DI SAN CARLO BORROMEO

LUMEN CARITATIS

Al venerato Fratello
Cardinale DIONIGI TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano

Lumen caritatis. La luce della carità di san Carlo Borromeo ha illuminato tutta la Chiesa e, rinnovando i prodigi dell’amore di Cristo, nostro Sommo ed Eterno Pastore, ha portato nuova vita e nuova giovinezza al gregge di Dio, che attraversava tempi dolorosi e difficili. Per questo mi unisco con tutto il cuore alla gioia dell’Arcidiocesi ambrosiana nel commemorare il quarto centenario della canonizzazione di questo grande Pastore, avvenuta il 1° novembre 1610.

1. L’epoca in cui visse Carlo Borromeo fu assai delicata per la Cristianità. In essa l’Arcivescovo di Milano diede un esempio splendido di che cosa significhi operare per la riforma della Chiesa. Molti erano i disordini da sanzionare, molti gli errori da correggere, molte le strutture da rinnovare; e tuttavia san Carlo si adoperò per una profonda riforma della Chiesa, iniziando dalla propria vita. È nei confronti di se stesso, infatti, che il giovane Borromeo promosse la prima e più radicale opera di rinnovamento. La sua carriera era avviata in modo promettente secondo i canoni di allora: per il figlio cadetto della nobile famiglia Borromeo si prospettava un futuro di agi e di successi, una vita ecclesiastica ricca di onori, ma priva di incombenze ministeriali; a ciò si aggiungeva anche la possibilità di assumere la guida della famiglia dopo la morte improvvisa del fratello Federico.

Eppure, Carlo Borromeo, illuminato dalla Grazia, fu attento alla chiamata con cui il Signore lo attirava a sé e lo voleva consacrare al servizio del suo popolo. Così fu capace di operare un distacco netto ed eroico dagli stili di vita che erano caratteristici della sua dignità mondana, e di dedicare tutto se stesso al servizio di Dio e della Chiesa. In tempi oscurati da numerose prove per la Comunità cristiana, con divisioni e confusioni dottrinali, con l’annebbiamento della purezza della fede e dei costumi e con il cattivo esempio di vari sacri ministri, Carlo Borromeo non si limitò a deplorare o a condannare, né semplicemente ad auspicare l’altrui cambiamento, ma iniziò a riformare la sua propria vita, che, abbandonate le ricchezze e le comodità, divenne ricolma di preghiera, di penitenza e di amorevole dedizione al suo popolo. San Carlo visse in maniera eroica le virtù evangeliche della povertà, dell’umiltà e della castità, in un continuo cammino di purificazione ascetica e di perfezione cristiana.

Egli era consapevole che una seria e credibile riforma doveva cominciare proprio dai Pastori, affinché avesse effetti benefici e duraturi sull’intero Popolo di Dio. In tale azione di riforma seppe attingere alle sorgenti tradizionali e sempre vive della santità della Chiesa cattolica: la centralità dell’Eucaristia, nella quale riconobbe e ripropose la presenza adorabile del Signore Gesù e del suo Sacrificio d’amore per la nostra salvezza; la spiritualità della Croce, come forza rinnovatrice, capace di ispirare l’esercizio quotidiano delle virtù evangeliche; l’assidua frequenza ai Sacramenti, nei quali accogliere con fede l’azione stessa di Cristo che salva e purifica la sua Chiesa; la Parola di Dio, meditata, letta e interpretata nell’alveo della Tradizione; l’amore e la devozione per il Sommo Pontefice, nell’obbedienza pronta e filiale alle sue indicazioni, come garanzia di vera e piena comunione ecclesiale.

Dalla sua vita santa e conformata sempre più a Cristo nasce anche la straordinaria opera di riforma che san Carlo attuò nelle strutture della Chiesa, in totale fedeltà al mandato del Concilio di Trento. Mirabile fu la sua opera di guida del Popolo di Dio, di meticoloso legislatore, di geniale organizzatore. Tutto questo, però, traeva forza e fecondità dall’impegno personale di penitenza e di santità. In ogni tempo, infatti, è questa l’esigenza primaria e più urgente nella Chiesa: che ogni suo membro si converta a Dio. Anche ai nostri giorni non mancano alla Comunità ecclesiale prove e sofferenze, ed essa si mostra bisognosa di purificazione e di riforma. L’esempio di san Carlo ci sproni a partire sempre da un serio impegno di conversione personale e comunitaria, a trasformare i cuori, credendo con ferma certezza nella potenza della preghiera e della penitenza. Incoraggio in modo particolare i sacri ministri, presbiteri e diaconi, a fare della loro vita un coraggioso cammino di santità, a non temere l’ebbrezza di quell’amore fiducioso a Cristo per cui il Vescovo Carlo fu disposto a dimenticare se stesso e a lasciare ogni cosa. Cari fratelli nel ministero, la Chiesa ambrosiana possa trovare sempre in voi una fede limpida e una vita sobria e pura, che rinnovino l’ardore apostolico che fu di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tanti vostri santi Pastori!

2. Durante l’episcopato di san Carlo, tutta la sua vasta Diocesi si sentì contagiata da una corrente di santità che si propagò al popolo intero. In che modo questo Vescovo, così esigente e rigoroso, riuscì ad affascinare e conquistare il popolo cristiano? È facile rispondere: san Carlo lo illuminò e lo trascinò con l’ardore della sua carità. “Deus caritas est”, e dove c’è l’esperienza viva dell’amore, lì si rivela il volto profondo di Dio che ci attira e ci fa suoi.

Quella di san Carlo Borromeo fu anzitutto la carità del Buon Pastore, che è disposto a donare totalmente la propria vita per il gregge affidato alle sue cure, anteponendo le esigenze e i doveri del ministero ad ogni forma di interesse personale, comodità o tornaconto. Così l’Arcivescovo di Milano, fedele alle indicazioni tridentine, visitò più volte l’immensa Diocesi fin nei luoghi più remoti, si prese cura del suo popolo nutrendolo continuamente con i Sacramenti e con la Parola di Dio, mediante una ricca ed efficace predicazione; non ebbe mai timore di affrontare avversità e pericoli per difendere la fede dei semplici e i diritti dei poveri.

San Carlo fu riconosciuto, poi, come vero padre amorevole dei poveri. La carità lo spinse a spogliare la sua stessa casa e a donare i suoi stessi beni per provvedere agli indigenti, per sostenere gli affamati, per vestire e dare sollievo ai malati. Fondò istituzioni finalizzate all’assistenza e al recupero delle persone bisognose; ma la sua carità verso i poveri e i sofferenti rifulse in modo straordinario durante la peste del 1576, quando il santo Arcivescovo volle rimanere in mezzo al suo popolo, per incoraggiarlo, per servirlo e per difenderlo con le armi della preghiera, della penitenza e dell’amore.

La carità, inoltre, spinse il Borromeo a farsi autentico e intraprendente educatore. Lo fu per il suo popolo con le scuole della dottrina cristiana. Lo fu per il clero con l’istituzione dei seminari. Lo fu per i bambini e i giovani con particolari iniziative loro rivolte e con l’incoraggiamento a fondare congregazioni religiose e confraternite laicali dedite alla formazione dell’infanzia e della gioventù.

Sempre la carità fu la motivazione profonda delle asprezze con cui san Carlo viveva il digiuno, la penitenza e la mortificazione. Per il santo Vescovo non si trattava solo di pratiche ascetiche rivolte alla propria perfezione spirituale, ma di un vero strumento di ministero per espiare le colpe, invocare la conversione dei peccatori e intercedere per i bisogni dei suoi figli.

In tutta la sua esistenza possiamo dunque contemplare la luce della carità evangelica, la carità longanime, paziente e forte che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,7). Rendo grazie a Dio perché la Chiesa di Milano è sempre stata ricca di vocazioni particolarmente consacrate alla carità; lodo il Signore per gli splendidi frutti di amore ai poveri, di servizio ai sofferenti e di attenzione ai giovani di cui può andare fiera. L’esempio e la preghiera di san Carlo vi ottengano di essere fedeli a questa eredità, così che ogni battezzato sappia vivere nella società odierna quella profezia affascinante che è, in ogni epoca, la carità di Cristo vivente in noi.

3. Non si potrebbe comprendere, però, la carità di san Carlo Borromeo se non si conoscesse il suo rapporto di amore appassionato con il Signore Gesù. Questo amore egli lo ha contemplato nei santi misteri dell’Eucaristia e della Croce, venerati in strettissima unione con il mistero della Chiesa. L’Eucaristia e il Crocifisso hanno immerso san Carlo nella carità di Cristo, e questa ha trasfigurato e acceso di ardore tutta la sua vita, ha riempito le notti passate in preghiera, ha animato ogni sua azione, ha ispirato le solenni liturgie celebrate con il popolo, ha commosso il suo animo fino a indurlo sovente alle lacrime.

Lo sguardo contemplativo al santo Mistero dell’Altare e al Crocifisso risvegliava in lui sentimenti di compassione per le miserie degli uomini e accendeva nel suo cuore l’ansia apostolica di portare a tutti l’annuncio evangelico. D’altra parte, ben sappiamo che non c’è missione nella Chiesa che non sgorghi dal “rimanere” nell’amore del Signore Gesù, reso presente a noi nel Sacrificio eucaristico. Mettiamoci alla scuola di questo grande Mistero! Facciamo dell’Eucaristia il vero centro delle nostre comunità e lasciamoci educare e plasmare da questo abisso di carità! Ogni opera apostolica e caritativa prenderà vigore e fecondità da questa sorgente!

4. La splendida figura di san Carlo mi suggerisce un’ultima riflessione rivolta, in particolare, ai giovani. La storia di questo grande Vescovo, infatti, è tutta decisa da alcuni coraggiosi “sì” pronunciati quando era ancora molto giovane. A soli 24 anni egli prese la decisione di rinunciare a guidare la famiglia per rispondere con generosità alla chiamata del Signore; l’anno successivo accolse come una vera missione divina l’ordinazione sacerdotale e quella episcopale. A 27 anni prese possesso della Diocesi ambrosiana e dedicò tutto se stesso al ministero pastorale. Negli anni della sua giovinezza, san Carlo comprese che la santità era possibile e che la conversione della sua vita poteva vincere ogni abitudine avversa. Così egli fece della sua giovinezza un dono d’amore a Cristo e alla Chiesa, diventando un gigante della santità di tutti i tempi.

Cari giovani, lasciate che vi rinnovi questo appello che mi sta molto a cuore: Dio vi vuole santi, perché vi conosce nel profondo e vi ama di un amore che supera ogni umana comprensione. Dio sa che cosa c’è nel vostro cuore e attende di vedere fiorire e fruttificare quel meraviglioso dono che ha posto in voi. Come san Carlo, anche voi potete fare della vostra giovinezza un’offerta a Cristo e ai fratelli. Come lui, potete decidere, in questa stagione della vostra vita, di “scommettere” su Dio e sul Vangelo. Voi, cari giovani, non siete solo la speranza della Chiesa; voi fate già parte del suo presente! E se avrete l’audacia di credere alla santità, sarete il tesoro più grande della vostra Chiesa ambrosiana, che si è edificata sui Santi.

Con gioia Le affido, venerato Fratello, queste riflessioni, e, mentre invoco la celeste intercessione di san Carlo Borromeo e la costante protezione di Maria Santissima, di cuore imparto a Lei e all’intera Arcidiocesi una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1° novembre 2010, IV Centenario della Canonizzazione di san Carlo Borromeo.

Benedetto XVI

venerdì 26 novembre 2010

Conferenza a Livorno

ASSOCIAZIONE «CRISTO RE» LIVORNO


Venerdì 3 dicembre - Ore 21,00

Parrocchia di S. Rosa - Via Machiavelli, 32

LIVORNO

CONFERENZA PUBBLICA SUL TEMA

 
L'ANTICRISTO
E LA FINE DI UN'EPOCA
Profilo dimenticato di una figura
e di un evento escatologico
alla luce della Scrittura e delle apparizioni mariane:
elementi di riflessione per il nostro tempo

di
P. Serafino Tognetti
della Comunità dei Figli di Dio (Don Divo Barsotti),
curatore di una rubrica di spiritualità di Radio Maria

Per maggiori informazioni: cristore.livorno@hotmail.it

"Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere, chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio" (2 Tess. 2, 3).

giovedì 25 novembre 2010

parole sante!




«Le nostre anime sono fatte per la verità. Le nostre intelligenze, riflesso dello spirito divino, ci sono state date al fine di conoscere la Verità, di darcene la luce che ci indicherà lo scopo verso il quale deve orientarsi tutta la nostra vita […]. È per questo che il dovere più pressante dei vostri pastori, che devono insegnarvi la verità, è quello di diagnosticarvi quelle malattie dello spirito che sono gli errori. E come non deplorare, come già faceva san Paolo, che alcuni di coloro che hanno ricevuto la missione di predicare la Verità non han più il coraggio di dirla, oppure la presentano in modo tanto equivoco che non si sa più dove si trova il limite fra la Verità e l’errore».
                                           
                                         Mons. Marcel Lefebvre

Novus Horror

Nihil est innovandum, nisi Novus Ordo


Gli stilisti del Novus Horror devono rinnovare la collezione primavera-estate 2011 con nuove proposte, esattamente come nella moda da un anno all'altro si portano pantaloni stretti e non più larghi, giacche a due bottoni anziché a tre e via elencando. Lo stile e la bellezza immutabile della Liturgia Romana non è ovviamente alla mercé del volger dei tempi, proprio come certi capi intramontabili, classici e destinati ad una clientela rigorosamente chic. Ma il rito riformato, che fu pensato furbescamente come un prodotto di scadentissimo marketing applicato al culto di Dio, è irreparabilmente soggetto alla moda, ad iniziare da alcune espressioni che, proprio per essere espresse in vernacolo, non hanno quel carattere di immutabilità che viceversa caratterizza la lingua sacra della Chiesa.

 
E così, armati di buona volontà e di affilatissime forbici, i Dolce & Gabbana della CEI si sono dati un gran daffare per a metter mano al liso Messale montiniano, edito nientemeno che quarant'anni or sono, modificando una frase, accorciando un risvolto, stringendo un po' sui fianchi. E le modifiche, ben inteso, si sono apportate in più punti, addirittura al Gloria e al Padre nostro, ma ci si è ben guardati dal cambiare quanto il Sant'Uffizio aveva ordinato: il per tutti in traduzione al pro multis nella formula consacratoria. Analogamente si è proceduto con il Domine non sum dignus, lasciando invariata la versione di partecipare alla tua mensa che fa molto luterano e nelle parrocchie va sempre di moda. Per non dire del materialista io sarò salvato, anziché l'anima mia sarà salva.

Il risultato è tristissimo: altre tonnellate di carta stampata andranno ad accumularsi nelle sacrestie, mandando al macero i Messali precedenti, sempre più pesanti, sempre più voluminosi, ma altrettanto soggetti al passare delle mode.

Il Missale Romanum di San Pio V, invece, a parte insignificanti variazioni – peraltro apportate quasi tutte quando ormai la Curia era già infeudata dai novatori, ad iniziare dal discutibile Ordo Hebdomadæ Sanctæ Instauratus – brilla per esser intramontabile e non aver bisogno di aggiustamenti ad ogni lustro. Un po' come il frac rispetto allo smoking.

E se la sollecitudine pastorale di tante Eminenze ed Eccellenze Reverendissime è così attenta a non suscitare lo stupore ed il disorientamento delle greggi affidate alle loro cure, quand'è ora di correggere degli errori sesquipedali deliberatamente introdotti per compiacere i protestanti; per qual ragione essa non dovrebbe applicarsi alle parole stesse del Padre nostro, che forse è l'unica preghiera che ancora conoscono a memoria i pochi cattolici italiani? E, a maggior ragione: come possiamo giustificare, sulla base di questi loro timori, l'empito iconoclasta degl'inventori del Novus Horror, con cui ben maggior scandalo fu gettato in tutto l'orbe cattolico, facendo strame della preghiera, della fede e della religiosità plurisecolare del nostro popolo?

Ma a quell'epoca, nel pieno della contestazione, si fumavano gli spinelli, si portavano i capelli lunghi e si okkupavano le facoltà universitarie, ed era un'ottima operazione commerciale svendere la Messa cattolica sottocosto, rinnovare i locali sbaraccando altari, balaustre, organi e paramenti, per far vetrina con prodotti di infimo valore e di facile smercio come l'amore universale, il pauperismo, il pacifismo, le mani alzate verso te Signor, le chitarre e tutto quello che di lì a poco si sarebbe rivelato nient'altro che ciarpame ideologico.

Adesso che i fondi invenduti vengono astutamente riproposti come modernariato, anche in ambito ecclesiastico si imita maldestramente il bieco stratagemma, cercando di far tornar di moda il vecchiume che nemmeno le più esagitate declamatrici di preghiere dei fedeli avevano voluto portarsi a casa a prezzo di saldo. Così i meschini che continuano a frequentare più o meno saltuariamente la Messa – anzi, l'Eucaristia – domenicale nelle parrocchie di rito woitiliano si devono sorbire un repertorio démodé rispolverato da tristissimi chierici con velleità contestatarie, e come certe signore bene sempre aggiornatissime devono pure sfoderare il più smagliante sorriso di compiacimento perché quelle Eminenze e quelle Eccellenze dalla croce pettorale infilata nel taschino hanno nientemeno che cambiato non ci indurre in tentazione con non ci abbandonare alla tentazione. Questa sì che è una cosa che riporterà la gente in chiesa! Milioni di cattolici italiani, oltraggiati da quarant'anni di malversazioni filologiche, potranno finalmente cedere alla tentazione di mandarli solennemente a quel paese.

martedì 23 novembre 2010

interviste e continuità nell'ermeneutica (=nella tradizione)


Dichiarazioni di Benedetto XVI e
magistero perenne della Chiesa

Sabato scorso l’Osservatore Romano ha anticipato alcuni stralci del libro-intervista “Luce del Mondo” a Benedetto XVI, scritto dal giornalista Peter Seewald e che uscirà prossimamente.

Fra le affermazioni del Pontefice vi è quella in cui dichiara che ci sono "singoli casi" in cui l'uso del profilattico "può essere giustificato"… "Ad esempio con una prostituta, se questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole".

Di fronte a tale dichiarazione, pubblicizzata mondialmente, la Fraternità San Pio X vuol ricordare che i principi della legge naturale e della morale, insegnati in maniera perenne dalla Chiesa, non possono cambiare col tempo e che un’azione intrinsecamente cattiva non può divenire lecita a secondo delle circostanze.

Le dichiarazioni di un libro-intervista non possono considerarsi come un atto del Magistero della Chiesa, soprattutto quando contraddicono ciò che essa ha sempre insegnato in maniera definitiva e invariabile.

Riportiamo di seguito alcuni estratti di encicliche che ribadiscono questo insegnamento:

Pio XI, Enciclica Casti Connubi del 31 dicembre 1930.

“Non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questo effetto, operano contro natura, e compiono un’azione turpe e intrinsecamente disonesta”.

“La Chiesa Cattolica, cui lo stesso Dio affidò il mandato di insegnare e difendere la purità e la onestà dei costumi, considerando l’esistenza di tanta corruttela di costumi, al fine di preservare la castità del consorzio nuziale da tanta turpitudine, proclama altamente, per mezzo della Nostra parola, in segno della sua divina missione, e nuovamente sentenzia che qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per la umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e che coloro che osino commettere tali azioni, si rendono rei di colpa grave”.

“Se qualche confessore o pastore delle anime, che Dio non lo permetta, inducesse egli stesso in simili errori i fedeli a lui commessi, o, se non altro, ve li confermasse, sia con approvarli, sia colpevolmente tacendo, sappia di dovere rendere severo conto a Dio, Giudice Supremo, del tradito suo ufficio, e stimi a sé rivolte le parole di Cristo: « Sono ciechi, e guide di ciechi: e se il cieco al cieco fa da guida, l’uno e l’altro cadranno nella fossa ».

 
Paolo VI, Humanae Vitae, 25 luglio 1968

“Un atto di amore reciproco, che pregiudichi la disponibilità a trasmettere la vita che Dio creatore di tutte le cose secondo particolari leggi vi ha immesso, è in contraddizione sia con il disegno divino, a norma del quale è costituito il coniugio, sia con il volere dell’Autore della vita umana. Usare di questo dono divino distruggendo, anche soltanto parzialmente, il suo significato e la sua finalità è contraddire alla natura dell’uomo come a quella della donna e del loro più intimo rapporto, e perciò è contraddire anche al piano di Dio e alla sua santa volontà”.

“In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda”.


lunedì 22 novembre 2010

un nuovo Schuster per Milano: volesse il cielo!

Gran battage per il libro del Papa. Ma la vera partita si gioca a Milano

E’ stato Gianfranco Ravasi, 68 anni, presidente del Pontificio consiglio della cultura, da oggi cardinale, a lanciare ufficialmente la propria candidatura per la diocesi di Milano (ermeneutica della continuità anche questo?). Sarà nel 2011, infatti, che il cardinale Dionigi Tettamanzi andrà in pensione (ah l'anagrafe!!). “Qualcuno la vede come un altro Martini, strappato agli studi e gettato nella mischia di una grande diocesi. Non le chiedo se è vero, ma solo se accetterebbe la sfida”, gli ha domandato Avvenire due giorni fa. Risposta: “Realisticamente si tratta più di un desiderio (o di un timore…) che di una possibilità concreta. La domanda in sé ha però una base di verità: la funzione di un capo dicastero è anche quella di essere uomo di chiesa, dunque pastore, con un campo pastorale. Per questo ogni sabato e domenica, quando sono in sede, accetto incarichi in tutta la periferia di Roma. Impartisco cresime, celebro feste patronali, partecipo a processioni con tanto di banda e fuochi artificiali” (che degnazione!). Come a dire: sono un uomo di cultura ma anche un pastore, uno che sa stare con la gente e la gente sa ascoltare. Un concetto ribadito ieri anche sul Corriere della Sera: “Quando cammino per Milano in molti, anche persone che non conosco, mi salutano, fermandomi, facendo domande. Resta una metropoli con molte potenzialità che però non sono sviluppate pienamente” (aspettan lui....).

La partita per Milano è ufficialmente aperta. E Ravasi, in questa partita, vuole dire la sua. Ravasi piace a Benedetto XVI, che però non lo vede come pastore ma più che altro come teologo importante, erudito e di peso. Non a caso, nel 2007, prima di affidargli il “ministero” della cultura, Ratzinger non diede seguito alla sua candidatura per le diocesi di Assisi e Parma.

Diversamente, sono il Corriere e il mondo milanese che via Solferino da sempre rappresenta a essere pronti a sostenere Ravasi anche affondando i colpi contro suoi eventuali avversari. Ieri, nella stessa edizione che lanciava Ravasi veniva dedicato ampio spazio al libro di Ferruccio Pinotti in uscita da Chiarelettere dedicato a Comunione e liberazione, la “lobby di Dio”, “la parabola di un movimento che si è fatto sistema”. In fondo al pezzo, l’attacco più duro: “L’obiettivo di Cl? Il prossimo Papa e il prossimo premier” (quod Deus avertat!). Ovvero Roberto Formigoni e Angelo Scola, “cardinale e patriarca di Venezia, considerato organico a Cl. L’impossibile è niente per Comunione e liberazione”. Quanto poi a chi il Corriere vedrebbe bene come Papa basta tornare al pezzo-intervista di Ravasi. In fondo al pezzo l’autore dell’intervista, Armando Torno, informa Ravasi della reazione che un milanese doc, Umberto Eco, ha avuto alla notizia di Ravasi cardinale. Dice Eco a Torno: “Se senti Ravasi, ricordagli che tifo per lui. Se diventa Papa, finalmente darò del tu al Pontefice. Per la prima e ultima volta” (Eco pensa di essere eterno...).

Scola è davvero un candidato per Milano? Fonti vaticane sorridono. E dicono al Foglio: “Inverosimile che il patriarca di Venezia, la diocesi che ha portato al papato Angelo Roncalli e Albino Luciani, lasci per Milano” (e per il card. Giuseppe Sarto damnatio memoriae). Anche se sul piano ideologico questa sembra essere la partita: scegliere tra un uomo nato e cresciuto nell’establishment milanese, amato dalla curia, un divulgatore della fede capace di valorizzare l’eredità che fu di Martini, il quale al progetto della “nuova evangelizzazione” wojtyliana contrappose l’idea della “cattedra dei non credenti” – l’apogeo fu nell’estate del 1997 quando, nel momento culminante dei funerali dello stilista Gianni Versace, trasmessi in mondovisione, al centro della cattedrale di Milano c’erano un pianoforte ed Elton John che suonava e cantava “Candle in the Wind” – a un presule legato a Milano ma all’impostazione martiniana alieno. Scola è tutto questo, senz’altro. Milanese (nato a Malgrate) ma cresciuto in Cl. Uomo del dialogo ma d’impostazione balthasariana: l’idea di “communio” contrapposta a quella di “concilium”, il dialogo “extra ecclesiam nulla salus” a quello “extra ecclesiam” tout court. “Dopo la nomina mi hanno scritto molti atei”, ha detto Ravasi a Torno. Chi? “Non facciamo nomi, sarebbero clamorosi. Diciamo soltanto che si possono quantificare in 5.300 e-mail e in un migliaio di lettere tradizionali” (si vantano di ciò di cui dovrebbero aver vergogna..., ci dica quanti ne ha convertiti finora...).

Ma c’è anche una terza ipotesi. E sembra la più verosimile. Nei Sacri Palazzi viene chiamata “ipotesi Schuster”. Alfredo Ildefonso Schuster divenne vescovo di Milano nel 1929. Romano, monaco, abate di San Paolo Fuori le Mura, non aveva nulla che lo legasse alla cattedra di sant’Ambrogio, se non che Pio XI intravide in lui i fasti di Carlo Borromeo, l’arcivescovo che riformò Milano puntando tutto su una nuova leva di sacerdoti. E’ questa figura che il Vaticano vaglia: un outsider, un nuovo Schuster (si, ma dove lo trovano???).

usque ad confusionem


































Al concistoro con la claque

Roma Il fulgore della porpora, il Papa rivestito di paramenti dorati con la mitria di Pio IX sul capo, l’ingresso di Benedetto XVI salutato dal suo squillante delle trombe d’argento, la basilica bardata a festa per accogliere i nuovi prìncipi della Chiesa, l’«applausometro» per registrare i boatos dei fedeli nel momento in cui il loro cardinale veniva nominato dal Pontefice... Eppure per un rito così fastoso come quello del concistoro per la creazione di 24 nuovi porporati, elevati a membri del club più esclusivo del mondo, quello degli elettori del Papa, Ratzinger ha deciso di puntare tutta la sua omelia sul significato vero della porpora, spiegando che il servizio ecclesiale non può mai essere «frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione», ma significa seguire Gesù sulla croce e conformarsi alla volontà di Dio padre.

«Nella Chiesa nessuno è padrone – ha spiegato Benedetto XVI – ma tutti sono chiamati, tutti sono inviati, tutti sono raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è anche la nostra sicurezza! Solo riascoltando la parola di Gesù, che chiede “vieni e seguimi”, solo ritornando alla vocazione originaria è possibile intendere la propria presenza e la propria missione nella Chiesa come autentici discepoli». «Non è la logica del dominio, del potere secondo i criteri umani, ma la logica del chinarsi per lavare i piedi, la logica del servizio, la logica della Croce che è alla base di ogni esercizio dell’autorità». Anche il cardinalato, dunque, non va inteso come un onorificenza, un simbolo di potere, l’esibizione di se stessi, ma, ha ricordato ancora una volta il Pontefice, significa l’essere i più stretti collaboratori del successore di Pietro «usque ad sanguinis effusionem», cioè fino allo spargimento del proprio sangue, al sacrificio della propria vita, se necessario. A questo deve richiamare il colore rosso della porpora.

Venti del ventiquattro nuovi cardinali hanno meno di ottant’anni, e sono dunque votanti in caso di conclave. Con la creazione di ieri gli elettori sono 121, dei quali 71 sono stati nominati da Papa Wojtyla, mentre i restanti 50 dall’attuale Pontefice.

Hanno ricevuto il berretto gli italiani Angelo Amato, Mauro Piacenza, Fortunato Baldelli, Paolo Sardi, Francesco Monterisi, Gianfranco Ravasi, Paolo Romeo, Elio Sgreccia e Domenico Bartolucci (novantaquattrenne maestro emerito della Cappella Sistina, l’unico dei nuovi porporati a non essere vescovo).

È toccato all’italiano Amato, Prefetto dei santi e primo della lista dei nuovi porporati, leggere l’indirizzo di saluto e di ringraziamento al Papa: «Riconosciamo con trepidazione i nostri limiti, a fronte della consapevolezza della grande dignità cui veniamo rivestiti», ha detto. Poi ad uno ad uno, i nuovi cardinali si sono inginocchiati davanti al trono papale per ricevere la berretta rossa e la pergamena di nomina, contenente il «titolo», cioè la chiesa romana a loro affidata. Per quanto riguarda gli applausi, sono stati scroscianti per l’arcivescovo di Monaco Reinhard Marx, che ha sorriso imbarazzato, ma ha superato tutti il boato di battimani e cori per l’arcivescovo congolese di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya. Applausi anche per Ravasi, per l’arcivescovo di Varsavia Kazimierz Nycz e per l’arcivescovo di Palermo Romeo.

Attualmente i cardinali elettori europei sono 62, quelli dell’America settentrionale 15, quelli dell’America latina 21, gli africani 12, gli asiatici 10 e uno è il porporato dell’Oceania. Nel pomeriggio, com’è tradizione, i nuovi cardinali hanno ricevuto il saluto di amici e fedeli nelle cosiddette «visite di calore».

(da il Giornale del 21 novembre 2010)
Circa gli applausi in chiesa

Apprezzo moltissimo l'illuminante magistero del Cardinale Giuseppe Siri, il quale nel 1950 emise un monitum per impedire che nella sua diocesi si commettessero tali abusi. Secondo questo degnissimo successore degli Apostoli “L’applauso in Chiesa è ordinariamente contrario al carattere sacro e raccolto della casa di Dio, dove i sentimenti anche più veementi di fede e di consenso vanno espressi altrimenti”. Pertanto ammonì il clero e i fedeli laici di astenersi in modo assoluto dall'applaudire in chiesa. Ricordò il dovere dei rettori delle chiese di avvertire i fedeli della sconvenienza di simile pratica. Inoltre minacciò provvedimenti disciplinari verso coloro che non avessero rispettato il monitum. Davvero un grande vescovo! Se non si puniscono coloro che non obbediscono agli ordini dei legittimi superiori, gli abusi, i vizi e gli errori continuano a propagarsi a dismisura. Dovremmo pregare di più Iddio, affinché doni a tutti i cristiani, quell'ardore per il bene della Chiesa che caratterizzava l'augusto e compianto Cardinale Siri.

sabato 20 novembre 2010

Gens et regnum quod non servierit tibi peribit

Testo dell'allocuzione rivolta il 29 novembre 1911 da Pio X ai nuovi porporati.


Vi ringrazio, signor cardinale, dei sentimenti che, in nome vostro e dei vostri confratelli, mi avete espressi per l'alta dignità a cui foste innalzati. Io poi non posso che manifestarvi la mia contentezza per aver chiamato a far parte del Collegio apostolico dei prelati eminenti, dei quali ben conosco le prerogative di pietà, di zelo e di dottrina; prelati, che in diversi offici hanno prestato singolari servigi alla Chiesa, e tutti commendevoli per la devozione illimitata che professano a questa Santa Sede apostolica. Mi congratulo pertanto con voi, miei figli diletti, non solo per la sacra porpora di cui siete insigniti, ma, e molto più, pei nuovi meriti che acquisterete prestando ajuto al vicario di Gesù Cristo nel governo della Chiesa, in tanti bisogni che oggi si fanno sentire più vivamente per le gravissime condizioni dei tempi e per gli incessanti e furiosi assalti, ai quali è fatto segno il pontificato romano per parte dei suoi nemici.

Poiché io sono certo che voi tutti siete ben persuasi che la nuova dignità esigerà da voi sacrifici. E a questo proposito non ho bisogno di ripetere a voi la risposta che, come abbiamo letto nel Vangelo di questa mattina, diede il divin Redentore ai due discepoli del Battista, che gli dimandavano dove abitasse: Venite e vedete; Venite et videte [Joa. i, 39], perché voi ben conoscete come l'abitazione così le condizioni miserande del vicario di Gesù Cristo. E ricordo questo non per eccitare verso di me la vostra compassione, ma per confermarvi nella persuasione che, specialmente in questi tempi, la sacra porpora è simbolo di dolore, di pena e di sacrificio portato, se ve ne fosse bisogno pel trionfo della verità e della giustizia, fino allo spargimento del sangue.

Non vi sgomentate però, perché ce lo ha predetto Cristo che la sua Chiesa sarà perseguitata e dev'essere per noi una gloria il portare le stimate del nostro divin Redentore. Se il mondo vi odia, dice Cristo, sappiate che prima di voi ha odiato me [Joa. XV, 18]. Ricordatevi di quella parola che vi ho detta: Non si dà servo maggiore del suo padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi: si me persecuti sunt et vos persequentur [Joa. XV, 20]. Nel mondo sarete angustiati, pressuram habebitis, ma confidate, io ho vinto il mondo: ego vici mundum [Joa. XVI, 33]. E di questa vittoria ci assicura la parola istessa di Cristo che guarda e protegge la sua sposa, la Chiesa, e le ripete colle parole di Isaia: Periranno i popoli e i regni che non ti hanno servito: Gens et regnum quod non servierit tibi peribit [Is. lx, 12], ma tu non finirai che col finire del mondo: ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi [Matth. XXVIII, 20].

Del resto, anche nella tribolazione non vi mancheranno consolazioni. Avrete sempre quella che si prova nel fare il bene, nel adempimento del dovere, e la suprema nel patire con Cristo, sicuri della predestinazione al premio eterno, rendendovi conformi all'imagine del Figlio divino



venerdì 19 novembre 2010

19 novembre: Santa Elisabetta d’Ungheria

Catechesi del Santo Padre Benedetto XVI
mercoledì, 20 ottobre 2010
Piazza San Pietro - Roma





Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.

Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.

La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.

Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio. All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri. Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: “Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!”. In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.

Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: “Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te”. La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno. La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Fra’ Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).

Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.

Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.


Pio transito della santa

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio. Grazie.


domenica 14 novembre 2010

"L'opposizione al Motu Proprio".


Il Motu Proprio che ha liberalizzato la liturgia latina antecedente al Concilio Vaticano II risale al 2007, ma in questi pochi anni ha già cominciato a trasformare la vita della Chiesa. "Contrariamente a quanto si potrebbe comunemente pensare, si tratta di una liturgia straordinaria che esercita una particolare attrattiva proprio sui giovani sacerdoti, che sono il futuro della Chiesa".

E' quanto scrive Alberto Carosa, giornalista e socio fondatore del Centro Culturale Lepanto, nel suo ultimo libro "L'opposizione al Motu Proprio". Un'opposizione che non viene dal giovane clero, ma da quegli esponenti avanti con gli anni e già con una certa esperienza di ministero.

"Ciò che forse più colpisce e addolora il cattolico – scrive Carosa - è la virulenza di certe argomentazioni critiche, anche e specialmente contro la figura del Papa, una sorta di fuoco amico che sembra quasi ricordare i toni più accesi di certe recenti campagne mediatiche anti-cattoliche, apparentemente motivate dalle tristi vicende dei preti pedofili.

Apparentemente, perché a questo punto potrebbe sorgere il sospetto che si voglia colpire il Papa anche per il motu proprio e le sue implicazioni.

Se così fosse, la conclusione non può che essere una sola: buon segno, perché vuol dire che la direzione è quella giusta".

(Apcom 20 settembre 2010)