mercoledì 8 dicembre 2010

davanti alle macerie fumanti della nuova pentecoste...

A proposito del libro di Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010

Racconto magistrale, svolta storica
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Pare strano perché è la prima volta che accade, ma, dopo dei cenni di vulgata progressista sul Vaticano II e il suo spirito, l'effetto è innegabilmente benefico: saliti in cima alle 632 pagine del saggio di Roberto de Mattei, si può finalmente guardare negli occhi da pari a pari la decennale produzione sull'argomento messa in circolazione dalla scuola di Bologna.

Nello studio dello storico romano ci sono documenti, metodo e criteri per misurarsi senza complessi di inferiorità con quella gioiosa macchina da guerra storiografica che, guidata prima da Giuseppe Alberigo e poi da Alberto Melloni, aveva prodotto fino a oggi l'unica seria e organica ricostruzione del fenomeno conciliare. Ricostruzione tendenziosa, ideologica e persino eversiva, certo, ma fatta da gente che il mestiere di storico. innegabilmente, lo conosce bene.

Oltre quarant'anni dopo la chiusura del concilio e davanti alle macerie fumanti della nuova Pentecoste, questo merito varrebbe da solo l'impegno di leggere il saggio di De Mattei. Ma non è il solo perché, man mano si scorrono pagine e capitoli, si fanno più chiari i termini di un dibattito ben lontano dall'essere concluso con la semplice recezione del concetto di "ermeneutica della continuità" che illude tante anime belle ma poco pratiche di mondo.

Il discorso alla curia con cui, nel 2005, Benedetto XVI ha parlato della contrapposizione tra due ermeneutiche del concilio, lungi dall'aver chiuso il discorso, ha di fatto aperto il confronto tra due visioni inconciliabili della chiesa. L'opera storica di De Mattei si pone autorevolmente in questo agone, accanto a quella filosofica di un Romano Amerio e a quella teologica di un Brunero Gherardini.

E, dopo averla letta senza paraocchi, riesce difficile immaginare che, nello scontro dichiarato con la scuola progressista, possano rimanere in piedi quelle vie di mezzo lacerate tra la constatazione del disastro e l'ossessiva ripetizione del mantra secondo cui la ragione della crisi consisterebbe nella mancata applicazione integrale del concilio.

Alla luce dei fatti narrati in quest'opera, risulta fin troppo evidente che la "continuità" c'è o non c'è, nonostante il tentativo di negare l'esistenza di una vera rottura, almeno in alcuni passaggi dei testi conciliari. De Mattei mostra con perizia che i problemi di stesura e di lettura dei testi conciliari nascono ben prima dell'assise vaticana e sono frutto di un teologia e di una filosofia votate alla "rottura" con il passato.

Finalmente siamo davanti alla contesa tra chi sostiene che, se il Vaticano II ha un difetto, è quello di non essere addirittura un Vaticano III e chi sostiene che, se di difetto si tratta, è quello di averne poste le premesse. Piaccia o non piaccia, questo è il terreno della contesa e questa è la materia del contendere. Ma sbaglierebbe chi conferisse alle due posizioni una valutazione speculare del concilio inteso come "rottura", vista in senso positivo o in senso negativo a seconda delle lenti utilizzate.

Lo è effettivamente e dichiaratamente nella lettura progressista, dove il concilio viene inteso come "evento" fondante della "nuova Pentecoste". Ma De Mattei, pur mettendo in evidenza pericolose spinte eversive dentro e fuori l'aula conciliare, non parla mai di un soggetto ìn qualche modo nuovo: togliendo dal suo orizzonte storiografico il concetto mitico di "evento conciliare", elimina automaticamente quello di "nuova chiesa".

Le due valutazioni non sono speculari poiché non si tratta solo di sostituire un segno meno là dove altri messo avevano un segno più, in quanto i soggetti presi in considerazione sono diversi per natura: una chiesa completamente nuova secondo la scuola di Bologna, quella di sempre secondo lo storico romano.

Questo studio segna dunque una svolta storica: il passaggio dall'era mitologica alla stagione della critica razionale. Pertanto non teme di documentare l'esistenza di posizioni divergenti e di tensioni che hanno dilaniato i lavori conciliari, troppo a lungo occultate da mani pietose.

da Il Foglio del 7 dicembre 2010

lunedì 6 dicembre 2010

Concilio Vaticano II: una storia mai scritta

Affrontare il tema del Concilio Vaticano II è un lavoro complesso: al di là della narrazione delle vicende dell’assise vescovile, durata dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965, è fondamentale considerare l’evento nel suo quadro storico, tenendo conto del periodo in cui si svolse (la guerra fredda) e di quello in cui espresse le proprie conseguenze (la contestazione del Sessantotto).

L’ampio e denso saggio (oltre 600 pagine e 2400 note) di Roberto de Mattei, Presidente della Fondazione Lepanto e docente di Storia della Chiesa presso l’Università Europea di Roma, affronta il Concilio non da un punto di vista teologico, ma storico, approfondendo il periodo precedente, analizzandone lo svolgimento e considerandone le conseguenze (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010, p. 630, € 38). Un approccio scrupolosamente storico, quindi, e una storia “mai scritta”, come indica il sottotitolo, proprio perché intende ordinare, comprendere e narrare le vicende del Concilio «in una filosofia della storia che, per lo storico cattolico, è innanzitutto una teologia della storia» (p. 23).

Perciò de Mattei apre il suo saggio ripercorrendo le vicende del modernismo, eresia sempre presente (come una sorta di “fiume carsico”, secondo l’efficace immagine proposta) nella Chiesa del XX secolo, che l’azione di San Pio X poté mettere allo scoperto, ma non, evidentemente, debellare. Durante il pontificato di Pio XII il modernismo riaffiorò sotto la triplice specie dei movimenti biblico, liturgico ed ecumenico e sferrò il suo attacco all’ala “conservatrice” della Curia durante il Conclave che nel 1958 elesse Giovanni XXIII, considerato, assieme a colui che sarebbe divenuto il suo successore, Giovanni Battista Montini, esponente dell’ala “progressista”.

A soli tre mesi dall’elezione il nuovo Papa propose il Concilio, quasi a sorpresa poiché l’ipotesi era stata presa in considerazione dai due suoi predecessori, ma era stata scartata per evitare una contrapposizione e l’inevitabile, conseguente scontro tra le due anime (conservatrice e progressista) della Chiesa. Di conseguenza suscitò non poco stupore la decisione di Giovanni XXIII – che stupì innanzitutto lui stesso – di indire il Concilio: questo sarebbe dovuto essere “ecumenico”, nel senso di aperto a tutti i vescovi (circa tremila) dell’ecumene cattolico, ma non anche a rappresentanti di altre religioni; curiosamente, nel corso dei lavori, a prevalere fu proprio il rispetto verso le altre fedi, ad esempio con la vittoria dei “minimalisti” sui “massimalisti” in questioni mariane (i “massimalisti” non riuscirono a far proclamare Maria “Mediatrice di tutte le grazie” come avrebbero voluto) e con l’inizio delle ammissioni di colpe e delle conseguenti richieste di perdono ai “fratelli separati”, inaugurate da Paolo VI ed espresse in maniera ambigua, cioè senza distinguere chiaramente tra Chiesa (infallibile) e uomini di Chiesa (ovviamente fallibili), instillando di conseguenza nei fedeli il dubbio che anche la Sposa di Cristo potesse sbagliare.

Altra grave anomalia del Concilio, soprattutto tenendo conto di quelli che erano stati i “vota” preparatori, fu la mancata condanna del comunismo, apparentemente per ragioni di opportunità politica, ma senza tenere conto che il silenzio del Concilio su un problema di tale portata sarebbe equivalso nella mente dei fedeli «ad una tacita abrogazione di tutto quanto gli ultimi Sommi Pontefici [avevano] detto e scritto contro il Comunismo» (p. 496).

Dopo aver analizzato le vicende dei lavori conciliari, in cui il ruolo “assembleare” divenne sempre maggiore, de Mattei passa in rassegna alcuni eventi post-conciliari, quasi una diretta conseguenza dell’assise vescovile: in particolare la separazione da Roma della Chiesa olandese (quella che aveva espresso un Nuovo Catechismo olandese in forte contrasto con quello ufficiale, per non dire eretico) e l’aperta contestazione, non più da parte di soli teologi, ma anche di membri dell’episcopato, dell’enciclica montiniana Humanae vitae.

Il Concilio viene paragonato, per la sua portata nella vita ecclesiale, alla Rivoluzione francese: i cambiamenti introdotti furono (e sono tuttora), in effetti l’equivalente della rivoluzione dei costumi del ’68, se non di quella francese del 1789. Ed inquietante è il parallelo che sembra venir fuori dalle pagine di Roberto de Mattei, che rileva come la riforma attuata dal Concilio sembri ripercorrere alcuni passi della Rivoluzione francese: una fase preparatoria con i “vota” dei Cardinali che ricordano i cahiers de doléance dell’Ancien Régime; i lavori conciliari come gli Stati Generali che si trasformano in Assemblea Costituente, stravolgendo i presupposti di rinnovamento nella continuità; l’attacco ai tradizionalisti, costretti per obbedienza al Papa a firmare anche i documenti che avevano combattuto, sui quali si esercitò una sorta di terrorismo psicologico che sarebbe durata a lungo.

Ai nostri giorni le conseguenze del Vaticano II sono tanto notevoli che lo stesso Benedetto XVI di fronte alla «auto-distruttiva realtà post-conciliare» (p. 11) ha ammesso il caos provocato dal Concilio, paragonandolo ad una battaglia navale combattuta durante una tempesta notturna (riprendendo un’immagine di San Basilio a proposito del periodo successivo al Concilio di Nicea del 325) e sostenendo che durante i lavori si sia passati «dall’autocritica all’autodistruzione» (p. 12), come aveva del resto già scritto Paolo VI. Durante i lavori e – va aggiunto – soprattutto nel periodo successivo, quello dell’applicazione.

Infatti i documenti elaborati dal Concilio sono meno innovatori di quella che è stata la loro applicazione ed esiste una evidente discrepanza tra “documenti del Concilio” e “spirito del Concilio”. I primi (che pochi hanno letto) sarebbero infatti il frutto di compromessi per raggiungere l’unanimità; lo spirito (che invece tutti ben conoscono) ha successivamente cercato di andare ben oltre quanto attestato nei documenti per esprimere (sono parole dell’attuale Pontefice) una «intenzione profonda, sebbene ancora indistinta» (p. 13n) del Concilio. Dal che si deduce che mancò una vera maggioranza o almeno una maggioranza tanto ampia da far approvare senza modifiche i documenti proposti: solo in un secondo tempo, quando si trattò di applicare il Concilio, anziché la “lettera” venne appunto proposto – se non imposto – lo “spirito”.

E che l’interpretazione di tale “spirito” abbia travalicato anche le aspettative di un Pontefice aperto alle innovazioni come Paolo VI, è testimoniato dal suo famoso riferimento al “fumo di Satana”. Notevole il particolare ambito in cui uscì con tale espressione, cioè l’omelia della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 1972: nella ricorrenza dell’Apostolo di cui era successore, il Pontefice stava parlando appunto della situazione della Chiesa, quando affermò esplicitamente «di avere la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (p. 556).

Va inoltre sottolineato come la maggior parte dei fedeli non abbia una conoscenza diretta dei documenti redatti, ma conosca il Concilio attraverso la rappresentazione fornita dai media. Ed in effetti già i contemporanei colsero il carattere eccezionale del Concilio parlando di «svolta storica», di «fine della Controriforma», «del Medioevo» o «dell’era costantiniana», a seconda dei punti di vista (p.19).

Inoltre, uno degli aspetti più evidenti della distorsione legata al Vaticano II è la percezione di un suo inesistente “primato” sugli altri venti precedentemente celebrati, come se li abrogasse e sostituisse tutti: dovrebbe essere invece il contrario, poiché fu solo pastorale e non dottrinale, come ricorda uno dei suoi più validi studiosi, mons. Brunero Gherardini, sottolineando che «le sue dottrine, non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili, né irreformabili, e dunque nemmeno vincolanti; chi le negasse non per questo sarebbe formalmente eretico. Chi poi le imponesse come infallibili ed irreformabili andrebbe contro il Concilio stesso» (p. 15).

Tornando alla storia – e lasciando, quindi, ad altri l’interpretazione teologica – del Concilio, Roberto de Mattei specifica che distinguere tra dimensione teologica e dimensione storica, quella che ha inteso affrontare, non significa separare: certo rimane il problema che l’ermeneutica della continuità rischia di rimuovere, assieme ad una concezione teologica che ritiene errata, quasi anche il fatto storico di cui si discute, ignorandolo e di fatto lasciandone la ricostruzione agli studiosi vicini all’ermeneutica della discontinuità. Per questo la Storia del Concilio edita da Lindau è una “storia mai scritta”, non tanto e non solo per le nuove testimonianze, quanto per l’inedita interpretazione e metodologia d’indagine. (G.d.A.)
CR n.1169 del 4/12/2010

sabato 4 dicembre 2010

inverno conciliare

Se il gelo del mondo fosse causato dalle tenebre del Vaticano II? Cosa leggere per capirne di più

Da alcuni anni uno spettro si aggira nel mondo cattolico. Uno spettro che inquieta molti, benché assuma la forma di una semplice e inevitabile domanda: e se la scristianizzazione incalzante dell’occidente fosse anche il frutto di una crisi della chiesa? E se la crisi della chiesa avesse a che fare con il Concilio Vaticano II, con alcuni suoi documenti un po’ ambigui, oppure, quantomeno, con la sua estesa interpretazione?

La domanda, a ben guardare, dovrebbe essere spontanea: non è più possibile infatti non accorgersi del gelo, del buio, della disumanizzazione che ci circonda. Nello stesso tempo non è più lecito non rendersi conto di quanto il sale sia divenuto insipido. Di quanto sia divenuto arduo, anche per chi si sforza di rimanere cattolico, trovare un vescovo del livello di monsignor Caffarra, o di monsignor Negri, o di monsignor Crepaldi; oppure, un sacerdote vivace e appassionato come padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria; oppure, un semplice parroco di paese che ami la liturgia, il decoro della casa di Dio e il confessionale.

Giustamente monsignor Nicola Bux ha appena dato alle stampe un bel testo intitolato “Come andare a messa e non perdere la fede” (Piemme). Perché il problema non è solo che la fede, fuori, nel mondo, non c’è più, e neppure il fatto che i credenti vengano derisi dagli atei di professione e dai nichilisti di ogni tipo: il problema vero è che questi stessi nemici della fede, come coloro che invece la conservano ancora gelosamente, non trovano nessuno con cui veramente confrontarsi, a cui lanciare in volto i loro dubbi, le loro fatiche, o persino la loro luciferina ribellione. Non è colpa solo dei media il fatto che a rappresentare un pensiero cattolico sul più importante quotidiano italiano sia chiamato il cardinal Martini. Il problema è la scarsità, nella chiesa di oggi, di uomini di Dio, di uomini di fede intelligenti, appassionati; dirò più, dopo tante esperienze personali: di uomini, punto e basta. Ma questa realtà, questo tradimento piuttosto generalizzato, che confonde e avvilisce anche chi vorrebbe stare, con la sua miseria, accanto al Maestro, anche nell’ora del Getsemani, non può non avere una radice, una causa.

All’epoca della Controriforma, gli uomini di chiesa più santi capirono che vi erano da fare due cose: condannare fermamente le eresie di Lutero; riformare la chiesa stessa, ammettendo errori, vizi, tradimenti, viltà di molti… Oggi penso debba accadere la stessa cosa: non si può continuare con il mantra del Concilio Vaticano II “primavera della chiesa”, “profezia” o altre amenità. Se c’è

l’inverno, bisogna finalmente accorgersene, e mettersi il cappotto. Ecco perché ritengo una benedizione di Dio, un segno dei tempi, l’opera di stimate personalità della chiesa che si interrogano sul Vaticano II e sulla sua attuazione: penso a “Iota unum” di Romano Amerio, ristampato recentemente; agli scritti di monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga; a “Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare”, di un insigne teologo come monsignor Brunero Gherardini (con prefazione del neo cardinale Albert Malcolm Ranjith, uomo di fiducia di Benedetto XVI).

Un quadro completo

Penso, soprattutto, allo straordinario lavoro del professor Roberto de Mattei, “Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta”, edito in questi giorni da Lindau. Si tratta di un volume di oltre 600 pagine densissime, puntuali, in cui finalmente si analizza un grande evento della chiesa, insieme a ciò che lo ha determinato, alle attese, alle delusioni e alla ricezione che ha avuto. Un quadro completo, non ideologico, che senza dubbio mancava e che contribuisce a parer mio a riportare il discorso Vaticano II nel giusto alveo, confutando il mito di un Concilio “superdogma”, sempre e immancabilmente “profetico”. Il Vaticano II, ricorda de Mattei, si auto qualificò come “pastorale” e “fu privo di un carattere dottrinale definitorio”: proprio questa sua caratteristica lo rende soggetto, almeno per alcuni documenti, ché non tutti hanno lo stesso valore, a differenti interpretazioni, che non sarebbero invece possibili per definizioni dogmatiche, di per sé infallibili e irreformabili. Non essendoci qui lo spazio per illustrare un testo così ricco, basti un assaggio: l’autore parte dal pre Concilio, da una crisi che i più avveduti vedevano già in azione. Nota però come la gran maggioranza dei vescovi, invitata a esprimere i propri “vota” in vista del Concilio, avesse chiesto riforme moderate e la chiara comprensione e condanna degli errori del proprio tempo: comunismo e marxismo in primis (e poi esistenzialismo ateo e relativismo morale). Ma i “vota” dei vescovi, anticipa de Mattei, sarebbero stati ostacolati dalle “rivendicazioni di una minoranza”, che in nome dell’“aggiornamento” dimenticò, talora, che l’aspetto pastorale non può finire per soffocare quello dottrinale; che la carità nell’annuncio non significa il silenzio sui mali del presente (vedi il silenzio sul comunismo); che sminuire la Verità, “scandalo e follia”, a causa della sua sapidità, del suo gusto talora amaro e inquietante, non la rende più digeribile e appetibile, ma al contrario, finisce per nasconderne la lucentezza, la bellezza e la forza intrinseca.

Francesco Agnoli su "Il Foglio" del 02/12/2010

giovedì 2 dicembre 2010

omelia di Mons.Bernard Fellay in occasione della Festa di Tutti i Santi

Ecône, 1° novembre 2010

Cari membri della Fraternità,

in questo giorno siamo nella gioia per due motivi. Innanzi tutto per la festa liturgica che celebriamo, quella di Tutti i Santi. La Chiesa vuole ricordare oggi tutti i suoi figli che già gioiscono della beatitudine eterna nella visione beatifica. È una festa straordinaria poiché in essa si vede realizzato il compimento, la ragion d’essere della Chiesa e della sua missione, nella speranza che un giorno anche noi giungeremo a questo fine.

Pensare al Cielo ci riempie di gioia, e oggi la Chiesa ci chiede veramente di pensare al Paradiso, al fine per cui Dio ci ha creati. Nel Martirologio vi sono 365 giorni in cui sono menzionati alcune migliaia di Santi, ma nella patria celeste ve ne sono molti di più e questo genera in noi una grande speranza, poiché il Cielo è la nostra patria.

Tale festa poi ci procura anche un’altra gioia poiché celebriamo un anniversario; quello dei quarant’anni di fondazione della nostra cara Fraternità Sacerdotale San Pio X, nata proprio in questo giorno. Non si tratta certo di un caso, poiché sappiamo bene che per la Divina Provvidenza il caso non esiste. Proviamo ad approfondire le ragioni; il perché la Fraternità è stata fondata proprio nella festa di Tutti i Santi.

La Chiesa Militante sulla terra e Trionfante in Cielo

Quando si parla di Tutti i Santi si pensa certamente a ciascuno di essi preso individualmente, ma anche all’insieme che essi compongono; si pensa a un corpus. Quest’insieme ha un nome: la Chiesa trionfante. Si potrebbe dire che è la parte definitiva della Chiesa, quella che costituisce il fine della Chiesa terrena; il suo compimento in Cielo, la sua perfezione definitiva. Vi è fra le due un legame poiché si tratta sempre della stessa Chiesa che noi chiamiamo «militante» sulla terra e «trionfante» in Cielo. La stessa Chiesa, che si trova però quaggiù secondo un modo diverso, poiché essa si situa nel tempo, ed ha anche un modo d’agire differente. Al di fuori del tempo, nella visione di Dio, sparisce tutto l’aspetto della lotta contro il peccato, contro il demonio, nostro pane quotidiano sulla terra. I Santi si consacrano interamente all’adorazione di Dio e delle sue perfezioni nella visione beatifica tramite la luce della gloria. Ma qui sulla terra la Chiesa deve combattere. Il suo fine è il Cielo.

Se vi è una Chiesa sulla terra, se Nostro Signore ha fondato la sua Chiesa, è per salvare le anime, per strapparle dal loro pietoso e miserevole stato di peccato. La fede ci insegna che ogni uomo in questo mondo è concepito col peccato originale. Egli è privo di quell’amicizia con Dio che è la grazia. Se conta solo su se stesso è perduto; la sua vita in questa terra sarà solo un susseguirsi di gioie passeggere, di piaceri, di lacrime, di tristezze, di sofferenze, con una fine infelice. Occorre quindi cercare il mezzo dato da Dio per trarre l’uomo da questo stato di miseria, ancor più aggravato in seguito, dai peccati personali. Stato che, se non se ne esce, conduce all’inferno con la privazione di Dio. In questa condizione spaventosa l’uomo si precipita se non coglie il solo mezzo dato da Dio per salvarsi che è la Chiesa fondata da Lui stesso, la Chiesa cattolica romana. Trarre l’uomo da questo stato di miseria, non è semplicemente un’opera di beneficenza, è un combattimento.

L’uomo non è decaduto da solo. Occorre sempre tener presente anche gli spiriti ribelli che sono i demoni. Dio permette che possano avere un certo campo d’azione ed essi cercano di ostacolare il lavoro della Chiesa, che consiste nel far uscire le anime dal peccato. Questa missione è un vero combattimento, un combattimento essenzialmente spirituale, ma che molto facilmente può estendersi nel mondo fisico. Per questo sulla terra la Chiesa, per realizzare il suo fine che è di condurre gli uomini a Dio, di santificarli, di comunicare loro la grazia che li fa santi, deve dedicare la maggior parte delle sue energie e del suo tempo a questo combattimento.

Questa battaglia è visibile nella difesa e nella protezione del tesoro della fede. Essa esige delle condanne, dei divieti, delle punizioni, delle scomuniche. È normale e non può essere altrimenti. Ci troviamo in una vera guerra, molto più grave, molto più decisiva di tutte le guerre umane. Ne va, ancora una volta, della salvezza delle anime! Questa lotta la si percepisce anche nella morale. È necessaria la fede, ma è anche necessaria una vita che corrisponda ai comandamenti di Dio. È dunque compito della Chiesa ripetere agli uomini qual’è la via che conduce a Dio. L’esperienza di tutti i giorni ci dimostra quanto il richiamo alla morale cattolica possa provocare resistenze. Fondamentalmente, il combattimento della fede è molto più profondo, ma a livello umano è quasi sempre attorno alla morale che sarà più virulento.

Coloro che vorrebbero pensare solo al lato gioioso della Chiesa rischiano fortemente di dimenticare ciò che, pur non essendo forse essenziale, è tuttavia assolutamente necessario: il combattimento sulla terra cioè l’ascesi. Nostro Signore ha detto: «Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinunci a se stesso, porti la sua croce tutti i giorni e mi segua» (Lc 9, 23). Questa è la via! In questa festa di Tutti i Santi, la Chiesa ci chiede di elevare i nostri cuori, senza però dimenticare questa battaglia. Ci invita a considerare la ricompensa della beatitudine eterna che Dio darà a coloro che si consacrano a questa lotta per la salvezza della loro anima e di quella del prossimo.

Che cos’è la Fraternità agli occhi del mondo?

Come stabilire una relazione tra questa verità e la Fraternità? In definitiva non è poi così difficile. Quando si considera la Fraternità ci si può chiedere che cos’è essa per le persone del mondo: una banda di litigiosi, di ribelli, di scomunicati, di scismatici… in breve di malcontenti che turbano la Chiesa… o qualcosa di simile; sempre pronti a lamentarsi, a brontolare, ad attaccare e a criticare. Spesso è così che si considera la Fraternità. Ed è vero che nel corso di questi quarant’anni della sua esistenza essa ha combattuto numerose battaglie in questa guerra per la fede. Questo prova come la Fraternità faccia parte della Chiesa militante, in un’epoca in cui si vuole dimenticare proprio questo aspetto battagliero della Chiesa. È sorprendente constatare oggi, soprattutto da dopo il Concilio, come si cerchi di far sparire questo aspetto militante. Non se ne vuole più parlare, si vuole presentare una Chiesa gentile, simpatica con tutti, con tutte le religioni, con tutti gli uomini, con tutti i peccatori, come se non vi fosse più che un solo demone rimasto: la Fraternità San Pio X! Solo con essa si vuole mantenere lo stato di guerra! È davvero alquanto impressionante vedere un tale contrasto.

Della croce, non se ne vuole più parlare, o se se ne parla ancora, si rimuove il Crocifisso. Si mantiene ancora una croce ma quella del Resuscitato, quella che non serve più a niente perché Cristo è risuscitato. Alleluia! Tutto va bene. Non si vuole più parlare del valore della sofferenza, della necessità del combattimento. Il peccato? Figuratevi, non vi sono più peccatori! In ogni caso tutti vanno in Paradiso. È presto fatto. È semplice. Tutti sono buoni, tutti si salvano. Siate dei buoni protestanti, siate dei buoni pagani, e andrete in Cielo! È questo il messaggio che più o meno passa un po’ dappertutto. Si fa fatica a vedere che cos’è la Chiesa militante. Quando oggi si guarda ad essa ci si può ben chiedere perché si chiami ancora militante. Perché milita, che so, per i diritti delle donne o per i poveri? È questa la Chiesa militante?

Da parte nostra, è certo che quest’aspetto della «battaglia per la Messa» e per la «difesa della fede» è ben visibile, fin dal nostro stesso vocabolario, perché se si fa una ricerca nei nostri sermoni spesso si trovano queste idee di combattimento, di battaglia, di guerra. Ma noi siamo quasi i soli a parlarne e mostrare palesemente l’aspetto della Chiesa militante.

Al tempo stesso è importante ricordare che non ci battiamo solo per il piacere della disputa. Potremmo dare l’impressione di disobbedire solo per affermare la nostra opinione personale ma non è assolutamente così. Noi cerchiamo altro; cerchiamo la salvezza; cerchiamo Dio. Se ci lanciamo in questa battaglia è perché vogliamo piacere a Dio; perché vogliamo la sua gloria e con questo la nostra salvezza.

Senza Mons. Marcel Lefebvre, niente Fraternità

Guardiamo un po’ più da vicino questa nostra Fraternità. Vi è qualcosa di evidente: parlare della Fraternità, parlare di ciò che essa fa, parlare delle sue intenzioni, significa parlare necessariamente di una persona, del nostro caro e venerato Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre. Se non ci fosse stato, non vi sarebbe alcuna Fraternità, noi non esisteremmo. Quest’opera della Chiesa esiste perché egli ne fu il fondatore, e non solo questo: tutta la nostra battaglia per la Chiesa è retta dalle sue linee direttrici, da uno spirito che abbiamo ricevuto da Mons. Lefebvre. È chiaro che egli è stato un uomo suscitato dalla Divina Provvidenza per questa epoca. Perciò Dio l’ha dotato di un numero impressionante di talenti e di doni. Innanzi tutto, gli ha permesso di comprendere che nella Chiesa vi era un problema, una crisi; poi di capire dov’era il problema, qual era la causa di questa crisi. Dio gli ha anche donato la capacità di mostrare i mezzi per uscirne e quale ne era l’antidoto. La Fraternità, dopo quarant’anni, vive di queste indicazioni dateci da Mons. Lefebvre.

La cosa più straordinaria è che le indicazioni che ci ha lasciate – sia per spiegare ciò che accade nella Chiesa, sia per mostrare quali sono i mezzi che bisogna utilizzare per uscirne – questa visione della Chiesa è talmente profonda che quarant’anni dopo si può leggere ciò che diceva e applicarlo come se lo stesse dicendo adesso. Ciò significa che tale visione è talmente elevata che in qualche modo supera il tempo; vale per la nostra epoca e non di meno è sufficientemente al di sopra degli elementi particolari e contingenti di un’epoca da poterci mostrare ciò che occorre fare. Posto il problema, ecco la soluzione!

La Fraternità è una eredità. Anche in questo vi è un legame con la Chiesa. La Chiesa è una tradizione, nel senso che di generazione in generazione viene trasmesso ai posteri ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha affidato agli Apostoli. È questa realmente la tradizione, la trasmissione di un deposito, di un tesoro che si chiama «deposito rivelato», che Dio ha affidato agli uomini per la loro salvezza. Nella nostra Fraternità si sente ripetere esattamente la stessa cosa, un eco fedele, non qualcosa di diverso, perché noi siamo nella Chiesa.

Monsignor Lefebvre diceva, e ha voluto che lo si scrivesse sulla sua tomba: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto» (I Cor 11, 23). Noi abbiamo ricevuto e ancora oggi viviamo di questo tesoro. Se siete qui oggi è perché anche voi avete ricevuto questo tesoro, e se noi oggi contiamo quarant’anni d’esistenza significa che per quarant’anni questa trasmissione si è mantenuta. Quello che facciamo – e Monsignore ha insistito tanto su questo punto – non dev’essere altro che ciò che fa la Chiesa.

Quando ci parlava dello spirito che deve animare la Fraternità; quando gli si chiedeva quale deve essere questo spirito egli rispondeva che essa non vuole avere uno spirito proprio ma quello della Chiesa. Considerando la Chiesa vediamo cos’è che domina in essa e che la muove. Questo stesso spirito deve essere quello che muove la Fraternità. Ora nella Chiesa c’è il combattimento e la difesa della fede. Ma questo non basta. Non è tutto. Voi stessi capite bene come le persone che ci guardano dall’esterno vedono degli elementi negativi: la difesa della fede, la condanna degli errori, il combattimento o anche la guerra… e spesso si fermano là. Bisognerebbe che guardassero un po’ meglio, e vedrebbero che questi elementi sono ben reali, ma non sono il fine né il compimento della Fraternità. Il fine è la santità. È veramente bello e straordinario considerare questa finalità in un’epoca come la nostra, in cui la santità è beffeggiata dappertutto. Epoca in cui le protezioni e gli aiuti che offrivano le leggi degli Stati per la morale e la difesa della legge naturale sono scomparsi. Tutto è saltato, tutto è stato affondato nel marciume… Ebbene in un tale ambiente, in tale naufragio è veramente straordinario vedere che questa piccola Fraternità attaccata da tutti le parti, riesce comunque a far brillare la luce di Dio, che è la luce della fede, dando agli uomini il coraggio di resistere in mezzo a tutto questo, per vivere una vita che piaccia a Dio, una vita nella grazia. È qualcosa di assolutamente straordinario che attiene al miracolo. Oggi vi è veramente di che rendere grazie a Dio. Rendere grazie a Dio per averci dato un Mons. Lefebvre.

Lo scopo della Chiesa è di fare dei santi

In quel piccolo libro che ci disse essere il suo testamento, il suo Itinerario Spirituale, dalla prefazione veniamo a sapere che in tutta la sua vita Monsignore è stato assillato dal desiderio di trasmettere i princìpi della santificazione sacerdotale, della santificazione cristiana cioè dal desiderio di fare dei santi. Questo è esattamente lo scopo della Chiesa: fare dei santi, fare dei santi sacerdoti perché si abbiano dei fedeli santi. Occorre veramente che tutta la Chiesa sia santificata. Per far questo, egli non ha proposto una sua invenzione, ma ha ripreso molto semplicemente ciò che ci dà la Chiesa. Ciò su cui bisogna essere centrati: la Messa che è il fondamento e la fonte di ogni grazia, di ogni santificazione. Questo è veramente il rimedio per la crisi di oggi.

Già lo si vede, anche se è solo un piccolo inizio, non molto forte nella Chiesa. Attorno alla Messa che si celebra a poco a poco si ricostruisce la Cristianità, in mezzo ad ogni sorta di miserie, di pene, di lacrime. Questo seme germina, cresce lentamente; è ancora impercettibile, ma malgrado tutto si vede che sta accadendo qualcosa. Si coglie, molto semplicemente, la mano di Dio. Mi ricordo che in occasione della prima visita dei tre vescovi della Fraternità al Cardinale Castrillon, appena dopo il pellegrinaggio del 2000, parlando della Fraternità ebbe a dire: «I frutti sono buoni, dunque vi è lo Spirito Santo». Ma cosa si vuole di più? Lo Spirito Santo, lo Spirito che santifica, lo Spirito che si trova solo nella Chiesa e che santifica le anime. Non siamo stati noi a cercare questo elogio.

Oggi chiediamo alla Madonna, a Tutti i Santi e al nostro caro Monsignor Lefebvre, la grazia della fedeltà a questo deposito che ci è stato donato dalla Chiesa. Chiediamo questa grazia perché la nostra bella storia non si fermi ai quarant’anni, ma continui. Infatti non è difficile comprendere, guardando lo stato della Chiesa, che la crisi non è finita. Se da un lato vi sono delle speranze, dall’altro vi è anche la consapevolezza molto chiara che il nostro combattimento nella Chiesa e per la Chiesa non è terminato. Per questo chiediamo veramente a Dio che venga il Suo Regno, che sia fatta la Sua Volontà come in Cielo così in terra. Chiediamo a tutti i Santi del cielo, agli Angeli, di assisterci, di aiutarci, di condurci in questa battaglia per la gloria di Dio, per la nostra salvezza e la gloria della Chiesa.

Così sia.

martedì 30 novembre 2010

Il male minore

“Non facciamo il male perché ne venga un bene” (Rom 3,8). Con queste parole San Paolo stabiliva un principio fondamentale di morale, alla base di ogni vita cristiana. Ma fra due mali si può scegliere il minore? Lo si può consigliare? Per rispondere adeguatamente a queste domande pubblichiamo un testo tratto dal Dizionario di Teologia Morale del Cardinale Pietro Palazzini (Editrice Studium, 1969) alla voce Minor male.

MINOR MALE (scelta del).

1) Scegliere il male minore.

Di due mali scegliere e perciò compiere il minore non è lecito, se si tratta di due mali morali ossia di due operazioni che sono in se stesse viola­zione della legge morale. La tesi è evidente. Un male non diventa bene o lecito, perché c'è un altro male più grande, che si potrebbe scegliere. Il problema morale, proposto nella domanda « Se è lecito o obbligatorio sce­gliere di due mali il minore », suppone una cosa, che in realtà non può esistere, cioè il cosiddetto caso perplesso, nel quale l'uomo sarebbe costretto a scegliere tra due atti peccaminosi, così che se non scelga l'uno, necessariamente debba scegliere l'altro. Un tale caso moralmente è impossibile. Perché l'uomo può sempre astenersi da qualsiasi atto positivo, che importa la scelta di un mezzo. L'uomo può sempre non fare, se fare l'una o l'altra cosa sia sempre peccato; e questo non fare non è peccato in sé (p. es., non procurare l'aborto). Se da questa omis­sione seguono, in virtù di circostanze, gravi danni, p. es. la morte della madre, o della madre e del bambino insieme, l'uomo non è responsabile per questi danni, perché nes­suno è responsabile per le conseguenze della condotta da lui seguita, quando non c'era possibilità d'agire senza peccare. Sce­gliere il m. male è lecito, quando questo m. male non è in sé un male morale (peccato), ma è o un male puramente fisico o un atto od omissione in sé buona o indif­ferente, dal quale o dalla quale però, nel caso concreto, seguirà un effetto acciden­tale cattivo, meno grave però di quello che produrrebbe un altro mezzo; p. es. di due farmaci, che producono tutti e due un effetto cattivo sulla salute, ma che sono ugualmente utili per me, io devo scegliere il meno nocivo, perché ho l'obbligo di non recare nocumento alla mia salute.

2) Consigliare (RACCOMANDARE) un male minore.

Il problema morale va così enunciato: se è lecito consigliare ad una per­sona decisa a fare un peccato, di farne un altro che sia meno grave, p. es. consigliare la fornicazione ad una persona che è decisa a fare un adulterio ; di ubriacarsi invece di fare un omicidio. La retta soluzione del problema è, che non è mai lecito consigliare un peccato, neanche a una persona che è decisa a fare un peccato più grave, perché consigliare un atto è di per sé indurre a commetterlo. Orbene, indurre un altro a commettere un peccato, è peccato. Non mi è lecito far sì che un altro voglia e faccia un peccato. La comparazione con un altro peccato non toglie la malizia del primo. Il fine, prevenire un peccato maggiore, è buono ; ma il fine buono non giustifica il mezzo adoperato, se questo non è già permesso in se stesso. Non è lecito fare un male, per evitare un male maggiore. Quando, però, ciò che facciamo non è consigliare un peccato, benché meno grande, ma sconsigliare di compiere una parte del peccato già deciso (ritrarre da una parte e non dal tutto, perché questo ci risulta impossibile), non facciamo male ma bene ; p. es. dire ad un ladro, che vuol uccidere un proprietario e rubare i suoi tesori, « pren­dete soltanto i tesori », non è consigliare il furto, ma sconsigliare l'omicidio. Il furto era già deciso e non si compie a motivo delle mie parole. L'unico effetto che le mie parole producono per loro propria natura è ritrarre il ladro dall'omicidio già stabilito. Orbene, ritrarre un altro dal suo proposito cattivo è un atto buono e lecito per propria natura. Questo vale anche se il mio atto lo ritrae soltanto da una parte del peccato, perché non è in mio potere (benché in mio volere) di ritrarlo del tutto. La differenza tra il consigliare il m. male e lo sconsigliare una parte del male proposto, sta in questo che nel primo caso si adopera un atto, per natura cattivo, come mezzo ad un fine buo­no; nel secondo caso invece si adopera un atto per natura sua buono come mezzo ad un fine buono. Ma ciò che decide della moralità non è la forma delle parole usate, ma il loro vero significato, il quale talvolta è determinato anche dalle circostanze in cui esse sono pronunziate. Affinché il nostro atto sia davvero uno sconsigliare una parte del peccato, è necessario che la parte rimanente sia già stabilita formalmente o almeno virtualmente nel peccato intero, che l'altro aveva deciso di commettere. Ben.

BIBL. - A. Fumagalli, Del consigliare il minor male, Monza 1943.
 

lunedì 29 novembre 2010

laicità positiva in Belgio


BRUXELLES - Un Ministro del Governo della regione belga della Vallonia ha annunciato la pubblicazione di un decreto che potrebbe trasformare le chiese in moschee o in luoghi dedicati a movimenti filosofici, ha rivelato questo mercoledì la stampa locale. Paul Furlan, del Partito Socialista, Ministro dei Poteri Locali, ha spiegato che “non lasceremo che le chiese si deteriorino, perché spesso si tratta di un interesse a livello di patrimonio”, secondo quanto riferiscono i quotidiani del gruppo Sud Presse. “Il calo della partecipazione religiosa deve esortarci ad aprirle ad altri culti, ai movimenti filosofici, anche a certe manifestazioni culturali”, ha aggiunto. Gran parte di coloro che sono immigrati di recente in Belgio proviene da Paesi in cui la popolazione è a maggioranza musulmana, motivo per il quale, se si applica questo criterio, molte delle chiese che il Governo regionale deciderà di riconvertire si trasformeranno in moschee. Paul Furlan ha proposto che ci sia una chiesa per ogni paese e non una per ogni parrocchia, e ha espresso l'intenzione di fare un inventario degli edifici di culto per determinare quelli che sono ancora utili e in cui c'è una partecipazione di fedeli. (…)

(Agenzia Zenit del 18 novembre 2010)

sabato 27 novembre 2010

luce sotto il moggio


Fraternità Sacerdotale San Pio X - Comunicato della Casa Generalizia

Note sulle dichiarazioni di Benedetto XVI
sull'utilizzo del profilattico





In un libro-intervista intitolato Luce del mondo pubblicato in tedesco ed in italiano il 23 novembre 2010 e che lo sarà in francese ed in inglese il 3 dicembre, Benedetto XVI ammette, per la prima volta, l’uso del preservativo “ in certi casi ”, “ per ridurre i rischi di contaminazione ” col virus dell’Aids. Queste affermazioni sbagliate richiederebbero di essere chiarite e corrette perché i loro effetti disastrosi – che una campagna mediatica non ha perso l’occasione di sfruttare – provocano tra i fedeli scandalo e smarrimento .


1. Quello che ha detto Benedetto XVI

Alla domanda “ la Chiesa cattolica non è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde, secondo la versione originale tedesca: “ In certi casi, quando c’è l’intenzione di ridurre il rischio di contaminazione, ciò può comunque essere un primo passo per aprire la via ad una sessualità più umana, vissuta altrimenti.” Per illustrare la sua affermazione, il papa fa un solo esempio, quello di un “ uomo prostituito ”. Egli considera che, in questo caso particolare, ciò può essere “ un primo passo verso una moralizzazione, un principio di responsabilità che permetterebbe di diventare nuovamente coscienti che non è tutto permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole ”. Quindi si tratta del caso di qualcuno che, commettendo già un atto contro natura, con fini venali, avrebbe la preoccupazione – per di più – di non contaminare il suo cliente.

2. Quello che ha voluto dire Benedetto XVI secondo il suo portavoce

Queste affermazioni del papa sono state recepite, dai media e dai movimenti che militano a favore della contraccezione, come una “ rivoluzione ”, una “ svolta ” o quanto meno una “ breccia ” nell’insegnamento morale costante della Chiesa sull’uso dei mezzi contraccettivi. Per questo il portavoce del Vaticano, P. Federico Lombardi, il 21 novembre ha pubblicato una nota esplicativa in cui si legge: “ Benedetto XVI considera una situazione eccezionale dove l’esercizio della sessualità rappresenta un vero rischio per la vita dell’altro. In questo caso, il papa non giustifica moralmente l’esercizio disordinato della sessualità, ma ritiene che l’utilizzo del preservativo per diminuire il rischio di contagio è ‘ un primo atto di responsabilità ’, ‘ un primo passo sul cammino verso una sessualità più umana ’, piuttosto che non farne uso, esponendo l’altro al pericolo di vita ”. E’ opportuno notare, per essere esatti, che il papa parla non soltanto di un “ primo atto di responsabilità ”, ma anche di un “ primo passo verso la moralizzazione ”. Nello stesso senso, il cardinale Georges Cottier che fu teologo della Casa Pontificia sotto Giovanni Paolo II e all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, in occasione di un’intervista all’Agenzia Apcom il 31 gennaio 2005 aveva dichiarato: “ In situazioni particolari – e io penso in ambienti in cui circola la droga o in cui regna una grande promiscuità umana ed una grande miseria, come in certe zone dell’Africa e dell’Asia – in questi casi, l’uso del preservativo può essere considerato come legittimo.” Legittimità dell’uso del preservativo visto come un passo verso la moralizzazione, in certi casi, questo è il problema posto dall’affermazione del papa in Luce del mondo.

3. Quello che Benedetto XVI non ha detto e che i suoi predecessori hanno sempre detto

“ Nessuna ‘ indicazione ’o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito.” ( Pio XII, Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951).

“Non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura.” ( Pio XI, Enciclica Casti Connubii)

Ora, l’uso del preservativo è contro natura in quanto svia un atto umano dal suo fine naturale. Il suo utilizzo resta dunque sempre immorale. Alla domanda chiara del giornalista “ la Chiesa cattolica è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde con una situazione eccezionale e non ricorda che la Chiesa è sempre fondamentalmente contraria all’uso dei preservativi. Ora, che l’uso del preservativo sia un’azione intrinsecamente immorale e materia di peccato mortale, è un punto fermo nell’insegnamento tradizionale della Chiesa, per esempio in Pio XI e in Pio XII, e anche nel pensiero di Benedetto XVI che dice al giornalista che lo interroga: “ Evidentemente, la Chiesa non considera il preservativo come una soluzione reale e neanche morale ”, ma il papa comunque l’ammette, in certi casi. Questo tuttavia è inammissibile riguardo alla fede: “ Non vi può essere ragione alcuna, insegna Pio XI in Casti Connubii (II, 2), sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura”. Cosa che ricorda Pio XII nella sua Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951: “ Nessuna ‘ indicazione ’ o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in u atto morale e lecito ”. Cosa che affermò san Paolo: “ Non facciamo il male perché ne venga un bene ” (Rm 3, 8). Benedetto XVI sembra considerare il caso di questo prostituto secondo i principi della “ morale di gradualità ” che vuol permettere certi delitti meno gravi per condurre progressivamente i delinquenti dai delitti estremi all’innocuità. Questi delitti minori non sarebbero senza dubbio morali, ma il fatto che facciano parte di un cammino verso la virtù li renderebbe leciti. Ora, quest’idea è un grave errore perché un male minore resta un male qualunque miglioramento apporti. “ In verità, insegna Paolo VI in Humanæ vitæ (n° 14), se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene (cf. Rm 3, 8), cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali”. Tollerare un male minore non equivale a rendere questo male ‘ legittimo’, né a iscriverlo in un processo di ‘ moralizzazione ’. In Humanæ vitæ ( n° 14) si ricorda che: “ E’ un errore pensare che un atto coniugale reso volontariamente infecondo e perciò intrinsecamente disonesto, possa essere reso onesto dall’insieme di una vita coniugale feconda ”, allo stesso modo che bisogna dire che è un errore avanzare l’idea che il preservativo, in sé disonesto, possa essere onesto dalla speranza di un cammino verso la virtù di un prostituto che lo utilizza. All’opposto di una disassuefazione che passerebbe da un peccato “ più mortale ” a un peccato “ meno mortale ”, l’insegnamento evangelico afferma chiaramente: “ Va’ e non peccare più ” ( Gv 8, 11), e non “ Va’ e pecca di meno ”.

4. Quello che i cattolici hanno bisogno di sentire dalla bocca di un papa

Certamente un libro-intervista non può essere considerato come un atto del magistero, a fortiori quando si allontana da ciò che è stato insegnato in modo definitivo e invariabile. Non di meno i medici e i farmacisti che si rifiutano coraggiosamente di prescrivere e distribuire preservativi e contraccettivi per fedeltà alla fede ed alla morale cattoliche, e più generalmente tutte le famiglie numerose legate alla Tradizione, hanno assolutamente bisogno di sentire che l’insegnamento perenne della Chiesa non cambierà nel corso del tempo. Si aspettano tutti il fermo richiamo ce la legge naturale, come la natura umana in cui è incisa, è universale. Ora, in Luce del mondo si trova un’affermazione che relativizza l’insegnamento di Humanæ vitæ designando coloro che lo seguono fedelmente come “ minoranze profondamente convinte ” che offrono ad altri “ un affascinante modello da seguire ”. Come se l’Enciclica di Paolo VI fissasse un ideale irraggiungibile; cosa di cui si era già del tutto persuasa la maggioranza dei vescovi per meglio far scivolare questo insegnamento sotto il moggio – laddove proprio Cristo ci vieta di mettere la “ luce del mondo” ( Mt 5, 14). L’esigenza evangelica diventerebbe dunque sfortunatamente l’eccezione destinata a confermare la regola generale del mondo edonista nel quale viviamo? Quel mondo al quale il cristiano non si deve conformare (cf. Rm 12, 2), ma che egli deve trasformare come “ il lievito nella pasta ” (cf. Mt 13, 33) e al quale deve dare il gusto della Saggezza divina come “ il sale della terra ” (Mt 5, 13).

Menzingen, 26 novembre 2010

(Tradotto da http://www.dici.org/)

Lumen Caritatis

Poichè forse a più di uno è sfuggito il recente Messaggio "Lumen Caritatis" che il Papa ha indirizzato alla Chiesa Ambrosiana in occasione del 4° Centenario di san Carlo Borromeo. E' significativo che il Papa che ha fatto della "Caritas" un po' il motto del Pontificato, applichi il termine nel titolo della lettera al santo ambrosiano. La vogliamo riproporre perché in essa il Papa  sembra tracciare il cammino per una vera "riforma" della Chiesa...

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
ALL’ARCIVESCOVO DI MILANO
IN OCCASIONE DEL IV CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE
DI SAN CARLO BORROMEO

LUMEN CARITATIS

Al venerato Fratello
Cardinale DIONIGI TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano

Lumen caritatis. La luce della carità di san Carlo Borromeo ha illuminato tutta la Chiesa e, rinnovando i prodigi dell’amore di Cristo, nostro Sommo ed Eterno Pastore, ha portato nuova vita e nuova giovinezza al gregge di Dio, che attraversava tempi dolorosi e difficili. Per questo mi unisco con tutto il cuore alla gioia dell’Arcidiocesi ambrosiana nel commemorare il quarto centenario della canonizzazione di questo grande Pastore, avvenuta il 1° novembre 1610.

1. L’epoca in cui visse Carlo Borromeo fu assai delicata per la Cristianità. In essa l’Arcivescovo di Milano diede un esempio splendido di che cosa significhi operare per la riforma della Chiesa. Molti erano i disordini da sanzionare, molti gli errori da correggere, molte le strutture da rinnovare; e tuttavia san Carlo si adoperò per una profonda riforma della Chiesa, iniziando dalla propria vita. È nei confronti di se stesso, infatti, che il giovane Borromeo promosse la prima e più radicale opera di rinnovamento. La sua carriera era avviata in modo promettente secondo i canoni di allora: per il figlio cadetto della nobile famiglia Borromeo si prospettava un futuro di agi e di successi, una vita ecclesiastica ricca di onori, ma priva di incombenze ministeriali; a ciò si aggiungeva anche la possibilità di assumere la guida della famiglia dopo la morte improvvisa del fratello Federico.

Eppure, Carlo Borromeo, illuminato dalla Grazia, fu attento alla chiamata con cui il Signore lo attirava a sé e lo voleva consacrare al servizio del suo popolo. Così fu capace di operare un distacco netto ed eroico dagli stili di vita che erano caratteristici della sua dignità mondana, e di dedicare tutto se stesso al servizio di Dio e della Chiesa. In tempi oscurati da numerose prove per la Comunità cristiana, con divisioni e confusioni dottrinali, con l’annebbiamento della purezza della fede e dei costumi e con il cattivo esempio di vari sacri ministri, Carlo Borromeo non si limitò a deplorare o a condannare, né semplicemente ad auspicare l’altrui cambiamento, ma iniziò a riformare la sua propria vita, che, abbandonate le ricchezze e le comodità, divenne ricolma di preghiera, di penitenza e di amorevole dedizione al suo popolo. San Carlo visse in maniera eroica le virtù evangeliche della povertà, dell’umiltà e della castità, in un continuo cammino di purificazione ascetica e di perfezione cristiana.

Egli era consapevole che una seria e credibile riforma doveva cominciare proprio dai Pastori, affinché avesse effetti benefici e duraturi sull’intero Popolo di Dio. In tale azione di riforma seppe attingere alle sorgenti tradizionali e sempre vive della santità della Chiesa cattolica: la centralità dell’Eucaristia, nella quale riconobbe e ripropose la presenza adorabile del Signore Gesù e del suo Sacrificio d’amore per la nostra salvezza; la spiritualità della Croce, come forza rinnovatrice, capace di ispirare l’esercizio quotidiano delle virtù evangeliche; l’assidua frequenza ai Sacramenti, nei quali accogliere con fede l’azione stessa di Cristo che salva e purifica la sua Chiesa; la Parola di Dio, meditata, letta e interpretata nell’alveo della Tradizione; l’amore e la devozione per il Sommo Pontefice, nell’obbedienza pronta e filiale alle sue indicazioni, come garanzia di vera e piena comunione ecclesiale.

Dalla sua vita santa e conformata sempre più a Cristo nasce anche la straordinaria opera di riforma che san Carlo attuò nelle strutture della Chiesa, in totale fedeltà al mandato del Concilio di Trento. Mirabile fu la sua opera di guida del Popolo di Dio, di meticoloso legislatore, di geniale organizzatore. Tutto questo, però, traeva forza e fecondità dall’impegno personale di penitenza e di santità. In ogni tempo, infatti, è questa l’esigenza primaria e più urgente nella Chiesa: che ogni suo membro si converta a Dio. Anche ai nostri giorni non mancano alla Comunità ecclesiale prove e sofferenze, ed essa si mostra bisognosa di purificazione e di riforma. L’esempio di san Carlo ci sproni a partire sempre da un serio impegno di conversione personale e comunitaria, a trasformare i cuori, credendo con ferma certezza nella potenza della preghiera e della penitenza. Incoraggio in modo particolare i sacri ministri, presbiteri e diaconi, a fare della loro vita un coraggioso cammino di santità, a non temere l’ebbrezza di quell’amore fiducioso a Cristo per cui il Vescovo Carlo fu disposto a dimenticare se stesso e a lasciare ogni cosa. Cari fratelli nel ministero, la Chiesa ambrosiana possa trovare sempre in voi una fede limpida e una vita sobria e pura, che rinnovino l’ardore apostolico che fu di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tanti vostri santi Pastori!

2. Durante l’episcopato di san Carlo, tutta la sua vasta Diocesi si sentì contagiata da una corrente di santità che si propagò al popolo intero. In che modo questo Vescovo, così esigente e rigoroso, riuscì ad affascinare e conquistare il popolo cristiano? È facile rispondere: san Carlo lo illuminò e lo trascinò con l’ardore della sua carità. “Deus caritas est”, e dove c’è l’esperienza viva dell’amore, lì si rivela il volto profondo di Dio che ci attira e ci fa suoi.

Quella di san Carlo Borromeo fu anzitutto la carità del Buon Pastore, che è disposto a donare totalmente la propria vita per il gregge affidato alle sue cure, anteponendo le esigenze e i doveri del ministero ad ogni forma di interesse personale, comodità o tornaconto. Così l’Arcivescovo di Milano, fedele alle indicazioni tridentine, visitò più volte l’immensa Diocesi fin nei luoghi più remoti, si prese cura del suo popolo nutrendolo continuamente con i Sacramenti e con la Parola di Dio, mediante una ricca ed efficace predicazione; non ebbe mai timore di affrontare avversità e pericoli per difendere la fede dei semplici e i diritti dei poveri.

San Carlo fu riconosciuto, poi, come vero padre amorevole dei poveri. La carità lo spinse a spogliare la sua stessa casa e a donare i suoi stessi beni per provvedere agli indigenti, per sostenere gli affamati, per vestire e dare sollievo ai malati. Fondò istituzioni finalizzate all’assistenza e al recupero delle persone bisognose; ma la sua carità verso i poveri e i sofferenti rifulse in modo straordinario durante la peste del 1576, quando il santo Arcivescovo volle rimanere in mezzo al suo popolo, per incoraggiarlo, per servirlo e per difenderlo con le armi della preghiera, della penitenza e dell’amore.

La carità, inoltre, spinse il Borromeo a farsi autentico e intraprendente educatore. Lo fu per il suo popolo con le scuole della dottrina cristiana. Lo fu per il clero con l’istituzione dei seminari. Lo fu per i bambini e i giovani con particolari iniziative loro rivolte e con l’incoraggiamento a fondare congregazioni religiose e confraternite laicali dedite alla formazione dell’infanzia e della gioventù.

Sempre la carità fu la motivazione profonda delle asprezze con cui san Carlo viveva il digiuno, la penitenza e la mortificazione. Per il santo Vescovo non si trattava solo di pratiche ascetiche rivolte alla propria perfezione spirituale, ma di un vero strumento di ministero per espiare le colpe, invocare la conversione dei peccatori e intercedere per i bisogni dei suoi figli.

In tutta la sua esistenza possiamo dunque contemplare la luce della carità evangelica, la carità longanime, paziente e forte che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,7). Rendo grazie a Dio perché la Chiesa di Milano è sempre stata ricca di vocazioni particolarmente consacrate alla carità; lodo il Signore per gli splendidi frutti di amore ai poveri, di servizio ai sofferenti e di attenzione ai giovani di cui può andare fiera. L’esempio e la preghiera di san Carlo vi ottengano di essere fedeli a questa eredità, così che ogni battezzato sappia vivere nella società odierna quella profezia affascinante che è, in ogni epoca, la carità di Cristo vivente in noi.

3. Non si potrebbe comprendere, però, la carità di san Carlo Borromeo se non si conoscesse il suo rapporto di amore appassionato con il Signore Gesù. Questo amore egli lo ha contemplato nei santi misteri dell’Eucaristia e della Croce, venerati in strettissima unione con il mistero della Chiesa. L’Eucaristia e il Crocifisso hanno immerso san Carlo nella carità di Cristo, e questa ha trasfigurato e acceso di ardore tutta la sua vita, ha riempito le notti passate in preghiera, ha animato ogni sua azione, ha ispirato le solenni liturgie celebrate con il popolo, ha commosso il suo animo fino a indurlo sovente alle lacrime.

Lo sguardo contemplativo al santo Mistero dell’Altare e al Crocifisso risvegliava in lui sentimenti di compassione per le miserie degli uomini e accendeva nel suo cuore l’ansia apostolica di portare a tutti l’annuncio evangelico. D’altra parte, ben sappiamo che non c’è missione nella Chiesa che non sgorghi dal “rimanere” nell’amore del Signore Gesù, reso presente a noi nel Sacrificio eucaristico. Mettiamoci alla scuola di questo grande Mistero! Facciamo dell’Eucaristia il vero centro delle nostre comunità e lasciamoci educare e plasmare da questo abisso di carità! Ogni opera apostolica e caritativa prenderà vigore e fecondità da questa sorgente!

4. La splendida figura di san Carlo mi suggerisce un’ultima riflessione rivolta, in particolare, ai giovani. La storia di questo grande Vescovo, infatti, è tutta decisa da alcuni coraggiosi “sì” pronunciati quando era ancora molto giovane. A soli 24 anni egli prese la decisione di rinunciare a guidare la famiglia per rispondere con generosità alla chiamata del Signore; l’anno successivo accolse come una vera missione divina l’ordinazione sacerdotale e quella episcopale. A 27 anni prese possesso della Diocesi ambrosiana e dedicò tutto se stesso al ministero pastorale. Negli anni della sua giovinezza, san Carlo comprese che la santità era possibile e che la conversione della sua vita poteva vincere ogni abitudine avversa. Così egli fece della sua giovinezza un dono d’amore a Cristo e alla Chiesa, diventando un gigante della santità di tutti i tempi.

Cari giovani, lasciate che vi rinnovi questo appello che mi sta molto a cuore: Dio vi vuole santi, perché vi conosce nel profondo e vi ama di un amore che supera ogni umana comprensione. Dio sa che cosa c’è nel vostro cuore e attende di vedere fiorire e fruttificare quel meraviglioso dono che ha posto in voi. Come san Carlo, anche voi potete fare della vostra giovinezza un’offerta a Cristo e ai fratelli. Come lui, potete decidere, in questa stagione della vostra vita, di “scommettere” su Dio e sul Vangelo. Voi, cari giovani, non siete solo la speranza della Chiesa; voi fate già parte del suo presente! E se avrete l’audacia di credere alla santità, sarete il tesoro più grande della vostra Chiesa ambrosiana, che si è edificata sui Santi.

Con gioia Le affido, venerato Fratello, queste riflessioni, e, mentre invoco la celeste intercessione di san Carlo Borromeo e la costante protezione di Maria Santissima, di cuore imparto a Lei e all’intera Arcidiocesi una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1° novembre 2010, IV Centenario della Canonizzazione di san Carlo Borromeo.

Benedetto XVI

venerdì 26 novembre 2010

Conferenza a Livorno

ASSOCIAZIONE «CRISTO RE» LIVORNO


Venerdì 3 dicembre - Ore 21,00

Parrocchia di S. Rosa - Via Machiavelli, 32

LIVORNO

CONFERENZA PUBBLICA SUL TEMA

 
L'ANTICRISTO
E LA FINE DI UN'EPOCA
Profilo dimenticato di una figura
e di un evento escatologico
alla luce della Scrittura e delle apparizioni mariane:
elementi di riflessione per il nostro tempo

di
P. Serafino Tognetti
della Comunità dei Figli di Dio (Don Divo Barsotti),
curatore di una rubrica di spiritualità di Radio Maria

Per maggiori informazioni: cristore.livorno@hotmail.it

"Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere, chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio" (2 Tess. 2, 3).

giovedì 25 novembre 2010

parole sante!




«Le nostre anime sono fatte per la verità. Le nostre intelligenze, riflesso dello spirito divino, ci sono state date al fine di conoscere la Verità, di darcene la luce che ci indicherà lo scopo verso il quale deve orientarsi tutta la nostra vita […]. È per questo che il dovere più pressante dei vostri pastori, che devono insegnarvi la verità, è quello di diagnosticarvi quelle malattie dello spirito che sono gli errori. E come non deplorare, come già faceva san Paolo, che alcuni di coloro che hanno ricevuto la missione di predicare la Verità non han più il coraggio di dirla, oppure la presentano in modo tanto equivoco che non si sa più dove si trova il limite fra la Verità e l’errore».
                                           
                                         Mons. Marcel Lefebvre