lunedì 31 gennaio 2011

non si può promuovere questo sincretismo e poi avvertire che bisognerà badare a evitare il sincretismo


Pubblichiamo un articolo dell'abbé Paul Aulegnier, uno dei fondatori dell'Istituto del Buon Pastore, a proposito della convocazione delle religioni del mondo ad Assisi, annunciata da Benedetto XVI per il prossimo ottobre.
L'articolo è stato pubblicato sul sito dello stesso abbé Aulagnier, nella sezione “regards sur le monde”, il 18 gennaio 2011

Perché il 27 ottobre 2011 non dobbiamo «commemorare questo gesto storico» di Assisi 1986


Il 1 gennaio 2011, in occasione della preghiera dell’Angelus, il Papa Benedetto XVI ha annunciato la sua intenzione di rinnovare la cerimonia interreligiosa di Assisi del 27 ottobre 1986:

«nel prossimo mese di ottobre, mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace».

Lo aveva già annunciato nel suo messaggio per la Pace per l’anno 2011, dal titolo: Libertà religiosa, via per la pace.

Egli scriveva: «Nel 2011 ricorre il 25° anniversario della Giornata mondiale di preghiera per la pace, convocata ad Assisi nel 1986 dal Venerabile Giovanni Paolo II. In quell’occasione i leader delle grandi religioni del mondo hanno testimoniato come la religione sia un fattore di unione e di pace, e non di divisione e di conflitto. Il ricordo di quell’esperienza è un motivo di speranza per un futuro in cui tutti i credenti si sentano e si rendano autenticamente operatori di giustizia e di pace».

Si sa tuttavia che il Papa Benedetto XVI, allora ancora cardinale, non volle assistere a questa «Giornata mondiale di preghiera per la pace», a causa del rischio di sincretismo in una simile giornata. Così come, da quando è assiso sul soglio di Pietro, in due occasioni ha voluto apportare delle precisazioni su questa giornata, forse in vista dell’anniversario.

In un messaggio indirizzato al vescovo di Assisi, il 2 settembre 2006, egli scriveva: «Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come “spirito di Assisi”, è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica. […] Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla».

Ma, semplice appunto, non ha pregato lui stesso con i giudei e i rabbini della sinagoga di Roma in occasione della sua ultima visita?

Una cosa sono le parole, altra cosa gli atti.

E in visita ad Assisi, il 17 giugno 2007, il Papa ha dichiarato nuovamente nella sua omelia: « La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso. […] Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo, unico Salvatore del mondo».

Le intenzioni di Benedetto XVI sono certamente chiare e oneste… ma esse non possono impedire, de jure, il rischio di sincretismo, di relativismo e di indifferentismo. Come dice molto bene Romano Amerio, nel suo libro “Stat Veritas”: «Questo è puro parlato:… non si può promuovere questo sincretismo e poi avvertire che bisognerà badare a evitare il sincretismo» (Chiosa 51).

Non è neanche perché questa riunione si svolge ad Assisi, in cui il Poverello ha impresso il suo marchio del dono di sé a Cristo, che ad essa, di per sé, si può assicurare una corretta ortodossia. Si può essergli infedeli.

Di più, il 27 ottobre 1986, con Giovanni Paolo II, forse si voluto stare attenti «perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche» avendo cura « che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni». Desiderio sincero, certo, ma che non fu e non poteva essere realizzato, tanto che si può parlare, a giusto titolo, della giornata pancristiana di Assisi o dell’«illusione pancristiana di Assisi».

In effetti, ad Assisi, il 27 ottobre 1986, i cattolici non hanno pregato, al pari dei «rappresentanti delle altre religioni», per conto loro, come lascia intendere Benedetto XVI, secondo i propri riti e nella piena «espressione della propria fede», ma si sono riuniti in «preghiera ecumenica» con i «rappresentanti delle confessioni e delle comunità cristiane» nella cattedrale di San Rufino. Cosa chiaramente riportata da L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986. Là il Papa, spogliatosi di ogni insegna del suo primato, diede il via, sempre nella sua qualità di ospite – ciò che sarà Benedetto XVI il prossimo 27 ottobre – ad una celebrazione tipicamente protestante con lettura di passi della Bibbia, frammisti a canti, e conclusi dalla «preghiera universale», quella «di tutta la Chiesa». Testimonianza, questa, che si ritrova a pagina 3 del citato numero de L'Osservatore Romano.

Il saluto indirizzato all’assemblea, letto dall’«ospite», Giovanni Paolo II, ha parlato senza dubbio di «serie questioni che ancora ci dividono », ma ha anche detto che «il nostro presente grado di unità in Cristo è nondimeno un segno per il mondo che Gesù Cristo è veramente il principe della pace». Meglio ancora, ha concluso auspicando che la preghiera : « deve farci crescere nel rispetto degli uni verso gli altri come esseri umani, come Chiese e comunità ecclesiali» (Discorso ai rappresentanti delle confessioni e delle comunità cristiane, Cattedrale di San Rufino, 27 ottobre1986; vedi anche L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986).

Nessun’altra distinzione, se non quella imposta dal suo ruolo di «ospite che invita», è stata riconosciuta al Papa dal cerimoniale ecumenico. Cosa che scandalizzò talmente Mons. Lefebvre che vide in questo un’ingiuria al Vicario di Cristo. E perfino la preghiera finale dei «pancristiani», sulla piazza della Basilica inferiore di San Francesco è stata iniziata da una donna «pastore», mentre il Papa era solo quarto «tra tanti saggi».

A rincarare la dose, l’indomani dell’«incontro di Assisi», il cardinale Etchegaray dichiarava: «Per me la preghiera della Chiesa cristiana nella cattedrale di San Rufino è stata il momento, il tempo forte di tutta la giornata… La qualità e l’intensità di questa preghiera era tale che tutti sembravano illuminati come da una nuova comune effusione dello Spirito Santo». È così che egli si è «ridicolmente e sentimentalmente» espresso sul quotidiano Avvenire del 2 novembre 1986. E occorre ricordare che egli fu il grande organizzatore della giornata di Assisi.

Gioco forza si è costretti a riconoscere che nella Babele di Assisi i cardinali e lo stesso Papa hanno rappresentato di fatto, non la Chiesa cattolica, ma la «Chiesa cristiana» che comprende i non cattolici.

E chi erano quelli che componevano questa «Chiesa cristiana» che secondo il cardinale Etchegaray avrebbe avuto la sua Pentecoste ad Assisi? Le «diverse Chiese e confessioni che hanno Cristo per fondamento», ci dice L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986. In pratica: la Chiesa ortodossa, le «Chiese» riformate e la Chiesa cattolica. Evidentemente questa «Chiesa cristiana» non era la Chiesa cattolica, ma una super-chiesa che supera ed include la Chiesa cattolica stessa, al pari delle altre sedicenti «Chiese».

Che ecclesiologia!

In effetti, la preghiera della «Chiesa cristiana» ad Assisi non è stata quella della Chiesa cattolica, la cui fede si esprime pienamente nella Santa Messa, «sacrificio vero e autentico», come insegna il Concilio di Trento al contrario degli autori di queste «confessioni e comunità cristiane» riuniti con i cattolici a San Rufino. Il rito della Nuova Messa è stato celebrato il 27 ottobre di buon mattino, dal Papa, Giovanni Paolo II, a Perugia, prima di essere condotto ad Assisi, dove il cerimoniale lo ha ecumenicamente confuso con i suoi «fratelli separati» - e questo Benedetto XVI, malgrado la sua intenzione, non potrà fisicamente evitarlo – per pregare con loro «ecumenicamente» e «senza trionfalismo», spogliato della dignità di Vicario di Cristo, dimentico che la Chiesa cattolica è tutt’uno con Cristo che deve regnare eternamente su tutte le cose, tutti i beni, tutti gli esseri. Questo gli deriva di diritto divino. Ma questo non potrà essere confessato dal Papa. Eppure è la sua funzione!

Ma c’è di più, ad Assisi la Chiesa cattolica è stata messa, non al livello delle false religioni, che si dicano cristiane o no, ma al di sotto di esse. Si è ricordato al cardinale Etchegaray che è stato permesso a tutti di «esprimersi nella pienezza della propria fede» (DC del 7/21 settembre 1986), ma questo non è stato permesso ai cattolici; «che la preghiera di ciascuno è stata rispettata», ma quella dei cattolici non lo è stata. E quando, mettendo in moto il carosello finale sulla piazza bassa di San Francesco, si è trionfalmente dichiarato: «Ci siamo riuniti in piena fedeltà alle nostre tradizioni religiose, profondamente coscienti dell’identità di ciascuno dei nostri impegni della fede» (O. R., cit., p. 4), questo era vero per tutti salvo che per i cattolici, né per la loro preghiera, né per il loro Pontefice, Lui, che è pur sempre il Vicario di Cristo…

Infine, mentre era stato previsto con gran cura che i rappresentanti delle false religioni si riunissero, secondo il loro desiderio, «insieme per pregare, ma senza pregare insieme» (Radio Vaticana), i rappresentanti ufficiali dell’unica vera religione hanno pregato unendosi ai rappresentanti delle false religioni sedicenti cristiane.

La pratica pancristiana di Assisi basta a dimostrare, tra l’altro, che vent’anni di falso ecumenismo sono bastati perché tra i cattolici, a cominciare dalla gerarchia, prendesse piede l’indifferentismo pancristiano. Oggi tutto appare legittimo.

Per tutte queste ragioni, la «giornata di Assisi» non può essere né rinnovata né commemorata; essa non è «commemorabile»; essa non è degna della Chiesa cattolica, essa è «spregevole».



sabato 29 gennaio 2011

Mons. Lefebvre aveva consacrato la sua vita per la Chiesa, per Roma, per il Papato, viveva per essa e per Lui servire la Chiesa voleva dire salvare le anime.

Mons. Lefebvre visto da un suo vicino collaboratore
a cura di Marco Bongi

Presentiamo il resoconto di un interessante colloquio con uno dei primi collaboratori di mons. Marcel Lefebvre. Don Emanuel Du Chalard, noto per essere stato il pioniere della presenza FSSPX in Italia e per aver sempre mantenuto contatti diplomatici informali fra la Fraternità e Roma, ci descrive alcuni aspetti della personalità del fondatore, uscendo, forse per la prima volta, dal suo proverbiale ed umile riserbo.

* * *

Don Emanuele, Lei è stato uno dei primi sacerdoti ordinati da mons. Lefebvre dopo la fondazione della FSSPX. Gli è poi stato vicino per molti anni. Ci può brevemente descrivere la sua personalità nella vita quotidiana, al di là dei momenti pubblici?

Prima di tutto mons. Lefebvre fu per noi un padre e un esempio. Sempre attento a tutto anche ai più piccoli dettagli. Voleva che il seminario fosse semplice ma pulito e ordinato. Viveva in seminario come noi, seguiva lo stesso orario, era sempre presente a tutte le preghiere comunitarie, prendeva i pasti in refettorio con i seminaristi, non chiedeva mai niente di speciale per lui. D’altra parte non gli piacevano i favoritismi. Era molto attento alle persone, sempre pronto ad ascoltare i seminaristi, si poteva andare a trovarlo nel suo ufficio quando si voleva, sembrava che non avesse mai altre cose da fare. Fu un esempio di disponibilità. Aveva sempre una grande attenzione per gli ospiti, una conversazione gradevole e gli piaceva l’umorismo o la battuta. Trasmetteva un senso di gioia oltre che di pace e serenità. Era un uomo buono, ma era soprattutto un sacerdote e un Vescovo vicino a tutti. Per vederlo o avere un appuntamento non era difficile: non aveva un segretario privato, si gestiva tutto da solo, appuntamenti, corrispondenza, organizzazione dei viaggi.

Il suo stile di vita fu un esempio per noi tutti. E possiamo serenamente affermare che la Fraternità San Pio X ha improntato il suo modo di vivere più sull'esempio del suo fondatore che traendolo dal suo insegnamento.

Ci può raccontare qualche aneddoto inedito da lei vissuto accanto a mons. Lefebvre?

Non saprei, ma posso affermare che più ho conosciuto e frequentato mons. Lefebvre, soprattutto nel contesto romano, più mi sono reso conto che era davvero un grande uomo di Chiesa. Ben pochi hanno avuto la sua esperienza maturata dalle responsabilità ricevute. Conosceva la Curia Romana e i suoi meccanismi alla perfezione. Praticamente, per una ragione o per un'altra, aveva frequentato tutti i dicasteri vaticani. Non solo conosceva bene la Chiesa e i suoi problemi ma aveva di essa una visione di fede e soprannaturale. Tutto ciò faceva di lui un ecclesiastico di gran statura.

Lei accompagnò spesso mons. Lefebvre nelle sue visite in Vaticano. Con quale animo venivano vissuti tali momenti, come si conciliava in lui l'amore per la Roma cattolica ed il desiderio di difendere la dottrina di sempre, spesso contraddetta dalle medesime autorità?

Mons. Lefebvre aveva consacrato la sua vita per la Chiesa, per Roma, per il Papato, viveva per essa e per Lui servire la Chiesa voleva dire salvare le anime. Per questo la crisi post-conciliare fu da lui vissuta come un dramma. Il senso missionario era iscritto profondamente nella sua anima. Possiamo dire che la sua reazione davanti alla crisi della Chiesa fu determinata dalla consapevolezza di quali fossero i veri bisogni anime. Se la fede non è più trasmessa, le anime non possono salvarsi.

Mi ricorderò sempre della sua reazione all’annuncio della prima giornata di Assisi dell’ottobre 1986. Di passaggio ad Ecône, ero nel suo ufficio, e gli dissi quello che si sussurrava su questo progetto. Egli si mise la testa fra le mani e disse con tono molto addolorato: “E’ la distruzione della missione”. Era la sua anima profondamente missionaria chi reagiva.

Ho sempre constatato in lui un grande rispetto per la gerarchia ecclesiastica. Forse la sua timidezza e anche questo rispetto, facevano sì che se un Cardinale nella conversazione affermava un errore o diceva cose sbagliate, generalmente Monsignore taceva e non parlava più. Per lui era inconcepibile che un uomo di Chiesa potesse parlare così. E uscito dall’incontro mi diceva “Ma come è possibile che il Cardinale possa affermare queste cose!” Era sbalordito.

Fu per lui una tragedia certamente il trovarsi in opposizione con Roma e con il Papa. Lui che per decenni fu incoraggiato dal Papa per il suo apostolato in Africa, non concepiva come non potesse più lavorare nello stesso spirito e con lo stesso zelo. Qualche cosa era cambiato con il Concilio. In tali situazioni fu solo la sua gran fede a guidarlo, e fu una fede fino all’eroismo. Pagò con la sua persona.

Nella fede infatti c’è un ordine. La Chiesa è al servizio della Verità (Verità soprannaturale), la Chiesa è la guardiana della Verità, non fa la Verità e non può cambiarla. Poi essa deve trasmetterla nella sua integralità. La Chiesa è anche al servizio delle anime, e ha la responsabilità della loro salvezza. Tutto il resto deve essere ordinato in funzione della Fede e della salvezza delle anime.

Furono questi concetti che guidarono monsignor Lefebvre in questi anni di difficoltà con Roma. Egli era persuaso che un giorno Roma ringrazierà la Fraternità per la sua difesa della fede e per tutti i sacrifici fatti. Io personalmente sono convinto che un giorno la Chiesa riconoscerà la fede eroica di questo Vescovo.

Lei fu accanto a mons. Lefebvre anche nel momento in cui decise di ordinare i quattro vescovi della FSSPX. Come vennero vissuti quei giorni? Quale fu il fatto decisivo che lo portò a questa difficile scelta?

Non fui il solo sacerdote a seguire da vicino questo momento delicato dell'esistenza di Monsignore e della vita interna alla Fraternità. Penso che padre Franz Schmidberger, che era allora il Superiore Generale e i quattro che furono consacrati Vescovi, potrebbero testimoniare meglio di me. Ci furono essenzialmente tre tappe per questo cammino: la decisione di consacrare, quando farlo e infine la consacrazione stessa.

La prima tappa fu lungamente preparata con una riflessione personale sulla crisi della Chiesa. molto probabilmente chiese pareri a persone competenti e soprattutto pregò molto. Si sa, ad esempio, che per almeno un anno Monsignore si alzò tutte le notti per pregare un’ora davanti al Santissimo Sacramento allo scopo di avere le grazie necessarie per capire quello che doveva fare. L’ho sentito dire: “Potrei lasciare le cose come sono, e poi il Signore provvederà per il futuro della Fraternità, ma il Signore mi potrebbe dire anche il giorno del giudizio: ha fatto tutto quello che poteva come Vescovo?” Al mio umile avviso sarebbe sbagliato pensare che Monsignore abbia preso questa decisione solo per la Fraternità e il suo avvenire.

Certamente, egli vedeva piuttosto il bisogno della Chiesa in generale e ritenne, in coscienza, che questo passo era necessario per un ritorno della Tradizione, specialmente attraverso il rinnovamento di un sacerdozio autentico.

Questa fu la prima tappa e, una volta presa la decisione, ci fu per lui come un senso di sollievo perché aveva capito con chiarezza che quella era la volontà del Signore.

La seconda tappa riguardò il quando procedere a tali consacrazioni episcopali. La soluzione del problema venne a seguito di una successione di avvenimenti. Prima volle ancora tentare con Roma la possibilità di vedere che cosa si potesse fare: incontri con il Cardinale Ratzinger, poi visita canonica con il Cardinale Gagnon, quindi la commissione fra la Santa Sede e la Fraternità, infine il famoso protocollo del 5 maggio 88.

Tutto ciò non avrebbe tuttavia permesso di continuare con serenità la sua opera, anche se Monsignore riconosceva che nel protocollo la Santa Sede faceva delle concessioni importanti come l’uso dei libri liturgici tradizionali.

Certamente inoltre un fatto non secondario era la sua età avanzata. Capiva che non poteva più continuare a viaggiare per impartire le Cresime e fare le ordinazioni. E così prese la decisione di consacrare quattro vescovi il 30 giugno 1988.

La terza tappa la conosciamo tutti. Fu vissuta con un po’ di tensione, a causa di alcune minacce e della gran folla di giornalisti venuti da tutto il mondo.

Aggiungo, a tal proposito, due considerazioni. La prima concerne la serenità e la pace che ha accompagnato Monsignore in tutte e tre le tappe e che seppe sempre comunicare a quelli che gli erano vicino. L’altra considerazione riguarda la sua determinazione. Una volta presa una decisione, più niente lo fermava. Prima delle consacrazioni ha avuto tante pressioni da Roma e da altri ambienti, affinché rinunciasse. Questo mi ricorda come avesse mantenuto il medesimo comportamento in occasione della conferenza tenuta nel giugno 1977 a Roma, nel palazzo della principessa Pallavicini. All’epoca ci fu una forte pressione mediatica dei giornali italiani, e delle visite di diverse personalità, ma niente e nessuno lo avevano fermato. Non era un uomo precipitoso nelle sue decisioni. Quando però le decisioni erano state assunte, soprattutto se erano sofferte, più niente lo fermava.

E' vero che l'incontro di Assisi del 1986 rappresentò un elemento importante che spinse mons. Lefebvre alla scelta delle consacrazioni episcopali?

Non direi che l’incontro d’Assisi fu l’elemento decisivo. Esso rappresentò piuttosto un segno evidente, e sotto gli occhi di tutti, della gravità della crisi. Indicava infatti con chiarezza dove potevano portare le novità del Concilio Vaticano II. L’Osservatore Romano all’epoca aveva giustificato Assisi con il Concilio. Ecco dove portava la famosa libertà religiosa e l’ecumenismo del Concilio, al di là di tutte le interpretazioni artificiose che si intesero dare a tale evento.

In fin dei conti la crisi attuale porta all’apostasia e ciò che viviamo oggi, la rende ancora più evidente che nel 1988.

Mons. Lefebvre le parlò mai del suo incontro con padre Pio? Alcuni autori in proposito raccontano che in tale occasione il santo di Pietralcina rimproverò mons. Lefebvre, altri lo negano. Lei ne sa qualcosa di più?

Monsignore era molto discreto su tutto quello che aveva fatto e faceva. Ma su questo punto, ci ha precisato che l’incontro fu molto breve. Chiese a Padre Pio di pregare per il capitolo generale della congregazione dei missionari dello Spirito Santo della quale era allora il Superiore Generale. Era infatti molto preoccupato e chiese una benedizione. La risposta di Padre Pio fu: E’ lei che deve benedirmi. Non ci furono altre parole. Contro le dicerie sul fatto che padre Pio avrebbe detto che Monsignore sarebbe stato all'origine di uno scisma, abbiamo potuto avere la testimonianza dei due sacerdoti che l’avevano accompagnato a San Giovanni Rotondo. Tali testimonianze confermano quello che Monsignore ha sempre detto su questo incontro.

Anche nei momenti più difficili mons. Lefebvre mantenne rapporti di amicizia con alcuni alti prelati. Ci può dire qualcosa in proposito, specialmente rispetto al suo successore a Dakar il Card. Thiandum e al Card. Siri?

Monsignore fu sempre rispettato da molti prelati a Roma. Da una parte per gli incarichi che aveva svolto: Arcivescovo di Dakar, Delegato Apostolico per tutta l’Africa francese, poi Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo, congregazione questa che contava allora cinquemila membri. Egli compì un lavoro enorme, è un fatto che nessuno può negare. Fu rispettato anche perché era un uomo integro, non ricattabile, coerente e poi parecchi sapevano che in fondo aveva ragione, mentre loro non avevano avuto il suo coraggio per delle questioni di opportunità. Essere criticato, ingiuriato, disprezzato, umiliato, condannato, considerato come fuori della Chiesa, scomunicato, e accettarlo per amore di Gesù Cristo e della sua Chiesa non è dato a tutti.

Il Cardinale di Dakar, mons. Thiandium fu certamente uno dei più coraggiosi. Aveva una grande ammirazione per Monsignore, gli doveva tutto, sacerdozio, episcopato e possiamo dire anche cardinalato in quanto, in un certo senso, gli aveva preparato la strada. Non fu soltanto per questo che il Cardinale stimava mons. Lefebvre; conosceva le sue qualità e l’aveva visto all’opera a Dakar. So che il Cardinale è intervenuto presso Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II in favore di mons. Lefebvre. In occasione del Sinodo sulla famiglia aveva organizzato un incontro fra il Cardinale Ratzinger, mons. Lefebvre e lui stesso. Ci furono anche alcuni incontri con il Cardinale Siri, ma non saprei dire in quale clima si svolsero.

Poi, fu sempre ricevuto dai Cardinali Oddi e Palazzini.

A quanto le risulta mons. Lefebvre ebbe esperienze mistiche?

Se certamente Monsignore fu un uomo molto aperto, amabile e di facile approccio, era però molto discreto su quello che aveva fatto per esempio in Africa. Raccontava volentieri delle storie di avventure nella savana ma non il suo operato. Un giorno ho chiesto a sua sorella carmelitana, Madre Marie Christiane se sapesse qualche cosa dell’apostolato in Africa, mi ha risposto: ogni volta che ho chiesto a mio fratello notizie su quello che faceva come missionario o Vescovo, lui cambiava discorso.

Essendo stato lui sempre molto riservato circa la sua persona, sarei incapace di dire se ha avuto esperienze mistiche. So con certezza che pregava molto soprattutto quando aveva delle difficoltà da risolvere, e d’altra parte di quel sogno nella cattedrale di Dakar sulla restaurazione del sacerdozio al quale fa allusione all’inizio dell’Itinerario Spirituale, libro che consideriamo un po’ come il suo testamento. Che tipo di sogno era però non lo sappiamo.

Alcuni giornalisti hanno sostenuto che mons. Lefebvre, negli ultimi giorni di vita, fosse angosciato e, in un certo senso, "pentito" di alcuni suoi gesti. Le risulta? Quando fu l'ultima volta che lo vide?

Da quello che io posso sapere, Monsignore non si è mai pentito di quello che ha fatto. Personalmente ho avuto la grazia di passare una settimana con lui un mese prima della sua morte, tre giorni in Sardegna e tre giorni in Toscana. Lo ho ancora visto in ospedale a Martigny, per un'ora, una settimana prima della sua scomparsa e prima dell’intervento chirurgico a cui fu sottoposto. Posso testimoniare che era molto sereno, mi ha parlato della Fraternità, dei fedeli e più volte ha anche scherzato.

giovedì 27 gennaio 2011

Chi è, allora, che disobbedisce al Concilio ?

Pubblichiamo il testo di una conferenza tenuta dal compianto Michael Davies (1936-2004), nel 1982, a Londra, e riproposta nel numero di novembre 2010 della rivista della Latin Mass Society (Londra): Mass of Ages.
Michael Davies, insegnante inglese convertitosi al Cattolicesimo, fin da dopo la fine del Concilio Vaticano II si è distinto per la difesa della Tradizione liturgica e dottrinale della Santa Chiesa. È stato Presidente della Federazione Internazionale Una Voce dal 1995 al 2003 ed ha sviluppato una intensa attività apologetica con un gran numero di libri, di articoli e di conferenze.
La conferenza che qui presentiamo riassume una tematica che, a quasi 30 anni di distanza, conserva tutta la sua attualità. La traduzione in italiano è di un vecchio amico di Michael Davies, il Dott. Mario Seno, uno dei fondatori di Una Voce Italia che ha condotto per anni la buona battaglia per la salvaguardia della Liturgia Tradizionale.
La rivista Mass of Ages ha presentato così la pubblicazione della conferenza:
Non c’era da aspettarsi che Papa Benedetto avrebbe menzionato le “guerre di liturgia” durante la sua visita (del settembre 2010 in Gran Bretagna, ndr.).
In una famosa conferenza dei Cattolici Tradizionali al Porchester Hall di Londra nel 1982 si protestò energicamente contro la riluttanza dei membri della gerarchia “ad aprire generosamente i cuori e far posto per ogni cosa che la Fede stessa ammette” (Papa Benedetto XVI).
Questa riluttanza esiste ancora perfino dopo la pubblicazione del “Summorum Pontificum”.
Michael Davies (1936-2004) fece il seguente discorso in quella conferenza, che è ancora oggi d’attualità.


Cattolici leali e tuttavia emarginati


Vorrei rivolgere le mie osservazioni ai membri della Commissione Cattolica per la Giustizia Razziale e al suo Presidente, il vescovo ausiliare di Birmingham. Si può avere la commissione giusta e l’ausiliare sbagliato, o la commissione sbagliata e l’ausiliare giusto o entrambi possono essere sbagliati o, con un po’ di fortuna, entrambi possono essere giusti. Abbiamo così tante commissioni e così tanti vescovi ausiliari che la burocrazia della Chiesa cattolica deve essere l’unica industria in espansione nello stato britannico.

Rivolgo le mie osservazioni alla Commissione a proposito della sua dichiarazione che il Rastafarianismo è un’esperienza religiosa valida e che ai suoi fedeli dovrebbe essere dato accesso alle sedi cattoliche per adorare l’imperatore Hailè Selassiè e il defunto Duca di Gloucester, benché si sottintenda che il culto di quest’ultimo è limitato al grado di dulìa (onore o devozione dovuti propriamente ai santi).

Devo ammettere che la raccomandazione della Commissione mi ha causato l’inarcamento di un sopracciglio, probabilmente perché sono considerato un cattolico pre-conciliare. Io non sono aggiornato, riciclato, all’avanguardia, orientato alla collettività o con la mentalità ecumenica.

È naturalmente un po’ impertinente essere un cattolico pre-conciliare oggi. Benché ci fosse un tempo in cui alcuni cattolici pre-conciliari erano considerati piuttosto rispettabili : S. Pietro, S. Atanasio, S. Tommaso d’Aquino, S. John Fisher, S. Thomas More, S. Richard Gwyn, S. Teresa d’Avila, S. Bernadette, S. Pio X.

Dove sono i loro omologhi nella Chiesa post-conciliare ?

Come cattolico pre-conciliare avevo immaginato che Nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio Incarnato, avesse fondato una Chiesa e solo una Chiesa, e avesse dato alla Sua Chiesa e soltanto alla Sua Chiesa, il mandato di predicare il Vangelo, di amministrare i Sacramenti e di offrire adorazione pubblica nel Suo nome. Avevo anche immaginato che fosse totalmente incompatibile con l’unicità e con il mandato divino della Chiesa, permettere a chiunque sia al di fuori della sua visibile unità di usare le sue sedi per l’adorazione dei propri culti erronei.

Ciò si applicherebbe anche ai cristiani non cattolici, la cui adorazione è almeno centrata sul vero Dio e sul Suo divino Figlio. Non avrei mai creduto che avremmo offerto le nostre sedi agli adepti di un culto grottesco, a una falsa religione se mai ce ne fu. Mi chiedo cosa hanno provato quelle devote famiglie cattoliche delle Indie Occidentali con i cuori infranti, poiché i loro figli sono stati circuiti e sono entrati in questa setta, quando sono venuti a conoscenza di quella dichiarazione.

Io spero che la Commissione Cattolica per la Giustizia Razziale e il suo Presidente episcopale siano gente in buona fede e siano perciò disposti a mettere una buona parola per un’altra minoranza incompresa, la cui esperienza religiosa è per loro - così spero – almeno altrettanto valida del Rastafarianismo, benché i suoi aderenti tendano a favorire la dolce fragranza dell’incenso piuttosto che l’odore della canapa indiana.

Parlo della Fede cattolica tradizionale e della Messa cattolica tradizionale del rito romano, la Messa nota a noi tutti come la Messa Tridentina. Non potrebbero il vescovo e la sua commissione trovare nei loro cuori la forza di ammettere che questa Messa costituisce “una valida esperienza religiosa” ?

Risalendo alle origini

Scrisse Padre Faber : “È la cosa più bella da questa parte del cielo. Proveniva dalla grande mente della Chiesa e ci innalzava oltre la terra e oltre noi stessi, avvolgendoci in una nube di mistica dolcezza, e le sublimità di una liturgia più che angelica ci purificavano e ci incantavano con fascino celestiale così che i nostri sensi medesimi sembravano trovare visione, ascolto, fragranza, gusto e tatto più di quanto si possa percepire.”

Quanti di noi possono testimoniarlo per esperienza propria !

Il termine “Messa tridentina” è, naturalmente, una denominazione impropria. Padre Adrian Fortescue, il più grande storico liturgico d’Inghilterra, scrisse: “La nostra Messa risale senza cambiamenti essenziali all’epoca quando Cesare governava il mondo e pensava di poter sradicare la Fede di Cristo e i nostri padri si riunivano prima dell’alba e cantavano un inno a Cristo come Dio… non c’è nella Cristianità un rito così venerabile come il nostro”.

Ma oggi quel rito venerabile è meno accettabile nelle sedi della Chiesa cattolica dell’adorazione dell’imperatore Hailè Selassiè.

S. Pio V non ha certamente inventato un nuovo rito della Messa. Si accontentò di codificare il messale romano vigente e di estenderne l’uso in tutte le diocesi di rito romano come baluardo contro l’eresia protestante. Le sue preghiere e i suoi rituali resero esplicite le dottrine del Sacrificio e della Presenza Reale secondo il principio lex orandi, lex credendi. La legge della preghiera è la legge della fede.

I laici cattolici hanno il diritto di rendere note le loro esigenze spirituali ai loro pastori, soprattutto al loro Supremo Pastore, il Santo Padre stesso. Certamente noi siamo autorizzati a dirgli che desideriamo esprimere la nostra fede con il rito della Messa che ha sorretto innumerevoli milioni di cattolici attraverso le nazioni e i secoli. Questa era la forma della Messa che i preti martiri d’Inghilterra e del Galles celebravano in segreto, spesso a costo delle loro vite. Era la forma della Messa che S. Francesco Saverio portò nelle Indie, che i missionari martiri del Canada portarono agli indiani a prezzo di sofferenze troppo terribili da descrivere.

È “la perla di grande valore” della Chiesa che avrebbe dovuto essere più inviolabile e più sacrosanta di qualsiasi altra cosa essa stessa possedesse. Se fosse stato proposto di distruggere la cattedrale di Chartres o la Basilica di San Pietro per rimpiazzarle con mostruosità in calcestruzzo più in linea con la “mentalità dell’uomo moderno”, non è difficile immaginare il moto di ribellione e di protesta che avrebbe pervaso tutto il mondo. Ma distruggere la Messa di S. Pio V, in verità “la cosa più bella da questa parte del cielo”, è un atto di vandalismo liturgico di tale dimensione di fronte al quale la distruzione di tutte le cattedrali d’Europa apparirebbe di poca importanza.

Ma, ci dicono, “lo ha ordinato il Concilio Vaticano Secondo”. Davvero ?

Il Concilio decretò che nulla nella Messa dovesse essere cambiato, a meno che non lo richiedesse veramente e con certezza il bene della Chiesa.

Bene, prendete in mano il vostro messale romano, guardate i cambiamenti che sono stati fatti e trovatene uno che il bene della Chiesa abbia richiesto veramente e con certezza. Trovatene uno che ci abbia reso dei cattolici migliori e più spirituali. Trovatene uno che abbia contribuito all’unità della Chiesa.

Avrebbe dovuto andarsene il “Judica me” ? Lo stupendo doppio Confiteor era una causa di atrofia spirituale ? La genuflessione al “Et incarnatus” nel Credo nuoceva alla causa dell’ortodossia dottrinale ? Quelle sublimi preghiere dell’Offertorio causavano la perdita di milioni di praticanti ? L’Ultimo Vangelo alienava la gioventù ?

Chi allora disobbedisce al Concilio ?

Il Concilio stabilì che tutti i riti esistenti fossero preservati e incoraggiati con grande cura.

Padre Joseph Gelineau, uno dei commissari liturgici responsabili dell’invenzione e dell’imposizione del nuovo rito, affermava con orgoglio che il rito romano era stato distrutto. Noi preserviamo e incoraggiamo qualche cosa distruggendola ? Certamente no !

Chi allora disobbedisce al Concilio ?

Il latino doveva rimanere la norma nel rito romano : è stato così ? Naturalmente no.

Il canto gregoriano doveva essere la norma nelle Messe cantate : è così ?

Domani passate per la vostra parrocchia, poi andate a vedere la parrocchia vicina, poi la prossima e poi la seguente ancora e vedrete quando mai il canto gregoriano è la norma.

Chi è, allora, che disobbedisce al Concilio ?

Il Concilio stabilì che i fedeli dovessero essere in grado di recitare o cantare assieme in latino le parti della Messa di loro pertinenza. Noi possiamo farlo, come si verificava quando noi cantavamo il Credo; ma che succede ai bambini nelle nostre scuole di oggi ? Anche loro dovrebbero essere in grado di farlo. È un loro diritto: un diritto acquisito con la nascita, ma essi ne sono stati privati.

Cercate sui documenti conciliari più diligentemente che potete, non troverete una parola sulla Messa rivolta al popolo, la Comunione sulla mano, i ministri laici della Comunione, la rimozione del tabernacolo dall’altare maggiore.

La rivoluzione che ci è stata imposta non ha proprio nulla a che fare con le riforme moderate proposte dal Concilio.

Il cardinale Heenan testimoniò che Papa Giovanni XXIII e i Padri conciliari non avevano alcuna idea di quello che gli esperti, che avevano redatto le bozze dei documenti, stavano progettando. Un vescovo americano affermò che i Padri conciliari vi avrebbero riso in faccia, se aveste detto loro quale sarebbe stata la riforma effettiva il giorno in cui votarono la Costituzione sulla Liturgia. Un prelato italiano disse che se ne avesse avuta la possibilità, sarebbe andato davanti a un notaio per ritirare il suo voto per la Costituzione sulla Liturgia, certificando che gli era stato ottenuto con un tranello.

“Beneficio pastorale”

Si potrebbe argomentare – e di fatto si è argomentato – che anche se questo non è ciò di cui ha dato mandato il Concilio, è stato comunque di grande beneficio pastorale.

Lo è stato davvero ?

In Olanda e in Francia la presenza alla Messa è diminuita di oltre il 60%, in Italia del 50%, negli Stati Uniti del 30% e in Inghilterra e nel Galles del 20%.

“Voi non potete provare che ciò è connesso con la riforma”, ci dicono i nostri esperti liturgici. Ma supponiamo che la presenza alla Messa fosse aumentata di più del 20% dall’epoca del Concilio: avrebbero detto allora che non era connessa con la riforma ? Naturalmente no !

Questo, tra l’altro, è sintomatico del pessimo stato odierno della Chiesa cattolica in Inghilterra e nel Galles. Lo stesso Papa Paolo VI avvertì che la Chiesa attraversa una fase di autodistruzione.

Aveva ragione. La Chiesa cattolica in Inghilterra e nel Galles, che era fiorente prima del Concilio, è ora stagnante e moribonda. Constatatelo voi stessi esaminando le statistiche dell’assistenza alla Messa, dei battesimi, delle ordinazioni, delle conversioni.

I cattolici tradizionali non stanno rigettando un rinnovamento liturgico fruttuoso.

Non c’è rinnovamento di sorta in questo Paese. È una fantasia della burocrazia.

Il recente sondaggio sui vescovi in tutto il mondo condotto dal Vaticano pretende di rivelare che praticamente nessuno desidera la Messa tridentina. Ma quando The Universe (giornale inglese, ndr.) consultò i suoi lettori per scoprire i loro sentimenti, ricevette un responso da primato in cui la maggioranza schiacciante optò per la Messa tradizionale in latino. Sondaggi d’opinione indipendenti condotti in Germania e negli Stati Uniti indicavano che il 64% e il 46% rispettivamente dei cattolici vorrebbero assistere alla Messa tridentina. Il rilevamento del Vaticano ha più o meno la stessa credibilità dell’occultamento del Watergate.

Un amico anglicano mi scrisse recentemente riguardo ad una Messa di Prima Comunione, cui assistette con la sua famiglia su invito di alcuni vicini cattolici. Ciò che ebbe luogo apparve come una discoteca per piccini piuttosto che un atto di adorazione. Il prete della parrocchia invitò ognuno a ricevere la Comunione: cattolici e protestanti allo stesso modo. I miei amici pensarono che, per essere cortesi, anch’essi avrebbero dovuto ricevere la Comunione, ma il loro bambino rifiutò. “Voi chiamate questa una funzione religiosa ?” disse, “io non prendo la Comunione qui”.

Potrei citare centinaia di esempi di simili abusi, che mi sono stati segnalati.

Nella sua lettera “Dominicae Cenae” del 24 febbraio 1980 Papa Giovanni Paolo II ci chiese scusa per tutti gli scandali e gli sconvolgimenti che abbiamo dovuto sopportare nella liturgia. Noi lo ringraziamo per le sue scuse. Ammiriamo la sua umiltà nel farlo: nessun Papa ha mai sentito il bisogno di presentare simili scuse in tutta la storia della Chiesa.

Vorremmo ricordargli le parole del suo predecessore Papa Benedetto XV, il quale scrisse :

“I Romani Pontefici non solo non hanno mai ripudiato quei sacri riti, la cui antichità dovrebbe garantire rispetto, finché essi mantengono l’obbedienza dovuta alla Santa Sede nell’unità della fede; essi hanno anche desiderato di vedere questi riti riverentemente conservati ed eseguiti comunque conformemente alle legittime disposizioni della Sede Apostolica, alla quale – sia chiaro – ogni rito deve obbedienza come al Sovrano Magistero”.

Così sia.

Io non sono secondo a nessuno nella mia devozione alla Santa Sede e sono sicuro che non c’è mai stata una riunione di cattolici più leale di quella presente oggi in questa sala. È certamente un caso fortuito che noi siamo proprio il tipo di cattolici che al Santo Padre non sarà concesso di incontrare durante la sua visita in questo Paese.

Il Cardinale Hume ha affermato che noi possiamo essere devoti figli e devote figlie della Chiesa e tuttavia praticare la contraccezione.

L’Arcivescovo Worlock sostiene che, se abbandoniamo i nostri consorti legittimamente sposati ed entriamo in un matrimonio invalido, saremmo comunque benvenuti alle balaustre dell’altare per la Santa Comunione.

Il vescovo ausiliare di Birmingham dice che ai Rastafariani dovrebbe essere permesso di usare le sedi cattoliche.

Bene, oggi sto per chiedervi di presentare un’istanza per la parità con tali individui. Perché i soli cattolici tradizionali devono essere i paria della Chiesa ?

Io mi appello a tutti quelli di voi che amano il sacro rito, la cui antichità dovrebbe garantire rispetto - un’esperienza religiosa veramente valida, “la cosa più bella da questa parte del cielo” – per sostenere la risoluzione che io vorrei proporre: Santo Padre, per il nostro beneficio spirituale e il bene di Santa Madre Chiesa, noi Vi preghiamo di togliere ogni restrizione per la celebrazione della Messa Tridentina.


lunedì 24 gennaio 2011

fantasmi dal passato...

Da che pulpito!


Sulla querelle destata dall'annuncio del prossimo Incontro Interreligioso di Assisi ricomincia, come da copione, la serie di articolesse di questo o quel personaggio di spicco del progressismo italiano. Strano che Manlio Sodi ed Enzo Bianchi non abbiano ancora pontificato. Strano che Avvenire taccia, senza sventolare il suo nihil est innovandum, che oggi più che mai avremmo condiviso. Curioso il silenzio del valetudinario card. Martini, che dell'ecumenismo fu espertissimo propugnatore e divulgatore.

All'appello indirizzato da alcuni intellettuali cattolici al Santo Padre e pubblicato sul Foglio dello scorso 11 Gennaio, risponde con livore Alberto Melloni, sul Corriere del giorno dopo: Gli zelanti e irrispettosi cattolici che cercano di influenzare il papa.

Melloni tradisce il proprio disappunto perché nell'omologato panorama del Cattolicesimo italiano vi è chi ha osato levare rispettosamente la voce ed esprimere le proprie perplessità ed i propri timori per le conseguenze che potrebbero concretamente derivare da un fraintendimento della presenza del Santo Padre alla riunione di Assisi.

E dire che di solito il dissenso della base, in nome della libertà dei figli di Dio propagandata dai figli del Vaticano II, dovrebbe esser ben accolto da chi, per formazione e per convinzione, non fa mistero del proprio progressismo democratico. Ma come? Non siete forse voi che dal Concilio in poi andate sbandierando come fatto positivo e necessario ogni rivolta, ogni dissenso, ogni critica, ogni insubordinazione all'autorità della Sacra Gerarchia, in nome della partecipazione dei fedeli al governo della Chiesa? Non siete voi che raccontate che il vostro Concilio era voluto dal popolo, che il popolo non capiva il latino e chiedeva con insistenza al Papa di dargli una liturgia finalmente comprensibile, nella lingua dei carrettieri e dei braccianti? Non siete voi, soloni di una chiesa moderna e democratica, che criticate apertamente il Pontefice, rammaricandovi con padre Ernesto Balducci (1) e Severino Dianich (2) per la mancata nascita di una chiesa popolare, che tragga la sua autorità dal basso? Non siete voi che concedete le vostre chiese e le aule dei Seminari per le conferenze dei teologi che Roma ha allontanato dagli Atenei Pontifici o di cui ha condannato le teorie? Che date spazio ai preti sposati, ai preti operai, ai preti black block? Non siete voi che disobbedite apertamente al Papa in campo politico, proclamandovi presuntuosamente cattolici adulti, quasi fosse segno di maturità e motivo di vanto dichiararsi apertamente indocili al Magistero? E ancora: non siete voi che avete fermamente avversato il Santo Padre sul Motu Proprio, impartendogli petulanti lezioni di liturgia ed insinuando che con quel gesto si rendeva reo di leso Concilio? La vostra incoerenza vi sconfessa, e vi rivela per quello che siete.

Eppure non siete nuovi a bacchettare il Papa. Nel 1967, il Circolo Cattolico Maritain di Rimini scrisse a Paolo VI un appello che riportiamo nella sua interezza, richiamando l'attenzione anche sui modi in cui questi laici si rivolgono al Sommo Pontefice:

Il cardinale Spellman ha detto che «gli Stati Uniti stanno combattendo nel Nord Vietnam una guerra santa», e, rivolto alle armate statunitensi ha detto: «Voi non solo state servendo il vostro paese, ma state servendo la causa della giustizia, la causa della civiltà e la causa di Dio. Noi siamo tutti uniti nella preghiera e nel patriottismo in questo sforzo». Noi, cattolici di Rimini, siamo scandalizzati e sgomenti. È questa la Pacem in terris? È questa la nuova “età conciliare”? Siamo tornati alle crociate di infausta memoria e al patriottismo di cattiva lega con la benedizione delle armi e dei gagliardetti? Padre, Lei che così ansiosamente e paternamente non perde occasione per ammonire da “errori” e “deviazioni” e “pericoli” che si possono ravvisare negli scritti o nell'impegno di qualche sconosciuto membro di questo o quell'ordine religioso, e nell'attività di qualche “cenacolo” laico [chiaro riferimento a Don Mazzi e Don Milani] non vorrà rimanere inerte di fronte a certe grossolane deviazioni, a certe scandalose negazioni della Pace, solo perché fanno capo ad un cardinale di S. R. Chiesa?(3)

La disobbedienza al Magistero e al Papa non è finita dopo il Sessantotto, ma in nome dello spirito del Concilio è proseguita inarrestabile, legittimando la ribellione. Come fecero le Comunità di Base, giunte a proclamare il proprio sostegno al teologo eretico Hans Kung, sospeso dall'insegnamento, e ad invocare

un cambiamento di una chiesa autoritaria e centralistica [...] consentendo così una reale autonomia delle chiese locali al cui interno si affermino libertà evangelica, democrazia, coscienza critica, uguaglianza, carismi, diritti umani. (4)

Come dimenticare la Dichiarazione di Colonia del 1989, cui seguono “dichiarazioni” di intellettuali e teologi francesi (5) e di sessantadue teologi spagnoli (6), mentre si diffondono costantemente nuovi appelli per il dialogo nella chiesa e segnali di dissenso da parte di esponenti di numerosissimi ordini religiosi? Tra i farneticamenti del documento di Colonia, si legge:

In tutto il mondo, in molti casi, viene negata a teologi e teologhe qualificati l'autorizzazione ecclesiastica all'insegnamento. Si tratta di un grave e pericoloso attentato alla libertà di ricerca e di insegnamento, oltre che alla struttura dialogica della conoscenza teologica, che il Concilio Vaticano II ha ribadito in molti testi. Il conferimento dell'autorizzazione ecclesiastica all'insegnamento viene indebitamente utilizzato come strumento disciplinare. Stiamo assistendo al tentativo, estremamente discutibile dal punto di vista teologico, di rafforzare ed estendere in modo indebito la competenza magisteriale del papa, oltre a quella giurisdizionale. […] L'apertura della chiesa cattolica alla collegialità tra papa e vescovi, che pure è stata una delle acquisizioni fondamentali del Concilio Vaticano II, viene soffocata da un nuovo centralismo romano. L'esercizio dell'autorità, quale trova espressione nelle recenti nomine episcopali, è in contrasto con la fraternità del Vangelo, con le esperienze positive dello sviluppo dei diritti di libertà e con la collegialità dei vescovi. La prassi attuale ostacola il processo ecumenico in punti essenziali. […] Non tutti gli insegnamenti della chiesa sono ugualmente certi e hanno un uguale peso dal punto di vista teologico. Noi ci opponiamo alla violazione di questa dottrina dei gradi della certezza teologica ovvero della “gerarchia delle verità” nella prassi del conferimento e della negazione dell'autorizzazione ecclesiastica all'insegnamento. Singole questioni etiche e dogmatiche di dettaglio non possono perciò venire contrabbandate arbitrariamente come atte a stabilire l'identità della fede.

I ribelli tedeschi attaccavano Giovanni Paolo II anche sulla morale sessuale, appellandosi – guarda caso – proprio alla Dignitatis humanæ:

[…] Recentemente, rivolgendosi a teologi e a vescovi, il papa ha collegato la dottrina della regolazione delle nascite - senza tener conto del grado di certezza e del diverso peso degli asserti ecclesiastici - con verità di fede fondamentali quali la santità di Dio e la redenzione a opera di Gesù Cristo, così che coloro i quali criticano l'insegnamento papale sulla regolazione delle nascite vengono accusati di “minare i pilastri fondamentali della dottrina cristiana”, anzi con il loro richiamarsi alla dignità della coscienza essi cadrebbero nell'errore di rendere “vana la croce di Cristo”, di “distruggere il mistero di Dio” e di negare la “dignità dell'uomo”. I concetti di “verità fondamentale” e di “rivelazione divina” vengono usati dal papa per sostenere una dottrina del tutto particolare, che non può essere giustificata in base alla Sacra Scrittura, nè in base alle tradizioni della chiesa (cfr. i discorsi del 15 ottobre e del 12 novembre 1988). […] Il Concilio Vaticano II afferma: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana» (Decreto sull'ecumenismo, n. 11).

E poi la stilettata:

L'obbedienza nei confronti del papa, che in tempi recenti viene sempre più spesso dichiarata e pretesa da vescovi e cardinali, ha l'aspetto di un'obbedienza cieca. L'obbedienza ecclesiale a servizio del Vangelo richiede la disponibilità a un'opposizione costruttiva ( cfr. Codex Iuris Canonici, can. 212, § 3). Invitiamo i vescovi a ricordarsi dell'esempio di Paolo, che è rimasto in comunione con Pietro pur “resistendogli in faccia” nella questione della missione tra i pagani (Gal 2,11)

con la minaccia, tutt'altro che laudativa:

Tuttavia i teologi, che stanno al servizio della chiesa, hanno anche il dovere di esercitare pubblicamente la critica se l'autorità ecclesiastica fa un uso sbagliato del suo potere, contraddicendo così le sue finalità, ostacolando il cammino verso l'ecumene, sconfessando le aperture del Concilio.

Si noti che per gli estensori della Dichiarazione l'«uso sbagliato» del potere da parte della Gerarchia si concretizza quando essa ostacola «il cammino verso l'ecumene», o sconfessa «le aperture del Concilio».

La Congregazione per la Dottrina della Fede promugherà, a condanna della Dichiarazione e degli altri documenti analoghi, l’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, emanata il 24 maggio 1990 dal Prefetto card. Joseph Ratzinger con l'approvazione di Giovanni Paolo II. Le Comunità di Base, per bocca di don Franco Barbero, dissero al cardinale Ratzinger di occuparsi non già dei teologi ribelli, ma piuttosto di quelli eccessivamente obbedienti. Intervenì ovviamente anche Martini e mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, intimò: «il magistero deve ascoltare di più il popolo di Dio» (7). Come vediamo i nomi sono sempre gli stessi.

Tornando al velenoso articolo di Melloni, vi è uno scritto che a nostro avviso merita di non rimanere confinato nell'oblio del passato: è il famoso Documento “dei sessantatre” teologi italiani del 15 maggio 1989, che reca la firma, tra gli altri esponenti del dissenso, proprio dello stesso Alberto Melloni. (8) Va ricordato che questo documento esprimeva sostegno e appoggio alla Dichiarazione di Colonia, segnalando con preoccupazione «l'impressione che la chiesa cattolica sia percorsa da forti spinte regressive» (9).

Il Documento dei sessantatre merita di essere rispolverato per alcune proposizioni deliranti – sottroscritte dal Nostro – che però rivelano una certa incoerenza con l'ultimo suo articolo. Premesso che il Concilio Vaticano II costituirebbe una svolta radicale e irreversibile, nella comprensione della fede ecclesiale, il documento afferma che il Deposito della Fede custodito dalla Sede Apostolica non avrebbe valore in sè, nè valore assoluto, ma piuttosto lo otterrebbe per la sua connotazione pastorale, la sola che renderebbe possibile l'interpretazione fedele della verità dentro l'esistenza storica della comunità; che la natura gerarchica della Chiesa visibile dovrebbe lasciare il posto a una concezione della chiesa come comunione di chiese; che la funzione magisteriale del primato petrino non escluderebbe la varietà dei modi di intendere e di vivere la fede che lo Spirito suscita nelle diverse comunità; che la funzione del Magistero Pontificio nella chiesa delle origini non era riducibile alla funzione di guida della comunità e, pertanto, occorrerebbe ripensare tale funzione; che non si dovrebbe parlare di infallibilità del Magistero, anche di quello ordinario universale, ma della sua funzione pastorale; che il compito dei teologi non si svolge solo divulgando l'insegnamento del magistero e approfondendo le ragioni che ne giustificano le prese di posizione ma, piuttosto, quando raccolgono e propongono le domande nuove [...] o quando percorrono [...] sentieri inesplorati.

Leggere oggi questo sublimato di modernismo dimostra come, più di vent'anni or sono, si stessero gettando le basi per un cambiamento dottrinale non ancora scongiurato, ad iniziare dal ripensamento del Primato Petrino.

Questi sedicenti teologi, dopo cinquant'anni di indottrinamento alla rivolta, di appoggio ideologico, mediatico, logistico ed economico ai più esagitati rappresentanti del dissenso, alzano il ditino ammonitore, e rivestono l'abito austero dell'inquisitore, per stigmatizzare ciò in cui essi per primi si sono dimostrati campioni. E lo fanno a sproposito, perché l'appello di Agnoli, De Mattei, Palmaro ed altri non ha né i toni né i contenuti dei diktat che sono invece usciti dalla penna di questi progressisti.

La ragione di tanto rancore è evidentissima: questo appello rischia di togliere il monopolio del dissenso ai soliti noti, e l'alibi democratico finisce per ritorcersi contro chi lo aveva partorito per servirsene a proprio piacimento, ma sempre e solo a senso unico. E sappiamo bene che è tipico degli artefici della rivoluzione attribuire al popolo una volontà di cui essi per primi sono abili suggeritori; volontà che pesa come un macigno sui governanti, quando si tratta di trarne vantaggio per la causa, ma che per incanto volge in demagogia o deriva populista non appena si discosta dai propri progetti o addirittura osa invocare un ritorno al passato.

Entriamo nel merito dell'articolo di Melloni. Egli sentenzia: «L’obbedienza soprannaturale dovuta al Papa può essere offesa sia con la esplicita ribellione al suo ministero d’unità sia con quello zelo untuoso e cortigiano che cerca di impossessarsi di qualche brandello del suo magistero per bastonare coloro che la pensano diversamente». Parlando di esplicita ribellione, accenna forse a quella obbedienza che «richiede la disponibilità a un'opposizione costruttiva» di cui parlavano i teologi di Colonia? Perché poi usare un'espressione come zelo untuoso e cortigiano? Crede Melloni che parlare come figli ad un padre sia indice di cortigianeria? Pensa che dovremmo rivolgerci al Pontefice come gli esagitati delle Comunità di Base?

È evidente che si sta concretizzando il timore che – non fosse che proprio in ragione dei modi rispettosi e pacati in cui è formulato l'appello – in Vaticano si finisca col prestare ascolto alle istanze di una parte del mondo cattolico non allineata con i novatori. La mentalità rivoluzionaria concepisce il mondo – e la Chiesa – per categorie, ma è troppo semplice dividere a colpi d'accetta i buoni dai cattivi, il bianco dal nero. E qualcuno inizia a stancarsi di esser bollato come un fanatico o un retrogrado per il solo fatto di non condividere la crisi in cui versa la Chiesa da cinquant'anni. Non dimentichiamo che è proprio del metodo della Rivoluzione identificare il nemico, demonizzandolo e screditandolo, esasperandolo e mettendolo in una posizione di inferiorità. Se il nemico è serio, affidabile, educato; se non lo si può accusare di nazismo o di estremismo, qualcuno gli potrebbe prestar fede, facendo venir meno il controllo omologato sull'opinione pubblica. Non per nulla Melloni osserva che «questa tentata intimidazione» potrebbe non essere «priva di qualche sponda interna alle congregazioni di curia». E meno male: sarebbe davvero sconsolante se tutta la Curia Romana si fosse lasciata lobotomizzare a colpi di spirito del Concilio e di spirito di Assisi. E già presagisce che i congiurati vogliano «ottenere un inciso del discorso papale, da usare ad nauseam come una sanzione contro coloro che detestano [...] dentro la Chiesa cattolica». Ad nauseam? Con che coraggio si sovverte la realtà, dopo averci rintronato col mantra conciliare in tutte le prediche, da tutte le cattedre, su tutti i periodici e giornali?

In verità si auspica ben più di un inciso, perché non pare che il rischio di sincretismo sia trascurabile. Puntualizza infatti De Mattei: «L’appello è una domanda aperta. Non è un’accusa nei confronti di nessuno. Assisi, tra l’altro, non è un evento dottrinale ma è un esercizio di governo. Nel 1986 ero ad Assisi. Ricordo le chiese cattoliche divenute sede di riti animisti. L’evento fu talmente catastrofico che poi Ratzinger cercò di riparare. Non a caso la sua posizione ecumenica fu fortemente diversa da quella del cardinale Walter Kasper. E’ questa diversità che speriamo il Papa metta in campo ad Assisi. Perché la prima Assisi, quella del 1986, con tutto l’impatto mediatico che ebbe, fu un disastro» (10).

Non crediamo che l'appello di persone perbene del mondo cattolico italiano sia una «mossa audace e sbagliata», di certo è meno audace e meno sbagliata di quel Documento dei sessantatre che Melloni ha sottoscritto assieme ad Alberigo, a Bianchi, a Turoldo. Scripta manent.

NOTE

1Cfr. Adista, anno XXV, n. 14, 15 Luglio 1990, pagg. 400-401

2Severino Dianich, Perchè il teologo dopo il Vaticano II è nell'occhio del ciclone?, in Famiglia cristiana, n. 30 del 1990

3Cfr. Lettera aperta al papa sulla “guerra santa” nel Vietnam, 1967. Citata anche in Storia dell'Italia repubblicana di Silvio Lanaro, Marsilio Editori, 1996

4Cfr. Il Regno - Attualità, anno XXXIV, n. 4, 15 Febbraio 1989, pagg. 71-74

5Cfr. Non possiamo più tacere. Documento di intellettuali cattolici francesi: vescovi e Vaticano uccidono la libertà, in Adista, anno XXIII, n. 27, 10/11/12-4-1989, pag. 5

6Cfr. Ibid., anno XXIII, n. 33, 4/5/6-5-1989, pagg. 11-12

7Luigi Bettazzi, Il magistero deve ascoltare di più il popolo di Dio, in Il risveglio popolare del 5 Luglio 1990

8L'elenco dei firmatari è il seguente: Attilio Agnoletto (Università Statale di Milano), Giuseppe Alberigo (Università di Bologna), Dario Antiseri (Università LUISS di Roma), Giuseppe Barbaccia (Università di Palermo), Giuseppe Barbaglio (Roma), Maria Cristina Bartolomei (Università di Milano), Giuseppe Battelli (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Fabio Bassi (Bruxelles), Edoardo Benvenuto (Università di Genova), Enzo Bianchi (Comunità di Bose), Bruna Bocchini (Università di Firenze), Giampiero Bof (Istituto Superiore di Scienze Religiose Urbino), Franco Bolgiani (Università di Torino), Gianantonio Borgonovo (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Franco Giulio Brambilla (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Remo Cacitti (Università di Milano), Pier Giorgio Camaiani (Università di Firenze), Giacomo Canobbio (Seminario di Cremona), Giovanni Cerei (Roma), Enrico Chiavacci (Studio teologico fiorentino), Settimio Cipriani (Facoltà teologica dell'Italia meridionale, Napoli), Tullio Citrino (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Pasquale Colella (Università di Salerno), Franco Conigliano (Università di Palermo), Eugenio Costa (Centro Teologico di Torino), Carlo d'Adda (Università di Bologna), Mario Degli Innocenti (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Luigi Della Torre (Direttore di "Servizio della parola", Roma), Roberto dell'Oro (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Severino Dianich (Studio Teologico Fiorentino), Achille Erba (Comunità San Dalmazzo, Torino), Rinaldo Fabris (Seminario di Udine), Giovanni Ferretti (Università di Macerata), Roberto Filippini (Studio teologico interdiocesano, Pisa), Alberto Gallas (Università del Sacro Cuore, Milano), Paolo Giannoni (Studio Teologico fiorentino), Rosino Gibellini (Direttore Editoriale Queriniana, Brescia), Réginald Grégoire (Università di Pavia), Giorgio Guala (Alessandria), Maurilio Guasco (Università di Torino), Giorgio Jossa (Università di Napoli), Siro Lombardini (Università di Torino), Italo Mancini (Università di Urbino), Luciano Martini (Università di Firenze), Alberto Melloni (Istituto per le Scienze Religiose, Bologna), Andrea Milano (Università della Basilicata), Carlo Molari (Roma), Dalmazio Mongillo (Roma), Mauro Nicolosi (Istituto di scienze religiose di Monreale, Palermo), Flavio Pajer (Istituto di liturgia pastorale, Padova), Giannino Piana (Seminario di Novara), Paolo Prodi (Università di Bologna), Armido Rizzi (Centro S. Apollinare, Fiesole), Giuseppe Ruggieri (Studio teologico S. Paolo, Catania), Giuliano Sansonetti (Università di Ferrara), Luigi Sartori (Seminario maggiore, Padova), Cosimo Scordato (Facoltà teologica sicula, Palermo), Mario Serenthà (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Massimo Toschi (Lucca), Davide Maria Turoldo (Priorato S. Egidio, Sotto il Monte), Maria Vingiani (Segretariato attività ecumeniche, Roma), Francesco Zanchini (Università abbruzzese, Teramo), Giuseppe Zarone (Università di Salerno).

9Cfr. Lettera ai cristiani. Oggi nella chiesa..., in Il Regno - Attualità, anno XXXIV, n. 10, 15 Maggio 1989, pagg. 244-245

10Cfr. Risposta a Melloni, fratello censore. Firmatari dell’appello al Papa su Assisi replicano all’intimidazione, in il Foglio, 13 Gennaio 2011
 

sabato 22 gennaio 2011

Intervista a don Massimo Sbicego

a cura di Marco Bongi

- Come ha conosciuto la FSSPX? Ne aveva sentito parlare prima della conoscenza diretta?
Nel 1992 trovai un vecchio numero di “La Tradizione cattolica” era interessante: “chissà se lo pubblicavano ancora”; provai a contattare la redazione e mi abbonai. Nel frattempo conclusi l’itinerario del seminario, fui ordinato nel giugno 2000 e iniziai il ministero; solo del maggio 2007 visitai il priorato di Rimini ed incontrai don Luigi.

- Quando era seminarista le avevano mai parlato di mons. Lefebvre e della S. Messa antica?
No. La Tradizione nella sua dimensione positiva è assente dal moderno insegnamento in Seminario. Se si cita la Messa “pre-conciliare” lo si fa solo per sottolineare com’era inadeguata quella liturgia e quella teologia. Anche recentemente, in occasione del “motu proprio”, so che qualche “liturgista” ha usato il DVD della santa Messa pubblicato dalla Fraternità per deriderne con i seminaristi rito e gesti.

- Cosa ha provato la prima volta che si è avvicinato alla celebrazione della S. Messa di sempre?
Di trovarmi alla Presenza di Dio, un po’ come Mosè sul Sinai; per la prima volta tutta la celebrazione era “davanti a Lui” ed Egli stesso era lì. Nel rito copto le rubriche prescrivono che il sacerdote entri scalzo nel santuario, del resto il nostro rituale Pontificale prescrive particolari calzari per il vescovo; la prima volta che ho celebrato la Santa Messa ho intuito improvvisamente il perché: Mosè di fronte al roveto. Ogni volta che entro nel santuario è così: il roveto brucia della Sua presenza.

- Com’è la vita nella FSSPX?
E’ anzitutto una vita semplice e fraterna. Monsignore la pensò sulla scorta della sua esperienza in terra di missione: intuì l’importanza non solo dell’apostolato ma anche di un luogo nel quale “ricaricarsi” spiritualmente ed intellettualmente, ove vivere assieme ad altri sacerdoti, fraternamente; pensò ad un luogo che anche proteggesse i sacerdoti dal mondo; questo luogo è il “priorato”. E’ bello perché c’è sempre una buona parola, una battuta piuttosto che una discussione dottrinale, qualcosa da sistemare, un’ospite che viene da lontano, una preghiera nell’unica liturgia pur nella diversità delle lingue nazionali di ciascuno. Poi ci sono le suore, un esempio in tutto: di preghiera, laboriosità, attenzione, modestia, riservatezza ... ed i fratelli, dei consacrati non sacerdoti, che si prendono cura con generosità di noi tutti: della casa, degli ospiti, di noi sacerdoti.

- I priorati ospitano anche persone esterne?
Direi che il priorato è aperto all’accoglienza di quanti ne rispettano ritmi e finalità: per una parola, un incoraggiamento, un tempo di ritiro o di discernimento un sacerdote è sempre disponibile. Si organizzano poi specifici incontri per sacerdoti e fedeli; vi si predicano più volte all’anno gli esercizi ignaziani secondo il metodi di p. Francesco da Paola Vallet e diffuso da p. Ludovico Maria Barielle.

- Come si svolge la giornata, l’apostolato ... ?
Ci sono sostanzialmente due ritmi di vita diversi: quando siamo in casa (al priorato, durante la settimana o la feria) e nell’apostolato (al fine settimana o nelle feste). Al priorato la sveglia ufficiale è alle 6.00 ma molti sacerdoti si svegliano prima per recitare il Mattutino e le Lodi; alla 6.30 c’è la recita comune di Prima, quindi la meditazione e l’Angelus; alle 7.15 la Santa Messa ed il ringraziamento; alle 8.10 la colazione. C’è quindi il tempo da dedicare allo studio, alla preparazione di incontri, catechesi, convegni, agli articoli; per vari lavori manuali ed incombenze, oppure per un ulteriore momento di preghiera, per il breviario (Terza e Nona), la Sacra Scrittura etc. Alle 12.15 c’è la recita comune di Sesta e l’Angelus quindi il pranzo alle 12.30. Nel pomeriggio un ulteriore tempo di studio, lavoro o preghiera (la recita in privato del Vespro) sino alle 18.50 con la recita comune del Santo Rosario e dell’Angelus (il giovedì c’è la Benedizione Eucaristica). Alle 19.20 la cena e alle 20.45 la Compieta cui segue il Grande Silenzio sino alle 8.00 del giorno dopo. Nell’apostolato, il fine settimana, nelle feste, in altre occasioni, stanti gli obblighi clericali (Breviario e Santa Messa) e della Fraternità (Rosario quotidiano), gli orari sono flessibili in relazione alle diverse situazioni e necessità.
Io non sono ancora inserito in questa importante missione, vedo tuttavia i confratelli percorrere centinaia di chilometri per assistere ed incontrare i fedeli, celebrare loro la Santa Messa, risolvere innumerevoli problemi per la collocazione delle cappelle, la celebrazione, l’alloggio, per l’ostilità di parroci e vescovi, in questo senso non molto caritatevole con noi.

- Pensa che ci saranno altri sacerdoti che seguiranno il suo esempio?
Sinceramente penso che altri preti e seminaristi si pongano la questione. Come conseguenza della propria scelta di consacrazione al Signore, si rivela necessario un serio ripensamento delle dimensioni sacerdotale del “presbiterato” e sacrificale della Santa Messa. L’ondata ideologica post-conciliare si sta esaurendo in un sistema sostanzialmente agnostico, nei giovani sacerdoti e nei ragazzi si risveglia invece la ricerca dell’autenticità della nostra fede: di qui l’avvicinamento alla Tradizione Cattolica. Il sacerdote moderno, prima vittima del nuovo corso ecclesiale, vive spesso una profonda crisi d’identità; da essa egli può uscire unicamente riappropriandosi dei mezzi che gli fornisce la viva Tradizione della Chiesa: in primo luogo la Messa di sempre, quindi il Breviario, una vita sacerdotale Fraterna, dunque l’Apostolato.

Grazie mille don Massimo.
Grazie a Lei.

Mons. Athanasius Schneider chiede un nuovo Sillabo

"L’altro impedimento si manifestava nella mancanza di sapienti e allo stesso tempo intrepidi pastori della Chiesa che fossero pronti a difendere la purezza e l’integrità della fede e della vita liturgica e pastorale, non lasciandosi influenzare né dalla lode né dal timore.

Già il Concilio di Trento affermava in uno dei suoi ultimi decreti sulla riforma generale della Chiesa: “Il santo sinodo, scosso dai tanti gravissimi mali che travagliano la Chiesa, non può non ricordare che la cosa più necessaria alla Chiesa di Dio è scegliere pastori ottimi e idonei; a maggior ragione, in quanto il signore nostro Gesù Cristo chiederà conto del sangue di quelle pecore che dovessero perire a causa del cattivo governo di pastori negligenti e immemori del loro dovere” (Sessione XXIV, Decreto "de reformatione", can. 1).

Il Concilio proseguiva: “Quanto a tutti coloro che per qualunque ragione hanno da parte della Santa Sede qualche diritto per intervenire nella promozione dei futuri prelati o a quelli che vi prendono parte in altro modo il santo Concilio li esorta e li ammonisce perché si ricordino anzitutto che essi non possono fare nulla di più utile per la gloria di Dio e la salvezza dei popoli che impegnarsi a scegliere pastori buoni e idonei a governare la Chiesa”.

C’è dunque davvero bisogno di un Sillabo conciliare con valore dottrinale ed inoltre c’è il bisogno dell’aumento del numero di pastori santi, coraggiosi e profondamente radicati nella tradizione della Chiesa, privi di ogni specie di mentalità di rottura sia in campo dottrinale, sia in campo liturgico.

Questi due elementi costituiscono l’indispensabile condizione affinché la confusione dottrinale, liturgica e pastorale diminuisca notevolmente e l’opera pastorale del Concilio Vaticano II possa portare molti e durevoli frutti nello spirito della tradizione, che ci collega con lo spirito che ha regnato in ogni tempo, dappertutto e in tutti veri figli della Chiesa cattolica, che è l’unica e la vera Chiesa di Dio sulla terra"

venerdì 21 gennaio 2011

tutti i papi sono da canonizzare?

Su questo blog mi sono già occupato piú volte del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II: rispettivamente il 2 giugno 2009, il 2 gennaio 2010 e il 5 marzo 2010. Quanto dovevo dire, l’ho detto in tempi non sospetti, e pertanto ora potrei starmene tranquillo e limitarmi a constatare con piacere che alcune delle idee che esprimevo (allora controcorrente) vengono ora condivise da molti. In particolare, prendo atto con una certa soddisfazione che la distinzione fra “santità personale” e “scelte operative”, che in un primo momento sembrava dovesse essere applicata soltanto a Pio IX, Pio X e Pio XII, incomincia a essere usata anche nei confronti di Giovanni Paolo II.

Giunti a questo punto, però, con la firma del decreto di beatificazione da parte di Benedetto XVI, non ho alcuna difficoltà ad accettare il giudizio della Chiesa sulla santità di Giovanni Paolo II. Un giudizio che, oltre a fondarsi sui processi canonici (sul rigore dei quali è lecito nutrire qualche perplessità), trova secondo me una prova irrefutabile nel fatto che Wojtyla fu spiato per decenni dai servizi segreti comunisti, senza che essi riuscissero mai a incastrarlo in alcun modo: se solo ci fosse stata una seppur minima ombra nella sua vita personale, pensate che non ne avrebbero approfittato per distruggerne l’immagine?

Mi pare però che non sia fuori luogo interrogarsi su una questione che è stata posta nei giorni scorsi da Étienne Fouilloux su Le Monde. Lo storico francese fa una semplice constatazione storica: la tendenza a canonizzare i Papi è un fenomeno nuovo nella storia della Chiesa. Prima di Pio IX l’ultimo Papa divenuto santo era stato Pio V, che risale al Cinquecento. Dopo Pio IX sembrerebbe che tutti i Papi debbano essere canonizzati; solo di tre di loro non è in corso il processo di beatificazione: Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI. E Fouilloux ne spiega i motivi (personalmente ritengo che Papa Ratti cadde in disgrazia non per aver sottoscritto i Patti Lateranensi, ma, al contrario, per aver rotto col regime fascista). Fouilloux dà una spiegazione “politica” del fenomeno: si tratterebbe di «una forma di autogiustificazione del papato». Si può discutere su tale interpretazione, anche se mi sembra che non le manchi un fondo di verità.

Ma, al di là della validità o meno di tale interpretazione, rimane il fatto, sul quale mi pare piú che lecito interrogarsi: è davvero necessario procedere alla canonizzazione di tutti i Papi? Non metto in discussione la santità personale degli ultimi Papi, ma mi pongo alcune domande.

1. Se, come pare, bisogna distinguere fra “santità personale” e “scelte operative”, e se non sono queste ultime a determinare la canonizzazione (visto che su di esse si può liberamente discutere), la santità personale degli ultimi Papi è cosí straordinaria da meritare il riconoscimento ufficiale della Chiesa? Non ci sono nella Chiesa persone piú sante di loro, che pure non arrivano (o non sono ancora arrivate) all’onore degli altari? Tanto per fare un paio di esempi, Mons. Giuseppe Canovai, un diplomatico come Roncalli, non potrebbe essere piú santo di quest’ultimo? E il Card. Stefan Wyszyński non potrebbe essere piú santo del suo figlio spirituale Wojtyla?

2. Si direbbe dunque che gli ultimi Papi vengono canonizzati non perché erano piú santi di altri, ma semplicemente perché sono diventati Papi. Si ha l’impressione che il pontificato sia diventato una specie di “lasciapassare” verso la beatificazione. Si potrà contestare a Fouilloux che la decisione di canonizzare i Papi sia una decisione “politica”; ma non si può contestare che è “politica” la decisione di non introdurre il processo di beatificazione di alcuni di loro: che cosa impedisce di considerare santi Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI? Non credo che basti dire che Papa Ratti aveva un caratteraccio (anche San Girolamo lo aveva). Sappiamo il giudizio che dànno di Pio XI Don Divo Barsotti e il Card. Giacomo Biffi: il Papa piú grande non solo del secolo ventesimo, ma di tutti gli ultimi secoli (G. Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, 1ª ed., p. 51).

3. Vox populi, vox Dei! Qualcuno obietterà che la Chiesa non fa che riconoscere la “fama di santità” goduta dai Papi. Personalmente avrei qualche perplessità. Stiamo attenti a non confondere la vera devozione (si pensi, solo per fare un esempio, a quella per Padre Pio) con le reazioni emotive passeggiere, provocate spesso, soprattutto ai nostri giorni, dai mezzi di comunicazione. Non ho l’impressione che i fedeli abbiano grande devozione per Pio IX; anche nei confronti di Giovanni XXIII non esiste piú la venerazione che c’era negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Temo che fra qualche anno, una volta scomparsa la generazione che lo ha conosciuto, possa succedere lo stesso anche con Giovanni Paolo II.

4. Proprio per il motivo appena espresso, non mi sembra fondato il timore di “papolatria” o di “culto della personalità”. Sta di fatto però che la tendenza attualmente presente nella Chiesa cattolica non aiuta certo lo sforzo ecumenico in corso. D’accordo che non dobbiamo rinunciare a nulla di quanto è autenticamente cattolico solo per “fare un piacere” ai fratelli separati; ma penso che sarebbe opportuno evitare quanto potrebbe provocare un loro rigetto, soprattutto se si tratta di fenomeni nuovi. Se è vero che il terreno piú adatto per l’ecumenismo è la tradizione, sarebbe opportuno ritornare, anche per quanto riguarda il papato, alla tradizione. Non c’è dubbio che il Papa svolga nella Chiesa un ruolo fondamentale; ma non è necessario, perché esso sia pubblicamente riconosciuto, ornarlo in tutti i casi col fastigio della canonizzazione. Questa dovrebbe rimanere, a mio modesto avviso, un’eccezione, da riservarsi solo ad alcuni casi straordinari, che per forza di cose non possono essere vagliati nel giro di sei anni.

giovedì 20 gennaio 2011

Card. Bartolucci: "Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, In Paradisum, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso, si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno". Ipse dixit

30Giorni - Intervista al Card. Bartolucci
di Paolo Mattei

"Nel concistoro dello scorso 20 novembre Benedetto XVI ha creato cardinale monsignor Domenico Bartolucci. Nato il 7 maggio del 1917 a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, Bartolucci è stato per più di quarant’anni, dal 1956 al 1997, maestro direttore perpetuo della Cappella musicale Pontificia “Sistina”. Successore di monsignor Lorenzo Perosi in questo incarico, il neoporporato, durante il pontificato di Giovanni XXIII, riorganizzò la Cappella musicale del Papa, le cui origini risalgono alla Schola cantorum romana dei tempi di Gregorio Magno.

Bartolucci, tra i più autorevoli interpreti di Giovanni Pierluigi da Palestrina – che della Cappella Sistina fu cantore –, è accademico di Santa Cecilia e prolifico compositore di musica sacra. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive. "

Per leggere l'intevista per l'intero, vedere al link di 30Giorni

Mattei: Negli anni della sua direzione, la Cappella ha avuto anche un’intensissima attività concertistica.
Bartolucci: Abbiamo girato tutto il mondo. Nel ’96 siamo stati anche in Turchia. Cantammo l’Ave Maria a Istanbul, in latino, naturalmente, e la gente piangeva per la commozione. E non credo piangesse perché capiva la lingua…

M. Che intende dire?
B. Che dopo il Concilio Vaticano II il latino è stato messo da parte, ed è stato un errore esiziale. Con la promulgazione del Messale del 1970, i testi millenari del Proprium [l’insieme delle parti della messa che varia secondo l’anno liturgico o le memorie particolari, ndr] sono stati eliminati, e lo spazio per i canti dell’Ordinarium [l’insieme invariabile delle parti della messa, ndr] molto ridotto per l’introduzione delle lingue volgari.

M. È nota, eminenza, la sua avversione per questi cambiamenti.
B. Mi pare evidente come da allora la musica sacra e le scholae cantorum siano state definitivamente emarginate dalla liturgia, nonostante le raccomandazioni della constitutio de Sacra Liturgia del ’63 e del motu proprio Sacram Liturgiam, del ’64, nel quale il gregoriano è definito «canto proprio della liturgia romana».

M. Era auspicata la «actuosa participatio» del popolo.
B. Che da allora non c’è più stata.

M. Come sarebbe a dire?
B. Prima di questi “aggiornamenti” il popolo cantava a gran voce durante i Vespri, la Via Crucis, le messe solenni, le processioni. Cantava in latino, lingua universale della Chiesa. Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, In Paradisum, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso, si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno. Poi va corretta la mia fama di essere contro la partecipazione del popolo ai canti.

M. E come?
B. Ricordando, per esempio, che già prima del Concilio io curai un repertorio di canti in lingua italiana da destinare alle parrocchie: Canti del popolo per la santa messa, si intitolava. Naturalmente è sparito dalla circolazione.

lunedì 17 gennaio 2011

Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica ...



DICHIARAZIONE DI MONS. MARCEL LEFEBVRE DEL 21 NOVEMBRE 1974

Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.

Noi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite.

Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito e contribuiscono ancora alla demolizione della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, all’annientamento del Sacrificio e dei Sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa, a un insegnamento neutralista e teilhardiano nelle università, nei seminari, nella catechesi, insegnamento uscito dal liberalismo e dal protestantesimo più volte condannati dal magistero solenne della Chiesa.

Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli.

“Se avvenisse - dice San Paolo - che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema” (Gal. 1,8).

Non è forse ciò che ci ripete il Santo Padre oggi?

E se una certa contraddizione si manifesta tra le sue parole e i suoi atti, così come negli atti dei dicasteri, allora scegliamo ciò che è stato sempre insegnato e non prestiamo ascolto alle novità distruttrici della Chiesa.

Non si può modificare profondamente la lex orandi senza modificare la lex credendi.

Alla messa nuova corrisponde catechismo nuovo, sacerdozio nuovo, seminari nuovi, università nuove, Chiesa carismatica, pentecostale, tutte cose opposte all’ortodossia e al magistero di sempre.

Questa riforma, essendo uscita dal liberalismo e dal modernismo, è tutta e interamente avvelenata; essa nasce dall’eresia e finisce nell’eresia, anche se non tutti i suoi atti sono formalmente ereticali. È dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in qualsiasi maniera.

L’unico atteggiamento di fedeltà alla Chiesa e alla dottrina cattolica, per la nostra salvezza, è il rifiuto categorico di accettazione della riforma.

Per questo, senza alcuna ribellione, alcuna amarezza, alcun risentimento, proseguiamo l’opera di formazione sacerdotale sotto la stella del magistero di sempre, persuasi come siamo di non poter rendere servizio più grande alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future.

Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l’insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l’istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell’influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna.

Così facendo siamo convinti, con la grazia di Dio, l’aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica e Romana, a tutti i successori di Pietro e di essere i fideles dispensatores mysteriorum Domini Nostri Jesu Christi in Spiritu Sancto.

Amen.

+ Marcel Lefèbvre,

21 novembre 1974, nella festa della Presentazione di Maria SS.ma