venerdì 18 febbraio 2011

"L'ultima Messa di Padre Pio" a Seregno


Il 25 febbraio, invitati dal Circolo culturale John Henry Newman, Alessandro Gnocchi e don Alberto Secci presenteranno «L’ultima Messa di Padre Pio. L’anima segreta del santo delle stigmate». L’iniziativa rappresenta la naturale prosecuzione dell’incontro precedente, dedicato al rapporto tra il Beato Newman e la Messa di sempre. Non si possono infatti comprendere il cardinale inglese e il frate di Petralcina se non a partire dalla Messa di san Pio V. Padre Pio: il santo delle stigmate, ma anche il santo della Messa di sempre. Il frate cappuccino amava celebrare Messa perché essa rappresentava «un completamento sacro con la passione di Gesù» e, in essa, il frate subiva i patimenti provati da Cristo durante la Passione. Dal rosso delle piaghe che si formavano sul corpo del padre si innalzava la gloria a Dio e la salvezza dei fratelli.


L’incontro si svolgerà a Seregno, alle ore 21.00, presso la Sala Civica Mons. Gandini, via XXIV maggio.

giovedì 17 febbraio 2011

non perdiamo la trebisonda

Una specie di panico si sta diffondendo oltremodo. Nei siti tradizionalsti si è lanciato l'allarme per ciò che potrebbe accadere al Motu Proprio Summorum Pontificum a causa dell'entrata in vigore di norme restrittive al riguardo.
Ci permettiamo di invitare tutti ad una maggiore riflessione: vedere dappertutto nemici e ostilità, ovunque la "reazione in agguato", fa perdere la trebisonda. Certo non è piacevole sentirsi smarriti, disorientati o confusi. Trebisonda (Trabzon), per chi non lo sapesse, è una città turca di origini antichissime che si affaccia sul Mar Nero. Da sempre costituisce un importantissimo punto di riferimento visivo per le navi che attraversano il tratto di mare antistante la città. Anticamente, quando non c'erano i moderni strumenti di aiuto alla navigazione, perderne la localizzazione poteva voler dire andare incontro a naufragi o collisioni sulle coste circostanti. Da qui si diffuse il famoso detto: perdere la trebisonda. Se non stiamo attenti rischiamo anche noi di perdere la trebisonda, la collisione con le navi vicine e il naufragio; niente è da temersi maggiormente del naufragio nella fede. Se non ritroviamo la trebisonda della Fede, lo rischiamo davvero; riflettiamo un attimo alla luce della Fede: se il Signore tramite il Santo Padre ha fatto ritornare in vita il Rito Romano tradizionale e antico (chiamiamolo così), con grande scandalo di chi modernisticamente era ed è prigioniero del binomio vita=verità e morte=falsità, per cui il ritorno fra noi del Rito tradizionale e antico ha fatto loro lo stesso effetto della risurrezione di Lazzaro sui giudei (i quali per mettere tutto a tacere "deliberarono di uccidere anche Lazzaro,  perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù", Gv 12, 10-11), se noi crediamo dunque che hic est digitus Dei, non dobbiamo temere (ricordiamoci di Gamaliele "Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!"). E hic est digitus Dei et Mariae. Dunque come ha invitato Padre Z. preghiamo e digiuniamo perche questa "razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17,21). Eppoi, scusate, è vero che purtroppo già è sembrato che il Magistero si contraddicesse, ma almeno finora questo, se è successo,  non è successo nel medesimo Pontificato. Preghiamo dunque e sacrifichiamoci. Preghiamo e sacrifichiamoci per il Santo Padre. Preghiamo e sacrifichiamoci per l'onore di Nostro Signore Gesù Cristo. Preghiamo e sacrifichiamoci per la salvezza delle anime (e dell'anima nostra in particolare). Non temiamo dunque: Maria ce l'ha promesso, "Il Mio Cuore Immacolato trionferà".

un errore si estende come trappola mortale su tutta la terra

Il Beato Newman parteciperebbe all’incontro di Assisi?

Sua Santità Benedetto XVI ha restituito alla Cattolicità tutta preziosissime gemme di identità, come, per esempio, il Rito romano straordinario della Santa Messa, con il Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007; come il modello, il Santo Curato d’Ars, indicato ai preti per l’Anno Sacerdotale 2009-2010; come l’aver precisato, il 13 maggio 2010 in Portogallo: "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa"; ; come l’identificazione della "dittatura del relativismo"; come la Costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus, tesa a favorire la conversione degli Anglicani, al Cattolicesimo; oppure, come la beatificazione del Cardinale John Henry Newman (1801-1890), che si è svolta a Birmigham il 19 settembre 2010.

I frutti della provvidenziale "politica" missionaria del Romano Pontefice, tesa a ricondurre tutti all’unico ovile di Cristo, del resto, non si sono fatti attendere e alcuni Vescovi, come John Broadhurst, Vescovo di Fulham; Andrew Burnham, Vescovo di Ebbsfleet; Keith Newton, Vescovo di Richborough; il suo predecessore Edwin Barnes, hanno intrapreso il "cross the Tiber", come si dice in Inghilterra, cioè sono approdati a Roma, seguiti, logicamente, da sacerdoti, religiosi e fedeli… si tratta di conversioni vere e proprie. In Inghilterra è chiaro che si sta realizzando un terremoto spirituale di portata storica: l’Anglicanesimo sta morendo e le sue parti di più elevato sentire spirituale e meno contaminate da letture socio-politiche della religione, vale a dire la cosiddetta Chiesa Alta d’Inghilterra stanno ritornando in massa al Cattolicesimo. È evidente che in questo fenomeno sta il compimento naturale dello spirito e degli obiettivi che hanno caratterizzato il Movimento di Oxford, preludio della conversione del grande Beato John Henry Newman, tanto amato da Benedetto XVI, che nel 1990, quando era ancora Cardinale, di lui disse: "Newman appartiene ai grandi dottori della Chiesa, perché egli nello stesso tempo tocca il nostro cuore e illumina il nostro pensiero".

Ebbene, Newman come avrebbe visto un incontro interreligioso? Parteciperebbe all’evento di Assisi? È sufficiente leggere i suoi scritti e le risposte diventano ovvie. Newman fu un "martire" del pensiero pur di giungere all’agognata Verità e a 44 anni, quando vi approdò, smise di ricercare, avendo trovato la patria definitiva, avendo coniugato perfettamente Fede e ragione. Egli aveva utilizzato le geniali doti ricevute per avvertire il mondo e la stessa Chiesa dei pericoli incombenti sull’Europa: invitava a vigilare e vegliare perché vedeva premesse e bagliori di un orizzonte carico di inquietanti prove e di tempeste: temeva il sincretismo religioso che, mettendo tutti i credi sullo stesso piano insulta il sangue dei martiri e pone le premesse per nuove persecuzioni. Nello straordinario documento, chiamato Biglietto Speech, redatto da Newman in occasione della consegna della berretta cardinalizia (1879) egli scrisse accoratamente:

"Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato. Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. La devozione non si fonda necessariamente sulla fede. Si possono frequentare le Chiese protestanti e le Chiese cattoliche, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare e avere pensieri e sentimenti spirituali in comune, senza nemmeno porsi il problema di una comune dottrina o sentirne l’esigenza. Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone. Se anche uno cambiasse religione ogni mattina, a te che cosa dovrebbe importare?".

L’errore del liberalismo, quindi del relativismo, Newman lo considerava come una "trappola mortale" per tutta l’umanità, mentre il coevo Cardinale Guglielmo Massaja (1809–1889), grande ed eroico missionario in Etiopia, lo definiva "malattia mortale". "Abbiamo paura che, qualunque discorso sia letto e pronunziato (tanto lo leggeranno in pochissimi); qualsiasi gesto sia compiuto (tanto i media selezioneranno solo i più clamorosi); qualsiasi precisazione sia fatta dalla - per giunta non impeccabile - macchina di comunicazione vaticana, il messaggio [di Assisi] che passerà nella mente di milioni sarà quello che espresse la suora intervistata alla morte di Giovanni Paolo II: "sono grata a Papa Woityla perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali"" .

La Chiesa è sempre stata ricca di dispute e di confronti, è un corpo vivo, non stagnante, per questo la disputa, finalizzata alla conversione dell’interlocutore alla Verità, non per il dialogo fine a stesso (che poi logicamente finisce per incancrenirsi), è una sana palestra per guardare alla rigenerante Fonte, Cristo: unica Via, unica Verità, unica Vita. I dibattiti, per decenni, sono stati condotti prevalentemente dai cattolici progressisti; ma chi ama fedelmente il Sommo Pontefice - il "dolce Cristo in terra", come lo definiva santa Caterina da Siena, nel momento stesso in cui lo invitava a fare "virilmente" il suo dovere, che egli tardava ad adempiere - e non ha posizioni intrise di relativismo e di unta piaggeria, è chiamato a professare pubblicamente la propria Fede, quella che si dipana lungo i secoli, quella dal filo continuo, non spezzato, perché facente parte di un esclusivo gomitolo, chiamato Tradizione, il cui bandolo parte dalla Vite: "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. […]. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. […]. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,1-11).

Ha scritto il Professor Roberto de Mattei per "Messainlatino" del 4 febbraio: "Nel corso della storia della Chiesa il sensus fidei dei semplici fedeli è stato talvolta più conforme alla Tradizione apostolica di quello dei Pastori, come accadde durante la crisi ariana del IV secolo, quando la fede fu mantenuta da una minoranza di santi e indomiti vescovi, come Atanasio, Ilario di Poitiers, Eusebio di Vercelli e soprattutto dal popolo fedele, che non accompagnava le diatribe teologiche ma conservava, per semplice istinto soprannaturale, la buona dottrina".

Il Beato Newman, eccelso faro per la nostra epoca confusa e frastornata, comprese che nel Cristianesimo, lungo la sua storia, esistono due modi di concepirlo e lo apprese proprio studiando l’Arianesimo: da una parte i presuntuosi, più attenti al proprio intelletto che all’essenza della Fede con i suoi dogmi, disposti a piegarsi al mondo, e dall’altra gli umili aderenti a Cristo, quelli senza se e senza ma. Infatti il Cristianesimo "gli ariani lo concepiscono come la rivelazione di una verità che si rivolge soprattutto alla intelligenza, mentre gli ortodossi [la Tradizione] lo concepiscono come una forza rigeneratrice che si rivolge all’uomo in tutte le sue facoltà, e innanzitutto al cuore. Questo diverso modo di concepire il cristianesimo comporta un modo diverso di accostarlo: gli ariani accostano la rivelazione con la preoccupazione di comprenderla, come qualcosa che parla innanzitutto alla intelligenza, per cui i concetti e le categorie scritturistiche ed ecclesiali sono interpretate secondo le esigenze della intelligenza che ragiona. Così la unità di Dio viene interpretata alla luce del concetto di unità che si ricava dalla esperienza […]. I cattolici, invece, accostano la rivelazione innanzitutto per ammirare ciò che Dio compie nella storia e nell’uomo. La loro prima preoccupazione è quella di contemplare la profondità e il carattere straordinario di ciò che Dio ha compiuto […]. Mentre l’ariano accosta la rivelazione per appagare la sua sete di verità, se non addirittura la sua curiosità, e quindi ripone molta fiducia nell’addestramento dialettico, il cattolico l’accosta per esprimere la sua gratitudine e con la chiara coscienza che le parole e i concetti umani sono inadeguati ad esprimere il dono di Dio: l’accosta con pietà (eusebeia) e precauzione (eulabeia). E se talvolta la necessità di salvaguardare il mistero gli impone di impegnarsi nella discussione con i nemici, lo fa per così dire a malincuore" (J.H.Newman, Gli Ariani del IV secolo, Jaca Book-Morcelliana, Milano 1981, p.XXI) e, ci permettiamo di aggiungere, con estremo dolore.

Cristina Siccardi

martedì 15 febbraio 2011

«Deus virtutem suam non alligavit sacramentis»


Messainlatino ha pubblicato questa bellissima lettera che un giovanissimo lettore francese, Jeffrey Berland, le ha inviato tramite FaceBook. "Ora voglio farmi battezzare"
Grazie Jeffrey: pregheremo per te.

A 16 anni scopre la Messa tridentina:
di Jeffrey Berland
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Di origine, la mia famiglia è cattolica, e i miei nonni sono religiosi, ma diciamo che la fede ha saltato la generazione dei miei genitori e zii... La grande parte dei miei zii sono anticlericali! Mia madre è divorzata 3 volte, e mio padre (morto da un anno) aveva i raggiomenti dei protestanti sulla Chiesa.

Ma io da piccolo ho sempre creduto! Dio mi ha fatto il regalo della grazia e della fede!

Ho sempre avuto la coscienza di Dio. E anni fa ho deciso che mi volevo fare battezzare. Ma si deve capire che nella mia famiglia non si parlava mai di Dio, di religione, ecc.

I miei genitori erano ignoranti per quanto riguarda la religione... mentre a me ha sempre interessato.

Già da bambino scrivevo delle poesie su Dio, e quasi tutte le mie poesie avevano un legame colla fede. E infatti io non conoscevo niente sulla messa tridentina.

Mi volevo dunque fare battezzare, ma non so come spiegare, io ho sempre incontrato dei sacerdoti "modernisti" che non mi hanno mai dato la voglia di continuare il mio progetto... poi la messa in francese non mi piaceva molto. Ma sapevo qual'era la religione vera, e volevo continuare il mio camino spirituale.

Un giorno (avevo 16 anni), che avevo scelto per dovere cattolico di andare alla messa alla cattedrale e che ero in ritardo mi sono rimasto [forse intendeva dire "ricordato", n.d.r.] che c'era una messa un po' più tardi, in una piccola chiesa vicina alla cattedrale... ci sono andato, ho scoperto la messa tridentina che mi ha incantato.

Ma mio padre non voleva che io frequentassi gli "estremisti". Per forza, ho iniziato la procedura di battesimo coi modernisti... Ma c'era sempre un problema, non mi insegnavano niente, e non c'era nessun progresso verso il battesimo. Le parole erano "non preoccuparti hai tutto il tuo tempo, Dio poi aspettare ancora anni e anni..."

Poi, arrivato per i miei studi a Bordeaux, ho scelto di seguire la messa in latino, e di farmi insegnare la religione qua.

I sacerdoti, la gente, la messa, i canti, tutto mi è piaciuto. Ho sentito che con la messa tridentina, c'era un vero rispetto della liturgia, del sacrificio divino, della tradizione, ecc.

Fa 1 anno e mezzo che preparo il mio battesimo, e normalmente mi farò battezzare alla notte di Pasqua.

Ma un esempio del rigetto della mia famiglia: nessun vuole essere il mio padrino; aveva accettato un cugino, ma poi ha rifiuto perché a avuto delle pressioni dei miei zii. Mia madre dice che non è normale di andare alla messa ogni domenica: ha "paura" che io divenga pretre (che certo sono tutti dei pedofili). Ora, cerco a condurre mia sorellina nella fede, che anche lei ha avuto il miracolo di credere, mentre nè la madre, nè il padre (non abbiamo lo stesso padre) credono nè si interessano alla Chiesa.

lunedì 14 febbraio 2011

Interessante discorso di un vescovo zelante

«Non posso dimenticare quelle scene commoventi dai tempi della persecuzione della Chiesa, quando in piccolissime stanze riempite di fedeli durante la S. Messa, bambini, anziani e malati si mettevano in ginocchio ricevendo con riverenza edificante il corpo del Signore. Tra le innovazioni liturgiche apportate nel mondo occidentale, ne emergono specialmente due che oscurano in un certo modo l'aspetto visibile dell'Eucaristia riguardante la sua centralità e sacralità; queste sono: la rimozione del tabernacolo dal centro e la distribuzione della comunione sulla mano. Quando si rimuove il Signore eucaristico, "l'Agnello immolato e vivo", dal posto centrale e quando nella. distribuzione della comunione sulla mano si aumenta innegabilmente il pericolo della dispersione dei frammenti, delle profanazioni e dell'equiparazione pratica del pane eucaristico con il pane ordinario, si creano condizioni sfavorevoli per una crescita nella profondità della fede e nella devozione. La comunione sulla mano si sta divulgando e persino s'imponendo maggiormente come una cosa più comoda, come una specie di moda. Non siano in primo luogo gli specialisti accademici, ma l'anima pura dei bambini e della gente semplice che ci potrebbe insegnare il modo con cui dovremmo trattare il Signore eucaristico. Vorrei fare quindi umilmente le seguenti proposizioni concrete: che la Santa Sede stabilisca una norma universale motivata, secondo la quale il modo ufficiale di ricevere la comunione sia quello in bocca ed in ginocchio; la comunione sulla mano sarebbe riservata invece al clero. Che i vescovi dei luoghi, dove è stata introdotta la comunione sulla mano, si adoperino con prudenza pastorale a ricondurre gradualmente i fedeli al rito ufficiale della comunione, valido per tutte le chiese locali.»

[Brano tratto dal discorso pronunciato il 4-10.2005 da Mons. Jan Paweł LENGA, M.I.C., Arcivescovo di Karaganda (Kazakistan) al Sinodo dei Vescovi sull'Eucarestia]

mercoledì 9 febbraio 2011

Insomma, piantatela con le chiacchiere, e ridateci la nostra Messa, perché lì sì che c'è il nostro Signore!

Mentre stavamo pensando come commentare la dichiarazione dall'inconfondibile  retrogusto gesuistico di Padre Lombardi ecco che l'ottimo Dott. Colafemmina ci ha preceduto: qui a lato uno dei molteplici e sacrileghi esempi promossi senza alcuna restruzione sulla scia del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II. Titolo dell'opera "il focaccione di Linz": ci permettiamo di usare questo linguaggio perchè siamo moralmente certi dell'invalidità di tale "eucaristia". Insomma, vorremmo sempre più gridare a chi di dovere: piantatela con le chiacchiere, e ridateci la nostra Messa, perché lì sì che c'è il nostro Signore!

"RIFORMA DELLA RIFORMA" ANNUNCI E SMENTITE: IL PRECEDENTE NEL 2009
di Francesco Colafemmina

Nell'agosto del 2009 Andrea Tornielli annunciò dalle colonne del Giornale che il Santo Padre aveva approvato le proposte votate dalla Plenaria del Culto Divino il 14 marzo 2009:

"Quasi all’unanimità i cardinali e vescovi membri della Congregazione hanno votato in favore di una maggiore sacralità del rito, di un recupero del senso dell’adorazione eucaristica, di un recupero della lingua latina nella celebrazione e del rifacimento delle parti introduttive del messale per porre un freno ad abusi, sperimentazioni selvagge e inopportune creatività. Si sono anche detti favorevoli a ribadire che il modo usuale di ricevere la comunione secondo le norme non è sulla mano, ma in bocca. C’è, è vero, un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire l’ostia anche sul palmo della mano, ma questo deve rimanere un fatto straordinario."

Aggiungeva Tornielli:

"le «propositiones» votate dai cardinali e vescovi alla plenaria di marzo prevedono un ritorno al senso del sacro e all’adorazione, ma anche un recupero delle celebrazioni in latino nelle diocesi, almeno durante le principali solennità, così come la pubblicazione di messali bilingui - una richiesta, questa fatta a suo tempo da Paolo VI - con il testo latino a fronte."

Due giorni dopo la pubblicazione dell'articolo di Tornielli, arriva la smentita da parte di P. Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede. Benedettini precisa in particolare che "al momento non esistono proposte istituzionali riguardanti una modifica dei libri liturgici attualmente in uso". La smentita fu considerata una "non smentita" della Riforma della riforma, ma effettivamente il tumulto seguito a quella anticipazione del Giornale nei Sacri Palazzi, fece abortire il progetto di Canizares.

Oggi, a distanza di quasi due anni ci risiamo!

Tornielli pubblica stamane un articolo interessantissimo nel quale parla di un Motu Proprio papale, dedicato alla riorganizzazione della Congregazione per il Culto Divino: "affidandole il compito di promuovere una liturgia più fedele alle intenzioni originarie del Concilio Vaticano II, con meno spazi per i cambiamenti arbitrari e per il recupero di una dimensione di maggiore sacralità."

Aggiunge Tornielli, rammentando la sua intervista a Canizares del dicembre scorso che: "La Congregazione del culto divino – che qualcuno vorrebbe anche ribattezzare della sacra liturgia o della divina liturgia – si dovrà quindi occupare di questo nuovo movimento liturgico, anche con l’inaugurazione di una nuova sezione del dicastero dedicata all’arte e alla musica sacra."

Avrei voluto parlarne anch'io su Fides et Forma di questa notizia... ma ero quasi certo che sarebbe arrivata la smentita. Non perché Andrea Tornielli non abbia detto il vero, bensì perché il Cardinal Bertone avrà certamente tempestato di telefonate Padre Lombardi per chiedergli di smentire il contenuto dell'articolo di Tornielli.

Ecco dunque la smentita di Lombardi riportata da Radio Vaticana alle 13.41 di oggi:

"Padre Lombardi ha confermato “che è da tempo allo studio un Motu Proprio per disporre il trasferimento di una competenza tecnico-giuridica - come ad esempio quella di dispensa per il matrimonio ‘rato e non consumato’ - dalla Congregazione per il Culto Divino al Tribunale della Sacra Rota. Ma – ha affermato - non vi è alcun fondamento né motivo per vedere in ciò un’intenzione di promuovere un controllo di tipo ‘restrittivo’ da parte della Congregazione nella promozione del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II”.

Come al solito l'intento è intimidatorio: sia nei riguardi di Tornielli che nei riguardi di coloro che vorrebbero promuovere una "riforma della riforma". Nell'articolo di Tornielli non si parla infatti di alcun "controllo restrittivo nella promozione del rinnovamento liturgico". Si parla al contrario di "cambiamenti arbitrari" della liturgia e quindi di abusi liturgici. Così Padre Lombardi, volutamente interpreta pro domo sua (o di chi lavora alla terza loggia) un passo dell'articolo di Tornielli e naturalmente va oltre, lasciando intravvedere il timore di una "Chiesa punitiva" in ambito liturgico. Al contrario - a distanza di 60 anni dal rinnovamento liturgico del Concilio" (più di Bugnini e Lercaro che del Concilio!) padre Lombardi ha il coraggio di riproporci le solite menate sulla "promozione" di questo benedetto rinnovamento liturgico!

Domanda: padre Lombardi ma in questi 60 anni lei dove ha vissuto? Non si è accorto di nulla? Non le sembra che la Chiesa si sia fin troppo rinnovata liturgicamente? E non le sembra che fin troppi altari siano stati distrutti e troppe chiese deturpate in nome della "promozione" del rinnovamento liturgico del Concilio? Tanto nuovo da essere vecchio, datato, stantio, insopportabilmente retorico e francamente ripetitivo?

lunedì 7 febbraio 2011

modernismo di massa

L’«ESPERIENZA RELIGIOSA» O
«MODERNISMO» DI MASSA

Gli attuali cosiddetti “movimenti” religiosi, sui quali insipientemente alcuni membri della Gerarchia pongono le loro speranze per il futuro della Chiesa, sono in realtà forme di modernismo popolare, fondati come sono su una falsa “esperienza religiosa” nella quale le virtù teologali sono soppiantate da un sentimentalismo emozionale ed illusorio.

La vera esperienza religiosa

Padre Cornelio Fabro (+1999) nella “Enciclopedia Cattolica” (Città del Vaticano, 1950, voce “Esperienza religiosa”, vol. V, coll. 601-607) spiega che l’esperienza religiosa è un certo “contatto” che la coscienza umana cerca di avere con Dio. Vi è, però, una nozione di esperienza religiosa ortodossa e conforme alla sana teologia ed altre eterodosse.

La nozione ortodossa di esperienza religiosa coincide con la mistica o terza via dei ‘perfetti’, studiata dalla patristica[1], poi dalla scolastica[2] ed infine dai dottori mistici per eccellenza: S. Teresa d’Avila (+1582) e S. Giovanni della Croce (+1591). In tempi recenti il p. Reginaldo Garrigou-Lagrange (+1964) in Perfezione cristiana e contemplazione[3] e ne Le tre età della vita interiore preludio di quella del cielo: trattato di teologia ascetica e mistica[4] ha sistematizzato e sintetizzato la dottrina cattolica sulla natura della vera mistica[5]. La vera esperienza religiosa supera ogni falsa ‘immanenza’, qualsiasi tecnica esoterico-gnostica o filosofia orientaleggiante, per la quale l’uomo si illude di poter giungere all’auto-divinizzazione tramite le proprie forze. Dio, infatti, è Trascendente e quindi naturalmente irraggiungibile perché infinitamente distante da ogni capacità creata, sia angelica che umana. Egli è Creatore libero e Redentore per sua spontanea volontà, da nulla obbligato o necessitato. Dio è ‘presente’[6] in ogni luogo, dunque anche nell’uomo, e non viceversa, come vorrebbe la concezione antropocentrica o immanentistica (v. sì sì no no, 15 febbraio 2010, “teocentrismo o antropocentrismo”), secondo la quale l’uomo è in Dio e coincide necessariamente con Lui.

Oltre la ‘presenza naturale’ di Dio o Onnipresenza (per essenza, potenza e saggezza)[7], vi è una ‘presenza spirituale’ o razionale di Dio nell’intelletto dell’uomo, che, partendo dalle creature, mediante un sillogismo, risale al Creatore come Causa prima e Lo ama di amore naturale. Infine vi è la ‘presenza soprannaturale’ di Dio nell’anima dei giusti, tramite la grazia santificante[8], la quale rende l’uomo realmente partecipe della vita divina. Dio si è Incarnato e ci ha redenti per pura misericordia, la quale esclude ogni tecnica catartica o purificazione iniziatica da parte dell’uomo (v. sì sì no no, “Modernismo e occultismo”, luglio 2009, pp.1-3). Inoltre Dio, essendo Persona, vive una relazione personale ad intra e vuole, ad extra, far partecipare della sua vita le creature ragionevoli.

Ad intra il Padre, conoscendosi, genera il Figlio, Verbo o Idea del Padre; il Verbo a sua volta conosce il Padre e da tale mutua conoscenza nasce un Amore sostanziale e vicendevole, che è lo Spirito Santo, il quale procede (o spira) dal Padre e dal Figlio[9].

Ad extra, mediante la grazia santificante, Dio si rende realmente o fisicamente presente in maniera soprannaturale nell’anima del giusto, il quale conosce Dio tramite la virtù infusa della Fede e Lo ama tramite la virtù soprannaturale della Carità. Dalle virtù teologali di Fede, Speranza e Carità rafforzate dai sette Doni dello Spirito Santo[10] l’uomo può giungere alla mistica o vita unitiva, che è l’unica vera esperienza religiosa. Inoltre Dio Redentore ci offre i mezzi (sacramenti e preghiera) sufficienti per raggiungere l’ unione partecipata e creata (e quindi limitata) con Lui, dandoci la capacità reale di osservare i 10 Comandamenti, dacché “la Fede senza le opere è morta” (S. Giacomo, Epistola, II, 26).

La mistica è lo sviluppo ordinario della vita spirituale, cui tutti i battezzati sono chiamati. Mentre i fenomeni mistici straordinari (visioni, stigmate, levitazioni…) sono del tutto accidentali e non costituiscono la natura della perfezione o santità.

Di per sé la vita soprannaturale o presenza di Dio nell’anima dei giusti non cade sotto la coscienza umana naturale, ma può accadere che, grazie al Dono di Sapienza, si sperimenti la presenza di Dio nell’anima: “Gustate et videte quoniam suavis est Dominus” (Ps. XXXIV, 9); “Jesu dulcis memoria […] sed super mel et omnia Eius dulcis presentia […] expertus potest dicere quid sit Jesum diligere” (S. Bernardo di Chiaravalle). Tuttavia sarebbe un grave errore fare dell’esperienza religiosa un criterio necessario e assoluto della vita spirituale.

Falsa esperienza religiosa

La concezione eterodossa di esperienza religiosa è soprattutto quella del soggettivismo protestantico e modernista.

In religione il Protestantesimo, con Lutero (+1546), ha introdotto il soggettivismo nel rapporto con Dio, così come Cartesio (+1650) lo introdurrà nella filosofia[11] e Rousseau (+1778) nella politica[12]. Martin Lutero rinnegò la ragione e quindi la fede come atto soprannaturale dell’intelletto e della volontà appellandosi alla soggettività della ‘sola Fides’, che non è la virtù teologale quale atto di adesione intellettiva e volontaria alla verità oggettiva da Dio rivelata, ma è una “fede fiduciale”[13], cioè la fiducia soggettiva di salvarsi per sola fede, che in realtà è “presunzione di salvarsi senza meriti”. La fede fiduciale e il ‘testimonium Spiritus Sancti’ coincidono – secondo Lutero – con il sentimento individuale e soggettivo, che per lui è l’unico criterio ed oggetto (che coincide e si perde nel soggetto) della religiosità. Padre Fabro definisce tale teoria come «dissociazione della coscienza dal contenuto oggettivo della Fede» (ivi, col. 603).

In filosofia l’esperienza religiosa è stata elevata a criterio assoluto e indipendente da ogni dato oggettivo dalla modernità laica. Il caposcuola è Kant (+1804), per il quale Dio stesso non è un Ente reale e oggettivo, indipendente dal soggetto umano, ma è solo un postulato della “Ragion pratica”, che sente il bisogno di un’esperienza religiosa della divinità, alla quale la “Ragion pura” o teoretica non può giungere.

 
Da Kant nasce un duplice indirizzo di pensiero. Uno più filosofico e razionalista: l’idealismo-trascendentale di Fichte (+1814), Schelling (+1854) ed Hegel (+1831), che, seguendo Kant cerca di subordinare la religione alla filosofia soggettivistica; l’altro piuttosto spirituale e misticoide: l’irrazionalismo fideistico di Schleiermacher (+1889) (v. sì sì no no, “Ermeneutica” o pietra d’ inciampo?”, 15 giugno 2009, pp. 6-8)[14] il quale segue Kant specialmente nel privilegiare il sentimentalismo soggettivistico religioso; anzi per Schleiermacher il «sentimento è l’unico criterio della verità» (ivi, col. 603) onde «la Fede è puro sentimento immediato» (ivi).

Tale concezione soggettivistica e sentimentalistica, come vedremo più dettagliatamente nella seconda parte del presente articolo, comincia a prendere con il Modernismo[15] un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale.

Auguste Sabatier (1839-1901) con la sua opera Esquisse d’une philosophie de la religion, (Parigi, 1879) e il protestantesimo francese sono stati la punta di diamante della teoria soggettivistico-irrazionalista, che insiste sul primato della vita e dell’ esperienza religiosa soggettiva sulla ragione speculativa e la Fede oggettiva. L’influsso del Sabatier è stato talmente forte che la teologia evangelico-protestante è stata negli ultimi centocinquanta anni essenzialmente una fenomenologia dell’ esperienza[16].

Maurice Blondel (1861-1949) (v. Sì sì no no, 31 gennaio 1993, pp. 1 ss.) ha introdotto in campo cattolico il soggettivismo e il primato dell’ esperienza religiosa con la nuova definizione di verità quale “adequatio rei et vitae” e non più “rei et intellectus”. Il vitalismo di Henri Bergson (+1941) ha risolto la religione in una esperienza psicologica intima, mentre il pragmatismo, con William James[17] (1842-1910) e l’ americanismo (v. Sì sì no no, 30 aprile 1987 e 31 ottobre 1997) o modernismo ascetico, ha ridotto la religione a sentimento soggettivo erompente dalla ‘subcoscienza’, sprofondando sempre più nell’immanentismo sentimentalista o razionalista e spalancando le porte alla psicoanalisi cabalistico-freudiana[18], resa fenomeno di massa dalla Scuola di Francoforte (v. Sì sì no no, agosto 2009, pp. 1ss.).


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[1] Specialmente da S. Ireneo da Lione +202; S. Basilio +379; S. Gregorio Nisseno +395; S. Ambrogio +397; S. Girolamo +420; S. Agostino +430; S. Cirillo d’Alessandria +444; S. Leone Magno +461; lo Pseudo Dionigi +500 circa; S. Gregorio Magno +604 e S. Bernardo di Chiaravalle +1153.

[2] S. Tommaso d’Aquino + 1274, S. Bonaventura +1274.
Secondo l’Angelico il giudizio più alto sulle cose divine è “per modum inclinationis seu connaturalitatis”, che è proprio del settimo e supremo Dono dello Spirito Santo, quello di Sapienza, il quale ci fa sperimentare e gustare la presenza di Dio in noi (cfr. S. Th., I, q. 1, a. 6, ad 9; ivi I- II, q. 68, a. 2, ad 3; ivi, II-II, q. 45, a. 2; In Sent., lib. III, dist., 34-36; Leone XIII, Divinum illud). Tuttavia occorre tener ben fermo che tale esperienza del divino (la quale sarà perfetta solo in Cielo, grazie al Lumen gloriae che ci permette la Visio beatifica Deitatis) non precede la conoscenza razionale dell’esistenza di Dio e di alcuni Suoi Attributi nè la conoscenza soprannaturale per fede di Dio Trino sub ratione Deitatis. Al contrario presuppone la Fede e la perfeziona dopo una lunga vita ascetica (prima via purgativa dei ‘principianti’; seconda via illuminativa dei ‘proficienti’), grazie al Dono di Sapienza. L’esperienza del divino è oggettiva essendo Dio un oggetto reale (ob-jectum) posto innanzi al soggetto umano e quindi indipendente da esso, che l’uomo può conoscere ed amare naturalmente ed anche soprannaturalmente con la Sua grazia. Senza questa oggettività di Dio, della Fede e della conoscenza umana, si cade nel “sentimentalismo emozionale e illusorio” (cfr. C. Fabro, cit., col. 605).

[3] Parigi, 1923, tr. it., Torino, Marietti, 2 voll., 1933, di cui è in corso la ristampa da parte dell’editrice ‘Vivere in’ di Roma-Monopoli. Cfr. G. M. Paparone, La teologia mistica in padre Garrigou-Lagrange, Bologna, ESD, 1999.

[4] Parigi, 1938-39, tr. it., Torino, LICE, 1949, 4 voll., ristampa Roma-Monopoli, ‘Vivere in’, 2a ed., 1989. Le due opere del padre Garrigou-Lagrange sono state riprese e fuse in un ottimo manuale di Teologia della perfezione cristiana dal p. Antonio Royo Marìn, (Roma, San Paolo, 1960, con ristampa anastatica recente). Per finire si può consultare L. Borriello, Dizionario di Mistica, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998.

[5] Si potrebbe usare anche il termine “immanente”, che è equivalente ad “essere presente in” specificando però che non si tratta di immanentismo panteista e che la presenza divina nel mondo non implica confusione o coincidenza tra Dio e il mondo, né presenza dell’uomo in Dio, ma rinvia alla Trascendenza assoluta dell’Essere infinito sul mondo creato e finito.

[6] Si potrebbe usare anche il termine “immanente”, che è equivalente ad “essere presente in” specificando, però, che non si tratta di immanentismo panteista e che la presenza divina nel mondo non implica confusione o coincidenza tra Dio e il mondo, né presenza dell’uomo in Dio, ma rinvia alla Trascendenza assoluta dell’Essere infinito sul mondo creato e finito.

[7] Dio è presente dappertutto ‘per essenza’ in quanto conserva il creato nell’essere, ‘per potenza’ in quanto aiuta col suo concorso ogni ente ad agire e ‘per saggezza’ in quanto vede tutto, anche le cose più nascoste. Cfr. S. Th., I, q. 8 e q. 43, a. 3 e 6.


[8] Cfr. S. Th., I-II, qq. 110-111; Concilio di Cartagine (418) in DB, 101 ss.; II Concilio di Orange (529) in DB, 174 ss.; Concilio di Trento in DB, 793-843; S. Pio V condanna le ‘Proposizioni di Bajo’ in DB, 1001 ss.; Innocenzo X condanna le ‘Proposizioni di Giansenio’, in DB, 1902 ss.; L. Billot, De gratia Christi, Roma, Gregoriana, 1923; R. Garrigou-Lagrange, La prédestination des saints et la grace, Parigi, 1935; N. Del Prado, De gratia et libero arbitrio, Friburgo, 1907, 3 voll.

[9] Cfr. S. Th., I, q. 27; L. Billot, De Deo Trino, Roma, Gregoriana, 1920, R. Garrigou-Lagrange, De Deo Uno, Parigi, 1938; Id., De Deo Trino et Creatore, Torino, Marietti, 1943; Id., De Christo Salvatore, Torino, Marietti, 1945; Id., Dieu son existence et sa nature, Parigi, 1915, 2 voll; A. Zacchi, Dio, Roma, 2 voll., 1925; M. Daffara, Dio, Torino, 1938; C. Fabro, L’uomo e il rischio di Dio, Roma, Studium, 1967.

[10] Il miglior commentatore di S. Tommaso concernente i Doni dello Spirito Santo è reputato comunemente Giovanni da S. Tommaso (+ 1634), In I-II, q. 68, tr. francese a cura di Raissa Maritain, Les Dons du Saint-Esprit, Parigi, Tequi, 2a ed. 1950.

[11] Cfr. M. Cordovani, Cattolicismo e Idealismo, Milano, Vita e Pensiero, 1928; G. Mattiussi, Il veleno kantiano, Monza, 1907.

[12] Cfr. J. Maritain, I tre riformatori, [1925], tr. it. Brescia, Morcelliana, 1928.

[13] Secondo Lutero per salvarsi occorre aver fiducia di salvarsi e questa sola fiducia, senza le buone opere ci rende predestinati. Di qui il suo “pecca fortiter, sed fortius crede”. Tale convinzione tutta soggettiva di potersi salvare nonostante il male morale e senza il pentimento è in realtà un “peccato contro lo Spirito Santo”, che non può essere rimesso, poiché porta alla “impenitenza finale”, ossia a non voler chiedere perdono a Dio, il quale perciò non ci potrà perdonare e ci condannerà eternamente. Cfr. C. Crivelli, Protestanti e cristiani orientali, Roma, La Civiltà Cattolica ed., 1944; Id., Piccolo Dizionario delle sette protestanti, Roma, La Civiltà Cattolica ed., 1945; Id., I protestanti in Italia, Roma, La Civiltà Cattolica ed., 2 voll., 1940.

[14] F. Scheleirmacher, Dialekitik, Lipsia, Oldebrecht, 1942, § 215, p. 289 sg.

[15] Cfr. C. Fabro, voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, coll. 1188-1196.

[16] Cfr. F. Ménégoz, Réflexions sur le problème de Dieu, Parigi, 1931.

[17] The varieties of religious experience, Londra, 1902.

[18] Cfr. Ernest Jones, Vita e opere di Sigmund Freud, Milano, Il Saggiatore, 3 voll., 2000; D. Bakan, Freud e la tradition mystique juive, Parigi, Pavot, 1964, tr. it. Milano, 1977; E. Innocenti, Critica alla psicoanalisi, Roma, 4a ed., 1991.



sabato 5 febbraio 2011

La bellezza del sacerdozio cattolico sta nella sua necessità per la salvezza dell’uomo. Ma quando s’inizia a credere che ogni religione vale l’altra cosa rimane di questa bellezza?

Cosa c'è dietro la crisi delle vocazioni sacerdotali?


E’ da poco terminato l’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI, ma purtroppo non sono terminate le polemiche sul sacerdozio cattolico e sulla sua qualità. Offriamo ai nostri amici una circolare pubblicata anni fa che potrebbe tornare utile nell’apostolato che ogni cattolico è tenuto a fare. In questo caso si tratta di un apostolato all’interno dei nostri ambienti, affinché possano essere riviste alcune “posizioni pastorali” che a nostro parere hanno contribuito non poco alla diminuzione del numero dei sacerdoti e anche all’abbassamento della qualità del sacerdozio.

La bellezza del sacerdozio cattolico sta nella sua necessità per la salvezza dell’uomo. Ma quando s’inizia a credere che ogni religione vale l’altra cosa rimane di questa bellezza?

Che ci sia una crisi delle vocazioni è sotto gli occhi di tutti. Che poi si dica che non sia crisi di vocazioni (ed è vero) ma di risposte alla vocazione, non è che cambi molto le cose. Sant’Ignazio di Loyola, che di vocazioni se ne intendeva, tanto che nei suoi Esercizi spirituali ha inserito ben diciassette punti per riflettere seriamente sulla scelta del proprio stato, affermava addirittura che un maschio su tre fosse chiamato al sacerdozio. Certo, non sappiamo se le cose stiano effettivamente così; resta il fatto che siamo su cifre molto, ma molto lontane dalle attuali. Sta prendendo piede la figura del parroco globe-trotter: alle 9 Messa nella parrocchia A, alle 10 in quella B e alle 11.30 in quella C…che la D e la E si arrangino. Ci sono molte parrocchie (non mi riferisco non tanto all’Italia) che il sacerdote lo vedono ormai con il cannocchiale. C’è il diacono Tizio e il diacono Caio che organizzano le cosiddette “paraliturgie”, che, con tutto il rispetto, stanno alla Messa nemmeno come le patate lesse ad un bel piatto di spaghetti alla carbonara. Paragone forse irriverente, ma è per rendere un’idea che in realtà non si può rendere, perchè solo la Messa ha un valore infinito, solo nella Messa è Dio che si offre in sacrificio. Se mettessimo su un piatto della bilancia tutte le preghiere di questo mondo e su un altro una sola Messa, la bilancia sicuramente penderebbe dalla parte della Messa.

Ma torniamo al discorso da cui siamo partiti. Il numero dei sacerdoti è assolutamente insufficiente. E giustamente si cerca di correre ai ripari. Si fanno convegni, piani pastorali, incontri e giornate di preghiera; tutte cose buone…anzi ottime (cosa c’è di più importante della preghiera?), ma si rivelano come “fatiche di Sisifo”, cioè inutili. E questo perché si dimentica una cosa molto importante e cioè che oggi non si sottolinea abbastanza l’esclusivismo salvifico del Cattolicesimo, ovvero che la salvezza è solo nella Chiesa cattolica. Si è invece diffusa quella che può essere chiamata la “sindrome dell’Anas”: ogni strada, se ben curata, è buona per arrivare a destinazione…e così ogni religione, se ben praticata, sarebbe buona per raggiungere la felicità eterna.

Torniamo alla crisi delle vocazioni e riflettiamo. Si può davvero risolvere questo problema senza riproporre l’esclusivismo salvifico del Cattolicesimo? Facciamo un esempio. Un giovane pensa di avere la vocazione al sacerdozio. Sa che si tratterà di una vita di numerose rinunce. Poi gli fanno capire che, in realtà, tutti si salvano indipendentemente dalla religione che si professa. E’ naturale che qualche dubbio gli venga. Ma chi glielo fa fare? Se ogni religione è buona, a che serve il sacerdozio cattolico? Si potrebbe obiettare: ma nessuno deve credersi indispensabile. Verissimo. Ma ciò vale per la propria persona, non per la funzione che si ricopre. Ci spieghiamo. Don Tizio deve essere sì consapevole della sua inutilità (siamo tutti “servi inutili”-Luca 17,10), ma non può ritenere inutile –anzi!- il suo sacerdozio. Lo ripeto: l’inutilità vale per la propria persona non per il ruolo che si ricopre nella Chiesa.

D’altronde la bellezza del sacerdozio cattolico sta proprio nel portare a tutti la Grazia per donare il Paradiso. Leggete queste bellissime parole del Santo Curato d’Ars: “Quando vedete un sacerdote, dovete dire: ‘Ecco colui che m ha reso figlio di Dio e mi ha aperto il cielo per mezzo del santo Battesimo, colui che mi ha purificato dopo il peccato, colui che nutre la mia anima.’ Il sacerdote è per voi come una madre, come una nutrice per il neonato: ella gli dà da mangiare e il bimbo non deve far altro che aprire la bocca. La madre dice al suo bimbo: ‘Tieni, piccolo mio, mangia’. Il sacerdote vi dice: ‘Prendete e mangiate, ecco il Corpo di Gesù Cristo. Possa custodirvi e condurvi alla vita eterna’. Che belle parole! Il sacerdote possiede le chiavi dei tesori del cielo: è lui ad aprire la porta; egli è l’economo di Dio, l’amministrazione dei suoi beni.”




mercoledì 2 febbraio 2011

un libro da leggere

Quando Paolo VI fu tradito dai suoi migliori amici

Il romanzo-verità di Rosa Alberoni sul Concilio Vaticano II
di Antonio Gaspari


Ha già ricevuto migliaia di prenotazioni ed è appena arrivato nelle librerie l’ultimo romanzo di Rosa Alberoni, Intrigo al Concilio Vaticano II (edizioni Fede & Cultura). Si tratta di un libro appassionante ed avvincente, in cui la realtà inedita e sconosciuta di quanto accadde al Concilio Vaticano II viene raccontata in forma romanzata. Un anziano funzionario della Curia Vaticana ha detto che “c’è più verità in questo romanzo che in mille opere scritte sul Concilio Vaticano II”.

L’attacco è fulminante: una giornalista, Rachele Vidal, viene inviata a Portovenere per seguire un incontro culturale. Lì conosce padre Robert, un eremita che le racconta verità sconvolgenti su quanto accaduto al Concilio. Già segretario del cardinale Britannico che prese parte alle sessioni conciliari, padre Robert è parte integrante di un gruppo di fedeli servitori del Papa che ha scoperto una cospirazione contro il soglio pontificio e contro la Chiesa. L’esperienza di conoscere i traditori interni alla Chiesa, ha sconvolto padre Robert che, per questo, è diventato eremita. Rachele cerca in padre Robert un confessore che la guidi e le dia speranza, e si ritrova a conoscere la storia segreta del Concilio.

Le intenzioni del Concilio Vaticano II erano straordinarie e ottimiste. Giovanni XXIII voleva portare a compimento il rinnovamento della Chiesa iniziato da Pio IX con il Concilio Vaticano I ma non sapeva che si erano annidati nella Chiesa dei personaggi pronti a sovvertire il magistero petrino. Non si trattava solo di cardinali, teologi, vescovi, che erano sotto l’effetto di quella ideologia “sessantottina” che da lì a poco avrebbe sconvolto il mondo, ma di un gruppo organizzato, che agiva in maniera coordinata e segreta. I cospiratori avevano le idee chiare: puntavano a ridurre il primato del Pontefice, condizionandolo con la creazione e l’influenza delle Conferenze Episcopali, miravano a cancellare il ruolo decisivo di Maria come madre del figlio di Dio, aspiravano a forme di utilizzazione del potere religioso così come facevano gli “ariani”, e sul piano morale, volevano l’autorizzazione all’utilizzazione delle pillole contraccettive, l’abolizione del celibato e l’apertura verso posizioni meno intransigenti nei confronti della difesa della vita e della famiglia naturale. Alcuni personaggi della Curia compresero il pericolo e denunciarono la deriva protestante, ma il clima esterno ed interno era tale che i cospiratori erano sul punto di riuscire nel loro intento cospiratorio.

Lunedì 9 novembre 1964, il capo dei cospiratori scrisse una lettera che fece distribuire al suo gruppo, in cui spiegava che votando in un certo modo sarebbe stato possibile far passare nella Costituzione Dogmatica una prassi per cui il Papa avrebbe perso la sua prerogativa di Vicario di Cristo. Nella lettera era scritto che una volta approvato quel passaggio il Pontefice non avrebbe potuto più scrivere le encicliche senza prima aver avuto il permesso dei vescovi e delle conferenze episcopali. Non si sa come e perchè ma quella lettera fu consegnata anche ad uno dei teologi fedeli al Papa. Il romanzo di Rosa Alberoni racconta, che il pontefice Paolo VI “si fece leggere la lettera più volte, lacrime di rabbia e di sconcerto gli rigarono il volto ‘Mi hanno tradito! Mi hanno tradito! Eppure li credevo miei amici. O mio DIO aiutami!, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa!’...”.

Da quella che è stata definita da una certa cultura come “la notte oscura di Paolo VI”, il romanzo prende un ritmo forsennato e si trasforma in un “thrilling” che si svolge all’interno delle mura Vaticane nel bel mezzo del Concilio Vaticano II. I cospiratori che si riuniscono segretamente nella chiesetta di un cimitero teutonico, il pontefice che, in principio, accoglie i cospiratori come suoi amici poi li scopre traditori, la battaglia contro tutto e tutti di una minoranza fedele all’istituzione che all’inizio sembra non avere nessuna possibilità di successo ed infine riesce a impedire che il papato e la Chiesa rovinino nella trappola preparata dai cospiratori, i tentativi ultimi di cambiare anche le parti scritte della Costituzione dogmatica…




lunedì 31 gennaio 2011

non si può promuovere questo sincretismo e poi avvertire che bisognerà badare a evitare il sincretismo


Pubblichiamo un articolo dell'abbé Paul Aulegnier, uno dei fondatori dell'Istituto del Buon Pastore, a proposito della convocazione delle religioni del mondo ad Assisi, annunciata da Benedetto XVI per il prossimo ottobre.
L'articolo è stato pubblicato sul sito dello stesso abbé Aulagnier, nella sezione “regards sur le monde”, il 18 gennaio 2011

Perché il 27 ottobre 2011 non dobbiamo «commemorare questo gesto storico» di Assisi 1986


Il 1 gennaio 2011, in occasione della preghiera dell’Angelus, il Papa Benedetto XVI ha annunciato la sua intenzione di rinnovare la cerimonia interreligiosa di Assisi del 27 ottobre 1986:

«nel prossimo mese di ottobre, mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace».

Lo aveva già annunciato nel suo messaggio per la Pace per l’anno 2011, dal titolo: Libertà religiosa, via per la pace.

Egli scriveva: «Nel 2011 ricorre il 25° anniversario della Giornata mondiale di preghiera per la pace, convocata ad Assisi nel 1986 dal Venerabile Giovanni Paolo II. In quell’occasione i leader delle grandi religioni del mondo hanno testimoniato come la religione sia un fattore di unione e di pace, e non di divisione e di conflitto. Il ricordo di quell’esperienza è un motivo di speranza per un futuro in cui tutti i credenti si sentano e si rendano autenticamente operatori di giustizia e di pace».

Si sa tuttavia che il Papa Benedetto XVI, allora ancora cardinale, non volle assistere a questa «Giornata mondiale di preghiera per la pace», a causa del rischio di sincretismo in una simile giornata. Così come, da quando è assiso sul soglio di Pietro, in due occasioni ha voluto apportare delle precisazioni su questa giornata, forse in vista dell’anniversario.

In un messaggio indirizzato al vescovo di Assisi, il 2 settembre 2006, egli scriveva: «Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come “spirito di Assisi”, è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica. […] Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla».

Ma, semplice appunto, non ha pregato lui stesso con i giudei e i rabbini della sinagoga di Roma in occasione della sua ultima visita?

Una cosa sono le parole, altra cosa gli atti.

E in visita ad Assisi, il 17 giugno 2007, il Papa ha dichiarato nuovamente nella sua omelia: « La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso. […] Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo, unico Salvatore del mondo».

Le intenzioni di Benedetto XVI sono certamente chiare e oneste… ma esse non possono impedire, de jure, il rischio di sincretismo, di relativismo e di indifferentismo. Come dice molto bene Romano Amerio, nel suo libro “Stat Veritas”: «Questo è puro parlato:… non si può promuovere questo sincretismo e poi avvertire che bisognerà badare a evitare il sincretismo» (Chiosa 51).

Non è neanche perché questa riunione si svolge ad Assisi, in cui il Poverello ha impresso il suo marchio del dono di sé a Cristo, che ad essa, di per sé, si può assicurare una corretta ortodossia. Si può essergli infedeli.

Di più, il 27 ottobre 1986, con Giovanni Paolo II, forse si voluto stare attenti «perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche» avendo cura « che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni». Desiderio sincero, certo, ma che non fu e non poteva essere realizzato, tanto che si può parlare, a giusto titolo, della giornata pancristiana di Assisi o dell’«illusione pancristiana di Assisi».

In effetti, ad Assisi, il 27 ottobre 1986, i cattolici non hanno pregato, al pari dei «rappresentanti delle altre religioni», per conto loro, come lascia intendere Benedetto XVI, secondo i propri riti e nella piena «espressione della propria fede», ma si sono riuniti in «preghiera ecumenica» con i «rappresentanti delle confessioni e delle comunità cristiane» nella cattedrale di San Rufino. Cosa chiaramente riportata da L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986. Là il Papa, spogliatosi di ogni insegna del suo primato, diede il via, sempre nella sua qualità di ospite – ciò che sarà Benedetto XVI il prossimo 27 ottobre – ad una celebrazione tipicamente protestante con lettura di passi della Bibbia, frammisti a canti, e conclusi dalla «preghiera universale», quella «di tutta la Chiesa». Testimonianza, questa, che si ritrova a pagina 3 del citato numero de L'Osservatore Romano.

Il saluto indirizzato all’assemblea, letto dall’«ospite», Giovanni Paolo II, ha parlato senza dubbio di «serie questioni che ancora ci dividono », ma ha anche detto che «il nostro presente grado di unità in Cristo è nondimeno un segno per il mondo che Gesù Cristo è veramente il principe della pace». Meglio ancora, ha concluso auspicando che la preghiera : « deve farci crescere nel rispetto degli uni verso gli altri come esseri umani, come Chiese e comunità ecclesiali» (Discorso ai rappresentanti delle confessioni e delle comunità cristiane, Cattedrale di San Rufino, 27 ottobre1986; vedi anche L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986).

Nessun’altra distinzione, se non quella imposta dal suo ruolo di «ospite che invita», è stata riconosciuta al Papa dal cerimoniale ecumenico. Cosa che scandalizzò talmente Mons. Lefebvre che vide in questo un’ingiuria al Vicario di Cristo. E perfino la preghiera finale dei «pancristiani», sulla piazza della Basilica inferiore di San Francesco è stata iniziata da una donna «pastore», mentre il Papa era solo quarto «tra tanti saggi».

A rincarare la dose, l’indomani dell’«incontro di Assisi», il cardinale Etchegaray dichiarava: «Per me la preghiera della Chiesa cristiana nella cattedrale di San Rufino è stata il momento, il tempo forte di tutta la giornata… La qualità e l’intensità di questa preghiera era tale che tutti sembravano illuminati come da una nuova comune effusione dello Spirito Santo». È così che egli si è «ridicolmente e sentimentalmente» espresso sul quotidiano Avvenire del 2 novembre 1986. E occorre ricordare che egli fu il grande organizzatore della giornata di Assisi.

Gioco forza si è costretti a riconoscere che nella Babele di Assisi i cardinali e lo stesso Papa hanno rappresentato di fatto, non la Chiesa cattolica, ma la «Chiesa cristiana» che comprende i non cattolici.

E chi erano quelli che componevano questa «Chiesa cristiana» che secondo il cardinale Etchegaray avrebbe avuto la sua Pentecoste ad Assisi? Le «diverse Chiese e confessioni che hanno Cristo per fondamento», ci dice L’Osservatore Romano del 27/28 ottobre 1986. In pratica: la Chiesa ortodossa, le «Chiese» riformate e la Chiesa cattolica. Evidentemente questa «Chiesa cristiana» non era la Chiesa cattolica, ma una super-chiesa che supera ed include la Chiesa cattolica stessa, al pari delle altre sedicenti «Chiese».

Che ecclesiologia!

In effetti, la preghiera della «Chiesa cristiana» ad Assisi non è stata quella della Chiesa cattolica, la cui fede si esprime pienamente nella Santa Messa, «sacrificio vero e autentico», come insegna il Concilio di Trento al contrario degli autori di queste «confessioni e comunità cristiane» riuniti con i cattolici a San Rufino. Il rito della Nuova Messa è stato celebrato il 27 ottobre di buon mattino, dal Papa, Giovanni Paolo II, a Perugia, prima di essere condotto ad Assisi, dove il cerimoniale lo ha ecumenicamente confuso con i suoi «fratelli separati» - e questo Benedetto XVI, malgrado la sua intenzione, non potrà fisicamente evitarlo – per pregare con loro «ecumenicamente» e «senza trionfalismo», spogliato della dignità di Vicario di Cristo, dimentico che la Chiesa cattolica è tutt’uno con Cristo che deve regnare eternamente su tutte le cose, tutti i beni, tutti gli esseri. Questo gli deriva di diritto divino. Ma questo non potrà essere confessato dal Papa. Eppure è la sua funzione!

Ma c’è di più, ad Assisi la Chiesa cattolica è stata messa, non al livello delle false religioni, che si dicano cristiane o no, ma al di sotto di esse. Si è ricordato al cardinale Etchegaray che è stato permesso a tutti di «esprimersi nella pienezza della propria fede» (DC del 7/21 settembre 1986), ma questo non è stato permesso ai cattolici; «che la preghiera di ciascuno è stata rispettata», ma quella dei cattolici non lo è stata. E quando, mettendo in moto il carosello finale sulla piazza bassa di San Francesco, si è trionfalmente dichiarato: «Ci siamo riuniti in piena fedeltà alle nostre tradizioni religiose, profondamente coscienti dell’identità di ciascuno dei nostri impegni della fede» (O. R., cit., p. 4), questo era vero per tutti salvo che per i cattolici, né per la loro preghiera, né per il loro Pontefice, Lui, che è pur sempre il Vicario di Cristo…

Infine, mentre era stato previsto con gran cura che i rappresentanti delle false religioni si riunissero, secondo il loro desiderio, «insieme per pregare, ma senza pregare insieme» (Radio Vaticana), i rappresentanti ufficiali dell’unica vera religione hanno pregato unendosi ai rappresentanti delle false religioni sedicenti cristiane.

La pratica pancristiana di Assisi basta a dimostrare, tra l’altro, che vent’anni di falso ecumenismo sono bastati perché tra i cattolici, a cominciare dalla gerarchia, prendesse piede l’indifferentismo pancristiano. Oggi tutto appare legittimo.

Per tutte queste ragioni, la «giornata di Assisi» non può essere né rinnovata né commemorata; essa non è «commemorabile»; essa non è degna della Chiesa cattolica, essa è «spregevole».