domenica 13 marzo 2011

Il fumo di Satana nella casa del Signore


Riproponiamo nella Domenica delle tentazioni l'intervista a Padre Gabriele Amorth che 30giorni pubblicò nel giugno del 2001: davvero inquietante è il passaggio in cui padre Amorth denuncia l'esclusione del gruppo dei 150 esorcisti dall'udienza papale. Sembra che gli unici che non siano riusciti entrare in Vaticano siano coloro che combattono contro il Maligno a nome della Chiesa.


«... E LIBERACI DAL MALIGNO».
Intervista con padre Gabriele Amorth
di Stefano Maria Paci

Sono trascorsi 29 anni (ormai quasi 39, n.d.r.) da quel 29 giugno del 1972. Era la festa di san Pietro, principe degli apostoli. Era la festa di san Paolo, colui che ha portato il Vangelo di Cristo fino all’estremo Occidente. E in quel 29 giugno, festa dei santi protettori di Roma, il successore di Pietro che aveva preso il nome di Paolo lanciò un grido drammatico. Paolo VI parlò del nemico di Dio per antonomasia, di quel nemico dell’uomo che si chiama Satana. Il nemico della Chiesa. «Attraverso qualche fessura» denunciò Paolo VI «il fumo di Satana è entrato nella Chiesa». Un grido angoscioso, che lasciò stupiti e scandalizzò molti, anche all’interno del mondo cattolico.

E oggi, 29 anni dopo? Quel fumo è stato allontanato, o ha invaso altre stanze? Siamo andati a chiederlo a uno che con Satana e le sue astuzie ha a che fare tutti i giorni. Quasi per professione. È l’esorcista più famoso del mondo: padre Gabriele Amorth, fondatore e presidente ad honorem dell’Associazione internazionale degli esorcisti. Siamo andati da lui anche perché poche settimane fa, il 15 maggio, è stata approvata dalla Cei la traduzione italiana del nuovo Rituale degli esorcismi. Per entrare in uso attende solo il placet della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Una nuova arma che ha la Chiesa per combattere il Nemico? Per scacciare, se ancora non è stato fatto, quel fumo penetrato nel tempio del Signore? Macché! Sentite cosa racconta padre Amorth. Scoprirete che la guerra, in corso da millenni, infuria più furibonda che mai. Che la battaglia adesso si è spostata soprattutto all’interno della casa del Signore. E quel fumo... beh, quel fumo si diffonde in stanze insospettate.

Padre Amorth, finalmente è pronta la traduzione italiana del nuovo Rituale per gli esorcisti.

GABRIELE AMORTH: Sì, è pronta. L’anno scorso la Cei aveva rifiutato di approvarla perché c’erano errori di traduzione dal latino. E noi esorcisti, che dovremmo utilizzarla, avevamo approfittato per segnalare ancora una volta che su molti punti del nuovo Rituale non siamo d’accordo. Il testo base in latino resta immutato in questa traduzione. E un Rituale tanto atteso alla fine si è trasformato in una beffa. Un incredibile legaccio che rischia di impedirci di operare contro il demonio.

Un’accusa pesante. A cosa si riferisce?

AMORTH: Le faccio solo due esempi. Clamorosi. Al punto 15 si parla dei malefici e di come comportarsi. Il maleficio è un male causato a una persona ricorrendo al diavolo. E può essere fatto in diverse forme, come fatture, maledizioni, malocchi, vudù, macumba. Il Rituale romano spiegava come bisognasse affrontarlo. Il nuovo Rituale, invece, afferma categoricamente che c’è proibizione assoluta di fare esorcismi in questi casi. Assurdo. I malefici sono di gran lunga la causa più frequente delle possessioni e dei mali procurati dal demonio: non meno del 90 per cento. È come dire agli esorcisti di non operare più. Il punto 16, poi, afferma solennemente che non si debbono fare esorcismi se non c’è la certezza della presenza diabolica. È un capolavoro di incompetenza: la certezza che il demonio sia presente in una persona si ha solo facendo l’esorcismo. Tra l’altro, gli estensori non si sono accorti di contraddire, in entrambi i punti, il Catechismo della Chiesa cattolica, che indica di compiere l’esorcismo sia nel caso di possessioni diaboliche che di mali causati dal demonio. E dice anche di farlo sia sulle persone che sulle cose. E nelle cose non c’è mai la presenza del demonio, c’è solo la sua influenza.
Le affermazioni contenute nel nuovo Rituale sono gravissime e dannosissime, frutto di ignoranza e inesperienza.

Ma non è stato compilato da esperti?

AMORTH: Assolutamente no. In questi dieci anni sul Rituale hanno lavorato due commissioni: quella composta da cardinali che ha curato i Prenotanda, ossia le disposizioni iniziali, e quella che ha curato le preghiere. Io posso affermare con certezza che nessuno dei membri delle due commissioni ha mai fatto esorcismi né ha mai assistito ad esorcismi né ha mai avuto la più pallida idea di cosa sono gli esorcismi. Questo è l’errore, il peccato originale, di questo Rituale. Nessuno che vi ha collaborato era esperto di esorcismi.

Come è possibile?

AMORTH: Non lo chieda a me. Durante il Concilio ecumenico Vaticano II ogni commissione era coadiuvata da un gruppo di esperti che affiancavano i vescovi. E l’abitudine si è mantenuta anche dopo il Concilio, ogni volta che si sono rifatte parti del Rituale. Ma non in questo caso. E se c’era un argomento su cui servivano degli esperti, era questo.

E invece?

AMORTH: Invece noi esorcisti non siamo mai stati consultati. E, tra l’altro, i suggerimenti che abbiamo dato sono stati ricevuti con fastidio dalle commissioni. La storia è paradossale. Vuole che gliela racconti?

Certo.

AMORTH: Man mano che, come aveva chiesto il Concilio Vaticano II, le varie parti del Rituale romano venivano riviste, noi esorcisti attendevamo che venisse trattato anche il titolo XII, cioè il Rituale esorcistico. Ma evidentemente non era considerato un argomento rilevante, dato che passavano gli anni e non succedeva nulla. Poi, improvvisamente, il 4 giugno del 1990, uscì il Rituale ad interim, di prova. Fu una vera sorpresa per noi, che non eravamo mai stati consultati prima. Eppure da tempo avevamo preparato delle richieste, in vista di una revisione del Rituale. Chiedevamo, tra l’altro, di ritoccare le preghiere, immettendovi invocazioni alla Madonna che mancavano completamente, e di aumentare le preghiere esorcistiche specifiche. Ma eravamo stati completamente tagliati fuori dalla possibilità di dare qualsiasi contributo. Non ci scoraggiammo: il testo era stato fatto per noi. E dato che nella lettera di presentazione l’allora prefetto della Congregazione per il culto divino, il cardinale Eduardo Martínez Somalo, chiedeva alle conferenze episcopali di far avere, entro due anni, «consigli e suggerimenti dati dai sacerdoti che ne avranno fatto uso» ci mettemmo al lavoro. Riunii diciotto esorcisti scelti tra i più esperti del pianeta. Esaminammo con grande attenzione il testo. Lo utilizzammo. Abbiamo subito elogiato la prima parte, nella quale venivano riassunti i fondamenti evangelici dell’esorcismo. È l’aspetto biblico-teologico, su cui non mancava certo la competenza. Una parte nuova, rispetto al Rituale del 1614 composto sotto papa Paolo V: del resto, all’epoca non c’era bisogno di ricordare questi princìpi, da tutti riconosciuti ed accettati. Oggi, invece, è indispensabile.

Ma quando siamo passati ad esaminare la parte pratica, che richiede una conoscenza specifica dell’argomento, si è palesata la totale inesperienza dei redattori. Le nostre osservazioni sono state copiose, articolo per articolo, e le abbiamo fatte avere a tutte le parti interessate: Congregazione per il culto divino, Congregazione per la dottrina della fede, conferenze episcopali. Una copia fu consegnata direttamente nelle mani del Papa.

Come sono state accolte le vostre osservazioni?

AMORTH: Accoglienza pessima, efficacia nulla. Ci eravamo ispirati alla Lumen gentium, in cui la Chiesa è descritta come «Popolo di Dio». Al numero 28 si parla della collaborazione dei sacerdoti con i vescovi, al numero 37 si dice con chiarezza, addirittura riferendolo ai laici, che «secondo la scienza, la competenza e il prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa». Era esattamente il nostro caso. Ma ci eravamo illusi, ingenuamente, che le disposizioni del Vaticano II fossero giunte alle congregazioni romane. Invece ci siamo trovati di fronte un muro di rifiuto e di disprezzo. Il segretario della Congregazione per il culto divino fece una relazione alla commissione cardinalizia in cui diceva che i loro unici interlocutori erano i vescovi, e non i sacerdoti o gli esorcisti. E aggiungeva testualmente, a proposito del nostro umile tentativo di aiuto come esperti che esprimono il loro parere: «Si dovette prendere atto del fenomeno di un gruppo di esorcisti e cosiddetti demonologi, quelli che in seguito si sono costituiti in Associazione internazionale, che orchestravano una campagna contro il rito». Un’accusa indecente: noi non abbiamo mai orchestrato nessuna campagna! Era indirizzato a noi il Rituale, e nelle commissioni non avevano convocato nessuna persona competente: era più che logico che tentassimo di dare il nostro contributo.

Ma allora vuol dire che il nuovo Rituale è per voi inutilizzabile nella lotta contro il demonio?

AMORTH: Sì. Ci volevano consegnare un’arma spuntata. Sono state cancellate le preghiere efficaci, preghiere che avevano dodici secoli di storia, e ne sono state create di nuove, inefficaci. Ma per fortuna ci è stata gettata, all’ultimo, una scialuppa di salvataggio.

Quale?

AMORTH: Il nuovo prefetto della Congregazione per il culto divino, il cardinale Jorge Medina, ha affiancato al Rituale una Notificazione. In cui si afferma che gli esorcisti non sono obbligati ad usare questo Rituale, ma se vogliono possono utilizzare ancora il vecchio facendone richiesta al vescovo. I vescovi devono chiedere l’autorizzazione alla Congregazione che però, come scrive il cardinale, «la concede volentieri».

«La concede volentieri»? È una ben strana concessione…

AMORTH: Vuol sapere da dove nasce? Da un tentativo compiuto dal cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e dallo stesso cardinale Medina di introdurre nel Rituale un articolo – allora era l’articolo 38 – in cui si autorizzavano gli esorcisti ad usare il Rituale precedente. Indubbiamente si trattava di una manovra in extremis per farci evitare i grandi errori che ci sono in questo Rituale definitivo. Ma il tentativo dei due cardinali venne bocciato. Allora il cardinale Medina, che aveva compreso la posta in gioco, ha deciso di darci in ogni caso questa scialuppa di salvataggio, aggiungendo una notifica a parte.

Come venite considerati, voi esorcisti, all’interno della Chiesa?

AMORTH: Siamo trattati malissimo. I confratelli sacerdoti che vengono incaricati di questo delicatissimo compito sono visti come dei matti, degli esaltati. In genere sono appena tollerati dagli stessi vescovi che li hanno nominati.

Il fatto più clamoroso di questa ostilità?

AMORTH: Abbiamo tenuto un convegno internazionale degli esorcisti vicino a Roma. E abbiamo domandato di essere ricevuti dal Papa. Per non dargli l’aggravio di aggiungere una nuova udienza alle tantissime che già fa, abbiamo semplicemente chiesto di essere ricevuti in udienza pubblica, quella in piazza San Pietro del mercoledì. E senza nemmeno la necessità di essere citati tra i saluti. Abbiamo fatto regolare domanda, come ricorderà perfettamente monsignor Paolo De Nicolò, della Prefettura della casa pontificia, che ha accolto a braccia aperte la nostra richiesta. Il giorno prima dell’udienza però lo stesso monsignor De Nicolò ci ha detto – a dire il vero con grande imbarazzo, per cui si è visto benissimo che la decisione non dipendeva da lui – di non andare, che non eravamo ammessi. Incredibile: 150 esorcisti provenienti dai cinque continenti, sacerdoti nominati dai loro vescovi in conformità con le norme del diritto canonico che richiedono preti di preghiera, di scienza e di buona fama – quindi un po’ il fior fiore del clero –, chiedono di partecipare a un’udienza pubblica del Papa e vengono buttati fuori. Monsignor De Nicolò mi ha detto: «Naturalmente le prometto che le invierò subito la lettera con le motivazioni». Sono passati cinque anni, e quella lettera la aspetto ancora.

Certamente non è stato Giovanni Paolo II ad escluderci. Ma che a 150 sacerdoti venga proibito di partecipare a una udienza pubblica del Papa in piazza San Pietro spiega quanto sono ostacolati gli esorcisti dalla loro Chiesa, quanto sono malvisti da tante autorità ecclesiastiche.

Lei col demonio ci combatte quotidianamente. Qual è il più grande successo di Satana?

AMORTH: Riuscire a far credere di non esistere. E ci è quasi riuscito. Anche all’interno della Chiesa. Abbiamo un clero e un episcopato che non credono più nel demonio, negli esorcismi, nei mali straordinari che il diavolo può dare, e nemmeno nel potere che Gesù ha concesso di scacciare i demoni.

Da tre secoli la Chiesa latina – al contrario della Chiesa ortodossa e di varie confessioni protestanti – ha quasi del tutto abbandonato il ministero esorcistico. Non praticando più esorcismi, non studiandoli più e non avendoli mai visti, il clero non ci crede più. E non crede più nemmeno al diavolo. Abbiamo interi episcopati contrari agli esorcismi. Ci sono nazioni completamente prive di esorcisti, come la Germania, l’Austria, la Svizzera, la Spagna e il Portogallo. Una carenza spaventosa.

Non ha nominato la Francia. Lì la situazione è differente?

AMORTH: C’è un libro scritto dal più noto esorcista francese, Isidoro Froc, dal titolo: Gli esorcisti, chi sono e cosa fanno. Il volume, tradotto in italiano dall’editrice Piemme, è stato scritto per incarico della Conferenza episcopale francese. In tutto il libro non si dice mai che gli esorcisti, in certi casi, fanno esorcismi. E l’autore ha più volte dichiarato alla televisione francese di non avere mai fatto esorcismi e che mai li farà. Su un centinaio di esorcisti francesi, solo cinque credono al demonio e fanno gli esorcismi, tutti gli altri mandano chi si rivolge a loro dagli psichiatri.

E i vescovi sono le prime vittime di questa situazione della Chiesa cattolica, da cui sta scomparendo la credenza nell’esistenza del demonio. Prima che uscisse questo nuovo Rituale, l’episcopato tedesco ha scritto una lettera al cardinale Ratzinger in cui affermava che non occorreva un nuovo Rituale, perché non si dovevano più fare gli esorcismi.

È compito dei vescovi nominare gli esorcisti?

AMORTH: Sì. Quando un sacerdote viene nominato vescovo, si trova di fronte ad un articolo del Codice di diritto canonico che gli dà l’autorità assoluta per nominare degli esorcisti. A qualsiasi vescovo il minimo che si può chiedere è che abbia almeno assistito a un esorcismo, dato che deve prendere una decisione così importante. Purtroppo, non accade quasi mai. Ma se un vescovo si trova di fronte a una seria richiesta di esorcismo – che cioè non viene fatta da uno svitato – e non provvede, commette peccato mortale. Ed è responsabile di tutte le terribili sofferenze di quella persona, che a volte durano anni o una vita, e che avrebbe potuto impedire.

Sta dicendo che la maggior parte dei vescovi della Chiesa cattolica è in peccato mortale?

AMORTH: Quando ero ragazzino il mio vecchio parroco mi insegnava che i sacramenti sono otto: l’ottavo è l’ignoranza. E l’ottavo sacramento ne salva più degli altri sette sommati assieme. Per compiere peccato mortale occorre una materia grave ma anche la piena avvertenza e il deliberato consenso. Questa omissione di aiuto da parte di molti vescovi è materia grave. Ma questi vescovi sono ignoranti: non c’è dunque deliberato consenso e piena avvertenza.

Ma la fede rimane intatta, cioè rimane una fede cattolica, se uno non crede nell’esistenza di Satana?

AMORTH: No. Le racconto un episodio. Quando incontrai per la prima volta don Pellegrino Ernetti, un celebre esorcista che ha esercitato per quarant’anni a Venezia, gli dissi: «Se potessi parlare con il Papa gli direi che incontro troppi vescovi che non credono nel demonio». Il pomeriggio seguente padre Ernetti è tornato da me per riferirmi che il mattino era stato ricevuto da Giovanni Paolo II. «Santità», gli aveva detto, «c’è un esorcista qui a Roma, padre Amorth, che se venisse da lei le direbbe che conosce troppi vescovi che non credono nel demonio». Il Papa gli ha risposto, secco: «Chi non crede nel demonio non crede nel Vangelo». Ecco la risposta che ha dato lui e che io ripeto.

Mi faccia capire: la conseguenza è che molti vescovi e molti preti non sarebbero cattolici?

AMORTH: Diciamo che non credono a una verità evangelica. Quindi semmai li taccerei di propagare un’eresia. Però intendiamoci: uno è formalmente eretico se viene accusato di qualcosa e se persiste nell’errore. Ma nessuno, oggi, per la situazione che c’è nella Chiesa, accusa un vescovo di non credere nel diavolo, nelle possessioni demoniache e di non nominare esorcisti perché non ci crede. Eppure potrei farle tantissimi nomi di vescovi e cardinali che appena nominati in una diocesi hanno tolto a tutti gli esorcisti la facoltà di esercitare. Oppure di vescovi che sostengono apertamente: «Io non ci credo. Sono cose del passato». Perché? Purtroppo perché c’è stata l’influenza perniciosissima di certi biblisti, e potrei farle molti nomi illustri. Noi che tocchiamo ogni giorno con mano il mondo dell’aldilà, sappiamo che ha messo lo zampino in tante riforme liturgiche.

Per esempio?

AMORTH: Il Concilio Vaticano II aveva chiesto di rivedere alcuni testi. Disobbedendo a quel comando, si è voluto invece rifarli completamente. Senza pensare che si potevano anche peggiorare le cose anziché migliorarle. E tanti riti sono stati peggiorati per questa mania di voler buttare via tutto quello che c’era nel passato e rifare tutto daccapo, come se la Chiesa fino ad oggi ci avesse sempre imbrogliato e ingannato, e solo adesso fosse finalmente arrivato il tempo dei grandi geni, dei superteologi, dei superbiblisti, dei superliturgisti che sanno dare alla Chiesa le cose giuste. Una menzogna: l’ultimo Concilio aveva semplicemente chiesto di rivederli quei testi, non di distruggerli.

Il Rituale esorcistico, per esempio: andava corretto, non rifatto. C’erano preghiere che hanno dodici secoli di esperienza. Prima di cancellare preghiere così antiche e che per secoli si sono dimostrate efficaci, bisognerebbe pensarci a lungo. E invece no. Tutti noi esorcisti, utilizzando per prova le preghiere del nuovo Rituale ad interim, abbiamo sperimentato che sono assolutamente inefficaci.

Ma anche il rito del battesimo dei bambini è stato peggiorato. È stato stravolto, fin quasi ad eliminare l’esorcismo contro Satana, che ha sempre avuto enorme importanza per la Chiesa, tanto che veniva chiamato l’esorcismo minore. Contro quel nuovo rito ha protestato pubblicamente anche Paolo VI. È stato peggiorato il rito del nuovo benedizionale. Ho letto minuziosamente tutte le sue 1200 pagine. Ebbene, è stato puntigliosamente tolto ogni riferimento al fatto che il Signore ci deve proteggere da Satana, che gli angeli ci proteggono dall’assalto del demonio. Hanno tolto tutte le preghiere che c’erano per la benedizione delle case e delle scuole. Tutto andava benedetto e protetto, ma oggi la protezione dal demonio non esiste più. Non esistono più difese e neppure preghiere contro di lui. Lo stesso Gesù ci aveva insegnato una preghiera di liberazione, nel Padre nostro: «Liberaci dal Maligno. Liberaci dalla persona di Satana». In italiano è stata tradotta in modo erroneo, e adesso si prega dicendo: «Liberaci dal male». Si parla di un male generico, di cui in fondo non si sa l’origine: invece il male contro cui nostro Signore Gesù Cristo ci aveva insegnato a combattere è una persona concreta: è Satana.

Lei ha un osservatorio privilegiato: ha la sensazione che il satanismo si stia diffondendo?

AMORTH: Sì. Tantissimo. Quando cala la fede aumenta la superstizione. Se uso il linguaggio biblico, dico che si abbandona Dio e ci si dà all’idolatria, se uso un linguaggio moderno, dico che si abbandona Dio per darsi all’occultismo. Lo spaventoso calo della fede in tutta l’Europa cattolica fa sì che la gente si getti tra le mani di maghi e cartomanti, mentre prosperano le sette sataniche. Il culto del demonio viene reclamizzato a masse intere attraverso il rock satanico di personaggi come Marilyn Manson, e viene dato l’assalto anche ai bambini: giornali a fumetti insegnano la magia e il satanismo.

Diffusissime le sedute spiritiche, in cui si evocano morti per averne risposte. Ora si insegna a fare sedute spiritiche con il computer, con il telefono, con il televisore, con il registratore ma soprattutto con la scrittura automatica. Non c’è più nemmeno bisogno del medium: è uno spiritismo “fai da te”. Secondo i sondaggi, il 37 per cento degli studenti ha fatto almeno una volta il gioco del cartellone o del bicchierino, che è una vera seduta spiritica. In una scuola in cui mi avevano invitato a parlare, i ragazzi hanno detto che la facevano durante l’ora di religione sotto gli occhi compiaciuti dell’insegnante.

E funzionano?

AMORTH: Non esiste distinzione tra magia bianca e magia nera. Quando la magia funziona, è sempre opera del demonio. Tutte le forme di occultismo, come questo grande ricorso verso le religioni d’Oriente, con le loro suggestioni esoteriche, sono porte aperte per il demonio. E il diavolo entra. Subito.

Io non ho esitato a dire immediatamente, nel caso della suora uccisa a Chiavenna e in quello di Erika e Omar, i due ragazzi di Novi Ligure, che c’era stato un intervento diretto del demonio perché quei ragazzi erano dediti al satanismo. Proseguendo l’indagine la polizia ha poi scoperto, in entrambi i casi, che questi ragazzi seguivano Satana, avevano libri satanici.

Su cosa fa leva il demonio per sedurre l’uomo?

AMORTH: Ha una strategia monotona. Glielo ho detto, e lui lo riconosce… Fa credere che l’inferno non c’è, che il peccato non esiste ma è solo un’esperienza in più da fare. Concupiscenza, successo e potere sono le tre grandi passioni su cui Satana insiste.

Quanti casi di possessione demoniaca ha incontrato?

AMORTH: Dopo i primi cento ho smesso di contarli.

Cento? Ma sono tantissimi. Lei nei suoi libri dice che i casi di possessione sono rari.

AMORTH: E lo sono davvero. Molti esorcisti hanno incontrato solo casi di mali diabolici. Ma io ho ereditato la “clientela” di un esorcista famoso come padre Candido, e quindi i casi che lui non aveva ancora risolto. Inoltre, gli altri esorcisti mandano da me i casi più resistenti.

Il caso più difficile che ha incontrato?

AMORTH: Ce l’ho “in cura” adesso, e da due anni. È la stessa ragazza che è stata benedetta – non è stato un vero esorcismo – dal Papa a ottobre in Vaticano e che ha creato scalpore sui giornali. È colpita 24 ore su 24, con tormenti indicibili. I medici e gli psichiatri non riuscivano a capirci nulla. È pienamente lucida e intelligentissima. Un caso davvero doloroso.

Come si cade vittime del demonio?

AMORTH: Si può incappare nei mali straordinari inviati dal demonio per quattro motivi. O perché questo costituisce un bene per la persona (è il caso di molti santi), o per la persistenza nel peccato in modo irreversibile, o per un maleficio che qualcuno lancia per mezzo del demonio, o quando ci si dedica a pratiche di occultismo.

Durante l’esorcismo di posseduti, che tipo di fenomeni si manifestano?

AMORTH: Ricordo un contadino analfabeta che durante l’esorcismo mi parlava solo in inglese, e io avevo bisogno di un interprete. C’è chi mostra una forza sovrumana, chi si solleva completamente da terra e varie persone non riescono a tenerlo seduto sulla poltrona. Ma è solo per il contesto in cui si svolgono, che parliamo di presenza demoniaca.

A lei il demonio non ha mai fatto del male?

AMORTH: Quando il cardinale Poletti mi chiese di fare l’esorcista io mi raccomandai alla Madonna: «Avvolgimi nel tuo manto e io sarò sicurissimo». Di minacce il demonio me ne ha fatte tante, ma non mi ha mai fatto nessun danno.

Lei non ha mai paura del demonio?

AMORTH: Io paura di quella bestia? È lui che deve avere paura di me: io opero in nome del Signore del mondo. E lui è solo la scimmia di Dio.

Padre Amorth, il satanismo si diffonde sempre di più. Il nuovo Rituale rende difficile fare esorcismi. Agli esorcisti si impedisce di partecipare a una udienza con il Papa a piazza San Pietro. Mi dica sinceramente: cosa sta accadendo?

AMORTH: Il fumo di Satana entra dappertutto. Dappertutto! Forse siamo stati esclusi dall’udienza del Papa perché avevano paura che tanti esorcisti riuscissero a cacciare via le legioni di demoni che si sono insediate in Vaticano.

Sta scherzando, vero?

AMORTH: Può sembrare una battuta, ma io credo che non lo sia. Non ho nessun dubbio che il demonio tenti soprattutto i vertici della Chiesa, come tenta tutti i vertici, quelli politici e quelli industriali.

Sta dicendo che anche qui, come in ogni guerra, Satana vuole conquistare i generali avversari?

AMORTH: È una strategia vincente. Si tenta sempre di attuarla. Soprattutto quando le difese dell’avversario sono deboli. E anche Satana ci prova. Ma grazie al cielo c’è lo Spirito Santo che regge la Chiesa: «Le porte dell’inferno non prevarranno». Nonostante le defezioni. E nonostante i tradimenti. Che non devono meravigliare. Il primo traditore fu uno degli apostoli più vicini a Gesù: Giuda Iscariota. Però nonostante questo la Chiesa continua nel suo cammino. È tenuta in piedi dallo Spirito Santo e quindi tutte le lotte di Satana possono avere solo dei risultati parziali. Certo, il demonio può vincere delle battaglie. Anche importanti. Ma mai la guerra.


sabato 12 marzo 2011

La Tradizione è l’anima della Chiesa

Vi trasmetto quello che ho ricevuto
di Cristina Siccardi

La Tradizione è l’anima della Chiesa, la linfa vitale e santificante, dalla quale nessun cattolico può prescindere. La Tradizione della Chiesa, orale e scritta, tutta intera, non parziale, non a frammenti, custodisce la Verità lasciata in eredità da Cristo, l’Unto di Dio, il Sacerdote salito e morto sulla Croce per la salvezza di ciascuno. A questa Tradizione ha sempre fatto riferimento Monsignor Marcel Lefebvre che riuscì, con la sua inossidabile, inscalfibile Fede e per speciale grazia divina, a diagnosticare le cause della crisi della Chiesa e, come un buon medico, a consegnare ai suoi contemporanei e alle generazioni future la terapia corretta per la guarigione.

Nel testo recentemente uscito in libreria Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa (Sugarco, € 18,80), curato da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Monsignor Lefebvre illustra con Fede e sapienza, con lucidità e chiarezza, le ragioni essenziali della Tradizione: essa non è realtà chiusa in se stessa e nel suo passato, con i suoi insegnamenti, i suoi riti, le sue preghiere; non è una suggestione per pochi e sparuti nostalgici, bensì la vita perenne della Chiesa, quella che non è legata ad un periodo storico preciso e si esaurisce in esso, ma è il cuore pulsante della Sposa di Cristo dal quale si dipartono tutte le arterie che irrorano l’unica religione vera, come la proclamò è la cantò sant’Agostino d’Ippona (354-430) e l’altro convertito, lontano nel tempo e nello spazio, ma non nella comunione di santità, il Beato John Henry Newman (1801-1890), il valoroso e impavido pastore che dichiarò guerra aperta, nel XIX secolo, al liberalismo come la dichiarerà, nel secolo successivo, il paladino della Tradizione, Monsignor Marcel Lefebvre.

La Rivelazione venne comunicata oralmente da Cristo ai Dodici, con il compito di trasmetterla ovunque e di generazione in generazione. Afferma Monsignor Lefebvre: «Da quella promessa fino ai giorni nostri la storia della misericordia di Dio verso l’umanità è la storia dell’antico e del nuovo Testamento e pertanto tutta la storia della Chiesa. Lo Spirito soffia dove vuole e si sceglie, per venire in soccorso alla Chiesa in pericolo, Pontefici e umili fedeli, prìncipi e pastorelle. […] lo Spirito Santo non potrà che far eco a Nostro Signore. Per questo, seppure con modalità esteriori diverse, coloro che Egli ha scelto hanno ripetuto e fatto le medesime cose, si sono nutriti alle stesse fonti per rendere vitalità alla Chiesa. Sant’Ilario, san Benedetto, sant’Agostino, sant’Elisabetta, san Luigi, santa Giovanna d’Arco, san Francesco d’Assisi, sant’Ignazio, il santo curato d’Ars, santa Teresa del Bambin Gesù […]. Tutti tennero in grande stima i sacramenti e particolarmente l’Eucaristia e il Santo Sacrificio della Messa. Tutti manifestarono il distacco dai beni di questo mondo e lo zelo per la salvezza dei peccatori. Non avevano nulla di più caro che la gloria di Dio, di Nostro Signore Gesù Cristo, l’onore della Sua unica Chiesa. La Sacra Scrittura era loro familiare e veneravano la Tradizione della Chiesa espressa nelle professioni di fede, nei Concili e nei catechismi, dove si trova l’autentica dottrina trasmessa dagli apostoli» (pp. 77-78).

La giovinezza della Tradizione

Come il Figlio di Dio appartiene a tutti i tempi, anche la Tradizione appartiene a tutte le generazioni, ecco la giovinezza perenne della Chiesa, Sposa di Cristo, infatti, scrive ancora Monsignor Lefebvre, ricordando san Paolo: «Jesus Christus heri, hodie et in saecula», «Gesù Cristo ieri, oggi e per tutti i secoli» (Eb 13,8) e ciò che è eterno non passa, perché “è”.

Tuttavia la Chiesa militante cammina e allora «può accadere che il messaggio si attenui, che i nemici della Chiesa riescano a soffocare la buona semente, che la negligenza dei pastori attenui la fede, che i costumi si corrompano, la cristianità presti un orecchio benevolo alle critiche ironiche di questo mondo perverso» (p. 79), dove Satana non minaccia soltanto ciò che sta fuori dalla Chiesa, ma cerca con violenza di insinuarsi anche all’interno nel tentativo che essa si autodemolisca: «Allora i rinnovamenti si impongono; ma sull’esempio di Nostro Signore che è l’eco del Padre, dello Spirito Santo che è l’eco del Figlio, gli apostoli non hanno mai cessato di ripetere ai loro discepoli: ricordate ciò che vi è stato detto, rimanete nella dottrina che vi è stata insegnata, conservate il deposito della fede, non vi lasciate raggirare dai falsi profeti, mentitori, figli di perdizione, destinati al fuoco eterno con tutti coloro che li seguono. Rileggiamo le epistole di san Paolo a Timoteo e a Tito, le epistole di san Pietro, di san Giacomo, di san Giovanni.

Se si cerca in san Giovanni Crisostomo (344/354-407), in sant’Ilario di Poitiers (315 ca-367), in sant’Agostino il loro criterio di giudizio sugli errori del loro tempo, si osserva che essi ritornano sempre a ciò che hanno insegnato coloro che avevano udito parlare gli apostoli o i loro testimoni diretti, e soprattutto a ciò che avevano insegnato coloro che si erano succeduti sulle cattedre degli apostoli, in particolare sulla cattedra di Pietro» (p.79).

In queste pagine emerge tutto l’amore di monsignor Lefebvre per Roma, patria dell’integra Tradizione, la città scelta da Gesù per la propagazione della Tradizione: «Domine, quo vadis?» («Signore dove vai?») gli chiese Pietro quando proprio da Roma era tentato, per paura, di fuggire e il Signore, guardandolo, gli rispose: «Venio Romam iterum crucifigi» («Vengo a Roma a farmi crocifiggere di nuovo»). A Roma dunque, non più a Gerusalemme.

Ogni volta che la Chiesa è stata ferita e colpita, si è sempre risollevata grazie alla regola d’oro della Tradizione e, anche oggi, afferma Monsignor Lefebvre, occorre fare riferimento all’aureo filo della fedele e incorrotta trasmissione: «Bisogna dunque ritornare alla regola d’oro di tutta la Tradizione, sia per la fede che per i costumi» (p. 81).

La Santa Messa e la santità sacerdotale

In questo salutare e reviviscente ritorno alla Tradizione sono essenziali due elementi: la Santa Messa di sempre, dove si rinnova il Santo Sacrificio del Signore Gesù e i sacerdoti. Alla Santa Messa Monsignor Lefebvre non ha rinunciato, incurante dei costi personali pagati e pagandi, quella Messa liberalizzata nel 2007, dopo decenni di persecuzione, dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Diceva il Vescovo che comprese che dalla salvaguardia della Santa Messa di sempre avrebbe trovato giovamento il Credo dei fedeli: «Contemplare la Santa Messa significa contemplare Gesù sulla croce. ContemplarLo come ha fatto la Madonna, che stava accanto a Lui, e vedere in quella croce il culmine dell’amore di Dio per noi. Potremmo definire Gesù come l’amore spinto fino al sacrificio di sé, che è il sacrificio supremo. È proprio questo, Nostro Signore: l’amore per il Padre e l’amore per il prossimo spinto fino al sacrificio supremo, fino all’ultima goccia del Suo sangue. È questa la più grande manifestazione dell’amore di Gesù per il Padre e per noi» (pp. 208-209).

Monsignor Lefebvre non ha rinunciato neppure alla santità sacerdotale per la quale ha speso immense energie; al fine di custodirla e diffonderla ha fondato un Seminario, che ha mantenuto i parametri della formazione preconciliare, ma ha anche dato vita ad un’istituzione, la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ecco dunque che «senza alcuna ribellione, noi proseguiamo la nostra opera di formazione sacerdotale alla luce del magistero di sempre, persuasi di non poter rendere miglior servizio alla santa Chiesa cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future. “Se accadesse”, dice san Paolo, “che noi stessi o un angelo venuto dal cielo vi insegnassimo cose diverse da ciò che vi ho insegnato, che sia anatema”. San Paolo si fa anatema lui stesso qualora insegni delle novità, qualora insegni qualcosa che non ha insegnato un tempo» (p. 84), che non è stato trasmesso, quindi, dalla Tradizione…

Il tentativo di calpestare la Tradizione

Nel Concilio Vaticano II si è tentato, a volte con prepotenza, a volte con blandizia e furberia, di lasciare alle spalle la Tradizione, come se la Chiesa dovesse liberarsi da una zavorra, da un ferro vecchio: il mondo moderno, “emancipato” e “intelligente”, scientista e amante del progresso, lo esigeva, lo pretendeva. Il Concilio pastorale del XX secolo, il primo della storia della Chiesa con questa caratterizzazione, volle provare a dialogare con il mondo contemporaneo, con le sue filosofie e le sue prassi, con la sua religione antropocentrica, come lucidamente chiarito da Paolo VI (1897-1978) nell’allocutio di chiusura del Concilio stesso (7 dicembre 1965). Dichiara Monsignor Lefebvre: «Una minoranza liberale fra i padri del Concilio e soprattutto fra i cardinali fu attivissima, molto organizzata, e quanto mai appoggiata da una pleiade di teologi modernisti e da numerosi segretari. Basta pensare all’enorme produzione di pubblicazioni dell’IDOC [rivista teologica di «documentazione trans-confessionale per il rinnovamento religioso e umano»], sovvenzionata dalle Conferenze episcopali tedesca e olandese. Essi ebbero gioco facile nel chiedere costantemente l’adattamento della Chiesa all’uomo moderno, cioè all’uomo che vuole liberarsi da tutto, nel presentare la Chiesa come inadatta, impotente, e nel far battere il petto ai predecessori. La Chiesa viene presentata altrettanto colpevole che i protestanti e gli ortodossi delle separazioni di una volta. Essa deve chiedere perdono agli attuali protestanti» (p. 96).

In questa atmosfera di ebbrezza di liberazione si tennero i lavori del Concilio Vaticano II, un’atmosfera alla quale si oppose, con temerarietà, il Vescovo Marcel Lefebvre, che votò la maggioranza dei documenti conciliari, ma che si oppose fermamente a quelle novità di chiarissimo carattere liberale. «… io non sono né mai ho sognato di definirmi “il capo dei tradizionalisti”. Altri hanno affermato questo, anche a Roma, ma io non lo sono affatto. Perché anch’io sono un semplice cattolico» (p. 100) e come semplice cattolico, come sacerdote e come Vescovo, Monsignor Lefebvre si attenne ai principi dettati dal grande difensore della Tradizione, san Vincenzo di Lérins (?-450 ca), il quale scrisse, ben conoscendo il pericolo delle eresie:

«Cosa farà il cristiano cattolico se qualche piccola parte della Chiesa si staccherà dalla comunione, dalla fede universale? Quale altra decisione prendere, se non preferire alla parte cancrenosa e corrotta il corpo nel suo insieme che è sano? E se qualche altro nuovo contagio cerca di avvelenare non più una piccola parte della Chiesa, ma tutta quanta, allora sarà sua massima cura attenersi all’antico, che evidentemente non può essere sedotto da alcuna novità menzognera» (san V. di Lérins, Commonitorium). Sulla base di tale principio Monsignor Lefebvre trovò il coraggio di parlare ad alta voce e di difendere la Tradizione considerando questa resistenza «il più grande servizio che possiamo rendere alla Chiesa e al successore di Pietro» (p. 117).

Cristo è il Re

Il ritorno alla Croce è basilare: Cristo ha regnato attraverso la Croce, perché quella Croce ha vinto il peccato, ha vinto il demonio, ha vinto la morte, perciò «… la Vergine Maria, ai piedi della croce, ve lo ripete. Ella, col cuore trafitto, colmo di sofferenze e di dolore, ma ugualmente pieno di gioia nell’unirsi al sacrificio del suo divin Figlio, vi ripete: “Siate cristiani, siate cattolici”. Non lasciamoci allettare da tutte le idee mondane, da tutte le correnti del mondo che trascinano verso il peccato e l’inferno. Se vogliamo andare in cielo, dobbiamo seguire Gesù, portare la nostra croce e seguirLo; imitarLo nella Sua croce, nella Sua sofferenza, nel Suo sacrificio» (p. 123).

Monsignor Lefebvre, nella tempesta delle idee rivoluzionarie e nella bramosia delle novità, scelse di continuare nel terreno arato in venti secoli di Cristianesimo e definì tale decisione: «operazione sopravvivenza della Tradizione» (p. 149).

Occorre, spiega ancora, custodire il Testamento di Gesù Cristo: la Santa Messa, fondata sul sacrificio, che è «tutto per Dio» (p. 122), perciò, con afflato mistico, grida: «per la gloria della Santissima Trinità, per l’amore di Nostro Signore Gesù Cristo, per la devozione alla Santissima Vergine Maria, per l’amore della Chiesa, per l’amore del Papa, per l’amore dei vescovi, dei sacerdoti, di tutti i fedeli, per la salvezza del mondo… custodite il testamento di Gesù Cristo, custodite il Sacrificio di Nostro Signore! Conservate la Messa di sempre!» (p.125).

La concezione e la spiritualità di monsignor Lefebvre sul Santo Sacrificio sono riconducibili a quelle del santo Curato d’Ars (1786-1859) e di padre Pio da Pietrelcina (1887-1968): «Nella Messa e sulla croce la Vittima e il Sacerdote principale sono identici. La Vittima è il “Cristo stesso”, è presente sotto le specie del pane e del vino» (p. 162).

Tutte le sublimi chiese che sono state edificate nel tempo sono state innalzate per questa Santa Messa e per questa Messa sono stati formati sacerdoti degni di tale compito, con Fede autentica, in Grazia di Dio, dove vita naturale e vita soprannaturale si incontrano felicemente e si fondono l’una nell’altra. Non è semplice, ma possibile, infatti se «veramente noi viviamo con Dio, se veramente siamo con il Signore e ci abbandoniamo a Lui, stiamo sicuri che Egli, giorno per giorno, ci indicherà la via da seguire. […] se restiamo tra le braccia di Dio saremo senz’altro sicuri di essere Suoi figli obbedienti e intimamente uniti a Lui» (p. 189).

Materialismo, liberalismo, indifferentismo, latitudinarismo… hanno infettato la società, dove tutti i culti delle più svariate religioni sono stati posti sullo stesso piano della Fede cattolica. Nessuno sembra più credere alla regalità di Gesù Cristo, ma il giorno in cui Egli tornerà «improvvisamente sulle nuvole del cielo, costoro saranno costretti a dire: “Ah! Egli è Re davvero. Noi non pensavamo che fosse possibile”. Sì, Nostro Signore è Re ed Egli solo sarà Re: non ve ne saranno altri. La gente non ci crede, come se fosse una favola. Essi vivono in un tale liberalismo, in un così diffuso laicismo, da esserne profondamente contagiati. Sono impastati di materialismo. Perciò non si pone più Gesù al posto che Gli spetta». (p. 193). Come non ricordare in queste affermazioni le parole dell’Evangelista Matteo, il quale descrive ciò che accadde sul Calvario quando Gesù spirò sulla Croce? «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”» (Mt 27, 51-54 ).

L’amore per Roma

La salvezza delle anime, «salus animarum suprema lex», come insegna san Tommaso (Cfr. Quaestiones quodlibetales, XII, q.16, a. 2; anche Codice di Diritto canonico 1983, can. 1752), stava in cima ai pensieri del Vescovo che, simile all’aquila quando plana nelle altezze, riuscì a mantenere una visione globale della situazione che veniva a crearsi. Rimase, così, fuori dalla pandemia liberaleggiante e, conservando umiltà e semplicità, riuscì a trasmettere tutto ciò che aveva ricevuto: integrità della Fede di Santa Romana Chiesa, primato petrino, dottrina cattolica, celebrazione del Santo Sacrificio di sempre, santità sacerdotale.

Chiarissimo da queste pagine, che trasudano Amore per la Trinità, per Maria Santissima, per i Santi, tutto il suo attaccamento per Roma: egli soffre che i massoni, cercando di distruggere la Chiesa, la relegarono nella Città del Vaticano, ma gioisce ogni volta che la raggiunge. Considerava, infatti, elemento imprescindibile, sia per i seminaristi che per i sacerdoti della Fraternità San Pio X, chiamati a «mai dimenticare» (p. 215), l’influenza romana sulla «nostra spiritualità, sulla nostra liturgia e anche sulla nostra teologia» (p. 215). Roma è sede di Pietro e monsignor Lefebvre rammenta il verso di Dante (1265-1321): «Onde Cristo è romano» (Purgatorio, XXXII, 102), perciò il Vescovo arriva alla determinazione che non si può essere «cattolici senza essere romani». Il Cristianesimo, per volontà di Dio, è stato colato nello stampo romano, quindi non «dimentichiamolo mai: spetta anche a noi custodire questa tradizione romana voluta dal Signore» (p. 216).

Monsignor Lefebvre, che dispiegò tutte le sue qualità e le sue energie per il trionfo della Verità, combatté con umiltà, evitando gli eccessi, anzi egli raccomandava la pacatezza e la tranquillità, lasciando perdere ogni tipo di sterile polemica perché, sosteneva, «non lavoriamo contro nessuno, né persone né istituzioni» (p. 231). Egli, con i suoi figli, quelli fedeli, lavorò e lavora non per distruggere, ma per costruire.



venerdì 11 marzo 2011

gruppo per la Tradizione a Siracusa


Nell'Arcidiocesi di Siracusa si sta formando un gruppo di richiedenti della Santa Messa Tradizionale. I promotori segnalano il proprio indirizzo email ai fedeli del territorio diocesano interessati o simpatizzanti del Rito antico cosicché possano contattare il nuovo gruppo.

Ecco l'indirizzo di posta elettronica: gregorianasiracusa@libero.it

martedì 8 marzo 2011

i due corni del dilemma

Pubblichiamo questo interessantissimo intervento del superiore della Fraternità San Pio X per il distretto della Francia; in  buona sostanza si vede come i due corni del dilemma, salvare la Tradizione e con essa la Chiesa o salvare il Concilio e con esso una delle modalità del Magistero supremo della Chiesa, sostanzialmente non possano essere superati e risolti senza affrontare la grande questione del Concilio. Ora poiché c'è qualcosa che è superiore sia alla Chiesa che al Magistero supremo e ciò è la salvezza delle anime, per il bene delle anime sembra giunta l'ora di un ripensamento del Concilio ai massimi livelli: un'occasione propizia potrebbe essere data dal fatto che il prossimo anno ricorre in ottobre il 50° anniversario di apertura del Concilio. Preghiamo perchè il bene della anime nella Chiesa richiede grande fede e grandi sacrifici.

LETTERA AI NOSTRI CONFRATELLI SACERDOTI
Quale rapporto tra il Vaticano II e la crisi?
Lettera trimestrale per le relazioni della Fraternità San Pio X con il clero francese

Quale rapporto tra il Vaticano II e la crisi?

E’ già un anno che i colloqui dottrinali auspicati dalla Fraternità San Pio X e stabiliti dal Sommo Pontefice si svolgono regolarmente tra gli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede ed i rappresentanti della Fraternità San Pio X. Queste conversazioni dottrinali proseguono con la discrezione richiesta da un’iniziativa così importante e difficile. E’ impossibile, e sarebbe insensato, pensare di lavorare su questioni complesse e sottili sotto l’occhio delle telecamere della televisione e davanti ad una selva di microfoni. Ciascuno dei protagonisti, infatti, deve poter esprimere la sua posizione, la sua visione riguardo ad un problema, davanti ai suoi pari, anche se questa espressione è ancora insufficiente e imperfetta, in modo da ricevere le critiche e le osservazioni fondate degli altri e riuscire così ad affinare e perfezionare ciò che deve dire e difendere. Sarebbe ridicolo e imprudente voler diffondere ai quattro venti fin da ora ciò che ha bisogno di essere limato, approfondito, meglio argomentato. E questo da entrambe le parti. Aspettiamo allora senza impazienza, e pregando per il bene della Chiesa, che queste discussioni progrediscano abbastanza da poter presentare al pubblico questo o quell’ elemento definitivamente elaborato e da potere avere l’occasione di prenderne conoscenza. Tuttavia, questi approfondimenti teologici hanno come oggetto principale il nostro rapporto col concilio Vaticano II, e l’influenza di quest’ultimo sulla crisi che oggi attraversa la Chiesa. Così mi è parso utile proporvi una sintesi semplice ma abbastanza completa della nostra posizione su questo punto cruciale, sintesi di cui la prima parte viene presentata in questo numero.

Parlare del Vaticano II con delicatezza e sfumature, ma anche con franchezza e verità, oggi è estremamente difficile. Lasciare intendere che tal testo del Concilio, in taluno dei suoi punti, e per tale ragione teologica, potrebbe eventualmente non essere interamente estraneo alla crisi attuale, pare totalmente impensabile ed inaccettabile: è il grande tabù ecclesiastico contemporaneo, la questione scottante per eccellenza.

Ho ritenuto che non fosse degno né di voi né di noi schivare tale questione cruciale col pretesto che potrebbe contrariare qualcuno. Mi è sembrato che, tra sacerdoti, tra adulti maturi e responsabili, potessimo liberamente “ parlare di cose che irritano senza irritarci ”. E’ una scommessa sull’intelligenza e sull’apertura mentale.

Rev. Regis de CAQUERAY

QUELLO CHE NON DICIAMO SUL VATICANO II

Che la crisi attuale deriverebbe unicamente dal Concilio

E’ evidente che noi non abbiamo mai detto che il concilio Vaticano II sia l’unica causa della scristianizzazione contemporanea, la fonte esclusiva di tutti i mali attuali della Chiesa, la chiave di lettura completa della crisi religiosa: sarebbe una concezione ridicola. Al contrario, è certo che la crisi attraversata dalla Chiesa da mezzo secolo possiede spiegazioni molteplici, cause molto varie, di cui è possibile stabilire rapidamente una lista sommaria.

Malessere nella cristianità

E’ chiaro come alla fine del pontificato di Pio XII esistesse già un profondo malessere nella Chiesa, anche se le strutture esteriori parevano solide. Le statistiche mostrano una diminuzione progressiva ed inesorabile delle vocazioni, ben prima del Concilio: tra il 1950 ed il 1960, il numero delle ordinazioni sacerdotali in Francia è ridotto di un terzo. La pratica domenicale ha iniziato a decrescere: sempre in Francia, tra il 1950 ed il 1960, si è già abbassata del 20%. Le conseguenze della Seconda Guerra mondiale, soprattutto della divisione tra resistenti, collaboratori e attendisti, si fanno sentire. Un’inquietudine sorda, un malessere spirituale travaglia una parte del clero e dei fedeli, mentre da ogni lato si diffondono inquietanti asserzioni teologiche e morali. L’enorme diffusione clandestina, nei seminari dell’epoca, delle opere di Teilhard de Chardin ne è un segno chiarissimo. Si fa strada un desiderio di emancipazione, e la gioventù, come è normale, è la prima ad esserne colpita: la grande crisi dell’Azione Cattolica, ricordiamolo, comincia fin dagli anni ’50 dalle organizzazioni giovanili. Di fronte a questo malessere, che richiederebbe dei rimedi spirituali appropriati passanti da un rinnovamento interiore, una parte della Chiesa, sfortunatamente, si limita ad una pastorale abitudinaria, senza affrontare il problema. La Chiesa non produce sufficienti anticorpi per superare questa crisi, di cui il modernismo, sotto papa san Pio X, è stato un segnale di avviso. Crescono dei pericoli, annunciatori di tempeste future, ma la buona società ecclesiastica se ne preoccupa troppo poco, fidandosi di un ordine soltanto esteriore. E’ evidente che questo malessere religioso più o meno diffuso costituisca un terreno propizio alla terribile esplosione degli anni ’60-’70.

Il Trentennio del boom

Questo malessere nella Chiesa dipende in parte da un’evoluzione tecnica, economica e sociale inedita. Il dopoguerra conosce uno straordinario arricchimento delle nazioni occidentali, frutto della diffusione delle tecniche ( motorizzazione, elettronica, chimica, ecc.), così come di un’energia abbondante e a buon mercato (soprattutto petrolio). La medicina comincia i suoi fantastici progressi, che in particolare aprono all’uomo la possibilità di dominare la propria fecondità con dei mezzi artificiali (pillola contraccettiva). I trasporti (navi, treni ed aerei), divenuti rapidi, sicuri e poco costosi, permettono la crescita della globalizzazione (detta oggi mondializzazione) delle persone e delle merci, cosa che favorisce lo sviluppo sempre crescente delle telecomunicazioni (banalizzazione del telefono). E’ il Trentennio del boom, epoca dell’impiego per tutti e dell’aumento del tenore di vita.

Crisi della coscienza europea ( e mondiale)

Questi spettacolari cambiamenti economici e tecnici sono accompagnati da evoluzioni sociali e culturali importanti. La secolarizzazione della società, avviata nel XVIII secolo, continua a progredire, comportando una scomparsa progressiva delle tracce del cristianesimo nella società. Il successo sempre più significativo dei “ maestri del dubbio ” (Kant, Nietzsche, Darwin, Freud, ecc.), mette in causa la capacità dell’uomo di raggiungere una verità oggettiva, la nobiltà delle sue scelte etiche, la sua superiorità sul mondo animale, il controllo della sua vita interiore. Il marxismo, soprattutto nella sua versione leninista, domina una grande parte del mondo, ma anche strati interi della società europea. L’accesso all’indipendenza delle nazioni colonizzate, l’emergere delle loro rivendicazioni politiche, economiche, culturali e religiose contribuiscono al rigetto dell’ “ europocentrismo ”. I vecchi colonizzatori sono messi sul banco degli imputati, le loro opinioni pubbliche sono influenzate dalla coscienza sporca. A causa del prolungamento e dell’universalizzazione dell’obbligo scolastico, dell’ingresso ritardato nel mondo del lavoro, di una certa forma di autonomia finanziaria e della valorizzazione del figlio (conseguenza della riduzione della fecondità), compare una nuova classe nella società e reclama la propria parte di responsabilità e di considerazione: la gioventù. Questa crisi della coscienza europea e mondiale scoppia con gli avvenimenti del maggio 1968, che riguardano sia la Germania, l’Italia, la Cecoslovacchia sia gli Stati Uniti, il Messico, il Brasile, il Giappone o la Cina, ma sono particolarmente massicci e spettacolari in Francia.

Crisi conciliare e postconciliare

Tutti questi fatti e molti altri che un’analisi sociologica permette di chiarire, costituiscono senza dubbio un terreno propizio ad una rimessa in causa globale della tradizione, dell’autorità, delle norme, della cultura dominante, della religione. Ne siamo consapevoli e lo ammettiamo volentieri: la crisi di cui subiamo ancora le conseguenze ha senz’altro molte e svariate cause. Il fatto che questa crisi sia esplosa più o meno al momento del concilio Vaticano II non significa quindi che esso ne sia la causa unica e necessaria. In via generale, se un fatto B si verifica dopo il fatto A, ciò non significa forzatamente che A sia la causa di B: se mi ammalo dopo aver fatto una passeggiata, ciò non prova che io sia malato perché ho passeggiato. Siamo d’accordo anche sul fatto che il Vaticano II per alcuni sia stata l’occasione per realizzare dei disegni che maturavano da molto prima, e del tutto al di fuori del Concilio: alcuni sacerdoti, per esempio, hanno approfittato dell’atmosfera di rimessa in causa che regnava allora per lasciare il sacerdozio (idea che cullavano da molto tempo) in condizioni materiali migliori. D’altro canto, il postconcilio non ha necessariamente corrisposto al Concilio stesso. Da parte di molti, è evidente, e sotto l’insegna fallace dello “ spirito del Concilio ”, c’è stato un uso del Vaticano II estraneo alla sua realtà e contrario ai suoi testi. Inoltre, alcune delle riforme postconciliari, per come si sono realizzate nei fatti (ad esempio, la riforma liturgica), non erano necessariamente contenute negli stessi testi del Vaticano II (erano possibili differenti attuazioni del medesimo testo), e di conseguenza non sarebbe giusto attribuire esclusivamente al Vaticano II gli elementi contestabili delle suddette riforme.

Ma si può fare come se il Concilio non si fosse svolto?

Tutte queste spiegazioni, tutte queste prospettive, tutte queste sfumature, noi le ammettiamo di buon cuore. Tuttavia, esse non possono né devono cancellare una fatto evidente: una crisi religiosa di estrema violenza è scoppiata durante e dopo il Vaticano II. Ciò non basta affatto e dimostrare che il Concilio ne sia la causa principale. Ma impedisce di affermare senz’altra forma di processo che il Concilio non c’entri per nulla. Come minimo, è necessario esaminare, chiedersi: due fenomeni così visivamente concomitanti (Vaticano II, la crisi religiosa e morale) possono non avere alcun nesso di causalità? Sarebbe difficile dare a bere un tale “ miracolo ” a un qualsiasi storico serio.

QUELLO CHE NON DICIAMO SUL VATICANO II

Che il Concilio fosse illegittimo sin dall’inizio e viziato in tutto

Così come non abbiamo mai detto che il Vaticano II fosse la causa unica ed esclusiva della crisi, così non abbiamo mai affermato che il Concilio fosse illegittimo sin dall’inizio, o che al suo concludersi fosse interamente viziato ed inaccettabile. In breve, non abbiamo mai sostenuto che il Vaticano II si fosse sbagliato su ogni punto. E’ falso, e perfino ridicolo, poiché in molti testi, per esempio, quel concilio ha semplicemente richiamato la dottrina già infallibilmente insegnata dalla Chiesa.

L’azione di forza del 13 ottobre 1962

Il Vaticano II è stato un concilio della Chiesa cattolica convocato regolarmente, che ha riunito i vescovi del mondo intero sotto l’autorità del Sommo Pontefice. Mons. Lefebvre non ha mai rimesso in causa a priori quel concilio: al contrario, è stato membro della Commissione centrale preparatoria. Certo, Mons. Lefebvre ha sempre puntato l’indice contro l’ “ azione di forza ” del 13 ottobre 1962 del cardinale Liénart, che ha comportato il rigetto di quasi tutti gli schemi preparati, a vantaggio delle tesi della “ nuova teologia ”e del cattolicesimo liberale sostenute dall’Alleanza europea. Eppure, nessun concilio nella storia aveva goduto di una preparazione “ così vasta, condotta con tale diligenza, e così profonda ” come è stato giustamente detto all’epoca, e Giovanni XXIIII, che aveva seguito quei lavori, ha testimoniato che questi ultimi erano stati eseguiti “ con precisione e cura ”. Mons. Lefebvre ha ritenuto che quell’azione di forza e le sue conseguenze fossero state un disastro per l’orientamento del Concilio, la sue debolezza dottrinale, il suo spirito. Questa situazione ha comportato che i difensori della Tradizione si siano trovati in una situazione inestricabile, di fronte a dei testi impregnati di uno spirito nuovo, poco in armonia con la dottrina tradizionale, spirito nuovo che era difficilissimo, se non impossibile, da cambiare o far scomparire a forza di emendamenti.

L’influenza dei gruppi di pressione

D’altra parte, quando ha parlato del Vaticano II, Mons. Lefebvre ha sottolineato il ruolo importantissimo dei vari “ gruppi di pressione ”, tra i quali citava specialmente i media. Il Vaticano II è stato senz’altro il primo concilio della storia a svolgersi sotto l’occhio di giornali potentissimi, che intimidivano i Padri conciliari, facevano delle campagne per tale tesi, orientavano i voti. Allo stesso modo, Mons. Lefebvre ha ricordato che alcune conferenze episcopali (quelle delle rive del Reno, dall’orientamento nettamente progressista), organizzate assai prima del Concilio, beneficiavano di mezzi umani e finanziari considerevoli (alla fine della terza sessione, una delle loro officine, l’IDOC, si vantava di aver distribuito ai Padri più di quattro milioni di fogli). Infine, Mons. Lefebvre ha deplorato l’influenza di altri gruppi di pressione estremamente attivi su certi soggetti: la massoneria per la libertà religiosa; i protestanti per l’ecumenismo; le organizzazioni israelite per le relazioni con il giudaismo; l’Unione Sovietica per la non condanna del comunismo, ecc.

Una critica sulla base di testi precisi

Tuttavia, Mons. Lefebvre non ha mai condannato in blocco il Vaticano II come un concilio intrinsecamente illegittimo. Anche se ha spesso ricordato i fatti spiacevoli se non scandalosi che hanno viziato il suo svolgimento, conosceva troppo bene la storia della Chiesa per non sapere che altri concili, in passato, avevano conosciuto anch’essi gravi vicissitudini umane. Come diceva dom Guéranger: “ Si dimentica troppo che la storia ecclesiastica è bella in prospettiva, ma che i dettagli visti da molto vicino non sono sempre attraenti ”. Dunque quando ha criticato, o “ accusato ”il Concilio, Mons. Lefebvre non l’ha fatto per un’illegittimità di principio, a priori, ma sulla base di testi precisi, in chiara opposizione con la Tradizione e l’insegnamento costante della Chiesa.

QUELLO CHE DICIAMO SUL VATICANO II

Un concilio semplicemente pastorale…ma largamente enfatizzato

Se non abbiamo mai affermato che il Vaticano II sia la causa unica della crisi attuale, né un concilio illegittimo per principio, è chiaro che a suo riguardo facciamo delle critiche: esse sono pubbliche e costanti da quarant’anni. Per cominciare con un’osservazione semplicissima, occorre sottolineare il fatto che la coscienza della Chiesa oggi è occupata, obnubilata dal riferimento unico ed invadente al Vaticano II. Se, come ci dicono, questo concilio è un concilio come gli altri, in continuità con gli altri; se, come ci ripetono in tutti i modi, questo concilio non ha cambiato niente di essenziale, ed era nuova solo la maniera di dirlo; se, come proclama la dottrina ufficiale, si tratta di un concilio pastorale e non dottrinale, allora bisogna rimettere il concilio Vaticano II al suo posto, che è assai modesto. Gli uomini di Chiesa devono smettere di vivere solo del e per il Vaticano II.

Un concilio semplicemente pastorale

Questo ventunesimo concilio ecumenico, in effetti, è atipico: non s’inscrive nella semplice continuità dei concili precedenti, per volontà espressa del suo promotore, papa Giovanni XXIII, che l’ha concepito in modo del tutto particolare come un “ concilio pastorale ”. Certo, ogni concilio è pastorale perché è dottrinale, è dottrinale per meglio essere pastorale. Ma nel caso del Vaticano II, è stato affermato che fosse “ pastorale ” in senso nuovo, perché non voleva né doveva essere “ dottrinale ”. Giovanni XXIII lo precisa nettamente nel suo discorso inaugurale, l’11 ottobre 1962, che darà il tono ai lavori del Vaticano II. Inizia con dichiarare a questo riguardo: “ Il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina cristiana ”, perché per questo, afferma, “ non ci sarebbe bisogno di riunire un concilio ecumenico ”. “Occorre, prosegue, che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale. ”. Abbiamo appena citato la versione italiana del discorso; la versione latina, un po’ diversa ( ma Giovanni XXIII ha usato due formule in due momenti differenti), dice: “ Si dovrà ricorrere a un modo di presentare che corrisponda meglio ad un insegnamento di carattere soprattutto pastorale ”. Questa scelta pastorale è stata mantenuta per tutto il Concilio. Inaugurando la seconda sessione, il 29 settembre 1963, il nuovo papa Paolo VI ricordava “ lo scopo più urgente e di natura attualmente più benefica del Concilio, lo scopo pastorale ”. Il 4 dicembre 1963, per la chiusura della seconda sessione, egli sottolineava che i Padri non avevano “ mai perso di vista l’orientamento pastorale di quel concilio ”. Il 7 dicembre 1965, concludeva : “ Il motivo dell’interesse preponderante dato dal Concilio ai valori umani e temporali risiede nel carattere pastorale che il Concilio ha voluto e di cui ha fatto in qualche modo il suo programma ”.

Un concilio che evita di porsi sul piano dogmatico

Tale designazione del Vaticano II come “ concilio pastorale ”(e non concilio e basta) esprime la ferma volontà di evitare di porsi sul piano propriamente dogmatico. Le dichiarazioni a riguardo sono estremamente chiare. Giovanni XXIII dichiara dunque l’11 ottobre 1962: “ Il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina cristiana ”. Il 6 marzo 1964, poi il 16 novembre 1964, il Segretario generale del Concilio legge una dichiarazione ufficiale della Commissione dottrinale, concernente la qualificazione teologica del Vaticano II: “ Tenuto conto dell’uso dei concili e dello scopo pastorale del concilio attuale, quest’ultimo non definisce come dovente essere ritenuto dalla Chiesa che i soli punti concernenti la fede e i costumi che avrà chiaramente dichiarati come tali ”. Il 7 dicembre 1965, Paolo VI ripete che, nel Concilio, “ il magistero della Chiesa non ha voluto pronunciarsi sotto forma di sentenze dogmatiche straordinarie ”. Il 12 gennaio 1966, insiste: “ Dato il suo carattere pastorale, il Concilio ha evitato di pronunciare in modo straordinario dei dogmi dotati del carattere d’infallibilità ”. In un discorso pronunciato il 13 luglio 1988 davanti ai vescovi del Cile e facendo il punto sulle consacrazioni fatte da Mons. Lefebvre, il cardinale Ratzinger, futuro Benedetto XVI, ha riassunto la scelta fatta dal Vaticano II nel seguente modo: “ La verità è che il Concilio stesso non ha definito alcun dogma ed ha tenuto a situarsi su un livello più modesto, semplicemente come un concilio pastorale ”. E in una lettera aperta a Benedetto XVI pubblicata in Témoignage chrétien (26 ottobre 2006) di Mons. Jacques Noyer per protestare contro il progetto di un Motu proprio sulla messa tradizionale, il vecchio vescovo di Amiens scriveva queste parole precise: “ Se il concilio Vaticano II ha tanto segnato la Chiesa contemporanea, è perché fu pastorale e non dottrinale ”.

Eppure, un concilio largamente enfatizzato fin dalla sua chiusura

Ora, questo concilio pastorale, semplicemente pastorale, che dovrebbe quindi avere un posto relativamente modesto nella storia e nella vita della Chiesa, è stato largamente enfatizzato. Innanzitutto, i suoi promotori non hanno esitato a proclamare che quel concilio pastorale apriva una nuova era della storia della Chiesa, che avrebbe visto il trionfo di quest’ultima. Giovanni XXIII reputava che il Vaticano II sarebbe stato una “ nuova Pentecoste ”, che avrebbe comportato “ un nuovo passo avanti del regno di Cristo nel mondo ”. Aprendo la seconda sessione, Paolo VI dichiarava che il Concilio sarebbe stato “ il risveglio primaverile d’immense energie spirituali e morali che sono come latenti in seno alla Chiesa ”. E chiudendo l’ultima sessione, salutava “ quel rinnovamento di pensiero, d’azione, di costumi, di forza morale, di gioia e di speranza che è stato lo scopo stesso del Concilio ”. Poi, dopo la chiusura del Vaticano II, c’è stato un vero diluvio di riferimenti a questo concilio semplicemente pastorale. Sarebbe possibile rilevare, nei testi pontifici degli ultimi quarant’anni, parecchie decine di migliaia di citazioni del Concilio. Per fare solo un esempio, il Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992, comporta più di 800 citazioni del Vaticano II, mentre i venti concili specificatamente dottrinali che l’hanno preceduto hanno diritto a sole 200 menzioni. Per capire lo strano carattere di tale “ citazionismo ”, basta fare un paragone col Catechismo romano o Catechismo del concilio di Trento, pubblicato nel 1566. Questo era successivo al concilio di Trento, concilio dogmatico d’importanza eccezionale, che ha trattato molti argomenti ripresi in quel catechismo di cui ha d’altronde richiesto espressamente la pubblicazione. Ora il concilio di Trento è citato meno di quindici volte nel catechismo che ne prende il nome. Infine, per andare fino in fondo a questa enfatizzazione di un concilio semplicemente pastorale, papa Paolo VI, il 29 giugno 1975, in una lettera ufficiale a Mons. Lefebvre, ha finito con l’usare queste parole significative: “ Il secondo concilio del Vaticano non ha minore autorità, sotto certi aspetti è perfino più importante di quello di Nicea ”. Che il Vaticano II sia considerato come più importante del concilio che ha definito il dogma della divinità di Cristo significa che quel concilio semplicemente pastorale è surrettiziamente diventato il principale riferimento dottrinale della Chiesa.

Un posto veramente sproporzionato

Noi diciamo, e abbiamo sempre detto, che indipendentemente dal suo contenuto, il Vaticano II, concilio semplicemente pastorale secondo le dichiarazioni più formali dei suoi promotori, oggi rappresenta un problema nella vita della Chiesa per il posto del tutto smisurato e sproporzionato che gli è attribuito, a scapito degli altri venti concili ecumenici che sono, invece, “ concili dottrinali ”. Allo stesso modo, il ricorso costante ed esclusivo al Vaticano II ha fatto cadere nel dimenticatoio gli insegnamenti pontifici dei due secoli che l’hanno preceduto, insegnamenti che tuttavia costituiscono un ricchissimo patrimonio dottrinale e pastorale, di cui la Chiesa avrebbe oggi un grande bisogno.

QUELLO CHE DICIAMO SUL VATICANO II

Nonostante ogni sforzo, rimane un nucleo di testi controversi

Anche se il concilio semplicemente pastorale del Vaticano II è stato abusivamente enfatizzato, al punto da sembrare quasi come una nuova nascita della Chiesa, non è essenzialmente questo a fondare la nostra pubblica opposizione nei suoi confronti. Ciò che diciamo a suo riguardo, è che, anche dopo aver sdoganato il Vaticano II di una parte delle sue responsabilità nella crisi, bisogna riconoscere che quel concilio, in certi suoi testi, è una delle cause, e delle più gravi, di tale crisi.

La Chiesa attraversa oggi una crisi gravissima

E, prima di tutto, bisogna riconoscere con le più alte autorità che una grave crisi colpisce oggi la Chiesa. E’ Paolo VI ad affermare il 7 dicembre 1968: “ La Chiesa si trova in un’ora d’inquietudine, di autocritica, si direbbe perfino di autodistruzione. E’ come uno sconvolgimento interiore, acuto e complesso. Come se la Chiesa si colpisse da sé ”. O a chiedersi il 29 giugno 1972: “ Il fumo di Satana è entrato da qualche fessura nel tempio di Dio: il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto si sono fatti strada ”. E’ Giovanni Paolo II a dichiarare il 6 febbraio 1981: “ I cristiani di oggi, in gran parte, si sentono perduti, confusi, perplessi e anche confusi. (…) Da ogni parte sono diffuse idee che contraddicono la verità che fu rivelata ed è sempre stata insegnata. Sono state divulgate delle vere eresie nel campo del dogma e della morale, che suscitano dubbi, confusione, ribellione. Anche la liturgia è stata violata. Immersi in un “ relativismo ” intellettuale e morale, i cristiani sono tentati da un illuminismo vagamente moralista, da un cristianesimo sociologico, senza dogma definito e senza morale oggettiva ”. E’ il cardinale Ratzinger a predicare il 25 marzo 2005: “ Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti ”. E’ Benedetto XVI a riconoscere il 22 dicembre 2005: “ Nessuno può negare che, in ampie parti delle Chiesa, la ricezione del Concilio sia avvenuta in modo piuttosto difficile ”.

Questa crisi deriva, almeno in parte, dal Vaticano II?

Questa crisi ha come origini, almeno in parte, il concilio Vaticano II stesso? Riprendiamo il filo della storia per capire la posizione della Fraternità San Pio X a tale riguardo. Mons. Lefebvre ha partecipato attivamente al Concilio. Ha certamente votato fino alla fine, come aveva diritto, contro il decreto sulla libertà religiosa, contro quello sull’ecumenismo e contro la Costituzione Gaudium et spes: ma ciò significa, in controparte, che ha votato per gli altri nove documenti. Non si può quindi affermare che Mons. Lefebvre abbia rifiutato il Concilio in blocco, per principio, ancor prima di esaminarlo. D’altronde , se Mons. Lefebvre fosse stato un oppositore dichiarato, per principio, Paolo VI non gli avrebbe certo indirizzato nel 1972 una lettera di felicitazioni per i suoi 25 anni di episcopato. Mons. Lefebvre reputa, durante il Concilio, che certi testi contengano delle vere “ bombe ” dottrinali a scoppio ritardato. Tuttavia, aspetta di vedere quali conseguenze avranno effettivamente quei testi esplosivi. Mons. Lefebvre applica il principio evangelico: giudicare l’albero dai suoi frutti. Perché un testo può essere precisato, orientato, rettificato dall’interpretazione che se ne dà. Sfortunatamente, l’interpretazione considerata sarà troppo spesso la peggiore. In queste condizioni, si trova costretto a ritornare alle proprie critiche degli anni 1962-1965, e ad affermare nel 1976: “ Accuso il Concilio ”.

Certo, non pretendiamo di essere infallibili nelle nostre critiche

Se noi non attribuiamo al concilio Vaticano II, secondo la dichiarazione esplicita della Commissione dottrinale del 6 marzo 1964 e del 16 novembre 1964, un’infallibilità che non converrebbe affatto ad un concilio semplicemente pastorale, noi pretendiamo ancor meno per noi stessi l’infallibilità. E’ quindi possibile che, nell’insieme delle critiche che articoliamo su certi testi del Vaticano II, e nonostante il lavoro e la cura apportati alla messa in forma di queste critiche, abbiamo fatto dei quiproquo o dei controsensi su qualche punto. Tale o tale rimessa in causa può, nel dettaglio, essere insufficientemente fondata, esagerata, aver mal distinto l’essenziale dall’accessorio.

Ma restano, nonostante gli sforzi d’interpretazione, dei testi controversi

Tuttavia, dopo uno studio serio dei testi del Vaticano II, dei loro presupposti e delle loro conseguenze, e anche avendo ammesso quel coefficiente d’incertezza derivante da eventuali imprecisioni nelle nostre critiche, nel Vaticano II resta un nucleo di testi veramente problematici, delle novità che presentano una dissonanza con la fede cattolica, cosa che si manifesta nel fatto che queste novità si oppongono all’insegnamento esplicito e costante del Magistero precedente. Mons. Lefebvre ha principalmente rilevato tre di queste novità: la collegialità, la libertà religiosa e l’ecumenismo (in quanto questi tre punti sono spiegati in modo nuovo dal Vaticano II). Tuttavia, se queste tre obiezioni sono le principali, ciò non significa che altre obiezioni non abbiano la loro importanza. La nuova ecclesiologia contenuta in Lumen gentium, i nuovi rapporti della Chiesa e del mondo proposti da Gaudium et spes, per esempio, meritano senza alcun dubbio anch’essi certe critiche.

Ora, quei testi controversi riguardano direttamente la fede

Purtroppo, quei testi controversi riguardano direttamente la fede, dunque la salvezza eterna. Perciò ai nostri occhi essi sono radicalmente inaccettabili e ciò spiega come, in qualche modo, nostro malgrado e contro il nostro desiderio più profondo, ci troviamo al momento ad una prudente distanza da alcuni atti della Roma attuale. Il futuro cardinale Bertone, in un articolo pubblicato nel 1966 ed intitolato “ A proposito della ricezione dei documenti del Magistero e del disaccordo pubblico ”, scriveva giustamente: “ Quando si parla della necessità di verificare l’effettivo consenso di tutti i vescovi sparsi nel mondo o persino di tutto il popolo cristiano in materia di fede e di morale, non si deve dimenticare che questo consenso non può essere compreso in un senso puramente sincronico, ma deve essere compreso in un senso diacronico. Ciò vuol dire che il consenso moralmente unanime abbraccia tutte le epoche della Chiesa, ed è soltanto ascoltando questa totalità che si resta nella fedeltà agli Apostoli. ‘ Se da qualche parte – osserva il cardinale Ratzinger in uno studio – si venisse a creare una maggioranza contro la fede della Chiesa d’altri tempi, non sarebbe assolutamente una maggioranza ”. Noi diciamo che se si può pretendere che apparentemente, e materialmente, ci sia attualmente un certo consenso sincronico su queste novità in dissonanza con la fede, è certo che non esiste, e non potrà mai esistere, un consenso diacronico. Esiste, in queste novità del concilio pastorale Vaticano II, tutt’al più una “ maggioranza [apparente] contro la fede della Chiesa d’altri tempi ”, contro la fede inammissibile della Chiesa di sempre.



sabato 5 marzo 2011

tavola rotonda su Radio Maria


Domenica 6 marzo
ore 21,00
su Radio Maria

TAVOLA ROTONDA
condotta da Francesco Agnoli.

"Dalla riforma anglicana al ritorno degli anglicani alla Chiesa Cattolica"


Interventi di :

Elisabetta Sala: «Enrico VIII e Elisabetta I»

Cristina Siccardi: «J.H. Newman»

Paolo Gulisano: «Chesterton»

Enrico Spitali: «Il ritorno degli anglicani»

venerdì 4 marzo 2011

se andare alla Messa nuova fa perdere la fede .... e la Messa antica, la suscita, la conserva e la nutre....

“Come andare a Messa e non perdere la fede”. Francesco Antonio Grana intervista don Nicola Bux

Se andare a Messa fa perdere la fede
di Francesco Antonio Grana

“Come andare a Messa e non perdere la fede”. È il titolo del nuovo libro di Nicola Bux, edito da Piemme, con un contributo di Vittorio Messori. Sacerdote e docente della Diocesi di Bari, romano per studi teologici e orientalistici, gerosolimitano per quelle sulle liturgie cristiane, Bux ha dedicato vari libri alla liturgia, ecclesiologia ed ecumenismo che sono stati tradotti nelle principali lingue europee. Amico di lunga data di Joseph Ratzinger, che nel 1997 presentò il suo libro “Il quinto sigillo”, Bux ha collaborato alla riforma postconciliare della liturgia, musica e arte sacra nella sua Diocesi e nella sua Regione con il liturgista benedettino l’Arcivescovo Andrea Mariano Magrassi, e con don Luigi Giussani in Comunione e Liberazione.

Don Nicola Bux, perché andando a Messa si può perdere la fede?

Perché la Messa in questi ultimi decenni non è più celebrata come espressione di un rito bimillenario della Chiesa cattolica, ma spesso secondo gli adattamenti e le creatività dei singoli celebranti. Per cui capita di partecipare in una parrocchia a una un certo di tipo di Messa e in un’altra a un altro tipo. Ciò ha finito per creare solo disorientamento, e spesso anche perplessità e disaffezione, talvolta noia e abbandono, perché in genere i fedeli, in qualsiasi parte del globo si trovino, pur con le diversità indotte dalle situazioni cultuali e linguistiche, vorrebbero assistere all’unica Messa della Chiesa cattolica. Soprattutto quando si è in presenza di abusi e di manipolazioni si finisce per far perdere la fede a molti. Come ha detto l’allora cardinale Ratzinger spesso sono state compiute deformazioni al limite del sopportabile.

Quali sono gli abusi liturgici più frequenti?

Frequente è l’affabulazione che affligge molti celebranti, per cui non c’è più solo il momento dell’omelia ma tante mini omelie che punteggiano la celebrazione. Questo finisce per togliere lo spazio al raccoglimento personale. Credo che questo tipo di frenesia affabulatoria dipenda dal convincimento in molti che se noi preti non spieghiamo le cose la gente non le comprende. Si ha una certa sfiducia che il rito in sé parli, che i suoi simboli, i suoi significati, le sue figure passino nelle persone. C’è come un eccesso di interposizione per cui alla fine più che diventare un rito sacro, liturgico, appunto sacramentale, diventa un’interminabile didascalia, naturalmente spesso spettacolarizzata anche da ulteriori apporti di quelli che sono stati chiamati gli attori della liturgia. Non a caso questo termine nella percezione della gente riguarda il mondo dello spettacolo. La Messa perde così il suo significato di mistero della passione e della risurrezione di Gesù Cristo, per diventare un intrattenimento che bisogna poi misurare quanto a gradimento. Ecco perché nella liturgia è stato introdotto l’applauso.

A che punto è la “riforma della riforma” voluta da Benedetto XVI?

Con questa espressione, che Ratzinger ha usato quando era ancora Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, egli intendeva dire che la riforma avviata dopo il Concilio doveva essere ripresa, e per certi versi corretta là dove, per usare sempre le sue parole, il restauro del dipinto aveva rischiato grosso, cioè nel tentativo di pulirlo si era corso il rischio di portare via anche i vari strati di colore. Egli ha avviato questo restauro attraverso un suo stile. Il Papa celebra la liturgia in modo sommesso, non gridato. Parimenti desidera che preghiere, canti e quant’altro non usino toni esibizionistici. E poi bisogna sottolineare due gesti particolari che nelle sue liturgie sono evidenti: aver interposto tra sé e l’assemblea la croce, a indicare che il rito liturgico non è rivolto al ministro sacerdotale ma a Cristo, e far ricevere la Comunione in ginocchio, a indicare che non si tratta di una cena nel senso mondano della parola, ma di una comunione al corpo di Gesù Cristo che viene però prima adorato, secondo le parole di Sant’Agostino, per poi essere mangiato.

Quanti ostacoli sta incontrando il Motu proprio Summorum Pontificum sulla messa preconciliare?

Credo che attualmente gli ostacoli diventino più flebili rispetto all’uscita del Motu proprio, nel 2007. Attraverso internet si può vedere come ci sia un discreto movimento di giovani che cerca, e per quanto è possibile pratica, la Messa tradizionale, chiamata anche Messa in latino o Messa di sempre. E questo credo che sia un segno molto importante da cogliere.

È chiaro che i pastori della Chiesa, in primo modo i vescovi e poi i parroci, pur affermando spesso che bisogna saper cogliere il segno dei tempi, espressione molto in uso dopo il Vaticano II, non riescono spesso a comprendere che i segni dei tempi non li stabiliscono loro, ma si presentano e soprattutto sono regolati dai giovani. Credo che questo sia il sintomo più interessante, perché se alla Messa tradizionale ci corressero gli anziani, gli adulti, si potrebbe anche avere il sospetto che si tratti di una nostalgia. Il fatto che siano prevalentemente i giovani quelli che cercano e partecipano alla Messa in latino è assolutamente inaspettato e però meriterebbe di essere letto, compreso e accompagnato soprattutto da parte dei vescovi.

Credo che il Papa abbia contezza di ciò e per questo intenda dare un ulteriore apporto attraverso un’istruzione applicativa del Motu proprio per aiutare tutti a comprendere che accanto alla nuova forma del rito romano c’è anche la forma antica o straordinaria.

Come è nata la sua amicizia con il cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI?

È un’amicizia che risale ai tempi iniziali del suo lavoro teologico e soprattutto quando è diventato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Mi hanno molto interessato i suoi studi, direi il suo navigare controcorrente, pur essendo egli un teologo progressista tra virgolette, come d’altronde siamo stati tutti noi giovani dopo il Concilio. Naturalmente man mano che ci si accorgeva che quanto si sperava progredisse in realtà diventava sempre più confuso, a volte contraddittorio al punto da far perdere i connotati dell’eredità cattolica, si è diventati più guardinghi. E in questo io ho potuto fruire senza merito della stima e della considerazione dell’allora cardinale che mi ha chiamato in Vaticano quale consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, e in seguito, anche di quella delle Cause dei Santi e dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, e mi ha nominato perito ai Sinodi dei Vescovi sull’Eucaristia del 2005 e sul Medio Oriente del 2010.


da "L'Avanti" del 4 marzo 2011

lunedì 28 febbraio 2011

"la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo" Card. Giuseppe Siri

Il grande Cardinale Siri contro la storiografia progressista

Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero San Pier Damiani. Tutto qui! Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo. La parte maggiore della produzione — ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni — pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni:

— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai, che hanno colpito i popoli;

— la Chiesa — detta per l’occasione postcostantiniana — avrebbe fatto con continui voltafaccia, alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità;

— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione;

tutta la storia ecclesiastica fino al 1972 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione — tutti lo vedono — costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro, Martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;

— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti;

il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate.

Si potrebbe continuare.

Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, chi ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla! Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse. È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!

[Pensiero del Cardinale Giuseppe Siri tratto dalla "Rivista Diocesana Genovese" del gennaio 1975]

Pubblicato da cordialiter

Un uomo chiamato cavillo

tratto dal libro: "Cattivi Maestri" di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Il conservator cortese

Si deve chiarire subito una cosa: questo cattivo maestro non è un cattivo soggetto. Il conservator cortese è un uomo animato dalle migliori intenzioni, che agisce normalmente in buona fede, e che è sorretto da un inguaribile ottimismo. Ma, proprio per queste ragioni, è capace di pro­vocare danni devastanti. Insomma, è buono e insieme pericolosissimo.

La sua caratteristica più temibile, però, è la capacità di mimetizzarsi. Gli altri cattivi maestri sono in genere agevolmente identifìcabili. Il conservator cortese no. Tracciare il suo identikit è molto diffìcile. Ed è difficile perché, a ben guardare, non possiede una sua precisa fisionomia. Piuttosto, tende ad adattarsi come un guanto alla realtà che intende difendere e proteggere.

Ma chi è, in definitiva, questo "conservator cortese"? Si tratta di un cattolico, normalmente sostenuto da una certa formazione dottrinale, formazione che in taluni casi può essere perfino solida e robusta. In ogni caso, la sua storia è estranea al progressismo ecclesiale, o se anche ne proviene, lui ha deciso risolutamente di abbandonarla a un passato di cui un po' si vergogna. In ogni caso, adesso è venuto il momento di lavorare per "conservare" lo status quo, accontentandosi di evitare che le cose peggiorino.

Per fare questo, è necessario anche mettersi a dire a quattro venti che le cose non vanno poi così male, anzi stanno sensibilmente migliorando. Il cavillo sarà l'arma impropria nelle mani del nostro uomo. Maneggiandolo come un bisturi, egli inciderà con delicatezza i bubboni infetti del pensiero progressista. Ma, con impegno se possibile maggiore, egli orienterà l'arma del cavillo nei confronti dei cattolici tradizionali, i cattolici-cattolici insomma. I quali, per certi versi, sono secondo il conservator cortese gli uomini peggiori e più deleteri, perché con la loro mania della verità e della tradizione mettono a repentaglio tutto il delicato percorso di "restaurazione gentile". Quel buzzurro del cattolico-cattolico, ad esempio, polemizza apertamente, denuncia, critica, stronca: un vero concentrato di stupidità politica, che deve essere fermato a ogni costo.

Il conservator cortese ha fatto un'analisi della situazione ecclesiale, che più o meno può essere riassunta così: il progressismo cattolico ha iniziato da tempo la sua inesorabile parabola discendente; poco alla volta, il modernismo perde il suo potere all'interno delle istituzioni ecclesiali. Questa "mutazione" si nota soprattutto in certe conferenze episcopali, come quella italiana, "commissariate" e affidate alla guida del presidente, in modo da silenziare le voci stonate presenti nell'episcopato.

Tuttavia, prosegue il conservator cortese, natura non facit saltus, e ancor di più la Chiesa non può fare salti o consumare strappi; ergo, occorre mettersi docilmente sotto la guida della Conferenza episcopale nazionale, dire e fare soltanto ciò che a essa è gradito, e soprattutto - si badi bene: soprattutto - evitare sempre di muovere anche la più garbata critica a ciò che la Conferenza episcopale dice o scrive. Insomma: il conservator cortese è, prima ancora che un cattolico, un clericale. Di più: un clericalone a 24 carati. Per lui, la Conferenza episcopale, come la Buonanima durante il Ventennio, ha sempre ragione.

A prima vista, il nostro tipo umano sembrerebbe totalmente innocuo. Anzi: un autentico servitore della Chiesa. Ma, guardandolo più da vicino, si scopre che le cose stanno diversamente.

Il problema è che questo cattivo maestro ritiene più importante servire la strategia di una Conferenza episcopale nazionale, piuttosto che insegnare e testimoniare i contenuti della dottrina cattolica. E la cosa gli pare cosi ovvia, così buona e giusta, che ve lo dirà anche in faccia. Facciamo un esempio. Una Conferenza episcopale decide di difendere una legge che consente la fe­condazione artificiale. Il ragionamento è: meglio avere una legge non del tutto condivisibile, piuttosto che subire do­mani una legge peggiore. Mettiamo che voi, senza entrare nel merito del ragionamento suddetto, chiediate a un giornalista cattolico di poter spiegare in un articolo perché la fecondazione artificiale, anche nei limiti previsti dalla legge che "piace" ai vescovi, sia intrinsecamente illecita.

Se il tipo che avete davanti è un uomo chiamato cavillo, cioè un "conservator cortese", ecco che cosa vi risponderà: «Vedi, carissimo,» il tono è sempre conciliante e pedagogico, come quello di un salesiano che sta rimproverando per l'ennesima volta un ragazzo troppo vivace «vedi, carissimo, quello che tu dici è vero: la fecondazione artificiale è sbagliata. Però, in questo momento, noi dobbiamo soste­nere senza se e senza ma la strategia che è stata decisa dai vescovi».

«Ma è la Chiesa che insegna, per ragione e non per fede, che i figli non si devono mai fare per via artificiale.»

«Quello che tu vorresti scrivere non è coerente con la linea del nostro giornale.»

«Ma io volevo soltanto ribadire la verità, la verità non fa mai male.»

«Carissimo, ci sono momenti in cui bisogna saper tacere, se la strategia lo richiede. Adesso l'obiettivo è difendere la legge sulla provetta così com'è. Se uno non sostiene questa linea, non può scrivere per noi.»

«E se invece uno fa la fecondazione artificiale rispettando la legge, può scrivere per voi?»

«Certo. Mi spiace che tu non capisca. Apprezzo davvero molto la tua testimonianza per la verità, ti stimo tantissimo. Ma finché questa è la tua posizione, non puoi scrivere per noi.»

L'uomo chiamato cavillo è fatto così: flessibilissimo sulla dottrina, inflessibile come una SS sulla "linea" - detta altrimenti "strategia" - sposata dall'episcopato.

Il conservator cortese si sta diffondendo parecchio nel mondo cattolico. E questo è positivo, in quanto egli è un tipo antagonista-predatore del cattolico democratico, detto anche cattolico progressista. Tuttavia è anche un male perché il conservator cortese è anche un nemico spietato del cattolico-cattolico. Il risultato è una condizione di stallo, nella quale però il nostro conservatore finisce con l'accogliere, senza rendersene conto, proprio i paradigmi del progressismo modernista. Nel senso che misura gli obiettivi della sua buona battaglia sempre in termini di "male minore", perdendo totalmente di vista la stella polare della verità tutta intera.

In sostanza, l'uomo chiamato cavillo è un democristiano del terzo millennio capace anche di criticare i democristiani del millennio precedente per gli sconquassi che hanno provocato, ma continuandone disastrosamente il metodo.

IDENTIKT

Dove opera?
Prevalentemente nei giornali cattolici. E segnalato anche in ruoli di responsabilità nell'associazionismo cattolico.

Come riconoscerlo?
Cavilla, distingue, precisa, raffredda, smorza, sopisce. E si addormenta.

Come difendersi?
Non svegliatelo.