sabato 23 aprile 2011

"Forse un giorno sarà necessario ripeterlo...." (Benedetto XVI a proposito dell'affidamento a Maria)


Dall'intervista al Santo Padre
in occasione del Venerdì Santo 2011

D. Santo Padre, l’ultima domanda è su Maria. Sotto la croce, assistiamo ad un dialogo toccante tra Gesù, sua madre e Giovanni, nel quale Gesù dice a Maria: “Ecco tuo Figlio”, e a Giovanni: “Ecco tua madre”. Nel suo ultimo libro, “Gesù di Nazaret”, Lei lo definisce “un’ultima disposizione di Gesù”. Come dobbiamo intendere queste parole? Che significato avevano in quel momento e che significato hanno oggi? E in tema di affidamento, ha in cuore di rinnovare una consacrazione alla Vergine all’inizio di questo nuovo millennio?

R. "Queste parole di Gesù sono soprattutto un atto molto umano. Vediamo Gesù come vero uomo che fa un atto di uomo, un atto di amore per la madre e affida la madre al giovane Giovanni perché sia sicura. Una donna sola, in Oriente, in quel tempo, era in una situazione impossibile. Affida la mamma a questo giovane e al giovane dà la mamma, quindi Gesù realmente agisce da uomo con un sentimento profondamente umano. Questo mi sembra molto bello, molto importante, che prima di ogni teologia vediamo in questo la vera umanità, il vero umanesimo di Gesù. Ma naturalmente questo attua diverse dimensioni, non riguarda solo questo momento, ma concerne tutta la storia. In Giovanni Gesù affida tutti noi, tutta la Chiesa, tutti i discepoli futuri, alla madre e la madre a noi. E questo si è realizzato nel corso della storia: sempre più l’umanità e i cristiani hanno capito che la madre di Gesù è la loro madre. E sempre più si sono affidati alla Madre: pensiamo ai grandi santuari, pensiamo a questa devozione per Maria dove sempre più la gente sente “Questa è la Madre”. E anche alcuni che quasi hanno difficoltà di accesso a Gesù nella sua grandezza di Figlio di Dio, si affidano senza difficoltà alla Madre. Qualcuno dice: “Ma questo non ha fondamento biblico!”. Qui risponderei con San Gregorio Magno: “Con il leggere - egli dice - crescono le parole della Scrittura”. Cioè, si sviluppano nella realtà, crescono, e sempre più nella storia si sviluppa questa Parola. Vediamo come tutti possiamo essere grati perché la Madre c’è realmente, a noi tutti è data una madre. E possiamo con grande fiducia andare da questa Madre, che anche per ognuno dei cristiani è sua Madre. E d’altra parte vale anche che la Madre esprime pure la Chiesa. Non possiamo essere cristiani da soli, con un cristianesimo costruito secondo la mia idea. La Madre è immagine della Chiesa, della Madre Chiesa, e affidandoci a Maria dobbiamo anche affidarci alla Chiesa, vivere la Chiesa, essere la Chiesa con Maria. E così arrivo al punto dell’affidamento: i Papi – sia Pio XII, sia Paolo VI, sia Giovanni Paolo II – hanno fatto un grande atto di affidamento alla Madonna e mi sembra, come gesto davanti all’umanità, davanti a Maria stessa, era un gesto molto importante. Io penso che adesso sia importante di interiorizzare questo atto, di lasciarci penetrare, di realizzarlo in noi stessi. In questo senso, sono andato in alcuni grandi santuari mariani nel mondo: Lourdes, Fatima, Czestochowa, Altötting…, sempre con questo senso di concretizzare, di interiorizzare questo atto di affidamento, perché diventi realmente il nostro atto. Penso che l’atto grande, pubblico, sia stato fatto.

Forse un giorno sarà necessario ripeterlo, ma al momento mi sembra più importante viverlo, realizzarlo, entrare in questo affidamento, perché sia realmente nostro.

Per esempio, a Fatima ho visto come le migliaia di persone presenti sono realmente entrate in questo affidamento, si sono affidate, hanno concretizzato in se stesse, per se stesse, questo affidamento. Così esso diventa realtà nella Chiesa vivente e così cresce anche la Chiesa. L’affidamento comune a Maria, il lasciarsi tutti penetrare da questa presenza e formare, entrare in comunione con Maria, ci rende Chiesa, ci rende, insieme con Maria, realmente questa sposa di Cristo. Quindi, al momento non avrei l’intenzione di un nuovo pubblico affidamento, ma tanto più vorrei invitare ad entrare in questo affidamento già fatto, perché sia realtà vissuta da noi ogni giorno e cresca così una Chiesa realmente mariana, che è Madre e Sposa e Figlia di Gesù".
 
Forse un giorno sarà necessario ripeterlo....
 
A Rianjo in Spagna, nell'agosto del 1931, Nostro Signore rese nota a Suor Lucia la sua insoddisfazione verso il Papa ed i vescovi Cattolici, perché essi non avevano obbedito al Suo ordine di consacrare la Russia. Egli disse:

Fate sapere ai Miei ministri, dato che essi seguono l'esempio del Re di Francia nel ritardare l'esecuzione delle Mie richieste, che essi lo seguiranno nella sciagura. Non sarà mai troppo tardi per ricorrere a Gesù e Maria.

In un altro testo, Lucia scrisse che Nostro Signore si era lamentato con lei:

Non hanno voluto ascoltare la Mia domanda! Come il Re di Francia se ne pentiranno e lo faranno, ma sarà tardi. La Russia avrà già diffusi nel mondo i suoi errori, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa: il Santo Padre dovrà soffrire molto.

Il riferimento fatto da Gesù alla disobbedienza ed al castigo del Re di Francia è la seguente:

Il 17 giugno 1689, il Sacro Cuore di Gesù si era manifestato a Santa Margherita Maria Alacoque, e le aveva comunicato il Suo ordine verso il Re di Francia, ovvero che il Re consacrasse la Francia al Sacro Cuore. Per esattamente 100 anni i Re di Francia non obbedirono, ritardando la consacrazione.

Quindi il 17 giugno 1789 il Re di Francia fu spogliato della sua autorità legislativa dall'emergente Terzo Stato, e quattro anni dopo i soldati della Rivoluzione Francese uccisero il Re di Francia come fosse un criminale.

Nel 1793 la Francia inviò il suo Re, Luigi XVI, alla ghigliottina. Egli, come i suoi predecessori, non aveva obbedito alla richiesta di Nostro Signore affinché la Francia fosse consacrata al Sacro Cuore di Gesù, e per questo la sciagura era caduta sul Re ed il suo paese.

venerdì 22 aprile 2011

PROMESSE DI GESU' AI DEVOTI DELLA VIA CRUCIS

Promesse fatte a fratello Stanìslao (1903-1927). All'età di 18 anni entrò a far parte dei novizi dei padri Scolopi a Bugedo. Pronunziò regolarmente, i voti e si distinse per perfezione e amore. Nell'ottobre del 1926 si offrì vittima a Gesù attraverso Maria. Subito dopo questa eroica donazione, cadde e rimase immobilizzato. Morì santamente nel marzo del 1927. Egli fu anche un'anima privilegiata che ricevette messaggi dal cielo. Il suo direttore gli chiese di scrivere le promesse fatte da Gesù a quelli che praticano assiduamente la VIA CRUCIS. Esse sono:

1. Darò ogni cosa che Mi viene richiesta con fede, durante la Via Crucis

2. Prometto la vita eterna a tutti coloro che pregano, di tanto in tanto, la Via Crucis con pietà.

3. Li seguirò ovunque in vita e li aiuterò specialmente nell'ora della loro morte.

4. Anche se essi hanno più peccati dei granelli di sabbia del mare, tutti saranno salvati dalla pratica della Via Crucis. (ciò non toglie l'obbligo di evitare il peccato e confessarsi regolarmente)

5. Quelli che pregano la Via Crucis frequentemente, avranno speciale gloria in cielo.

6. Li libererò dal purgatorio (sempre se essi ci vadano) al primo martedì o sabato dopo la loro morte.

7. Lì benedirò ad ogni Via Crucis e la Mia benedizione li seguirà ovunque sulla terra, e dopo la loro morte, anche in cielo per l'eternità.

8. 8 Nell'ora della morte non permetterò al demonio di tentarli, lascerò ad essi ogni facoltà, affinchè essi possano riposare tranquillamente nelle Mie braccia.

9. Se essi pregano la Via Crucis con vero amore, trasformerò ognuno di essi in ciborio vivente nel quale Io Mi compiacerò di far sgorgare la Mia grazia.

10. Fisserò il Mio sguardo su quelli che pregheranno spesso la Via Crucis, le Mie mani saranno sempre aperte per proteggerli.

11. Dato che io sono crocifisso alla croce sarò sempre con coloro che Mi onoreranno, pregando la Via Crucis frequentemente.

12. Essi non potranno mai più separarsi (involontariamente) da Me, poichè Io darò loro la grazia di non commettere mai più peccati mortali.

13. Nell'ora della morte Io li consolerò con la mia Presenza e Noi andremo assieme al Cielo. LA MORTE SARA' DOLCE PER TUTTI COLORO CHE MI HANNO ONORATO, DURANTE LA LORO VITA, PREGANDO LA VIA CRUCIS.

14. Il mio spirito sarà un drappo protettivo per essi ed Io li soccorrerò sempre ogni qualvolta ricorreranno ad esso.

"Desidero che tu conosca più a fondo l'amore di cui arde il Mio Cuore verso le anime e lo comprenderai quando mediterai la Mia Passione. Non negherò nulla all'anima che Mi prega In nome della Mia Passione. Un 'ora di meditazione sulla Mia dolorosa Passione ha un merito maggiore di un anno intero di flagellazioni a sangue." Gesù a S. Faustina Kovalska.

giovedì 21 aprile 2011

crociata del Rosario


Il Superiore generale della Fraternità San Pio X invita ad una nuova "crociata del Rosario", "crociata di preghiera e di penitenza"
Un bouquet spirituale
di 12 milioni di corone del Rosario


Nella Lettera agli amici e benefattori n°78 Mons. Fellay ci invita a pregare di nuovo dalla Pasqua 2011 alla Pentecoste 2012.

"Contiamo sulla vostra generosità per riunire nuovamente un mazzo di almeno dodici milioni di rosari:
- perché la Chiesa sia liberata dai mali che la opprimono o che la minacciano in un prossimo futuro;
- perché la Russia venga consacrata e giunga presto il Trionfo dell'Immacolata".
Precisa le sue intenzioni con queste parole:
"- affinché questa prova terribile sia abbreviata;
 - la cappa modernista che circonda la Chiesa – almeno dal Vaticano II – venga strappata;
 - le Autorità svolgano il loro ruolo salvifico presso le anime;
 - la Chiesa ritrovi il suo splendore e la sua bellezza spirituale;
 - le anime del mondo intero possano udire la Buona Novella che converte, ricevere i Sacramenti che salvano ritrovando l'unico ovile".

Scaricate il foglio per segnare le vostre corone recitate: da Pasqua al 31 agosto 2011

Da agosto sarà diffuso un nuovo foglio utilizzabile fino al 31 dicembre 2011

Mandate i vostri risultati direttamente per mail: info@sanpiox.it

martedì 19 aprile 2011

"la situazione della Chiesa e del mondo ci suggerisce di chiedervi insistentemente di non fermare questo movimento di preghiera per il bene della Chiesa e del mondo, per il trionfo del Cuore Immacolato di Maria" (mons. Fellay)

Lettera agli amici e benefattori n°78

Cari amici e benefattori,

Il nuovo anno ci ha riservato molte sorprese piuttosto spiacevoli, per non dire drammatiche. Naturalmente parliamo degli avvenimenti che riguardano la Chiesa, e non delle catastrofi a catena che colpiscono il Giappone e neanche dei disordini nei paesi arabi o in Africa che pure dovrebbero servire a tutti da avvertimento! Ma chi li interpreta ancora così?

Sì, assai più dannose di tutte queste catastrofi naturali con i loro morti e le loro tragedie e sofferenze dolorosissime, sono le catastrofi che feriscono o uccidono le anime. Se gli uomini si preoccupassero altrettanto delle loro anime che del loro corpo, la faccia della terra cambierebbe. Ma ciò che a buon diritto fa ricercare la guarigione a livello corporeo a causa del dolore immediato provato, ahimè non esiste quasi più a livello spirituale. Il peccato che causa tanto male a tutta l'umanità e ad ogni essere umano, è avvertito assai poco, ed è per questo che non si cercano i rimedi adeguati. Parliamo di catastrofe spirituale: in effetti, quale altro nome potremmo dare ad un avvenimento che fuorvia una moltitudine di anime? Che mette in pericolo la salvezza di milioni, di miliardi di anime? Ora, sono almeno due i fatti suscettibili di provocare la non–conversione, e dunque la perdita eterna delle anime, annunciati a Roma all'inizio di quest'anno: la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II e la reiterazione della giornata di preghiera di Assisi, in occasione del 25° anniversario del primo incontro di tutte le religioni organizzato ad Assisi dallo stesso Giovanni Paolo II.

Per chi avesse difficoltà a capire il significato di questi due eventi, citiamo semplicemente ciò che scrisse don Franz Schmidberger, primo successore di Mons. Marcel Lefebvre a capo della Fraternità San Pio X, venticinque anni fa in questa stessa Lettera agli amici e benefattori. Egli faceva una lista non esaustiva degli atti compiuti dal papa Giovanni Paolo II, che sarà beatificato:

“Il 25 gennaio 1986, il Papa, in un discorso pronunciato nella basilica di san Paolo fuori le Mura, invita tutte le religioni ad Assisi per pregare insieme per la pace.

Basta dare uno sguardo agli eventi degli ultimi tre anni per vedere a che punto adesso ci avviciniamo alla istituzione di una grande religione universale sotto l'egida del Papa, con l'unico dogma della libertà, uguaglianza e fratellanza della rivoluzione francese e delle logge massoniche.

1. Il nuovo Diritto Canonico, promulgato dallo stesso Papa il 25 gennaio 1983, abolisce lo stato clericale. D'ora in poi, la Chiesa è il “popolo di Dio” in senso protestante ed egualitario, senza subordinati e senza capi. La gerarchia non è che un “servizio”: secondo l'esposto di Giovanni Paolo II nella sua Costituzione, la Chiesa si definisce come una “comunione” e in rapporto alla sua “preoccupazione per l'ecumenismo”. Il canone 844 permette espressamente la comunione reciproca, il canone 204 confonde il sacerdozio del prete col sacerdozio spirituale dei laici, ecc.

2. Domenica 11 dicembre 1983, il Papa predica in una chiesa protestante di Roma, e questo dopo esservisi più o meno invitato da solo.

3. Il Vescovo di Sherbrooke in Quebec (Canada) ha invitato a più riprese i protestanti nella sua cattedrale per la cerimonia della loro falsa ordinazione. Ha partecipato egli stesso a una delle cerimonie ed ha ricevuto la “comunione” dalle mani di una pastora ordinata da poco.

4. Il 18 febbraio 1984, viene concluso un nuovo concordato tra la Santa Sede e l'Italia: ormai in applicazione della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa, l'Italia non è più uno Stato cattolico, ma uno Stato laico, cioè ateo; secondo il medesimo documento, Roma non è più la Città santa!

5. Il 10 maggio 1984, il Papa visita un tempio buddista in Thailandia, si toglie le scarpe e si siede ai piedi del bonzo buddista, seduto egli stesso davanti all'altare in cui si trova una grande statua di Budda.

6. Nella loro lettera pastorale del 16 settembre 1984, i Vescovi svizzeri giungono a questa importante conclusione, che “Il desiderio di ricevere insieme lo stesso pane alla stessa tavola, cioè il desiderio che la messa e la cena non siano celebrate separatamente, proviene da Dio”. “Occorre tuttavia considerare con prudenza il momento in cui realizzeremo questo desiderio”, aggiungono i Vescovi. Inoltre hanno sostenuto un progetto di legge mirante a cambiare il diritto matrimoniale e che distrugge, né più né meno, il matrimonio e la famiglia. Ebbene, grazie al loro sostegno, questo nuovo diritto matrimoniale è stato accolto in Svizzera il 22 settembre 1985. Ancora una volta, i Vescovi risultano essere non soltanto gli affossatori dell'ordine soprannaturale, ma anche dell'ordine naturale stabilito da Dio.

7. L'episcopato francese continua ad imporre il catechismo eretico Pierres vivantes per l'istruzione religiosa, con gran danno dei bambini. “Ma colui che scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli venisse legata al collo la mola girata dall'asino, e fosse gettato in fondo al mare” ( Mt. 18, 6).

8. Una dichiarazione comune del Cardinale Höffner e di M. Lohse, presidente del consiglio della Chiesa Evangelica Tedesca firmata il 1° gennaio 1985, concede, per i matrimoni misti, la libertà di sposarsi, di far battezzare i propri figli e di educarli nell'una o nell'altra Chiesa. Ora, il Diritto Canonico del 1917, canone 2319, punisce ciascuno di questi tre crimini con una scomunica speciale.

9. Nel suo libro Rapporto sulla Fede (1985), il Cardinale Ratzinger pretende che le altre religioni siano, al limite, dei mezzi “straordinari” di salvezza. No, Eminenza, Gesù Cristo solo, solo Lui, è la Via, la Verità e la Vita; nessuno va al Padre senza di Lui!

10. In una nota sulla presentazione del giudaismo nella catechesi, pubblicata il 24 giugno 1985, il Cardinale Willebrands sostiene che noi aspettiamo il Messia con gli Ebrei! E fa riferimento al Papa stesso, che ha dichiarato davanti agli Ebrei, il 17 novembre 1980 a Mayence, che la Vecchia Alleanza non è stata ancora abolita.

11. Nell'estate 1985, il Vaticano invia un delegato ufficiale alla posa della prima pietra di una nuova gigantesca moschea a Roma.

12. Nell'agosto 1985, a Casablanca il Papa proclama ai giovani musulmani che noi cristiani, adoriamo il loro stesso Dio – come se nell'Islam ci fosse una Santissima Trinità ed una Incarnazione di Dio! – Pochi giorni dopo, egli si reca, con dei preti animisti e la loro scorta, alla periferia di Lohomay, a un culto nella “foresta santa” in cui si evoca “la forza dell'acqua” e le anime divinizzate degli antenati. E almeno due volte, a Kara e a Togoville – a Kara prima della santa Messa! – versa dell'acqua e getta della farina di mais in fondo ad una buccia secca di zucca, gesto con cui si professa una falsa credenza religiosa.

13. Una commissione cattolico-evangelica, costituita per chiudere la visita del Papa in Germania nel 1980, dichiara nel suo rapporto finale, pubblicato il 24 gennaio 1986, che non vi è più divergenza fra le due confessioni in ciò che concerne la giustificazione, l’eucaristia, il sacerdozio ed il papato. Ad un attento osservatore non sfugge che si proclama qui apertamente la religione ecumenica unificata.

14. Ed ora, il 25 gennaio 1986, il Pontefice chiama tutte le religioni a riunirsi ad Assisi per una preghiera di pace in autunno. (…) – “Quale Dio pregheranno quelli che negano espressamente la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo? Questa è una vera e propria insinuazione del diavolo”, commenta Monsignor Lefebvre.

15. Infine, durante il viaggio in India, il Papa non parla che di dialogo, di comprensione reciproca delle religioni, per promuovere in comunione la fratellanza umana ed il benessere sociale.

Cari amici e benefattori, pensate che questa esposizione sia per noi una buona notizia? L'abbiamo scritta pieni di dolore, con l'unica preoccupazione del bene della santa Chiesa. Allo stesso modo, lungi da noi voler giudicare il Papa. – Lasciamo volentieri questo delicato compito ad un ulteriore giudizio della Chiesa. Non facciamo parte di quelli che dichiarano affrettatamente vacante la sede papale, ma ci lasciamo guidare dalla Storia della Chiesa. Papa Onorio fu anatematizzato dal VI Concilio ecumenico a causa dei suoi falsi insegnamenti, ma non si è mai preteso che Onorio non fosse Papa. Tuttavia, ci è impossibile chiudere gli occhi di fronte ai fatti. E le istruzioni segrete dei Carbonari così come la loro corrispondenza, verso il 1820, sono anch'esse dei fatti! Vi leggiamo: “Il lavoro che stiamo per intraprendere (…) può durare parecchi anni, forse un secolo (…). Quello che dobbiamo cercare e aspettare, come gli Ebrei aspettano il Messia, è un Papa secondo i nostri bisogni (…). Così, per spezzare la roccia su cui Dio ha costruito la sua Chiesa, (…) abbiamo il successore di Pietro inserito nell'ingranaggio del complotto (…). Per garantirci un Papa secondo il nostro cuore, si tratta innanzitutto di formare (…) una generazione degna del regno che vogliamo noi (…). Fatevi una reputazione di buon cattolico (…). Questa reputazione aprirà alle nostre dottrine il cuore del giovane clero (…). Tra qualche anno, questo giovane clero avrà, per forza di cose, invaso tutte le funzioni (…); sarà chiamato a scegliere il Pontefice (…) e quel Pontefice, come la maggior parte dei contemporanei, sarà necessariamente (…) imbevuto dei principi (...) umanitari che stiamo per mettere in circolazione”.

“Noi dobbiamo (…) arrivare, con modi molto graduali (…) al trionfo dell'idea rivoluzionaria tramite un Papa (…). Questo progetto mi è sempre parso di un calcolo sovrumano”.

Inoltre, leggiamo nel piccolo esorcismo di Leone XIII, nella sua versione originale: “Ecco che dei nemici molto astuti hanno riempito di amarezza la Chiesa, sposa dell'Agnello immacolato, l'hanno abbeverata d'assenzio, hanno allungato le loro mani empie su tutto ciò che di desiderabile vi è in essa. Laddove il Trono del beato Pietro e la Cattedra della verità venne stabilita come una luce per le nazioni, là hanno posto il trono dell'abominazione della loro empietà; affinché, una volta colpito il pastore, possano disperdere il gregge”.

Che fare, di fronte a questa situazione, umanamente parlando, disperata? Pregare, lavorare e soffrire con la Chiesa.”

Venticinque anni dopo, queste parole hanno forse perso la loro forzà? Si è potuto sperare, con l'avvento di Benedetto XVI, in un risanamento della situazione, dato che egli stesso riconosceva che la Chiesa si trovava in una situazione drammatica. E di fatto ha posto parecchie basi che possono servire ad una restaurazione, in mezzo a molta ostilità. Gli atti benevoli che ha compiuto in favore della nostra Fraternità sono molto presenti alla nostra memoria riconoscente. Ma la reiterazione di Assisi, anche edulcorata, anche modificata, come pare essere nelle sue intenzioni, ricorderà inevitabilmente la prima Assisi che fu scandalosa sotto tanti aspetti, di cui uno dei più notevoli fu lo spettacolo pietoso e penoso del vedere fianco a fianco il Vicario di Cristo ed una moltitudine variopinta di pagani che invocavano i loro falsi dei e idoli, – di cui la posa della statua di Budda sul tabernacolo della chiesa di san Pietro d'Assisi resta la più agghiacciante e spaventosa illustrazione. Ora, quando si intende festeggiare l'anniversario di tale riunione, per ciò stesso ci si vieta di biasimarne il promotore. Benedetto XVI ha scritto ad un pastore evangelico che protestava contro questa nuova Assisi, che avrebbe fatto di tutto per evitare il sincretismo. Ma si dirà ai partecipanti provenienti da altre religioni che ce n'è solo una vera capace di salvare? Si dirà loro che non c'è nessun altro nome sotto il cielo da cui si può essere salvati se non il nome di Gesù, come ha insegnato san Pietro, il primo Papa? (cf. Atti, 4, 12). Eppure sono dogmi di fede.

Se si tacciono loro delle verità così essenziali, li si inganna! Se si nasconde loro l'unico necessario, unum necessarium, facendo credere loro che va bene così, perché lo Spirito Santo si serve anche delle altre religioni come mezzi di salvezza, anche se si parla di mezzi straordinari, secondo il nuovo magistero del Concilio Vaticano II, li si induce in errore, privandoli del mezzo per salvarsi.

Quanto alla beatificazione di Giovanni Paolo II, avrà come effetto immediato di consacrare l'insieme del suo pontificato, tutte le sue iniziative, anche le più scandalose, quelle descritte sopra e le altre, come il bacio del Corano e le molteplici cerimonie di mea culpa che lasciano pensare che la Chiesa sia colpevole di scismi che hanno visto perdersi tante anime cristiane per la separazione dalla nostra Santa Madre Chiesa, e per l'adesione all'errore e all'eresia. In pratica, tutto questo porta all'indifferentismo nella vita quotidiana, e i pochi sforzi di Roma per far cambiare un poco una rotta così nociva alla Chiesa non offrono che magri risultati: la Chiesa stessa è esangue.

Ci diranno che esageriamo, che drammatizziamo o che usiamo della retorica di circostanza, tuttavia questa drammatica constatazione la troviamo sulla bocca stessa dei papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma appare come una stella cadente nel firmamento, dimenticata in fretta e che lascia totalmente indifferente la moltitudine che non si cura di guardare in alto, verso il Cielo. Che fare? Che possiamo fare da parte nostra, carissimi amici? “Preghiera e penitenza” era la parola d'ordine della nostra buona Madre del Cielo, la santissima Vergine Maria sia a Lourdes che a Fatima; queste direttive celesti valgono sempre e perfino ancora di più del momento in cui furono pronunciate. Molti di voi si chiedono che effetto ha avuto la nostra Crociata del Rosario finita l'anno scorso. Ne abbiamo comunicato il risultato accompagnato dalla nostra richiesta al Sommo Pontefice che non si è degnato di rispondere, non fosse altro che con un avviso di ricevimento. Tuttavia ciò non deve scoraggiarci. La nostra preghiera si è involata verso il Cielo, verso la Madonna, la nostra Madre tanto buona e misericordiosa, e verso il Dio delle Misericordie; non abbiamo quindi il diritto di dubitare di essere esauditi, secondo le disposizioni infallibili della divina Provvidenza. Fidiamoci del buon Dio. Tuttavia, la situazione della Chiesa e del mondo ci suggerisce di chiedervi insistentemente di non fermare questo movimento di preghiera per il bene della Chiesa e del mondo, per il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. L'intensità della crisi, il moltiplicarsi di ogni tipo di disgrazie che colpiscono o minacciano l'umanità, richiede da parte nostra un atteggiamento corrispondente: “Bisogna sempre pregare e non smettere mai, oportet semper orare et numquam deficere” (Lc 18, 1).

Per questo ci sembra urgente e più che opportuno, visto il raddoppiare d'intensità dei mali che sommergono la santa Chiesa, di lanciare ancora una volta una crociata del Rosario, una crociata di preghiera e di penitenza. Vi invitiamo ad unire tutti i vostri sforzi, tutte le vostre forze per formare a partire da Pasqua di quest'anno e fino alla Pentecoste 2012 un nuovo mazzo di fiori spirituale, una nuova catena di quelle rose così gradite dalla Madonna, per supplicarla d'intercedere in favore dei suoi figli presso il suo Figlio Divino e il Padre Onnipotente. La confusione non fa che aumentare tra le anime, abbandonate ai lupi rapaci fin dentro all'ovile. La prova è così forte che si perderebbero perfino gli eletti, se essa non fosse abbreviata. I pochi elementi riconfortanti di questi ultimi anni non sono sufficienti per osare dire che le cose sono davvero cambiate in profondità. Lasciano grandi speranze per il futuro, ma come il chiarore che si scorge quando ci si trova ancora in fondo al tunnel. Così domandiamo con tutto il cuore l’intervento della nostra Madre celeste affinché questa prova terribile sia abbreviata; la cappa modernista che circonda la Chiesa – almeno dal Vaticano II – venga strappata; le Autorità svolgano il loro ruolo salvifico presso le anime; la Chiesa ritrovi il suo splendore e la sua bellezza spirituale; le anime del mondo intero possano udire la Buona Novella che converte, ricevere i Sacramenti che salvano ritrovando l'unico ovile. Ah! Quanto vorremmo poter usare un linguaggio meno drammatico, ma sarebbe una menzogna ed una colpevole negligenza da parte nostra tranquillizzarvi lasciandovi nella speranza che le cose miglioreranno da sole.

Contiamo sulla vostra generosità per riunire nuovamente un mazzo di almeno dodici milioni di rosari perché la Chiesa sia liberata dai mali che la opprimono o che la minacciano in un prossimo futuro; perché la Russia venga consacrata e giunga presto il Trionfo dell'Immacolata.

Affinché le nostre preghiere siano ancora più efficaci e ciascuno possa trarne un beneficio maggiore, vorremmo terminare ricordando che quando si recita il Rosario, la cosa più importante non è il numero delle Ave Maria, ma il modo in cui le recitiamo. Il rischio della monotonia o della distrazione può essere combattuto efficacemente recitando il Rosario secondo le indicazioni della Madonna stessa: sgranando la corona, si tratta di meditare sulle scene della vita e sui misteri di Nostro Signore e della sua santa Madre. La cosa più importante è quel contatto con la vita del Salvatore che si stabilisce quando si pensa amorevolmente agli avvenimenti enunciati ad ogni decina, i “misteri” del Rosario. Le decine di Ave diventano come una melodia di fondo che accompagna e sostiene questo potente e dolce contatto con Dio, con Nostro Signore e con la Madonna. Suor Lucia di Fatima ha potuto dire, dopo i Papi, che Dio ha voluto conferire a questa preghiera una potenza tutta speciale, in modo tale che non esiste nessun problema che non possa essere risolto da questa magnifica orazione. Ci permettiamo d'insistere sulla preghiera in famiglia, che dà prova ogni giorno della sua efficacia proteggendo i bambini ed i giovani dalle tentazioni e dai pericoli spaventosi del mondo moderno e protegge l'unità familiare in mezzo ai tanti pericoli che la minacciano. Non lasciamoci scoraggiare dal silenzio apparente della divina Provvidenza dopo la nostra ultima crociata. Non è forse così che Dio vuole che gli proviamo, nelle cose importanti, che sappiamo stimare nel suo giusto valore quello che domandiamo e che siamo pronti a pagarne il prezzo?

Nel momento in cui ci avviciniamo alla Passione di Nostro Signore, alla Settimana Santa ed alla gloriosa Resurrezione del Salvatore, domandiamo alla Madonna che degni benedire la vostra generosità, prendervi sotto la sua benevola protezione ed esaudire le vostre insistenti preghiere.

Menzingen, 1ª Domenica di Passione

+ Bernard Fellay, Superiore generale

sabato 16 aprile 2011

mons. Fellay ha annunciato una nuova crociata per il Trionfo del Cuore Immacolato


Mons. Bernard Fellay nell'ultima lettera agli Amici e ai benefattori bandisce una nuova crociata di rosari da Pasqua di quest'anno fino alla Pentecoste 2012: con questa nuova raccolta di almeno dodici milioni di rosari si farà salire fino ai piedi dell'Immacolata un'ardente supplica perché la Chiesa sia liberata dai mali che affliggono o lo minacciano in un prossimo futuro, perché che la Russia sia consacrata e giunga presto il Trionfo del Cuore Immacolato.

mercoledì 13 aprile 2011

parodie modernistiche: il caso youcat

Il catechismo per i giovani nasce già morto; infarcito di errori non solo grammaticali necessita di pizzini di rettifica. Qui di seguito gli articoli dell'ottimo Colafemmina e del vaticanista Rodari con cui si dà conto delle disavventure di tale testo che varrebbe davvero la pena togliere di mezzo. Ai modernisti non ne va una giusta: Assisi ha mobilitato le coscienze di molti cattolici che stavolta non sono stati zitti, la beatificazione imprudentemente affrettata di Giovanni Paolo II ha obbligato il cardinale Prefetto della Congregazione delle cause ha diramare il "caveat" seguente: "La causa di beatificazione non è giunta al suo termine per l’impatto che il pontificato ha avuto sulla storia della chiesa quanto per le virtù di fede, speranza e carità che sono state proprie della vita di Wojtyla”, quindi per la prima volta nella storia della Chiesa, incredibile auditu, si beatifica qualcuno a prescindere dalla sua vicenda storica e dal ruolo che ha ricoperto. Ed ora questa figuraccia dopo tanti stronbazzamenti sulla magnifiche sorti e progressive di questo Youcat che già dal nome non lasciava presagire nulla di buono.

PREGHIERA DI YOUCAT (TU GATTO): LIBERACI, SIGNORE, DAL GIOVANILISMO ECCLESIASTICO!
di Francesco Colafemmina

Quando ho sentito nominare per la prima volta "Youcat" mi sono chiesto se non si trattasse di una specie di canale televisivo sul web dedicato ai gatti! Poi ho letto che c'entrava qualcosa con la Chiesa Cattolica e ho pensato che si trattasse di una sorta di libro a fumetti su Chico, il gatto del Papa. Mai, dico mai, avrei immaginato che "Youcat" stesse per "Youth Cathechism" (catechismo dei giovani o della gioventù). E già il titolo è rivelatore di quel giovanilismo ridicolo e un po' infantile che troppo spesso s'impossessa dei sacerdoti... Giovanilismo che è come un travestimento per mostrare ai giovani (categoria vasta e indefinibile come non mai!) che la Chiesa non è lontana, ma è vicina... vicina alle istanze, ai dubbi, alla confusione, ai turbamenti dei giovani.

Questa della divisione del mondo in categorie anagrafiche e della magnificazione della "gioventù" è tuttavia una lagna pazzesca! Cristo non ha detto: "evangelizzate separatemente i giovani, gli adulti, i vecchi..." come non ha detto: "evangelizzate separatamente i maschi, le femmine, e i neutri...". Cristo ha parlato all'umanità nel suo complesso, ha parlato alle anime degli uomini e se la Chiesa di Cristo vive questo complesso di minorità rispetto ai giovani costituito dal timore di non riuscire a suscitare un adeguato appeal sulle nuove generazioni, la colpa è di una mentalità erronea e di una visione distorta del senso del Vangelo.

Quando ero piccolo, diciamo sotto i dieci anni, ero solito chiedermi, ad esempio, perché il buon parroco della Cattedrale del mio paese, don Lorenzo (e sono certo che se dovesse leggere queste righe mi sorriderebbe dal Paradiso), dovesse essere costretto da insulse norme pastorali a far sedere i bimbi in prima fila e fargli continuamente domande e domandine... tanto che la Messa mi pareva una specie di riedizione delle interrogazioni a scuola! Il senso del mistero lo conservavano forse solo le pareti di quell'antico luogo sacro, ma di certo non la liturgia.

Crescendo, invece, tutte quelle aggregazioni parrocchiali cattoliche, fatte di buonismo, peace & love, tastiere elettriche, chitarre, amplificatori e canti da far accapponare la pelle anche a un monaco tibetano, mi sembravano forme di arretratezza culturale della Chiesa Cattolica. Pensavo: ma sti preti non hanno capito che così facendo mostrano solo di essere rimasti indietro, molto indietro? E sì, perché si capisce che si trattava soltanto di metodi per tenere agganciati alla vita parrocchiale l'entità denominata "I Giovani" e questi metodi non nascevano da una reale volontà di curare le loro anime, bensì da una specie di mimetismo a tradimento: si scrutano "i Giovani", si osservano i loro interessi e si cerca di trasferire quegli stessi interessi nell'oratorio, nelle sale del centro parrocchiale, magari edulcorandoli... Purtroppo però i sacerdoti restano vittime di se stessi, di questa utopia giovanilistica. Per due ragioni:

1. Perché le tecniche di mimetismo giovanile normalmente un sacerdote le stabilisce nella sua età matura e non le muta più: così, dopo dieci anni o dopo venti, continuerà a credere che si possa "evangelizzare" i giovani con i campi da calcio e le serate danzanti (come forse accadeva negli anni '80 e '90).

2. Perché ormai "i giovani" contemporanei gli sfuggono di mano! E, poveri sacerdoti, spesso si avvedono con grande delusione che tutti i loro sforzi giovanilistici non sono serviti a rendere quei giovani dei "cattolici adulti" o consapevoli. Così un giorno scoprono che durante una serata danzante una ragazza è stata palpeggiata (se va bene) da un gruppo di ragazzetti infiltrati o durante una partita a pallone vedono il ragazzino più debole perdere sangue dal naso perché picchiato dalla baby gang parrocchiale... E solo allora si chiedono: ma sarà questo il metodo migliore per evangelizzare "i giovani"? Forse non li abbiamo capiti abbastanza... e magari cadono in depressione!

La Chiesa purtroppo è piena di questi casi di sacerdoti alle prese con la delusione e il fallimento delle proprie teorie giovanilistiche... Ma la Chiesa è anche vittima dell'illusione wojtyliana del coinvolgimento di masse oceaniche di "giovani" in esperienze di fede collettiva o massificata. Radunare folle di migliaia di giovani che magari non sono mai andati all'estero e che vorrebbero conoscere altri giovani, e fare esperienze amicali o sentimentali, non toglie e non aggiunge un bel nulla alla fede del singolo giovane! Solo per qualche bacata testa prelatizia i raduni oceanici di giovani possono rappresentare una "novità" nell'evangelizzazione dei "giovani"!

Confessiamocelo: il futuro del giovanilismo ecclesiastico non sarà concentrato né nelle Giornate mondiali della Gioventù (ma perché non organizzare la Giornata mondiale dell'Anziano?), né nelle operazioni feline alla Youcat, ma probabilmente solo nelle mani dei gruppi settari come i Neocatecumenali. E' infatti tipico delle sette creare conflitti generazionali e puntare specialmente sui giovani per garantirsi un futuro dopo averli adeguatamente indottrinati.

Per il Cattolicesimo, al contrario, non è mai esistita una categoria dei "giovani" separata dalla cellula essenziale da cui essa proviene ossia "la famiglia"! Creare questa indipendenza dei "giovani" dalle "famiglie" è qualcosa di profondamente erroneo e non a caso è un'eredità del sessantotto. Lo scontro generazionale volto all'affermazione dell'indipendenza giovanile appartiene all'ideologia sessantottarda e fa specie che la Chiesa Cattolica cerchi ancora di inseguire il miraggio della conquista dei giovani separandoli dal loro contesto essenziale e vitale che è familiare!

D'altra parte chi vive nel mondo dell'educazione non può non testimoniare che "i giovani" sono un esito dell'attività plasmante delle famiglie da cui provengono. Non possono essere presi per sè. E se la nostra società vede una progressiva riduzione della pratica religiosa a livello familiare, è opportuno concentrare la propria attenzione pastorale sulle complesse interazioni fra genitori e figli. Se una famiglia è autenticamente cattolica, genererà (si presume) figli altrettanto cattolici. Di conseguenza la Chiesa invece di consegnare inutili libretti con traduzioni erronee e con in copertina una Y al posto della Croce... (perché la Y come il segno di vittoria che si fa con l'indice e il medio è molto cool, fa figo... ma è anche molto antiquato!) al posto di queste corbellerie, la Chiesa dovrebbe invitare i genitori ad educare cristianamente i propri figli.

UN POOL PER YOU CAT E I SUOI ERRORI
di Paolo Rodari

La conferenza stampa di presentazione di Youcat, il catechismo preparato in vista della Gmg di Madrid dalla conferenza episcopale austriaca e tradotto in 13 lingue con tanto di prefazione di Benedetto XVI, si è chiusa con due notizie succose.

La prima è che i testi tradotti dal tedesco nelle altre lingue sono pieni di errori. Il testo francese, ad esempio, presenta errori circa il tema del valore delle diverse religioni secondo il Concilio Vaticano II. Il testo italiano presenta due errori macroscopici. Il primo (come scritto nel post precedente) riguarda la regolarizzazione delle nascite e la liceità dell’uso dei preservativi. In sala stampa hanno dato insieme al testo un foglietto bianco che va a correggere l’errore. Il secondo (al momento ancora senza foglietto correttivo) riguarda l’eutanasia. Al punto 382 si dice che “chi aiuta una persona durante la morte nel senso di un’eutanasia passiva obbedisce al comandamento dell’amore per il prossimo”. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della conferenza episcopale tedesca, ha detto che il testo tedesco non usa il termine eutanasia passiva ma semplicemente parla di “inevitabilità” della morte. Monsignor Rino Fisichella, invece, ha detto che comunque “i termini eutanasia attiva e passiva sono superarti” e ha lasciato intendere che, quindi, la traduzione oltre che sbagliata è anche pessima.

Per ovviare a tutti questi problemi Schönborn ha detto che la Congregazione per la dottrina della fede organizzerà un pool di esperti incaricato di raccogliere tutti gli errori e dunque di pubblicare un piccolo fascicolo con le correzioni. Un lavoro quanto mai necessario, certo, ma che obiettivamente poteva essere fatto prima.

La seconda notizia è che a precisa domanda su come sia possibile che si sia arrivati a delle traduzioni così sballate Schönborn ha risposto: “Per ogni edizione abbiamo chiesto a un vescovo che ha notorietà teologica di mettersi come garante. Per il testo italiano il garante è il cardinale Angelo Scola. Dunque, la responsabilità della traduzione è di chi è garante”.

sabato 9 aprile 2011

"La questione che allora si pone è se la legge del celibato ecclesiastico, oltre ad essere una plurisecolare prassi ecclesiastica, discenda o no dalla Tradizione divino-apostolica della Chiesa" (Roberto de Mattei)

Pubblichiamo questo contributo del Professor de Mattei sul tema del celibato sacerdotale, l'ultimo bastione che i modernisti voglio abbattere perché si avveri la "loro" idea di Chiesa. Partendo da principi che essi danno per assoluti e irreformabili vale a dire che il celibato sia una mera norma disciplinare sopravvenuta in epoca tarda, essi tentano pervicacemente di portare la Chiesa verso un ennesimo esperimento che nel caso si trasformerebbe come tutti gli altri che abbiamo visto fin qui in un ulteriore fallimento. Questo è il destino di un Concilio pastorale: aprire una fase sperimentale che non si arresterà finché chi ha l'autorità di fermarla non lo farà. Ci auguriamo che ciò accada presto.

Ci avvaliamo volentieri dell'occasione per esprimere tutta la nostra solidarietà al Professor de Mattei che da giorni è sotto un pesante attacco da parte di un'inquisizione atea e "razionalista" che con arroganza non si vergogna di dare il via ad una moderna caccia alle streghe.




Fondato da Cristo: replica di uno storico a Gennari sul gran tema del celibato sacerdotale
di Roberto de Mattei



Ma ciò che ancor più lo irrita è il cambiamento in materia del cardinale Ratzinger che, nel 1970 condivise un manifesto teologico che chiedeva di ripensare il legame tra sacerdozio e celibato, mentre oggi, come Benedetto XVI, ribadisce che il celibato ecclesiastico deve essere considerato un “valore sacro” per i sacerdoti di rito latino.

Gennari conclude il suo articolo auspicando che di fronte a nuove situazioni e nuove urgenze, “il Papa possa tornare a certe convinzioni manifestate apertamente dal teologo”, anche perché ormai “esistono le condizioni per una prudente prassi diversa” e “nelle opinioni e nelle decisioni dei Papi possono verificarsi veri cambiamenti”. Gennari tiene infine a sottolineare che la sua richiesta del matrimonio dei preti è ben distinta da quella dell’ordinazione sacerdotale delle donne, sulla quale c’è stata anche di recente “la riaffermazione della prassi contraria, legata al fatto che la coscienza della Chiesa, interpretata al livello della massima autorità, non è tale da permettere di superare la disciplina attuale fondata sull’esempio di Cristo stesso e di duemila anni di storia continua”.

E’ da qui che occorre partire: dall’idea di Gennari secondo cui nella Chiesa verità e leggi possano evolvere secondo l’esperienza religiosa (prassi) del popolo cristiano. A questa concezione evoluzionistica si oppone la dottrina della Chiesa, secondo cui esiste un depositum fidei, contenuto nella Tradizione cattolica, che la Chiesa può esplicitare, ma mai innovare. Gesù infatti non mise per scritto il suo insegnamento, ma lo affidò alla sua Parola, che poi trasmise agli Apostoli perché la diffondessero ad ogni angolo della terra. Il deposito della Fede fu conservato soprattutto nella Tradizione orale della Chiesa, che precedette le Sacre Scritture e contiene elementi che nelle Scritture non risultano. Il fatto che il Papa sia vescovo di Roma o che sette siano i Sacramenti non discende, ad esempio dalla Scrittura, ma dalla Tradizione, che è infallibilmente assistita dallo Spirito Santo. La questione che allora si pone è se la legge del celibato ecclesiastico, oltre ad essere una plurisecolare prassi ecclesiastica, discenda o no dalla Tradizione divino-apostolica della Chiesa.

Soccorrono su questo punto alcuni importanti studi sull’origine del celibato ecclesiastico. Il primo, più volte ristampato dalla Libreria Editrice Vaticana, è il saggio del cardinale Alfons Maria Stickler, Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici; il secondo, meno noto, ma non meno importante, è quello del padre Christian Cochini, appena tradotto in lingua italiana dalla casa editrice Nova Millennium Romae, con il titolo Origini apostoliche del celibato sacerdotale. Tali opere ribaltano la vecchia tesi del padre Franz Xaver Funck, un gesuita aperto alle suggestioni del modernismo, che agli inizi del Novecento, riteneva di confutare il grande orientalista Gustav Bickell. Mentre Bickell sosteneva il fondamento divino-apostolico della legge del celibato, Funck la considerava una prassi ecclesiastica emersa non prima del IV secolo, ovvero una legge di carattere storico (e perciò riformabile). Cochini dimostra che Funck non fece buon uso del metodo storico-critico, prendendo per buono un documento spurio in cui il vescovo-monaco Pafnuzio, nel corso del Concilio di Nicea (325) avrebbe contestato aspramente la continenza per i preti sposati. Oggi è provato che tale testo fu elaborato probabilmente all’interno della setta dei Novaziani. Stickler, da parte sua, sottolinea l’errore ermeneutico di chi, sulla scia di Funck, ha confuso i concetti di ius (diritto) e di lex (legge).

Il fatto che prima del IV secolo mancasse una legge scritta, non significa che non esistesse una norma giuridica obbligatoria che imponesse la continenza del clero. Quando Papa Siricio, negli anni 385-386, con le decretali “Directa” e “Cum in unum”, formalizzò per la prima volta una disciplina per chierici, stabilendo che vescovi, sacerdoti e diaconi erano tenuti, senza eccezioni, a vivere permanentemente nella continenza, egli non introdusse una nuova dottrina, ma codificò una Tradizione, vissuta nella Chiesa fin dalle origini. Il progresso teologico consiste proprio in questo: nello sviluppo della conoscenza di un precetto tradizionale, in questo caso il celibato ecclesiastico, che può meglio essere spiegato in estensione, chiarezza e certezza. A ciò conducono le edizioni critiche e i nuovi documenti di lavoro sui primi secoli di cui oggi dispongono gli studiosi.

L’unico argomento che viene addotto da Gennari contro questa tesi ruota attorno ad un sofisma sempre confutato e sempre ripetuto: il fatto cioè, in apparente contraddizione con la tradizione apostolica, che a partire dagli Apostoli stessi, i primi cristiani fossero sposati. Ciò che è in questione però non è l’ordinazione di uomini sposati nei primi secoli del cristianesimo. Sappiamo che ciò era cosa normale, se san Paolo prescrive ai suoi discepoli Tito e Timoteo che i candidati al sacerdozio dovevano essere stati sposati solo una volta (1 Tm 3,2; 3, 12). La questione centrale è quella della continenza da ogni uso del matrimonio, dopo l’ordinazione sacerdotale. Non bisogna confondere infatti lo stato di matrimonio con l’uso dello stesso. Il matrimonio è un’istituzione di carattere giuridico morale, elevata dalla Chiesa a sacramento, il cui fine è la propagazione del genere umano. L’uso del matrimonio è invece l’unione fisica di due sposi, diretta alla generazione. A questo diritto, si può liberamente rinunciare, pur rimanendo sposati. E’ quanto facevano i primi cristiani i quali, pur rimanendo giuridicamente sposati, decidevano di non usare del matrimonio, cioè di vivere da celibi all’interno dello stato matrimoniale. La parola celibe, in questo senso, non indica uno status, ma la scelta di astenersi per sempre dai piaceri sessuali. Nei primi secoli fu riconosciuto al clero la possibilità di vivere nello stato matrimoniale, ma non il diritto di usare del matrimonio. Ciò che fu dall’inizio obbligatorio, non fu lo stato di celibe, ma la continenza, ovvero l’astensione dall’atto generativo.

Nei primi secoli della Chiesa, l’accesso agli ordini sacri era aperto agli sposati, a condizione che essi, col consenso della moglie, rinunciassero all’uso del matrimonio e praticassero una vita di continenza. La prescrizione apostolica della continenza ebbe il suo logico sviluppo nelle leggi che imposero progressivamente ai sacerdoti lo stato celibatario. La lunga serie degli interventi papali ebbe il suo coronamento nel Concilio Lateranense I, convocato da Callisto II (1123), nel quale fu promulgata la legge non solo della proibizione, ma della invalidità del matrimonio per chi aveva ricevuto gli ordini sacri. Nel primo millennio, le chiese orientali non conobbero questo sviluppo dogmatico-disciplinare e rimasero come eccezione alla regola latina. In seguito, nelle chiese orientali scismatiche, l’antica disciplina celibataria si allargò sempre di più, mentre la maggior parte delle Chiese orientali rimaste unite o ritornate all’unione con Roma, ha finito per accettare la disciplina dell’Occidente, anche se per alcuni cattolici, come i Maroniti e gli Armeni, Roma tollera che seguano l’antico costume greco: il fatto stesso però che, in Oriente, i sacerdoti non possono sposarsi dopo l’ordinazione e soltanto i sacerdoti celibi sono ordinati vescovi, significa che l’uso del matrimonio per chi lo avesse contratto precedentemente alla ordinazione, è una pratica tollerata, ma non certo posta a modello.

Del resto, gli attacchi al celibato accompagnano da sempre la storia della Chiesa Nel 1941, ad esempio, fu messo all’Indice un libro curato dal teologo protestante Hermann Mulert, Der Katholizismus der Zukunft (Lipsia 1940), in cui si reclamava, come chiede Gennari, la possibilità di inserire il celibato ecclesiastico come facoltativo. Ma non c’è da illudersi su questo punto: se cade la legge del celibato, cade con essa il sacerdozio celibatario e si apre la strada all’istituzionalizzazione del matrimonio ecclesiastico. Né serve ripetere che la castità è impossibile, visto che il Concilio di Trento ha condannato chi lo afferma (sess. XXIX, can- 9).

E’ vero però che ad una vita di perfetta continenza l’uomo non può giungere con le sole sue forze, ragione per cui Dio non l’ha comandato, ma solo consigliato. Chi liberamente sceglie di seguire questo consiglio evangelico, trova non in sé stesso, ma in Dio, la forza per essere coerente con la propria scelta. Il celibato resta, certo, un sacrificio e questo, ha osservato il padre Cornelio Fabro, “sta o cade con il carattere della Chiesa cattolica come l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo”. Il prete cattolico, infatti, può e vuole sacrificarsi soltanto per una causa assoluta. Ma oggi l’unicità della Chiesa romana come vera Chiesa è messa in discussione e il concetto di sacrificio è abbandonato, in nome della ricerca del piacere ad ogni costo. La vocazione sacerdotale esige inoltre la donazione totale e l’esclusivo orientamento di ogni preoccupazione a Dio e alle anime, il che è incompatibile con la divisione del cuore che è propria a chi è preso dalle cure familiari.

Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, ha affermato che la volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione “nel legame che il celibato ha con l’ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa” (n. 29). Sviluppando il Magistero pontificio, nei suoi articoli sull’“Osservatore Romano” e nel suo recente volume Il sigillo. Cristo fonte dell’identita del prete (Cantagalli Siena 2010), il cardinale Piacenza ribadisce che la radice teologica del celibato è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del Sacramento dell’Ordine. Il problema di fondo è dunque quel ruolo del sacerdote nella società postmoderna che il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero rilancia con forza. La richiesta dell’abolizione del celibato si inserisce in un contesto di secolarizzazione considerato irreversibile, malgrado le lezioni in senso contrario della storia.

Secolarizzazione significa perdita del concetto di sacro e di sacrificio e assunzione della “mondanità” come valore, Ma la modernizzazione della Chiesa ha portato oggi alla sua “sessualizzazione”. La purezza però è una virtù che spinge chi la pratica verso il cielo, mentre la sessualità inchioda le tendenze umane alla terra. Molti sacerdoti reclamano il piacere come un diritto e, se non lo ottengono ufficialmente, lo esercitano nella semi-clandestinità, talvolta sotto gli occhi benevolmente complici dei loro vescovi. Il cammino è esattamente contrario a quello percorso dai primi cristiani. Allora accadeva che gli uomini sposati scegliessero di abbracciare, con il sacerdozio, una vita di assoluta castità. Oggi succede che sacerdoti che hanno consacrato la loro vita al Signore reclamino di poter godere dei piaceri del mondo. Ciò non è nuovo nella Chiesa, che ha vissuto come una piaga il concubinato dei preti, cioè il fatto che essi vivessero abitualmente more uxorio, come accadeva quando san Pier Damiani scrisse l’infuocato Liber Ghomorranus.

La via da seguire, ancora oggi, è quella, indicata da Benedetto XVI, di una profonda riforma morale, analoga alla rinascita gregoriana dell’XI secolo. E se si volessero riassumere le ragioni in difesa del celibato dei preti, diremmo in primo luogo che non si tratta di una legge ecclesiastica, ma della volontà stessa di Cristo, trasmessa attraverso gli apostoli alla Chiesa; in secondo luogo che il mondo ha bisogno di sacerdoti i quali non assecondino la loro pur sofferta umanità, ma la vincano, rispecchiando Cristo e ponendosi come modello e guida alle anime, oggi più che mai assetate di assoluto.

(da “Il Foglio” del 07/04/2011)


 Gianni Gennari, collaboratore regolare del quotidiano dei vescovi “Avvenire”, ha affrontato, su “Il Foglio” del 2 aprile, il tema forte del celibato ecclesiastico, riproponendone (non è la prima volta) la modifica o l’abolizione. La tesi di Gennari è che la legge sul celibato dei preti non risale a Gesù Cristo e non è materia di fede, e perciò non può considerarsi intoccabile. Insorgendo contro un recente articolo del cardinale Mauro Piacenza, apparso in prima pagina sul ’”Osservatore Romano” (Questione di radicalità evangelica, , 23 marzo 2011), il corsivista di “Avvenire” arriva a definire la difesa del celibato fatta dal card. Piacenza come “dottrinalmente infondata”, “sottilmente violenta” e, addirittura, offensiva di “duemila anni di storia della Chiesa cattolica”.

giovedì 7 aprile 2011

circa il dovere di accettare le dottrine del Concilio


tratto dal sito

Risposta al Rev. Padre Cavalcoli O.P.

Albano Laziale, 05 aprile 2011



Le critiche di Padre Cavalcoli

Padre Giovanni Cavalcoli, sacerdote e teologo domenicano, in un suo articolo del 28 febbraio 2011, «La Tradizione contro il Papa» (pubblicato da riscossacristiana.it) tenta di dimostrare come l'atteggiamento dei cosiddetti "lefebvriani" sia incompatibile con un atteggiamento autenticamente cattolico. I "lefebvriani" avrebbero, secondo il Padre, ceduto a una tentazione, tentazione alla quale hanno ceduto anche protestanti e modernisti (ed ecco che gli estremi opposti sembrerebbero incontrarsi), e cioé «quella di crearsi la convinzione gratuita ed infondata che per sapere infallibilmente che cosa Cristo ci ha insegnato non c'è bisogno di stare agli insegnamenti o all'interpretazione del Magistero vivente ed attuale- per esempio quello di un Concilio-, ma è sufficiente porsi a contatto diretto e personale o con la Scrittura o con la Tradizione. Il primo è stato l'errore di Lutero ed oggi dei modernisti, soprattutto in campo esegetico; il secondo è l'errore dei lefebvriani». I "lefebvriani" non si renderebbero conto che «ogni Concilio è testimone della Tradizione, ma di un suo stato più avanzato, in base al quale si giudicano le fasi precedenti e non viceversa. (...) Avviene così che come i protestanti pretendono di giudicare l'insegnamento dei Papi alla luce di un contatto diretto e soggettivo con la Scrittura, trovando nei Papi un'infinità di errori, similmente i lefebvriani pretendono di giudicare gli insegnamenti del Magistero posteriore al 1962 (come ha osservato lo stesso Benedetto XVI) alla luce di un contatto immediato e parimenti soggettivo con la Tradizione, essi pure credendo di trovare nel Concilio e nei Papi del postConcilio una falsificazione di certi dati della Tradizione». Ma non è tutto: «i protestanti, i modernisti ed i lefebvriani non si accorgono che con questo loro atteggiamento, per quanto si annoverino tra di loro teologi dotti e dottissimi, finiscono con la pretesa di avocare a sé quel dono di infallibilità che Cristo non ha assicurato né ai teologi né agli esegeti né agli storici della Chiesa, ma ai soli Vescovi, successori degli Apostoli, uniti al Papa e sotto la guida del Papa».

Padre Cavalcoli poi risponde ai «pretesti speciosi quanto inconsistenti» a cui i "lefebvriani" si appigliano per sottrarsi al «dovere di accettare le dottrine del Concilio». I pretesti sarebbero soprattutto due: «1. si dice che il Concilio è solo pastorale e non dottrinale; 2. si afferma che nel Concilio non sono stati definiti nuovi dogmi e che quindi le sue dottrine non sono infallibili. Quindi, conclusione,- essi dicono- possiamo correggere il Papa e il Concilio in base alla "Tradizione"». Ecco la risposta del Padre: «non è vero che gli insegnamenti del Concilio sono solo pastorali, ma si danno, come hanno affermato più volte i Papi del postConcilio, anche insegnamenti dottrinali, come tali infallibili, giacché perché si dia dottrina infallibile - ossia assolutamente e perennemente vera - non è necessario, come la Chiesa stessa insegna (Vedi Istruzione “Ad tuendam fidem” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1998), che il Magistero dichiari esplicitamente o solennemente che una data proposizione è di fede, ma è sufficiente che di fatto si tratti di materia di fede. Questo pronunciamento viene qualificato dalla detta Istruzione come “definitivo” ed “irreformabile”, il che è come dire infallibile».

La conclusione di Padre Cavalcoli appare abbastanza chiara: i lefebvriani non si possono dire veramente cattolici, visto che il loro atteggiamento è analogo a quello dei protestanti e che rifiutano il Magistero attuale del Papa e dei Vescovi, regola immediata di fede, nonché gli insegnamenti irreformabili dunque infallibili dell'ultimo Concilio. Solo che, se la conclusione gode di qualche apparenza di verità, sembra dovuto al fatto che Padre Cavalcoli faccia una grande economia delle distinzioni: distinzioni che però sono necessarie per capire la posizione di Mons. Lefebvre e di quelli che lo seguono, i cosiddetti "tradizionalisti". Riprendiamo allora le critiche mosse dal Padre.

I lefebvriani: inconsapevolmente protestanti?

In primo luogo i "lefebvriani" commetterebbero un errore nei confronti della Tradizione della Chiesa e del Magistero attuale analogo a quello dei protestanti nei confronti della Scrittura. L'analogia si può esprimere con l'equazione: il protestantesimo sta alla Scrittura come i lefebvriani stanno alla Tradizione. Certo, trovare punti di incontro tra le posizioni più disparate non è cosa difficile, ma l'analogia potrebbe essere interessante in quanto effettivamente evidenzia una difficoltà, qualcosa di "anormale": il fatto che delle persone che si dicono cattoliche si oppongano a un "magistero attuale e vivente" come hanno fatto gli eretici, in special modo i protestanti. Solo che questo "come" su cui si fonda l'analogia può essere preso in sensi diversi: "come" può indicare la semplice somiglianza del "fatto", oppure anche la somiglianza nel modo e nel valore dei fatti. In quest'ultimo caso il comportamento dei lefebvriani tenderebbe all'eresia, ma la somiglianza nel primo caso non prova niente necessariamente: se il fatto di opporsi a un "magistero attuale" è un atto la cui liceità è in assoluto possibile anche se in circostanze straordinarie, l'analogia non ci può dire se i lefebvriani si trovino o no effettivamente in queste circostanze. Per sapere oggettivamente quale valore dare all'analogia si dovevano fare delle distinzioni che il Padre non ha fatto. La prima importante distinzione è che rifiutare ogni insegnamento della Chiesa docente in quanto tale, come fanno i protestanti, è evidentemente e in ogni caso illecito, mentre rifiutare qualche insegnamento di un vescovo o persino di un Papa per ragioni gravissime, come vedremo, può essere lecito. Altra distinzione: per i protestanti, ricorrere alla Scrittura senza la Tradizione e la mediazione del Magistero è una questione di principio, principio che costituisce un punto di partenza "a priori". Per i tradizionalisti invece, ricorrere al Magistero passato senza o contro il Magistero1 attuale è una questione di fatto e non di principio. I tradizionalisti riconoscono come cattolici che la regola di fede per i membri della Chiesa di un'epoca determinata è "di norma" e prima di tutto l'insegnamento "vivente" dei pastori della Chiesa. In questo la fede e dottrina dei tradizionalisti concorda con quella di Padre Cavalcoli. Se i tradizionalisti fanno opposizione all'insegnamento attuale, è solo "a posteriori" e a causa di una serie di circostanze eccezionali. Per questo, prendendo l'analogia qualitativamente e non secondo una somiglianza superficiale, risponde di più al vero negare l'analogia tra protestanti e lefebvriani visto che il rapporto tra protestanti e Scrittura (regola immediata di fede per principio, a-priori e in ogni caso) non è come il rapporto tra lefebvriani e Magistero passato (regola immediata che non esclude l'insegnamento attuale per principio e in ogni caso, ma solo "a posteriori" e in circostanze di gravità eccezionale).



La somiglianza superficiale notata da Padre Cavalcoli nasconde un'altra differenza essenziale tra l'atteggiamento dei lefebvriani e quello protestante: prendere la Scrittura come regola immediata di fede non è come prendere il Magistero passato come regola di fede. La ragione è che tra Scrittura e "Magistero regola immediata" c'è una differenza essenziale (la Scrittura è insufficiente rispetto all'oggetto totale della fede e richiede in ogni caso la mediazione della Chiesa, il Magistero passato no), mentre tra Magistero passato e "Magistero regola immediata" la differenza è al massimo accidentale: tra Magistero attuale in quanto tale e Magistero passato in quanto tale la differenza è cronologica e non sostanziale. Il Magistero passato è stato attuale e l'attuale sarà passato. Perciò, come vedremo, il periodo di tempo che separa l'atto di fede del fedele dal Magistero passato non impedisce di per sé la funzione regolativa di quest'ultimo in materia di fede e costumi. Evidentemente questo non prova ancora che i tradizionalisti facciano bene, ma almeno impedisce di classificarli frettolosamente nel rango degli eretici o quasi-eretici.



Se ci limitassimo dunque alla sola analogia del "fatto", la somiglianza dei rapporti perde il suo valore. Potremmo pure dire, per esempio, che Lutero è stato condannato da Papa Leone X come Sant’Atanasio è stato condannato da Papa Liberio. Ma quale valore ha questa analogia? Quale rapporto tra l'eresiarca e il grande difensore della Tradizione? Lo stesso vale per l'analogia tra protestanti e "lefebvriani": è un'analogia superficiale che poggia sul solo "fatto", nascondendo le differenze essenziali che permetterebbero di distinguere tra posizione illecita e posizione lecita.

Il Magistero passato e la regola immediata della fede

Il Padre poi obietta che secondo la dottrina cattolica per sapere infallibilmente che cosa Cristo ci ha insegnato c'è bisogno di stare agli insegnamenti del Magistero attuale e che non è sufficiente porsi a contatto diretto e personale con la Scrittura o la Tradizione o col Magistero passato. Come abbiamo detto, l'obiezione sarebbe efficace se per i tradizionalisti l'opposizione all'insegnamento attuale fosse una questione di principio come lo è per i protestanti e se il rapporto avesse lo stesso valore nei due casi. Ma il problema è un altro e il Padre sembra non voler affrontarlo rifuggendo le distinzioni: posto che di norma2 l'insegnamento attuale del Papa e dei vescovi è regola immediata per la fede (perché è il più adatto ad indicare in modo perfettamente chiaro e comprensibile il contenuto della fede ai fedeli di una data epoca storica), ci si chiede se questo principio sia assoluto oppure se soffra delle eccezioni. Se l'insegnamento del Papa o dei vescovi fosse sempre infallibile, il principio sarebbe assoluto. Ma non è così. Il Padre non può negare che non ogni insegnamento uscito dalla bocca del Papa e dei vescovi è infallibile (lo vedremo chiaramente parlando delle condizioni dell'infallibilità). Quindi l'errore nell'insegnamento attuale è possibile. Non si può negare almeno in linea teorica questa possibilità. Ora è evidente che, in questa ipotesi teoricamente possibile, quell'insegnamento attuale erroneo non potrebbe essere "per sé" regola immediata di fede. Potrebbe essere regola per i fedeli al limite solo "per accidens" se i fedeli, non avendo la certezza di essere di fronte ad un errore, per prudenza e per rispetto, aderissero comunque a quell'insegnamento.

Ma ecco che interviene un'altra possibilità che il Padre non può scartare "a priori": la possibilità che i membri della Chiesa, nella eventualità rarissima di un insegnamento attuale erroneo, si rendano conto con certezza di questo errore, ricorrendo al Magistero passato o alla Tradizione. Padre Cavalcoli non può pretendere che il ricorso al Magistero strettamente attuale sia l'unico mezzo per sapere infallibilmente la vera dottrina. Preso in modo strettissimo e quasi "matematico", questo principio porterebbe all'assurdo: infatti l'insegnamento che il Papa ha dato due giorni fa non è più "attuale" in senso stretto, ancor di meno quello di un Concilio che ha avuto luogo 50 anni fa. Ad essere precisi, la verità è che per un atto di fede attuale di un membro della Chiesa, la regola prossima è sempre un insegnamento passato (almeno di qualche istante). Perciò, sebbene sia vero che l'insegnamento "attuale" come lo intende il Padre, sia "di norma" la regola più certa e immediata (in quanto più capace di adattarsi alle situazioni ed esigenze di comprensione dei fedeli ad un dato momento storico), un Magistero un pochino anteriore a quello "attuale" (ma anche uno lontano nel passato) può essere regola immediata di fede, visto che, grazie a una ricerca storica qualche volta anche abbastanza facile, un membro della Chiesa può sapere con certezza morale ciò che in passato la Chiesa ha voluto insegnare.

Anzi non si può escludere che in certi casi l'insegnamento di un Magistero anteriore a quello attuale sia più chiaro di quello del Magistero presente. In questo senso, quando il Padre dice che "ogni Concilio è testimone della Tradizione, ma di un suo stato più avanzato, in base al quale si giudicano le fasi precedenti e non viceversa", la frase potrebbe essere giusta come norma generale, ma non si può escludere in assoluto che, in tempi di crisi, le affermazioni chiare del passato possano chiarire o giudicare le affermazioni ambigue o errate di un insegnamento presente: è questo il senso del famoso "Commonitorium" di San Vincenzo di Lérins (V secolo), grande difensore della Tradizione. In esso si legge: «Cosa farà il cristiano cattolico se qualche piccola parte della Chiesa si staccherà dalla comunione, dalla fede universale? Quale altra decisione prendere, se non preferire alla parte cancrenosa e corrotta il corpo nel suo insieme che è sano? E se qualche altro nuovo contagio cerca di avvelenare non più una piccola parte della Chiesa, ma tutta quanta, allora sarà sua massima cura attenersi all’antico, che evidentemente non può essere sedotto da alcuna novità menzognera». E la storia sta a mostrare che questa non è una supposizione puramente teorica ma che, in tempi appunto di crisi (pensiamo alle ambiguità di papa Liberio durante la crisi Ariana, oppure le ambiguità di Papa Onorio I che favorirono l'eresia monotelita, come affermò il suo successore nel primato Leone II) si possa realmente dare questa situazione: contra factum non fit argumentum. La crisi che viviamo da 50 anni è un altro "factum" che mostra che questa possibilità può divenire realtà. La stessa «ermeneutica della continuità» cara a Benedetto XVI è una confessione palese di questa possibilità: ci si riferisce direttamente alla Tradizione e al Magistero passato per comprendere "correttamente" gli insegnamenti del Concilio, suscettibili di interpretazioni "progressiste": in questo caso la regola immediata e determinante è il Magistero anteriore, ciò che è regolato o determinato è l'interpretazione di un insegnamento conciliare posteriore. È assurdo pretendere che l'insegnamento dei Papi precedenti non possa essere per noi regola immediata di fede: basta poter conoscere con certezza il contenuto della fede mediante l'espressione della Chiesa docente. L'insegnamento del Concilio Vaticano II non è più un insegnamento attuale in senso stretto eppure il Padre non sembra negargli lo statuto di «regola immediata della fede». E il Concilio Vaticano I sarebbe troppo lontano perché i membri della Chiesa possano riferirvisi direttamente? Le definizioni del Concilio di Trento non sarebbero più comprensibili per noi? No anzi: si può dire in tutta verità che quei due grandi Concili, grazie anche al ricorso che fecero alla "rigida" terminologia e dottrina scolastica, siano più adatti ad essere compresi dai tempi posteriore rispetto al Concilio Vaticano II che ha cercato di sposare la terminologia e i modi di pensiero di un'epoca particolare. I fatti lo mostrano in modo eloquente: quale di questi Concili ha posto più problemi e difficoltà di interpretazione cioè di "ermeneutica"? La risposta è ovvia. Il Concilio Vaticano I o quello di Trento sono dunque meglio qualificati per assumere il ruolo di regola della fede.

Bisogna allora concludere che non è impossibile ricorrere direttamente al Magistero passato, alla Tradizione, e in tempi di crisi dell'autorità, rendersi conto di una eventuale ambiguità o persino di una contraddizione tra gli insegnamenti dell'autorità attuale e l'insegnamento perenne ed infallibile della Chiesa.

Sembra che Padre Cavalcoli sia rimasto indietro nel dibattito attuale: invece di negare "a priori" la posizione dei tradizionalisti negandone la possibilità, è molto più ragionevole discutere sul fatto se si dia o no la situazione eccezionale che invocano. Ma il Padre non riesce comunque a capire questa opposizione dei tradizionalisti per un altro e forse più importante motivo: un'opposizione persino rarissima e straordinaria è comunque illecita poiché le dottrine del Concilio e del Magistero attuale che sono in gioco sarebbero irreformabili e infallibili. Riducendo le condizioni richieste per l'esercizio dell'infallibilità, Padre Cavalcoli vede la presenza di questo privilegio nell'esercizio di un magistero che i tradizionalisti contestano. Evidentemente, se le cose stessero come dice il Padre, l'atteggiamento dei lefebvriani sarebbe inammissibile. Ritorneremo su questo problema dopo aver chiarito un altro punto: quello del significato preciso dell'infallibilità.

I lefebvriani sono infallibili?

Illustriamo il punto esaminando un'ulteriore obiezione che Padre Cavalcoli rivolge ai lefebvriani. Potrebbe infatti dire ai tradizionalisti: «anche qualora questo Magistero attuale non fosse infallibile, sembra che per opporsi prudentemente bisognerebbe essere dotati di quell'infallibilità che negate agli unici che sono in grado di possederla». In altre parole il Padre chiede ai tradizionalisti: siete o no infallibili? (la risposta sarebbe «no naturalmente»). Allora se non lo siete vi potete sbagliare e quindi avete il dovere di dare il beneficio del dubbio all'autorità suprema sopratutto dal momento che gode o almeno può godere dell'infallibilità.

L'obiezione riposa in realtà su un'altra ambiguità. Somiglia molto a una vecchia obiezione degli scettici che pretendevano grazie ad essa che fosse impossibile avere delle certezze assolute: se possiamo sempre sbagliarci, perché l'infallibilità non è un privilegio naturale dell'uomo, come essere veramente in possesso di una verità assoluta, visto che affermandola dobbiamo essere coscienti che cadere in errore non è mai impossibile per noi?

Per rispondere pienamente, bisogna servirsi di una distinzione logica forse un po’ sottile, sulla quale si passa velocemente nei corsi di logica, ma che risolve la difficoltà. Si tratta di chiarire una ambiguità nel concetto di «infallibilità». L'infallibilità di un soggetto si può esprimere con quello che in logica si chiama una proposizione modale: «è impossibile che questa persona si sbagli». In una modale si distingue tra il "dictum" («questa persona si sbaglia») e il "modus" («è impossibile che»). Ora in questo tipo di modale il "modus" può dare due significati differenti alla proposizione. Infatti la proposizione modale può essere presa "in sensu composito" (il "dictum" è preso come soggetto e il "modus" come "predicato") oppure "in sensu diviso" (i termini del "dictum" si trovano divisi tra soggetto e predicato e il "modus" è preso avverbialmente rispetto alla copula). Per chiarire il concetto ecco un esempio classico: prendiamo la modale «possibile est sedentem stare» («è possibile che colui che è seduto stia in piedi»). "In sensu composito" il "dictum" è preso in modo unitario e il "modus" come predicato. Il senso è: "sedentem stare est possibile" cioè "che colui che è seduto stia in piedi è possibile". In questo caso la proposizione è falsa perché lo stato di chi è seduto è incompossibile con lo stato di chi sta in piedi. "In sensu diviso" il dictum rappresenta il soggetto e il predicato, il modo invece è preso avverbialmente. Il senso è «sedens possibiliter stat» cioè «è possibile per chi è seduto stare in piedi». In questo secondo caso la proposizione è vera perché colui che è seduto conserva nello stesso momento la possibilità di cambiare stato, sta in piedi "in potenza".

Se applichiamo la distinzione all'infallibilità, «l'impossibilità di sbagliarsi» assume due valori fondamentalmente diversi. L'uno è un privilegio soprannaturale, l'altro è la semplice condizione di chi, dicendo la verità, si trova in uno stato di incompossibilità con la condizione di chi dice un errore. La frase: «è impossibile che un bambino che recita bene il Credo si sbagli», "in sensu composito" significa «che un bambino nell'atto di recitare effettivamente il Credo si sbagli al tempo stesso, è impossibile», dire il Credo e dire un errore sono stati incompossibili. La proposizione in questo caso è vera e il bambino in un certo senso è infallibile ("in sensu composito" appunto). Non si tratta di un privilegio straordinario ma del semplice fatto che la contraddizione è irrealizzabile. Invece in "sensu diviso" significa «che un bambino che recita il Credo non ha la possibilità o potenza di sbagliarsi» e allora la proposizione è falsa poiché il bambino persino nel momento di dire il Credo conserva la "potenza" di sbagliarsi, ed effettivamente successivamente potrebbe cadere in errore. In questo senso ("diviso") l'infallibilità è privilegio del Papa in quanto, quando sono riunite le condizioni richieste, cioè quando il Papa ha intenzione di obbligare la Chiesa intera e di utilizzare la sua potestà nella sua pienezza in materia di fede, grazie all'assistenza estrinseca, ma reale ed efficace dello Spirito Santo, il Papa non ha quella possibilità, quella "potenza" di cadere in errore. Notiamo che tra i due casi ("sensu diviso" e "composito") di "infallibilità", nella conseguenza tra la verità di una affermazione e l'impossibilità di sbagliarsi, esiste un rapporto inverso: nel caso di infallibilità "in sensu diviso", privilegio soprannaturale del Papa, la verità di una sua affermazione è conseguenza dell'infallibilità, mentre nell'infallibilità "in sensu composito" accade il contrario: "l'infallibilità" è conseguenza della verità dell'affermazione.

Ritornando ai "lefebvriani": non c'è nessuna pretesa di essere infallibili per privilegio soprannaturale ("in sensu diviso"). Ogni tradizionalista conserva sempre la potenza di cadere in errore. Ma il Padre Cavalcoli non può negare a nessuno la possibilità di arrivare a delle conclusioni certe mediante ragionamenti rigorosi, ricorrendo ai dati evidenti della Tradizione e agli insegnamenti certi del Magistero passato, e di essere coscienti di questa certezza. Nella misura in cui aderiamo a una conclusione certa, o a una verità contenuta chiaramente nella Tradizione, "non ci possiamo sbagliare" ("in sensu composito"). È in gioco l'oggettività della ragione e la sua capacità di cogliere il vero, come anche di sottomettersi a una regola più certa e più alta. Se diciamo la verità, il nostro stato è incompossibile con quello di chi afferma un errore: siamo, in un certo senso, "infallibili" ("infallibilità" che è conseguenza della verità della proposizione e non l'inverso, come invece accade nel privilegio di infallibilità papale). Nessun bisogno di un'assistenza particolare e straordinaria dello Spirito Santo.

Il Concilio Vaticano II: un Concilio fallibile

Certo, per opporsi all'insegnamento di un Papa o anche dei vescovi, ci vogliono delle cause gravissime, una certezza almeno morale che l'autorità nella Chiesa è nell'errore e che lavora contro il bene comune della Chiesa stessa. Il Padre Cavalcoli ci dice che questo è impossibile ma, se gli insegnamenti del Papa e dei vescovi in materia di fede non sono sempre infallibili, vuol dire che in linea di principio, seppure eccezionalmente e in epoche di crisi gravissima, non è impossibile che cadano in errore persino in materia di fede, e allora non è difficile che quest'insegnamento vada anche contro il bene comune della Chiesa.

Tuttavia il Padre sembra escludere questa possibilità visto che «perché sia dottrina infallibile - ossia assolutamente e perennemente vera3- non è necessario... che il Magistero dichiari... solennemente che una data proposizione è di fede, ma è sufficiente che di fatto si tratti di materia di fede». Così quello che per il Concilio Vaticano I e per i teologi era una condizione necessaria ma non sufficiente (perché ci vogliono altre tre condizioni) per il Padre diventa una condizione sufficiente anche da sola. Ricordiamo la definizione data dal Concilio Vaticano I dell'infallibilità papale: «Proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa» (DS 3074). Conseguentemente a tale definizione, i teologi hanno sempre sostenuto la necessità del verificarsi di quattro condizioni per poter avere pronunciamento infallibile straordinario: 1. da parte della persona stessa del Papa, che parli come Dottore e Pastore di tutti i Cristiani (così non è infallibile come persona privata, come Vescovo della città di Roma o in quanto "principe temporale" dello Stato della Chiesa); 2. da parte del modo in cui parla è necessario che faccia sapere chiaramente l'intenzione di definire con la sua suprema autorità un punto del dogma (quindi non esercita l'infallibilità se, anche rivolgendosi a tutti i cristiani, insegna la dottrina in modo espositivo o esortativo, oppure persino quando vuole obbligare, ma senza chiedere un assenso interno di fede); 3. da parte dell'oggetto della definizione, bisogna che sia una dottrina riguardante la fede o i costumi (l'infallibilità non si estende alle materie scientifiche per esempio, e persino nel testo stesso della definizione, l'infallibilità non si estende ai punti storici, filosofici o dogmatici che precedono o seguono la proposizione definita); 4. da parte del termine della definizione (cioè il soggetto a cui è indirizzata), è necessario che obblighi tutta la Chiesa come dottrina da credersi e che questo obbligo risulti con certezza (cosa che può sapersi grazie alle formule che accompagnano la definizione come: «dottrina tutti i fedeli devono credere o professare», oppure se i negatori della definizione sono dichiarati «scomunicati» o «estranei alla fede»).

Queste condizioni sono richieste non solo quando il Papa si pronuncia da solo, ma anche quando è riunito in Concilio con i vescovi4. Infatti tutti i teologi ammettono che non tutte le proposizioni (anche a contenuto dogmatico) contenute negli atti di un Concilio Ecumenico godono dell'infallibilità, ma solo quelle per le quali risulti chiara e indubitabile la volontà di definire e obbligare la Chiesa Universale in materia di fede e costumi. Il criterio dell'infallibilità deve essere preso in un senso piuttosto ristretto ed è questo senza dubbio il pensiero della Chiesa, manifestatoci dal Codice di Diritto Canonico (1917) can. 1323 §3: «Declarata seu definita dogmatice res nulla intelligitur, nisi id manifeste constiterit» («Nulla deve essere ritenuto dogmaticamente dichiarato o definito se ciò non risulti in modo manifesto»).

Perciò, per quanto riguarda la "materia di fede" che secondo Padre Cavalcoli basterebbe ad assicurare l'infallibilità, se si intende la stessa cosa di "verità di fede", evidentemente ogni insegnamento del Papa o dei vescovi "in materia di fede" sarebbe infallibile almeno "in sensu composito" (solo che in questo caso dovremmo negare che si tratti effettivamente di "materia di fede" in quei punti nei quali l'insegnamento conciliare dice cose "nuove"). Ma questa concezione della condizione richiesta per l'infallibilità non è di molto aiuto poiché, se questa fosse una delle condizioni date dal Concilio Vaticano I che rendono visibile l'infallibilità, i fedeli dovrebbero anzitutto rendersi conto della verità della dottrina prima di sapere di trovarsi di fronte all'esercizio dell'infallibilità. Ma allora questo privilegio del Magistero perderebbe la sua funzione di "regola della fede" e tutta la sua utilità che è appunto quella di indicare la verità e non di presupporne la conoscenza. Bisogna allora intendere per "materia di fede" semplicemente e in modo generale "ciò che riguarda la fede"5. Chiunque può allora rendersi facilmente conto se il Papa o i vescovi parlano di "ciò che riguarda la fede", costituendo così un buon criterio di visibilità. Soltanto che, giustamente, non essendo in questo senso una condizione sufficiente per l'infallibilità, il Papa o un Concilio potrebbero parlare "in materia di fede" e (se non ci sono le altre condizioni espressamente menzionate nel Concilio Vat. I) non essere infallibili, cioè potersi sbagliare "in materia di fede" (poiché "i contrari appartengono allo stesso genere", "l'errore nella fede" e "la verità di fede" sono entrambi in questo senso "materia di fede").

È vero, come dice Cavalcoli, che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II non sono solo pastorali, ci sono molti insegnamenti dottrinali: anche la libertà religiosa, la collegialità e l'ecumenismo sono insegnamenti che non hanno il valore di disposizioni pastorali, bensì hanno valore di principio, effettivamente riguardano la fede. Ma ciò non è sufficiente per l'infallibilità: il Padre trasforma una condizione necessaria ma non sufficiente in una condizione necessaria e sufficiente. Invece è necessaria inoltre l'intenzione di dare un insegnamento definitivo che obblighi in maniera assoluta la Chiesa Universale. Ora "la pastoralità" del Concilio non esclude pronunciamenti in materia di fede (anzi ogni pastorale deve essere fondata su principi dottrinali), ma di fatto ha escluso l'intenzione di esercitare l'infallibilità, di imporre un insegnamento definitivo obbligante tutta la Chiesa (e una successiva dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede non cambia il valore che l'intenzione del Papa e dei vescovi ebbe al momento del Concilio). Di solito l'esercizio dell'infallibilità è presente in un Concilio Ecumenico poiché non manca mai l'intenzione definitoria, ma il Concilio Vaticano II, si sa, ha voluto essere diverso dagli altri proprio nel suo rapporto con il resto della Chiesa e il mondo, senza imporre dottrine e condannare errori (due aspetti necessari della volontà definitoria) e sta in questo la sua "pastoralità": più nella sua "forma" che nella sua "materia" insomma. Così nessun insegnamento del Concilio Vaticano II può essere definito "infallibile" ("in sensu diviso"): né a titolo di una definizione solenne e straordinaria (mancando l'intenzione espressa), né a titolo del Magistero Universale Ordinario (perché nel caso di un Concilio la Chiesa docente non è "dispersa" in tutto il mondo, caratteristica specifica del MOU, e sopratutto le novità professate nel Concilio mancano dell'universalità verticale cioè temporale necessaria a un vero Magistero ordinario che non è altro che un’eco della Tradizione), e neanche nei punti in cui riprende gli insegnamenti degli altri Concili o della Tradizione (in questo caso gli insegnamenti sono "assolutamente e definitivamente veri", ma non "infallibili" se non "in sensu composito").

Conclusione

Tenendo conto di tutte queste considerazioni, bisogna concludere che: in teoria e "a priori",

1.è possibile che, quando non ci siano le condizioni necessarie e sufficienti all'infallibilità, ci sia un errore nell'insegnamento del Papa o dei vescovi in casi peraltro rari ed eccezionali;

2.che questo errore minacci gravemente il bene comune della Chiesa;

3.che altri vescovi, sacerdoti e fedeli si rendano conto con certezza di questo errore;

4.che dunque sia lecito opporsi, con il dovuto rispetto, ma fermamente.

Concretamente è possibile:

5.che vi siano degli errori del genere nei testi del Concilio e nel "Magistero" successivo visto che non è stato esercitato il privilegio d'infallibilità non essendo presenti tutte le condizioni richieste;

6.che dei vescovi, sacerdoti e fedeli si rendano conto di questi errori ricorrendo a un Magistero "più o meno anteriore a quello attuale", chiaro, costante e infallibile;

7.che si oppongano con il dovuto rispetto ma fermamente agli insegnamenti attuali per il bene comune della Chiesa e la professione integrale della fede.

Quanto a sapere se sia effettivamente così, le prove certe abbondano in 50 anni di crisi e non rientra nelle intenzioni di quest'articolo esporle, ma al limite è questo che il Padre doveva contestare, qui sta «il discorso da fare»: il vero dibattito attuale deve discutere la situazione concreta e non escludere aprioristicamente delle possibilità che appaiono evidenti.

Note

1. Utilizzando il termine "Magistero" lo prendiamo nel senso che sembra dargli il Padre Cavalcoli cioè in senso puramente soggettivo. Per il Padre sembra che sia degno del nome di "Magistero" ogni insegnamento proveniente dai soggetti della Chiesa docente: il Papa e i vescovi. Si potrebbe però discutere se sia sufficiente l'attività del soggetto insegnante per qualificare il Magistero e se non sia pure necessaria una condizione da parte dell'oggetto dell'insegnamento, cioè che si tratti di un oggetto effettivamente in continuità con la Tradizione divino-apostolica. In questo caso, l'insegnamento erroneo di un Papa o di un vescovo non meriterebbe il titolo di "Magistero"; nel caso opposto, potrebbe darsi un "Magistero" effettivamente erroneo. Faremo astrazione di questo dibattito interessante e quando parliamo di "Magistero attuale" prenderemo il termine nel senso puramente soggettivo che abbiamo detto, preferendo tuttavia la semplice espressione di "insegnamento attuale del Papa e dei vescovi" per evitare ambiguità.



2. Si può avvicinare questa norma a quella generale dell'obbedienza dovuta ai superiori ecclesiastici: è chiaro che "di norma" gli inferiori devono obbedire ai loro superiori, ma, come nel caso dell'insegnamento, se appare un'opposizione evidente con una regola superiore e certa, non solo è lecito, ma può anche essere doveroso "disobbedire".



3. Notiamo anche che la definizione data dell'infallibilità dal Padre non è esatta: il fatto che un soggetto pronunci una dottrina assolutamente vera non lo rende infallibile nel senso del privilegio d'infallibilità presa "in sensu diviso": sarebbe solo "infallibile in sensu composito".



4. L'opinione più comune dei teologi è che il Concilio Ecumenico e il Papa non sono due soggetti adeguatamente distinti, quindi l'infallibilità di un Concilio sarebbe la stessa infallibilità del Papa, solo con una maggiore estensione soggettiva (cioè un più grande numero di soggetti partecipano ad essa). In ogni caso il Concilio Ecumenico non gode della suprema potestà se non in quanto le sue definizioni e i suoi decreti sono "informati" dalla stessa potestà del Papa. Si tratterebbe dunque della stessa infallibilità papale che si esercita quando il Papa è da solo, come nel Magistero pontificio straordinario, oppure quando il Papa è riunito con i Vescovi nel quadro di un Concilio Ecumenico.



5. Ovviamente, in una definizione dottrinale che è di fatto infallibile, l'oggetto è per forza di cose una verità rivelata o connessa alla rivelazione. In questo senso i teologi parlano dell'oggetto primario dell'infallibilità (le verità formalmente rivelate) e l'oggetto secondario dell'infallibilità (le verità che non sono in sé contenute nella rivelazione ma che sono connesse alle verità formalmente rivelate in modo da risultare necessarie alla custodia dell'integrità del "depositum fidei"). Vogliamo solo dire che, da un punto di vista logico, la condizione di "materia di fede e costumi" affinché sia veramente un segno che ci indica quando il Papa può esercitare la sua infallibilità, deve essere presa nel senso generale di "qualcosa che riguarda la fede e i costumi" ed è riconosciuta in questo modo dal fedele in un momento logico anteriore alla conoscenza dell'oggetto in quanto "verità di fede". Così se il Papa volesse imporre all'intelletto dei fedeli la soluzione di un'equazione matematica, il fedele saprebbe che la prerogativa dell'infallibilità non è messa in gioco; invece se il fedele si trovasse di fronte a un discorso riguardante "il numero delle volontà in Cristo", saprebbe che il Papa può in questo caso obbligare il suo assenso di fede (se si manifestano anche le altre condizioni), senza aver bisogno di sapere prima di dare il suo assenso alla definizione quante siano effettivamente le volontà in Cristo.