venerdì 27 maggio 2011

restituire alla liturgia il suo possente incanto

"Ma abbiamo almeno altri due motivi circostanziati per i quali esprimere al Papa la nostra gratitudine: il primo riguarda l’istruzione Universae Ecclesiae volta a dare una corretta applicazione del «motu proprio» Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, e dunque al recupero più impegnativo e armonioso − nell’ambito delle singole Diocesi − dell’intero patrimonio liturgico della Chiesa universale. In sostanza, a non ferire mai la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale, operando piuttosto per unire tutte le forze e restituire alla liturgia il suo possente incanto".

(Angelo card. Bagnasco, prolusione alla 63esima assemblea generale della CEI)

Ci congratuliamo con il Card. Bagnasco per questa sua dichiarazione. Ci auguriamo che valga come monito a tutti coloro che vorrebbero spingere la Messa Tradizionale di nuovo nelle catacombe.

giovedì 26 maggio 2011

ex oriente lux

Questa magnifica tiara arriva dalla Bulgaria ma è stata commissionata da un cattolico a quanto apprendiamo dal sito Orbis Catholicus 2, pertanto il significato è quello che le conferisce il donatore e offerente: si tratta di un omaggio al ruolo primaziale del Papa, Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d'Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Patriarca d'occidente (sebbene papa Benedetto XVI abbia fatto omettere questo titolo dall'Annuario Pontificio, esso è un titolo che i cristiani d'oriente accettano e riconoscono), Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio. Chi non vuole la tiara non vuol riconoscere la suprema autorità del Romano Pontefice; e i primi sono i Vescovi!

 Una piccola delegazione di cattolici romani e ortodossi bulgari in pellegrinaggio a Roma ha avuto l'onore di presentare la tiara al Santo Padre, in nome dell'unità dei cristiani.

Ogni tanto una buona notizia e questa lo è. Rendiamo grazie a Dio per questo dono inaspettato e bellissimo; che il Signore abbia inteso dare a questo regalo un significato nascosto che forse capiremo nei prossimi anni? Oremus pro Pontifice nostro Benedicto XVI.

sabato 21 maggio 2011

che si sia finalmente trovato il bastone?

La Santa Sede sopprime l'abbazia
di Santa Croce in Gerusalemme

L'abbazia cistercense annessa alla Basilica Sessoriana di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche più rilevanti di Roma, è stata soppressa da un decreto della Congregazione per i Religiosi (Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica), approvato dal Santo Padre, a seguito dei risultati di una Visita Apostolica cheera stata disposta in seguito alla continua segnalazione di problemi gravi, tra cui significativi e annosi abusi liturgici. L'ex abate e altri monaci erano stati già rimossi due anni fa i cistercensi rimanenti saranno trasferiti a diverse abbazie.
Speriamo che questo sia solo l'inizio della risoluzione dei problemi estremamente rilevanti in case religiose di tutto il mondo. I Cistercensi sono rimasti a Santa Croce per oltre cinque secoli.



Ai cistercensi italiani auguriamo un nuovo inizio: ci è stata segnalata la notizia di un parvum exordium in quel di Tiglieto, Provincia di Genova e Diocesi di Acqui Terme,  (qui sopra la foto della splendida sala capitolare e sotto la facciata della chiesa abbaziale) la è più antica abbazia cistercense italiana: il ritorno alle origini e ad una regola sine glossa potrà solo giovare.

             San Roberto, Sant'Alberico, Santo Stefano d'Harding, San Bernardo pregate per noi.

Abbazia di Tiglieto

Grazie a uomini come Mons. Gherardini la discussione ha preso quota

Il coraggio di un discorso
di Lorenzo Bertocchi




“Eodem sensu eademque sententia”. Questo è il passo di San Vincenzo di Lerins che risuona nelle opere di Mons. Brunero Gherardini. “Nello stesso senso e nel medesimo significato”, è la chiave interpretativa che il teologo della gloriosa Scuola Romana richiama più volte nella sua coraggiosa ricerca teologica sull’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

L’altro punto fermo che penso sia necessario considerare affrontando il lavoro di Gherardini riguarda la preoccupazione sincera che anima l’autore rispetto alla crisi nella Chiesa, quella che molti ritengono gravissima. O si riconosce la profondità e l’ampiezza di tale crisi, oppure difficilmente si potrà capire il lavoro e lo sforzo del teologo toscano.

Nel 2009 con il suo primo libro sul tema egli proponeva un “discorso da fare”, oggi - “Concilio Vaticano II. Il discorso mancato” (Ed. Lindau - 2011) – quella proposta gli pare un occasione persa, perchè come risposta al suo appello registra prevalentemente il ripetersi di una specie di refrain, e cioè che la crisi nella Chiesa ha radici soltanto nel post-concilio, là dove si è affermata una interpretazione deviata dei documenti conciliari.

Mons. Gherardini non nega che vi sia stato l’abuso post-conciliare, questo ormai è un dato acquisito, ma cosa ha permesso che nella prassi si sviluppassero due interpretazioni contrapposte? Dove sono le radici di questi abusi? Qui si colloca il “discorso da fare” che propone Gherardini, il quale sa bene che una malapianta non viene estirpata semplicemente potandola.

Personalmente credo che questa sua proposta di ricerca sia del tutto ragionevole e anziché emarginarlo sarebbe meglio ascoltarne il suggerimento, ossia “prendersi tutti la testa fra le mani per decidere finalmente di mettere un po’ d’ordine nel disordinato andazzo di questo interminabile e sempre inossidabile post-concilio” (pag. 78).
Mons. Gherardini riconosce il Concilio Vaticano II come ecumenico e trae la ovvia conseguenza di considerarne il magistero come conciliare e solenne, ma di per sé – e il “ma” è assai rilevante – questo non depone affatto per una sua completa e totale dogmaticità e infallibilità. Ammetto che il discorso si fa complesso e impervio, ma proprio qui l’autore colloca il “discorso mancato”, infatti, più che l’avvio di un dibattito storico, teologico e filosofico sul tema, egli nota un pullulare di voci che di fatto si collocano nella scia del filone celebrativo del Concilio, voci che non aggiungono gran che alle questioni da risolvere.

Sembra che più che cercar di distinguere e capire, si sia preferito squalificare i presupposti del “discorso”, ma Gherardini, pur non nascondendo una certa delusione, prova a comunque a rilanciare.

Le principali piste di analisi proposte dall’autore credo possono essere ricondotte a due: la distinzione della qualità dei diversi documenti conciliari e la individuazione di quattro livelli in cui analizzare il concilio (generico, pastorale, di appello ai precedenti concili e quello delle innovazioni). Nell’analisi di Gherardini mi pare che il nodo fondamentale da sciogliere riguardi soprattutto il tema delle “innovazioni” introdotte dal Concilio, qui è particolarmente rilevante il problema interpretativo, tema connesso anche alla questione della dogmaticità/infallibilità del magistero.

L’autore risolve questo nodo sottoponendo le “innovazioni” al vaglio di quel principio - “eodem sensu eademque sententia” – che dovrebbe garantire l’aggiornamento rispetto alla fedeltà alla dottrina di sempre. In ultima analisi sembra che il problema venga sciolto con una espressione quasi sofferta, ma coraggiosamente chiara: “filologicamente, storicamente, esegeticamente e teologicamente – scrive Gherardini - si stenta, arrancando e ansimando come su di una salita impervia, a trovar una giustificazione per: la collegialità dei vescovi espressa dalla costituzione Lumen Gentium, il nuovo rapporto tra Scrittura e Tradizione indicato dalla costituzione Dei Verbum e le innovazioni attinenti la sacra liturgia, la soteriologia, il rapporto tra cristianesimo e giudaismo, islamismo e religioni in genere.” (pag. 96). Egli quindi dichiara di non poter assolutamente applicare l’aggettivo “dogmatico” a quello che lui indica come quarto livello del Concilio, quello delle “innovazioni”.

A questo punto entra in gioco l’altro argomento controverso, quello dei diversi livelli del magistero in rapporto al Vaticano II e anche in questo caso, come già osservato, la proposta di Gherardini è precisa: magistero conciliare e perciò solenne, ma di per sé non dogmatico e infallibile.

C’è chi ha scritto che quello di Gherardini non è un discorso, ma soltanto un denigrare, francamente mi sembra un giudizio un po’ troppo tranchant, certo le questioni poste sono piuttosto spinose, ma da semplice fedele mi preme sottolineare un punto che credo non debba mai esser perso di vista.

Il Vaticano II voleva andare incontro all’uomo moderno, abbracciarne le istanze, parlare il suo stesso linguaggio, esaltarne la dignità e così riconciliarlo con Dio, ebbene dopo quasi 50 anni siamo di fronte al fatto che molti uomini vivono “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Con questa realtà è necessario fare i conti, non si tratta di pessimismo, ma di quel sano realismo cattolico che ha sempre caratterizzato la Chiesa nel compimento della Sua missione: “che si convertano e credano al Vangelo”.

Grazie a uomini come Mons. Gherardini la discussione ha preso quota, alzandosi rispetto ad un andamento un po’ troppo soporifero e privo di quel sano nerbo che, in fin dei conti, è zelo per le anime.


venerdì 20 maggio 2011

dalla Messa di sempre ai principi di sempre


VERO E FALSO CRISTIANESIMO
d. Curzio Nitolglia

● La vera vita non consiste solo e unicamente nel mangiare e bere, nel divertirsi e provare emozioni e piaceri. Tutto ciò da solo non ha sbocco, non ha fine né ideale: porta alla morte senza speranza di resurrezione. È una vita puramente animale alla quale manca l’essenziale di ciò che ci rende uomini: il “razionale”, ossia conoscere la Verità e amare il Bene con una prospettiva soprannaturale ed eterna. L’uomo, infatti, è un “animale razionale” (Aristotele). Il cristiano oltre che uomo ha in sé l’ordine soprannaturale, Dio, presente nella sua anima, tramite la Grazia santificante, ma in maniera limitata e finita.

● Il cristianesimo integrale è una cosa seria, non conosce le mezze misure, i compromessi, gli accomodamenti, le mescolanze dei princìpi. Da princìpi assolutamente certi (Fede e Morale) tira conclusioni logiche, che portano ad una vita fatta di Conoscenza della Verità (Fede) ed amore del Bene (Carità). Ma non si può conoscere il Vero senza combattere il falso e l’errore; non si può amare il Bene senza odiare o separarsi dal male. “Militia est vita hominis super terram” (Giobbe). Occorre essere assolutamente integri e intransigenti nei princìpi, anche se “elastici”, misericordiosi e comprensivi della umana fragilità e limitatezza nelle questione di mezzi e di pratiche.

● “La Grazia non distrugge la natura, la presuppone e la perfeziona” (San Tommaso D’Aquino). Perciò dobbiamo prima essere veri uomini e poi buoni cristiani. Infatti La vita naturale è l’unione dell’anima col corpo, la vita soprannaturale o cristiana è l’unione dell’anima con Dio. La morte è la separazione dell’anima dal corpo, la dannazione è la separazione dell’anima da Dio a causa del peccato.

● Essere vero e integrale cristiano significa camminare verso una meta che è Dio, senza deviare a destra o a sinistra, per quanto umana limitatezza possa permetterlo. Una delle raccomandazioni principali che dobbiamo farci sempre è quella di non mentire mai a noi stessi e a Dio che vede ogni cosa anche i pensieri più reconditi. Bisogna aderire alla Verità anche se non ci piace e se ci ripugna.

● Il vero cristianesimo è il contrario del modernismo (“la cloaca in cui confluiscono tutte le eresie”, San Pio X) per il quale non esiste una Verità assoluta, oggettiva, stabile, ma tutto è prodotto dalle esigenze o dal capriccio umano. Dio è il prodotto dell’uomo! Che assurdità, depravazione, degenerazione! Il modernismo è una religione rovesciata, infera, degenerata e invertita. Invece il vero cristianesimo integrale ha un unico Fine, oggettivo, per cogliere il quale bisogna essere disposti a tutto anche a rinnegare o dire no a noi stessi, ai nostri capricci, interessi, gusti e piaceri, in breve all’io corrotto dal peccato originale che invece è idolatrato dal modernismo soggettivistico. Ecco la contrapposizione irreconciliabile tra cristianesimo e modernismo, tra Cristo e Satana, tra luce e tenebre, tra “io” falso e ferito e Dio.

● Questa è la nostra Fede, ma “la Fede senza le opere è morta” (Giac. II, 20). Quindi bisogna tirarne delle conclusioni e applicarle alla vita pratica e quotidiana. Sapere e volere debbono camminare assieme, la sola conoscenza “gonfia”, la sola volontà è cieca. Noi siamo fatti per “conoscere, amare e servire Dio e mediante questo salvare la nostra anima” (Catechismo di San Pio X).

● Il buon uso delle creature è indispensabile per la vera e buona vita cristiana. Le creature (noi compresi) sono mezzi e strumenti atti a farci cogliere il Fine ultimo che è uno solo: Dio. Quindi non dobbiamo servirle ma servircene (nel senso buono e non utilitaristico del termine). Ossia, le si impiega “tanto quanto ci aiutano a cogliere il Fine, né più né meno” (S. Ignazio da Loyola). Anche noi siamo creature e mezzi per gli altri. Non dobbiamo scambiarci per il Fine. Questo è narcisismo disordinato non cristianesimo. L’ordine è il mezzo ordinato al Fine.

● Il disordine è quando l’uomo si mette al posto di Dio. Tutti i mali derivano da questo disordine, che è il ribaltamento dell’ordine divino. Il Modernismo è essenzialmente questa rivoluzione antropocentrica. Non è un peccato di debolezza o fragilità, ma dello spirito e di fermo proposito, scientificamente studiato e fermamente voluto. Dio non è il primo o il Fine né nell’intelletto, né nella volontà e neppure nella sensibilità dell’uomo, ma l’Uomo è “Fine” a se stesso (Gaudium et spes, 24) e Dio una sua produzione!

● “Et ab occultis meis munda me”, infatti ognuno di noi anche se non è modernista può, per debolezza, mettere Dio al secondo posto, anche non esplicitamente o non pienamente cosciente ma praticamente nel bene che fa o crede di fare. Queste sono le imperfezioni che non vediamo pienamente o non vogliamo vedere, cercando di occultarle ai nostri occhi. Ma non possiamo nasconderle agli “occhi” di Dio. Facciamo il bene per “glorificare” il nostro amor proprio più che per dar gloria a Dio solo. È mancanza di purezza d’intenzione. Occorre fare attenzione, poiché “l’uomo guarda all’azione, ma Dio all’intenzione” (Imitazione di Cristo) e il giorno del Giudizio ci troveremo a mani vuote di fronte Dio, avendo fatto il bene per noi stessi e per la nostra “gloria” tramite una segreta e impercettibile compiacenza nelle nostre capacità e azioni. Dobbiamo far caso solo allo sguardo di Dio e al suo Giudizio. Se ci lasciamo influenzare dall’occhio e dal “giudizio” dell’uomo significa che Dio non ha praticamente e realmente il primo posto in noi. Dobbiamo solo pensare a ciò che avviene in noi di bene per ringraziare Dio o di male per correggercene e non a ciò che avviene attorno a noi: sarebbe rispetto umano. Quando ci mettiamo al primo posto, in pratica anche se non a parole, viviamo nella menzogna. “Tutti i mali della nostra vita derivano dall’eccessivo timore di dispiacere agli altri o dal desiderio disordinato di essere apprezzati da loro” (Imitazione di Cristo). Dobbiamo chiedere a Dio la luce e la forza per raddrizzare questa stortura, che sussiste nel profondo della nostra anima. Solo quando Dio sarà il primo nella nostra vita, non solo a parole ma anche nei fatti, allora saremo veramente cristiani.

● Orgoglio e Umiltà. La vera umiltà di cuore e non di sole parole consiste nella verità. La nostra vita è creata
e ci è data da Dio per Dio. La falsità è pensare che la nostra vita è diretta da noi e per noi.

● Dolcezza e Fortezza sono le due virtù che occorrono al vero cristiano per sopportare, accettare e per agire. Docilità nell’accettazione e virilità nell’azione. Senza docilità la fortezza si tramuterebbe in crudeltà e senza fortezza la dolcezza in codardia. Dobbiamo unire queste due virtù, come l’intelletto e la volontà. Per fare un esempio: abbiamo amici, ma anche nemici. È facile vivere con gli amici (anche se uno solo è il vero amico che non tradisce mai: Gesù Cristo). “Il nemico di oggi forse sarà l’amico di domani e l’amico di oggi sarà il nemico di domani” (Imitazione di Cristo). È difficile umanamente parlando vivere con i nemici. Allora bisogna saper far tesoro, soprannaturalmente, delle gioie degli uni e delle pene degli altri per esercitare la virtù di pazienza e di fortezza. Pene e gioie sono mezzi che debbono aiutarci a raggiungere il Fine che è Dio. Tutto deve servire al nostro sviluppo: lodi e affronti. Se viviamo solo per il nostro piacere non mettiamo Dio al primo posto. Invece se Dio è realmente il Fine ultimo della nostra vita allora le gioie degli amici e le pene dei nemici ci aiuteranno come strumenti per unirci a Dio. Chiediamogli la grazia di “saper sopportare chi ci avversa e di evitare chi ci adula e lusinga” (Imitazione di Cristo).

● Accettare e Fare. Questa è la vita cristiana. Accettare tutto quel che Dio permette, anche ciò che ci ripugna, per fare la Volontà di Dio, anche se è crocifiggente. Croce deriva dal latino cruciari ossia essere tormentato. Chi rifiuta di essere tormentato rifiuta la Croce e Gesù e quindi si preclude il Paradiso. La vera unione con Dio è l’unione morale o della Volontà, è l’uniformità alla Volontà di Dio. Sono realmente in comunione o in unione di vita comune con Dio se accetto la Sua Volontà in tutto ciò che mi accade e faccio il mio dovere anche se mi pesa e non mi piace.

● Ancora una volta ci si trova di fronte alla opposizione per diametrum tra Cristianesimo e Modernismo. Il primo accetta dalle mani di Dio tutto, gioie e dolori: “Dio ha dato, Dio ha tolto, sia benedetto il Nome del Signore!” (Giobbe). Il secondo ci dice che “Dio” è un prodotto dei bisogni del subconscio umano, per rendere l’uomo felice e soddisfatto di sé nell’esperienza o nel sentimentalismo religioso. Dio è un’escrescenza dell’egoismo umano per saziarsi maggiormente di sé, è qualcosa che l’uomo si dà per essere ancora più realizzato come Uomo. Che stravolgimento totale del cristianesimo!

● Apparenza e Realtà. Scorza e sostanza. Tutto ciò che l’egoismo chiama avversità o felicità è l’apparenza, la superficie, sotto la quale si cela la sostanza: la Volontà di Dio, come Gesù è realmente presente sotto le apparenze o specie dell’ostia di pane. Ebbene se vogliamo fare la Volontà di Dio dobbiamo accettare dalle sue mani tutto: le gioie e i dolori. La Volontà di Dio è dappertutto e noi dobbiamo essere felici in ogni occasione, anche nelle apparenze dell’avversità, vedendo la sostanza della divina Volontà, che sola può darci la vera pace dell’anima. Certamente questa pace, imperturbabilità del cuore, che nulla altera nel fondo dell’anima, anche se la sensibilità ne risente, non è frutto dei nostri sforzi, ma della Grazia di Dio. Chiediamola a Dio: è il dono più prezioso che possiamo ottenere: calmi e composti nella gioia, calmi e sereni nel dolore.

● La Vera Pace Sociale. “Non esistono mestieri bassi, esistono solo uomini bassi”. Qualsiasi mestiere, qualsiasi condizione sociale è voluta da Dio. Come nel corpo umano vi sono i piedi, le gambe, il cuore e la testa, così è nel corpo sociale. E come i piedi non possono fare a meno della testa, così la testa non può disprezzare i piedi, perché sono “bassi” (Apologo di Menenio Agrippa).

● la Meditazione non serve a piegare Dio a fare la nostra volontà, ma ad ottenerci la forza per fare la Sua volontà. Pregare soprattutto mentalmente significa avvicinarsi a Dio, entrare in comunione di pensiero e di volontà con Lui. Se tutti i nostri pensieri e le nostre riflessioni diventano orazione allora troveremo la vera unione con Dio e la vera pace dell’anima.

Conclusione.

● Tutto ciò sembra esagerato e impossibile. Dal punto di vista puramente naturale lo è ma: “tutto posso in Colui che mi fortifica” (San Paolo). Tuttavia l’egoismo, il proprio comodo, il capriccio sono quasi onnipresenti nelle nostre opere e nella nostra natura ferita dal peccato originale. Occorre sempre rifarci a princìpi del cristianesimo, decisi a seguirli sin nelle loro ultime conclusioni, senza accomodarli ai nostri capricci. I princìpi non conoscono accomodamenti: 2 + 2 = 4, sempre 4 non quasi 4 o 4 e qualcosa. Invece quando si tratta di metodo, di come adoperare i mezzi possiamo essere elastici e concreti. Fermezza nei princìpi perché si crede, dolcezza nei mezzi perché si ama. Se ci lasciamo sopraffare dai capricci nel campo di princìpi siamo “canne agitate dal vento”. I capricci per definizione mutano continuamente e senza un perché. Se mancano i princìpi o si annacquano, vengono meno i veri cristiani per dar luogo ai mezzi-cristiani. Il cristiano deve sforzarsi di essere un alter Christus.

Ora,

1°) Cristo è Dio e come Dio non muta, così il cristiano deve cercare di non cambiare continuamente i princìpi del suo agire.

2°) Cristo è vero uomo, quindi non dobbiamo distruggere la natura umana in noi, ma educarla ed elevarla soprannaturalmente.

3°) In Cristo la natura umana e quella divina sono unite nella Persona del Verbo, ma non sono mescolate, confuse, sono mantenute nella loro integrità dalla Persona divina. Così il cristiano deve cercare di subordinare e unire la natura alla Grazia, ricorrendo al Verbo divino.

4°) Cristo non ha persona umana, vi è una sola Persona divina che fa sussistere in Sé la natura divina e quella umana. Così il cristiano dovrebbe cercare di perdere la sua falsa personalità umana ferita dal peccato originale, per far vivere in sé la Persona di Cristo. “Vivo, iam non plus ego, sed Christus vivit in me”; “Mihi vivere Christus est et mori lucrum” (San Paolo). Solo i santi, che hanno fatto vivere perfettamente Cristo in sé ed hanno perso la loro vecchia personalità ferita e disordinata, sono uomini normali e cristiani perfetti e integrali, poiché hanno annientato l’indipendenza del falso “io” di fronte all’Io di Cristo.

Perciò,

1°) dobbiamo lavorare al perfezionamento dell’elemento divino in noi, mediante la Grazia santificante;

2°) dell’umano mediante l’educazione e la sottomissione della sensibilità all’intelletto e alla volontà;

3°) dobbiamo poi unire la nostra persona umana a quella divina, allontanando ogni ostacolo tra Lui e noi;

4°) ed infine perdere o uniformare totalmente la nostra volontà o personalità alla Volontà divina, facendoci condurre da Lui.

● San Paolo ci invita “Siamo forti nel Signore, affidiamoci alla sua potenza. Rivestiamoci dell’armatura di Dio per resistere agli assalti del diavolo. Poiché la lotta che dobbiamo sostenere non è contro gli esseri fatti di carne e sangue, ma contro i prìncipi delle tenebre, contro gli spiriti maligni. Ai reni la cintura della verità; al petto la corazza della giustizia; ai piedi la calzatura del Vangelo; al braccio lo scudo della fede; al capo l’elmo della speranza; alla mano la spada dello spirito” (Efes., IV, 10-17).

● Non possiamo restare indifferenti agli assalti contro ciò che per noi vi è di più prezioso: la nostra Fede, la nostra Religione, il nostro Dio e la Sua Chiesa. Se riusciremo ad essere fedeli alla severità dei princìpi e della disciplina tracciata, nulla potrà atterrirci e la vittoria finale sarà nostra e soprattutto di Dio con noi. Se abbiamo idee vere e non annacquate in testa, amore soprannaturale nel cuore e nella volontà, sangue rigenerato dal Sacrificio di Cristo nelle vene, potremo fare qualcosa di piccolo anche nel mondo presente. Infatti vi è una potenza, che non è nostra ma alla quale possiamo partecipare, in questo mondo che trionfa su tutto e questa è la nostra Fede (I Gv., V, 4).

14 maggio 2011









sabato 14 maggio 2011

Universae Ecclesiae: una speranza per tutta la Chiesa

È stato pubblicata finalmente l'istruzione applicativa Universae Ecclesiae per quel che riguarda il Motu Proprio più famoso degli ultimi secoli.

Tutto sommato ottimo, ma prevedibilmente c'è qualche nota dolente. Per esempio al punto 21, quando si dice che gli ordinari diocesani sono pregati... (non "obbligati"); nei seminari si dovrebbe... (non "si deve"); eccetera. Dunque le persecuzioni contro la Messa "tridentina" continueranno.

Inoltre dice ai punti 30-31 che si potranno conferire gli ordini minori e maggiori secondo il rito tradizionale solo negli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica dipendenti dalla pontificia commissione Ecclesia Dei.

Come al solito tace della diocesi ambrosiana (che, quando si vedrà piovere addosso il cardinal Meforio, potrà dire addio per sempre al latino).

Ma vediamo finalmente le cose buone dell'Universae Ecclesiae... in sintesi:

- dice che il Summorum Pontificum è per tutti i fedeli, non solo per nostalgici e lefebvriani, e non pone limitazioni alla quantità di messe "straordinarie"

- dice che il Summorum Pontificum è "espressione del Magistero del Romano Pontefice", ossia che non è un semplice documento disciplinare

- i vescovi dovranno far rispettare il Summorum Pontificum e non potranno dare disposizioni per contraddirlo (resta da vedere se e come verranno puniti quando sicuramente lo faranno)

- non c'è bisogno di un "numero minimo" di fedeli per costituire un gruppo stabile, e non c'è bisogno che appartengano alla parrocchia o diocesi, e neppure devono essere "legati da tempo" alla forma Straordinaria. In pratica, qualsiasi gruppo di persone che frequenta una chiesa può essere identificabile come gruppo stabile

- per il sacerdote che la dovrà celebrare sarà sufficiente pronunciare il latino e capire cosa significa; se ha già celebrato "spontaneamente" qualche volta, allora è già da considerarsi idoneo

- i parroci, amministratori parrocchiali, rettori, etc, non potranno proibire celebrazioni in latino

- le letture possono essere fatte: o solo in latino, o in latino seguite dall'italiano, oppure (nelle messe basse) solo in italiano

- i chierici potranno usare i Breviarium del '62 ma "solo per intero" e "solo in latino"

- si potrà celebrare il Triduo in forma straordinaria perfino nelle parrocchie dove si celebra già in forma ordinaria

- dice che il Summorum Pontificum deroga alle leggi successive al '62, per cui le innovazioni successive (comunione "alla mano", chierichette, ministri straordinari, etc) che confliggano col rito del '62, non sono da applicarsi alla forma straordinaria

***

Ecco il testo con le traduzioni in varie lingue:

 
 
tratto da letturine

venerdì 13 maggio 2011

Consacrare la Russia per "affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità"

O Maria Vergine potente  
Tu grande ed illustre presidio della Chiesa,
Tu aiuto meraviglioso dei cristiani,
Tu terribile come esercito schierato a battaglia,
Tu solo hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo,
Tu nelle angustie, nelle lotte,
nelle strettezze difendici dal nemico
e nell'ora della morte accoglici in paradiso.
Amen.

Invochiamo la Madonna  nel giorno della ricorrenza della prima Sua Apparizione a Fatima perché voglia risollevare con la sua Materna intercessione le sorti della Santa Chiesa travagliata, disgregata dal caos dottrinale, morale, pastorale e liturgico, e oppressa dalla cappa di piombo del regime modernista. A questo proposito facciamo memoria ancora una volta delle parole pronunciare da Papa Benedetto XVI a Fatima il 13 maggio 2010:

“Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: «Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4, 9)”.

“Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora «venuta dal Cielo», come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. (…) Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità.”


sabato 7 maggio 2011

"Consacrazione subito!”

Associazione FATIMA onlus (http://www.fatima.it/)
organizza una
Conferenza su Fatima
9-13 maggio 2011


La Conferenza "Consacrazione subito!” che si terrà a Roma tra il 9 ed il 13 maggio 2011 è la più recente delle nostre conferenze internazionali. Questo evento fungerà da continuazione alla storica conferenza The Fatima Challenge che si è tenuta a Roma nel maggio 2010, e che ha portato a risultati straordinari. Per ottenere maggiori informazioni sui temi della conferenza e sui relatori.

La Conferenza "Consacrazione subito!” che si terrà a Roma tra il 9 ed il 13 maggio 2011 è la più recente delle nostre conferenze internazionali.

Questo evento fungerà da continuazione alla storica conferenza The Fatima Challenge che si è tenuta a Roma nel maggio 2010, e che ha portato a risultati straordinari.

Come il vicino insistente nella parabola di Gesù, che continuava a bussare a mezzanotte finché non vennero esaudite le sue richieste (Luca 11:5-8), il nostro dovere qui al Centro di Fatima è quello di continuare a bussare, ricordare e insistere sul fatto che l’unico modo per ottenere la pace nel mondo è attraverso la Consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria.

La nostra civiltà si trova sull’orlo dell’abisso, e la Beata Vergine Maria è la nostra unica speranza per evitare un periodo d’oscurità che si preannuncia ogni giorno più vicino.

La Madonna di Fatima ci ha assicurato solennemente che quando questa Consacrazione sarà compiuta nel modo appropriato, la Russia sarà convertita alla Fede Cattolica ed un periodo di pace verrà concesso a tutto il mondo. Nessun’altra soluzione può funzionare.

Oggigiorno assistiamo a guerre incessanti e ad un’immoralità ormai senza più freni, e le uniche soluzioni che vengono proposte per la pace nel mondo sono praticamente inutili.

I Progetti umani per ottenere la pace non portano alcun risultato

Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan, che sta causando sempre più vittime tra soldati e civili, il Generale David Petraeus, comandante delle Forze americane in Afghanistan, ha offerto ben poche speranze di pace.

In un libro pubblicato recentemente dal giornalista Bob Woodward, un famoso esperto di politica Americana, intitolato Obama Wars, il Generale Petraeus afferma che:

“Non penso che potremo mai vincere questa guerra. Credo che continueremo a combattere, un po' come in Iraq... Sì, ci sono stati progressi enormi in Iraq, ma anche lì continuiamo a subire attacchi spaventosi, e dobbiamo rimanere all’erta. Dovremo restarci, dopo aver vinto. È un tipo di guerra in cui rimarremo impegnati per tutta la nostra vita, e forse pure per quella dei nostri figli.”

Si tratta di ottenere la Pace per mezzo di una guerra eterna. è una proposta disperata e inaccettabile. Malgrado le sue buone intenzioni, Petraeus è costretto ad ammettere che pur con tutta la sua potenza militare, gli Stati Uniti non sono in grado di portare la pace nel mondo.

Peggio ancora, altri rimedi per ottenere la pace, del tutto falsi e inutili, abbondano oramai persino all’interno alla Chiesa. Si tratta di un altro elemento che ci porta più vicini al disastro assoluto, cioè allo scatenarsi dell'ira del Signore, come diversi grandi uomini di Chiesa del passato hanno già avvertito l’umanità.

Nel 1918, una lettera pastorale del famoso Cardinale Belga Mercier, intitolata “La lezione degli eventi”, insegnava formalmente che la Prima Guerra Mondiale era stata un castigo per le nazioni che avevano posto l’unica vera Chiesa Cattolica sullo stesso livello delle altre religioni umane. Ecco cosa scrisse:

“In nome del Vangelo e alla luce delle Encicliche degli ultimi quattro Papi, Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e Pio X, non esito ad affermare che quest’indifferenza nei confronti delle religioni, che pone sullo stesso livello la religione dall’origine divina con quelle inventate dall’uomo, includendole tutte nello stesso scetticismo, è una bestemmia che invoca il castigo contro la società, assai più dei peccati dei singoli o delle famiglie."

La nostra conferenza “Consacrazione subito!” parlerà di quest’unico modo per ottenere la pace nel mondo, e cioè grazie all’obbedienza delle semplici richieste della Madonna di Fatima. Analizzeremo, inoltre, smascherandoli come falsi ed inutili, tutti i tentativi che vengono improvvidamente tentati dai leader della Chiesa e dai governi mondiali per ottenere una pace con mezzi umani.

Basandosi sul Vangelo, sugli insegnamenti tradizionali della Chiesa e sul Messaggio della Madonna di Fatima, la conferenza esaminerà dettagliatamente le terribili conseguenze che derivano dall’ignorare le richieste della Madonna.

Relatori di fama internazionale

Abbiamo invitato autori e giornalisti Italiani di primissimo piano, alcuni dei quali hanno già confermato la propria partecipazione, per discutere l’urgenza del Messaggio di Fatima.

Altri famosi relatori e studiosi di Fatima, provenienti da tutte le parti del mondo, hanno anch'essi confermato la loro presenza.

Esperti internazionali su Fatima, come Padre Paul Kramer, Padre Patrick Perez, Christopher Ferrara, Peter Chojnowski, Michael Matt, Michal Semin, John Salza, Edwin Faust, John Vennari, Cornelia Ferreira e altri ancora che saranno annunciati a breve, si uniranno a Padre Nicholas Gruner nel pronunciare discorsi dettagliati e approfonditi sull'importanza del Messaggio di Fatima.

Anche voi potete Partecipare!

• Potete unirvi a noi in quello che promette d’essere un evento di primaria importanza per Roma e per tutta la Chiesa. “Consacrazione subito!” avrà inizio lunedì 9 maggio e avrà termine venerdì 13 maggio 2011.

I posti a disposizioni nella sala conferenze sono limitati. Vi invitiamo ad iscrivervi su questo sito usando l'apposito modulo d'iscrizione. Potete contattarci al nostro numero verde 800 98 4646 o inviarci una vostra richiesta a info@fatima.it per qualsiasi ulteriore informazione.

• Pregate per noi per il successo della conferenza. Senza la preghiera, le nostre migliori iniziative porteranno a ben poco. Grazie alle vostre preghiere potrete prendere parte in modo attivo e cruciale per il successo della nostra conferenza.

• Aiutateci con un piccolo sostegno economico. I costi dell’organizzazione di questa conferenza sono astronomici, malgrado il nostro staff di volontari lavori giorno e notte al fine di ridurre le spese il più possibile.

Vi invitiamo quindi a contattarci, a pregare per noi, partecipare gratuitamente e, se lo riterrete gradito, ad effettuare una donazione.

Il Centro di Fatima a Roma- Associazione Madonna di Fatima Onlus.

Piazza del Risorgimento, 14

00192 Roma

info@fatima.it

giovedì 28 aprile 2011

"Man mano che la Chiesa rinuncia a ribadire opportune et importune soprattutto le verità più scomode, il mondo moderno erode il territorio della libertas Ecclesiae e la riduce al silenzio" (Mario Palmaro)

Se l'assoluzione diventa un diritto civile
di Mario Palmaro

Un sacerdote cattolico può negare l’assoluzione a un penitente?

Sembrerebbe di no, almeno a leggere certa stampa laica. A Treviso una donna, determinata a sposare civilmente un uomo divorziato, si è vista rifiutare l’assoluzione dal confessore. Apriti cielo: la Repubblica, usando le tinte fosche del dramma, descrive la signora che esce “dal confessionale con le lacrime agli occhi”, e parla di “fedele trevigiana messa alla porta”.

Il superiore del convento, da un lato, e il reggente della penitenzieria apostolica, dall’altro, hanno spiegato che il comportamento del religioso non ha nulla di anomalo, e che anzi «quel sacerdote non poteva comportarsi diversamente». Normale amministrazione dei sacramenti, insomma. Ma allora, come è possibile che la Chiesa venga processata in pubblica piazza mediatica, per aver agito in coerenza con ciò che continua a fare da secoli? Lo “scandalo” del mondo secolarizzato ha i suoi perché, e converrà provare a metterli in fila.

In primo luogo, l’uomo moderno è stato abituato a ragionare con le categorie dei diritti, abolendo completamente la prospettiva dei doveri. In questa visione distorta, Dio non ha diritti, mentre l’uomo detiene i cosiddetti diritti civili, che implicano la perfetta sovrapposizione tra desiderio e sua realizzazione. Se un fedele desidera confessarsi, significa che desidera l’assoluzione: ergo, qualcuno gliela deve dare. Il fedele è come un consumatore, la Chiesa eroga un servizio a richiesta. Il fedele è un cliente, che com’è noto, ha sempre ragione anche quando a torto. Ovviamente, questa non è più la Chiesa, ma la sua caricatura; e tuttavia, i maitre à penser della cultura laica esigono dal Papa e dai preti questa “attualizzazione” del cattolicesimo alle esigenze della modernità.

Seconda osservazione: quando parlano di dottrina cattolica, i giornali laici dimostrano un’ignoranza enciclopedica, alimentata da un atteggiamento pretestuoso: tutto serve per gettare una cattiva luce sul cattolicesimo e, soprattutto, sulla sua esigente morale in materia sessuale e familiare. Se il confessore avesse rifiutato l’assoluzione a un evasore impenitente, quelli di Repubblica l’avrebbero portato in trionfo, perché per loro “divorziare è bello”, mentre non pagare le tasse è imperdonabile.

Terza, fondamentale considerazione: se questi falsi scandali contro la Chiesa stanno diventando sempre più frequenti, lo dobbiamo all’esistenza di un “cattolicesimo senza dottrina”. Un cattolicesimo che ha deciso di abolire alcuni spezzoni delle verità insegnate della Chiesa, con la scusa che “tanto queste cose la gente le sa”, argomento perfetto per fare in modo che la gente smetta di saperle. Ma ogni volta che una verità cattolica viene taciuta o non viene testimoniata, lo spazio di libertà della Chiesa si riduce. Se, ad esempio, per decenni si abolisce la categoria teologia del “castigo di Dio”, quando poi un buon cattolico la rispolvera, subisce il linciaggio mediatico. Se si ripete per decenni che l’inferno è vuoto, quando poi qualcuno torna a parlare della salvezza delle anime viene chiesta la sua perizia psichiatrica.

Se taluni sacerdoti sviliscono la confessione, trasformandola in una chiacchierata dal lieto fine garantito, ecco che il prete che rifiuta l’assoluzione per mancanza del proposito di non più peccare viene messo in croce dai media. Man mano che la Chiesa rinuncia a ribadire opportune et importune soprattutto le verità più scomode, il mondo moderno erode il territorio della libertas Ecclesiae e la riduce al silenzio.


Come sempre, insomma, l’apologetica fronteggia due minacce: da un lato, l’animosità dei nemici della Chiesa; dall’altro, lo stato confusionale interno al mondo cattolico, incarnato da quei cattolici che hanno pensato fosse buona cosa sostituire – metaforicamente – i tarallucci al pane azzimo delle ostie. Come se la Chiesa fosse statafondata da Cristo perché tutto finisse, appunto, a tarallucci e vino.

Come se i cristiani fossero stati chiamati a portare nel mondo zucchero piuttosto che sale. Una religione dell’amore, ma senza il sacrificio.

Un cattolicesimo rappresentato, più che da Roma, da Woodstock, dove i confessori assolvono tutti, a prescindere. E dove Gesù perdona la peccatrice, ma le raccomanda di tornarsene a peccare come e più di prima. Per fare contenta Repubblica.

lunedì 25 aprile 2011

Surrexit Dominus ΧΡΙΣΤΟΣ ΑΝΕΣΤΗ

I Canti della Resurrezione