venerdì 24 giugno 2011

Monsignor Fellay: "Noi non ci aspettiamo dei buoni frutti per la Chiesa ottenuti con dei semplici accomodamenti umani, noi speriamo di ottenerli con i mezzi soprannaturali e proprio la preghiera è il mezzo più potente che possediamo"

 
Seconda parte dell'Omelia
di S. Ecc. Mons. Bernard Fellay
Superiore Generale della Fraternità San Pio X

pronunciata a Winona, USA,
in occasione dell'ordinazione di 5 sacerdoti e 11 diaconi
17 giugno 2011
Fonte: Unavox

Dopo aver ricordato, nella prima parte, la spiritualità sacerdotale di cui si nutriranno i giovani sacerdoti ordinati nel corso di questa cerimonia, Mons. Bernard Fellay ha esposto lo stato della situazione in Vaticano e dei rapporti della Fraternità San Pio X con le autorità romane.

Certo, miei carissimi Fratelli, voi volete avere anche alcuni commenti sulla situazione attuale della Fraternità. A che punto siamo? Che succede?

Mi piacerebbe dire che tutto è luminoso o completamente oscuro, ma purtroppo, come il tempo di oggi, tutto è nuvoloso e soleggiato al tempo stesso!
Fino ad un certo punto, da almeno due anni, noi ci troviamo costantemente di fronte a delle contraddizioni.
Due anni fa, nel 2009, io chiesi udienza al Segretario di Stato, il cardinale Bertone, a causa di questo problema: ci troviamo di fronte a delle contraddizioni. Non esagero: proprio contraddizioni.
Che significa? Significa che da parte di Roma riceviamo dei messaggi contraddittori, uno dice così, l’altro dice cosà, e non si tratta solo di divergenze, ma proprio di contraddizioni.

Riflettendovi, ci chiediamo: perché è così, a cosa è dovuto?
Secondo noi, a Roma, come in tutta la Chiesa, vi sono diverse correnti, che per semplicità possiamo chiamare la corrente progressista e la corrente conservatrice. Certi ecclesiastici ci sono vicini e amerebbero vederci portati avanti, altri ci odiano, sì è la sola parola esatta per definire la loro condotta nei nostri confronti. Essi ci odiano, e sono a Roma. Qualche volta i messaggi vengono da questi, tal’altra dagli altri.

Vorrei farvi un esempio. L’anno scorso, a settembre, un sacerdote si era appena unito a noi. Appartenendo ad un ordine religioso, egli ricevette una lettera dal suo Superiore Provinciale in cui gli diceva che non era più membro del suo ordine e che era scomunicato. A questa lettera era allegata una lettera di conferma della Congregazione per i religiosi, contenente la frase seguente: «Il Padre X non è più membro del vostro ordine, egli è scomunicato per aver abbandonato la fede unendosi formalmente allo scisma di Mons. Lefebvre».
La lettera portava la data di settembre scorso. Sono allora andato a Roma e ho chiesto al Segretario della Commissione Ecclesia Dei cosa fosse successo. Egli non mi fece neanche finire di leggere la lettera: «Lo so – mi rispose – e noi – la Congregazione per la Fede – abbiamo detto alla Congregazione per i religiosi che non avevano il diritto di affermare quello. Essi non sono competenti e devono rivedere il loro giudizio». Poi continuò: «Ecco cosa deve fare con quella lettera» [Mons. Fellay fa il gesto di gettarla], è questo il gesto che ha fatto. In altre parole, prenda la lettera e la butti nel cestino della carta straccia!
Dunque un’autorità a Roma mi dice di gettare una decisione di un’altra autorità romana. Non è una contraddizione?
E il Segretario della Commissione Ecclesia Dei prosegue dicendo: «Lei deve dire ai suoi sacerdoti e ai suoi fedeli che tutto ciò che viene da Roma non viene dal Papa!» Ed io gli ho risposto: «È impossibile, come vuole che i fedeli, i sacerdoti possano pensare una cosa così? Ciò che viene da Roma viene dal Papa! Perché altrimenti si dirà con facilità: ciò che mi piace viene dal Papa e ciò che mi dispiace non viene dal Papa!»

Con questo, miei carissimi Fratelli, dovete capire che a Roma vi è un grave problema.
Se un’autorità ci dice: «Attenzione! Tutto ciò che viene da Roma non viene dal Papa», da dove proviene allora? E com’è possibile? Roma, i servizi del Vaticano normalmente devono essere come la mano del Papa. Questo significa che il Papa non ne ha più il controllo. Ecco il senso di questa frase.
Quando parlo di contraddizioni, significa che certuni, a Roma, sono pronti a considerarci come fuori dalla Chiesa, scomunicati, come se avessimo perso la fede, eretici… E poi ve ne sono altri che ci riconoscono veramente come cattolici.
Mons. de Galarreta e i nostri sacerdoti, quando vanno a Roma per i colloqui dottrinali, dicono la Messa in San Pietro! Come si possono tenere queste due posizioni nello stesso tempo? Voi vedete quanto sia profonda la contraddizione. E da questo potete comprendere quanto noi rimaniamo all’erta. Noi non andiamo a gettarci in questa tormenta, mentre tutto sommato possiamo salutare il sole quando si presenta e proteggerci dalle nubi quando ci minacciano.

Che ci guadagna la Santa Sede? Vi sono così tanti esempi che illustrano il fatto che quando il Papa vuol fare del bene è frenato, impedito.
Un esempio di prima mano tra i tanti.

Un Padre Abate, Superiore dell’unica abbazia trappista in Germania, ha chiesto al Papa l’autorizzazione, non solo di ritornare alla Messa tridentina, ma di poter riprendere la Regola e le Costituzioni anteriori al Vaticano II. Il Papa ha dato l’autorizzazione ed ha esentato questa abbazia dalla giurisdizione della Congregazione dei Benedettini, che segue le regole moderne, così da permettergli di seguire l’uso antico di prima del Vaticano II. Il Papa ha quindi posto questa abbazia direttamene sotto la sua autorità.
Sei mesi più tardi, l’Abate chiama uno dei suoi amici a Roma per chiedergli: «Com’è finita? Io non ho nessuna novità!» E il suo amico gli risponde: «Scrivi di nuovo al Papa, ma manda a me la lettera, che la farò avere personalmente al Papa. Fatto questo, l’amico porta la lettera al Papa e gli chiede com’era finita con questa abbazia. Molto sorpreso, il Santo Padre risponde: «Ma ho già accordato questo permesso, sei mesi fa!» Venne condotta un’inchiesta e si scoprì che qualcuno – noi sappiamo esattamene chi – aveva riposto la lettera del Sommo Pontefice in un cassetto della Segreteria di Stato. Questa volta l’amico dell’Abate – che mi ha raccontato direttamente questa storia, e quindi non si tratta di un «si dice» - ha chiesto al Santo Padre: «Scrivete “concesso” sulla lettera ed io mi incarico di portarla personalmente alla nuova abbazia». In tal modo, per poter portare la novità della decisione del Papa hanno aggirato la Segreteria di Stato.
E questo è solo un esempio.

Per mostrarvi fino a che punto lo stesso Sommo Pontefice è limitato nella sua azione, guardiamo all’ultimo documento a proposito della Messa tridentina. Anche qui abbiamo un bell’esempio delle forze contraddittorie che si muovono a Roma. Da un lato è del tutto evidente che in questo testo è presente la volontà di estendete dappertutto la messa tradizionale, di rendere possibile a tutte le anime l’accesso, non solo alla Messa antica, ma alla maniera in cui venivano amministrati prima i Sacramenti: tutti i libri liturgici sono messi a disposizione di tutti. Ma dall’altro lato e contemporaneamente vi sono delle restrizioni sorprendenti. La prima, parecchio stupefacente, è che i seminaristi diocesani non possono approfittare del rito antico, possono essere ordinati secondo l’antico rito solo quelli che dipendono dalla Commissione Ecclesia Dei.
Perché allora si dice che il Pontificale che contiene l’antico rito per le ordinazioni è reso liberamente disponibile a tutti?
Ma vi è ancora di peggio. Da un lato si constata questa volontà di mettete a disposizione di tutte anime, nel mondo intero, la Messa antica, poi si scopre l’articolo 19, che dichiara che coloro che vogliono beneficiarne non devono appartenere né perfino devono solamente aiutare i gruppi che sono contrari alla Messa nuova. Ma il 95% di coloro che vogliono la Messa antica sono contrari a quella nuova! Perché vogliamo la Messa antica? Se fossimo soddisfatti della nuova, non penseremmo neanche all’antica! Anche quelli che sono contro la validità o la legittimità della nuova Messa sono privati della Messa antica: per loro niente! Niente!
Ma questo non è più un atto di riconciliazione, è un atto di guerra!

Io penso che sono proprio le contraddizioni all’interno stesso del Vaticano che spiegano come divergenze così possano trovarsi in uno stesso testo: ogni parte cerca di ottenere qualcosa. E così noi siamo in mezzo a questo disordine.

Ed ecco che si ascolta ogni sorta di voce, assolutamente tutto quello che è possibile ed anche impossibile ascoltare!
Vi prego, miei carissimi Fratelli, non correte dietro a queste voci. Quando sapremo qualcosa ve la diremo. Non abbiamo mai nascosto niente e non abbiamo alcun motivo per nascondere ciò che succede. Se dunque non vi diciamo niente è perché non è successo niente di nuovo.
Certuni dicono che sta per giungere qualcosa. No, non è vero!
La verità è che io sono stato invitato a Roma dal cardinale Levada e questo avverrà a metà settembre. È tutto quello che so. La cosa riguarda i colloqui che abbiamo avuto con Roma e dopo i quali, come è stato detto, «i documenti di sintesi verranno rimessi alle più alte autorità». Sono queste le parole esatte, ed è questa la sola cosa che io conosco del futuro, tutto il resto non è che invenzione. Allora, vi prego, non correte dietro a queste voci.

Tutto ciò dimostra che la battaglia continua.
Ora, vi sono due pericoli oggi. Uno consiste nel dire che tutto è a posto, tutto è finito, la battaglia è terminata: si tratta di un’immensa illusione. Io posso garantirvi, miei carissimi Fratelli, che se un giorno Roma regolarizzerà infine la nostra posizione canonica, la battaglia comincerà, non sarà la fine di essa! Ma ancora non siamo a questo! Quanto tempo dovremo attendere ancora? Non lo so, non ne ho alcuna idea! Quindi continuiamo a dire che vi è una crisi nella Chiesa. Talvolta è proprio noioso, perché a Roma essi danno l’impressione che tutto vada bene, ma il giorno dopo parliamo con loro… Ed ecco le parole che sentiamo dalla bocca del Segretario della Congregazione per la Fede: «Sapete, ci sono i preti, i vescovi, le Università cattoliche che sono piene di eresie!» Ecco cosa ci ha detto, a giugno del 2009, il Segretario della Congregazione della Fede!
Essi sanno dunque che la situazione della Chiesa è drammatica. Se arrivano a dire che è pieno di eresie dappertutto, questo significherà bene qualcosa!
Ma allo stesso tempo essi si comportano come se fosse tutto a posto. È deludente, è preoccupante, lo ammetto, ma è questa la situazione.


Non lasciatevi quindi prendere da tutte queste illusioni, ma non permettete neanche che vi assalga lo scoraggiamento.
Questa battaglia è lunga, è vero, ma noi non possiamo cambiarla.
Il diavolo resta il diavolo e noi non andiamo a fare la pace col diavolo.
Questo durerà tutto il tempo che Dio lo permetterà, ma noi abbiamo tutto ciò che ci serve per questa battaglia, noi abbiamo la grazia, il sostegno di Dio.
Noi dobbiamo solo continuare questa battaglia, senza scoraggiamento, con serenità. È davvero evidente che noi siamo benedetti da Dio. Eredi dello spirito cristiano, la Messa tradizionale che noi celebriamo nutre questo spirito che è in noi, la spirito di Cristo, quello dei discepoli di Cristo, che ci insegna che dobbiamo rimanere lontani dal mondo, utilizzare moderatamente i beni terreni che non sono quello che vi è di più importante. Il più importante è Dio, il Cielo, è il nostro destino eterno.

Miei carissimi Fratelli, se vi ho chiamati a questa Crociata del Rosario è proprio per aiutarvi a rimanere fuori da queste trappole, da queste illusioni e da questo scoraggiamento. In questa preghiera, con questa catena di rose che ci unisce alla Santissima Vergine Maria noi siamo certi di essere sotto la sua protezione e di combattere quaggiù la buona battaglia. Ella ci guiderà, siatene certi. La Buona Madre non abbandona i suoi figli, ma siate generosi, molto generosi in queste preghiere.
Noi non ci aspettiamo dei buoni frutti per la Chiesa ottenuti con dei semplici accomodamenti umani, noi speriamo di ottenerli con i mezzi soprannaturali e proprio la preghiera è il mezzo più potente che possediamo.
Vi invito dunque a recitare il Rosario, a recitarlo bene, non è importante la quantità, ma la qualità: il modo di pregare. Perché la Santissima Vergine ha consegnato il Rosario a San Domenico? Qual era il suo scopo? Era quello di unire i fedeli a Dio nella contemplazione, tramite la meditazione dei diversi avvenimenti della vita di Nostro Signore e della Santissima Vergine Maria. Questo è lo scopo del Rosario. Non si tratta solo di recitare quindici dozzine o molti rosari, questa è solo la melodia, la musica di fondo che ci aiuta nella meditazione dei misteri che ci uniscono a Nostro Signore Gesù Cristo e alla Santissima Vergine Maria. Dunque preghiamo bene! Il Rosario ben meditato – possiamo starne certi – è un mezzo potentissimo.
Suor Lucia di Fatima ha osato dire che la Santissima Vergine Maria ha dato un’efficacia speciale a questa preghiera, così che il Rosario diventasse la soluzione per tutti i problemi, per tutte le difficoltà.

Proseguendo questa cerimonia, miei carissimi Fratelli, rimettiamoci sotto la protezione della Santissima Vergine Maria, sotto la protezione dello Spirito Santo, chiedendogli di infiammare questo mondo, di depositare il fuoco della carità sempre più nel cuore di questi nuovi sacerdoti e diaconi. Che essi comunichino a loro volta questo fuoco al mondo, il fuoco invincibile della carità, l’amore di Dio e del prossimo per amore di Dio.

Così sia

giovedì 23 giugno 2011

...custodite il testamento di Gesù Cristo, custodite il Sacrificio di Nostro Signore! Conservate la Messa di Sempre!...


"...Che cosa di più bello Gesù poteva dare all'umanità, che cosa di più prezioso, di più Santo, quando moriva sulla croce? Il Suo Sacrificio. La messa è il tesoro più grande e il più ricco dell'umanità che Nostro Signore ci abbia donato...La Messa è "tutto per Dio". Perciò vi dico: per la gloria della Santissima Trinità, per l'amore di Nostro Signore Gesù Cristo, per la devozione della Santissima Vergine Maria, per l'amore della Chiesa, per l'amore del Papa, per l'amore dei Vescovi, dei Sacerdoti, di tutti i fedeli, per la salvezza del mondo...custodite il testamento di Gesù Cristo, custodite il Sacrificio di Nostro Signore! Conservate la Messa di Sempre!..." (Mons. Marcel Lefebvre)

Si chiede Sandro Magister durante il suo recente viaggio sul monte Athos, davanti agli splendori delle liturgie ortodosse:

“ Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d'iniziare a simili misteri e d'infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d'oggi. All'Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza di umanizzare Dio, le Chiese d'Occidente lo fanno sparire. "Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale", sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. "Un Dio che non deifichi l'uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell'ondata di ateismo in Occidente".

martedì 21 giugno 2011

mentre il Papa riempie ancora gli stadi, le chiese ancora si svuotano

Pubblichiamo questa bellissima analisi di Magdi Cristiano Allam, il quale si è avvicinato al problema e magari anche intravisto la soluzione: la Chiesa ritorni ad essere se stessa. Una Santa Messa papale in una delle chiese di San Marino con tutto quello che il Papa vuole: altare coram Deo, comunione in ginocchio, silenzio ecc. avrebbe accolto magari meno fedeli, ma che impatto avrebbe dato. Purtroppo però se un Vescovo, quando arriva il Santo Padre, non riempe uno stadio si sente un fallito... E invece così l'idea che passa è che niente è cambiato: le differenze, che pur ci sono, sono dovute - si pensa - al cambiamento tra un Papa e l'altro.  È naturale che ognuno ci metta del suo: e così la Comunione in bocca ed in ginocchio e divenuta il "pallino" di Papa Benedetto XVI, e qualcuno tra i fedeli crede che ci si debba inginocchiare perché si va davanti al Papa. E c'è chi glielo lascia credere. Comunque lodiamo la decisione del Delegato per la Liturgia per la Visita del Papa, il quale dopo aver chiesto al Vescovo Diocesano e - pare - anche all'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice ha fatto leggere il seguente comunicato: «In questa domenica della Santissima Trinità, la nostra Chiesa diocesana si ritrova unita con il successore di Pietro per la celebrazione della Santa Messa, fonte e culmine della vita nuova in Cristo. Vogliamo vivere questo momento in comunione con la Chiesa universale, presieduta nella Carità da Sua Santità il Padre Benedetto XVI. Per questo motivo, richiamiamo ora l’attenzione sulle modalità di ricezione della Santa Comunione. (...) I fedeli che, essendosi confessati, si trovano attualmente in stato di Grazia e che dunque, soli, possono ricevere il Corpo Santissimo del Signore, si avvicineranno al ministro loro più vicino. La Comunione, secondo le disposizioni universali vigenti, sarà distribuita solo ed esclusivamente sulla lingua, al fine di evitare profanazioni ma soprattutto per educarci ad avere una sempre maggiore e più alta considerazione del Santo Mistero che è la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo. Non sarà pertanto consentito a nessuno di ricevere la Comunione sulle proprie mani. Dopo aver fatto la debita riverenza, adoreremo l’Ostia che viene successivamente appoggiata sulla lingua. Per chi non fosse impedito per motivi di spazio o di salute, la Comunione può essere ricevuta anche stando in ginocchio».


Il Papa riempie gli stadi, ma le chiese si svuotano
di Magdi Cristiano Allam

Wojtyla era un fenomeno mediatico, Ratzinger no. Il suo compito è un altro: combattere il relativismo

Ieri mattina per la prima volta ho assistito alla messa del Papa in uno stadio, quello di Serravalle nella Repubblica di San Marino. L’organizzazione è stata perfetta, l’accoglienza buona con tutti, l’attenzione nei miei confronti particolarmente calorosa. Tutto ha funzionato nel migliore dei modi, compreso il tempo, imprevedibile fino all'ultimo, che è stato clemente, con una temperatura calda mitigata da un venticello.

Ci sono andato innanzitutto per il fascino che Benedetto XVI esercita da sempre su di me per la sua straordinaria capacità di incarnare il binomio indissolubile tra fede e ragione, sin da quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger ed io ero ancora un musulmano che inseguiva il sogno di coniugare l’islam con i valori non negoziabili finendo per diventare il nemico numero uno dei fanatici di Allah in Italia; un fascino che mi ha illuminato dentro culminando nel dono della fede in Gesù e nel regalo incommensurabile del battesimo ricevuto dalle stesse mani del Vicario di Cristo.

Così come ci sono andato per la stima e l’amicizia che mi lega a monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, uno dei pochi alti prelati «islamicamente scorretti» in seno alla Chiesa, un missionario cristiano che con l’apostolato e le opere è votato alla lotta contro la «dittatura del relativismo», come sapientemente la definisce Benedetto XVI, dedito ad affermare la certezza del primato della verità assoluta in Cristo che non lascia pertanto alcun dubbio circa l’esclusione dell’islam dall’essere una religione rivelata o su Maometto dall’essere un autentico profeta ispirato da Dio.

Quando fui inaspettamente invitato quale esperto di questioni islamiche da Bruno Vespa, durante l’agonia di Giovanni Paolo II a pochi giorni dalla sua morte il 2 aprile 2005, a dibattere alla trasmissione Porta a Porta su chi avrebbe potuto essere il successore, mi sorpresi sentirmi rispondere: «Papa Wojtyla è stato il Papa che più di altri è riuscito a riempire le piazze, il suo successore dovrà essere capace di riempire le chiese». Mi sorpresi perché pur non essendo un vaticanista o comunque un esperto della Chiesa cattolica, intuii che il male profondo era il relativismo religioso che aveva trasformato Giovanni Paolo II in una sorta di divo internazionale percepito come affascinante per la sua straordinaria maestria comunicativa capace di farsi amare e di infondere l'amore ovunque nel mondo. Ma al tempo stesso il cristianesimo si riduceva ad essere un fenomeno mediatico, con la conseguenza che è calato l'interesse per la dimensione spirituale, è venuta meno la pratica religiosa dei cattolici e sono crollate le vocazioni. Ho pertanto salutato con gioia e considerato un dono della Provvidenza l'elezione di Benedetto XVI quale paladino della difesa dei dogmi della fede.

Ebbene ieri mi sono sentito in difficoltà percependo un clima da tifoseria nell'accoglienza riservata al Sommo Pontefice al suo ingresso nello stadio, all'inizio e alla fine della Santa Messa. Mi ha colpito il richiamo fatto all'altoparlante da una responsabile dell'organizzazione a non interrompere la cerimonia religiosa con gli applausi. Significativa è stata la sua raccomandazione a non richiedere l'ostia benedetta in mano, di accoglierla direttamente in bocca, per evitare il rischio della «profanazione». Effettivamente constato che in tante chiese in varie parti d'Italia i sacerdoti danno indifferentemente l'ostia in bocca o in mano a secondo della richiesta del fedele. Ebbene se l'indicazione del Papa è che l'ostia va data direttamente in bocca, dovrebbero essere i sacerdoti a saperlo e a farlo. Persino ieri ho visto un sacerdote che, nonostante ci fosse stato un richiamo pubblico, ha dato l'ostia in mano ad un fedele!

L'insieme della cerimonia religiosa è stata uno spettacolo riuscitissimo, con una mirabile sintonia di quattro cori, con l'esercito dei fotografi e teleoperatori che accresce la suggestione per la straordinarietà dell'evento. Ma come fedele il livello della mia partecipazione è stato parziale. È difficile competere, oltretutto in uno spazio immenso, con tenori e soprani. Li si ascolta con ammirazione come si farebbe andando ad un concerto, ma viene meno il coinvolgimento del fedele e il suo sentirsi parte di una comunità dedita alla preghiera e al raccoglimento in vista della comunione con Cristo nato, morto e risorto.

E poi ho avuto la netta sensazione che quel ruolo non si addice proprio al Papa filosofo e teologo impegnato nella sfida epocale contro la dittatura del relativismo. Fa tenerezza e rabbia vederlo chiuso in un gabbiotto anti-proiettile per il pericolo, sempre in agguato, che possa essere assassinato dai terroristi islamici. Ma si tocca con mano il limite personale nell'essere un uomo di spettacolo, capace di affascinare ed entusiasmare per come ti guarda o si muove a prescindere da ciò che dice. Benedetto XVI non lo è e non lo sarà.

Cosa voglio dire? Che se veramente vogliamo vincere la battaglia contro il relativismo religioso e riscattare la solidità della fede in Cristo, non distraiamo il Papa coinvolgendolo in questi spettacoli negli stadi e nelle piazze. Perché più saranno di successo sul piano mediatico e più allontaneranno i fedeli dalle chiese. Il posto del Papa è nelle chiese a diretto contatto con i sacerdoti e con i fedeli, affinché i sacerdoti riscoprano il precetto dell'obbedienza al Vicario di Cristo che hanno sostituito con quello del seguire la propria coscienza, ed affinché i fedeli si sentano confortati dalla bontà della propria scelta di fede in virtù della presenza di testimoni che risultano credibili se ciò che proclamano dal pulpito corrisponde a ciò in cui credono e si traduce in ciò che concretamente fanno.

venerdì 17 giugno 2011

pensieri perlessi sull'entusiasmo di molti sacerdoti più per i referendum che per la liturgia

Bandiere sull’altare

Questi preti, che si sono schierati così apertamente per un referendum, sostenuti da numerosi vescovi, mi interrogano. Mi chiedo, anzitutto, come possano appassionarsi così tanto, davvero, e non per finta, per qualcosa di così opinabile e di così poco importante. Se andare sulla Luna è, dal punto di vista della salvezza dell’anima, come salire su un autobus, decidere se i tubi dell’acqua li gestisce lo stato o i privati, dovrebbe essere, per un prete, piuttosto secondario.
Noto anche che tanta baldanza, tanta voglia di esporsi, non si vede quando in gioco vi sono valori ben più alti, e più difficili da difendere.
Viaggia, molto clero, al seguito del mondo. Omogeneo, indistinguibile. Per questo si entusiasma per battaglie fittizie, che scadono in un fiat. Domani servirà qualcos’altro, per sentirsi vivi, giusti e idealisti. La sinistra, sempre pronta a creare surrogati scadenti e scaduti, proporrà nuove Armageddon. Col seguito di quei religiosi a cui, non interessando
più nulla la salvezza delle anime, interessa tutto il resto.
Scriveva Marcel de Corte, sottolineando la strana alleanza tra parte del clero e rivoluzione anticristiana: “Il prete, che una vocazione superiore sradica, e che non prende nuovamente radice umilissimamente nel soprannaturale, diviene per eccellenza agente di dissolvimento e distruzione del mondo e dell’uomo, l’utopista, il rivoluzionario protetto, il sobillatore di prim’ordine delle folle, insuperabile”.
Secondo pensiero: sono stato domenica a trovare mio cugino, sacerdote. Dopo la messa, preparata con cura e zelo, si è precipitato all’ospedale, a trovare due malati. Poi, senza perdere un attimo, è tornato a casa e ha fatto da mangiare a tutta la mia famiglia. Finito il pranzo e alcune chiacchiere, subito in oratorio, per preparare il “grest” per centocinquanta
bambini.
Quando vado a trovare mio cugino, mi riconcilio con i preti. Ha rinunciato a una famiglia, a una casa, a una stabilità; rinuncia, continuamente, a se stesso, persino a un po’ di tempo
libero, e siccome gli altri se ne accorgono, lo cercano e lo spremono come un limone.
Che ha sempre qualcosa da dare, perché lo attinge non da sé, ma da Cristo. Non tutti i preti sono, insomma, dei pagliaccetti politicanti, degli opinionisti da giornale di partito, né degli utopisti sradicati. Ve ne sono ancora molti capaci di dare tutto se stessi a Dio e al prossimo, cioè di rendere visibile la grandezza della carità di Cristo. Penso che se ce ne fossero un po’ di più come lui e un po’ meno come lo sbandieratore, Odifreddi e soci eviterebbero di scrivere, senza vergogna, che la castità è contro natura, mentre la poligamia no.
La pastorale dimezzata
Un ultimo pensiero: c’è una nuova, meritevole rivista, intitolata Liturgia culmen et fons, edita da Fede & Cultura. Don Enrico Finotti, che la dirige, crede che il crollo della liturgia sia come il peccato originario, quello di Adamo ed Eva che non riconoscono più di essere stati creati, e rifiutano di adorare. Crede che la chiesa abbia civilizzato i popoli, non con i discorsi, né con i referendum, né appoggiando questo o quel partito, ma con i sacramenti.
Nell’ultimo numero ha scritto un bell’articolo, “Il Soggetto della liturgia”, che vorrei mandare al prete che mette la bandiera sull’altare perché ha dimenticato, appunto, chi sia il protagonista della messa: Cristo e la sua chiesa: “Si assiste oggi, infatti, a una riduzione solo sociologica dell’Assemblea liturgica, ossia, si considera soltanto il piccolo o grande gruppo che si vede e che si raduna in un certo luogo, ma si dimentica tutto il resto: la sua invisibile dimensione universale e soprannaturale.
Soprattutto non ci si rende conto a sufficienza della presenza e dell’azione del Capo del corpo, senza il quale tutto svanisce ed è travolto dal flusso inesorabile del tempo senza lasciare l’impronta di una salvezza eterna e definitiva. Una ‘pastorale dimezzata’, attenta esclusivamente ai dati sociologici… Svanisce il respiro dei secoli, si chiude l’orizzonte della chiesa diffusa su tutta la terra, si oscura la comunione dei santi di essere un ospite di riguardo invitato ad assistere a una nostra sempre mutevole creatività e a condividere quello che piace fare a noi”.
Così si finisce per togliere la croce di Cristo dall’altare e sostituirla con una bandiera di Di Pietro. (Francesco Agnoli)

da "Il Foglio"

giovedì 16 giugno 2011

Socci e la "Guerra contro Gesù"


Et íterum ventúrus est cum glória, iudicáre vivos et mórtuos

Nemici ben armati e molto fuoco amico, il De bello cristico secondo Socci

di Tommaso Ricci
Prendete, ad esempio, uno come Henri Labroue. Nel 1942 questo professore, già frammassone gauchiste, vuole pubblicare in Francia il suo “Voltaire antijuif”, copiosa raccolta di citazioni antiebraiche del vate illuminista par excellence, per dimostrare agli occupanti nazisti che lo spirito francese più genuino nulla ha da invidiare a quello germanico quanto a pulsioni antisemite.
Ma il suo servilismo verso i teutonici hitleriani risulta eccessivo perfino per le autorità di Vichy e così Labroue, per la pubblicazione, deve ricorrere all’intercessione del ministro tedesco per la propaganda Goebbels. Oppure prendete Paul Louis Couchoud, filosofo anticlericale impegnato a sciogliere nell’acido culturale gnostico la figura di Gesù Cristo (“L’idea che Dio si sia incarnato… ci urta… è inammissibile” sentenzia); ebbene questo pozzo di scienza, amico di Jean Guitton, abbandona radicalmente il suo scetticismo antisoprannaturale al cospetto della mistica contadina Marthe Robin. “Di quello che preghi, mi giunge il profumo. Non dimenticarti di me, o piena di vita” finirà per scriverle.
Pullula di personaggi bizzarri e sorprendenti il campo di battaglia disegnato da Antonio Socci nella “Guerra contro Gesù” (Rizzoli, 441 pp.), eccellente saggio di letteratura bellica che il giornalista e polemista senese ha covato fin dagli anni della sua gioventù, quando dalle pagine del mensile 30Giorni, prese a scagliarsi con furore achilleo contro i fortini religiosamente protetti di certa esegesi, anche cattolica. Al loro interno – scoprì già allora con orrore Socci – invece di rinvenire e setacciare criticamente le innumerevoli pepite d’oro utili a far risplendere la misteriosa figura di quel galileo che duemila anni fa si presentò al mondo pretendendo di essere Dio, le varie discipline storiche e teologiche venivano al contrario utilizzate (e in modo spesso antiscientifico) per oscurare, vaporizzare o sezionare il nazareno Gesù.
E allora ci si è messo di buzzo buono Socci per realizzare una planimetria il più possibile chiara ed esplicativa di questa campagna contra personam: ne è sortito un De bello cristico che illustra con impressionante nitidezza attaccanti, difensori, strategie, alleanze, colpi bassi, incongruenze, menzogne e cellule di resistenza di questa guerra poco santa e totale. E’ in corso da circa tre secoli questo conflitto anti Gesù – non sempre dichiarato, anzi talvolta ostentato come operazione demistificatoria e purificatrice.
C’è molto fuoco nemico, Voltaire in primo luogo con la sua aura di patrono della tolleranza (neanche quella frase sempre citata: non sono d’accordo con le tue opinioni ma darei la mia vita bla bla bla… è sua!); tra i tiratori scelti c’è anche Alfred Rosenberg, il teorico del nazionalsocialismo (vi scongiuro, professori di liceo e di università, fatelo studiare, vi assicuro che merita, è altamente istruttivo e vi garantisco l’attenzione spasmodica dei vostri studenti!) col suo “Il mito del XX secolo”, testo cruciale per comprendere il secolo breve.
Ma poi c’è tanto, tantissimo fuoco amico; e la guerra intra moenia è la più pericolosa e sconfortante, ci sono nomi (questi non oso scriverli, fanno cadere le braccia) altisonanti, ci sono purpuree intelligenze col “nemico” che scoraggerebbero il più pugnace dei temperamenti. Non così Socci che va beatamente avanti nel suo saggiotenzone incontrando – ecco il lato consolante del libro – anche menti libere, cattoliche e non, che viceversa riconoscono alla storia delle storie, quella di Gesù Cristo, quel briciolo di fondatezza “scientifica” e di certezza morale che si può ricavare col nostro limitato ma pur sempre splendido intelletto di uomini. Perché va bene il Deus absconditus, va bene che Nostro Signore lascia a ciascuno una via di fuga per non credere, va bene che la fede in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo è un dono di Grazia, però alzare polveroni pseudoscientifici, nebbioni modernisti e muraglioni di pregiudizi invece di illuminare col sano uso della ragione (anch’essa dono del Creatore!) ciò che appare incerto, intricato e oscuro, questo non va assolutamente bene, vuol dire accecare invece di rischiarare. Si obietterà, la sabbia negli occhi è un trucco classico per mettere ko l’avversario, che c’entra con le dotte controversie sul “Gesù della storia e il Cristo della fede” qui sul tavolo? Appunto, è la controbiezione che sottosta all’intero libro di Socci: qui altro che diatribe specialistiche apparentemente astratte tra esegeti, papirologi, grecisti, archeologi, teologi e antichisti in genere, qui siamo di fronte a uno scontro culturale colossale. Il dibattito accademico su frammenti, geroglifici, documenti falsi e autentici (nei primi secoli dell’era cristiana non ci si battè forse sanguinosamente pro e contro un semplice iota?) cela una guerra che intacca le fondamenta della nostra civiltà, che coinvolge tutti e spinge ciascuno a prendere posizione. Quello di Socci è un sonoro rintocco contro il sonno della ragione.

Tratto da Il Foglio del 14 giugno 2011

domenica 12 giugno 2011

De Mattei e Gnocchi a Venezia


Conferenza a
VENEZIA
 
venerdì 17 giugno 2011
Sala Nassivera
Ca' Corner San Marco, 2662
 
alle ore 12,00
presentazione del libro:

Il Concilio Vaticano II - una storia mai scritta
Interverranno:Dott. Alessandro Gnocchi
Prof. Roberto de Mattei

preceduti da:
Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia:
Dott. Raffaele Speranzon
Vice-Presidente della Commissione della Provincia di Venezia:
Dott. Pietro Bortoluzzi

martedì 7 giugno 2011

Habemus Papam

Un Libro da leggere
Walter Martin
Habemus Papam
Prefazione di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Ed. Fede e Cultura, € 24,00


Un thriller che racconta di un Papa vecchio e umile che avrebbe dovuto morire presto senza lasciare il segno ma che diventa un leone della fede. I nemici interni che infangano la Chiesa con eresie e scandali. L’eterna guerra che il Nemico contro la Chiesa. fino a portarla sula soglia degli inferi senza riuscire a vincerla. Una sconvolgente profezia del dramma dell’apostasia nella Chiesa.

Eccone una pagina...
"San Pio X non esitò, come un chirurgo deciso; ma si trattava di un cancro maligno (il modernismo n.d.r): enucleato da dove appariva più sviluppato, si moltiplicò per metastasi in tutto l'organismo, subdolamente durante il pontificato di Pio XII, per protendere poi arditamente i suoi tentacoli in occasione del Vaticano II. Non mirò forse il modernismo a infamare la stessa agonia di Pio XII, che lo aveva tenuto a freno? E non si pretese da qualcuno di riformare le stesse strutture della Chiesa, nello spirito del Vaticano II – a sentir loro! – senza mai precisare che si dovesse intendere per strutture, perché si mirava solo a deformare e a distruggere? Che di sano si è lasciato? In nome della Bibbia, per fedeltà al Cristo – a sentir loro!
La novella Pentecoste mirò in realtà a rifare da zero, e quindi innanzi tutto a ridurre a zero, quanto era stato edificato dalla prima e unica vera Pentecoste biblica. Nella Chiesa, inondata dallo Spirito Santo della vera, ed unicamente vera, Pentecoste , non si trovò nulla di buono, di evangelico: duemila anni di vita della Chiesa, duemila anni di errori, di infedeltà a Nostro Signore ed al Vangelo; duemila anni di colpe delle quali chiedere perdono, se non a Dio almeno agli uomini" (p. 343)

lunedì 6 giugno 2011

una guerra ingiusta

Premesso che del colonnello Gheddafi e del suo marcescente regime non ce ne importa niente, troviamo davvero disgustosa tutta la vicenda della guerra alla Libia: l’Italia per l’ennesima volta si è imbarcata in una guerra di aggressione (e dobbiamo pur dirlo lo sono state tutte, guerre di aggressione, quelle di questi ultimi celebratissimi 150 anni)  e tutto questo in barba alla nostra Costituzione con buona pace di tutti, destra e sinistra, guerrafondai e pacifisti: tutti d’accordo nel fare una guerra ingiusta. Anche questo dobbiamo pur dirlo: dal punto di vista cattolico non ricorre nemmeno uno dei requisiti di una guerra giusta (1° sia combattuta per legittima difesa, 2° il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo,tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci, 4° vi siano fondate condizioni di successo, 5° il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare). Sì, perché noi alla legittimità della guerra giusta crediamo e ma ci sottraiamo all’ipotesi che ci possano essere  guerre indiscriminate che vanno bene sempre, comunque e a tutti, a prescindere da ogni considerazione morale. Per questo un plauso va alla schiettezza e chiarezza di Antonio Socci che con l’articolo che riportiamo qui sotto e pubblicato su “Libero” di ieri ha messo il dito sulla piaga purulente e infetta, quella della nostra ipocrisia ed indifferenza. Il nostro Presidente oggi si scaglia sulle pagine del “Corriere della Sera” contro l’indifferenza che sembra avvolgere la tragedia dei profughi, ma non si cura dell’indifferenza che riguarda la causa di tutto ciò, cioè la guerra, da lui sanzionata e legittimata contro i principi costituzionali. E per buona misura aggiungiamo anche l’articolo del Padre Scalese che tra i primi ha levato la sua voce contro questo scempio dei principi morali. Un popolo che senza fiatare si rassegna all’aggressione di un altro popolo si degrada. Tutto ciò riporta alla memoria altri ben tristi ricordi; facciamo solo un nome fra tutti: Danzica...

Da tre mesi siamo in guerra e tutti tacciono. Dove sono i paladini della pace? E Napolitano…..
di Antonio Socci
C’è una guerra in corso da tre mesi, i bombardieri della Nato tuonano giorno e notte, ma dove sono i giornalisti di denuncia, i Santoro, i Lerner, i Floris e dove sono l’Annunziata e la D’Amico?
Dov’è la schiena diritta del giornalismo sedicente libero, quello che chiama “servi” tutti gli altri? Sarei curioso anche di sentire la saggia voce di spiriti liberali come Paolo Mieli o Ernesto Galli della Loggia. Invece sono diventati tutti muti. A cosa si deve questo improvviso silenzio collettivo?
E’ vero che il 26 aprile scorso si poteva leggere sul “Corriere della sera” che “il Colle sostiene i bombardamenti” con l’opposizione di sinistra tutta allineata dietro Napolitano (il governo già si era dovuto adeguare).
E che anche mercoledì scorso, al vicepresidente americano Biden, Napolitano ha ripetuto che l’Italia è “fianco a fianco” con gli Usa nella vicenda libica.
Ed è vero che il compagno-presidente con tale entusiastica adesione ai bombardamenti “umanitari” è diventato il riferimento privilegiato della Casa Bianca, relegando di fatto l’indebolito e incerto Berlusconi (che ha dovuto seguirlo nell’impresa) a un ruolo di secondo piano.
Ma la stampa avrebbe almeno il dovere di raccontare ciò che sta accadendo. Invece niente. Un autobavaglio così totale non si era mai visto. Eppure ogni notte i bombardieri Nato colpiscono duro.
Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, implora instancabilmente di smetterla con le bombe. Ha dichiarato ad Asianews:
“La Nato ha intensificato i bombardamenti e continua a fare vittime. I missili stanno cadendo ovunque e purtroppo non colpiscono solo zone militari, ma anche civili. La gente a Tripoli soffre, anche se nessuno ne parla”.
Nell’ultima settimana il vescovo ha denunziato il bombardamento di un ospedale, di un quartiere popolare e di una chiesa cristiana copta.
Ma non c’è traccia di tutto questo sui giornali e in tv. Nessuno fa una piega. Nessuno s’indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale.
Non si vede in giro neanche una bandiera arcobaleno alle finestre. E dire che solo qualche anno fa avevano riempito l’Italia. Ma a quel tempo si trattava di protestare contro Bush, mentre oggi a bombardare è il Premio nobel per la pace nonché democratico Obama.
Dunque oggi niente manifestazioni e niente marce Perugia-Assisi. Tutte le anime belle dormono un sonno profondo.
All’inizio di tutto, in marzo, della guerra parlò Lerner con “L’Infedele” e mi capitò di assistere incredulo al memorabile elogio della Francia dei bombardieri: ci fu addirittura chi – col plauso di Gad – ebbe la faccia tosta di affermare che il governo francese in questo modo testimoniava la sua imperitura volontà di affermare dovunque i valori umanitari della rivoluzione francese, di cui invece al governo italiano non importava niente.
Curioso paradosso perché i francesi affermavano quei presunti ideali umanitari bombardando i libici, mentre le autorità italiane – accusate di insensibilità perché ancora restie a bombardare – si stavano prodigando a soccorrere migliaia di rifugiati arrivati disperatamente a Lampedusa anche per fuggire dalla guerra “umanitaria” dei francesi.
Dunque dal buon progressista le bombe francesi furono giudicate umanitarie, mentre i soccorsi italiani erano disumanitari. Che grande esempio di giornalismo.
Tutti sanno che in realtà gli ideali umanitari non c’entrano niente con la guerra, tanto è vero che nessuno si sogna di andare a bombardare Damasco dove il regime compie quasi ogni giorno stragi contro i manifestanti.
Tanto meno si pensa di andare a bombardare Pechino perché il regime cinese stroncò nel sangue le manifestazioni di piazza Tien an men o perché continua a spedire nei lager gli oppositori.
A proposito, neanche Napolitano si sogna di prospettare spedizioni militari contro quei due paesi, che egli peraltro visitò nel 2010 dando la mano a quei despoti (provate a rileggervi anche i discorsi molti amichevoli fatti in quella sede).
Ma allora perché questa smania di francesi e inglesi (che hanno il colonialismo nella loro storia) e poi degli americani, di sostenere una sorta di colpo di stato interno alla nomenclatura libica e spedire bombardieri sulla Tripolitania?
Secondo Angelo del Boca, storico ed esperto delle vicende libiche, “le vere ragioni di questa guerra sono il controllo dei pozzi di petrolio e i 200 miliardi di dollari dello Stato libico depositati nelle banche straniere”.
Non so dire se queste sono “le vere ragioni”, ma di sicuro non si può continuare a gabellarci la favoletta dell’intervento umanitario. Sarebbe il caso che la stampa raccontasse quello che sta accadendo e scavasse alla ricerca delle “vere ragioni” della guerra.
Invece da settimane non si legge un solo articolo sulla tragedia della Libia. E quando ne appare qualcuno è peggio che mai. E’ il caso del reportage da Tripoli pubblicato ieri a tutta pagina sul “Corriere della sera” a firma Lorenzo Cremonesi: spiace dirlo, ma sembrava quasi un inno ai bombardieri.
Si riportavano queste testuali dichiarazioni (rigorosamente anonime): “Brava Nato. Continui così”.
Possibile che l’inviato del Corriere sia riuscito a pescare proprio i pochi – guarda caso anonimi – che sono felici di venire bombardati ogni giorno e anzi chiedono di essere bombardati più intensamente?
Chissà perché non ha parlato con monsignor Martinelli e chissà perché non è andato a vedere gli effetti di quei bombardamenti, ascoltando le vittime. In tv del resto la guerra proprio non esiste.
C’è un colossale problema di informazione sulla vicenda libica. Gli Usa, i francesi e gli inglesi, con le autorità militari della Nato ormai fanno mera propaganda. Dice Del Boca: “Gli alti costi dell’operazione contro Gheddafi hanno trasformato un conflitto lampo in una guerra di fandonie fatta dai media”.
Mi ha colpito quanto ha scritto su Asianews padre Piero Gheddo, il decano dei missionari italiani, un uomo di Dio per nulla incline al pacifismo ideologico e al settarismo di sinistra, basti dire che fu tra i primi, negli anni Settanta, a denunciare i crimini dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, svergognando certi media e certa sinistra italiana ancora intrisa di antiamericanismo.
Dunque l’altroieri padre Gheddo ha scritto:
“Le anomalie di questa guerra di Libia sono infinite e dimostrano che anche in Occidente soffriamo di una disinformazione colossale.
L’intervento umanitario iniziale sta assumendo i contorni di un crimine di stato. L’Onu aveva giustificato la ‘No fly zone’ per impedire che gli aerei libici bombardassero i ribelli della Cirenaica.
Ma in pochi giorni le forze aeree della Libia vennero facilmente azzerate. Poi si è passati a bombardare i mezzi militari di terra che avanzavano verso Bengasi e si continua, da più di due mesi, a bombardare le città della Cirenaica, non per proteggere il popolo libico da Gheddafi, ma per la ‘caccia all’uomo’ Gheddafi, il che sta scavando un abisso di odio e di vendetta fra le due parti del paese, Tripolitania e Cirenaica, che erano e sono pro o contro il raìs”.
Padre Gheddo ha poi citato il generale Anders Fogh Rasmussen segretario generale della Nato che “ha definito i bombardamenti come parte dell’intervento umanitario per proteggere il popolo libico! Ci vuole una bella faccia tosta, a mentire in modo così smaccato!”, ha tuonato il missionario.
“Chi mai può credere che i quotidiani bombardamenti su Tripoli sono fatti per difendere il popolo libico? Ecco perché stampa e Tv occidentali non parlano più della guerra in Libia. Non sanno più come giustificare una così evidente violazione dei diritti umani”.
L’assurdo poi è che la trattativa per far uscire di scena Gheddafi in modo incruento sarebbe stata possibile, ma proprio gli “umanitari” l’hanno uccisa sul nascere. Per quanto deve continuare questa guerra? E il nostro silenzio?

da “Libero”, 5 giugno2011

Sovranità limitata
di P. Giovanni Scalese


I miei lettori sanno che solitamente non mi occupo di politica, non perché non mi interessi, ma perché il ruolo che svolgo nella Chiesa (che è la casa di tutti) non mi permette di essere di parte: il sacerdote è padre di tutti e non solo di alcuni. Ma, oltre alla politica spicciola di tutti i giorni (quella che qualche anno fa veniva chiamata il “teatrino della politica italiana”), che mi interessa relativamente, esiste una politica con la “p” maiuscola, che non può lasciarmi indifferente, non solo come cittadino, ma anche come sacerdote.

Rientra in questo campo la questione della guerra in Libia o alla Libia (a seconda dei punti di vista). Non voglio esprimere un giudizio generale sulla guerra in sé stessa, cosa che risulterebbe piuttosto complessa. Chi vuole, può farsi un’opinione personale, a patto che non si accontenti di quanto legge sui giornali o sente alla televisione, ma andandosi a cercare informazioni e commenti su internet. Vorrei invece soffermarmi sulla posizione dell’Italia in questo conflitto.

In un primo momento sembrava che il Governo italiano non fosse molto entusiasta di lasciarsi coinvolgere in questo conflitto (e la cosa non mi dispiaceva). Si era capito che era stato costretto a mettere a disposizione le sue basi militari, ma che non era intenzionato a intervenire direttamente. In un secondo tempo, erano stati messi a disposizione anche degli aerei, ma solo per operazioni di pattugliamento. Recentemente poi era stato comunicato che sarebbero stati inviati dei consiglieri militari in aiuto ai cosiddetti “ribelli”. L’altro ieri — lunedí di Pasqua e festa della liberazione — viene annunciato che anche l’Italia parteciperà ai bombardamenti, che saranno — c’era bisogno di precisarlo? — non “bombardamenti indiscriminati, ma missioni con missili di precisione su obiettivi specifici”. Chissà se avranno ancora il coraggio di dire che l’Italia non è in guerra!

Ma, a parte il merito della questione (sul quale pure ci sarebbe molto da dire), quello che mi ha colpito in tutta la vicenda sono state le modalità con cui si è arrivati a quest’ultima decisione. C’è stata una discussione in Parlamento? No, non ce n’è bisogno: il Ministro Frattini ci assicura che «per partecipare ai bombardamenti non occorre un nuovo passaggio parlamentare, basta il voto di marzo con cui è stato dato il via libera alla missione». C’è stato un Consiglio dei ministri? No, tanto è vero che alcuni ministri si sono già dissociati dalla decisione. E allora, come si è giunti a questa decisione, che pure non mi sembra di secondaria importanza? Il giorno di Pasquetta (notate, il lunedí di Pasqua e festa della liberazione) c’è stata una telefonata: il Presidente Obama ha telefonato al Presidente Berlusconi; e questo è bastato per decidere di partecipare ai bombardamenti. Capite? Basta una telefonata! Sí, certo, poi c’è stato l’intervento di Napolitano che, non si capisce bene in base a quale prerogativa costituzionale, ha “legittimato” la decisione. Ma dove sono il Governo e il Parlamento?

La Costituzione afferma a chiare lettere che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11). Ma lasciamo perdere, lo sappiamo tutti che i bei principi servono solo quando fa comodo. Soffermiamoci piuttosto sulle procedure, che dovrebbero rendere legittime le decisioni (si parla tanto di legalità…). Ebbene, che cosa dice la Costituzione in proposito? «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari» (art. 78). Già, ma forse i Padri Costituenti avevano dimenticato che, in caso di emergenza, poteva bastare una telefonata. Forse i Padri Costituenti avevano dimenticato di dire, nell’articolo 1, che l’Italia — la “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” — non è uno Stato sovrano.

E che dire di Berlusconi? Beh, penso che, con tale atto, abbia firmato la propria condanna. Come sapete, non sono un moralista: non mi è mai interessato dei suoi comportamenti privati. Ma dei suoi comportamenti pubblici, sí. Se finora si poteva anche condividere una certa politica improntata al pragmatismo e alla difesa degli interessi nazionali, con i sui ultimi atteggiamenti ha dimostrato di essere solo un opportunista: stare sempre e solo dalla parte di chi sembra il potente di turno. Una politica di questo genere mi fa schifo. Capisco che il politico debba barcamenarsi e debba scendere anche a patti col diavolo. Ma a tutto c’è un limite: c’è una dignità — di sé stessi e, soprattutto, del Paese che si rappresenta — a cui non si può rinunciare. Andare a prostitute è un conto; prostituirsi, un altro



venerdì 3 giugno 2011

Basta! Parlateci di Dio, di vita e di morte, di novissimi, e intervenite, certo, sulla politica, quando occorre. Allora la vostra voce sarà autorevole, e non un sottofondo fastidioso! (Francesco Agnoli ai Vescovi)

Lo sfogo

di Francesco Agnoli.

Questo è uno sfogo. Forse, gli sfoghi, non servono a nulla. Sono solo cedimenti e debolezze. Ma forse è bene che ogni tanto qualcuno sbotti. Se poi il noioso in questione, cioè il sottoscritto, dirà delle scemenze, ne chiede subito scusa ai lettori. Del resto chi per un motivo o per l’altro è chiamato a scrivere spesso, di errori ne fa, e non pochi. Detto questo, scrivo dopo aver letto un articolo di Mons. Agostino Marchetto, appena apparso sull’Osservatore Romano. Premettiamo subito che questo giornale non è la voce del papa, come è stato in passato. Dopo essere stato per tanti anni un giornale insignificante, banale, espressione chiarissima della crisi post conciliare, è divenuto, da un po’ di tempo, sotto la direzione di Gian Maria Vian, un giornale serio, con grandi firme, laiche ed ecclesiastiche ed articoli belli, sostanziosi. Ciò non toglie che l’OR sia oggi anche un giornale molto “libero”, su cui compaiono articoli che non esprimono sempre una posizione ortodossa.

Penso ad alcuni pezzi di bioetica, scritti da laici di valore, ma non conformi comunque alla dottrina cattolica, oppure ad alcuni articoli comparsi recentemente a firma del vicedirettore, in cui vengono esposte posizioni sulla liturgia completamente all’opposto del pensiero di Benedetto XVI. Con abilità curiale: cioè si contraddice il pensiero del papa sulla messa, ma senza dirlo, senza creare contrapposizioni esplicite, ma solo implicite. Fingendo di non fare quello che si sta facendo…

Ebbene, dicevo, mons. Marchetto ha appena scritto un articolo, per fare cosa? Per attaccare il professor de Mattei! C’è il tiro al bersaglio contro di lui da giorni e giorni: lo attaccano Odifreddi, Repubblica, Uaar, intolleranti giacobini e nemici di Cristo…e Marchetto cosa fa? Prende la palla al balzo per regolare i suoi conti! Veramente inopportuno…

Ma chi è il buon Marchetto? Facciamo un passo indietro. Ricordate quel monsignore che interveniva ogni due per tre in materia di politica, immigrazione ecc? Un po’ come don Sciortino dalle pagine di Famiglia Cristiana…Che quando lo leggi ti chiedi: cosa aspetta costui a candidarsi? A salvare il paese? Tanto nessuno si accorgerebbe che è un prete, sia per come veste, sia perché Cristo compare sulle sue labbra solo relativamente a Berlusconi (che è Satana) o per qualche altra trovata sociologica.

Ma rimaniamo a Marchetto. Il governo faceva una legge, un ministro rilasciava una dichiarazione, magari la solita boutade, più o meno pensata, più o meno imbecille, e Marchetto interveniva, puntuale come un arbitro. Ogni volta sembrava si trattasse di questioni vitali e tirava in ballo l’Olocausto, drammi seri, e altre enormità. Poi non succedeva nulla di nulla…

Anche se ogni suo intervento fosse stato opportuno e interessante- cosa che non era viste le numerose smentite della sala stampa Vaticana: “il pensiero di mons. Marchetto impegna solo lui, non la Santa Sede…”- mi chiedo: è proprio il compito dei preti, quello di intervenire sempre nel dibattito pubblico sull’onda delle polemiche politiche e giornalistiche? Non siamo tutti stufi di questo modo di fare? Serve alla Chiesa questo interventismo?

Me lo diceva recentemente un buon vescovo: “Credi Francesco che sia opportuno che il presidente della Cei faccia ogni volta un lunghissimo pistolotto sulla situazione dell’Italia? E’ quello il nostro compito?”. Avete presente le relazioni dei presidenti Cei? Parlano di economia, di politica, dell’ultimissimo scandalo mediatico e sembra che la Chiesa debba prendere posizione su tutto! Per carità! Piantatela di seppellirci di parole, pesatele, pensatele, intervenite quando è davvero importante; evitate di fare i medici, gli economisti, i sociologi e se penso ad alcuni vescovi, aggiungerei, i sociologi, gli esperti di ecologia, i terzomondismi a poche spese….con poca competenza. Basta! Parlateci di Dio, di vita e di morte, di novissimi, e intervenite, certo, sulla politica, quando occorre. Allora la vostra voce sarà autorevole, e non un sottofondo fastidioso! Allora gli uomini di buona volontà leggeranno una premura, una passione, un cuore, dietro le vostre parole (e per piacere, un po’ più concisi). C’è qualcuno che crede che la crisi di fede di oggi non sia legata, come è sempre stato, ad una crisi di molti uomini di Chiesa?

Mi sto perdendo, e quindi torniamo a noi…. Marchetto, inopportuno come sempre, interviene, per smontare il libro di de Mattei sul Concilio Vaticano II.

Il libro è uscito da mesi, il mons. ne parla male da mesi, a quattr’occhi, spiegando: “leggete il mio di libro”, ma su quello di de Mattei non ha scritto nulla.

Ecco: finalmente in questi giorni, mentre de Mattei è sotto tiro di tutti, gli è sembrato il momento buono per partorire...il topolino.

Per rispondere a 600 pagine di storia, dati, fonti, citazioni, Marchetto scrive poche righe in cui:

1) si dice dispiaciuto perché in verità se de Mattei avesse letto meglio il suo di libro, quello del Marchetto medesimo, allora avrebbe capito…(qui, scusatemi, è anche questione di stile: uno può ritenere il proprio libro il più bello dell’universo, ma mentre stronca quello altrui, evita di fare la ruota con le sue penne);

2) infarcisce l’articoletto di aggettivi dispregiativi, quasi fossero argomenti, e cerca di presentare il libro come l’opera di un estremista di destra, così come il lavoro di Alberigo sarebbe l’opera di un estremista di sinistra. Per sedersi, comodo, al centro, il Marchetto salta di pari passo tutto il problema: perchè, dopo il Concilio, il più grande abbandono di massa di preti della storia? Perché l’apostasia di un continente? Perché il diffondersi persino della pedofilia, tra i religiosi? Perché il franare di una intera società (vedi divorzio, aborto….)?

Per carità, non affrontiamo il problema, sembra dire Marchetto…tutto è andato bene, e basta;

3) infine il metodo: l’opera di de Mattei è uno studio storico, non teologico, e non dei documenti del Concilio, ma dei fatti, del clima, delle strategie.

Vogliamo stare al gioco? De Mattei mostra chiaramente che gli alfieri del Concilio sono stati, nel post Concilio, gli autori della demolizione. Dice qualcosa che Suenens e Lercaro, per fare solo due nomi, siano stati prima moderatori del Concilio e poi affossatori della morale e della liturgia?

Dice qualcosa che i più importanti padri conciliari progressisti, sono stati gli stessi che poi si sono ribellati in massa all’Humanae vitae di Paolo VI?

De Mattei ci descrive l’azione di svariati ecclesiastici, vescovi e periti, ci dice cosa facevano, cosa pensavano, cosa scrivevano sui loro diari, dove sono finiti nel post Concilio…

Se Marchetto vuole smentire, si accomodi: usi i dati storici, i fatti, ne confuti almeno qualcuno, di peso, e non si limiti a discorsi generici. La storia di de Mattei, scrive Marchetto, è “di parte”: certo, descrive soprattutto una parte dei padri conciliari, del loro pensiero…quella parte che ha guidato anche il post concilio, che è stata studiata nei seminari, e si studia tutt’ora…Studia la parte che interessa: per dare la caccia non ad un fantasma, ma alle origini e alle cause di una crisi che è sotto gli occhi di tutti. E che data, in particolare sebbene non soltanto, da una certa epoca.

che dire? ...sottoscriviamo in toto



lunedì 30 maggio 2011

ai fanciulli della Prima Comunione

«C’è una cosa - scrive in un libro un grande scrittore scozzese Bruce Marshall - che dovete ricordarvi e ricordatevela tutta la vita. Quello che imparate in quest’aula (di catechismo) è quel che conta, e che conterà sempre, più di qualunque altra cosa al mondo. Dio vi ha mandato in questo mondo perché salviate le anime vostre, e non c’è nulla di più importante di questo. Quando sarete più grandi, la gente cattiva forse vorrà farvi credere che non è così, e che l’importante è di diventar ricchi e potenti e di essere onorati dai propri simili: non è vero. Ricordatevi sempre che Dio non vede come vede il mondo e che un mendicante sudicio e cencioso, se ha nell’anima la Grazia di Dio, è infinitamente più bello e più prezioso agli occhi del Signore di qualunque monarca in trono che non abbia l’anima in stato di grazia. Cercate di obbedire sempre al Signore. Ricordate che uno, dentro l’anima sua, può aver ragione, mentre il mondo intero, con le chiacchiere rumorose, può aver torto. Forse vi diranno che la religione è una cosa da chiesa e da domenica e che è da sciocchi il cercar di farsi santi, ma avranno torto: visto che questo mondo e i suoi piaceri son destinati a passare, è da sciocchi non cercare di farsi santi, e non ci si può far santi senza essere religiosi tutti i giorni della settimana».