sabato 6 agosto 2011

A suon d'Assisi I, I, III passa l'idea che “mestier non era parturir Maria”… e scusate se è poco...

A suon d'Assisi I, I, III  passa l'idea che “mestier non era parturir Maria”… e scusate se è poco... ecco perché continuiamo a pregare che "il Buon Dio in un modo o in un altro intervenga perché la cosa non avvenga" (Mons. Bernard  Fellay nell' Intervista concessa al Distretto degli Stati Uniti della FSSPX, il 2 febbraio 2011). Sempre nella stessa intervista Mons. Fellay affermava: "Suppongo che cercheranno di provare a minimizzarla". Ciò è puntualmente avvenuto come ci ricorda l'articolo a seguire. Che ripensamenti e cambiamenti preannuncino un annullamento dell'iniziativa lo auspichiasmo vivamente: ciò sia non solo nei nostri auspici ma anche nelle nostre preghiere: continuiamo dunque a pregare perché il Santo Padre receda dal suo proposito.


Assisi: cambiamenti in vista
Recentemente l'ottimo Rodari, su Il Foglio del 7 luglio, interpretava alcuni articoli comparsi sull'Osservatore Romano come una "botta a freddo" ai firmatari dell'appello contro una nuova Assisi 1986, pubblicato qualche mese fa sul Foglio (con anche la mia firma).
Un altro vaticanista, anch’egli molto preparato ed informato, come Andrea Tornielli, legge invece gli stessi articoli in modo opposto: "Dopo l’annuncio a sorpresa dello scorso gennaio, quando Benedetto XVI ha convocato il nuovo raduno delle religioni ad Assisi per invocare la pace, alcuni storici (tra questi Roberto de Mattei) e giornalisti cattolici vicini alla sensibilità più tradizionale hanno firmato un appello chiedendo al Papa di ripensarci. E si sono detti sicuri che qualunque cosa Ratzinger dirà o farà ad Assisi, il messaggio veicolato dai media sarà quello del sincretismo religioso, di un pericoloso abbraccio tra verità ed errore che mette tutto e tutti sullo stesso piano. È evidente che le perplessità esposte dai firmatari erano e sono condivise da più di qualcuno nella Chiesa, anche a livelli più alti, anche all’interno del Vaticano. Non si spiegherebbe altrimenti la sequenza pressante di autorevoli articoli che «L’Osservatore Romano» sta mettendo in pagina per spiegare il significato del gesto papale, prevenirne le interpretazioni scorrette, fissarne i contorni e i contenuti. In sostanza, gli interventi sul quotidiano vaticano servono a fronteggiare la preoccupazione (talvolta il dissenso, anche se non esplicitato) da parte dei cosiddetti ambienti «ratzingeriani». I quali ritengono che la convocazione di Assisi - voluta da Benedetto XVI senza subire pressioni né suggerimenti – non sia in linea con il suo stesso pontificato, con le sue linee programmatiche..." (Vatican Insider).
Per Tornielli dunque sono gli stessi "ambienti ratzingeriani" ad avere paura di una nuova Assisi. Personalmente, non posso che confermarlo. Sono più d’uno gli uomini che a papa Benedetto XVI si richiamano che hanno plaudito, con discrezione, il nostro manifesto, perché temono che un'altra Assisi generi ulteriori confusioni nel già smarrito mondo cattolico.
Ha scritto dunque il cardinal Kurt Koch sull’Osservatore Romano del 7 luglio: “…Una simile "giornata di preghiera" non deve naturalmente essere fraintesa come un atto sincretistico…”. E il cardinal Bertone: “…Quest'ultimo punto era di capitale importanza: il relativismo o il sincretismo, infatti, finiscono per distruggere, anziché valorizzare, la specificità dell'esperienza religiosa. Su questo aspetto si è tornati più volte in seguito, anche a motivo di interpretazioni superficiali, che non sono mancate, di quel primo incontro di Assisi”…
E ancora: “La Giornata di Assisi si svolgerà all'insegna di quegli elementi che già caratterizzarono il primo raduno, venticinque anni fa: la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio. La preghiera sarà vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore, che si sono voluti privilegiare rispetto alle forme pubbliche di preghiera di ciascuna tradizione, in continuità con quanto avvenuto già nell'incontro del 2002. La preoccupazione per evitare anche solo l'impressione di qualsiasi relativismo non è solo cattolica, ed è particolarmente comprensibile nell'odierno contesto culturale, per molti versi refrattario alla questione della verità e per questo incline a una presentazione indifferenziata, e ultimamente irrilevante, del fenomeno religioso”. (Osservatore Romano, 3 luglio 2011).
Sembra chiaro, alla luce di questi interventi, che uomini vicini al papa, consapevoli di quello che significò Assisi 1986 (allora non apprezzato dal cardinal Ratzinger), stanno cominciando in questi tempi a mettere i puntini sulle i, per invitare i cattolici a non cadere nel sincretismo e nel relativismo religioso: appare inevitabile pensare non che lo facciano in opposizione al papa, ma, al contrario, di concerto con Lui.
Si prepara cioè, gradualmente, una qualche correzione di rotta, rispetto al passato, come è dimostrato dal fatto che non vi sarà preghiera comune, ma, dopo il “pranzo condiviso”, “preghiera personale”, come ha dichiarato apertamente il cardinal Tauran, sempre sull’Osservatore Romano; che i luoghi sacri cattolici non saranno dati ai membri di altre religioni per i loro riti (significativa la frase di Bertone: “Ci troveremo a camminare insieme per le strade di Assisi”, non per le chiese…); che verranno invitati anche atei, non credenti, a dimostrazione del fatto che ogni dialogo può essere fatto non in nome di un presunto Dio comune, quanto della comune appartenenza, di tutti, al medesimo genere umano.
Dialogo inter-umano, inter-culturale, dunque, se ciò significa confronto alla luce della ragione, ma ciò dovrebbe avvenire nel rispetto del principio di non contraddizione (una religione o è vera o è falsa, tertium non datur), e, quanto ai cattolici, benché molto spesso non sia così, del I comandamento e dell’evangelico: "Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me" (Gv. 14:6). Altrimenti “mestier non era parturir Maria”…

(da Il Foglio, 21/7/2011)

venerdì 5 agosto 2011

come era verde la mia valle

A George Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, senior fellow all’Ethics and Public Policy Center di Washington, il quale si domanda che “è singolare che l’Irlanda, la cui Costituzione è stata emanata ‘Nel nome della Santissima Trinità’, sia diventata la nazione rumorosamente più anti cattolica nel mondo occidentale”, viene spontaneo rispondere: "E' la libertà religiosa, bellezza!".






mercoledì 3 agosto 2011

Pellegrinaggio della Tradizione al Santuario di Oropa

Raccomandiamo vivamente la partecipazione ai fedeli legati alla Messa tradizionale: sarà l'occasione per implorare la celeste benedizione della Beata Vergine Maria sul Santo Padre e su tutta la Chiesa. In questo frangente della storia della Chiesa la Tradizione si propone come occasione privilegiata per un grande ed imprenscindibile rinnovamento spirituale; ci congratuliamo per l'iniziativa cui auguriamo una piena riuscita.

 

Le chiese di Vocogno e Domodossola
dove si celebra la Messa tradizionale invitano al

Pellegrinaggio della Tradizione alla Madonna di Oropa

sabato 24 settembre 2011

ore 10,30 Raduno in Basilica Antica e processione di salita alla Basilica Nuova.

ore 11.00 Santa Messa solenne in Basilica Nuova.

ore 15.00 S.Rosario di fronte all'immagine miracolosa in Basilica Antica.

lunedì 1 agosto 2011

L’indulgenza plenaria del perdono di Assisi


L'indulgenza Plenaria del Perdono di Assisi. Una notte dell'anno del Signore 1216 Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola presso Assisi, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l'altare il Cristo e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: "Santissimo Padre, benché io sia misero peccatore ti prego che a tutti quanti pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso perdono, con una completa remtssione di tutte le colpe". "Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande - gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indalgenza". E Francesco si presentò subito dal Pontefice Oriorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: "Per quanti anni vuoi questa indilgenza?". Francesco scattando rispose: "Padre Santo, non domando anni ma anime". E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo richiamò: "Come non vuoi nessun documento?". E Francesco: "Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa inlalgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l'opera sua: io non ho bisogno dl alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo d notaio e gli Angeli i testimoni". E qualche giorno più tardi insieme ai Vescovi dell'Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!".


Le condizioni per I'acquisto dell'indulgenza plenaria

Il 2 Agosto di ogni anno (dalle ore 12.00 del 1° Agosto alle 24.00 del 2 Agosto) oppure la domenica stabilita dal Vescovo si acquista l'indulgenza plenaria (In virtù dei meriti di Cristo sono rimesse le pene temporali che dovremmo scontare in Purgatorio) facendo:

1. Visita, entro il tempo prescritto, a una basilica minore, la chiesa cattedrale, o una chiesa parrochiale e recita del: Padre nostro Credo

2. Confessione sacramentale;

3. Comunione eucaristica;

4. Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. (almeno un Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre o altre preghiere a scelta);

5. Disposizione d'animo che escluda ogni affetto al peccato anche veniale

venerdì 29 luglio 2011

L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.

Segnaliamo quest'articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro che pur nella brevità tratteggiano il nodo gordiano della crisi nella Chiesa. E' necessario tornare ai fondamenti del cattolicesimo, anche in modo visibile, come suggerisce il servo di Dio dom Prosper Guéranger (1805-1875)


Accorata invettiva
contro il Cattolicesimo rinunciatario e arrendevole
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Se si ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe ingeneroso. Ma sarebbe ancor più fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, sia stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.
Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo. Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui il Concilio Vaticano II ha appiccicato l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”. Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.
Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare in faccia al mondo che le logiche democratiche le lascia volentieri alle democrazie mondane.
Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede.
Però è innegabile che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.
Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”.
Un elenco terribile e attuale su cui urge riflettere.

da "Il Foglio"- 29 luglio 2011

"Abbiamo trovato la tomba di san Filippo"


Lo ha annunciato Francesco D'Andria in Turchia

E' stata probabilmente ritrovata la tomba dell'apostolo passato alla storia per il celebre rimprovero rivoltogli da Gesù: "Filippo, da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto?" (Giovanni, 14, 9). Il ritrovamento è avvenuto in Anatolia occidentale, precisamente a Pamukkale, l'antica Hierapolis, città in cui Filippo, dopo aver predicato in Grecia e Asia Minore, morì. La scoperta si deve alla missione archeologica italiana avviata già nel 1957, e composta oggi da un'équipe internazionale diretta dal 2000 da Francesco D'Andria, docente all'università del Salento.
La ricerca della tomba di san Filippo va dunque avanti da molto tempo. Un risultato importante si ebbe già nel 2008, quando l'équipe riportò alla luce la strada processionale percorsa dai pellegrini per raggiungere il sepolcro dell'apostolo. E finalmente quest'anno - ci racconta telefonicamente dalla Turchia il direttore della missione - "accanto al Martyrion (edificio di culto ottagonale costruito sul luogo dove forse Filippo fu martirizzato), abbiamo individuato una basilica del V secolo a tre navate. Questa chiesa fu costruita intorno a una tomba romana del I secolo che, evidentemente, era tenuta in enorme considerazione se si decise più tardi di edificarvi attorno una basilica. Si tratta di una tomba non a fossa, ma a sacello, con tanto di frontone e camera funeraria".
Ebbene, collegando tra loro questi e molti altri elementi, "siamo giunti alla certezza - conclude D'Andria - di aver individuato la tomba dell'apostolo Filippo, che era al centro di tutto il sistema di pellegrinaggio a lui legato".
Nel IV secolo, Eusebio di Cesarea scrisse che due stelle brillavano in Asia: Giovanni, sepolto a Efeso, e Filippo "che riposa a Hierapolis". In effetti non vi sono dubbi che l'apostolo di Betsaida di Galilea, poi al centro di alcuni testi apocrifi di tendenza gnostica, terminò i suoi giorni a Gerapoli. E la città a lungo si gloriò di lui e delle sue quattro figlie, dotate - stando al racconto di Eusebio (Storia ecclesiastica, III, 39, 9) - di carisma profetico. Controversa, invece, è la questione legata alla morte dell'apostolo. Secondo la tradizione più antica infatti egli non morì martire - così sostiene Eracleone, negli Stromatèis di Clemente Alessandrino (IV, 71, 3) - mentre gli apocrifi raccontano che subì il martirio per mano romana.

Giulia Galeotti

da L'Osservatore Romano del 29 luglio 2011

martedì 26 luglio 2011

"metteranno le mani su di voi" (Lc 21,12)


Aggredito sacerdote, colpevole di celebrare la Messa in latino
di Domenico Rosa
 
Da tempo si ripetevano gli avvertimenti nei confronti di Don Garcia Pardo
 
"Tu sei stato duro ma ti romperemo la testa. Firmato [ndr] Il tuo amico Satana". Questo è uno dei tanti messaggi minatori inviati a don Hernan Garcias Pardo, parroco di San Michele a Ronta (Fi). La sua colpa, quella di celebrare la messa in latino, liberalizzata da Benedetto XVI nel settembre del 2007.
Gli avvertimenti, che ormai si ripetevano da tempo, non hanno fatto desistere il sacerdote, che nonostante tutto ha continuato a dir messa col rito antico. L'epilogo mercoledì scorso, quando è stato malmenato da un 'fedele' nella canonica del paese alla presenza dell'anziana madre. Le botte prese gli hanno procurato una contusione alla spalla, condotto al pronto soccorso di Borgo San Lorenzo è stato medicato.
La notizia oggi è apparsa sul Giornale del Toscana, le accuse rivolte a don Hernan sono quelle di disperdere il gregge, soprattutto non gli perdonano la distribuzione della comunione in bocca e in ginocchio invece che in mano, allo stesso modo di Benedetto XVI. Per altri il prelato italo-argentino ha solo riportato un pò di sacra austerità in parrocchia, bandendo le chitarre dalle funzioni e riportando all'interno delle mura della pieve l'antico canto gregoriano.
La stampa ha calato il silenziatore sulla vicenda, ma nel Mugello, la gente parla dell'accaduto, è scossa da tanta ostilità nei confronti di un uomo di Dio.
Il papa nel promulgare il Motu Proprio, ha voluto dare un segnale di unità, ha parlato a suo tempo di riconciliazione, ma a quanto pare non tutti sono d'accordo, e a volte, come in questo caso, qualcuno manifesta il proprio dissenso brutalmente, compiendo un'aggressione in piena regola contro chi, inerme, ha votato la propria vita nei confronti del prossimo.

Fonte: Il sito di Firenze (

lunedì 25 luglio 2011

il fuoco del dogma


LA VIA SOPRANNATURALE
PER RIPORTARE PACE TRA
PRIMA E DOPO IL VATICANO II

(con finale richiesta al Santo Padre di una iniziativa da prendere in vista del
50° anniversario della chiusura del Concilio)

di Enrico Maria Radaelli

Nota dell'Autore

Il presente testo, approntato appositamente per il sito internet di Sandro Magister (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348309), venendo a costituire la più chiara chiave ermeneutica per comprendere appieno l’inalienabilità e la profondità della relazione metafisica tra Bellezza e Verità, col presente “dodicesimo” è stato allegato al saggio La Bellezza che ci salva, di cui è quasi l’anima.

Il presente testo è stato rivisto e corretto dall'Autore



La discussione che sta avvenendo, grazie alla meritevole idea e alla conseguente ospitalità di Sandro Magister sul suo sito internet, (1) tra scuole di diverse e opposte posizioni riguardo a riconoscere nel concilio ecumenico Vaticano II continuità o discontinuità con la tradizione, oltre che chiamarmi in causa direttamente fin dalle prime battute, tocca da vicino alcune pagine preliminari del mio recente libro La bellezza che ci salva.

Il fatto di gran lunga più significativo del saggio è la comprovata identificazione delle “Origini della bellezza” con quelle quattro qualità sostanziali che san Tommaso (vi si veda il primo capitolo) mostra essere i nomi dell’Unigenito di Dio, identificazione che dovrebbe chiarire una volta per tutte il fondamentale e non più eludibile legame che un concetto ha con la sua espressione, che è a dire la verità con la bellezza, il linguaggio con la dottrina che lo utilizza.

Mi pare doveroso intervenire e fare così alcuni chiarimenti per mi parrebbero decisivi per chi vuole ricostruire quella Città della bellezza che è la Chiesa e riprendere così l’unica strada (questa la tesi del mio saggio) che può portarci alla felicità eterna, che ci può cioè salvare.
Completo il mio intervento con il suggerimento della richiesta che meriterebbe essere fatta al Santo Padre affinché, ricordando con mons. Gherardini che nel 2015 cadrà il 50° anniversario del concilio, (2) la Chiesa tutta approfitti di questo straordinario evento per ripristinare la pienezza di quel munus docendi sorprendentemente sospeso cinquant’anni fa.

Riguardo al tema in discussione, la questione è stata ben riassunta da Padre Cavalcoli: «Il nodo del dibattito è qui. Siamo infatti tutti d’accordo - Gherardini, de Mattei [e il sottoscritto] e noi [padre Cavalcoli, Padre Valuet, il professor Introvigne e il reverendo professor Rhonheimer] - che le dottrine già definite [dal magistero dogmatico della Chiesa pregressa] presenti nei testi conciliari sono infallibili. Ciò che è in discussione è se sono infallibili anche gli sviluppi dottrinali, le novità del Concilio».

Il Domenicano si avvede infatti che la necessità è di «rispondere affermativamente a questo quesito, perché altrimenti che ne sarebbe della continuità, almeno così come la intende il papa?». E non potendo fare, come ovvio, le affermazioni che pur vorrebbe fare, le gira nelle

opposte domande, cui qui darò la risposta che avrebbero se si seguisse la logica aletica insegnataci dalla filosofia.


PRIMA DOMANDA: «È AMMISSIBILE CHE LO SVILUPPO DI UNA DOTTRINA DI FEDE O PROSSIMA ALLA FEDE GIÁ DEFINITA SIA FALSO?»

Caro Padre Cavalcoli, lei per la verità avrebbe tanto voluto dire: «Non è ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso». Invece la risposta è: sì, lo sviluppo può essere falso, perché una premessa vera non porta necessariamente a una conclusione vera, ma può portare pure a una conclusione falsa, o a più, tant’è che in tutti i concilii del mondo – persino nei dogmatici – si confrontarono le più contrastanti posizioni proprio in odore a tale possibilità: per avere lo sperato sviluppo di continuità delle verità per grazia
rivelate non basta essere teologi, vescovi, cardinali o Papi, ma è necessario richiedere l’assistenza speciale, divina, data dallo Spirito Santo di Cristo solo a quei concilii in cui essi si radunano che, dichiarati alla loro apertura solennemente e indiscutibilmente a carattere dogmatico, tale divina assistenza se la garantiscono formalmente. In tali soprannaturali casi avviene che lo sviluppo dato alla dottrina soprannaturale risulterà garantito come vero tanto quanto come vere sono già divinamente garantite le sue premesse.

Ciò non è avvenuto all’ultimo concilio, dichiarato formalmente a carattere squisitamente pastorale almeno tre volte: alla sua apertura, che è quel che conta, poi all’apertura della seconda sessione e per ultimo in chiusura; sicché in tale assemblea da premesse vere si è potuti giungere a volte anche a conclusioni almeno opinabili (a conclusioni che, canonicamente parlando, rientrano nel 3° grado di costrizione magisteriale, quello che, trattando temi a carattere morale, pastorale o giuridico, richiede unicamente «religioso ossequio») se non «addirittura errate», come riconosce lo stesso Padre Cavalcoli contraddicendo la sua tesi portante, «e comunque non infallibili» (Idem), e che dunque «possono essere anche mutate»
(Idem), sicché, anche se disgraziatamente non vincolano formalmente, ma “solo” moralmente il pastore che le insegna anche nei casi siano di incerta fattura, provvidenzialmente non sono affatto obbligatoriamente vincolanti l’obbedienza del fedele.

D'altronde, se a gradi diversi di magistero non si fanno corrispondere gradi diversi di assenso del fedele non si capisce cosa ci stiano a fare i gradi diversi di magistero. I gradi diversi di magistero sono dovuti ai gradi diversi di prossimità di conoscenza che essi hanno con la Realtà prima, con la Realtà divina rivelata cui si riferiscono, e è ovvio che le dottrine rivelate direttamente da Dio pretendono un ossequio totalmente obbligante (1° grado), tali come le dottrine a loro connesse se presentate con definizioni dogmatiche o con atti definitivi (2° grado); entrambe si distinguono da quelle altre dottrine che, non potendo appartenere al primo ceppo, potranno essere annoverate al secondo solo allorquando si sarà appurata con argomenti plurimi, prudenti, chiari e irrefutabili la loro connessione intima, diretta ed evidente con esso nel rispetto più pieno del principio di Lérins recepito nel Vaticano I (quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est), garantendo così al fedele di trovarsi anch’esse dinanzi alla conoscenza più prossima di Dio; tutto ciò, come si può capire, si può ottenere soltanto nell’esercizio più consapevole, voluto e implorato dalla e sulla Chiesa del munus dogmatico.

La differenza tra le dottrine di 1° e 2° grado e quelle di 3° è data dal carattere certamente soprannaturale delle prime, che invece nel 3° gruppo non è garantito: forse c’è, ma forse anche non c’è. Quel che va colto è che il munus dogmatico è: 1) un dono divino; dunque, 2), un dono da richiedere espressamente; e 3), un dono la cui non richiesta non offre poi alcuna garanzia di assoluta verità che unicamente quel munus sopradetto accompagna, e che dunque sgancia magistero e fedeli da ogni obbligo (l'uno di veridicità, gli altri di obbedienza), pur richiedendo loro religioso ossequio: nel 3° grado potrebbero trovarsi indicazioni e congetture di ceppo naturalistico, e il vaglio per verificare se, depuratele da tali eventuali anche microbiche infestazioni, è possibile un loro innalzamento al grado soprannaturale, può compiersi unicamente mettendole a confronto col fuoco dogmatico: la paglia brucerà, ma il ferro divino, se c’è, risplenderà certo in tutto il suo fulgore.

È ciò che è successo alle dottrine dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, oggi dogmi, articoli cioè di fede appartenenti oggi di diritto al 2° gruppo: ma fino rispettivamente al 1854 e al 1950 esse appartevano al gruppo delle dottrine opinabili, al 3°, alle quali si doveva nient’altro che «religioso ossequio», pari pari a quelle dottrine novelle che, più avanti elencate qui in breve e sommario inventario, si affastelleranno nel più recente insegnamento della Chiesa dal 1962. Ma nel 1854 e nel 1950 il fuoco del dogma le circondò della sua divina e peculiare marchiatura, le avvampò, le vagliò, le impresse e infine in eterno le sigillò quali ab initio e per sese già esse nella loro più intima realtà erano: verità certissime e universalmente comprovate, dunque di diritto appartenenti al ceppo soprannaturale (il 2°) anche se fino allora non formalmente riconosciute sotto tale splendida veste: felice riconoscimento, e qui si vuol appunto sottolineare: riconoscimento degli astanti, Papa in primis, non affatto trasformazione del soggetto: come quando i critici d’arte, osservata sotto ogni punto di vista e indizio utili ad avvalorarla o smentirla – certificati di provenienza, di passaggi di proprietà, prove di pigmentazione, di velatura, pentimenti, radiografie e riflettografie – riconoscono in un quadro d’autore la sua più indiscutibile e palmare autenticità.

Quelle due dottrine si rivelarono entrambe di fattura divina, e della più pregiata. Se qualcuna dunque di quelle più recenti è della stessa altissima mano lo si riscontrerà pacificamente col più splendido dei mezzi.

SECONDA DOMANDA: «PUÓ IL NUOVO CAMPO DOGMATICO ESSERE IN CONTRADDIZIONE CON L'ANTICO?»

Ovviamente no, non può in alcun modo, infatti dopo il Vaticano II non abbiamo alcun «nuovo campo dogmatico», come si esprime il Domenicano, anche se molti vogliono far passare le novità conciliari e postconciliari per tale pur essendo il Vaticano II un semplice se pur solenne (della solennità dovuta a un concilio ecumenico, come rivela anche mons. Gherardini) e straordinario «campo pastorale»: nessuno dei documenti richiamati da Padre Valuet alla sua nota 5 dichiara un’autorevolezza del concilio maggiore di quella da cui esso fu investito fin dall’inizio: nient’altro che una solenne e universale (= ecumenica), adunanza “pastorale” intenzionata a dare al mondo alcune indicazioni pastorali, rifiutandosi dichiaratamente e ostentatamente di definire dogmaticamente (o anatemizzare) alcunché.

Tutti i maggiorenti neomodernisti (o sempliciter novatori che dir si voglia) che - come sottolinea il professor de Mattei nel suo Il concilio Vaticano II. Una storia mai scritta - furono attivi nella Chiesa fin dai tempi di Pio XII: teologi, vescovi e cardinali della Nouvelle Théologie come Alfrink col suo perito Schillebeeckx, Bea, Câmara, Carlo Colombo, Congar, De Lubac, Döpfner, Frings col suo perito Ratzinger; König col suo Küng; Garrone col suo Daniélou; Lercaro, Liénart, Maximos IV, Montini, Suenens, e, quasi gruppo a sé, i tre maggiorenti della cosiddetta scuola di Bologna: ieri Dossetti e Alberigo, oggi Melloni, hanno nello svolgimento del Vaticano II e dopo di esso cavalcato con ogni sorta di espedienti la rottura con le detestate dottrine pregresse sullo stesso presupposto, equivocando cioè sulla solennità della straordinaria adunanza (ripeto: indubbia); per cui si ha che tutti costoro compirono de facto rottura e discontinuità proclamando de voce saldezza e continuità. Che vi sia poi da parte loro e poi universalmente oggi desiderio di rottura con la Tradizione è riscontrabile almeno: 1) dal più largo scempio perpetrato sulle magnificenze degli altari antichi; 2) dall’egualmente universale odierno rifiuto di tutti i vescovi del mondo tranne due o tre a dare il minimo spazio al Rito Tridentino o Gregoriano, in stolida e ostentata disobbedienza alle direttive della Summorum Pontificum, e si potrebbe continuare; lex orandi, lex credendi: se tutto ciò non è rigetto della Tradizione, cosa allora?

Malgrado ciò, e la gravità di tutto ciò, non si può però ancora parlare in alcun modo di rottura: la Chiesa è «tutti i giorni» sotto la divina garanzia data da Cristo nei giuramenti di Mt 16, 18 (Portæ inferi non prævalebunt) e di Mt 28, 20 (Ego vobiscum sum omnibus diebus) e ciò la mette metafisicamente al riparo da ogni timore in tal senso, anche se il pericolo è sempre alle porte e spesso i tentativi in atto; ma chi sostiene un’avvenuta rottura (alcuni dei maggiorenti anzidetti, ma anche i sedevacantisti) cade nel naturalismo.

Però non si può parlare neanche di saldezza, cioè di continuità con la Tradizione, perché è sotto gli occhi di tutti che le più varie dottrine uscite dal e dopo il concilio: ecclesiologia, collegialità, panecumenismo, rapporto con le altre religioni, filogiudaismo, irenismo, medesimezza del Dio adorato da cristiani, ebrei e islamici; correzione della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”, unicità delle fonti della Rivelazione, libertà religiosa, teodicea, antropocentrismo, aniconologia, o quella da cui è nato il Novus Ordo Missæ in luogo del Gregoriano (oggi raccattato a fianco del primo, ma subordinatamente!), sono tutte dottrine che una per una non reggerebbero alla prova del fuoco del dogma, se si avesse il coraggio di provare a dogmatizzarle, fuoco che consiste nel dar loro sostanza teologica con richiesta precisa di assistenza dello Spirito Santo di Cristo, vedasi il corpus theologicum posto a loro tempo a base dell’Immacolata Concezione o dell’Assunzione; esse sono realizzate unicamente per il fatto che non vi è nessuna barriera dogmatica alzata per non permettere il loro concepimento, però poi si impone una fasulla continuità col dogma per pretendere verso di esse l’assenso de fide necessario all’unità e alla continuità (si vedano per esempio, ivi, le pp. 70 sgg., 205 e 284 (3)), restando così tutte in pericoloso e «fragile borderline tra continuità e discontinuità» (p. 49), ma sempre al di qua del limite dogmatico, che infatti, se applicato, determinerebbe la loro fine, e non invece, come qualcuno paventa, la del tutto impossibile «uscita della Chiesa da se stessa» (p. 43). Anche l’affermazione di continuità tra tali dottrine e Tradizione pecca a mio avviso di naturalismo.

TERZA DOMANDA: «SE NOI NEGHIAMO L'INFALLIBITÀ DEGLI SVILUPPI DOTTRINALI DEL CONCILIO CHE PARTONO DA PRECEDENTI DOTTRINE DI FEDE O PROSSIME ALLA FEDE, NON INDEBOLIAMO LA FORZA DELLA TESI CONTINUISTA?»

Certo che la indebolite, anzi la annientate. E date forza alla tesi opposta, che continuità non c’è. E questo in odore alla verità.

Niente rottura, ma anche niente continuità. E allora cosa? La via d’uscita la suggerisce Romano Amerio con quella che l’autore di Iota unum (p. 28 dell'edizione Lindau) definisce «la legge della conservazione storica della Chiesa», raccolta a p. 41 del mio saggio, per la quale «la Chiesa non va perduta nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità». E quando la Chiesa non pareggia la verità? Quando i suoi insegnamenti la dimenticano, oppure la confondono, la intorbidano, la mischiano, come avvenuto (non è la prima volta e non sarà l’ultima, vedasi la mia Postfazione a Iota Unum, Lindau, pp. 702-707) dal Concilio a oggi; e quando perderebbe la verità? (Al condizionale: si è visto che non può in alcun modo perderla). Solo se la anatemizzasse, o se viceversa dogmatizzasse una dottrina falsa, cose che potrebbe fare il Papa e solo il Papa, se (= “nella metafisicamente impossibile ipotesi che”) le sue labbra dogmatizzanti e anatematizzanti non fossero soprannaturalmente legate dai due sopraddetti giuramenti di Nostro Signore.
Insisterei su questo punto, che mi pare decisivo.

Qui si avanzano delle ipotesi, ma, come dico nel mio libro (p. 55), «lasciando alla competenza dei Pastori ogni verifica della cosa e ogni successiva conseguenza, per esempio del se e del chi eventualmente, e in che misura, sia incorso od ora incorra» negli atti configurati. Nelle primissime pagine evidenzio in particolare come non si possono alzare gli argini al fiume di una bellezza salvatrice se non sgombrando la mente da ogni equivoco, errore o malinteso: la bellezza si accompagna unicamente alla verità (p. 23), e tornare a far del bello nell’arte (almeno nella sacra) non si riesce se non lavorando nel vero di insegnamento e atto liturgico.

Quello che a mio avviso si sta perpetrando nella Chiesa da cinquant’anni è un ricercato amalgama tra continuità e rottura. È lo studiato governo delle idee e delle intenzioni spurie nel quale si è cambiata la Chiesa senza cambiarla, sotto la copertura (da mons. Gherardini nitidamente illustrata anche nei suoi libri più recenti) di un magistero volutamente sospeso, a partire dal Discorso d’apertura del concilio Gaudet Mater Ecclesia, in una tutta innaturale e tutta inventata sua forma detta con grande imprecisione teologica, “pastorale”: si è svuotata la Chiesa delle dottrine poco o nulla adatte all’ecumenismo e perciò invise ai maggiorenti visti sopra e la si è riempita delle idee “ecumeniche” di quegli stessi, e ciò si è fatto senza toccarne punto la veste metafisica, natura sua dogmatica (p. 62), natura sua cioè soprannaturale, ma lavorando unicamente su quel «campo» del suo magistero che inferisce solo sulla sua «conservazione storica». In altre parole: non c’è rottura formale, né peraltro formale continuità, unicamente perché i Papi degli ultimi cinquant’anni si rifiutano di ratificare nella forma dogmatica di 2° livello le nuove dottrine di 3° che sotto il loro governo stanno devastando e svuotando la Chiesa (p. 285). Ciò vuol dire che in tal modo la Chiesa non pareggia più la verità, ma neanche la perde, perché i Papi, persino in occasione di un concilio, si sono formalmente rifiutati e di dogmatizzare le nuove dottrine e di anatemizzare le pur disistimate (o corrette o raggirate) dottrine pregresse.

Come si vede, si potrebbe anche ritenere che tale incresciosissima situazione andrebbe a configurare un peccato del magistero, e grave, sia contro la fede, sia contro la carità (p. 54): non sembra infatti che si possa disobbedire al comando del Signore di insegnare alle genti (cfr. Mt 28, 19-20) con tutta la pienezza del dono di conoscenza elargitoci, senza con ciò «deviare dalla rettitudine che l’atto (di '‘insegnamento educativo alla retta dottrina”) deve avere (S. Th. I, 25, 3, ad 2). Peccato contro la fede perché la si mette in pericolo, e infatti la Chiesa negli ultimi cinquant’anni, svuotata di dottrine vere, si è svuotata di fedeli, di religiosi e di preti, diventando l’ombra di se stessa (p. 76). Peccato contro la carità perché si toglie ai fedeli la bellezza dell’insegnamento magisteriale e visivo di cui solo la verità risplende, come illustro in tutto il secondo capitolo. Il peccato sarebbe d’omissione: sarebbe il peccato di «omissione della dogmaticità propria alla Chiesa» (pp. 60 sgg.), con cui la Chiesa volutamente non suggellerebbe sopranaturalmente e così non garantirebbe le indicazioni sulla vita che ci dà.

Questo stato di peccato in cui verserebbe la santa Chiesa (infatti si intende sempre: di alcuni uomini della santa Chiesa), se riscontrato, andrebbe levato e penitenzialmente al più presto anche lavato, giacché, come il cardinale José Rosalio Castillo Lara scriveva al cardinale Joseph Ratzinger nel 1988, il suo attuale ostinato e colpevole mantenimento «favorirebbe la deprecabile tendenza […] a un equivoco governo cosiddetto “pastorale”, che in fondo pastorale non è, perché porta a trascurare il dovuto esercizio dell’autorità con danno al bene comune dei fedeli» (pp. 67-8).

Per restituire ancora una volta alla Chiesa la parità con la verità, come le fu restituita ogni volta che si trovò in simili drammatiche traversie, non c'è altra via che tornare alla pienezza del suo munus docendi, facendo passare al vaglio del dogma a 360 gradi tutte le false dottrine di cui oggi è intrisa, e riprendere come habitus del suo insegnamento più ordinario e pastorale (nel senso rigoroso del termine: “trasferimento della divina Parola nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo”) l’atteggiamento dogmatico che l’ha sopranaturalmente condotta fin qui nei secoli. Ripristinando la pienezza magisteriale sospesa si restituirebbe alla Chiesa storica l’essenza metafisica sottrattale, e con ciò si farebbe tornare sulla terra la sua bellezza divina in tutta la sua più riconosciuta e assaporata fragranza.


PER CONCLUDERE, UNA PROPOSTA

Ci vuole audacia. E ci vuole Tradizione. In vista della scadenza del 2015, 50° anniversario del concilio della discordia, bisognerebbe poter promuovere una forte e larga richiesta al Trono più alto affinché, nella sua benignità, non perdendo l’occasione davvero speciale di tale eccezionale ricorrenza, consideri che vi è un unico atto che può riportare pace tra l’insegnamento e la dottrina elargiti dalla Chiesa prima e dopo la fatale assemblea, e quest’unico, eroico, umilissimo atto è quello di accostare al soprannaturale fuoco del dogma le dottrine sopra accennate invise ai fedeli di parte «tradizionalista» (p. 289), e le contrarie: ciò che deve bruciare brucerà, ciò che deve risplendere risplenderà. Da qui al 2015 abbiamo davanti tre anni abbondanti. Bisogna utilizzarli al meglio. Preghiere e intelligenze debbono essere portate alla pressione massima: fuoco al calor bianco. Senza tensione non si ottiene niente, come a Laodicea.
Questo atto che qui si propone di compiere, l’unico che potrebbe tornare a riunire in un’unica cera, come dev’essere, quelle due potenti anime che palpitano nella santa Chiesa e nello stesso essere, riconoscibili l’una negli uomini “fedeli specialmente a ciò che la Chiesa è”, l’altra negli uomini il cui spirito è più aggettato, diciamo così, al suo domani, è l’atto che, mettendo fine con bella decisione a una cinquantennale situazione piuttosto anticaritativa e alquanto insincera, riassume in un governo soprannaturale i santi concetti di Tradizione e Audacia: per ricostruire la Chiesa e tornare a fare bellezza, il Vaticano II va letto nella griglia della Tradizione con l’Audacia infuocata del dogma.

Dunque tutti i «tradizionalisti» della Chiesa, a ogni ordine e grado come a ogni particolare taglio ideologico appartengano, sappiano raccogliersi in un’unica sollecitazione, in un unico progetto: giungere al 2015 con la più vasta, consigliata e ben delineata istanza affinché tale ricorrenza sia per il Trono più alto l’occasione più propria per ripristinare il divino munus docendi su tutta la Chiesa nella sua pienezza.

Enrico Maria Radaelli

NOTE
1 - A partire da http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1347420; le citazioni successive di Padre Giovanni Cavalcoli sono prese da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348041
2 - Cfr. «Divinitas», anno 2011, 2, p. 188.
3 - Enrico Maria Radaelli,
La bellezza che ci salva.






giovedì 21 luglio 2011

prima o poi doveva capitare

Rorate caeli ci informa della cremazione di un vescovo della Chiesa Cattolica domandandosi quale messaggio la Chiesa invierà mai al mondo quando un successore degli Apostoli sceglie di essere cremato. Ce lo domandiamo anche noi e se pensiamo alla possibile risposta ci tremano le vene dei polsi. Preghiamo per quest'anima e per la Chiesa. Intanto per non pensare a tanto squallore vi proponiamo il filmato della sepoltura dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, Otto d'Asburgo.


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I FUNERALI DI OTTO D'ASBURGO

Commovente è l'ultima tappa alla chiesa dei cappuccini quando per entrarvi e avervi riposo bisogna lasciar fuori prima ogni altisonante titolo e presentarsi come umili peccatori bisognosi di suffragio...


All'ingresso alla Cripta dei Cappuccini, la cerimonia ha avuto luogo secondo un cerimoniale antico. Questa volta, c'è stata una leggera variazione, nel senso che al posto della versione abbreviata dei titoli del defunto, nella seconda risposta l’araldo ha enunciato i suoi uffici e gli onori che aveva ricevuto in vita.


Frate cappuccino: "Chi chiede l'ingresso?"

L’Araldo: "Otto d'Austria, già principe ereditario di Austria-Ungheria, Principe Reale di Ungheria e Boemia, di Dalmazia, Croazia, Slavonia, Galizia, Lodomeria e Illiria, Granduca di Toscana e di Cracovia, Duca di Lorena, Salisburgo, Stiria, Carinzia, Carniola e della Bucovina, Gran Principe di Transilvania, margravio di Moravia, Duca di Alta e Bassa Slesia, Modena, Piacenza e Guastalla, di Auschwitz, Zator, Teschen, Friuli, Ragusa e Zara; Conte regnante del Asburgo e Tirolo, Kyburg, Gorizia e Gradisca, principe di Trento e Bressanone, margravio di Lusazia superiore e inferiore e in Istria, Conte di Hohenems, Feldkirch, Bregenz e Sonnenberg, ecc. Signore di Trieste, Cattaro e marchese di Windic; Gran voivoda del Voivodato di Serbia, ecc. ecc. "

Frate cappuccino: "Noi non lo conosciamo."

L’Araldo bussa di nuovo.

Frate cappuccino: "Chi chiede l'ingresso?"

L’Araldo: "Dr. Otto von Habsburg, Presidente e Presidente Onorario dell'Unione paneuropea, membro e padre della Casa del Parlamento europeo, dottore honoris causa di numerose università e cittadino onorario di molte città in Europa centrale, membro di venerabili Accademie ed Istituti , portatore di alte ed altissime decorazioni Stato e Chiesa, ordini e onori, che sono stati concessi a lui in riconoscimento del suo decennale lotta per la libertà dei popoli, per ciò che è retto e giusto. "

Frate cappuccino: "Noi non lo conosciamo."

L’Araldo bussa per la terza volta.

Frate cappuccino: "Chi chiede l'ingresso?"

L’Araldo: "Otto, un mortale, un uomo peccatore." Ed ecco che le porte della Cripta dei Cappuccini si aprono.



Dopo il funerale di Vienna, il cuore di Otto è stato portato in Ungheria dove è stato sepolto.

lunedì 18 luglio 2011

Che pena quel peana!...


L'articolo “Missa antiqua o moderna?”, pubblicato su Vita pastorale n. 7/2011, pp. 16-18, a firma Severino Dianich, ha scandito in modo sconcertante il rintocco del quarto anniversario del Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. L'autore colleziona, infatti, una serie di affermazioni in stridente dissonanza con la lettera e con lo spirito del Documento pontificio, del resto mai degnato di una citazione, come se non fosse il più autorevole intervento sulla questione. Forse un Teologo di valore, qual è Dianich, è dispensato dal prendere in seria e rispettosa considerazione il Magistero ecclesiale? Forse scambia, anche lui, l'intervento di Sua Santità Benedetto XVI per una benevola concessione a una minoranza di nostalgici? In realtà, trattasi di una approfondita riflessione sul problema teologico, serio, implicato in una Riforma liturgica di vasta e radicale portata, come quella prodotta in seguito al Concilio Vaticano II: avvenimento più unico che raro nella storia della Chiesa. Non dimentichiamo che la Chiesa nel corso della sua storia ha saputo coniugare un solido aggancio al principio della Tradizione ed insieme una certa duttilità ad adattare lo stesso principio a situazioni del tutto nuove: pensiamo per esempio al fatto che nel Secolo VI, si mal digeriva anche solo il minimo sospetto che Papa Gregorio Magno avesse modificato qualche uso liturgico romano, mutuando dal Rito bizantino (circa l'Alleluja, il Kyrie, il Pater e le vesti dei Suddiaconi); e che nel Secolo IX, mentre i Prelati tedeschi, confinanti infastiditi dalla nascita di una Chiesa particolare indipendente ai loro confini, nonché gli Esperti e i Prelati veneziani e romani, contestavano ai Missionari greci Cirillo e Metodio di aver osato introdurre la lingua parlata nella Liturgia presso i Popoli Slavi, appartenenti alla giurisdizione missionaria-patriarcale di Roma, Papa Adriano II approvò e benedisse i Libri liturgici presentati dai due santi Fratelli Missionari. 

Ci permettiamo qualche osservazione su alcuni punti del predetto articolo.

L'Autore parte definendo “legittima promozione” il dispositivo del Motu proprio circa la Liturgia in rito tridentino, e mette in discussione la denominazione “antiqua”. In realtà, non di “promozione” si tratta, ma di chiarificazione di un fraintendimento generale: il Rito preconciliare, precisa il documento pontificio, “non è mai stato abrogato (SP, 1). “Antiqua” è solo uno dei vari aggettivi appropriati alla Liturgia in uso nella Chiesa Latina fino al Concilio Vaticano II ed oltre. Non appropriazione indebita, ma solo conseguenza naturale della scelta di denominare “Novus” l'“Ordo Missae”, confezionato dall'apposita Commissione post-conciliare incaricata e avvallata da Papa Paolo VI.

Il Dianich continua sostenendo che la Commissione liturgica successiva al Concilio Vaticano II ha finalmente realizzato, a distanza di quattro secoli, quanto la Commissione liturgica del Concilio di Trento avrebbe voluto, ma non fu in grado di fare, se non “in piccola parte”, data l'inferiorità di mezzi e di uomini (?!), a disposizione in quel tempo. Con una strana trasposizione storico-ideologica, l'Autore immagina che Pio V avesse insediato una Commissione dopo il Concilio di Trento con le stesse intenzioni e gli stessi criteri della Commissione che ha prodotto la Riforma liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Ma davvero Pio V e i suoi Esperti intendevano trasformare e adattare la Liturgia romana ai tempi moderni (di allora), abrogando la forma in uso, sotto accusa per abbandono delle forme più antiche, più autentiche per definizione? Le “sovrastrutture introdotte” erano davvero“infinite”? I Padri del Concilio e gli Incaricati del Papa, erano convinti che occorresse demolire l'edificio liturgico in uso, snaturato, secondo Dianich, dalla Devotio moderna-individualista, e ricostruirlo dalle fondamenta con un collage di antichità taglia-copia-incolla? Non pare proprio. 

Nessun Cattolico, in quel tempo, dubitava che l'impianto dell'edificio liturgico non fosse più sostanzialmente sano e autentico. Secondo la convinzione comune, dagli Intellettuali agli Illetterati, il progetto originario non era mai andato smarrito e nessuno aveva mai osato modificarlo. Come avrebbe potuto accadere in una Chiesa attaccata scrupolosamente, da sempre, al principio “nihil innovetur”, specialmente nella Liturgia, realtà sacra e intangibile per eccellenza, fin nei minimi particolari? Qualche “sfrondamento” e qualche correzione erano ritenuti sufficienti per riportare il tutto al suo splendore più puro, che non era necessariamente lo stadio più arcaico.

Quanto alla lingua liturgica, il Concilio di Trento ammetteva senza difficoltà il pluralismo linguistico, e non solo linguistico, delle Liturgie orientali. Il pluralismo legittimo era fuori discussione anche all'interno della Chiesa Latina, dove restavano consentiti Messali alternativi a quello di Pio V, purché dotati di un minimo d'antichità. L'uso della lingua parlata in ambito liturgico, a istruzione e a edificazione spirituale dei Fedeli, non fu condannato, anzi fu caldamente raccomandato, purché integrativo e non esclusivo. Trento condanna solo chi sostiene che nella Chiesa latina la Messa deve essere celebrata solo in lingua volgare (…); e che è da condannare dire sottovoce la parte del Canone e le parole della Consacrazione(Sess. XXII, Can IX), e detto per inciso, affermazioni di tal fatta oggi sono diventate la nuova vulgata dei liturgisti. Tornando al tempo del Concilio di Trento si può dire che, data la situazione dell'Europa d'allora, teatro di una conflagrazione religiosa, culturale, politica a carattere nazionalistico, dagli esiti drammatici e imprevedibili, i Padri sanzionarono il principio tradizionale dell’unità linguistica ritenendo, tra le altre considerazioni, più sicuro per l'unità della Chiesa il mantenimento del Latino, come unica lingua ufficiale liturgica. Il Concilio Vaticano II esprimeva lo stesso giudizio ancora nel 1964: “Linguae latinae usus, salvo particulari iure, in Ritibus latinis servetur” (SC, 36).

Che la lettura della Sacra Scrittura offerta dal Nuovo Lezionario successivo al Concilio Vaticano II sia più abbondante della precedente, e più varia, è fuori di dubbio. Che sia meglio scelta e più proficua si può dubitare. L'ultima traduzione, poi, sembra privilegiare sistematicamente l'italiano più sciatto e scadente, abbassando il linguaggio al livello più basso, invece di elevare il popolo alla nobiltà della Liturgia e al senso proprio del Testo divinamente ispirato. Si potrebbero collezionare, in proposito, molte perle lessicali tra il raccapricciante e il comico. Ben più provveduto fu Paolo VI che affidò il lavoro di traduzione a un gruppo di fini Letterati oltre che a validi Biblisti (i quali non sono tutti bravi linguisti, e sono soliti scambiarsi stroncature inesorabili).

Che gli amboni e il canto del Vangelo siano simbolicamente importanti è certo. Che gli uni e l'altro siano attualmente valorizzati è discutibile. L'Autore è in grado di precisare dove, nell'antichità, si collocavano i Fedeli durante la Liturgia della Parola e durante la Preghiera eucaristica? Certo la disposizione dell'assemblea, nei tempi passati, non era quella di oggi. Egli sembra dare per scontato che la lettura e il canto dei testi liturgici dal Messale sull'altare, deprecati come errore gravissimo, siano la forma normale, prevista da Trento, invece non è così. La Liturgia normativa tridentina è quella solenne, cantata, con tanto di Ministri, Diaconi, Suddiaconi, Lezionari, Processioni, Accoliti, Turiferari, Ceroferari e Amboni, ecc...

Sorprendono la svalutazione e banalizzazione dei significati simbolici e cosmici della Liturgia romana. La lettura o, meglio, il canto del Vangelo, non è rivolto alla parete, ma al Nord, che vi sia o meno una parete. E' la regione delle tenebre, che deve essere illuminata dalla luce di Cristo, Sole che sorge: L'Oriente.

L'Autore cita con compiacimento l'ingresso solenne del Vangelo nell'antica Santa Sofia di Costantinopoli, con ceri, turiboli, accoliti, diaconi, verso l'ambone sopraelevato, e l'evangeliario prezioso, toccato e baciato con fervore dai Fedeli (oggi, alcuni Liturgisti parlerebbero di superstizione popolare...). A parte il fatto che nella Grande Chiesa, l'altare stava dietro una magnifica, elaborata, iconostasi d'argento, che i Veneziani, assidui frequentatori di Bisanzio, riprodussero nell'alta balaustra-iconostasi di San Marco (che dava fastidio al Patriarca Angelo Roncalli), la descrizione di quell'antico rito ha qualcosa in comune con quanto accade nelle nostre Chiese da cinque decenni? Da noi i pulpiti sono stati divelti o dismessi. Proprio essi: gli eredi di quell'ambone bizantino, dall'alto dei quali la Parola scendeva dalla bocca dei predicatori nel cuore dei fedeli. Fedeli raccolti di fronte, al centro della navata; non necessariamente rivolti, tutti e sempre, verso un'unica direzione: il fondo della Chiesa, dove oggi c'è l'esposizione di tutto, come su un bancone del Supermercato; senza traccia di sacralità e di arcano: altare, ambone, sede, battistero, coro con chitarre e batteria, e quant'altro... (stendiamo un pietoso silenzio sulle innumerevoli e pregevoli balaustre, sedi presbiterali e cattedre episcopali, brutalmente aggredite, devastate ed eliminate da un novello clericalismo iconoclasta-sanculotto).

Quanto alla processione offertoriale, assente nella vecchia Messa “bassa”, conviene riferirsi al rito bizantino e al rito romano solenne-non riformato: nell'uno e nell'altro caso, ciò che viene presentato all'altare, pane e vino, è, comunque, già appartenente al rito sacro, appositamente e ritualmente preparato sull'abaco o sulla proskomidia, portato dal diacono col velo omerale, accompagnato dai ministri, con turibolo, candelieri, e, nel Rito bizantino, dalla croce, dalla “lancia” e dalla stola episcopale, affidate ai Presbiteri.

Sulla recita del Canone sottovoce o in silenzio, si può riflettere, ma Dianich cita ancora una volta Jungmann, come un oracolo. Altrettanto per la comunione in bocca e per la balaustra. E' proprio il caso di dire: “Timeo hominem unius libri”! Asserire che le balaustre siano un'invenzione del Secolo XVI è archeologicamente inaudito. Basta vedere le ricerche di padre Bellarmino Bagatti sulle Chiese primitive in Terra Santa.

Circa l'importanza delle Reliquie per l'altare, anche qui, come per la balaustra-iconostasi, è difficile evitare l'impatto massiccio e risolutivo della tradizione orientale, come è difficile prendere per buona la storia  delle Reliquie di Saint Denis, che sarebbero responsabili del passaggio del Celebrante dall'altra parte. Completamente ignorata la tradizione riguardante i Martiri e l'antichissima Celebrazione dell'Agape-Eucaristia sulle loro tombe, talvolta sarcofaghi. Nel suo prezioso libretto “Arte e liturgia”, Luis Bouyer confessa di avere personalmente contribuito a far passare “carte false” ai Padri conciliari del Vaticano II per convincerli che la Eucaristia primitiva era celebrata verso il popolo, mentre si sa perfettamente che non era così. Lo stesso Teologo, convertito dal Luteranesimo, spiega come si svolgeva anticamente la Celebrazione: l'assemblea si spostava dal nartece al pulpito, e dal pulpito all'altare per la Consacrazione; tutti rivolti in preghiera, Presidente e Fedeli, alla pari, verso il Tempio Santo, il luogo del Sacrificio gradito a Dio, verso la Croce di Cristo, l'Oriente (come fanno i Cristiani-Ortodossi, e mutatis mutandis, gli Ebrei e i Mussulmani).

La recita del Prologo di San Giovanni, stupendo e fondamentale, al termine della Messa non dovrebbe urtare chi ha lamentato, poco prima, la povertà della mensa della Parola.

La conclusione di Dianich è un peana alla Riforma liturgica successiva al Vaticano II, come superamento dell'individualismo a esaltazione della partecipazione comunitaria del Popolo, in precedenza atomizzato dallo spregevole individualismo intimista. Ma ci si domanda, quali sono, in concreto, le impronte della famigerata “Devotio moderna” nel Messale tridentino? E com'è stato possibile un sì grandioso miracolo di progresso? La Chiesa preconciliare, conciata così male dalla Liturgia degenerata, disgraziatamente in vigore ab immemorabili, come è stata capace di arrivare tanto in alto? Per opera dello Spirito Santo? Certo! Lo Spirito Santo può fare tutto. Potrebbe anche avere solo permesso la distruzione della vecchia Liturgia: era davvero necessario cancellare, in un colpo solo, in nome di una meravigliosa Riforma archeologizzante (non conciliare, ma postconciliare), il patrimonio custodito nei secoli, senza la minima soluzione di continuità. Quella Chiesa, infatti, era conservatrice per antonomasia ed escludeva, per principio, qualsiasi discontinuità e novità, anche solo per uno jota o un apice.

A un Teologo di valore, qual è Severino Dianich, che merita e ha tutto il nostro rispetto, non si addicono né la figura del Tuttologo sommario né l'iscrizione tra i Talebani progressisti (intendendo per Talebani - non importa se conservatori o progressisti - quelli che coltivano il pregiudizio per sistema e hanno bisogno di qualcosa o qualcuno da denigrare e anatemizzare senza remissione). Gesù stesso fu vittima di questo tipo d'approccio. Alcuni, infatti, dicevano: non è col dito di Dio, ma è nel nome di Beelzebub, il Capo dei Demoni, che egli scaccia i Demoni! (Lc 11, 15): e sappiamo come è andata a finire.

Per concludere ci domandiamo è proprio questa la strada da percorrere per giungere ad una pace liturgica? Non è ora di finirla con gli anatemi dei “dotti”? Non sarebbe più proficuo per tutti imitare la saggezza e l’equilibrio del Santo Padre Benedetto XVI il quale, tramite la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha chiesto ai fautori della “Messa antica” di non manifestarsi “contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria” (Universae Ecclesiae, n. 19)? E non varrà forse anche il contrario? Perfino per gli illustri teologi e le riviste pastorali? Pensiamo di sì ed è lo stesso Santo Padre a ricordarcelo: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso” (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI  ai vescovi di tutto il mondo per presentare  il Motu Proprio “ Summorum Pontificum cura” sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970).

Lettera firmata