venerdì 19 agosto 2011

altra risposta al peana di Severino Dianich

Processione del Corpus Domini (la partecipazione del popolo è evidente e derivava da una reale partecipazione alla Santa Messa che qualcuno si ostina a supporre inesistente)
Pochezza e miseria dei nuovi preti della nuova ChiesaIl caso di Severino Dianich, vicario per la cultura e l'università dell'arcidiocesi di Pisadi Belvecchio


Abbiamo già avuto modo di leggere qualche scritto di questo signore, segnalatoci da amici un po’ turbati non tanto dal loro contenuto, quanto perché l’autore fosse un prete.

Questa volta ci è stato segnalato un articolo apparso sul mensile Vita Pastorale e riguardante la Messa tradizionale.
Diciamo subito che non siamo adusi alla lettura delle pubblicazioni delle Edizioni Paoline, notoriamente connotate da uno spirito che ormai da anni cerca di gabellare per cattoliche le cose più scontate della modernità a- e anti-cattolica.

Quando abbiamo letto l’articolo in questione (A margine della riforma e della tradizione. Missa antiqua o moderna, Vita pastorale, 7 luglio 2011, reperibile su internet al seguente indirizzo: http://www.stpauls.it/vita/1107vp/liturgia.htm), non ci siamo meravigliati: la solita solfa dei preti moderni che pretendono di dare lezioni di tuttologia dimostrando chiaramente di essersi formati sui giornaletti di Paperino.
Accade però, che questa rivista mensile arrivi a tanti cattolici, chierici e laici, con l’aura di mezzo di informazione, tale che si possa dedurre che molti la prendano anche sul serio. Per carità cristiana, allora, abbiamo pensato che fosse il caso di dare un’occhiata a questo articolo: vediamo che razza di informazione viene offerta da questi personaggi.

La prima perla la troviamo proprio nel “cappello”:
«A giudizio del grande storico della liturgia, Josef Andreas Jungmann, celebrare la messa in lingua volgare è un obiettivo tanto desiderato dal Concilio di Trento, ma felicemente realizzato solo dalla riforma liturgica del Vaticano II

L’affermazione, che approfitta della fama di Jungmann come storico della liturgia, suggerisce che il Concilio di Trento avrebbe voluto la celebrazione in volgare della Messa, ma, forse per l’autorevole influenza dello stesso Dianich (!?), ne fu impedito. Se non fosse illogico farebbe ridere, e invece fa piangere, perché non si può dire che il Concilio voleva una cosa che non ha mai voluto, aggiungendo che non lo fece non si sa perché.

In realtà, nel corso del Concilio di Trento si discusse del problema dell’introduzione del volgare in parte della celebrazione e se ne discusse proprio perché tale introduzione era stata il cavallo di battaglia di Lutero e il Concilio non poteva trascurare un aspetto così importante, ma proprio dalla discussione emerse chiaramente che non sarebbe stato opportuno farlo poiché certamente ne sarebbero derivate solo incomprensioni e danni. Fu così che il Concilio di Trento rigettò l’idea di introdurre il volgare anche solo in parte della celebrazione.
Il sig. Dianich sa bene come sono andate le cose, se è vero che ha letto Jungmann, ma dal momento che deve far valere le sue opinioni, pensa che sia bene inventare delle panzane per dare ad intendere ciò che non è. Insomma, la butta lì, … tanto qualcosa sempre rimane!

Presentata così la sua competenza e la sua serietà nel fornire informazioni, ecco che incomincia a dare lezioni di storia circa la Messa tradizionale, che secondo lui non sarebbe “antica”.
Riportiamo tutto il pezzo perché non si dica che estrapoliamo:

«Il Messale di Pio V è un'opera moderna. Fu pubblicato, infatti, il 14 luglio 1570, nel pieno degli eventi che caratterizzarono l'insorgere della modernità, dopo la fioritura della cultura umanistica, nell'emergere di una sensibilità individualistica, in stretto rapporto con il dramma della Riforma. È vero che la commissione che ne ha curato la redazione intendeva ricondurre la liturgia nelle forme rituali della Chiesa romana antica ed, effettivamente, ha realizzato un'opera di sfrondamento di infinite sovrastrutture che nel frattempo vi si erano introdotte.
A giudizio, però, del grande storico della liturgia eucaristica, J. A. Jungmann, «questa mèta così elevata non venne raggiunta che in piccola parte ». Che avesse costituito un desiderio dei Padri del Tridentino, «appare chiaro dal fatto che già nel 1563, quando ancora si progettava di occuparsi della correzione del messale nel Concilio stesso, un manoscritto vaticano del Sacramentario gregoriano venne fatto venire appositamente da Roma a Trento. E non si trattava di uno slancio isolato, ché anche la commissione si è preoccupata di studiare le fonti antiche».
Però, «non ci si poteva aspettare che una commissione di pochi uomini, chiamati a un lavoro pratico potesse venire in possesso, in un paio di anni, di quelle cognizioni storico-liturgiche che erano destinate a maturare per la cooperazione di molti solo nel giro di parecchi secoli» (Missarum Solemnia, I, Marietti 1953, Casale M., p. 117; ed. orig. Herder 1948). Questo risultato, infatti, allora desiderato, è stato felicemente raggiunto proprio dalla riforma promossa dal Vaticano II.»


In queste righe sono contenute non poche “ingenuità” che dimostrano come la supposta preparazione dell’“informatore” Dianich sia davvero fin troppo lacunosa. Diversamente si dovrebbe concludere che chi le ha scritte sia in mala fede e scientemente racconti sciocchezze ai suoi lettori.

Il Messale di San Pio V sarebbe un’opera moderna perché è stato pubblicato nel 1570, infatti, visto che nei libri di storia sta scritto che il Medio Evo è finito nel 1492, sarebbe evidente che tale Messale non può essere chiamato né antico né medievale, ma moderno.
Un ragionamento del genere è talmente folgorante che nasce il dubbio che il cervello che l’ha elaborato sia rimasto colpito da qualcuna delle sue stesse folgori e ne sia rimasto fortemente danneggiato. Tuttavia, potremmo anche convenire con tale illuminata deduzione, a condizione di poter applicare lo stesso criterio al Messale di Paolo VI, il quale ne uscirebbe qualificato come il Messale della post-modernità, il Messale del ’68, il Messale nichilista.

Detto questo, sarà bene ricordare che il Messale cosiddetto di San Pio V non è affatto di San Pio V, ma è il Messale che era in uso nella Curia Romana e in tante altre diocesi da tempo immemorabile, certamente fin dal V secolo, e che San Pio V, a seguito del Concilio di Trento, impose a tutta la Chiesa in maniera peraltro non perentoria, visto che vennero fatti salvi i riti che potevano vantare almeno due secoli di vita.
Questa verità storico-liturgica elementare, ormai nota a tutti, sembra ignorata solo da questo tizio, che però si atteggia a gran comunicatore e a questo titolo viene ospitato da Vita Pastorale per l’edificazione dei parroci e dei laici impegnati.

Se invece di perdere tempo a diffondere notizie prive di fondamento senza la minima decenza, il nostro avesse letto anche solo qualche articolo qua e là, avrebbe fatto più bella figura. Per tutti, gli consigliamo di andarsi a leggere qualche pagina scritta da un certo cardinale Joseph Ratzinger, del quale, se non lo conoscesse, possiamo fornirgli un’ampia bibliografia.

La ciliegina su questa fetta della torta è quella citazione di Jungmann sui pochi uomini ignorantelli applicati dal Concilio di Trento a lavorare sul “nuovo Messale”, i quali non avrebbero avuto le “cognizioni storico-liturgiche che erano destinate a maturare per la cooperazione di molti solo nel giro di parecchi secoli”. Una prosa ricca di pregiudizi progressisti e modernisti, vergata da un gesuita di lingua tedesca che fu perito nel Vaticano II.
Si potrebbero fare cento ragionamenti su questa frase, ma ci limitiamo a considerare che oltre a Jungmann ci sono stati altri studiosi di liturgia che hanno espresso delle considerazioni diverse dalla sua e che, per esempio, hanno fatto notare come la supposta maturazione dei cinque secoli precedenti, data per scontata da Jungmann anche perché sarebbe la sua, al momento del Concilio Vaticano II si sia rivelata con una incompetenza e una impreparazione che ancora oggi lascia allibiti gli studiosi seri.
D’altronde, i frutti di questo mirabolante ritorno alle vere origini del cristianesimo sono sotto gli occhi di tutti e non ci vuole una scienza per fare due più due.

Valutata la “profonda preparazione” del suo vicario, ci permettiamo di suggerire all’arcivescovo di Pisa di indicarlo al Santo Padre come un valido esperto per quella riforma della riforma che Benedetto XVI ritiene indispensabile proprio per correggere la “felice” riforma promossa dal Vaticano II.

E passiamo ad un’altra lezione di storia della liturgia.

Il Concilio di Trento non ritenne opportuna l’introduzione del volgare nella liturgia, perché quelli erano i tempi, dice il nostro “informatore”, ma «Dopo quattro secoli, le circostanze per le quali a quel tempo era sembrato ai Padri non opportuno che la celebrazione avvenisse nelle lingue parlate sono profondamente mutate, per cui i Padri del Vaticano II hanno ritenuto opportuno ciò che al tempo del Tridentino non lo era, recuperando così davvero la grande tradizione antica, che ha visto i cristiani di Roma celebrare in greco e solo più tardi, nel terzo secolo, adottare il latino, mentre in Grecia si celebrava in greco, in Siria in siriaco, in Armenia in armeno, e così via. Questa era la tradizione della Chiesa antica.»
La coerenza di questa deduzione è talmente evidente che più rileggiamo la frase e più la cerchiamo.
Vediamo un po’.

Nel 1562 non si ritenne opportuna la celebrazione in volgare, dati i tempi, nel 1963 invece, cambiati i tempi, la cosa sembrò opportuna e quindi la Sacrosanctum Concilium ne decretò l’uso… perché?
Per recuperare davvero la grande tradizione di altri tempi, non quelli del 1963, né quelli del 1500, ma quelli del terzo secolo, i quali evidentemente non sono altro che i tempi moderni del XX secolo.
Se qualcuno si chiedesse com’è possibile riuscire a fare ragionamenti del genere, si ricordi che qui stiamo parlando di un nuovo prete della nuova Chiesa… e a costoro niente è impossibile: come elencare in una sola frase più di una sciocchezza.
Vediamo.

La Chiesa antica celebrava nelle lingue volgari, nelle lingue parlate.
La Chiesa antica non ha mai celebrato nelle lingue parlate, per il semplice motivo, noto a chi abbia letto anche solo qualche pagina di storia ecclesiastica, che la Chiesa, non appena sorse la necessità di stabilire un rito per la celebrazione, fissò volta per volta e luogo per luogo un “canone” che usasse una lingua fissa, una lingua liturgica, atta a prevenire i rischi legati alle continue mutazioni del linguaggio parlato e alle immancabili sfumature di significato che potevano alterare il senso delle parole e dei concetti che componevano il rito.
Questa necessità, oltre che dalla natura universale e atemporale della Chiesa, derivava direttamente dalla pratica liturgica rispettata dallo stesso Signore Gesù. Egli, in occasione dell’Ultima Cena, fece predisporre la sala per celebrare la Pasqua secondo le prescrizioni del rituale ebraico e pronunciò le formule rituali ebraiche, come riportano gli Evangelisti (Mt. 26, Mc. 14 e Lc. 22). Sia la preparazione, sia le formule usate rispettavano fedelmente il rituale ebraico, compresa la lingua prescritta, e da allora gli Apostoli si attennero allo stesso principio nel realizzare la nuova liturgia della Nuova Alleanza.

Da allora fino ad oggi, le diverse liturgie, occidentali e orientali, hanno sempre mantenuto una lingua liturgica ferma nel corso dei secoli, dal greco, al latino, al siriaco, all’armeno, fino allo slavonio, e non hanno mai usato come lingua liturgica il linguaggio parlato, soprattutto in relazione al “Canone della Messa”. In Occidente è stato usato il latino per più di 18 secoli anche quando questo non lo si parlava più, anche quando il latino venne sostituito dalle lingue locali.
Un prete che pretende di informare gli altri dovrebbe almeno rispettare il minimo buonsenso e se anche fosse ignorante in storia della liturgia, dovrebbe ricordare che l’universalità della Chiesa è l’istanza primaria per le forme della sua pratica religiosa sia liturgica sia pastorale. Se invece la norma fosse l’adeguamento al mutare delle lingue parlate, già da secoli avremmo dovuto avere la Messa spagnola, quella francese, quella italiana, ecc. e oggi dovrebbe essere legittimo ritenere che la nuova lingua liturgica della Chiesa dovrebbe essere l’inglese, parlato in tutto il mondo, o quasi.

Il nostro tizio che si avvoltola nei luoghi comuni non dice ai suoi lettori che c’è già stato chi ha ragionato e operato come piace a lui: quel tale Martino Lutero di infausta memoria, che volle a tutti i costi la rottura con la Tradizione per l’odio che nutriva contro il Papa, contro la Chiesa e contro l’Autorità.

Per ultimo è utile rilevare che il nostro ripete ancora una vecchia bugia: il Concilio ha voluto la liturgia in volgare. Ora, nonostante 40 anni di falsificazione, oggi anche i bambini sanno che il Concilio ha raccomandato il mantenimento del latino nella celebrazione e perfino nelle parti della Messa e nei canti riservati ai fedeli, affermare quindi che “i Padri del Vaticano II hanno ritenuto opportuno… che la celebrazione avvenisse nelle lingue parlate” significa semplicemente mentire sapendo di mentire, che è cosa tipica del nemici della Chiesa e di Cristo.

Nel paragrafo successivo, il nostro luminare loda il Motu Proprio Summorum Pontificum perché permette le letture in volgare e parla di questo come di una novità. È evidente che il nostro non sa che nelle celebrazioni secondo il rito tradizionale questo si faceva già da tempo e si continua a fare: il celebrante, dopo aver letto o cantato le letture in latino, si rivolgeva ai fedeli e le ripeteva nella lingua parlata. E insieme fa finta di non sapere che è da più di due secoli che esistono i messalini bilingue per i fedeli, dove è possibile seguire l’Epistola e il Vangelo del giorno anche senza conoscere il latino. Ma questi sono particolari che entrerebbero in conflitto con i suoi pregiudizi, quindi è meglio non accennarvi neanche.

Conclude poi dicendo:
«È difficile, invece, non sentir dispiacere per la perdita che essi vengono a subire, non potendo godere di quella «lettura della Sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta» (SC 35) che viene offerta dal nuovo Lezionario.»

Questo è un vecchio ritornello che i preti moderni ripetono da 40 anni e che dovrebbe ormai poggiare sull’evidenza circa i frutti che questo supposto arricchimento avrebbe prodotto o dovuto produrre. Chiunque vada a Messa la Domenica può testimoniare che i fedeli cresciuti con il nuovo Lezionario, con i suoi testi più abbondanti, più vari e meglio scelti, dimostrano chiaramente una preparazione, una consapevolezza religiosa e una ricchezza interiore senza pari in due millenni di vita della Chiesa. Una cosa talmente evidente che basta gettare un’occhiata in giro per rendersi conto dello stato miserando delle moderne celebrazioni liturgiche, dell’abbandono dei fedeli, del calo delle vocazioni, della banalizzazione della pratica religiosa e della secolarizzazione che attanaglia gli stessi preti, di cui qui abbiamo un esempio.

Certo, si potrebbe affermare, come qualcuno ha fatto, che col vecchio Messale le cose starebbero ancora peggio. Certo, si potrebbe. Ma non si può perché non v’è la prova a sostegno, mentre la prova a sostegno dello sfacelo prodotto dal nuovo Messale è sotto gli occhi di tutti. Senza contare che nelle poche chiese in cui si celebra col rito tradizionale i fedeli dimostrano una ricchezza spirituale, una preparazione catechetica, una consapevolezza religiosa che si toccano con mano e la cui riprova sta nel numero di vocazioni che si manifestano in questi ambiti, che sono state calcolate proporzionalmente in ragione di cento a uno: cento nelle parrocchie tradizionali, uno nelle parrocchie moderne.

Ma è necessario fare un’altra precisazione. Quando citano la Sacrosanctum Concilium, questi nuovi preti della nuova Chiesa vogliono far passare il messaggio che il nuovo Messale l’ha voluto il Concilio. Niente di più falso. Non v’è un solo rigo in cui si dice che bisogna fare un nuovo Messale – cosa impossibile peraltro, per chi conosce l’abc delle cose di Chiesa. Si parla di variazioni, di adeguamenti, di messe a punto, di arricchimenti, in un coacervo di cose indistinte che ha poi prodotto i frutti successivi, ma non una parola su un Messale nuovo. Il Messale nuovo è stato voluto da Paolo VI in contrasto con lo stesso Concilio.


Altro paragrafo, altre sciocchezze.
Citiamo per intero.
«Dal punto di vista dei gesti rituali, nella proclamazione della parola di Dio, i cristiani dell'epoca antica non solo mai hanno visto ma anche, se l'avessero visto, se ne sarebbero molto meravigliati, il sacerdote leggere i testi dal messale invece che dal lezionario, sull'altare invece che all'ambone, o il diacono cantare il vangelo rivolto contro la parete invece che verso il popolo. Basti pensare che sino alla fine del Medioevo per la lettura biblica si costruiscono gli amboni.»
Da affermazioni come queste si capisce che il tizio ci è e ci fa.

Incominciamo con i gesti rituali e vedremo dopo come qui si affermi tutto e il contrario di tutto.
Qualsiasi seminarista del primo anno, che ovviamente non abbia come insegnate un nuovo prete della nuova Chiesa come il nostro, sa che fin dai primi tempi in cui non c’erano neanche le chiese, i cristiani pregavano rivolti ad Oriente e nelle case in cui si riunivano, per avere un riferimento certo e visibile, tracciavano una Croce sulla parete a Oriente e pregavano rivolti a quella Croce e a quella parete. Un vicario che non sa cose elementari come queste dovrebbe essere mandato a scuola, altro che fare il prete.
Ma il vero dramma è che costui queste cose le sa e mente sapendo di mentire.

Lui stesso dà prova della sua malafede quando parla di testi, di Messale all’altare e di diacono che canta il Vangelo rivolto contro la parete. Il groviglio è tale che occorrerebbe un lungo articolo per sbrogliarlo. Ci limitiamo quindi a brevi accenni.

Il celebrante non legge i testi dal Messale a caso, sull’altare, ma li legge seguendo un preciso orientamento: l’Epistola col Messale rivolto a sud-est, il Vangelo col Messale rivolto a nord-est. Chi fa il prete dovrebbe almeno conoscere queste cose elementari. Ovviamente non staremo qui a spiegare il senso di tutto questo, anche perché personaggi come il nostro non ci capirebbero un’acca, avvolti nel buio come sono.
Ricordiamo allora che se questo accade nelle Messe lette, per ovvi motivi pratici, nel caso delle Messe solenni, con diacono e suddiacono, il lezionario è stato sempre usato, e non tanto per le fisime moderne del volgersi al popolo, ma per delle motivazioni ben più profonde e di carattere squisitamente rituale, cose ormai del tutto sconosciute ai nuovi preti della nuova Chiesa.
La perdita del carattere rituale della Messa e di tutti i gesti e le posture che ne fanno un unicum rivolto a Dio è uno dei fattori di avvilimento del rito moderno, ridotto ormai a mero formalismo umano dove Dio è diventato un accessorio.

Il suddiacono ha sempre cantato l’Epistola rivolto alla navata e per farlo ha sempre usato il lezionario e l’ambone. Il diacono ha sempre cantato il Vangelo rivolto a nord e per farlo ha sempre usato l’evangeliario e, ove ci fosse, un apposito ambone rivolto a nord. Per accentuare il significato simbolico e rituale di tutto questo è addirittura d’uso che ci sia un ministrante a reggere i due libri, a significare l’intervento servile del fattore umano in ogni azione liturgica.

Ora, l’Epistola è essenzialmente quella parte dell’istruzione che si rivolge principalmente agli uomini, ai fedeli, il Vangelo è qualcosa di più, poiché non si limita a rivolgersi ai fedeli, ma in quanto più diretta “parola divina” essa istruisce i fedeli e sferza e fulmina le forze oscure che insidiano i fedeli: è per questo che viene cantato rivolti a nord, perché il nord è simbolicamente il lato oscuro del mondo, dove il sole non passa mai e dove si annidano le oscure forze del male. In questo modo il Vangelo non è solo un’istruzione per i fedeli, ma è anche un esorcismo per i demoni: è la luce che penetra e squarcia le tenebre dell’ignoranza e dell’errore.

Altro che “cantare il vangelo rivolto contro la parete”, caro Dianich, il fatto è che la liturgia è una cosa seria e per parlarne bisogna essere persone serie, così, mentre le poche cose qui accennate dovrebbero essere nelle menti e nei cuori dei preti, che con la loro ordinazione sono assegnati alla celebrazione dei Santi Misteri, accade che i preti moderni non le conoscano e fantastichino sulla Messa che secondo loro sarebbe una mera celebrazione di popolo, una sorta di festa dei fedeli.

Ma forse dobbiamo spezzare una lancia a favore del nostro “informatore”, perché è ben possibile che egli candidamente non conosca queste cose, immerso com’è nelle tenebre in cui è cresciuto.
Se ne ha la prova quando parla del pergamo del Duomo di Pisa e lo presenta come un luogo elevato da cui discende il canto del Vangelo. Dimenticando di ricordare che la complessa architettura del pergamo presenta componenti simboliche, orientamenti e forme che corrispondono a quanto abbiamo accennato noi prima e non certo alle banalizzazioni sentimentali che lui immagina e vorrebbe far credere.
Clamoroso quel sottile richiamo all’adorazione del “sacro libro” da parte della folla, il quale manifesta tutta la distorsione mentale imperante nella Chiesa conciliare che ha voluto spostare l’adorazione da Cristo al Libro proprio nel corso della celebrazione dei Santi Misteri. I nuovi preti della nuova Chiesa, al pari degli adepti delle più scomposte sette protestanti, continuano a parlare di liturgia della Parola, di primato della Parola, di adorazione della Parola, tutto a scapito del vero significato della Messa che è la riattualizzazione del Sacrificio del Calvario.
Dimenticanza? Ignoranza? Mala fede? Forse tutte e tre le cose insieme poiché dovrebbe essere cosa risaputa che proprio nei primi secoli il senso della Messa era così fortemente centrato nell’Offertorio e nel Canone, cioè nel Sacrificio, che ad essa non potevano partecipare i catecumeni, che venivano allontanati dalla chiesa dopo il completamento delle letture. Solo ai veri seguaci di Cristo era permesso assistere alla Sacra Liturgia, che consisteva eminentemente nella celebrazione rituale del Sacrificio di Cristo.


Nuovo paragrafo, nuove fantasie.
Il nostro prosegue con le lezioni di storia e inciampa un’altra volta.

Trascuriamo il cenno all’Offertorio, perché dovremmo addentrarci in articolate discussioni per indicare che esso è sparito nella Messa moderna. Ci fermiamo a considerare la questione della recita del Canone sottovoce.
Quando si dice che
«La recitazione del Canone sottovoce è una tradizione che nasce e si sviluppa solo col trapianto della messa romana in terra franca (Jungmann II, 108). È diventata celebre nella spiritualità liturgica moderna la frase: «Surgit solus pontifex et tacito intrat in canonem» (si alza solo il vescovo ed entra, in silenzio, nel canone), ma si tratta di una norma introdotta solo all'epoca di Carlo Magno, per modificare la diversa prassi antecedente»,
si confessa che ai moderni liturgisti sta a cuore la cancellazione di un millennio di adattamento liturgico romano per il semplice motivo che a loro non piace. Poco importa che questo faccia a pugni col tanto decantato ammodernamento liturgico così “felicemente” realizzato col Vaticano II, in questo caso l’ammodernamento, ancora una volta, corrisponderebbe al ripristino delle forme liturgiche dei primi secoli, cioè di 1300 anni fa.
Quanto ci sia di logico in questo lo lasciamo all’apprezzamento del semplice buonsenso, ma il guaio è che in realtà si tratta di una bufala gigantesca o, per meglio dire, di un inganno orchestrato artatamente per distruggere la liturgia cattolica.
Andiamo con ordine.

Intanto notiamo che il nostro racconta una colossale bugia. Non fu Carlo Magno ad introdurre il silenzio del Canone, semmai è esattamente il contrario. Con l’adattamento delle forme del rito, seguito all’espandersi del cattolicesimo in tutta l’Europa del nord, dalla Gallia, all’Anglia e alla Sassonia, pian piano certe forme mutarono e uno degli adattamenti più evidenti fu l’accantonamento della netta separazione tra altare e luogo della celebrazione dei Santi Misteri, da un lato, e il resto del luogo sacro dall’altro, la separazione cioè tra la chiesa come casa di Dio, luogo sacro, e il centro di essa, il Sancta Sanctorum, il luogo della manifestazione della presenza divina, il luogo della transustanziazione. Separazione che nelle chiese era realizzata con l’iconostasi, cioè con la chiusura materiale del luogo della celebrazione per mezzo di pareti fisse o mobili, come le tende o i veli. Vi sono ancora diecine di questi esempi nelle chiese occidentali e in Oriente è una pratica seguita ancora oggi. Tutti coloro che non sono in male fede sanno che lo stesso avveniva nella stessa basilica di San Pietro, prima che venisse ricostruita a partire dal 1400.
Ebbene, fino ad allora la celebrazione dei Santi Misteri avveniva non in silenzio, ma addirittura in segreto, lontano non solo dalle orecchie dei fedeli, ma perfino dai loro occhi, altro che “diversa prassi antecedente”, come afferma mentendo il nostro cattivo informatore. Se il Concilio Vaticano II avesse voluto ripristinare la “prassi antecedente” avrebbe dovuto reintrodurre l’iconostasi e non abolire il presbiterio e inventarsi la protestante celebrazione “verso il popolo”.

E il nostro affastella altre bugie, sulla comunione all’altare e in mano, sulla inesistenza del tabernacolo, sulla inesistenza delle reliquie nell’altare. Cose talmente ridicole che avrebbe potuto facilmente evitare se solo avesse chiesto informazioni a qualche suo vecchio precettore istriano come lui, cresciuto in un ambiente in cui si conservano ancora oggi le strutture del tempio cristiano e le forme della celebrazione comuni all’Occidente e all’Oriente da duemila anni.
Ma ciò che più colpisce è la supponenza con cui presenta la balla colossale della celebrazione verso il popolo nella Basilica di San Pietro:
«A Roma, invece, l'uso antico non è mai stato abbandonato e in San Pietro, ancora nel 1594, papa Clemente VIII consacrava l'altare, attualmente sovrastato dal baldacchino del Bernini, sul quale da allora fino ad oggi (così come accadeva sul precedente altare di Gregorio Magno e poi su quello che gli viene sovrapposto nel 1123 da Callisto II) il Papa ha sempre celebrato rivolto al popolo

Per carità cristiana sentiamo il dovere di fare una precisazione.
È possibile che questo prete moderno non sia così bugiardo come diciamo, perché potrebbe essere benissimo in buona fede. È possibile. Ma quando si sa che questa storiella delle celebrazioni verso il popolo nelle Basiliche romane è un vecchio ritornello andato di moda a partire dal Vaticano II e che in questi 40 anni è stato corretto e smentito da centinaia di studi alla portata di tutti, allora non resta altro che precisare che se il nostro non è un bugiardo è inevitabilmente un colpevole ignorante che con la sua coltivata ignoranza pretende di insegnare ad altri e per questo è reclutato da Vita Pastorale per diffondere ignoranza e falsità tra i preti e i laici impegnati.
Un consiglio non lo si nega a nessuno. Non impazzisca a cercare chissà quali testi introvabili (cioè oggi immediatamente reperibili su internet!), basta che si legga un piccolo testo prefatto da un certo card. Ratzinger: Rivolti al Signore, di mons. Klaus Gamber (si veda qui e qui).

Su questa fandonia delle Basiliche romane, oltre a rimandare a quanto abbiamo detto appena sopra circa l’iconostasi, e con cui si azzera ogni fantasia di celebrazione verso il popolo, ci limitiamo a ricordare che in queste Basiliche gli altari sono orientati verso l’ingresso, secondo una concezione che richiama direttamente l’orientamento dello stesso Tempio di Salomone: l’altare è, anche qui, rivolto ad Est, e dal momento che l’ingresso della Basilica è posto ad Est, l’altare è rivolto verso l’ingresso, verso la più grande apertura sui muri della chiesa da cui il sole che sorge entra nel luogo sacro.
Questo simbolismo del sole che inonda la chiesa è ben noto agli studiosi di architettura cristiana e lo si ritrova con modalità diverse in tantissime chiese antiche e non. Altrettanto noto è il fatto che mentre nel corso della celebrazione i fedeli si ponevano rivolti all’altare, con le spalle all’ingresso e quindi a Est, non appena iniziava la consacrazione e il diacono li esortava: “sursum corda”, ecco che i fedeli si giravano, si rivolgevano ad Est, rispondevano “habemus ad Dominum” e insieme al celebrante si trovavano tutti rivolti al Signore che viene da Oriente e questo per tutto il tempo della preghiera del Canone.
Lo stesso accadeva anche con la presenza dell’iconostasi o delle tende, col celebrante all’interno del Sancta Sanctorum e fedeli in piedi prevalentemente distribuiti sulle navate laterali.

È da 40 anni che ci raccontano questa fandonia dei Papi che avrebbero sempre celebrato verso il popolo, ed è da 40 anni che continuano ad essere pubblicati testi su testi che spiegano come si tratta solo di una fantasia interessata messa in circolazione dagli pseudo liturgisti del Concilio per giustificare la protestantizzazione della liturgia cattolica. Ed è inevitabile che quando ancora oggi si leggono fesserie del genere sorga spontaneo un moto di sacrosanta indignazione per come si continuino ad avvelenare le menti e cuori del cattolici, laici e chierici.
Quanto durerà ancora questa tragica farsa prima che Roma provveda a ristabilire la verità una volta per tutte e imponga la più stretta clausura a questi untori che portano le anime alla perdizione?

Ma non è finita qui, poiché l’untore ha altre frecce avvelenate nel suo arco: ecco quindi che scaglia la velenosa suggestione che il Prologo del Vangelo di San Giovanni sia sempre stato considerato con sospetto perché poteva procurare “la possibile deriva verso pratiche superstiziose”.

Ovviamente comincia con una confusione incredibile, com’è d’uso per i nuovi preti della nuova Chiesa, poiché afferma pacificamente che la lettura del prologo alla fine della Messa costituisce un “rito di benedizione”. Cosa che indica chiaramente che non conosce né il rito tradizionale né il Vangelo di San Giovanni.
Il Vangelo di San Giovanni è il quarto dei Vangeli e chiude così la narrazione dell’Incarnazione, della vita, della Passione, della morte e della Resurrezione del Signore Gesù. Dei quattro è l’unico che non consente una lettura sinottica e quindi è stato sempre ritenuto come una sorta di ricapitolazione e di sigillo degli altri tre. A questa sua caratteristica di quarto e ultimo Vangelo ne aggiunge un’altra che lo rende davvero unico e avalla il convincimento che si tratti del Vangelo con marcata valenza spirituale. Si tratta proprio delle prime parole del Prologo: in Principio.
Quest’ultimo libro che chiude e sigilla i Vangeli, quasi ne fosse l’Omega, si apre con le stesse parole della Genesi e quindi dell’intera Scrittura: in Principio, riportandosi così all’Alfa della Scrittura di cui costituisce l’Omega. Basterebbe solo questo per giustificare simbolicamente la chiusura della celebrazione dei Santi Misteri col Prologo del Vangelo di San Giovanni.

Certo che dopo 40 anni di Vaticano II e frutti conseguenti, non è difficile comprendere perché tanti preti come il nostro non capiscano più un acca della religione cattolica, ma questo non autorizza nessuno a fare sfoggio di ignoranza gabellandola per corretta informazione.
Per di più, il Prologo del Vangelo di San Giovanni è un vero e proprio compendio della dottrina cattolica, così che la sua recitazione alla fine della Messa ha un valore catechetico incomparabile: come se il celebrante che lo recita e i fedeli che lo ascoltano ricevessero l’ultimo memento per rientrare adeguatamente nel mondo armati della spada fiammeggiante della dottrina.
Come mai, allora, a questi nuovi preti della nuova Chiesa non piace questo Prologo?
Ma proprio per questo: perché è un compendio della dottrina cattolica, che per loro è indigesta.
Vi sono due versetti del Prologo (12 e 13) che smontano totalmente tutto l’insegnamento del Vaticano II e del conseguente Magistero.
A quanti però l’hanno accolto, / ha dato poter di diventare figli di Dio: / a quelli che credono nel suo nome, / i quali non da sangue, / né da volere di carne, / né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

Questo passo ricorda che non è la mera esistenza a fornire all’uomo la dignità, cioè a fare di lui un uomo vero, degno, ma solo la generazione da Dio, che si acquisisce con l’accogliere il Figlio, il Verbo, la vera luce degli uomini, col credere nel Suo Nome. E i veri fratelli sono quelli nati da Dio per mezzo del Figlio, gli altri sono quelli a cui si ha il dovere di annunciare la luce perché anche loro, credendo, possano diventare fratelli.
Crollano come castelli di carte la Dignitatis humanae, la Lumen gentium, la Gaudium et Spes, la Nostra Aetatae, crolla l’antropocentrismo, il filantropismo, l’uguaglianza, la libertà religiosa, l’ecumenismo. In una parola crolla tutto l’impianto della Chiesa conciliare. È quindi comprensibile che si avanzi la suggestione che il Prologo del Vangelo di San Giovanni possa condurre alla deriva superstiziosa.
È il solito vecchio sistema giacobino: se non ci si adegua alla sovversione e alla rivoluzione è perché si è superstizioni, fanatici e dunque pazzi.


Il nostro illuminato informatore conclude quindi il suo pasticcio avvelenato con una messa a punto degna dei cultori delle pulsioni del subconscio.
In sintesi egli afferma che la Chiesa ad un certo punto della sua storia, in epoca tridentina, fece propria una “sensibilità individualista” a scapito della “dimensione comunitaria”, e fu per questo che il Concilio Vaticano II diresse «lo sguardo alle forme liturgiche della Chiesa antica» per recuperare la «partecipazione comunitaria di tutti all’azione liturgica, per poi viverla nella prassi della comunità e della sua solidarietà con i bisogni di tutti gli uomini».

Ci soffermeremo dopo su questa famosa “partecipazione comunitaria di tutti all’azione liturgica”, per considerare adesso il senso di questa “sensibilità individualista” che si sarebbe introdotta nella Chiesa a scapito della “dimensione comunitaria”.
In effetti, qui il nostro fa un’osservazione che ha qualche fondamento, ma il modo in cui la fa dimostra come egli non abbia compreso i termini del processo di affermazione dell’individualismo fuori e dentro la Chiesa, né abbia capito la controversa lotta che la Chiesa ha condotto per contrastarne danni e conseguenze.

L’uomo, preso nella sua singolarità, è una realtà naturale oggettiva il cui scopo ultimo è il superamento della sua tendenza individualista e separativa, causata dal peccato originale, in vista del suo destino celeste: il ritorno a Dio. I singoli uomini si associano per meglio condurre la vita terrena in vista di questo scopo ultimo. Tutto è subordinato a Dio, l’individuo e la società.
Fin quando l’individuo mantiene fermo questo principio egli è una persona, cioè un essere che corrisponde alla sua più intima essenza di creatura di Dio fatta per manifestare la Sua gloria e destinata a ricondursi al suo Creatore. Quando si perde di vista questa realtà si finisce col perdere di vista il principio e il fine della vita dell’uomo, cioè Dio. Si incomincia allora a fantasticare della centralità dell’uomo, e nasce l’umanesimo, della autonomia dell’uomo, e nasce il protestantesimo, dell’autosufficienza dell’uomo, e nasce l’individualismo. L’individualismo e il personalismo diventano i pilastri fondanti del vivere terreno e generano i cosiddetti “diritti dell’uomo”, così che ogni esigenza intrinseca dell’individuo viene abbandonata: Dio viene abbandonato, il destino celeste viene abbandonato e resta solo il destino mortale terreno con tutto il suo corollario di piacere, godimento, vitalismo, benessere e autocompiacimento. Se non c’è più bisogno di Dio, non c’è più bisogno della religione, l’unica realtà che si riconosce è l’uomo, l’unico dovere che si riconosce è nei confronti dell’uomo: alla religione si sostituisce il sentimentalismo religioso, la religiosità, che viene praticata in ogni occasione e nei confronti di qualsivoglia pulsione, anche quando vi sia ancora un barlume di richiamo soprannaturale, che però viene mutuato attraverso la dimensione meramente umana: nasce l’esperienza religiosa. Il processo si chiude quindi con l’esaltazione dell’individuo e l’annullamento della persona, non ci sono più persone, ma solo individui sradicati, numeri, entità astratte, immaginarie, la cui unica consolazione terrena è la mutualità con gli altri individui parimenti sradicati: nasce la dimensione comunitaria moderna.
Questo è il paradigma della “sensibilità individualista”, che è effettivamente esplosa nel 1400 e nel 1500, ma che si è affermata nei secoli successivi fino ai nostri giorni.

La Chiesa ha dovuto fare i conti con questo processo di sovversione e ha cercato di reagire con risultati contrastanti. Negli ultimi due secoli in particolare ha cercato in tutti i modi di contrastare l’affermarsi della concezione moderna che vorrebbe l’uomo autosufficiente, ma non è riuscita a impedire che tale concezione penetrasse profondamente in seno alla compagine ecclesiale. Quando si convocò il Concilio Vaticano II questa penetrazione aveva già prodotto i suoi frutti e fin dai discorsi di apertura del Concilio e delle sue sessioni si capì che tale concezione avrebbe preso il sopravvento.
Abbiamo più volte affrontato questo argomento, quindi non vi ritorneremo in questa sede, ci limitiamo a considerare che la diatriba intorno all’interpretazione dei documenti del Vaticano II verte proprio su questi punti: verità assoluta o verità relativa, salvezza dell’uomo o salvezza del mondo, centralità dell’uomo o centralità di Dio. Un esempio eclatante del soggiacere della moderna compagine ecclesiale all’individualismo e al personalismo lo troviamo nel n° 356 del Catechismo della Chiesa cattolica, il quale, riprendendo il numero 24 della Gaudium et Spes del Vaticano II, insegna che l’uomo “è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa.
Sono affermazioni assurde come queste che rivelano la sostituzione di Dio con l’uomo e fondano la conseguente concezione moderna della “dimensione comunitaria” in cui la Cristianità viene sostituita dalla mutualità tra individui sradicati dal loro principio e dal loro fine.

Prima che in seno alla Cristianità spuntasse la gramigna dell’umanesimo con tutte le sue conseguenze che giungono fino a noi, il cristianesimo non ha mai conosciuto l’individualismo, la Chiesa ha sempre insegnato che ogni uomo ha il dovere di ricondursi a Dio, seguendo gli insegnamenti e i comandamenti di Nostro Signore Gesù Cristo. Questa concezione aveva in vista la salvezza di ogni uomo singolarmente poiché Cristo è venuto a salvare i singoli uomini: è ogni singola anima che va redenta e salvata, ed è ogni anima singolarmente che può e deve salvarsi. L’impianto comunitario non è il fine della Redenzione, ma il mezzo col quale si aiutano i singoli uomini a perseguire la salvezza. Fin dai Vangeli, fin dalla chiamata degli Apostoli, non v’è dimensione comunitaria della salvezza, ma solo dimensione individuale. È la salvezza individuale la base di ogni evangelizzazione, sia in termini attivi, sia in termini passivi. Se prima non si è salvata la propria anima come si fa a pensare di salvare l’anima altrui? Non v’è conversione di massa, ma conversione personale, ed è la conversione personale che impedisce all’uomo di scadere nell’individualismo, poiché essa fissa una volta per tutte il senso vero della sua esistenza: la sua totale dipendenza da Dio e la sua totale impossibilità di autosufficienza. Ogni istanza che prescinda dalla realtà oggettiva del singolo credente e guardi alla comunità come fattore primario porta inevitabilmente all’atrofia della redenzione del credente e alla degenerazione individualista.
Quando Nostro Signore insegna che bisogna amare il prossimo, precisa che innanzi tutto bisogna amare se stessi e bisogna farlo amando innanzi tutto Dio. Si ama se stessi amando primariamente Dio e solo dopo si ama il prossimo, non per se stesso o per se stessi, ma per amore di Dio. È questo basilare insegnamento che fin dall’inizio ha generato eremiti, monaci, confessori, santi e martiri, e sono loro che hanno permesso l’evangelizzazione e la conversione di altri milioni di individui, da uomo a uomo, da persona a persona, da maestro a discepolo. La struttura comunitaria, l’organizzazione sociale umana e l’organizzazione gerarchica della Chiesa sono i contenitori in cui l’anima cresce con l’aiuto della Grazia e si conduce alla salvezza. Sono i mezzi che permettono ad ogni anima di ritrovare se stessa nel suo naturale rapporto con Dio: nella società umana con una reale dipendenza di essa dall’Imperio di Cristo Re, nella società ecclesiale con i sacramenti e la pratica religiosa comandata dalla Chiesa.
Quando la società diventa individualista e autosufficiente e misconosce l’Imperio di Cristo Re, finisce col condurre le anime verso la perdizione. E quando la società ecclesiale perde di vista la singola anima e fantastica di mutualità degli uomini ordinari affetti dal peccato mortale e non ancora sottomessi all’imperio di Cristo, genera l’irresponsabilità individuale e la speranza in una impossibile salvezza comunitaria che ha fondamento solo nelle suggestioni del demonio.

Perfino nella Comunione dei Santi è evidente che non è la Comunione che viene prima e fa i Santi, ma è il singolo che vive la santità e per ciò stesso si trova accomunato agli altri Santi: prima viene il Santo, poi la Comunione.

Finiamo quindi con qualche appunto su questa famosa “partecipazione comunitaria di tutti all’azione liturgica, per poi viverla nella prassi della comunità e della sua solidarietà con i bisogni di tutti gli uomini”.

L’azione liturgica è un’azione soprannaturale di Dio che si realizza per il tramite dell’agire naturale della Chiesa. Il centro dell’azione liturgica della Chiesa è infatti l’agire del ministro ordinato in persona Christi. Non è il celebrante che fa la liturgia, non è neanche la Chiesa che fa la liturgia: chi fa la liturgia è l’Unico vero Sacerdote: Nostro Signore Gesù Cristo. Da Lui discende a cascata l’azione liturgica attuata, non inventata, dalla Chiesa. La liturgia trasmessa da Cristo agli Apostoli e alla Chiesa viene attuata dal celebrante, di essa fruiscono i fedeli presenti e assenti, vivi e morti, e con essa la Chiesa e i fedeli rendono grazie a Dio per mezzo del Suo unico Figlio, nello Spirito Santo, mentre per essa ricevono l’effusione della Grazia divina.

C’è un passaggio della S. Messa che rende palpabile questa distinzione fra l’azione liturgica della Chiesa e la fruizione dei fedeli. Tutta l’azione liturgica essenziale, il Canone con la Consacrazione e la Comunione, si svolge in un tempo unico e concluso che va dal Prefazio alla Comunione del celebrante. Cristo, per lo Spirito Santo, si rende presente sull’altare col Suo Corpo e il Suo Sangue transustanziati, il celebrante li assume a compimento delle parole di Cristo: prendete e mangiate, prendete e bevete.
Dopo essersi conclusa così tutta l’azione liturgica, il celebrante si rivolge ai fedeli, alza e mostra la particola: Ecce Agnus Dei: solo a quel punto i fedeli, se ci sono e se vogliono, possono a loro volta assumere la Comunione.

Si tratta di due momenti distinti che indicano due fasi della Messa: la prima fase del tutto auto sufficiente della divina liturgia, la seconda fase dipendente dalla prima e con la quale i fedeli usufruiscono dei benefici della Messa. Questa distinzione la si coglie maggiormente se si tengono presenti due fattori. Il primo comune alla liturgia occidentale e orientale, la Messa è compiuta con la prima fase anche quando non ci fossero fedeli presenti o che volessero confessarsi; il secondo comune alla liturgia occidentale e orientale fino a quando in Occidente non si decisero degli adattamenti propri, e oggi solo presente nella liturgia orientale: la prima fase si conclude nel chiuso del Sancta Sanctorum, solo dopo il celebrante esce dalla Porta Santa, porta e mostra il Signore transustanziato e comunica i fedeli.
A questo punto la domanda è: in questo contesto, come fanno “tutti” a partecipare all’azione liturgica?
Per rispondere occorre precisare che cosa si intenda per “partecipazione”.

Il termine, etimologicamente, ha il significato di prendere parte o avere una parte. Nel primo caso prevale l’aspetto quantitativo: si compie o si riceve una parte in un contesto unico in cui altri compiono o ricevono altre parti. Questo aspetto non è riferibile alla divina liturgia, poiché essa è un’azione di Cristo che in termini umani utilizza il celebrante, non come un attore, ma come un alter Christus, cioè sempre lo stesso Cristo.
Nel caso dell’avere una parte, invece, prevale l’aspetto modale, legato non all’azione in sé, ma alle conseguenze dell’azione: è il caso dell’azione liturgica. Essa si riverbera in ognuno in maniera diversa e la relativa reazione non tocca, accresce o diminuisce, l’azione liturgica in sé. Più propriamente si potrebbe parlare di partecipazione passiva se vista dal punto di vista dell’azione liturgica o di partecipazione attiva se vista dal punto di vista del fedele. Il fedele trae dall’azione liturgica il nutrimento interiore per muovere attivamente il suo stesso essere in direzione di Dio. In tal modo egli partecipa dell’azione liturgica pur non prendendo parte ad essa, egli non svolge una parte nell’azione, ma ha una parte nel prosieguo dell’azione che da Dio scende fino al fedele. La sua partecipazione attiva è tutt’uno con quella parte dell’azione che si riflette su ognuno e che questi fa sua con modi e processi diversi, senza che questo implichi una suddivisione dell’azione né una modificazione dell’azione stessa per il concorso di diversi, tale concorso infatti non è necessario né dal punto di vista dell’azione né da quello della partecipazione.

Sull’argomento abbiamo scritto a suo tempo un apposito articolo al quale abbiamo allegato le disposizioni emanate in diverse occasioni dalla Santa Sede, dai primi del secolo scorso fino a prima del Concilio, anche al fine di ricordare che la partecipazione attiva dei fedeli alla liturgia, intesa in maniera corretta, non nasce col Concilio Vaticano II, come si vuol far credere subdolamente, ma è sempre stata una premura della Chiesa.

Perché allora si fa un gran parlare, da quarant’anni, di “partecipazione attiva” in contrapposizione ad una ipotetica partecipazione passiva in uso nella Chiesa prima del Concilio?
La risposta è sotto gli occhi di tutti ed è tanto semplice quanto dirompente.
A partire dal Concilio si è ritenuto opportuno e necessario che i fedeli partecipassero attivamente alla stessa azione liturgica, come se l’azione di Cristo, col suo alter Christus, non fosse sufficiente, come se l’azione liturgica eminentemente divina avesse bisogno del concorso umano per essere valida ed efficace. Di fatto un capovolgimento del senso stesso della liturgia allo scopo di sminuire l’azione di Cristo e la funzione del celebrante, esaltando l’agire del fedele. Una pseudo liturgia per gli uomini fatta dagli uomini, una protestantizzazione della Messa e una esaltazione dell’autosufficienza umana.
Un rovesciamento dell’imperativo di Cristo: Senza di me non potete fare nulla!, che a partire dal Concilio si è di fatto trasformato in: senza di noi [Tu Cristo] non puoi fare nulla.

Si dice che questo capovolgimento avrebbe un valore catechetico per i fedeli, poiché la “partecipazione comunitaria di tutti all’azione liturgica” li porterebbe a trasferire tale esperienza nella vita ordinaria, “per poi viverla nella prassi della comunità e della sua solidarietà con i bisogni di tutti gli uomini”.
Questo è verissimo, ma disgraziatamente è quanto di più dirompente si potesse fare per scardinare la fede.
Con tale prassi il fedele è indotto a vivere la fede in modo attivistico e a compiacersi di questo fino al punto di convincersi che la fede non sarebbe altro che una esperienza comunitaria di tipo filantropico volta a risolvere se possibile “i bisogni di tutti gli uomini”.
La fede personale, la migliore possibile coerenza con i comandamenti del Signore, l’afflato ultraterreno, la continua attenzione della mente e del cuore per i fini ultimi e per la salvezza eterna, vengono negletti e perfino snobbati, e quando ancora in qualche modo persistessero vengono posti in secondo piano, dopo “i bisogni degli uomini”.
Basta guardare i messaggi pubblicitari della CEI per la devoluzione dell’8 per mille, per rendersi conto che è questo il messaggio che diffondono oggi i vescovi.

Certo, cari i nostri Dianich, è stato il Concilio che ha inventato la novità del “popolo di Dio” che sarebbe “per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza”. Verissimo.
È proprio nella citata Lumen gentium che si dichiara con chiarezza il capovolgimento dell’insegnamento di Cristo: “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo”, così che il Figlio di Dio si sarebbe incarnato, avrebbe patito, sarebbe morto sulla Croce e sarebbe risorto, non per salvare i peccatori che si pentono, ma per realizzare l’unità dell’umanità e alimentare la speranza terrena.
Peccato che non è questa la dottrina cattolica, non è questo che la Chiesa ha predicato per duemila anni, non è questo che ha insegnato Nostro Signore Gesù Cristo.

Sta scritto: «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. […] «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. … Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv. 10, 1-3 e 7—9).

Belvecchio

tratto da www.unavox.it


domenica 14 agosto 2011

14 agosto: 800 martiri di Otranto


800 MARTIRI DI OTRANTO



SECONDA LETTURA

Dai "Commenti sull'Apocalisse" di Pietro Colonna detto il Galatino, Presb. (Cod. Vat. Lat. 5567.foll. 147-14)

Riferirò poche cose viste con i miei occhi. Espugnata Otranto, città della Provincia di Calabria, detta anche Japigia o Salentina, i Turchi, appena v'entrarono irruppero con grande violenza nella Chiesa cattedrale e uccisero numerosi tra i sacerdoti che stavano celebrando il sacrificio eucaristico. E giunti vicino all'Arcivescovo che era sulla sua cattedra episcopale vestito dei paramenti pontificali e con in mano la croce (...), uno di loro, impugnata la scimitarra, gli staccò la testa con un solo colpo. E così decapitato sulla propria cattedra, diventò martire di Cristo, nell'anno del Signore 1480, il giorno 12 di agosto.

Al terzo giorno, il comandante dell'esercito, che i Turchi chiamano "Pascià", ordinò che tutti i cristiani di sesso maschile, qualunque età essi avessero al di sopra dei quindici anni, fossero portati al suo cospetto, in una località chiamata "Campo di Minerva", distante circa un miglio dalla città, dove egli era ancora attendato.

Ed essendo stata condotta dinanzi a lui una moltitudine quasi innumerevole di cristiani, fece rivolgere loro (dall'interprete) la domanda per quale delle due scelte essi volessero optare: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce.

Ed uno di essi, che gli era più vicino, rispose "Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo". E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: "In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui". E si sentì un mormorio tra di loro per lo spazio di circa un'ora, mentre si esortavano a vicenda e dicevano: "Moriamo per Gesù Cristo, tutti moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede". Allora il Pascià, stravolto dall'ira, comandò che tutti, sotto i suoi occhi, fossero passati a fil di spada. E, mentre venivano trucidati con varie forme di efferatezza, quelli che attendevano il loro turno, si incoraggiavano scambievolmente ad affrontare una morte così gloriosa: scambiandosi il bacio di pace, si chiedevano a vicenda perdono delle offese.

Dopo che tutti furono uccisi, il Pascià, abbandonati i cadaveri di quei santi in quel medesimo luogo, in preda agli uccelli e alle bestie, rientrò con gli altri turchi in Otranto (...).

Di questi, dunque, e di tutti gli altri martiri, che dovevano essere trucidati sia dai turchi che dagli altri maomettani, nel quinto periodo della Chiesa, parla il diletto discepolo di Cristo nelle parole citate: (Cfr. Ap 6, 9) che devono, perciò, così interpretarsi: "Vidi sotto l'altare", cioè sotto la protezione e l'intima unione con Cristo. Cristo è, infatti, nello stesso tempo, nostro altare, sacerdote e sacrificio: Egli offrì se stesso sull'altare della croce, come vittima preziosa della nostra redenzione. È Egli stesso l'altare di Dio, poiché su di Lui noi offriamo a Dio Padre i nostri doni e sacrifici. Per questo motivo, quasi tutte le preghiere che la Chiesa fa, suole concludere con le parole "per Cristo nostro Signore".

"Le anime di coloro che erano stati sgozzati", cioè di quei martiri che, nel quinto periodo della Chiesa, dovevano essere uccisi. "A motivo della Parola di Dio", cioè a motivo del comando divino: per osservare il quale con decisione e fortezza, essi scelsero di essere uccisi per Cristo, piuttosto che rinnegare la fede in Lui.

Oppure Dall' Omelia di Giovanni Paolo II, papa (Otranto, 5 ottobre 1980)

Ci ha fatto venire oggi qui ad Otranto il ricordo dei martiri. Ci ha fatto venire qui la venerazione verso il martirio, sul quale, sin dall'inizio, si costruisce il regno di Dio, proclamato ed iniziato nella storia umana da Gesù Cristo.

La verità sul martirio ha nel Vangelo un'eloquenza piena di penetrante profondità ed insieme di trasparente semplicità. Cristo non promette ai suoi discepoli successi terreni o prosperità materiale; egli non presenta davanti ai loro occhi alcuna ''utopìa", come è capitato più di una volta e come capita sempre nella storia delle ideologie umane. Egli semplicemente dice ai suoi discepoli: "vi perseguiteranno". Vi consegneranno agli organi delle diverse autorità, vi metteranno in prigione, vi chiameranno davanti ai diversi tribunali. Tutto ciò "a causa del mio nome" (Lc 21,12).

La sostanza del martirio è legata, dall'inizio e nel corso di tutti i secoli, con questo nome! Noi qualifichiamo come martiri quei cristiani che, nel corso della storia, hanno subito sofferenze, spesso terrificanti, per la loro crudeltà "in odium fidei". Coloro ai quali "in odium fidei" veniva infine inflitta la morte. Quindi coloro che accettando, in questo mondo, le sofferenze e subendo la morte hanno reso una particolare testimonianza a Cristo.

Mettendo davanti agli occhi dei suoi discepoli l'immagine delle sofferenze che li aspettano a causa del suo nome, il maestro dice: "Questo vi darà occasione di render testimonianza" (Lc 1,13).

Cinquecento anni fa qui, ad Otranto, 800 discepoli di Cristo hanno reso appunto una tale testimonianza, accettando la morte per il nome di Cristo. Ad essi si riferiscono le parole che il Signore Gesù ha pronunciato sul martirio: "Sarete odiati da tutti per causa del mio nome" (Lc 21,17). Sì, sono stati oggetto d'odio. Hanno bevuto per il nome di Cristo il calice di quest'odio fino in fondo, a somiglianzà del loro maestro, il quale dalla cena pasquale si recò direttamente al Getsernani e lì pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice" (Lc 22,42). Tuttavia il calice dell'odio umano, della crudeltà e della croce non si è allontanato. Cristo, obbediente al Padre, l'ha vuotato fino in fondo: "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,42).

La testimonianza del Getsernani e della croce è un sigillo definitivo, impresso su tutto ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Egli, accettando la morte, ha dato la propria vita per la salvezza del mondo. I martiri di Otranto, accettando la morte, hanno dato la loro vita per Cristo. E in queslo modo hanno reso una particolare testimonianza a Cristo.

La testimonianza dei martiri li introduce in modo particolare anche nel suo mistero pasquale. "Con la vostra perseveranza - dice Gesù - salverete le vostre anime" (Lc 21,19). Come egli stesso conquistò la nuova vita, accettando la morte, così i martiri accettando la morte, conquistano la vita, a cui Cristo ha dato inizio nella sua risurrezione.

"Quella" vita: la vita nuova e piena smentisce, in certo senso, l'esperienza della morte. Smentisce soprattutto la certezza di coloro che, infliggendo la morte, ritenevano di aver tolto la vita ai martiri, di averli privati della vita e di averli strappati in maniera definitiva dalla terra dei viventi.

"Agli occhi degli stolti parve che morissero; / la loro fine fu ritenuta una sciagura, / la loro dipartita da noi una rovina.

Così proclamava l'autore del libro della Sapienza (Sap 3.2-3) già molto tempo prima che Cristo pronunciasse le sue parole sul martirio.

"...ma essi sono nella pace" (Sap 3.3). Ma essi sono nella pace!

Nell'atto del martirio ha quindi luogo una radicale, per così dire, contrapposizione dei criteri e dei fondamenti stessi del pensare. La morte umana dei martiri, la morte legata alla sofferenza e al tormento - così come la morte di Cristo sulla croce - cede, in un certo senso, dinanzi ad un'altra realtà superiore. L'autore del libro della Sapienza scrive:

"Le anime dei giusti... sono nelle mani di Dio / nessun tormento le toccherà" (Sap 3.1).

Quest'altra realtà superiore non annulla il fatto del tormento e della morte, così come non annullò il fatto della passione e della morte di Cristo. Essa, la "mano'" invisibile di Dio trasforma soltanto questo fatto umano. Lo trasforma già perfino nella sua trama terrestre, mediante la potenza della fede che si rivela nelle anime dei martiri dinanzi al tormento ed alla sofferenza:

"Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità" (Sap 3,4).

La forza di questa fede e la forza della speranza che proviene da Dio sono più potenti del castigo e della morte stessa. I martiri rendono testimonianza a Cristo proprio per questa forza della fede e della speranza. Essi, difatti, simili a Lui nella passione e nella morte, proclamano contemporaneamente la potenza della sua risurrezione. Basta ricordare qui come moriva il primo martire di Cristo, il diacono Stefano; egli si spense gridando: "Ecco io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio" (At 7,56).

Così dunque, grazie alla forza della fede ed alla potenza della speranza, cambiano in un certo senso le proporzioni: le proporzioni della vita e della morte, della sconfitta e della vittoria, dello spogliamento e dell'elevazione. L'autore del libro della Sapienza scrive in seguito:

''In cambio d'una breve pena / riceveranno grandi benefici, / perché Dio li ha provati / e li ha trovati degni di sé" (Sap 3,5).

Qui tocchiamo un punto particolarmente importante nel fatto del martirio. Il martirio è una grande prova, in un certo senso è la prova definitiva e radicale. È la più grande prova dell'uomo, la prova della dignità dell'uomo al cospetto di Dio stesso. È difficile dire a questo proposito più di quanto afferma proprio il libro della Sapienza: "Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé" (Sap 3,5). Non esiste una misura più grande della dignità dell'uomo di quella che si trova in Dio stesso: negli occhi di Dio. Il martirio è dunque "la" prova dell'uomo che ha luogo agli occhi di Dio, una prova nella quale l'uomo, aiutato dalla potenza di Dio, riporta la vittoria.

Mentre combattiamo per la fede, Dio ci guarda, Cristo e i suoi angeli assistono:

* moriamo per Cristo tutti, moriamo volentieri per non rinnegare la sua fede.

È onore e gioia per noi lottare sotto lo sguardo di Dio,

ricevere il premio da Cristo giudice.

Moriamo per Cristo tutti, moriamo volentieri per non rinnegare la sua fede.

 
ORAZIONE Dio onnipotente e misericordioso, guarda il tuo popolo che celebra la solennità dei Beati Antonio Primaldo e Compagni, e, per loro intercessione, concedi anche a noi di essere forti nel testimoniare la fede cristiana. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Franco CARDINI

I martiri di Otranto tratto da: Il Sabato, 21.8.1993, n. 34, p. 47s .

Venezia voleva frenare il potere degli Aragonesi. Lorenzo il Magnifico doveva saldare il debito per la consegna di un responsabile della congiura dei Pazzi. Così il sultano ebbe via libera alla conquista di Otranto. Un tacito patto che costò la vita a 800 cristiani. Decapitati sulla collina dei martiri Il 28 luglio 1480 la città di Otranto veniva assalita da una flotta turca comandata dal grande ammiraglio dell'impero ottomano Gedik Ahmed Pascià. La guarnigione aragonese che custodiva la città si ritirò o non poté comunque fronteggiare l'ondata turca; e l'11 agosto le milizie musulmane poterono pertanto accedere liberamente allo spazio intramurario di Otranto, ch'era stato fin lì praticamente difeso dai soli cittadini. Per tre giorni il massacro indiscriminato infierì: cadde, fra gli altri, anche il vescovo Stefano Pendinelli, ucciso nella sua stessa cattedrale, quella che è celebre per uno dei mosaici pavimentali più belli di tutto il nostro Medioevo .

Il 14 agosto Ahmed Pascià ordinò di rastrellare tutti i superstiti di sesso maschile e d'età superiore ai quindici anni. Erano circa ottocento: fu loro proposta la scelta tra l'apostasia e la decapitazione. Rispose per tutti, secondo la tradizione, il vecchio cimatore di lana Antonio Primaldo: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare i nostri beni e le nostre anime». Allora, a gruppi di cinquanta, i prigionieri furono portati sulla collina detta "di Minerva", presso la città -quella che oggi è detta "collina dei Martiri"- e vennero decapitati. I loro corpi furono lasciati insepolti per un anno fino al 15 agosto del 1481, allorché, riconquistata la città dai cristiani, si poté degnamente onorare i loro resti. I "martiri di Otranto" furono beatificati in blocco nel 1771 e santificati nel 1983 .

La fede coranica distingue con chiarezza tra i "pagani" e i "popoli del Libro", vale a dire gli ebrei e i cristiani, i quali hanno ricevuto la rivelazione attraverso una Sacra Scrittura e conoscono il vero Dio. Se per i pagani non può esservi quartiere, è per contro severamente vietato obbligare con la forza alla conversione ebrei e cristiani; l'alternativa tra la conversione e la morte è riservata ai soli pagani, nei confronti dei quali l'islam conosce esclusivamente un rapporto di guerra. Ma gli ebrei e i cristiani possono accedere liberamente e con le loro forze al perfezionamento della loro fede accettando l'islam; ove non vogliano farlo, è sufficiente, per vivere in pace, che ne accettino la supremazia.

Ahmed Pascià, per zelo o per altre ragioni, infranse pertanto la legge coranica trattando dei cristiani come se fossero stati dei pagani. Episodi del genere, pur essendo relativamente scarsi, non sono sconosciuti alla storia dell'islam: si pensi alle persecuzioni ai danni dei cristiani nella Spagna meridionale del IX secolo, alle conversioni forzate dei cristiani berberi, a pagine di duri maltrattamenti scritte in Persia e in India.


La vera caduta dell'Impero

Del resto, anche il cristianesimo conosce episodi del tutto analoghi: dalla prima crociata del 1096-1099 alla Reconquista spagnola, casi di musulmani costretti con la forza al battesimo sono numerosi. Del resto è noto che i turchi, giunti relativamente tardi alla fede musulmana, erano animati da senso rigoristico più forte dei loro correligionari arabi e ciò li esponeva più frequentemente al pericolo di eccessi. Ma fu soltanto una pietas fanatica, o magari una certa mancanza di energia nei confronti dei più violenti fra i suoi uomini, a indurre l'ammiraglio ottomano allo spaventoso massacro del 1480? .

Nel maggio 1453 si era verificato, per via dei turchi ottomani e del loro sultano Maometto II, un avvenimento di portata mondiale: la caduta dell'impero romano, che gli occidentali sono abituati ad antidatare, senza ragione, di un millennio. Quel che difatti noi chiamiamo "impero bizantino" altro non era -senza apprezzabili soluzioni di continuità- se non la pars Orientis dell'impero romano ridefinita dalla riforma teodosiana del 395.

La caduta di Costantinopoli nel 1453 pose fine a quella storia ultramillenaria e gettò il mondo cristiano in una prostrazione profonda, solcata da paurosi lampi apocalittici. Numerose profezie, che avevano attraversato tutto il Medioevo e che ora tornavano più drammatiche, associavano la caduta della nuova Roma all'avvento dell'Anticristo e alla fine dei tempi. Questo dichiarava la bolla per la crociata emanata il 30 settembre del 1453 da papa Niccolò V che chiamava i principi e i popoli cristiani alla difesa della loro civiltà: Maometto II era prefigura dell'Anticristo, il dragone rosso dell'Apocalisse. La guerra dei Cento anni tra Francia e Inghilterra, che ormai languiva allo stato endemico, si chiuse precipitosamente dinanzi al nuovo pericolo; e in Italia con la "pace di Lodi" del 1454 si aprì il periodo del cosiddetto "equilibrio", più tardi tanto lodato dal Guicciardini proprio perché si temeva che il Turco potesse davvero sbarcare in Italia .

L'alibi turco

E non erano preoccupazioni infondate: la nuova potenza ottomana, che con Costantinopoli controllava ora anche gli stretti, minacciava gli interessi veneziani e genovesi tra mar Nero e mar Egeo, mettendo fra l'altro in forse il rifornimento granario, dal momento che l'Europa importava frumento dalla Crimea; l'avanzata turca interessava gran parte dei Balcani e l'ombra della mezzaluna si proiettava minacciosa sull'Adriatico, giungendo a lambire Vienna e Venezia; le coste del regno aragonese di Napoli si trovavano soggette alle incursioni corsare e in costante rischio di venire invase.

La cristianità occidentale, in tali frangenti, si accorse dolorosamente che il troppo presto liquidato ecumenismo politico aveva pur lasciato un vuoto: con un Sacro Romano Impero ridotto ormai a una larva tedeschizzata, lo stesso indiretto potere del papato -sotto forma, quanto meno, di auctoritas- risultava dimezzato: il Pontefice, ora non poteva che ambire al ruolo quasi simbolico di una qualche (diciamo così) presidenza della "lega" dei principi e dei popoli cristiani d'Europa, riunita per battere il pericolo turco. Fu quanto s'impegnarono a fare, con differente energia, pontefici quali Niccolò V stesso, Callisto III, Pio II. Paolo II, Sisto IV cercando disperatamente di metter d'accordo le divergenti idee e i differenti interessi della repubblica di San Marco, del re di Napoli, del re d'Ungheria e di altre potenze: perché, intanto, si era capito molto bene che i turchi erano sì un pericolo, ma potevano essere anche uno splendido alibi politico per indurre gli stati cristiani ad accettare questa o quella linea, favorevole a questa o a quella potenza. Tali cose, nelle cancellerie d'Europa le sapevano tutti anche se non le diceva nessuno. E le sapeva molto bene anche il sultano, il quale era abituato a ricevere amichevoli ambascerie da parte di quelle potenze cristiane che poi si sbracciavano in magniloquenti intenzioni crociate.



Il gioco del sultano

La crociata nell'Europa del secondo Quattrocento era come l'antifascismo nell'Europa del secondo Novecento: tutti ne parlavano, tutti erano d'accordo, ciascuno cercava di farla coincidere con i propri interessi e di accusare gli altri di non servire con altrettanta energia tale nobile ideale, nessuno o quasi ci credeva sul serio e quasi tutti erano pronti a tradirla alla prima redditizia occasione. In fondo, che Venezia fosse minacciata dal Turco non dispiaceva affatto né al re di Napoli, né al duca di Milano; e il re di Francia non chiedeva di meglio che gli ottomani se la prendessero con gli interessi oltremarini di Genova in modo da poter esser pronto a difendere il prestigioso porto ligure che da decenni ambiva -in contrasto con il duca di Milano- a sottomettere.

Con tali premesse, e in un tale contesto, era chiaro che alternando sapientemente la guerra alla diplomazia il sultano poteva tranquillamente giocare le potenze cristiane: ed è quanto fece. Peraltro, Maometto II era un politico troppo realista e intelligente per puntare davvero a conquistare l'Europa e a sottomettere all'islam i popoli cristiani. Gli conveniva però che così si temesse, o si fingesse di temere. Il pericolo, ad ogni modo, era costante e reale. Fermati per miracolo davanti a Belgrado nel 1456, gli ottomani alternavano la minaccia navale attraverso l'Egeo, lo Ionio e l'Adriatico, a quella terrestre lungo la via del Danubio. Nel 1469 c'erano state incursioni in Carniola, Stiria e Carinzia, destinate a diventar periodiche: nel 1470 i turchi avevano occupato l'isola veneziana di Negroponte; nel '77 e nel '78 le loro incursioni avevano toccato il Friuli. La pressione era così forte che i veneziani, i quali da circa un quindicennio erano in guerra aperta con il sultano sobbarcandosi quasi da soli il compito di aiutare gli ungheresi di Mattia Corvino -sostenuto peraltro nella sua guerra anche dal danaro della Curia pontificia- e gli albanesi che comunque, da ormai un decennio, erano privi della guida del loro eroe Scander Beg, alla fine chiesero e ottennero dal sultano una pace, siglata appunto nel 1479. Ma la lunga guerra non era forse il solo motivo per il quale la Serenissima intendeva chiudere almeno temporaneamente il fronte ottomano .

Il feeling con Lorenzo

Fra '80 e '81, parve che il dominio turco di Otranto stesse per divenire, nelle intenzioni del sultano e di Ahmed Pascià, la base per un'enclave ottomana nelle Puglie che, se avesse retto, avrebbe significato il controllo della mezzaluna sul canale tra Jonio e Adriatico: furono compiute scorrerie anche su Brindisi, Lecce e Taranto. Ma Venezia, signora dell'Adriatico e avversaria tenace del re di Napoli e dei suoi progetti egemonici sulla penisola italica, non poteva restar indifferente dinanzi a chi controllasse il canale d'Otranto: doveva allearvisi o combatterlo. Ebbene, fonti insospettabili perché veneziane, ci assicurano che il "bailo" veneziano a Costantinopoli, Andrea Gritti, fu incaricato di far sapere al sultano, da parte dei suo governo, che egli poteva a buon diritto impadronirsi della Puglia in quanto tali territori appartenevano d'antico diritto al territorio di Bisanzio del quale egli era signore .

Né Venezia era la sola potenza d'Italia a strizzar l'occhio al Turco. Tra Maometto II e la Firenze del Magnifico Lorenzo correva da tempo un discreto feeling: artisti fiorentini erano stati inviati a Istanbul, il sultano aveva impacchettato cortesemente uno dei congiurati antimedicei di quelli che il 26 aprile del 1478 avevano attentato a Lorenzo, nella celebre "congiura dei Pazzi", -si trattava di Bernardo Bandini- e lo aveva spedito a Firenze perché vi fosse giustiziato, e infine il Magnifico aveva impegnato certi suoi incisori nel conio di medaglie commemorative che esaltavano le vittorie del Gran signore in Asia .

Il disegno del Papa

E nasce allora il sospetto che, per capire perché dell'assalto a Otranto non si debba guardare ai progetti del sultano, ma alle tensioni e ai giochi diplomatici delle corti d'Italia. La volontà egemonica del re d Napoli sulla penisola e il conflitto veneziano-aragonese per l'egemonia sull'Adriatico sono, forse, la chiave di tutto. E l'elemento scatenante è probabilmente l'episodio della "congiura dei Pazzi" a Firenze. Ma procediamo con ordine .

I fatti sono ben noti, anche sui manuali scolastici. Da tempo la Toscana era una delle aree "calde" della politica italiana basata sull'incerto equilibrio di guicciardiniana memoria (un equilibrio in realtà europeo del quale la paura dei turchi era un ingrediente). Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli, appoggiava con decisione la politica antifiorentina dei senesi e dei fuorusciti antimedicei; e papa Sisto IV aveva concepito il disegno di appoggiarsi agli avversari del Magnifico ancor presenti nell'aristocrazia fiorentina per scalzare il potere dei Medici e trovare così nella città toscana una signoria per il nipote Gerolamo Riario: il quale a sua volta odiava Lorenzo in quanto egli si era opposto tenacemente all'insediarsi di una sua signoria in Imola.

La congiura dei Pazzi fallì, ma il Papa -cogliendo l'occasione dal fatto che, nella repressione di essa, erano stati giustiziati anche alcuni membri del clero- scomunicò il Magnifico, gettò l'interdetto su Firenze e suscitò contro di essa una lega con il re di Napoli, la repubblica di Siena e Federico da Montefeltro che fu nominato comandante delle truppe alleate .

Firenze aveva dalla sua Venezia e Milano, le due antiche e tenaci avversarie che si erano riavvicinate tra loro per fronteggiare il pericoloso espansionismo napoletano. Il re di Francia, tradizionale sostenitore di casa Medici, fece sapere al Papa che dal suo paese non sarebbe più partito un soldo alla volta della Camera apostolica finché il Pontefice si fosse ostinato a far guerra ai cristiani anziché ai turchi era un ottimo alibi per risparmiar danaro con la scusa dell'unità tra i fedeli e della crociata. Ma i milanesi erano troppo occupati in questioni di politica interna e i veneziani ancora impegnati nella guerra contro i turchi. Rimasto praticamente solo, Lorenzo, accusato intanto dal Papa di ostacolare con la sua superbia un'azione unitaria dei cristiani contro i turchi (ancora il pretesto della crociata...), non poteva fidarsi neppure del comandante delle sue poche milizie, il duca di Ferrara Ercole d'Este, ch'era genero di Ferdinando di Napoli.

La guerra in Toscana andava male: e Venezia, pur avendo fatto pace con i turchi fin dal gennaio 1479, non dava mostra di voler entrare apertamente nello scontro. Il nuovo signore di Milano. Ludovico il Moro, non faceva intendere da che parte volesse sul serio schierarsi, e in realtà non voleva farlo. E' concorde visione degli storici che in tale frangente Lorenzo abbia genialmente rotto l'accerchiamento che ormai rischiava di sopraffarlo ricorrendo ai mezzi diplomatici e mostrando a Ferdinando I che egli non aveva alcun interesse e legarsi troppo alla politica personalistica di Sisto IV, che con ogni probabilità il Pontefice successivo avrebbe abbandonato.

Congiuntura favorevole

Al patto di pace tra Firenze e Napoli, siglato il 25 marzo 1480, corrispose tuttavia un passo d'avvicinamento della Serenissima al Papa: sulle rive del Canal Grande non si poteva che avversare chiunque per qualunque motivo tendesse una mano al re di Napoli. Neppure il re di Francia - che si era arrogato su Napoli i vecchi diritti angioini- gradì la mossa filoaragonese di Lorenzo.

E' chiaro che il sultano approfittò di questo momento per affermare con maggior forza la sua egemonia sull'Egeo, sullo Ionio e sui Balcani. E' possibile che già da Firenze, tra '78 e '80 gli fossero pervenute sollecitazioni in tale senso; e Venezia, una volta siglata nel gennaio '79 la pace con lui, lo istigava come s'è visto a far valere i suoi diritti di erede di Bisanzio sull'Italia meridionale. L'occasione anche diplomatica di agire gli fu offerta ben presto, allorché Ferdinando di Napoli, nella primavera dell'80, fece pervenire alcuni aiuti ai cavalieri di Rodi assediati dai turchi. Per ritorsione il sultano aveva fatto occupare Valona da Ahmed Pascià e aveva dato il via all'impresa di Otranto mentre le galee veneziane, presenti nelle vicinanze del canale, si ritiravano a Corfù (ma corse voce addirittura che
appoggiassero i turchi rifornendoli di viveri).

Il fantasma della crociata

D'altro canto, il sultano sapeva bene che la sua mossa avrebbe dato luogo a una sorta di riflesso condizionato: la vecchia, pretestuosa idea di crociata funzionava ancora in questi casi. L'ombra della mezzaluna proiettata su una terra cristiana, la Puglia, determinò la pacificazione dei principi fedeli alla croce: i napoletano-pontifici sgombrarono le terre della Toscana meridionale sulle quali si erano attestati, il Papa si affrettò a far la pace con Firenze, Venezia e il re di Francia finsero di porre da canto le rispettive animosità nei confronti del re di Napoli. Umanisti e predicatori si dettero con ardore a invocare la crociata. La repentina e inattesa scomparsa del sultano, il 31 maggio 1481, e le lotte per il potere tra i di lui figli Bajazet e Djem che le tennero dietro, facilitarono la riconquista. Fu così che il 10 settembre 1481 Alfonso di Calabria, figlio del re di Napoli, entrava trionfalmente in Otranto, martire ma liberata. A Otranto nel 1480 come a Vienna nel 1526 e nel 1683, i turchi giocarono il ruolo del deus ex machina. Il loro violento irrompere sulla scena europea risolveva una situazione di stallo: l'appello alla crociata, alla defensio crucis, alla liberatio Europae -un appello, intendiamoci, sovente sinceramente lanciato e generosamente accolto -, serviva regolarmente alla soluzione di conflitti interni al mondo cristiano. I turchi assolvevano alla funzione dell'hostes come elemento risolutore delle inimicizie interne e catalizzatore di quella che Carl Schmitt ha definito l'"esportazione della violenza". Paradossalmente ma non troppo, la minaccia turca si rivelava come un fattore di coesione e di determinazione dell'identità europea. Questo del resto è il senso intimo e ultimo della stessa esperienza crociata, che - grazie a Dio - non è mai stata una guerra di religione.
 

sabato 6 agosto 2011

A suon d'Assisi I, I, III passa l'idea che “mestier non era parturir Maria”… e scusate se è poco...

A suon d'Assisi I, I, III  passa l'idea che “mestier non era parturir Maria”… e scusate se è poco... ecco perché continuiamo a pregare che "il Buon Dio in un modo o in un altro intervenga perché la cosa non avvenga" (Mons. Bernard  Fellay nell' Intervista concessa al Distretto degli Stati Uniti della FSSPX, il 2 febbraio 2011). Sempre nella stessa intervista Mons. Fellay affermava: "Suppongo che cercheranno di provare a minimizzarla". Ciò è puntualmente avvenuto come ci ricorda l'articolo a seguire. Che ripensamenti e cambiamenti preannuncino un annullamento dell'iniziativa lo auspichiasmo vivamente: ciò sia non solo nei nostri auspici ma anche nelle nostre preghiere: continuiamo dunque a pregare perché il Santo Padre receda dal suo proposito.


Assisi: cambiamenti in vista
Recentemente l'ottimo Rodari, su Il Foglio del 7 luglio, interpretava alcuni articoli comparsi sull'Osservatore Romano come una "botta a freddo" ai firmatari dell'appello contro una nuova Assisi 1986, pubblicato qualche mese fa sul Foglio (con anche la mia firma).
Un altro vaticanista, anch’egli molto preparato ed informato, come Andrea Tornielli, legge invece gli stessi articoli in modo opposto: "Dopo l’annuncio a sorpresa dello scorso gennaio, quando Benedetto XVI ha convocato il nuovo raduno delle religioni ad Assisi per invocare la pace, alcuni storici (tra questi Roberto de Mattei) e giornalisti cattolici vicini alla sensibilità più tradizionale hanno firmato un appello chiedendo al Papa di ripensarci. E si sono detti sicuri che qualunque cosa Ratzinger dirà o farà ad Assisi, il messaggio veicolato dai media sarà quello del sincretismo religioso, di un pericoloso abbraccio tra verità ed errore che mette tutto e tutti sullo stesso piano. È evidente che le perplessità esposte dai firmatari erano e sono condivise da più di qualcuno nella Chiesa, anche a livelli più alti, anche all’interno del Vaticano. Non si spiegherebbe altrimenti la sequenza pressante di autorevoli articoli che «L’Osservatore Romano» sta mettendo in pagina per spiegare il significato del gesto papale, prevenirne le interpretazioni scorrette, fissarne i contorni e i contenuti. In sostanza, gli interventi sul quotidiano vaticano servono a fronteggiare la preoccupazione (talvolta il dissenso, anche se non esplicitato) da parte dei cosiddetti ambienti «ratzingeriani». I quali ritengono che la convocazione di Assisi - voluta da Benedetto XVI senza subire pressioni né suggerimenti – non sia in linea con il suo stesso pontificato, con le sue linee programmatiche..." (Vatican Insider).
Per Tornielli dunque sono gli stessi "ambienti ratzingeriani" ad avere paura di una nuova Assisi. Personalmente, non posso che confermarlo. Sono più d’uno gli uomini che a papa Benedetto XVI si richiamano che hanno plaudito, con discrezione, il nostro manifesto, perché temono che un'altra Assisi generi ulteriori confusioni nel già smarrito mondo cattolico.
Ha scritto dunque il cardinal Kurt Koch sull’Osservatore Romano del 7 luglio: “…Una simile "giornata di preghiera" non deve naturalmente essere fraintesa come un atto sincretistico…”. E il cardinal Bertone: “…Quest'ultimo punto era di capitale importanza: il relativismo o il sincretismo, infatti, finiscono per distruggere, anziché valorizzare, la specificità dell'esperienza religiosa. Su questo aspetto si è tornati più volte in seguito, anche a motivo di interpretazioni superficiali, che non sono mancate, di quel primo incontro di Assisi”…
E ancora: “La Giornata di Assisi si svolgerà all'insegna di quegli elementi che già caratterizzarono il primo raduno, venticinque anni fa: la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio. La preghiera sarà vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore, che si sono voluti privilegiare rispetto alle forme pubbliche di preghiera di ciascuna tradizione, in continuità con quanto avvenuto già nell'incontro del 2002. La preoccupazione per evitare anche solo l'impressione di qualsiasi relativismo non è solo cattolica, ed è particolarmente comprensibile nell'odierno contesto culturale, per molti versi refrattario alla questione della verità e per questo incline a una presentazione indifferenziata, e ultimamente irrilevante, del fenomeno religioso”. (Osservatore Romano, 3 luglio 2011).
Sembra chiaro, alla luce di questi interventi, che uomini vicini al papa, consapevoli di quello che significò Assisi 1986 (allora non apprezzato dal cardinal Ratzinger), stanno cominciando in questi tempi a mettere i puntini sulle i, per invitare i cattolici a non cadere nel sincretismo e nel relativismo religioso: appare inevitabile pensare non che lo facciano in opposizione al papa, ma, al contrario, di concerto con Lui.
Si prepara cioè, gradualmente, una qualche correzione di rotta, rispetto al passato, come è dimostrato dal fatto che non vi sarà preghiera comune, ma, dopo il “pranzo condiviso”, “preghiera personale”, come ha dichiarato apertamente il cardinal Tauran, sempre sull’Osservatore Romano; che i luoghi sacri cattolici non saranno dati ai membri di altre religioni per i loro riti (significativa la frase di Bertone: “Ci troveremo a camminare insieme per le strade di Assisi”, non per le chiese…); che verranno invitati anche atei, non credenti, a dimostrazione del fatto che ogni dialogo può essere fatto non in nome di un presunto Dio comune, quanto della comune appartenenza, di tutti, al medesimo genere umano.
Dialogo inter-umano, inter-culturale, dunque, se ciò significa confronto alla luce della ragione, ma ciò dovrebbe avvenire nel rispetto del principio di non contraddizione (una religione o è vera o è falsa, tertium non datur), e, quanto ai cattolici, benché molto spesso non sia così, del I comandamento e dell’evangelico: "Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me" (Gv. 14:6). Altrimenti “mestier non era parturir Maria”…

(da Il Foglio, 21/7/2011)

venerdì 5 agosto 2011

come era verde la mia valle

A George Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, senior fellow all’Ethics and Public Policy Center di Washington, il quale si domanda che “è singolare che l’Irlanda, la cui Costituzione è stata emanata ‘Nel nome della Santissima Trinità’, sia diventata la nazione rumorosamente più anti cattolica nel mondo occidentale”, viene spontaneo rispondere: "E' la libertà religiosa, bellezza!".






mercoledì 3 agosto 2011

Pellegrinaggio della Tradizione al Santuario di Oropa

Raccomandiamo vivamente la partecipazione ai fedeli legati alla Messa tradizionale: sarà l'occasione per implorare la celeste benedizione della Beata Vergine Maria sul Santo Padre e su tutta la Chiesa. In questo frangente della storia della Chiesa la Tradizione si propone come occasione privilegiata per un grande ed imprenscindibile rinnovamento spirituale; ci congratuliamo per l'iniziativa cui auguriamo una piena riuscita.

 

Le chiese di Vocogno e Domodossola
dove si celebra la Messa tradizionale invitano al

Pellegrinaggio della Tradizione alla Madonna di Oropa

sabato 24 settembre 2011

ore 10,30 Raduno in Basilica Antica e processione di salita alla Basilica Nuova.

ore 11.00 Santa Messa solenne in Basilica Nuova.

ore 15.00 S.Rosario di fronte all'immagine miracolosa in Basilica Antica.

lunedì 1 agosto 2011

L’indulgenza plenaria del perdono di Assisi


L'indulgenza Plenaria del Perdono di Assisi. Una notte dell'anno del Signore 1216 Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola presso Assisi, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l'altare il Cristo e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: "Santissimo Padre, benché io sia misero peccatore ti prego che a tutti quanti pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso perdono, con una completa remtssione di tutte le colpe". "Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande - gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indalgenza". E Francesco si presentò subito dal Pontefice Oriorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: "Per quanti anni vuoi questa indilgenza?". Francesco scattando rispose: "Padre Santo, non domando anni ma anime". E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo richiamò: "Come non vuoi nessun documento?". E Francesco: "Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa inlalgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l'opera sua: io non ho bisogno dl alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo d notaio e gli Angeli i testimoni". E qualche giorno più tardi insieme ai Vescovi dell'Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!".


Le condizioni per I'acquisto dell'indulgenza plenaria

Il 2 Agosto di ogni anno (dalle ore 12.00 del 1° Agosto alle 24.00 del 2 Agosto) oppure la domenica stabilita dal Vescovo si acquista l'indulgenza plenaria (In virtù dei meriti di Cristo sono rimesse le pene temporali che dovremmo scontare in Purgatorio) facendo:

1. Visita, entro il tempo prescritto, a una basilica minore, la chiesa cattedrale, o una chiesa parrochiale e recita del: Padre nostro Credo

2. Confessione sacramentale;

3. Comunione eucaristica;

4. Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. (almeno un Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre o altre preghiere a scelta);

5. Disposizione d'animo che escluda ogni affetto al peccato anche veniale

venerdì 29 luglio 2011

L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.

Segnaliamo quest'articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro che pur nella brevità tratteggiano il nodo gordiano della crisi nella Chiesa. E' necessario tornare ai fondamenti del cattolicesimo, anche in modo visibile, come suggerisce il servo di Dio dom Prosper Guéranger (1805-1875)


Accorata invettiva
contro il Cattolicesimo rinunciatario e arrendevole
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Se si ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe ingeneroso. Ma sarebbe ancor più fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, sia stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.
Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo. Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui il Concilio Vaticano II ha appiccicato l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”. Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.
Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare in faccia al mondo che le logiche democratiche le lascia volentieri alle democrazie mondane.
Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede.
Però è innegabile che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.
Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”.
Un elenco terribile e attuale su cui urge riflettere.

da "Il Foglio"- 29 luglio 2011

"Abbiamo trovato la tomba di san Filippo"


Lo ha annunciato Francesco D'Andria in Turchia

E' stata probabilmente ritrovata la tomba dell'apostolo passato alla storia per il celebre rimprovero rivoltogli da Gesù: "Filippo, da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto?" (Giovanni, 14, 9). Il ritrovamento è avvenuto in Anatolia occidentale, precisamente a Pamukkale, l'antica Hierapolis, città in cui Filippo, dopo aver predicato in Grecia e Asia Minore, morì. La scoperta si deve alla missione archeologica italiana avviata già nel 1957, e composta oggi da un'équipe internazionale diretta dal 2000 da Francesco D'Andria, docente all'università del Salento.
La ricerca della tomba di san Filippo va dunque avanti da molto tempo. Un risultato importante si ebbe già nel 2008, quando l'équipe riportò alla luce la strada processionale percorsa dai pellegrini per raggiungere il sepolcro dell'apostolo. E finalmente quest'anno - ci racconta telefonicamente dalla Turchia il direttore della missione - "accanto al Martyrion (edificio di culto ottagonale costruito sul luogo dove forse Filippo fu martirizzato), abbiamo individuato una basilica del V secolo a tre navate. Questa chiesa fu costruita intorno a una tomba romana del I secolo che, evidentemente, era tenuta in enorme considerazione se si decise più tardi di edificarvi attorno una basilica. Si tratta di una tomba non a fossa, ma a sacello, con tanto di frontone e camera funeraria".
Ebbene, collegando tra loro questi e molti altri elementi, "siamo giunti alla certezza - conclude D'Andria - di aver individuato la tomba dell'apostolo Filippo, che era al centro di tutto il sistema di pellegrinaggio a lui legato".
Nel IV secolo, Eusebio di Cesarea scrisse che due stelle brillavano in Asia: Giovanni, sepolto a Efeso, e Filippo "che riposa a Hierapolis". In effetti non vi sono dubbi che l'apostolo di Betsaida di Galilea, poi al centro di alcuni testi apocrifi di tendenza gnostica, terminò i suoi giorni a Gerapoli. E la città a lungo si gloriò di lui e delle sue quattro figlie, dotate - stando al racconto di Eusebio (Storia ecclesiastica, III, 39, 9) - di carisma profetico. Controversa, invece, è la questione legata alla morte dell'apostolo. Secondo la tradizione più antica infatti egli non morì martire - così sostiene Eracleone, negli Stromatèis di Clemente Alessandrino (IV, 71, 3) - mentre gli apocrifi raccontano che subì il martirio per mano romana.

Giulia Galeotti

da L'Osservatore Romano del 29 luglio 2011

martedì 26 luglio 2011

"metteranno le mani su di voi" (Lc 21,12)


Aggredito sacerdote, colpevole di celebrare la Messa in latino
di Domenico Rosa
 
Da tempo si ripetevano gli avvertimenti nei confronti di Don Garcia Pardo
 
"Tu sei stato duro ma ti romperemo la testa. Firmato [ndr] Il tuo amico Satana". Questo è uno dei tanti messaggi minatori inviati a don Hernan Garcias Pardo, parroco di San Michele a Ronta (Fi). La sua colpa, quella di celebrare la messa in latino, liberalizzata da Benedetto XVI nel settembre del 2007.
Gli avvertimenti, che ormai si ripetevano da tempo, non hanno fatto desistere il sacerdote, che nonostante tutto ha continuato a dir messa col rito antico. L'epilogo mercoledì scorso, quando è stato malmenato da un 'fedele' nella canonica del paese alla presenza dell'anziana madre. Le botte prese gli hanno procurato una contusione alla spalla, condotto al pronto soccorso di Borgo San Lorenzo è stato medicato.
La notizia oggi è apparsa sul Giornale del Toscana, le accuse rivolte a don Hernan sono quelle di disperdere il gregge, soprattutto non gli perdonano la distribuzione della comunione in bocca e in ginocchio invece che in mano, allo stesso modo di Benedetto XVI. Per altri il prelato italo-argentino ha solo riportato un pò di sacra austerità in parrocchia, bandendo le chitarre dalle funzioni e riportando all'interno delle mura della pieve l'antico canto gregoriano.
La stampa ha calato il silenziatore sulla vicenda, ma nel Mugello, la gente parla dell'accaduto, è scossa da tanta ostilità nei confronti di un uomo di Dio.
Il papa nel promulgare il Motu Proprio, ha voluto dare un segnale di unità, ha parlato a suo tempo di riconciliazione, ma a quanto pare non tutti sono d'accordo, e a volte, come in questo caso, qualcuno manifesta il proprio dissenso brutalmente, compiendo un'aggressione in piena regola contro chi, inerme, ha votato la propria vita nei confronti del prossimo.

Fonte: Il sito di Firenze (

lunedì 25 luglio 2011

il fuoco del dogma


LA VIA SOPRANNATURALE
PER RIPORTARE PACE TRA
PRIMA E DOPO IL VATICANO II

(con finale richiesta al Santo Padre di una iniziativa da prendere in vista del
50° anniversario della chiusura del Concilio)

di Enrico Maria Radaelli

Nota dell'Autore

Il presente testo, approntato appositamente per il sito internet di Sandro Magister (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348309), venendo a costituire la più chiara chiave ermeneutica per comprendere appieno l’inalienabilità e la profondità della relazione metafisica tra Bellezza e Verità, col presente “dodicesimo” è stato allegato al saggio La Bellezza che ci salva, di cui è quasi l’anima.

Il presente testo è stato rivisto e corretto dall'Autore



La discussione che sta avvenendo, grazie alla meritevole idea e alla conseguente ospitalità di Sandro Magister sul suo sito internet, (1) tra scuole di diverse e opposte posizioni riguardo a riconoscere nel concilio ecumenico Vaticano II continuità o discontinuità con la tradizione, oltre che chiamarmi in causa direttamente fin dalle prime battute, tocca da vicino alcune pagine preliminari del mio recente libro La bellezza che ci salva.

Il fatto di gran lunga più significativo del saggio è la comprovata identificazione delle “Origini della bellezza” con quelle quattro qualità sostanziali che san Tommaso (vi si veda il primo capitolo) mostra essere i nomi dell’Unigenito di Dio, identificazione che dovrebbe chiarire una volta per tutte il fondamentale e non più eludibile legame che un concetto ha con la sua espressione, che è a dire la verità con la bellezza, il linguaggio con la dottrina che lo utilizza.

Mi pare doveroso intervenire e fare così alcuni chiarimenti per mi parrebbero decisivi per chi vuole ricostruire quella Città della bellezza che è la Chiesa e riprendere così l’unica strada (questa la tesi del mio saggio) che può portarci alla felicità eterna, che ci può cioè salvare.
Completo il mio intervento con il suggerimento della richiesta che meriterebbe essere fatta al Santo Padre affinché, ricordando con mons. Gherardini che nel 2015 cadrà il 50° anniversario del concilio, (2) la Chiesa tutta approfitti di questo straordinario evento per ripristinare la pienezza di quel munus docendi sorprendentemente sospeso cinquant’anni fa.

Riguardo al tema in discussione, la questione è stata ben riassunta da Padre Cavalcoli: «Il nodo del dibattito è qui. Siamo infatti tutti d’accordo - Gherardini, de Mattei [e il sottoscritto] e noi [padre Cavalcoli, Padre Valuet, il professor Introvigne e il reverendo professor Rhonheimer] - che le dottrine già definite [dal magistero dogmatico della Chiesa pregressa] presenti nei testi conciliari sono infallibili. Ciò che è in discussione è se sono infallibili anche gli sviluppi dottrinali, le novità del Concilio».

Il Domenicano si avvede infatti che la necessità è di «rispondere affermativamente a questo quesito, perché altrimenti che ne sarebbe della continuità, almeno così come la intende il papa?». E non potendo fare, come ovvio, le affermazioni che pur vorrebbe fare, le gira nelle

opposte domande, cui qui darò la risposta che avrebbero se si seguisse la logica aletica insegnataci dalla filosofia.


PRIMA DOMANDA: «È AMMISSIBILE CHE LO SVILUPPO DI UNA DOTTRINA DI FEDE O PROSSIMA ALLA FEDE GIÁ DEFINITA SIA FALSO?»

Caro Padre Cavalcoli, lei per la verità avrebbe tanto voluto dire: «Non è ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso». Invece la risposta è: sì, lo sviluppo può essere falso, perché una premessa vera non porta necessariamente a una conclusione vera, ma può portare pure a una conclusione falsa, o a più, tant’è che in tutti i concilii del mondo – persino nei dogmatici – si confrontarono le più contrastanti posizioni proprio in odore a tale possibilità: per avere lo sperato sviluppo di continuità delle verità per grazia
rivelate non basta essere teologi, vescovi, cardinali o Papi, ma è necessario richiedere l’assistenza speciale, divina, data dallo Spirito Santo di Cristo solo a quei concilii in cui essi si radunano che, dichiarati alla loro apertura solennemente e indiscutibilmente a carattere dogmatico, tale divina assistenza se la garantiscono formalmente. In tali soprannaturali casi avviene che lo sviluppo dato alla dottrina soprannaturale risulterà garantito come vero tanto quanto come vere sono già divinamente garantite le sue premesse.

Ciò non è avvenuto all’ultimo concilio, dichiarato formalmente a carattere squisitamente pastorale almeno tre volte: alla sua apertura, che è quel che conta, poi all’apertura della seconda sessione e per ultimo in chiusura; sicché in tale assemblea da premesse vere si è potuti giungere a volte anche a conclusioni almeno opinabili (a conclusioni che, canonicamente parlando, rientrano nel 3° grado di costrizione magisteriale, quello che, trattando temi a carattere morale, pastorale o giuridico, richiede unicamente «religioso ossequio») se non «addirittura errate», come riconosce lo stesso Padre Cavalcoli contraddicendo la sua tesi portante, «e comunque non infallibili» (Idem), e che dunque «possono essere anche mutate»
(Idem), sicché, anche se disgraziatamente non vincolano formalmente, ma “solo” moralmente il pastore che le insegna anche nei casi siano di incerta fattura, provvidenzialmente non sono affatto obbligatoriamente vincolanti l’obbedienza del fedele.

D'altronde, se a gradi diversi di magistero non si fanno corrispondere gradi diversi di assenso del fedele non si capisce cosa ci stiano a fare i gradi diversi di magistero. I gradi diversi di magistero sono dovuti ai gradi diversi di prossimità di conoscenza che essi hanno con la Realtà prima, con la Realtà divina rivelata cui si riferiscono, e è ovvio che le dottrine rivelate direttamente da Dio pretendono un ossequio totalmente obbligante (1° grado), tali come le dottrine a loro connesse se presentate con definizioni dogmatiche o con atti definitivi (2° grado); entrambe si distinguono da quelle altre dottrine che, non potendo appartenere al primo ceppo, potranno essere annoverate al secondo solo allorquando si sarà appurata con argomenti plurimi, prudenti, chiari e irrefutabili la loro connessione intima, diretta ed evidente con esso nel rispetto più pieno del principio di Lérins recepito nel Vaticano I (quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est), garantendo così al fedele di trovarsi anch’esse dinanzi alla conoscenza più prossima di Dio; tutto ciò, come si può capire, si può ottenere soltanto nell’esercizio più consapevole, voluto e implorato dalla e sulla Chiesa del munus dogmatico.

La differenza tra le dottrine di 1° e 2° grado e quelle di 3° è data dal carattere certamente soprannaturale delle prime, che invece nel 3° gruppo non è garantito: forse c’è, ma forse anche non c’è. Quel che va colto è che il munus dogmatico è: 1) un dono divino; dunque, 2), un dono da richiedere espressamente; e 3), un dono la cui non richiesta non offre poi alcuna garanzia di assoluta verità che unicamente quel munus sopradetto accompagna, e che dunque sgancia magistero e fedeli da ogni obbligo (l'uno di veridicità, gli altri di obbedienza), pur richiedendo loro religioso ossequio: nel 3° grado potrebbero trovarsi indicazioni e congetture di ceppo naturalistico, e il vaglio per verificare se, depuratele da tali eventuali anche microbiche infestazioni, è possibile un loro innalzamento al grado soprannaturale, può compiersi unicamente mettendole a confronto col fuoco dogmatico: la paglia brucerà, ma il ferro divino, se c’è, risplenderà certo in tutto il suo fulgore.

È ciò che è successo alle dottrine dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, oggi dogmi, articoli cioè di fede appartenenti oggi di diritto al 2° gruppo: ma fino rispettivamente al 1854 e al 1950 esse appartevano al gruppo delle dottrine opinabili, al 3°, alle quali si doveva nient’altro che «religioso ossequio», pari pari a quelle dottrine novelle che, più avanti elencate qui in breve e sommario inventario, si affastelleranno nel più recente insegnamento della Chiesa dal 1962. Ma nel 1854 e nel 1950 il fuoco del dogma le circondò della sua divina e peculiare marchiatura, le avvampò, le vagliò, le impresse e infine in eterno le sigillò quali ab initio e per sese già esse nella loro più intima realtà erano: verità certissime e universalmente comprovate, dunque di diritto appartenenti al ceppo soprannaturale (il 2°) anche se fino allora non formalmente riconosciute sotto tale splendida veste: felice riconoscimento, e qui si vuol appunto sottolineare: riconoscimento degli astanti, Papa in primis, non affatto trasformazione del soggetto: come quando i critici d’arte, osservata sotto ogni punto di vista e indizio utili ad avvalorarla o smentirla – certificati di provenienza, di passaggi di proprietà, prove di pigmentazione, di velatura, pentimenti, radiografie e riflettografie – riconoscono in un quadro d’autore la sua più indiscutibile e palmare autenticità.

Quelle due dottrine si rivelarono entrambe di fattura divina, e della più pregiata. Se qualcuna dunque di quelle più recenti è della stessa altissima mano lo si riscontrerà pacificamente col più splendido dei mezzi.

SECONDA DOMANDA: «PUÓ IL NUOVO CAMPO DOGMATICO ESSERE IN CONTRADDIZIONE CON L'ANTICO?»

Ovviamente no, non può in alcun modo, infatti dopo il Vaticano II non abbiamo alcun «nuovo campo dogmatico», come si esprime il Domenicano, anche se molti vogliono far passare le novità conciliari e postconciliari per tale pur essendo il Vaticano II un semplice se pur solenne (della solennità dovuta a un concilio ecumenico, come rivela anche mons. Gherardini) e straordinario «campo pastorale»: nessuno dei documenti richiamati da Padre Valuet alla sua nota 5 dichiara un’autorevolezza del concilio maggiore di quella da cui esso fu investito fin dall’inizio: nient’altro che una solenne e universale (= ecumenica), adunanza “pastorale” intenzionata a dare al mondo alcune indicazioni pastorali, rifiutandosi dichiaratamente e ostentatamente di definire dogmaticamente (o anatemizzare) alcunché.

Tutti i maggiorenti neomodernisti (o sempliciter novatori che dir si voglia) che - come sottolinea il professor de Mattei nel suo Il concilio Vaticano II. Una storia mai scritta - furono attivi nella Chiesa fin dai tempi di Pio XII: teologi, vescovi e cardinali della Nouvelle Théologie come Alfrink col suo perito Schillebeeckx, Bea, Câmara, Carlo Colombo, Congar, De Lubac, Döpfner, Frings col suo perito Ratzinger; König col suo Küng; Garrone col suo Daniélou; Lercaro, Liénart, Maximos IV, Montini, Suenens, e, quasi gruppo a sé, i tre maggiorenti della cosiddetta scuola di Bologna: ieri Dossetti e Alberigo, oggi Melloni, hanno nello svolgimento del Vaticano II e dopo di esso cavalcato con ogni sorta di espedienti la rottura con le detestate dottrine pregresse sullo stesso presupposto, equivocando cioè sulla solennità della straordinaria adunanza (ripeto: indubbia); per cui si ha che tutti costoro compirono de facto rottura e discontinuità proclamando de voce saldezza e continuità. Che vi sia poi da parte loro e poi universalmente oggi desiderio di rottura con la Tradizione è riscontrabile almeno: 1) dal più largo scempio perpetrato sulle magnificenze degli altari antichi; 2) dall’egualmente universale odierno rifiuto di tutti i vescovi del mondo tranne due o tre a dare il minimo spazio al Rito Tridentino o Gregoriano, in stolida e ostentata disobbedienza alle direttive della Summorum Pontificum, e si potrebbe continuare; lex orandi, lex credendi: se tutto ciò non è rigetto della Tradizione, cosa allora?

Malgrado ciò, e la gravità di tutto ciò, non si può però ancora parlare in alcun modo di rottura: la Chiesa è «tutti i giorni» sotto la divina garanzia data da Cristo nei giuramenti di Mt 16, 18 (Portæ inferi non prævalebunt) e di Mt 28, 20 (Ego vobiscum sum omnibus diebus) e ciò la mette metafisicamente al riparo da ogni timore in tal senso, anche se il pericolo è sempre alle porte e spesso i tentativi in atto; ma chi sostiene un’avvenuta rottura (alcuni dei maggiorenti anzidetti, ma anche i sedevacantisti) cade nel naturalismo.

Però non si può parlare neanche di saldezza, cioè di continuità con la Tradizione, perché è sotto gli occhi di tutti che le più varie dottrine uscite dal e dopo il concilio: ecclesiologia, collegialità, panecumenismo, rapporto con le altre religioni, filogiudaismo, irenismo, medesimezza del Dio adorato da cristiani, ebrei e islamici; correzione della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”, unicità delle fonti della Rivelazione, libertà religiosa, teodicea, antropocentrismo, aniconologia, o quella da cui è nato il Novus Ordo Missæ in luogo del Gregoriano (oggi raccattato a fianco del primo, ma subordinatamente!), sono tutte dottrine che una per una non reggerebbero alla prova del fuoco del dogma, se si avesse il coraggio di provare a dogmatizzarle, fuoco che consiste nel dar loro sostanza teologica con richiesta precisa di assistenza dello Spirito Santo di Cristo, vedasi il corpus theologicum posto a loro tempo a base dell’Immacolata Concezione o dell’Assunzione; esse sono realizzate unicamente per il fatto che non vi è nessuna barriera dogmatica alzata per non permettere il loro concepimento, però poi si impone una fasulla continuità col dogma per pretendere verso di esse l’assenso de fide necessario all’unità e alla continuità (si vedano per esempio, ivi, le pp. 70 sgg., 205 e 284 (3)), restando così tutte in pericoloso e «fragile borderline tra continuità e discontinuità» (p. 49), ma sempre al di qua del limite dogmatico, che infatti, se applicato, determinerebbe la loro fine, e non invece, come qualcuno paventa, la del tutto impossibile «uscita della Chiesa da se stessa» (p. 43). Anche l’affermazione di continuità tra tali dottrine e Tradizione pecca a mio avviso di naturalismo.

TERZA DOMANDA: «SE NOI NEGHIAMO L'INFALLIBITÀ DEGLI SVILUPPI DOTTRINALI DEL CONCILIO CHE PARTONO DA PRECEDENTI DOTTRINE DI FEDE O PROSSIME ALLA FEDE, NON INDEBOLIAMO LA FORZA DELLA TESI CONTINUISTA?»

Certo che la indebolite, anzi la annientate. E date forza alla tesi opposta, che continuità non c’è. E questo in odore alla verità.

Niente rottura, ma anche niente continuità. E allora cosa? La via d’uscita la suggerisce Romano Amerio con quella che l’autore di Iota unum (p. 28 dell'edizione Lindau) definisce «la legge della conservazione storica della Chiesa», raccolta a p. 41 del mio saggio, per la quale «la Chiesa non va perduta nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità». E quando la Chiesa non pareggia la verità? Quando i suoi insegnamenti la dimenticano, oppure la confondono, la intorbidano, la mischiano, come avvenuto (non è la prima volta e non sarà l’ultima, vedasi la mia Postfazione a Iota Unum, Lindau, pp. 702-707) dal Concilio a oggi; e quando perderebbe la verità? (Al condizionale: si è visto che non può in alcun modo perderla). Solo se la anatemizzasse, o se viceversa dogmatizzasse una dottrina falsa, cose che potrebbe fare il Papa e solo il Papa, se (= “nella metafisicamente impossibile ipotesi che”) le sue labbra dogmatizzanti e anatematizzanti non fossero soprannaturalmente legate dai due sopraddetti giuramenti di Nostro Signore.
Insisterei su questo punto, che mi pare decisivo.

Qui si avanzano delle ipotesi, ma, come dico nel mio libro (p. 55), «lasciando alla competenza dei Pastori ogni verifica della cosa e ogni successiva conseguenza, per esempio del se e del chi eventualmente, e in che misura, sia incorso od ora incorra» negli atti configurati. Nelle primissime pagine evidenzio in particolare come non si possono alzare gli argini al fiume di una bellezza salvatrice se non sgombrando la mente da ogni equivoco, errore o malinteso: la bellezza si accompagna unicamente alla verità (p. 23), e tornare a far del bello nell’arte (almeno nella sacra) non si riesce se non lavorando nel vero di insegnamento e atto liturgico.

Quello che a mio avviso si sta perpetrando nella Chiesa da cinquant’anni è un ricercato amalgama tra continuità e rottura. È lo studiato governo delle idee e delle intenzioni spurie nel quale si è cambiata la Chiesa senza cambiarla, sotto la copertura (da mons. Gherardini nitidamente illustrata anche nei suoi libri più recenti) di un magistero volutamente sospeso, a partire dal Discorso d’apertura del concilio Gaudet Mater Ecclesia, in una tutta innaturale e tutta inventata sua forma detta con grande imprecisione teologica, “pastorale”: si è svuotata la Chiesa delle dottrine poco o nulla adatte all’ecumenismo e perciò invise ai maggiorenti visti sopra e la si è riempita delle idee “ecumeniche” di quegli stessi, e ciò si è fatto senza toccarne punto la veste metafisica, natura sua dogmatica (p. 62), natura sua cioè soprannaturale, ma lavorando unicamente su quel «campo» del suo magistero che inferisce solo sulla sua «conservazione storica». In altre parole: non c’è rottura formale, né peraltro formale continuità, unicamente perché i Papi degli ultimi cinquant’anni si rifiutano di ratificare nella forma dogmatica di 2° livello le nuove dottrine di 3° che sotto il loro governo stanno devastando e svuotando la Chiesa (p. 285). Ciò vuol dire che in tal modo la Chiesa non pareggia più la verità, ma neanche la perde, perché i Papi, persino in occasione di un concilio, si sono formalmente rifiutati e di dogmatizzare le nuove dottrine e di anatemizzare le pur disistimate (o corrette o raggirate) dottrine pregresse.

Come si vede, si potrebbe anche ritenere che tale incresciosissima situazione andrebbe a configurare un peccato del magistero, e grave, sia contro la fede, sia contro la carità (p. 54): non sembra infatti che si possa disobbedire al comando del Signore di insegnare alle genti (cfr. Mt 28, 19-20) con tutta la pienezza del dono di conoscenza elargitoci, senza con ciò «deviare dalla rettitudine che l’atto (di '‘insegnamento educativo alla retta dottrina”) deve avere (S. Th. I, 25, 3, ad 2). Peccato contro la fede perché la si mette in pericolo, e infatti la Chiesa negli ultimi cinquant’anni, svuotata di dottrine vere, si è svuotata di fedeli, di religiosi e di preti, diventando l’ombra di se stessa (p. 76). Peccato contro la carità perché si toglie ai fedeli la bellezza dell’insegnamento magisteriale e visivo di cui solo la verità risplende, come illustro in tutto il secondo capitolo. Il peccato sarebbe d’omissione: sarebbe il peccato di «omissione della dogmaticità propria alla Chiesa» (pp. 60 sgg.), con cui la Chiesa volutamente non suggellerebbe sopranaturalmente e così non garantirebbe le indicazioni sulla vita che ci dà.

Questo stato di peccato in cui verserebbe la santa Chiesa (infatti si intende sempre: di alcuni uomini della santa Chiesa), se riscontrato, andrebbe levato e penitenzialmente al più presto anche lavato, giacché, come il cardinale José Rosalio Castillo Lara scriveva al cardinale Joseph Ratzinger nel 1988, il suo attuale ostinato e colpevole mantenimento «favorirebbe la deprecabile tendenza […] a un equivoco governo cosiddetto “pastorale”, che in fondo pastorale non è, perché porta a trascurare il dovuto esercizio dell’autorità con danno al bene comune dei fedeli» (pp. 67-8).

Per restituire ancora una volta alla Chiesa la parità con la verità, come le fu restituita ogni volta che si trovò in simili drammatiche traversie, non c'è altra via che tornare alla pienezza del suo munus docendi, facendo passare al vaglio del dogma a 360 gradi tutte le false dottrine di cui oggi è intrisa, e riprendere come habitus del suo insegnamento più ordinario e pastorale (nel senso rigoroso del termine: “trasferimento della divina Parola nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo”) l’atteggiamento dogmatico che l’ha sopranaturalmente condotta fin qui nei secoli. Ripristinando la pienezza magisteriale sospesa si restituirebbe alla Chiesa storica l’essenza metafisica sottrattale, e con ciò si farebbe tornare sulla terra la sua bellezza divina in tutta la sua più riconosciuta e assaporata fragranza.


PER CONCLUDERE, UNA PROPOSTA

Ci vuole audacia. E ci vuole Tradizione. In vista della scadenza del 2015, 50° anniversario del concilio della discordia, bisognerebbe poter promuovere una forte e larga richiesta al Trono più alto affinché, nella sua benignità, non perdendo l’occasione davvero speciale di tale eccezionale ricorrenza, consideri che vi è un unico atto che può riportare pace tra l’insegnamento e la dottrina elargiti dalla Chiesa prima e dopo la fatale assemblea, e quest’unico, eroico, umilissimo atto è quello di accostare al soprannaturale fuoco del dogma le dottrine sopra accennate invise ai fedeli di parte «tradizionalista» (p. 289), e le contrarie: ciò che deve bruciare brucerà, ciò che deve risplendere risplenderà. Da qui al 2015 abbiamo davanti tre anni abbondanti. Bisogna utilizzarli al meglio. Preghiere e intelligenze debbono essere portate alla pressione massima: fuoco al calor bianco. Senza tensione non si ottiene niente, come a Laodicea.
Questo atto che qui si propone di compiere, l’unico che potrebbe tornare a riunire in un’unica cera, come dev’essere, quelle due potenti anime che palpitano nella santa Chiesa e nello stesso essere, riconoscibili l’una negli uomini “fedeli specialmente a ciò che la Chiesa è”, l’altra negli uomini il cui spirito è più aggettato, diciamo così, al suo domani, è l’atto che, mettendo fine con bella decisione a una cinquantennale situazione piuttosto anticaritativa e alquanto insincera, riassume in un governo soprannaturale i santi concetti di Tradizione e Audacia: per ricostruire la Chiesa e tornare a fare bellezza, il Vaticano II va letto nella griglia della Tradizione con l’Audacia infuocata del dogma.

Dunque tutti i «tradizionalisti» della Chiesa, a ogni ordine e grado come a ogni particolare taglio ideologico appartengano, sappiano raccogliersi in un’unica sollecitazione, in un unico progetto: giungere al 2015 con la più vasta, consigliata e ben delineata istanza affinché tale ricorrenza sia per il Trono più alto l’occasione più propria per ripristinare il divino munus docendi su tutta la Chiesa nella sua pienezza.

Enrico Maria Radaelli

NOTE
1 - A partire da http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1347420; le citazioni successive di Padre Giovanni Cavalcoli sono prese da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348041
2 - Cfr. «Divinitas», anno 2011, 2, p. 188.
3 - Enrico Maria Radaelli,
La bellezza che ci salva.