Con la soppressione dei Santi Patroni, un altro colpo è stato inferto alle nostre radici cristiane. I cattolici liberali badano più all’economia della nazione che all’economia della grazia (ma la protezione dei Santi è ancora importante per costoro?), i leghisti non si curano delle tradizioni locali e le sinistre vanno avanti come i panzer nel distruggere ogni residuo di cattolicità. Povera Italia! Orbata delle sue tradizioni e della protezione dei Suoi Santi. Che Dio ci aiuti! Ricordino i politici che i partiti che spazzarono via le feste cattoliche di San Giuseppe, Dell’Ascensione del Corpus Domini furono a loro volta spazzati via (Democrazia cristiana compresa!): lo ricordino se non vogliono fare la stessa fine (Lega compresa!).
Immagini della Festa di San Bartolomeo a Giarratana
ADDIO SANTI PATRONI?
"Non sappiamo ancora cosa sia successo nella votazione di ieri, né cosa succederà nelle prossime, tuttavia quel che scrive Padre Cristoforo è un discorso che fa riferimento ad una mentalità e non a un fatto puntuale"Un moto di rabbia ha percorso le mie vene quando ho letto sui giornali che il governo (eletto col voto cattolico) voleva abolire la festa dei santi patroni, per ridare fiato all’esangue economia italiana. L’abolizione di un solo giorno festivo infrasettimanale, celebrato in giorni diversi in città diverse, avrebbe salvato l’Italia dal baratro del fallimento e da quelle schiere di sfaccendati (così poco “europei”…), che guardano i fuochi d’artificio e rischiano d’andare in chiesa ad accendere un cero. Ma la misura “moderna” avrebbe soprattutto accontentato il partito dei “laicissimi”, che invece ha difeso strenuamente le tre feste della religione del laicismo all’italiana. Salvate quindi tre feste. Quelle del 25 aprile e del Primo maggio, perché il governo di destra - forse afflitto da qualche complesso - non ha saputo resistere, quindi all’unanimità si è votato di mantenere il culto alle due feste “liberatorie”. Tuttavia lo sforzo di venerazione del dio-stato, l’unico santo protettore rimasto, s’è spinto oltre e ha salvato anche la festa più recente: quella di Santa Repubblica Atea, beatificata recentemente da quei logorroici pontefici laici, che di retorica ne hanno da vendere.
All’inizio mi sono indignato, poi mi son detto: brava la sinistra, sì brava la sinistra. In fondo sono quasi meglio degli altri, almeno ci credono o fanno finta, ma anche se facessero finta almeno si mobilitano. E i pecoroni cattolici, che di sinistra non sono (o non dovrebbero essere), talmente sono ignavi, che votano entusiasti per “laicizzare” il paese e buttano al macero i santi patroni. Nel silenzio del mondo cattolico, nel silenzio dell’episcopato, nel silenzio dei parroci e pure nel silenzio di quelle vecchiette che alla processione del Santo ci andavano ancora, ma con una fede che s’era ormai affievolita anch’essa. Miracoli d’un cattolicesimo imborghesito, che per avere una lode d’una ministra tedesca protestante e delle logge massoniche francesi, è capace di rinnegare i suoi santi protettori. Povera Cristianità italiana, morta e anche sepolta. C’è da meravigliarsi ? No. E qui faccio un “mea culpa”, ho creduto ancora che un’Italia cattolica esistesse, magari nei paesi, magari in certe fasce…No è falso, non esiste più, è morta. Morta nel perbenismo americanista anni Cinquanta, fiaccata dalla libertà religiosa del Concilio, martoriata da anni di Democrazia Cristiana liberaloide e bacchettona, che faceva approvare l’aborto e sopprimeva il Corpus Domini, pugnalata alle spalle, se ancora ce n’era il bisogno, dal Nuovo Concordato di Sua Eminenza il Card. Casaroli e di Sua Laicità Bettino Craxi, uniti nel comune intento di modernizzare il Paese…e la Chiesa!
Non una voce si è levata in difesa dei Santi. Eppure un Eminentissimo, per difendere nientedimeno che le cooperative, ha trovato la forza d’intervenire. Ma si sa, difendere le cooperative fa chic e non impegna, difendere l’Italia cattolica (o quel che ne resta) darebbe una cattiva impressione, specie in una Chiesa che ha rinunciato a cristianizzare la società. Ormai siamo nel Duemila ed oggi non è più la Chiesa a guidare i popoli, ma è Angela Merkel e chi la manovra. Lo vogliamo capire o no ? Fra le gerarchie alcuni l’hanno capito e…s’adeguano. D’altronde chi si mosse per difendere le festività soppresse ? Nessuno o quasi, anzi all’epoca, sotto Paolo VI, c’era ancora il vecchio Concordato e fu la Chiesa a dare il necessario avallo. E poi chi lottò contro l’aborto e il divorzio in un’Italia che ancora si credeva cattolica ?
Una sola domanda al lettore: chi si ricorda oggi, dopo la soppressione della festa infrasettimanale e il suo spostamento alla domenica, quando cade l’Ascensione o il Corpus Domini ? Pochi, pochissimi. Ebbene col tempo scorderemo anche il Patrono, la sua data, il suo nome.
Le banche tedesche si complimenteranno di tanto oblio, in compenso la società italiana avrà perso anche l’ultima cosa che le resta da perdere, le identità locali, la fede infatti l’ha già persa da tempo.
Per conto mio non mi farò più illusioni, ormai lo stato italiano e la società sono atei, ma non hanno ancora il coraggio di dirlo.
Padre Cristoforo
Intervista a Don Alberto Secci del clero di Novara
Il disagio, le traversie spirituali, le battaglie ed il coraggio di un sacerdote autenticamente cattolico costretto purtroppo a convivere con una realtà ecclesiale spesso incomprensibile
Don Alberto Secci e i suoi due confratelli Don Stefano Coggiola e Don Marco Pizzocchi, sempre del clero di Novara, balzarono agli onori della cronaca, loro malgrado, quando si impegnarono ad aderire fedelmente al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, nel 2007.
L'opposizione alla celebrazione della S. Messa secondo il Rito tradizionale fu decisa e violenta da parte della Curia di Novara, tanto da mettere in seria difficoltà i tre sacerdoti soprattutto nei confronti dei loro stessi parrocchiani. La logica era semplice: la celebrazione della S. Messa trdizionale doveva essere una eccezione, quindi interdetta a dei parroci.
Della cosa parlò a lungo la stampa, locale e nazionale (vedi- vedi- vedi), e i tre sacerdoti vennero presentati come dei testardi e dei provocatori.
Anche certi strani ambienti sedicenti “tradizionali” pensarono bene di richiamarli alla moderazione, ricordando che la causa tradizionale richiederebbe l'esercizio della virtù dell'ubbidienza anche di fronte al disconoscimento delle leggi della Chiesa, al dileggio della S. Messa cattolica e alla noncuranza per il bene delle anime. Ovviamente questo lo si chiede sempre ai più deboli: ai sacerdoti e ai fedeli, soprattutto nei confronti di vescovi che fanno di testa loro come se fossero i padroni delle loro Chiese particolari, mentre le Autorità romane non riescono a tenere a freno i vescovi autoreferenti e non riescono a fare rispettare i diritti dei sacerdoti e dei fedeli anche quando discendono direttamente dalle leggi attuali e universali della Chiesa.
Una vecchia storia, che ricordiamo solo perché, come accade modernamente, il richiamo all'ubbidienza sfocia facilmente dell'ubbidientismo, al pari del richiamo all'infallibilità che oggi si è ridotto al mero infallibilismo. È con queste deviazioni che negli ultimi 50 anni sono state stravolte la liturgia e la dottrina cattoliche.
Ma il Signore vede e provvede e i nostri tre sacerdoti continuano a proseguire sulla loro strada, della fedeltà alla Santa Tradizione di Santa Romana Chiesa.
Oltre che nelle loro chiese di Vocogno e Domodossola, oggi è possibile seguire l'apostolato di Don Alberto Secci e di Don Stefano Coggiola attraverso il loro sito internet RADICATI NELLA FEDE
di Marco Bongi
Don Alberto, la Sua figura di sacerdote, tornato alla S. Messa di sempre in occasione del Motu Proprio, fece molto parlare i media negli anni 2007 - 2008. Oggi, dopo parecchio tempo da quei convulsi avvenimenti, Le chiediamo di risponderci ad alcune domande che possano consentire ai fedeli italiani di conoscere meglio la Sua storia e l'apostolato che sta svolgendo.
D. - Ci può raccontare brevemente come e quando nacque la Sua vocazione sacerdotale e come fu la Sua formazione in seminario?
R. Sono nato a Domodossola, ma la mia famiglia si trasferì nel biellese, mio papà era carabiniere, e lì passai gli anni dell'infanzia in una buona parrocchia, guidata da un vecchio parroco, classe 1890!, un patriarca, con una fortissima devozione alla Madonna, lì sicuramente ci fu il primo germe della vocazione. Il servizio all'altare, il mese di maggio, il santuario di Oropa...accanto alla fedeltà della mamma al suo compito quotidiano e alla Messa , al senso del dovere e dell'ordine del papà e tante altre cose che segnarono positivamente la mia infanzia cattolica.
Poi tornai a Domodossola con la mia famiglia, mi iscrissi al liceo scientifico statale... bei ricordi, anche se nel 1977 il clima era, anche in provincia, molto laicista. In quel liceo vissi poi un'intensa militanza cattolica in Comunione e Liberazione. Eravamo pochi, ma agguerritissimi. Ricordo quegli anni: preghiera (dicevamo lodi, ora media, vespri e compieta, rosario, Messa quotidiana – a 15, 16 anni! - e studiavamo su libri diversi da quelli adottati dai professori, per difendere la Chiesa e la sua Storia). L'amore alla Chiesa, con la sua conoscenza, crebbe sempre di più. Leggevamo i grandi autori spirituali, penso a san Benedetto, a Teresa D'Avila...per me fu naturale e prepotente l'evidenza della vocazione Sacerdotale. Cristo è tutto, la Chiesa è il suo Corpo: come non dare la vita per questo?
In Seminario entrai dopo la maturità a 19 anni. Grande aiuto dal Padre Spirituale, cattolicissimo, molto meno dalla teologia, che ho pur fatto con passione. La colpa? In quegli anni era tutto un cantiere di opinioni personali, ideologicamente ancorate alle teoria rahneriane. Ma attraversai serenamente quegli anni, abituato dal liceo a “battagliare” positivamente per la fede. Non ce l'ho con nessuno, ricordo con simpatia tutti i docenti, ma ero già preparato dalla militanza cattolica precedente a vigilare su qualsiasi insegnamento. Ogni giorno in seminario si guardava all'orizzonte attendendo la restaurazione cattolica...che non arrivava mai!
D. - Quali sono stati i ministeri da Lei svolti nei primi anni dopo l'ordinazione?
R. Ordinato sacerdote mi mandarono, venticinquenne, in una grande parrocchia molto cattolica, con un grande oratorio, ne ero l'assistente. Non fu facile: insegnavo religione alle medie, e tutto il resto della giornata era vissuto tra oratorio e chiesa parrocchiale, un gran lavorare dovendosi confrontare con linee ecclesiali molto differenti dalla mia, già marcatamente tradizionale. Spero di aver fatto un po' di bene e poco male. Andai poi in Francia per circa un anno, attirato dall'esperienza canonicale, perché sentivo il bisogno di un sostegno sacerdotale maggiore: i canonici regolari, come i monaci, avevano fatto l'Europa Cristiana, mi sembrò di trovarvi una soluzione per un migliore servizio a Dio e alle anime. Tornai, perché in abbazia riscontrai le lotte teologiche e le stanchezze del seminario: il clima di confusione non è rimasto fuori dai conventi, come non è rimasto fuori dai nostri cuori. Approdai poi nella Valle Vigezzo, dove ancora mi trovo, prima come aiuto a un Santuario e poi come parroco. In tutti questi anni continuai a insegnare religione nelle scuole.
D. - Come avvenne l'incontro con la S. Messa Tradizionale e cosa La portò, nonostante le difficoltà, ad abbracciare in esclusiva tale rito?
R. Difficile rispondere. È come se ci fosse sempre stata. Ricordo di non aver mai sopportato un certo modo di celebrare, di aver avvertito il ridicolo di molte liturgie, questo da sempre. Era come sapere che si era in un momento confuso, di guado drammatico, ma che si sarebbe tornati a casa. Tutto in chiesa ti parlava della liturgia antica, solo lei mancava, e si aspettava. Da vicario parrocchiale e più ancora da parroco feci tutto quello che al momento mi sembrava possibile: altare ad orientem, canto gregoriano con i fedeli, comunione in bocca, uso costante dell'abito talare, incontri di dottrina per gli adulti, catechismo tradizionale per i bambini. Ma non bastava, c'era il cuore della Messa in questione, ma come fare, ero già “inquisito”da anni per quel poco che avevo fatto!
Nel 2005 introdussi nella messa di Paolo VI prima l'offertorio poi il canone della Messa di sempre.
Aspettai con pazienza il più volte annunciato Motu Proprio, che sembrava non arrivare mai, e l'11 luglio 2007 iniziai, era un martedì, a celebrare solo la Messa di sempre. Devo dire che il colpo finale lo diede mio fratello: in una gita in montagna il giorno prima mi disse “non so cosa stai aspettando”... era il segno che dovevo iniziare.
D. - Perchè, contrariamente ad altri sacerdoti che hanno accolto il “Summorum Pontificum”, Lei rifiuta il cosiddetto "biritualismo"?
R. Sarò brevissimo: trovo assurdo l'obbligo al biritualismo. Se si è trovato il vero, il meglio, ciò che esprime più compiutamente la fede cattolica, senza ambiguità pericolose, perchè mai bisognerebbe continuare a celebrare qualcosa di meno. Nel biritualismo, di fatto, un rito muore e l'altro resta. Nel biritualismo il prete si stanca nella tristezza di una specie di schizofrenia, e il popolo non è edificato, educato, consolato nella bellezza di Dio. Evito un discorso teologico-liturgico, non è il caso in una intervista, dico solo che chi resta nel biritualismo, prima o poi abbandonerà la Messa di sempre e si confezionerà delle ragioni per restare nel mondo della riforma, magari vissuta in modo conservatore, con una tristezza dentro, come chi ha tradito l'amore per Dio della giovinezza. Devo aggiungere che fu molto di aiuto per me la lettura de “La riforma liturgica anglicana” di Michael Davies. Testo fondamentale, chiarissimo: l'ambiguità del rito porta all'eresia di fatto. Non è quello che ci è successo?
D. - Come reagirono i Suoi fedeli quando appresero della decisione di tornare alla Messa antica?
R. Nessuno si stupì. I sostenitori dissero:finalmente! I contrari dissero: l'avevamo detto! Ma direi che la quasi totalità della gente si mise di impegno: prendevano il foglietto, volevano capire...un bel clima di fervore. Fui sempre poi aiutato da un gruppo di fedeli, semplici e forti, che furono sempre pronti a lavorare con me; penso specialmente a quelli che dal 1995 continuano a fare prove di canto. Poi si iniziò a dire che disobbedivamo al Vescovo, poi al Papa e allora tutto fu più complicato, ma all'inizio non fu così.
D. - Tutti sappiamo delle incoprensioni con il Vescovo e della successiva soluzione di affidarLe una sorta di cappellanìa a Vocogno. Come furono, in quei momenti, al di là dei dissapori con la Curia novarese, i rapporti con i Suoi confratelli Parroci?
R. Sparirono tutti. Alcuni disapprovarono, la maggioranza taceva, qualcuno raro nottetempo ti diceva che non era contro, ma pubblicamente non poteva fare niente. Era il terrore della disobbedienza ufficiale. Da parte nostra, io e don Stefano - il sacerdote che ha intrapreso lo stesso percorso e con il quale lavoro, pur avendo campi di apostolato differenti, non siamo mai mancati alle riunioni sacerdotali di vicariato, partecipandovi con passione, come sempre.
D. - Oggi che le tensioni si sono fortunatamente stemperate, come sono i rapporti col Vescovo e con i confratelli?
R. Sembra tutto tranquillo, anche se si avverte che c'è molto di non risolto, perchè si è sempre evitato un discorso profondo sulle ragioni della nostra scelta. È come se si volesse restare in superficie, a un livello puramente giuridico. Speriamo che qualcosa in questo senso migliori col tempo.
D. - Come giudica, dal Suo osservatorio, la situazione della Chiesa e quale crede possa essere in futuro il ruolo della FSSPX?
R. La Chiesa è di Dio, allora devo sperare. Anche se avverto che questa crisi, profonda e tristissima, sarà lunghissima. C'è dentro il cristianesimo un pensiero non cristiano, lo diceva Paolo VI!, e oggi è vulgata popolare. Moltissimi pensano di essere cattolici, ma non lo sono più. È terribile. È l'abbandono di Gesù Cristo stando dentro la Chiesa, più ambiguità di così! La Fraternità deve continuare l'opera di Mons. Lefebvre, custodire il sacerdozio, la fede, la Messa di sempre...un giorno sarà evidente a tutti la sua funzione provvidenziale. Amare la Chiesa vuol dire custodire il tesoro di fede e di grazia che le ha consegnato N.S. Gesù Cristo e che la costituisce, questo lo fa da sempre la Fraternità, per questo benedico Dio.
D. - La terra ossolana ha grandi tradizioni religiose. Pensa che la S. Messa tradizionale possa ulteriormente diffondersi in questa zona e nelle regioni vicine?
R. Non so. So solo che la vita delle nostre montagne prendeva forma dalla Messa cattolica, quella di sempre. La vita della gente di quassù era educata dalla liturgia tridentina a stare difronte a Dio drammaticamente, cioè con una positività che educa la vita. Ma il mondo “americanizzato” è arrivato quassù, anche grazie alla Chiesa purtroppo, e ha fatto disastri nell'umano.
D. - Come si svolge attualmente i Suo apostolato, quanti fedeli frequentano abitualmente la chiesa di Vocogno?
R. Messa quotidiana, 2 Messe la Domenica, confessioni tutti i giorni mezz'ora prima della Messa, scuola a Domodossola, quest'anno 13 classi, incontri di dottrina cattolica al venerdì, catechismo ai bambini, prove di canto settimanali...e poi un po' di vita ritirata, un po' monastica se mi riesce, perchè il sacerdote se vuole fare un po' di bene non deve stare troppo in mezzo. Vivo una grande fraternità sacerdotale con don Stefano, che è tornato anche lui alla Messa tradizionale, che celebra per i suoi fedeli nella chiesa dell'ospedale di Domodossola: è una fraternità operativa anche, visto che i nostri fedeli hanno molti momenti comuni. Tutto questo ha fatto nascere un bollettino e un sito che documentano la nostra vita. Quanti fedeli frequentano? Non so. Varia il numero. Possono arrivare ai 120 nelle domeniche estive, d'inverno calano, data la distanza del luogo. Ma ho imparato a non contare: i re d'Israele erano puniti quando facevano censimento.
D. - Come giudica la recente istruzione "Universae Ecclesiae" sull'uso del Messale antico?
R. Ha ribadito che la Messa di sempre non fu mai vietata e che non può essere proibita. Ma chi non la vuole ammettere continuerà a confondere le carte.
Il Cardinale William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha invitato Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità San Pio X, e i suoi due assistenti, don Niklaus Pfluger e don Marc Nély, ad incontrarlo nel Palazzo del Sant’Uffizio il 14 settembre 2011. Nella sua lettera d’invito, il Cardinale Levada ha indicato che questo incontro avrà lo scopo di fare prima di tutto un bilancio dei colloqui teologici condotti dagli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Fraternità San Pio X nel corso dei due anni accademici appena trascorsi, per poi considerare in seguito le prospettive per l’avvenire.
Per permettere di fare questo bilancio, gli esperti delle due parti hanno già trasmesso ai rispettivi Superiori le conclusioni dei colloqui. Mons. Fellay ha ricevuto alla fine di giugno il documento che sarà oggetto dell’incontro del 14 settembre.
Sulle prospettive per l’avvenire, la lettera del Cardinale Levada non fornisce alcuna precisazione, ma certuni – sulla stampa e altrove – si sentono autorizzati ad avanzare delle ipotesi, parlando della proposizione di un protocollo d’accordo sull’interpretazione del Concilio Vaticano II e preconizzando l’istituzione di una prelatura, cioè di un ordinariato… Queste ipotesi sono solo immaginarie e impegnano solo i loro autori. La Fraternità San Pio X si attiene agli atti ufficiali e ai fatti accertati.
Come ha ricordato Mons. Alfonso de Galarreta in occasione delle ordinazioni sacerdotali a Ecône: «Siamo cattolici, apostolici e romani. Se Roma è la testa e il cuore della Chiesa cattolica, noi sappiamo che necessariamente (…) la crisi si risolverà a Roma e per Roma. Di conseguenza il poco di bene che noi faremo a Roma è molto più grande del tanto bene che faremo altrove».
È con questa intima convinzione che Mons. Fellay si recherà all’incontro richiesto dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, è stato convocato in Vaticano per il prossimo 14 settembre. È il primo incontro di vertice dopo i colloqui dottrinali che nell’ultimo anno hanno visto confrontarsi a Roma le delegazioni della Santa Sede e dei lefebvriani.
Come si ricorderà, dal 2009 la Commissione Ecclesia Dei, che si occupa del rapporto con la Fraternità San Pio X è stata inglobata nella Congregazione per la dottrina della fede ed è stata affidata alla guida di monsignor Guido Pozzo.
I colloqui dottrinali, che hanno affrontato tutti i nodi considerati problematici dai lefebvriani, i quali ritengono che in alcuni punti il Concilio Vaticano II abbia rappresentato una rottura con la tradizione della Chiesa, si sono conclusi nei mesi scorsi.
Ora il Vaticano dovrebbe sottoporre a Fellay dei protocolli d’intesa che chiariscono i punti dottrinali leggendo il Concilio secondo quell’ermeneutica della continuità nella riforma suggerita fin dal dicembre 2005 da Benedetto XVI quale interpretazione più autentica dei testi del Vaticano II.
Soltanto se saranno superate le difficoltà dottrinali, sarà sottoposta alla Fraternità una proposta di sistemazione canonica, che risolva la situazione in cui si trovano le comunità lefebvriane. Come si ricorderà, anche se il Papa, con un gesto di benevolenza, nel gennaio 2009 ha tolto la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, i vescovi e i sacerdoti della San Pio X vivono ancora in uno stato di irregolarità canonica.
La proposta che è stata studiata dal Vaticano prevede per i lefebvriani l’istituzione di una ordinariato simile a quello che il Papa ha offerto agli anglicani intenzionati a rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. In questo modo, la Fraternità dipenderebbe dalla Santa Sede (e precisamente dalla Commissione Ecclesia Dei) e potrebbe mantenere le sue caratteristiche senza dover rispondere ai vescovi diocesani.
L’incontro del 14 settembre, che Vatican Insider è in grado di confermare rappresenta dunque un nuovo passo nel cammino travagliato di questi anni. Ma è prematuro sbilanciarsi in quanto alle conclusioni: è noto infatti che all’interno della Fraternità San Pio X convivono diverse sensibilità e c’è una parte che considera difficile arrivare a un accordo.
Va ricordato che Papa Ratzinger, intenzionato a chiudere il mini-scisma lefebvriano, ha già compiuto due passi molto significativi nella direzione chiesta dalla Fraternità: ha liberalizzato il vecchio messale preconciliare e ha tolto le scomuniche vigenti dal 1988.
meno male che c'è Feltri il quale non parla pro domo sua
Alcuni frati rifiutano le offerte degli usurai
Da "IL GIORNALE" di sabato 20 agosto 2011
MA QUALI PRIVILEGI LA CHIESA PAGA LE TASSE
di Vittorio Feltri
Da quando non si parla che di tasse e di tagli e di imbrogli per i noti motivi, anche la Chiesa cattolica è finita sotto tiro dei soliti moralisti, accusata addirittura di eludere il fisco grazie a privilegi concordatari strappati allo Stato. Una polemica vecchia che però si rinnova ogni qualvolta il governo bussa a soldi e chiede sacrifici ai cittadini. Il rimprovero più aspro rivolto al clero e alle sue istituzioni è di non pagare l`Ici sull`immenso patrimonio immobiliare in qualche modo riconducibile al Vaticano.
Senza entrare in particolari troppo tecnici, vorremmo tuttavia ricordare che gran parte delle suddette critiche sono infondate. Infatti non è vero che il mattone dei preti sia esente da imposte. O meglio, lo è se destinato ad attività di culto, benefiche, assistenziali o comunque volte a colmare l`assenza dello Stato.
Forse conviene esemplificare. Ospizi per persone anziane, asili di infanzia, istituti divario tipo che curano disabili e ammalati gravi non sono soggetti al normale regime fiscale. Sarebbe assurdo il contrario. Perché assolvono a funzioni sociali che il settore pubblico non riesce a svolgere a causa di difetti organizzativi e mancanza di fondi.
Se la Chiesa è in grado di sostituirsi ai Comuni, alle Province, alle Regioni e allo Stato laddove questi sono incapacidi agire, sarebbe assurdo che venisse penalizzata.
Semmai dovrebbe ricevere, oltre a encomi, anche dei congrui contributi e non soltanto l`esenzione fiscale. D`altronde è assodato che la maggioranza dei religiosi si impegna per il bene comune non certo a fine di lucro. Per loro aiutare il prossimo in difficoltà è una missione, non una professione remunerativa.
E questo i cittadini, laici compresi, lo sanno benissimo, lo verificano personalmente quando hanno bisogno di soccorso.
Chiunque non sia milionario ha provato o proverà ad avere un genitore molto su di età, magari non autosufficiente e non accudibile in famiglia. Come ci si comporta in casi del genere? Strutture pubbliche specializzate non esistono o ne esistono poche e di norma registrano il «tutto esaurito». E allora? Ecco, viene in mente il parroco. Il quale direttamente o indirettamente si dà da fare e una soluzione la trova. Ovvio, c`è il problema della retta: qualcuno dovrà pure sborsarla perché gli ospiti dei ricoveri gestiti da suore e sacerdoti non campano d`aria. Non solo. Infermieri e serventi vanno retribuiti. Ma non ci vuole molto a fare due conti e a capire che i preti, non avendo il profitto ai vertici dei loro interessi, non hanno grandi pretese: si limitano a esigere lo stretto indispensabile.
Che è molto di meno di quanto un ospizio pubblico è costretto a rivendicare per tirare avanti peggio della «concorrenza», cioè offrendo un servizio qualitativamente inferiore.
Ebbene, se una impresa a carattere religioso non punta a guadagnare, ma supplisce con la generosità alle lacune dello Stato, come minimo va agevolata sul piano fiscale. Con quale coraggio si può tassare chi rende meno agra la vita di un anziano non più indipendente? Lo stesso discorso vale per gli oratori e le scuole materne. I primi sono luoghi di aggregazione giovanile che nessun altro «ente» all`infuori delle parrocchie mette a disposizione dei ragazzi, tranne forse i centri sociali che però, consentiteci, sono cose ben diverse e non apprezzabili sotto il profilo educativo e della ricreazione.
Tra l`altro, i centri sociali dispongono gratuitamente di locali dei Comuni, quindi non pagano l`Ici. E perché dovrebbero pagarla gli oratori? Un accenno all`istruzione. Gli istituti cattolici, privati, riscuotono un contributo statale e un tot dalle famiglie. Ipotizziamo che siano obbligati a chiudere oggi. Domani il governo dovrebbe costruire migliaia di edifici scolastici e assumere un numero adeguato di insegnanti. Con quali quattrini? Non solo. Le quote ora a carico delle famiglie chi le sborserebbe? Ancora lo Stato. Non vediamo dove sarebbe la convenienza derivante dalla soppressione eventuale delle scuole cattoliche.
Attenzione. Qualsiasi immobile della Chiesa che non sia utilizzato pergli scopi sommariamente citati sopra, e che sia invece affittato e produca reddito, viene trattato come se fosse nostro ovostro.
Non è esente dall`Ici né da altre tasse.
domenica 21 agosto 2011
“Sarà pure messa antica. Ma con
una massa di giovani”
Don Nicola Bux, una chiacchierata nella sua Puglia
S. Messa in rito romano tradizionale celebrata per i giovani della GMG in corso Madrid
I vescovi che disobbediscono al papa non pretendano d’essere poi obbediti da clero e fedeli. Negli episcopati: un gallicanesimo strisciante che si crede autosufficiente. La riforma litugica: non era una delle impellenze volute dal concilio. L’esclusivismo di chi si professa ecumenico.
a cura di Francesco Mastromatteo
Una inarrestabile crescita di consensi, specie presso i giovani. Non ha dubbi don Nicola Bux circa l’avanzata della Tradizione cattolica soprattutto tra le giovani generazioni in seguito al Motu Proprio con cui Benedetto XVI ha “liberalizzato” il rito antico ormai quattro anni fa. Abbiamo chiesto a don Nicola, professore dell’università Lateranense, insigne teologo e studioso di liturgia molto vicino a Papa Ratzinger, un bilancio della situazione, dal punto di vista privilegiato di uno dei massimi cultori della materia liturgica. Lo abbiamo incontrato nel corso di un dibattito politico a margine del quale non ha lesinato critiche apertis verbis a un sottosegretario dell’attuale governo, la cui dichiarata fede cattolica e vicinanza ai movimenti pro-vita non ha impedito di votare un finanziamento a Radio Radicale, come del resto hanno fatto altri parlamentari cattolici.
Don Bux, persino l’inserto di un quotidiano non certo filo cattolico come Repubblica ha dovuto riservare un servizio alla diffusione della messa in latino secondo il Messale del 1962. Qualcosa sta cambiando?
Il bilancio è senz’altro positivo: c’è un crescendo di tale opportunità data dal Papa a tutta la Chiesa. Essa si è diffusa senza imposizioni, dopo che il Motu Proprio del 2007 ha aperto una breccia. Si è ormai fatta strada l’idea che il rito antico non è mai stato abolito, e che la riforma liturgica non era una delle necessità impellenti volute dal Concilio. L’ostilità verso la messa in latino era sostenuta attraverso tesi infondate, come quella per cui nei primi secoli il sacerdote celebrasse rivolto verso il popolo, mentre dopo avrebbe dato le spalle al popolo: espressione fasulla, visto che il sacerdote era rivolto verso il Signore.
Una Messa antica ma amata dai giovani: non è un paradosso?
Basta andare in giro come faccio io per celebrazioni e conferenze: non solo in Italia ma all’estero il rito antico si diffonde sempre più proprio tra i più giovani. A mio parere ciò è dovuto al fatto che i ragazzi si approcciano alla fede ricercando il senso del Mistero, e lo trovano in maniera evidente nella Messa celebrata in forma straordinaria. Il ritorno al rito tradizionale non è secondario per la fede: esso favorisce in una dimensione verticale l’incontro con Dio in un mondo contemporaneo in cui lo sguardo dell’uomo è ripiegato su se stesso e sulla dimensione materiale dell’esistenza. In questo senso ha favorito una sorta di “contagio” spirituale benefico.
Qualche mese fa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha emanato un documento, l’istruzione sull’applicazione del Motu Proprio. C’è chi ha parlato di una sorta di richiamo ai vescovi a venire incontro alle richieste dei fedeli…
È una traduzione in indicazioni concrete del Motu Proprio. La media dei vescovi, che all’inizio erano perplessi, ora può cominciare a muoversi nella direzione giusta. Questa istruzione incoraggia i vescovi ad esaudire le richieste dei fedeli sensibili alla messa antica, che deve essere considerata da tutti una ricchezza della liturgia romana.
Non è un mistero che parecchi episcopati non abbiano apprezzato questa scelta, e cerchino in tutti i modi di ostacolarla, comportandosi da veri e propri ribelli verso il Papa…
Esiste senz’altro una forma di neogallicanesimo strisciante, per cui alcuni settori della Chiesa pensano di essere autosufficienti da Roma. Ma chi ragiona in questi termini non è cattolico. I vescovi che disobbediscono al Papa si mettono nelle condizioni di non essere a loro volta obbediti da parroci e fedeli.
Nella Chiesa si è sempre detto: lex orandi lex credendi. La liturgia è saldamente legata alla teologia. Papa Benedetto XVI ha fissato come bussola del suo Magistero la continuità con la Tradizione e un gesto forte è stato quello di togliere la scomunica ai lefebvriani. Cosa ne pensa?
Penso sia stato un gesto di grande carità. Rompere la comunione è facile, il difficile è ricucire, ma Cristo ha voluto che fossimo tutti una sola cosa e questo per noi deve essere un imperativo. L’opera meritoria del Papa evidenzia la sua grande pazienza, ma d’altronde se così non fosse assisteremmo ad un paradosso: mentre si postula tanto il dialogo con i non cattolici e addirittura con i non cristiani, come si può essere pregiudizialmente ostili all’idea di riunirsi con chi ha la stessa fede? Lo stesso Benedetto XVI in quell’occasione citò opportunamente la lettera di San Paolo ai Galati: “Se vi mordete e divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”. Il dramma attuale della Chiesa è l’esclusivismo da parte di chi si professa ecumenico.
In questa occasione si parlava di politica e valori. “Questione morale” è un’espressione di cui molti esponenti di partito si riempiono la bocca…
Sento parlare molto in giro della necessità di “codici etici” per i partiti, ma di un’etica non meglio precisata. Può mai derivare dall’uomo la fonte di ciò che è bene o male? Bisognerebbe tornare ai Dieci Comandamenti, le uniche vere tavole etiche che derivano da Dio.
Capita che un matematico impertinente o un giornalista in vena d'arguzie o un ‘ateologo’ autonominatosi tale e autodidatta cerchi di spiegare con grande 'approssimazione' perché non possiamo dirci cristiani’ oppure ‘come la religione avveleni ogni cosa’, a questi tali opponiamo ora due inoppugnabili confutazioni.
Il gesuita che ha inventato la linguistica informatica e realizzato il monumentale
«Index Thomisticus»
Lettore fermati!
È morto padre Busa
Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo,
lo devi a lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo a lui
di Stefano Lorenzetto
A un giornalista capita di rado, anzi mai, di sentirsi dare appuntamento in paradiso al termine di un’intervista. A chi scrive accadde il 28 settembre dello scorso anno. «Come s’immagina il paradiso?», era stata l’ultima domanda che avevo posto a padre Roberto Busa, il gesuita che ha inventato la linguistica informatica. «Come il cuore di Dio: immenso», rispose. Poi soggiunse: «Guardi che aspetto anche lei in paradiso, mi raccomando». Si girò verso il fotografo Maurizio Don: «Anche lei. E se tardate, come mi auguro, mi troverete seduto sulla porta così». Incrociò le mani e cominciò a girarsi i pollici: «Non arrivano mai, quei macachi...».
Dalle ore 22 di martedì 9 agosto padre Busa è sull’uscio ad aspettarci. «Senza fretta», ribadirebbe adesso con la sua bonomia di veneto nato a Vicenza da genitori originari di Lusiana, sull’altopiano di Asiago, e più precisamente della contrada Busa, donde il cognome. Il grande studioso, il compilatore dell’IndexThomisticus, è morto di vecchiaia all’Aloisianum, l’istituto di Gallarate (Varese), dove s’era ritirato a vivere dagli anni Sessanta insieme con i grandi decani della Compagnia di Gesù, fra cui il cardinale Carlo Maria Martini, del quale è stato amico e interlocutore. In precedenza fu per lungo tempo docente alla Pontificia Università Gregoriana e alla Cattolica, nonché, dal 1995 al 2000, al Politecnico di Milano, dove teneva corsi di intelligenza artificiale e robotica. La sua ricerca gli è valsa l’istituzione del Roberto Busa Award, massima onorificenza del settore. Avrebbe compiuto 98 anni il prossimo 28 novembre.
Quando nel 1955 morì Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, un quotidiano milanese del pomeriggio titolò: «Lettore fermati! È morto Fleming, forse anche tu gli devi la vita». Un invito analogo potrebbe essere rivolto oggi a tutti coloro che in questo preciso istante sono davanti a un computer. Se esiste una santità tecnologica, credo d’aver avuto il privilegio d’incontrarla: essa aveva il volto di padre Busa. Perciò inginocchiati anche tu, lettore, davanti alle spoglie mortali di questo vecchio prete, linguista, filosofo e informatico. Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se saltabecchi da un sito all’altro cliccando sui link sottolineati di colore blu, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo, lo devi lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo, a lui.
Era nato solo per far di conto, il computer, dall’inglese to compute, calcolare, computare. Ma padre Busa gli insufflò nelle narici il dono della parola. Accadde nel 1949. Il gesuita s’era messo in testa di analizzare l’opera omnia di san Tommaso: un milione e mezzo di righe, nove milioni di parole (contro le appena centomila della Divina Commedia). Aveva già compilato a mano diecimila schede solo per inventariare la preposizione «in», che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti.
In viaggio negli Stati Uniti, padre Busa chiese udienza a Thomas Watson, fondatore dell’Ibm. Il magnate lo ricevette nel suo ufficio di New York. Nell’ascoltare la richiesta del sacerdote italiano, scosse la testa: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi». Padre Busa allora estrasse dalla tasca un cartellino trovato su una scrivania, recante il motto della multinazionale coniato dal boss — Think, pensa — e la frase «Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo». Lo restituì a Watson con un moto di delusione.
Il presidente dell’Ibm, punto sul vivo, ribatté: «E va bene, padre. Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà Ibm, acronimo di International business machines, in International Busa machines».
È da questa sfida fra due geni che nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse.
Il termine hypertext fu coniato da Ted Nelson nel 1965 per ipotizzare un sistema software in grado di memorizzare i percorsi compiuti da un lettore. Ma, come ammise lo stesso autore di Literary Machines, l’idea risaliva a prima dell’invenzione del computer. E, come ha ben documentato Antonio Zoppetti, esperto di linguistica e informatica, chi davvero operò sull’ipertesto, con almeno quindici anni d’anticipo su Nelson, fu proprio padre Busa.
Fra Pisa, Boulder (Colorado) e Venezia, il gesuita diede vita a un’impresa titanica durata quasi mezzo secolo, investendovi un milione e ottocentomila ore, grosso modo il lavoro di un uomo per mille anni a orario sindacale; oggi è disponibile su cd-rom e su carta: occupa cinquantasei volumi, per un totale di settantamila pagine. A partire dal primo tomo, uscito nel 1951, il religioso ha catalogato tutte le parole contenute nei centodiciotto libri di san Tommaso e di altri sessantuno autori.
Roberto Busa era il secondo dei cinque figli di un capostazione. «Ci trasferivamo da una città all’altra: Genova, Bolzano, Verona», mi raccontò. «Nel 1928 approdammo a Belluno e lì entrai in seminario. Ero in classe con Albino Luciani. In camerata il mio era l’ultimo letto della fila, dopo quelli di Albino e di Dante Cassoli. Niente riscaldamento. Sveglia alle 5.30. Ai piedi del letto c’era il catino con la brocca. Dovevamo rompere l’acqua ghiacciata. In quei cinque minuti perdevo la vocazione. Dicevo fra me: no, Signore, l’acqua gelata no, voglio tornare dalla mamma che me la scalda sulla stufa. Mezz’ora per lavarci, vestirci e rifare il giaciglio. Albino se la sbrigava in 10 minuti e impiegava gli altri 20 a leggere le opere devozionali di Jean Croiset, gesuita francese del Seicento, e le commedie di Carlo Goldoni».
Nel 1933 il giovane Busa entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo gli studi in filosofia e teologia, il 30 maggio 1940 fu ordinato sacerdote. Nella sua lunga vita ha conosciuto sette pontefici. Frequenti e molto cordiali furono soprattutto i contatti con Paolo VI e, ovviamente, con l’amico Giovanni Paolo I, «che m’invidiava», mi confidò, «perché io ero diventato gesuita e lui no. Albino avrebbe voluto fare il missionario come i primi compagni di sant’Ignazio di Loyola. Ma il vescovo Giosuè Cattarossi non glielo permise. A dire il vero anch’io, dopo essere diventato gesuita, sognavo di partire per l’India. Invece il superiore provinciale mi chiese a bruciapelo: “Le piacerebbe fare il professore?”. No, risposi. E lui: “Ottimo. Lo farà lo stesso”. Fui spedito alla Gregoriana per una libera docenza in filosofia su san Tommaso d’Aquino».
Sui temi di sua competenza, padre Busa era in grado di dibattere, oltre che in italiano, anche in latino, greco, ebraico, francese, inglese, spagnolo, tedesco.
«Mi sono dovuto arrangiare con i rotoli di Qumrân, che sono scritti in ebraico, aramaico e nabateo, con tutto il Corano in arabo, col cirillico, col finnico, col boemo, col giorgiano, con l’albanese», mi spiegò. «A volte mi lamento col mio Principale, dicendogli: Signore, sembra che tu abbia concepito il mondo come un’aula d’esame. E Lui mi risponde: “Ho lasciato che gli uomini facessero ciò che vogliono. Se fanno il bene, avranno il bene; se fanno il male, avranno il male”».
A ogni domanda, lo studioso gesuita si portava le mani giunte davanti alla bocca, guardava verso l’infinito, meditava a lungo.
La sua mente sembrava obbedire al linguaggio binario, perché articolava ogni risposta per punti, dicendo «primo», poi «secondo», mai «terzo», e intanto contava sulle dita partendo dal mignolo per arrivare al pollice, come fanno gli americani. Non c’era una parola, fra quelle che gli uscivano dalle labbra, che fosse superflua o pronunciata a casaccio.
Padre Busa aveva le idee ben chiare sulle origini della scienza informatica: «Una mente che sappia scrivere programmi è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi i quali ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza. Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore e il produttore. Noi Dio lo chiamiamo Mistero perché nei circuiti dell’affaccendarsi quotidiano non riusciamo a incontrarlo. Ma i Vangeli ci assicurano che duemila anni fa scese dal cielo».
Recensione a Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, Milano, 2007.
In questo suo testo Odifreddi vuol sostenere, come dice il titolo, una tesi diametralmente opposta alla celebre posizione crociana. Senza entrare nel merito delle competenze dell’autore sulla tematica religiosa, vorremmo invece cercare di farne un’analisi dalla quale risulterà come logicamente l’autore fallisca nell’intento e come, stando ai suoi stessi assunti, il matematico dovrebbe invece dirsi cristiano. Vediamo perché.
Nell’introduzione l’autore espone esplicitamente la seguente tesi:
«lo stesso termine cretino deriva da ‘cristiano’ [...] con un uso già attestato dall’Enciclopedia nel 1754: secondo il Piangiani, “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”» [p. 9]
Dunque, se ‘cretino’ deriva da ‘cristiano’, ne segue che Odifreddi considera vera la proposizione:
P1) ogni cristiano è un cretino
L’autore precisa infatti:
«In fondo la critica al Cristianesimo potrebbe dunque ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo. Tale critica, di passaggio, spiegherebbe anche in parte al fortuna del Cristianesimo: perché, come insegna la statistica, metà della popolazione mondiale ha un’intelligenza inferiore alla media(na), ed è dunque nella disposizione di spirito adatta a questa e altre beatitudini» [p. 10]
In altri termini, l’autore considera vere anche queste frasi:
P2) L’umanità si divide in due parti esattamente uguali: i più e i meno intelligenti
P3) Ogni cretino è meno intelligente
Abbiamo quindi che l’insieme degli uomini (A) viene diviso in due parti esattamente eguali (B = uomini più intelligenti;C = uomini meno intelligenti) e nella parte C troviamo i cretini (D), che a loro volta includono i cristiani (E):
Fig. 1
Di certo Odifreddi non si vuol mettere tra i cristiani, ma si mette tra gli uomini più intelligenti: egli infatti si definisce logico-matematico e afferma che «il Cristianesimo è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo», la quale si fa coincidere con la scienza, verso la quale in Cristianesimo è stato un «freno» [p. 10]. In altri termini, Odifreddi assume queste proposizioni:
P4) ogni scienziato è intelligente
P5) ogni logico matematico è scienziato
P6) Odifreddi è un logico-matematico
Dalle quali seguono logicamente due teoremi:
T1) Odifreddi è uno scienziato (da P6 e P5)
T2) Odifreddi è intelligente (da T1 e P4)
Questo è dunque l’apparto logico dal quale muove l’autore. Dal libro in questione, tuttavia, si può dimostrare innanzitutto la falsità di P6, ovvero che Odifreddi è un logico-matematico, come si evince dal primo ragionamento fallace del nostro.
Primo ragionamento fallace
Dalla situazione descritta nella figura 1 (ovvero da P1+P2+P3), Odifreddi deduce che questa «spiegherebbe anche in parte la fortuna del Cristianesimo», ovvero deriva il teorema:
T3) P1+P2+P3 implicano la fortuna del cristianesimo
Tuttavia questa implicazione non è affatto necessaria, perché allo stesso modo, essendoci un’identica porzione di umanità non inclinante verso il cristianesimo (la parte B), se ne potrebbe dedurre ad egual titolo che non si spiega la fortuna del cristianesimo. Dunque P1+P2+P3 non implicano la fortuna del cristianesimo (così come non ne implicano la sua sfortuna).
Questo basta per negare P6: Odifreddi non è dunque un logico-matematico. A questo punto, per negare P6, non occorre nemmeno ricordare che Odifreddi non ha mai ottenuto risultati teorici tali da farlo entrare nella storia della matematica, come invece è accaduto ad altri matematici quali il fondatore dell’insiemistica Georg Cantor e il compianto Ennio De Giorgi. Si noti tra l’altro che questi erano entrambi cristiani (e l’ultimo addirittura cattolico!), ma questo Odifreddi pare non saperlo: come potrebbe infatti inquadrarli nel suo schemino?
Secondo ragionamento fallace
A pagina 88 l’autore afferma che «in pratica nessuna testimonianza storica esiste sulla persona e sulla vita di Gesù al di fuori del nuovo testamento». Ora, a parte la verità o meno dell’affermazione, l’autore commette un’imperdonabile errore logico. Infatti, siccome vuol dimostrare l’infondatezza dell’esistenza di Gesù, egli dovrebbe dimostrare prima di tutto la falsità dei Vangeli, anziché assumerne dogmaticamente la loro inattendibilità (come dire: siccome questi testi sono giudicati autentici dalla Chiesa, allora non valgono come prova) e concentrarsi unicamente sulla demolizioni delle fonti extra evangeliche.
In altri termini, se i vangeli (V) o altre fonti (AF) implicano l’esistenza di Gesù (G) e viceversa, , non basta demolire AF per negare G, infatti:
((V o AF) Û G e non-AF) Þ~G
non è una tautologia, e quindi il ragionamento corrispondente non è valido. La cosa, converrà il lettore, è talmente banale, da far entrare di diritto Odifreddi tra gli uomini meno intelligenti.
Terzo ragionamento fallace
Seguendo sempre questo filo argomentativo, l’autore si appresta a dimostrare l’infondatezza della fonte storica Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe. A p. 88 cita un celebre brano in cui si parla di Cristo. Per demolirlo cita come argomento un altro testo di Flavio Giuseppe (contenuto ne La Guerra giudaica), che di certo è stato interpolato, e ne deduce che anche il brano riguardante Gesù delle Antichità Giudaiche deve esserlo stato:
«Poiché una versione molto più estesa è stata interpolata anche nell’altra opera di Flavio Giuseppe La guerra Giudaica, questa volta in maniera dimostrabile, tutto fa pensare che lo sia stato anche nella precedente» [p. 89]
Siamo nel pieno di una grossolana fallacia induttiva: dal fatto che un brano dell’autore è stato manomesso, se ne deduce che anche quest’altro deve essere stato manomesso (così come dal fatto che un cigno è bianco se ne deduce che anche quest’altro deve essere bianco). La frase non può che lasciare sbigottiti, e la sconnessione logica è talmente evidente che spinge il nostro nel più ristretto insieme dei cretini. Per inciso, con questa accusa di cretineria non si vuole offendere l’autore (così come del resto non credo che l’autore volesse offendere i cristiani dicendoli cretini e poco intelligenti).
Quarto ragionamento fallace
A pagina 169 il nostro ci dice che: «anche i Vangeli sinottici non affermano la divinità di Gesù» e subito dopo come argomento dimostrativo egli cita «Giovanni che pure inizia con un prologo in cui Gesù viene identificato [...] col ‘Verbo’ e che dice “in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”» [p. 170].Non ci si può non stupire del fatto che a sostegno di una tesi («anche i Vangeli sinottici non affermano la divinità di Gesù») egli citi un brano in cui questa tesi è completamente smentita. Converrà il lettore, anche poco esperto di logica, che questo fa entrare di diritto Odifreddi tra i più cretini dei cretini, ovvero tra i cristiani.
Abbiamo dunque dimostrato, che Odifreddi, in base ai suoi stessi assiomi, dovrebbe dirsi nell’ordine: non logico-matematico, non tra i più intelligenti, cretino e cristiano. Quanto poi al fatto che dovrebbe dirsi anche cattolico, lasciamo ad altri il compito di dimostrarlo.
Post Scriptum. A seguito di una prima versione della recensione, alcuni lettori ci hanno chiesto qualche indicazione su come potere dimostrare il cattolicesimo di Odifreddi. Vogliamo qui darne solo una traccia: se, come pare assumere implicitamente l’autore, i cattolici sono tra i più cretini dei cristiani, e dovendosi dire Odifreddi cristiano, si tratterà semplicemente di mostrare i brani in cui la cretineria dell’autore emerge con particolare vigore. Ricordiamo al proposito solo alcuni di questi numerosissimi punti:
a) Odifreddi non conosce bene l’italiano. Prendiamo ad esempio pagina 28, in cui l’autore cita un brano della Dei Verbum «La Sacra Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché tutti scritti per ispirazione dello Spirito Santo»; al proposito Odifreddi si chiede «come mai chi dettava avrebbe voluto che si scrivessero così tante cose che, come abbiamo cominciato a notare e continueremo a fare, sono sbagliate scientificamente» [corsivi aggiunti]. Per Odifreddi vale quindi l’equivalenza: ispirare = dettare. A parte che un normale vocabolario aiuterebbe l’autore a dipanare l’equivoco, vorremmo far notare che la differenza tra ispirazione e dettatura è fondamentale per la comprensione del fenomeno religioso. È, ad esempio, uno dei punti in cui Cattolicesimo e Islam di differenziano radicalmente: il Corano è infatti, diversamente dalla Bibbia, un libro dettato (e non ispirato) a Maometto. Al proposito sarebbe auspicabile uno studio del nostro sul fenomeno islamico, ma siamo disposti a scommettere che non avrà il coraggio e la virilità di scriverlo.
b) Odifreddi non ha i minimi rudimenti di esegesi. Nella sua confutazione scientifica della Genesi [p. 29 sgg.] pare infatti non sapere che da qualche secolo l’interpretazione delle scritture parla di almeno quattro tipi di sensi (letterale, morale, allegorico e anagogico): queste cose dovrebbe conoscerle un qualsiasi studente delle superiori, non fosse altro per il fatto che sono riprese da Dante stesso a proposito della Divina Commedia. Certo, errori interpretativi se ne sono fatti (la lettura letterale del brano di Giusuè 10,12 per il quale fu tra le altre cose condannato Galilei ne è un esempio), ma fin da subito i Padri della Chiesa e, in seguito, gli scolastici hanno interpretato non solo “letteralmente” la Genesi: basti la lettura del Supra Genesi ad Litteram di Agostino, per averne la prova. Questa piccola lacuna fa tra l’altro cadere tutto l’impianto critico di Odifreddi a proposito delle varie confutazioni storiche e scientifiche delle scritture che, come detto sopra, essendo ispirate a uomini di un certo tempo, hanno sì un certo contenuto storico, ma possono e devono essere lette non solo come trattati di storia o cosmologia. In quest’ottica anche tutte le contraddizioni che rileva l’autore nelle Scritture possono (se adeguatamente interpretate) facilmente dipanarsi.
c) Odifreddi non conosce le basi della filosofia. Il nostro infatti, con la più grande disinvoltura, così ci spiega il concetto di sostanza: «L’idea risale ad Aristotele, che distinse nelle cose la loro vera essenza [...] dai loro inessenziali ‘accidenti’: ad esempio, nell’ostia, il suo astratto ‘essere ostia’ dalle concrete proprietà di essere costituita di pane di frumento» [p. 190]. Davvero impressionante la densità di errori in queste poche parole! Qui l’autore identifica la sostanza con l’astratto (mentre è l’esatto contrario) e afferma che l’esser pane di un’ostia è un accidente, quando è proprio la componente materiale della sostanza (che è la concreta unione di forma e materia). Stessa totale ignoranza emerge con particolare chiarezza quando parla di “creazionismo” come incompatibile con l’evoluzione del cosmo e con la sua eternità [pp. 29-32], quando è vero esattamente l’inverso: un mondo che evolve (e che al limite è eterno) può essere benissimo creato dal nulla [cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Teologica, I. q. 46]: ma di questo abbiamo già scritto recensendo il volume di E. Gilson, Da Aristotele Darwin e ritorno, Marietti 1820, Milano , 2003 [Divus Thomas, 3/2003, ESD, Bologna, pp. 221-225], alle cui pagine volentieri rimandiamo Odifreddi, pur dubitando che, visto il suo fondamentalismo cristiano, possa adeguatamente apprezzarle.
“Il portiere della storia non guarda le loro ragioni, ma guarda i loro visi. Per cancellare di colpo tante immagini deprimenti bastano dieci visi di monaci perduti in fondo ad un monastero o quella contadina spagnola che intravidi un giorno nel più fitto segreto di una chiesetta di Toledo con le braccia allargate in un gesto sovrano, eretta come una regina, mentre pregava in ginocchio. Ma bisogna dunque frugare nei monasteri e nelle cappelle castigliane per raccogliere i riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo?”. Léon Bloy
pro Ecclesia Dei sancta
Ut domnum Apostolicum, et omnes gradus Ecclesiae in sancta religione conservare digneris, te rogamus audi nos.
“Basterebbe un giorno senza nessun aborto e Dio concederebbe la pace al mondo fino al termine dei giorni" (San Pio da Pietrelcina)