domenica 11 settembre 2011

il concilio in una bolla

Proponiamo l'intervista integrale, senza personali commenti, dell'intervista di Monsignor Fellay dello scorso Agosto, sui rapporti della Fraternita' San Pio X con la Gerarchia modernista della nuova Chiesa partorita nel Concilio Vaticano II...


Mons. Bernard Fellay: Rapporti tra Roma e la Fraternita...

Conferenza di Mons. Bernard Fellay - Attualità dei rapporti tra Roma e la Fraternità
Saint-Malo, Francia - 15 agosto 2011
 

Don Lorans- Don de Cacqueray ci parlava dell'evoluzione che constatiamo. E lei, che è a capo della Fraternità, che ha dei contatti diretti con Roma, ha avuto l'impressione che l'agenda (i requisiti richiesti prima di ogni riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X, NdR) fosse seguita? Ha anche lei, a partire dai documenti emanati da Roma, la sensazione che si sposti lo spartiacque?

Mons. Fellay- Effettivamente accadono molte cose cose interessanti; non accadono come vorremmo ma è normale, perché abbiamo a che fare con degli uomini. La nostra agenda, coi suoi famosi requisiti, era stata consegnata a Roma all'inizio del 2001. In febbraio, la risposta di Roma fu tale che dovetti rispondere che a quelle condizioni noi non potevamo proseguire: “ Se le cose stanno così, sospendiamo ”. Le cose sono cominciate così, nel 2001. Riguardo alla messa, il cardinale Castrillòn Hojos diceva: “ Il papa è d'accordo. Il papa è d'accordo che la messa non sia mai stata abrogata e di conseguenza la possa dire ogni prete. ” E contava sulle dita i cardinali di Roma che erano anch'essi d'accordo. Io gli ho detto: “ in questo caso, dov'è il problema? ”- “Lei capisce, i segretari delle congregazioni, i sotto segretari, loro non sono d'accordo, e dunque non possiamo concedervela. ” Per la messa era così. Quanto alla questione della scomunica, la risposta era: “ Stia tranquillo, sistemeremo tutto quando firmeremo gli accordi ”. Risposi che per andare avanti avevamo bisogno di segni di fiducia da parte di Roma e che, in mancanza, non avevamo altra scelta che la sospensione delle discussioni. Il cardinale ha replicato: “ questa parola non mi piace ”. Poi è arrivato Benedetto XVI, che riprenderà la questione della messa, relativamente presto. Certo, il Motu proprio [ Summorum Pontificum] vale quello che vale, ma contiene degli elementi essenziali, capitali, per noi è come una pietra miliare. Penso che, nella storia della Chiesa, ci si ricorderà di questo testo che riconosce che la messa di san Pio V non è mai stata abrogata. Sa, quando una materia è ripresa in tutta la sua ampiezza, quando il legislatore riprende una legge per modificarla di cima a fondo, si considera che la legge precedente sia abrogata. E' lo stesso per le leggi liturgiche. Dunque che esista questa affermazione, in due parole: “ numquam abrogatam, mai abrogata ”, è di una tale forza! E' difficile concepirlo, ma alla fine il legislatore sa ciò che dice: “ Non è stata mai abrogata ”. Affermare che una legge non è stata mai abrogata, significa che si è mantenuta nello stato in cui era prima. Quindi la legge precedente, la messa di sempre, è la legge universale, è la messa della Chiesa. Quando il papa attuale afferma che la messa non è stata mai abrogata, vuol dire che essa è sempre in vigore, che continua ad essere la messa della Chiesa. Non si tratta più di permessi, di privilegi ecc., è la legge della Chiesa, in altre parole un diritto universale di ogni cattolico, prete o fedele. E' ciò che viene espressamente riconosciuto nel famoso Motu proprio del 2007. E' fondamentale, anche se altre parti del testo sono discutibili, e noi non siamo affatto d'accordo con loro. Ma se si considera il vigore che il Motu proprio conferisce alla messa contro i suoi detrattori, è veramente molto molto forte. Ci si chiede come in futuro si potrà mai demolire questa messa.

Da questo punto di vista, l'avvento di Benedetto XVI è stato come una molla. Checché se ne dica, checché se ne pensi, si è diffusa una nuova atmosfera. Nel Vaticano stesso questo arrivo ha incoraggiato quelli che, chiamiamoli conservatori, fino ad allora rasentavano i muri...D'altronde forse li rasentano ancora oggi! Perché la pressione o l'oppressione dei progressisti esiste sempre, rendendo lo stesso governo quasi impossibile.

L'atmosfera in ogni caso è cambiata. Lo si vede nella nuova generazione che, lei, non è più legata al concilio. Per le nuove generazioni e tutti quelli che oggi hanno 20 anni, il concilio, è il millennio passato, è qualcosa di molto vecchio. Questa generazione non ha conosciuto il concilio, e chi vede la Chiesa in uno stato così pietoso, si pone necessariamente delle domande. S'interroga in un modo totalmente diverso da quelli che hanno vissuto il concilio, da quelli che lo hanno fatto e vi sono visceralmente legati, perché volevano demolire il passato, perché volevano voltare pagina.

Questa nuova generazione sente un vuoto, è aperta, cerca, ci guarda con simpatia ma al tempo stesso verso di noi prova diffidenza perché siamo segnati, esclusi...Ciononostante una specie d'effervescenza nella gioventù preoccupa i progressisti a tal punto che oggi si chiedono: “ Il futuro della Chiesa, sarà progressista o conservatore? ”

In alcuni seminari moderni i professori constatano con spavento che la scelta dei seminaristi si rivolge ad opere più serie di quelle loro proposte; questo fenomeno è abbastanza generalizzato. Ho avuto delle ammissioni di vescovi o di professori di seminario. Un professore di seminario mi ha detto letteralmente: “ Non posso più fare lezione come prima, i seminaristi mi costringono ad essere molto più conservatore ”. E' ancora solo una tendenza, ma è molto interessante. Molti testi emanati da Roma chiedono delle riforme negli studi, nei seminari, nelle università. Sono chiaramente delle frenate. Sfortunatamente, si ha l'impressione che restino lettera morta – e credo di non aver torto a pensarlo. Tuttavia si vedono degli sforzi, è già qualcosa, non è più puro modernismo.

Un elemento importantissimo, davvero molto importante, sono i primi attacchi al concilio che non provengono da noi ma da persone riconosciute, titolate, come Mons. Gherardini che non si è accontentato di scrivere un solo libro ma che continua a scrivere, e in modo sempre più ardito. Quando l'ho incontrato, mi ha fatto questo discorso: “ Sono 40 anni che ho queste cose sulla coscienza, non posso presentarmi al Buon Dio senza dirle ”. Infatti è per così dire con noi, ma usa una forma d'espressione molto romana, molto prudente, circostanziata, pur dicendo quello che ha da dire.

In questo stesso contesto, il 22 dicembre 2005, il papa ha pronunciato il suo celebre discorso alla Curia in cui condanna una linea d'interpretazione del concilio, la famosa linea di rottura. Ad una prima lettura, ammetto di aver pensato che riguardasse noi! Ma in seguito mi sono reso conto che parlava dei progressisti. Perché per l'appunto il papa denunciava e condannava quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Certamente, se c'è qualcuno che vede nel concilio una rottura col passato, siamo proprio noi. E per sostenere il nostro discorso, non temiamo di citare i Congar, i Suenens, quelli che hanno detto che era la Rivoluzione del 1789 nella Chiesa, o la Rivoluzione d'ottobre 1917, la rivoluzione russa. Sono parole fortissime. E poi, non siamo solo noi, sono tutti ad aver constatato che questo concilio era stato un gran cambiamento, un vero stravolgimento. Perfino Paolo VI ha riconosciuto che si è scatenata una grande tempesta, mentre si aspettava una brezza leggera...Ebbene, la linea di rottura denunciata, è la condanna di quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Il papa condanna questo atteggiamento che vorrebbe appellarsi allo “ spirito del concilio ” per rivendicare un Vaticano III, una rivoluzione permanente...

Vorrei fare un'osservazione, perché forse ci sbagliamo. Quando si vede condannata l'ermeneutica della rottura, si pensa immediatamente che l'altra sia l'ermeneutica della continuità. Ora il papa non ha parlato dell' “ ermeneutica della continuità ”, ma dell' “ ermeneutica della riforma ”. Non è la stessa cosa! Continuando il testo, si vede bene che è per il concilio, che è favorevole a tutto quello cui noi siamo contrari! In questo concilio, tutto quello che attacchiamo, lui lo difende. Tuttavia si vede benissimo che condanna una linea. E' un inizio, ma evidentemente non è sufficiente; ciò mostra solo come le autorità hanno preso coscienza che qualcosa nella Chiesa non va più.

Proseguiamo. Il 2 luglio 2010, Mons. Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, ha tenuto a Wigratzbad, ai sacerdoti della Fraternità San Pietro, una conferenza su Lumen Gentium che verteva proprio sul problema dell'interpretazione del concilio. Questi problemi d'interpretazione sono qualcosa di molto moderno, bisogna capirlo. Ma vorrei mostravi che c'è del movimento, anche se da parte nostra speriamo che sia solo un inizio e che le cose andranno oltre. Noi, non esitiamo ad attaccare il concilio in quanto tale, mettendo l'accento su quello che non va.

A Roma, la posizione di Mons. Pozzo, e possiamo dire quella del papa, è ancora di totale riverenza riguardo al concilio, ma egli vede che c'è qualcosa che non va. Non dirà ancora “ è colpa del concilio ”, ma “ è colpa del modo in cui è stato inteso il concilio ”. Si tratta appunto dell'interpretazione, o dell'ermeneutica. Se Roma adesso ammette che c'è un modo falso d'interpretare il concilio, ciò evidentemente lascia presupporre che c'è n'è uno giusto. Ma, su molti punti che noi condanniamo a livello della cosa in sé (senza guardarne la causa), constatiamo che alla fine, senza osare troppo dirlo, sono d'accordo.

Nella conclusione delle sue conferenze a Wigratzbad, Mons. Pozzo parlerà di un'ideologia “ conciliare ”, poi di un'ideologia “ para-conciliare ”. Il termine ideologia designa qualcosa di cattivo, un errore, perfino un sistema di errori. Provate a capire cosa vuol dire questa frase: “ un'ideologia para-conciliare si è impadronita fin dall'inizio del concilio sovrapponendosi a lui ”. Ciò vuol dire che secondo lui, il concilio fin dall'inizio non è stato compreso come doveva. Cioè che l'unica maniera che restava oggi per capire il concilio era falsa. E' un modo curioso di voler salvare il concilio, pur riconoscendo che ciò che è stato detto del concilio da quarant'anni è falso! Anche se è solo un principio di ammissione, bisogna prenderne nota. Evidentemente, non ci basta, ma è comunque molto interessante vedere come tentano di uscirne E' equilibrismo...

Si sentono frasi come: “ Il concilio non è applicato, il concilio è inteso male, è per questo che le cose non vanno nella Chiesa ”. Bisogna anche spiegarlo! Perché le cose non vanno bene nella Chiesa? Perché non si è riusciti a spiegare il concilio. Ma allora, che cosa hanno fatto in questi 40 anni? E' quello il grande problema. Chi era responsabile dell'interpretazione del concilio in questi 40 anni? Se non sono le autorità a Roma, vuol dire che hanno dormito per 40 anni, che hanno lasciato fare agli altri, che cosa hanno fatto? Vede, ci sono comunque molti problemi che possiamo introdurre anche dal loro punto di partenza in cui si delinea un principio di ammissione.

 
Il papa parla di spirito del concilio condannandolo quando tutte le riforme sono state fatte nello spirito del concilio. Cosa rimane? E ora, ci dicono che c'è un'ideologia conciliare che si è impadronita del concilio fin dall'inizio!

Possiamo immaginare il concilio in una bolla; si vede la capsula esterna ma non si arriva all'interno. Di modo che vediamo solo questa capsula esterna e non il concilio; non si riesce ad arrivare al concilio. E' molto moderna come idea, come prospettiva. Ci piacerebbe tanto sapere chi è all'origine dell'ideologia para-conciliare, quella che si è impadronita del concilio per fare in modo che non potessimo comprenderlo come avevano voluto i Padri conciliari...Sarebbe interessante saperlo. Altrettante domande che vengono in mente, perché qualcosa comincia a smuoversi. Ci si rende conto che ciò che era un tabù comincia a traballare, allora si cerca di salvare il tabù circondandolo con una bolla. Oggi, avete il diritto di colpire la bolla, ma non quello che c'è dentro. Potete denunciare l'ideologia para-conciliare, ma non toccate il concilio.

In tale contesto, Mons. Gherardini, di cui parlavo prima, si spinge oltre riguardo al concilio. Credo che sia il primo personaggio ufficiale, rinomato, che osi farlo. La sua qualità di decano della facoltà di teologia del Laterano, canonico di san Pietro, direttore della rivista Divinitas lo rende autorevole. A 85 anni, ha parlato a Roma, e delle persone che non erano dalla nostra parte hanno affrontato i problemi del concilio. Mons. Schneider, un vescovo, ha perfino proposto di fare un Sillabo sul concilio, allo scopo di epurare e di condannare tutto ciò che non è chiaro nel Vaticano II, tutte le proposizioni ambigue.

Tutti questi eventi mi fanno pensare ad una pentola d'acqua sul fuoco che comincia a formare le prime bolle. Non è ancora l'ebollizione, ma comincia a scaldarsi. Nel frattempo, restiamo in attesa.

Don Lorans- In occasione di una recente predica al seminario di Winona, lei ha detto che noi non eravamo in rapporto con Roma, ma con “ le Rome ”. Che atmosfera c'è in Vaticano attualmente? Può aiutarci a vederci più chiaro?

Mons. Fellay- Nel Vallese, una montagna, lo Zinalrothorn, culmina a 4000 metri; una delle sue cime si chiama il Rasoio ed è lunga una decina di metri. L'unico mezzo di oltrepassarla è a cavalcioni, oppure di lato, con le mani sulla cresta ed i piedi sul pendio, e da ogni lato 500 o 1000 metri di strapiombo. Ho l'impressione che non solo questo possa applicarsi ai nostri rapporti con Roma, ma ancor più che si tratti francamente di una corda da equilibrista. Per questo uso decisamente il termine “ contraddizioni ”.

Nel giugno 2009, avevo chiesto un appuntamento col cardinale Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, per tentare di chiarire queste contraddizioni. Dopo aver molto insistito, è arrivata la seguente risposta: “ la riceverà il cardinale Levada ”. E' la diplomazia romana! Mi piacerebbe darvi alcuni esempi di queste contraddizioni per illustrarvi il clima che regna a Roma, cioè dove o con chi lavoriamo, è molto difficile.

I nostri rapporti con Roma si fanno molto tesi dopo l'uscita del decreto sul ritiro delle scomuniche, il 21 gennaio 2009. Nel mese di marzo, a Sitientes, giorno delle ordinazioni al suddiaconato, i vescovi tedeschi hanno approntato una strategia per cercare di “ mandarci fuori ”. Mons. Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha dichiarato ad un gruppo di deputati: “ Da qui alla fine dell'anno, la Fraternità San Pio X sarà nuovamente fuori dalla Chiesa ”. L'ho saputo da uno dei deputati, è un'informazione diretta. Quindi avevano un piano per contrastare l'argomento del ritiro delle scomuniche che non potevano più utilizzare.


Si vede benissimo che i progressisti hanno cercato di usare due piste. La prima è quella del concilio. Affinché la Fraternità San Pio X possa pretendere un riconoscimento canonico, deve riconoscere il concilio e accettarne tutte le riforme, così come il magistero di tutti i papi dopo il concilio. E' molto forte, perché sapevano benissimo che non accetteremo mai di avviarci su questa strada. Significa rendere di fatto impossibile il riconoscimento canonico. Dopo è facile condannarci di essere contro il concilio, prova che siamo scismatici, ecc.

La seconda è una linea più disciplinare, quella dell'obbedienza. Tuttavia è curioso che proprio dopo il ritiro delle scomuniche da parte di Roma, il vescovo di Ratisbona, nella cui diocesi è situato il nostro seminario di Zaitkofen, vieti ai nostri vescovi le ordinazioni dei nostri stessi seminaristi! Ma lo ha fatto. Sono 30 anni che il nostro seminario si trova sul suo territorio senza che sia mai intervenuto! Sceglie proprio il momento del ritiro delle scomuniche per prendere questa decisione...La Conferenza dei vescovi tedeschi si è affrettata a rincarare la dose per bocca di Mons. Zollich che ha dichiarato: “ Se quei vescovi fanno quelle ordinazioni, il papa deve scomunicarli ”. E' sceso a Roma per fare pressione sul papa e sul cardinale Bertone. E dieci giorni prima delle ordinazioni, ricevo una telefonata del cardinale Castrillòn che mi dice: “ Mi dispiace farle una richiesta che le sembrerà un po' curiosa, ma il papa non ha solo amici, i vescovi tedeschi fanno pressione, lei farebbe un favore al papa non facendo queste ordinazioni in Germania ”. Dopo aver conferito con i miei Assistenti e con gli altri vescovi, è stato deciso di fare un gesto, senza che fosse una capitolazione. A Sitientes, non ci saranno dunque ordinazioni a Zaitkofen, ma i seminaristi quel giorno diventeranno suddiaconi...a Ecône. E poi è ben chiaro che è un gesto che si farà una volta sola; dunque le ordinazioni di giugno vengono mantenute. Volevamo che a Roma fosse intesa non come una capitolazione, ma come un gesto. Questo non gli è piaciuto e mi ha procurato una nuova lettera...

Due giorni prima di Sitientes, nuova telefonata del cardinale Castrillòn, la terza in una settimana, è proprio una bella pressione! Stavolta, l'ordine è netto: “ Disobbedite formalmente, ricadrete nelle vostre censure. Non bisogna fare queste ordinazioni. Bisogna chiedere il permesso al papa ma le assicuro - parlava in italiano – quasi immediatamente, riceverete il permesso.” Ha aggiunto: “ Da qui a Pasqua la Fraternità verrà riconosciuta ”.” Non capisco, ho risposto, è appena uscito un testo ufficiale (una nota della Segreteria di Stato) che stipula che la Fraternità non verrà riconosciuta finché non riconoscerà il concilio, lei sa perfettamente come la pensiamo, come può parlare così?! ” Risposta del cardinale: “ quel testo non è firmato; si tratta di testi amministrativi, di testi politici; e poi non è quello che pensa il papa ”.

Allora adesso a chi devo credere? Credere al cardinale per telefono (è orale, non c'è nessuna traccia), oppure al testo ufficiale?

Al punto in cui stavano le cose, ho scritto al papa per informarlo semplicemente di cosa accadeva. Gli ho chiesto di non vedere in quelle ordinazioni un atto di ribellione ma un atto di sopravvivenza compiuto in circostanze complesse e difficili. E la cosa è passata.

D'altronde, non vedo come sarebbero riusciti a condannarci per aver ordinato dei suddiaconi, dato che da loro i suddiaconi non esistono! Essere puniti per qualcosa che non esiste, è davvero difficile.

E dopo sono seguite le ordinazioni al diaconato e al sacerdozio, e sono passate. Ma i vescovi tedeschi hanno cercato di impedirle. E' comunque una piccola vittoria! Realizzate che siamo una piccolissima congregazione, una piccola congregazione che si batte contro una conferenza episcopale, e non una qualunque, e vinciamo. Abbiamo vinto. E' incredibile...Ma non si tratta di noi...I conflitti sono di tanti tipi, ma prima di tutto dottrinali.

Papa Benedetto XVI ha osato riconoscere [nell'udienza del 25 agosto 2005, a Castelgandolfo, NdR]: “ Forse esiste, forse potremmo dire che esiste uno stato di necessità in Francia, in Germania ”. Notate che in uno stato di necessità, gli organismi necessari al buon funzionamento di un corpo sociale non funzionano più, è una specie di si salvi chi può; ciascuno innanzitutto si salva, poi collabora ad aiutare gli altri come può. E' una situazione inverosimile. Vede la contraddizione: da un lato vi si dice che la Fraternità non può essere riconosciuta, ma dall'altro vi si dice che essa è riconosciuta perché il papa vi riconosce. Allora quid?

Vi citerò altri esempi di contraddizione che ci dimostrano che a Roma ci sono varie correnti, tra cui alcune molto potenti. Cercare di sapere in quale si trovi il papa? Non è facile.

Nel settembre dell'anno scorso, quindi è cosa molto recente, si è unito a noi un prete americano di una Congregazione (mi sembra che fossero Agostiniani). Nel mese di settembre 2010, riceve una lettera del suo Provinciale cui è allegata una lettera della Congregazione dei religiosi confermante la decisione del Provinciale, che dice: “ Lei non è più membro della Congregazione degli Agostiniani perché si è unito alla Fraternità ”. La lettera della Congregazione dei religiosi dice molto precisamente questo: “ Padre Tal dei Tali (non ne faccio il nome) non appartiene più alla vostra Congregazione, è scomunicato perché ha perduto la fede unendosi formalmente allo scisma di Mons. Lefebvre.” Ha la data del mese di settembre dell'anno scorso! Di conseguenza per Roma, unirsi alla Fraternità significa unirsi ad uno scisma e perdere la fede, e ci si ritrova scomunicati. Ovviamente sono andato a Roma con quel foglio!

Quando ho cominciato a leggere questo passo a Mons. Pozzo - segretario di Ecclesia Dei; ne è presidente il cardinale Levada che è al contempo prefetto della Congregazione della Fede – mi ha interrotto a metà frase dicendomi: “ So già tutto, ce ne siamo occupati due settimane fa. Abbiamo detto alla Congregazione dei religiosi che non sono competenti per dire così e che devono rivedere il loro giudizio ”. Ha continuato dicendo: “ Ecco come bisogna trattare questa lettera...Così ”. E ha fatto il gesto espressivo di strapparla. Così, ecco come un'istanza romana mi dice di trattare un documento ufficiale di un'altra istanza romana, nel modo più radicale che si possa immaginare mettendola nel cestino, strappandola...E' comunque una cosa un po' forte! In fondo, significa che a Roma certe istanze delle congregazioni, dei dicasteri ci dichiarano scismatici, eretici, aventi perduto la fede, mentre altre ci considerano cattolici, quasi normali, non aventi più nessuna pena, nessuna censura. Che confusione!

Come vede si può davvero parlare di contraddizioni; alcune persone al governo di Roma hanno delle prospettive su di noi diametralmente opposte! Così, mentre si svolgono i famosi colloqui teologici, i nostri sacerdoti alloggiano a Santa Marta – è l'edificio in cui alloggiano i cardinali quando ci sono dei concistori, dei conclavi, e che abitualmente serve ad accogliere i vescovi – e dicono messa a San Pietro. Allora mentre da una parte si discute di dottrina, dall'altra i nostri sacerdoti sono eretici o scismatici? La cosa non sta in piedi.

Un altro esempio ancora più recente. Stavolta nell'ordine dell'interpretazione; si tratta dell'ultimo testo sulla messa, Universae Ecclesiae. Tre anni dopo il Motu proprio Summorum Pontificum, è uscito un nuovo testo concernente l'applicazione del testo precedente. Questo testo è interessantissimo. Un'analisi dei provvedimenti presi mostra due movimenti che possiamo considerare radicalmente opposti, dimodoché consideriamo il risultato con aria interrogativa. La prima linea, che è manifesta, è una linea d'apertura, si sente una volontà di dare, di mettere a disposizione dei cattolici del mondo intero non soltanto la messa, ma tutta la liturgia della Chiesa di sempre in tutti i suoi aspetti.

Al suo inizio, il documento romano afferma che il Motu proprio è una legge universale. Non è un privilegio – una legge riservata ad un piccolo gruppo – ma una legge universale, cioè valida per tutti. Esso precisa che è sua volontà permettere l'accesso alla messa tradizionale ai fedeli del mondo intero. Non si può essere più espliciti!

In seguito ci sono altri provvedimenti che si spingono molto oltre, dato che si citano tutti i libri liturgici per essere messi a disposizione. Tutti. E' inverosimile. Questo non si può fare se non c'è una volontà, se non c'è proprio un'intenzione di riaprire, di ridare vita a tutto quel tesoro, altrimenti non ha senso. Per esempio si parla del Rituale. E' molto interessante, il Rituale, cosa vi troviamo? Vi troviamo innanzitutto tutti i sacramenti, quelli dati dal sacerdote, e poi anche gli esorcismi. Dire che il Rituale è a disposizione, significa che tutte le benedizioni, tutto quel mondo liturgico di un tempo è veramente rimesso a disposizione. Ciò non si può fare se non c'è l'intenzione di far rivivere tutto quel tesoro. Non avrebbe alcun senso metterlo a disposizione se al tempo stesso si volesse chiudergli la porta in faccia! Lo stesso valga per il Cerimoniale dei vescovi o per il Pontificale...Si insiste nel dire che i vescovi possono usare il Pontificale. Quanto al Breviario, i sacerdoti sono liberi di usare il vecchio Breviario, pur precisando che se prendono il vecchio Breviario, devono rispettarne tutte le rubriche. Perché? Perché con il nuovo Breviario, si può scegliere ad libitum tra le piccole ore, mentre con il vecchio Breviario, si deve dire tutto. E' un po' strano. Tutto ciò supera di molto quello che avevamo chiesto all'inizio nella nostra famosa premessa, cioè la messa per tutti. Ora, non è solo la messa, ma tutta la liturgia e sotto tutti gli aspetti. E' una delle linee manifeste.

Accanto, c'è la linea veramente contraria, con due restrizioni maggiori. La prima riguardo alle ordinazioni: “ Le ordinazioni secondo il vecchio Pontificale, possono essere conferite solo ai gruppi che sono sotto l'autorità di Ecclesia Dei ”. Perché non gli altri? Perché i vescovi non ne vogliono nelle loro diocesi e Roma vuole evitare troppi problemi con i vescovi lasciando la possibilità di scelta ai seminaristi. Perché mettere da un lato tutto a disposizione, e poi per una cosa tanto importante, tanto capitale, le ordinazioni, lì bloccare tutto?

La seconda restrizione maggiore concerne la qualità dei fedeli che possono godere delle disposizioni del Motu proprio...

Qualche numero più in basso, s'insiste per dire che il Pontificale è messo liberalmente a disposizione. Certo, non ci sono solo le ordinazioni nel Pontificale, per esempio vi rientra il rituale delle cresime. Ora si precisa che le cresime possono essere conferite secondo il vecchio rito. E' proprio uno strano miscuglio. Non è possibile che si possano trovare due intenzioni tanto contrarie in un medesimo testo. Come è possibile? La spiegazione che vedo io, è che effettivamente a Roma ci sono due forze contrarie, ognuna delle quali cerca di mettere la propria firma. Alla fine, si arriva a delle specie di compromessi ingestibili e indigesti.

Tornando a Mons. Pozzo ed al suo consiglio di strappare il famoso testo della Congregazione dei religiosi. In quel momento – e quel che ho appena detto ve lo può in parte illustrare – ha aggiunto questo: “ Occorre, dovete dire ai vostri sacerdoti ed ai vostri fedeli, che non tutto ciò che viene da Roma viene dal papa ”. Gli ho risposto: “ Ma è impossibile, come vuole che dei sacerdoti, dei fedeli che ricevono un testo di Roma possano pensare una cosa simile? La reazione sarebbe semplice: un testo mi piace, viene dal papa, non mi piace, non viene dal papa. Tale atteggiamento d'altronde è condannato da san Pio X.

Il Vaticano, è la mano del papa. Ma queste parole di Mons. Pozzo contengono un messaggio gravissimo: il papa non ha il controllo di casa sua. Ciò vuol dire che quando ci arrivano delle cose da Roma effettivamente, purtroppo, si pensa immediatamente all'autorità suprema, al Sommo Pontefice, al papa. Ebbene no! Non viene dal papa. E' questa la situazione della Chiesa. E' quella che definisco una situazione contraddittoria, a seconda dei casi più o meno significativi, stavolta tuttavia lo è di meno. E' una situazione davvero dura, difficile. Come navigare con questi venti contrari?

Don Lorans- Monsignore, visto che sappiamo che va a Roma il prossimo 14 settembre ad incontrare il cardinale Levada, con quali disposizioni ci va? Con quale stato d'animo?

Mons. Fellay- Mi riferisco un po' a quello che è accaduto in precedenza col ritiro delle scomuniche...Non so si ricorda ma quell'estate, nel 2008, fu molto calda; ci fu quello che è stato chiamato l'ultimatum. Ricordo un piccolo fatto...Mi consegnano un testo che in sostanza dice così: “ Se Mons. Fellay non accetta le condizioni molto chiare che gli imporremo, sarà gravissimo ”. Il cardinale Castrillòn Hojos dichiarava perfino: “ Finora dicevo che non eravate scismatici; se continuate, non potrò più ”.

Era molto teso. Io gli ho risposto: “ Lei dice che occorre che io rispetti le condizioni, ma quali? ”. Tacciono. Silenzio. Ho chiesto nuovamente: “ Lei dice che ci sono delle condizioni, ma cosa si aspetta da me? ” In quel momento, il cardinale con voce molto grave – era davvero molto solenne – ha pronunciato quasi a mezza voce e lentamente :” Se veramente in coscienza pensa di poter dire queste cose ai fedeli, ebbene! Le dica ”. Potete immaginare quanta emozione ci fosse!

Dissi a Don Nély che mi accompagnava di essere frustrato; mi affermò che si trattava davvero di un ultimatum. Su mia richiesta, è tornato l'indomani alla Commissione Ecclesia Dei per ottenere dei chiarimenti sulle famose condizioni. C'è voluta una mezz'ora perché redigessero in cinque punti delle condizioni che dicevano tutto e niente. Io dovevo promettere di praticare la carità ecclesiale. Che vuol dire? Alla fine, ho scritto due parole al papa, e l'ultimatum non era più all'ordine del giorno. Ma non si può dire che andasse tutto bene...Nel mese di dicembre seguente, le relazioni erano più distese, ho scritto una lettera al cardinale per riprendere contatti.

Nel frattempo, c'era stata Lourdes. Era così epica, ecco un breve aneddoto: abbiamo potuto utilizzare la basilica per il nostro pellegrinaggio, ma il vescovo locale aveva proibito ai vescovi di celebrare la messa. Tre giorni prima del pellegrinaggio, ho parlato al telefono col cardinale Castrillòn cui ho promesso di scrivere una lettera; nel corso della conversazione ha affrontato la questione del pellegrinaggio: “ Ho saputo che fate un pellegrinaggio, sarà magnifico, ci sarà tanta gente ”. Gli ho risposto: “ E' bello, infatti, ma c'è una nota stonata ”. -“ Ah sì? ”- “ Sì, i vescovi non possono celebrare ”. - “ Dei vescovi censurati, fuori dalla Chiesa, è normale, non si può dar loro il permesso di celebrare la messa ”. - “ E gli anglicani, non sono scomunicati? ” - “ Che vuol dire? ” - “ Che gli anglicani, loro, hanno potuto celebrare nella basilica di Lourdes ”. - “ E' vero? ” Ha dei documenti? Ce ne occuperemo ”. Stavamo partendo per Lourdes, ho subito raccolto informazioni su Internet per mandargliele.

Nei documenti ufficiali di Lourdes, il programma era tutto ben specificato; per tutta una settimana, erano sette i ' vescovi ' a concelebrare, sette ' messe ' alla presenza del cardinale Kasper, tutti i ministri erano anglicani, l'omelia fatta da un anglicano, non dico un vescovo perché gli anglicani sono tutti laici, non sono veri preti, ancor meno veri vescovi.

Questo per mostrarvi il clima: da un lato si cerca di annientarci e dall'altro ci si occupa di noi al punto da disturbare il papa un pomeriggio per questa storia di Lourdes. Ho approfittato della lettera che ho infine scritto al cardinale Castrillòn, a dicembre, per riferirgli i discorsi del vescovo di Tarbes per il quale, se avessimo smesso di dirci cattolici, allora avremmo potuto celebrare la messa. Gli spiegavo: “ Così dunque volete che usciamo dalla Chiesa per potere avere delle chiese, non sta in piedi! ” Ero un po' duro.

Il 17 dicembre, avevo saputo che a Roma c'era una riunione il cui scopo era riflettere se non occorresse dichiarare lo scisma della Fraternità, o eventualmente scomunicare Mons. Fellay perché favoriva un atteggiamento scismatico nella Fraternità. Ho spedito la mia lettera...Un mese dopo, non c'erano più scomuniche!

Certamente, c'era la nostra crociata del Rosario. Ma dopo la lettera che avevo mandato loro, non pensavo che sarebbe avvenuto così presto. Infatti, il cardinale Castrillòn mi ha informato che c'erano state due riunioni di cardinali: una prima, in cui hanno discusso di scomuniche, che si concluse negativamente ; poi una seconda, che concluse che si poteva benissimo riconoscere la Fraternità. Questo mi è stato rivelato molti mesi dopo...

Don Lorans – Monsignore, lei ci mostra come gli spartiacque si spostino un poco. Questa università estiva è dedicata all'apologetica, forse anche l'atteggiamento dei fedeli e dei sacerdoti legati alla tradizione secondo lei dovrebbe cambiare? E' un periodo in cui dobbiamo tener conto esattamente della realtà in cui viviamo, e delle situazioni dateci dalla Provvidenza?

Mons. Fellay- Credo che si debba essere estremamente prudenti. Tale situazione di contraddizione susciterà per forza ogni tipo di voci, di dicerie in tutti i sensi, ecco perché bisogna veramente, se posso esprimermi così, contare fino a dieci prima di parlare, e aggiungerei anche: prima di credere qualcosa. Bisogna guardare i fatti, e non dar retta alle voci se non si vuole diventare matti!

Il cardinale Levada mi ha invitato il 14 settembre insieme con i miei Assistenti generali. E' un qualcosa di nuovo. Si dice che abbiamo affrontato tutti i temi dottrinali, che ora è necessaria una riunione per valutare queste discussioni teologiche e parlare di futuro. Si dice che ci sarà una proposta di accordo pratico, non ne so nulla. Se ne parla ovunque: don Aulagnier dice che faranno così e che la Fraternità rifiuterà. Io non ne so nulla. Anche Mons. Williamson ne ha parlato, non so da chi abbia avuto le sue informazioni, sembra da un portavoce di Ecclesia Dei...Chi è questo portavoce? Voci persistenti, ci sarà forse qualcosa di nuovo? Sono molti a parlare; Roma non smentisce ma io non ho ricevuto ancora nulla. Si resta in aspettativa.

Se il loro obiettivo rimane sempre l'accettazione del concilio da parte della Fraternità, le discussioni sono state abbastanza chiare nel mostrare che non avevamo intenzione d'impegnarci su quella via. Già nel 2005, dopo cinque ore di discussioni in cui avevo esaminato e passato in rassegna tutte le nostre obiezioni contro gli errori, la situazione della Chiesa oggi, il Diritto canonico, posso garantirle che gli scambi erano tesi. Il cardinale Castrillòn aveva concluso: “ Non posso dire di essere d'accordo su tutto quello che avete detto, ma i suoi discorsi dimostrano che non siete fuori dalla Chiesa. Scriva al papa per chiedergli di togliere le scomuniche ”.

Allora ho capito che Roma era pronta a fare un gesto, altrimenti questa richiesta non aveva alcun senso. La mia risposta non è stata immediata, perché infatti, per noi, non ci sono mai state delle scomuniche. Perciò la lettera che ho scritto al papa non chiedeva il ritiro ma l'annullamento o il ritiro del decreto, perché quello, esiste. A coloro che dicono che ho chiesto il ritiro delle scomuniche, rispondo che è falso. Il cardinale Castrillòn mi ha perfino scritto: “ Lei chiede che si ritiri il decreto, vi si toglierà la scomunica ”. E' chiarissimo, sanno quello che dicono.

Allora per conoscere la situazione esatta ...Da parte mia, posso dirvi che non so cosa accadrà domani. Si può andare dalla dichiarazione di scisma fino al riconoscimento della Fraternità. Non voglio speculare. Cerco di prevenire le situazioni, di riflettere a ciò che occorre fare in questo o quel caso.

Da un lato, preconizzo una prudenza estrema, non dare ascolto alle voci, attenersi ai fatti, alla realtà. La mia impressione è che Roma si burli di quello che viene detto, le parole echeggiano in tutti i sensi ma non hanno affatto valore. Non vi spaventate. E' un po' come Nostro-Signore, vi si dirà è qui, è lì, non ci andate, rimanete. D'altro lato, delle discussioni dottrinali ricordo che in sé nell'immediato non apportano un gran bene, perché è l'incontro di due mentalità che si urtano. Ne conservo l'immagine di un torneo in cui due cavalieri incrociano le spade, si slanciano, ma passano uno a fianco dell'altro.

In ogni caso non possono dire che siamo d'accordo. Se siamo d'accordo su un punto, vuol dire che non lo siamo su nessun altro! Evidentemente, se si parla della Santissima Trinità siamo d'accordo...Ma il problema non è lì: quando si parla del concilio, si parla di certi problemi nuovi, che noi definiamo errori.

C'è la diceria secondo cui ci farebbero delle proposte. Ma a quali condizioni? Ci saranno delle condizioni? Dal mio punto di vista, sarebbe inverosimile che non ce ne fossero. Alcuni dicono che non è possibile, che finora hanno sempre tentato di farci mandar giù il concilio. Io non lo so. L'unica cosa che dico, è: “ si continua ”. Noi abbiamo i nostri principi, e il primo di essi, è la Fede. A cosa servirebbe ricevere un qualunque vantaggio quaggiù se si dovesse mettere in gioco la Fede? È impossibile. E senza la Fede è impossibile piacere a Dio, dunque la nostra scelta è fatta. Prima di tutto la Fede, ad ogni costo, essa passa anche prima di un riconoscimento da parte della Chiesa. Dobbiamo avere questa forza.

Vorrei dire un'ultima cosa: qualcosa si muove, ed in questo qualcosa che si muove, ci sono delle anime assetate, provengono dallo stato disastroso della Chiesa di oggi, non vengono come anime perfette, ma bisogna occuparsene. Finora abbiamo avuto un atteggiamento difensivo. Tuttavia non dobbiamo aver paura d'introdurre un elemento d'attacco, un elemento più positivo: andare verso gli altri per cercare di conquistarli pur dimostrando la più grande prudenza, perché l'ostilità non è finita. Immaginate che Roma ci riconosca di colpo, mi è difficile crederlo, ma che succederebbe allora? Credete che i progressisti cambieranno idea nei nostri confronti? Ma niente affatto! Da una parte continueranno a respingerci come hanno sempre fatto, o tenteranno di farci ingoiare il loro veleno; noi rifiuteremo ed il conflitto ricomincerà peggio di prima, non fatevi illusioni. Se Roma ci riconosce, sarà ancora più dura di adesso. Adesso, beneficiamo di una certa libertà. Bisognerà pure che un giorno la Chiesa ci riconosca come cattolici, ma non sarà facile.

Da parte di Roma, ci manca la luce; vorremmo che Roma diventasse nuovamente il faro della verità, ma per ora ne siamo ben lontani, è più che vago...Da parte nostra, fondamentalmente non cambiamo niente, continuiamo a imperniarci sulla Fede, pur essendo pronti ad aiutare le anime che vogliono essere aiutate, anche se hanno dei comportamenti che all'inizio lasciano a desiderare. Ci vuole molta pazienza, misericordia, pur restando saldi, il che non è facile! Stiamo attenti a non respingere per ragioni superficiali delle anime meritevoli che venissero a noi; non vogliamo chiunque, soprattutto non dobbiamo indebolirci, ma dobbiamo essere buoni con tutti. E' un obbligo anche per noi crescere nella virtù.

Bisogna restare in un ambito soprannaturale. L'apologetica consiste nella difesa della Fede, ma soprattutto a livello della ragione, per tentare di convincere. Ma non è sufficiente. Per convincere, occorre che passi la grazia, e la grazia è soprannaturale. Per convincere ci vuole un atto del Buon Dio, bisogno quindi adoperare mezzi soprannaturali. Per noi, vuol dire condurre una vita cristiana profonda, intensa. E' molto più importante del combattimento semplicemente apologetico, ma ciò non vuol dire trascurare il primo, sono necessari entrambi, ma è una questione di ordine.

E' per questa ragione che mi permetto d'insistere sulla nostra crociata. Le vittorie che otteniamo sulla Roma modernista, non dobbiamo attribuirle a noi, ma senza alcun dubbio alla Santa Vergine e alle nostre crociate. E' alla fine di ciascuna crociata che abbiamo ottenuto sia la messa, sia il ritiro delle scomuniche, ogni volta dopo esserci rivolti alla Santa Vergine, e in situazioni considerate impossibili. Non dobbiamo soltanto contare sulla Santa Vergine ma anche mettersi sotto la sua insegna, seguirla. E' il suo tempo.



mercoledì 7 settembre 2011

un altro colpo inferto alla nostre radici cristiane

Con la soppressione dei Santi Patroni, un altro colpo è stato inferto alle nostre radici cristiane. I cattolici liberali badano più all’economia della nazione che all’economia della grazia (ma la protezione dei Santi è ancora importante per costoro?), i leghisti non si curano delle tradizioni locali e le sinistre vanno avanti come i panzer nel distruggere ogni residuo di cattolicità. Povera Italia! Orbata delle sue tradizioni e della protezione dei Suoi Santi. Che Dio ci aiuti! Ricordino i politici che i partiti che spazzarono via le feste cattoliche di San Giuseppe, Dell’Ascensione del Corpus Domini furono a loro volta spazzati via (Democrazia cristiana compresa!): lo ricordino se non vogliono fare la stessa fine (Lega compresa!).

Immagini della Festa di San Bartolomeo a Giarratana

 
ADDIO SANTI PATRONI?

"Non sappiamo ancora cosa sia successo nella votazione di ieri, né cosa succederà nelle prossime, tuttavia quel che scrive Padre Cristoforo è un discorso che fa riferimento ad una mentalità e non a un fatto puntuale"Un moto di rabbia ha percorso le mie vene quando ho letto sui giornali che il governo (eletto col voto cattolico) voleva abolire la festa dei santi patroni, per ridare fiato all’esangue economia italiana. L’abolizione di un solo giorno festivo infrasettimanale, celebrato in giorni diversi in città diverse, avrebbe salvato l’Italia dal baratro del fallimento e da quelle schiere di sfaccendati (così poco “europei”…), che guardano i fuochi d’artificio e rischiano d’andare in chiesa ad accendere un cero. Ma la misura “moderna” avrebbe soprattutto accontentato il partito dei “laicissimi”, che invece ha difeso strenuamente le tre feste della religione del laicismo all’italiana. Salvate quindi tre feste. Quelle del 25 aprile e del Primo maggio, perché il governo di destra - forse afflitto da qualche complesso - non ha saputo resistere, quindi all’unanimità si è votato di mantenere il culto alle due feste “liberatorie”. Tuttavia lo sforzo di venerazione del dio-stato, l’unico santo protettore rimasto, s’è spinto oltre e ha salvato anche la festa più recente: quella di Santa Repubblica Atea, beatificata recentemente da quei logorroici pontefici laici, che di retorica ne hanno da vendere.
All’inizio mi sono indignato, poi mi son detto: brava la sinistra, sì brava la sinistra. In fondo sono quasi meglio degli altri, almeno ci credono o fanno finta, ma anche se facessero finta almeno si mobilitano. E i pecoroni cattolici, che di sinistra non sono (o non dovrebbero essere), talmente sono ignavi, che votano entusiasti per “laicizzare” il paese e buttano al macero i santi patroni. Nel silenzio del mondo cattolico, nel silenzio dell’episcopato, nel silenzio dei parroci e pure nel silenzio di quelle vecchiette che alla processione del Santo ci andavano ancora, ma con una fede che s’era ormai affievolita anch’essa. Miracoli d’un cattolicesimo imborghesito, che per avere una lode d’una ministra tedesca protestante e delle logge massoniche francesi, è capace di rinnegare i suoi santi protettori. Povera Cristianità italiana, morta e anche sepolta. C’è da meravigliarsi ? No. E qui faccio un “mea culpa”, ho creduto ancora che un’Italia cattolica esistesse, magari nei paesi, magari in certe fasce…No è falso, non esiste più, è morta. Morta nel perbenismo americanista anni Cinquanta, fiaccata dalla libertà religiosa del Concilio, martoriata da anni di Democrazia Cristiana liberaloide e bacchettona, che faceva approvare l’aborto e sopprimeva il Corpus Domini, pugnalata alle spalle, se ancora ce n’era il bisogno, dal Nuovo Concordato di Sua Eminenza il Card. Casaroli e di Sua Laicità Bettino Craxi, uniti nel comune intento di modernizzare il Paese…e la Chiesa!
Non una voce si è levata in difesa dei Santi. Eppure un Eminentissimo, per difendere nientedimeno che le cooperative, ha trovato la forza d’intervenire. Ma si sa, difendere le cooperative fa chic e non impegna, difendere l’Italia cattolica (o quel che ne resta) darebbe una cattiva impressione, specie in una Chiesa che ha rinunciato a cristianizzare la società. Ormai siamo nel Duemila ed oggi non è più la Chiesa a guidare i popoli, ma è Angela Merkel e chi la manovra. Lo vogliamo capire o no ? Fra le gerarchie alcuni l’hanno capito e…s’adeguano. D’altronde chi si mosse per difendere le festività soppresse ? Nessuno o quasi, anzi all’epoca, sotto Paolo VI, c’era ancora il vecchio Concordato e fu la Chiesa a dare il necessario avallo. E poi chi lottò contro l’aborto e il divorzio in un’Italia che ancora si credeva cattolica ?
Una sola domanda al lettore: chi si ricorda oggi, dopo la soppressione della festa infrasettimanale e il suo spostamento alla domenica, quando cade l’Ascensione o il Corpus Domini ? Pochi, pochissimi. Ebbene col tempo scorderemo anche il Patrono, la sua data, il suo nome.
Le banche tedesche si complimenteranno di tanto oblio, in compenso la società italiana avrà perso anche l’ultima cosa che le resta da perdere, le identità locali, la fede infatti l’ha già persa da tempo.
Per conto mio non mi farò più illusioni, ormai lo stato italiano e la società sono atei, ma non hanno ancora il coraggio di dirlo.
Padre Cristoforo


sabato 3 settembre 2011

"Tutto in chiesa ti parlava della liturgia antica, solo lei mancava, e si aspettava"

Intervista a Don Alberto Secci
del clero di Novara

Il disagio, le traversie spirituali, le battaglie ed il coraggio di un sacerdote autenticamente cattolico costretto purtroppo a convivere con una realtà ecclesiale spesso incomprensibile


 

Don Alberto Secci e i suoi due confratelli Don Stefano Coggiola e Don Marco Pizzocchi, sempre del clero di Novara, balzarono agli onori della cronaca, loro malgrado, quando si impegnarono ad aderire fedelmente al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, nel 2007.
L'opposizione alla celebrazione della S. Messa secondo il Rito tradizionale fu decisa e violenta da parte della Curia di Novara, tanto da mettere in seria difficoltà i tre sacerdoti soprattutto nei confronti dei loro stessi parrocchiani. La logica era semplice: la celebrazione della S. Messa trdizionale doveva essere una eccezione, quindi interdetta a dei parroci.
Della cosa parlò a lungo la stampa, locale e nazionale (vedi- vedi- vedi), e i tre sacerdoti vennero presentati come dei testardi e dei provocatori.
Anche certi strani ambienti sedicenti “tradizionali” pensarono bene di richiamarli alla moderazione, ricordando che la causa tradizionale richiederebbe l'esercizio della virtù dell'ubbidienza anche di fronte al disconoscimento delle leggi della Chiesa, al dileggio della S. Messa cattolica e alla noncuranza per il bene delle anime. Ovviamente questo lo si chiede sempre ai più deboli: ai sacerdoti e ai fedeli, soprattutto nei confronti di vescovi che fanno di testa loro come se fossero i padroni delle loro Chiese particolari, mentre le Autorità romane non riescono a tenere a freno i vescovi autoreferenti e non riescono a fare rispettare i diritti dei sacerdoti e dei fedeli anche quando discendono direttamente dalle leggi attuali e universali della Chiesa.
Una vecchia storia, che ricordiamo solo perché, come accade modernamente, il richiamo all'ubbidienza sfocia facilmente dell'ubbidientismo, al pari del richiamo all'infallibilità che oggi si è ridotto al mero infallibilismo. È con queste deviazioni che negli ultimi 50 anni sono state stravolte la liturgia e la dottrina cattoliche.

Ma il Signore vede e provvede e i nostri tre sacerdoti continuano a proseguire sulla loro strada, della fedeltà alla Santa Tradizione di Santa Romana Chiesa.
Oltre che nelle loro chiese di Vocogno e Domodossola, oggi è possibile seguire l'apostolato di Don Alberto Secci e di Don Stefano Coggiola attraverso il loro sito internet
RADICATI NELLA FEDE

di Marco Bongi

Don Alberto,
la Sua figura di sacerdote, tornato alla S. Messa di sempre in occasione del Motu Proprio, fece molto parlare i media negli anni 2007 - 2008. Oggi, dopo parecchio tempo da quei convulsi avvenimenti, Le chiediamo di risponderci ad alcune domande che possano consentire ai fedeli italiani di conoscere meglio la Sua storia e l'apostolato che sta svolgendo.

D. - Ci può raccontare brevemente come e quando nacque la Sua vocazione sacerdotale e come fu la Sua formazione in seminario?

R. Sono nato a Domodossola, ma la mia famiglia si trasferì nel biellese, mio papà era carabiniere, e lì passai gli anni dell'infanzia in una buona parrocchia, guidata da un vecchio parroco, classe 1890!, un patriarca, con una fortissima devozione alla Madonna, lì sicuramente ci fu il primo germe della vocazione. Il servizio all'altare, il mese di maggio, il santuario di Oropa...accanto alla fedeltà della mamma al suo compito quotidiano e alla Messa , al senso del dovere e dell'ordine del papà e tante altre cose che segnarono positivamente la mia infanzia cattolica.
Poi tornai a Domodossola con la mia famiglia, mi iscrissi al liceo scientifico statale... bei ricordi, anche se nel 1977 il clima era, anche in provincia, molto laicista. In quel liceo vissi poi un'intensa militanza cattolica in Comunione e Liberazione. Eravamo pochi, ma agguerritissimi. Ricordo quegli anni: preghiera (dicevamo lodi, ora media, vespri e compieta, rosario, Messa quotidiana – a 15, 16 anni! - e studiavamo su libri diversi da quelli adottati dai professori, per difendere la Chiesa e la sua Storia). L'amore alla Chiesa, con la sua conoscenza, crebbe sempre di più. Leggevamo i grandi autori spirituali, penso a san Benedetto, a Teresa D'Avila...per me fu naturale e prepotente l'evidenza della vocazione Sacerdotale. Cristo è tutto, la Chiesa è il suo Corpo: come non dare la vita per questo?
In Seminario entrai dopo la maturità a 19 anni. Grande aiuto dal Padre Spirituale, cattolicissimo, molto meno dalla teologia, che ho pur fatto con passione. La colpa? In quegli anni era tutto un cantiere di opinioni personali, ideologicamente ancorate alle teoria rahneriane. Ma attraversai serenamente quegli anni, abituato dal liceo a “battagliare” positivamente per la fede. Non ce l'ho con nessuno, ricordo con simpatia tutti i docenti, ma ero già preparato dalla militanza cattolica precedente a vigilare su qualsiasi insegnamento. Ogni giorno in seminario si guardava all'orizzonte attendendo la restaurazione cattolica...che non arrivava mai!

D. - Quali sono stati i ministeri da Lei svolti nei primi anni dopo l'ordinazione?
R. Ordinato sacerdote mi mandarono, venticinquenne, in una grande parrocchia molto cattolica, con un grande oratorio, ne ero l'assistente. Non fu facile: insegnavo religione alle medie, e tutto il resto della giornata era vissuto tra oratorio e chiesa parrocchiale, un gran lavorare dovendosi confrontare con linee ecclesiali molto differenti dalla mia, già marcatamente tradizionale. Spero di aver fatto un po' di bene e poco male.
Andai poi in Francia per circa un anno, attirato dall'esperienza canonicale, perché sentivo il bisogno di un sostegno sacerdotale maggiore: i canonici regolari, come i monaci, avevano fatto l'Europa Cristiana, mi sembrò di trovarvi una soluzione per un migliore servizio a Dio e alle anime. Tornai, perché in abbazia riscontrai le lotte teologiche e le stanchezze del seminario: il clima di confusione non è rimasto fuori dai conventi, come non è rimasto fuori dai nostri cuori.
Approdai poi nella Valle Vigezzo, dove ancora mi trovo, prima come aiuto a un Santuario e poi come parroco. In tutti questi anni continuai a insegnare religione nelle scuole.

D. - Come avvenne l'incontro con la S. Messa Tradizionale e cosa La portò, nonostante le difficoltà, ad abbracciare in esclusiva tale rito?

R. Difficile rispondere. È come se ci fosse sempre stata. Ricordo di non aver mai sopportato un certo modo di celebrare, di aver avvertito il ridicolo di molte liturgie, questo da sempre. Era come sapere che si era in un momento confuso, di guado drammatico, ma che si sarebbe tornati a casa. Tutto in chiesa ti parlava della liturgia antica, solo lei mancava, e si aspettava.

Da vicario parrocchiale e più ancora da parroco feci tutto quello che al momento mi sembrava possibile: altare ad orientem, canto gregoriano con i fedeli, comunione in bocca, uso costante dell'abito talare, incontri di dottrina per gli adulti, catechismo tradizionale per i bambini. Ma non bastava, c'era il cuore della Messa in questione, ma come fare, ero già “inquisito”da anni per quel poco che avevo fatto!
Nel 2005 introdussi nella messa di Paolo VI prima l'offertorio poi il canone della Messa di sempre.
Aspettai con pazienza il più volte annunciato Motu Proprio, che sembrava non arrivare mai, e l'11 luglio 2007 iniziai, era un martedì, a celebrare solo la Messa di sempre. Devo dire che il colpo finale lo diede mio fratello: in una gita in montagna il giorno prima mi disse “non so cosa stai aspettando”... era il segno che dovevo iniziare.

D. - Perchè, contrariamente ad altri sacerdoti che hanno accolto il “Summorum Pontificum”, Lei rifiuta il cosiddetto "biritualismo"?
R. Sarò brevissimo: trovo assurdo l'obbligo al biritualismo. Se si è trovato il vero, il meglio, ciò che esprime più compiutamente la fede cattolica, senza ambiguità pericolose, perchè mai bisognerebbe continuare a celebrare qualcosa di meno. Nel biritualismo, di fatto, un rito muore e l'altro resta. Nel biritualismo il prete si stanca nella tristezza di una specie di schizofrenia, e il popolo non è edificato, educato, consolato nella bellezza di Dio. Evito un discorso teologico-liturgico, non è il caso in una intervista, dico solo che chi resta nel biritualismo, prima o poi abbandonerà la Messa di sempre e si confezionerà delle ragioni per restare nel mondo della riforma, magari vissuta in modo conservatore, con una tristezza dentro, come chi ha tradito l'amore per Dio della giovinezza.
Devo aggiungere che fu molto di aiuto per me la lettura de “La riforma liturgica anglicana” di Michael Davies. Testo fondamentale, chiarissimo: l'ambiguità del rito porta all'eresia di fatto. Non è quello che ci è successo?

D. - Come reagirono i Suoi fedeli quando appresero della decisione di tornare alla Messa antica?
R. Nessuno si stupì. I sostenitori dissero:finalmente! I contrari dissero: l'avevamo detto! Ma direi che la quasi totalità della gente si mise di impegno: prendevano il foglietto, volevano capire...un bel clima di fervore.
Fui sempre poi aiutato da un gruppo di fedeli, semplici e forti, che furono sempre pronti a lavorare con me; penso specialmente a quelli che dal 1995 continuano a fare prove di canto.
Poi si iniziò a dire che disobbedivamo al Vescovo, poi al Papa e allora tutto fu più complicato, ma all'inizio non fu così.

D. - Tutti sappiamo delle incoprensioni con il Vescovo e della successiva soluzione di affidarLe una sorta di cappellanìa a Vocogno. Come furono, in quei momenti, al di là dei dissapori con la Curia novarese, i rapporti con i Suoi confratelli Parroci?
R. Sparirono tutti. Alcuni disapprovarono, la maggioranza taceva, qualcuno raro nottetempo ti diceva che non era contro, ma pubblicamente non poteva fare niente. Era il terrore della disobbedienza ufficiale. Da parte nostra, io e don Stefano - il sacerdote che ha intrapreso lo stesso percorso e con il quale lavoro, pur avendo campi di apostolato differenti, non siamo mai mancati alle riunioni sacerdotali di vicariato, partecipandovi con passione, come sempre.

D. - Oggi che le tensioni si sono fortunatamente stemperate, come sono i rapporti col Vescovo e con i confratelli?
R. Sembra tutto tranquillo, anche se si avverte che c'è molto di non risolto, perchè si è sempre evitato un discorso profondo sulle ragioni della nostra scelta. È come se si volesse restare in superficie, a un livello puramente giuridico. Speriamo che qualcosa in questo senso migliori col tempo.

D. - Come giudica, dal Suo osservatorio, la situazione della Chiesa e quale crede possa essere in futuro il ruolo della FSSPX?

R. La Chiesa è di Dio, allora devo sperare. Anche se avverto che questa crisi, profonda e tristissima, sarà lunghissima. C'è dentro il cristianesimo un pensiero non cristiano, lo diceva Paolo VI!, e oggi è vulgata popolare. Moltissimi pensano di essere cattolici, ma non lo sono più. È terribile. È l'abbandono di Gesù Cristo stando dentro la Chiesa, più ambiguità di così!

La Fraternità deve continuare l'opera di Mons. Lefebvre, custodire il sacerdozio, la fede, la Messa di sempre...un giorno sarà evidente a tutti la sua funzione provvidenziale. Amare la Chiesa vuol dire custodire il tesoro di fede e di grazia che le ha consegnato N.S. Gesù Cristo e che la costituisce, questo lo fa da sempre la Fraternità, per questo benedico Dio.

D. - La terra ossolana ha grandi tradizioni religiose. Pensa che la S. Messa tradizionale possa ulteriormente diffondersi in questa zona e nelle regioni vicine?
R. Non so. So solo che la vita delle nostre montagne prendeva forma dalla Messa cattolica, quella di sempre. La vita della gente di quassù era educata dalla liturgia tridentina a stare difronte a Dio drammaticamente, cioè con una positività che educa la vita. Ma il mondo “americanizzato” è arrivato quassù, anche grazie alla Chiesa purtroppo, e ha fatto disastri nell'umano.

D. - Come si svolge attualmente i Suo apostolato, quanti fedeli frequentano abitualmente la chiesa di Vocogno?

R. Messa quotidiana, 2 Messe la Domenica, confessioni tutti i giorni mezz'ora prima della Messa, scuola a Domodossola, quest'anno 13 classi, incontri di dottrina cattolica al venerdì, catechismo ai bambini, prove di canto settimanali...e poi un po' di vita ritirata, un po' monastica se mi riesce, perchè il sacerdote se vuole fare un po' di bene non deve stare troppo in mezzo.

Vivo una grande fraternità sacerdotale con don Stefano, che è tornato anche lui alla Messa tradizionale, che celebra per i suoi fedeli nella chiesa dell'ospedale di Domodossola: è una fraternità operativa anche, visto che i nostri fedeli hanno molti momenti comuni. Tutto questo ha fatto nascere un bollettino e un sito che documentano la nostra vita.
Quanti fedeli frequentano? Non so. Varia il numero. Possono arrivare ai 120 nelle domeniche estive, d'inverno calano, data la distanza del luogo. Ma ho imparato a non contare: i re d'Israele erano puniti quando facevano censimento.

D. - Come giudica la recente istruzione "Universae Ecclesiae" sull'uso del Messale antico?
R. Ha ribadito che la Messa di sempre non fu mai vietata e che non può essere proibita. Ma chi non la vuole ammettere continuerà a confondere le carte.

mercoledì 31 agosto 2011

Comunicato ufficiale della Fraternità San Pio X: "la crisi si risolverà a Roma e per Roma".


Mons. Marcel Lefebvre

Casa Generalizia della Fraternità San Pio X: Mons. Fellay sarà ricevuto dal Card. Levada il 14 settembre 2011

 Il Cardinale William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha invitato Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità San Pio X, e i suoi due assistenti, don Niklaus Pfluger e don Marc Nély, ad incontrarlo nel Palazzo del Sant’Uffizio il 14 settembre 2011. Nella sua lettera d’invito, il Cardinale Levada ha indicato che questo incontro avrà lo scopo di fare prima di tutto un bilancio dei colloqui teologici condotti dagli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Fraternità San Pio X nel corso dei due anni accademici appena trascorsi, per poi considerare in seguito le prospettive per l’avvenire.

Per permettere di fare questo bilancio, gli esperti delle due parti hanno già trasmesso ai rispettivi Superiori le conclusioni dei colloqui. Mons. Fellay ha ricevuto alla fine di giugno il documento che sarà oggetto dell’incontro del 14 settembre.
Sulle prospettive per l’avvenire, la lettera del Cardinale Levada non fornisce alcuna precisazione, ma certuni – sulla stampa e altrove – si sentono autorizzati ad avanzare delle ipotesi, parlando della proposizione di un protocollo d’accordo sull’interpretazione del Concilio Vaticano II e preconizzando l’istituzione di una prelatura, cioè di un ordinariato… Queste ipotesi sono solo immaginarie e impegnano solo i loro autori. La Fraternità San Pio X si attiene agli atti ufficiali e ai fatti accertati.
Come ha ricordato Mons. Alfonso de Galarreta in occasione delle ordinazioni sacerdotali a Ecône: «Siamo cattolici, apostolici e romani. Se Roma è la testa e il cuore della Chiesa cattolica, noi sappiamo che necessariamente (…) la crisi si risolverà a Roma e per Roma. Di conseguenza il poco di bene che noi faremo a Roma è molto più grande del tanto bene che faremo altrove».
È con questa intima convinzione che Mons. Fellay si recherà all’incontro richiesto dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

venerdì 26 agosto 2011

una gloria cattolica

400° anniversario della morte di

Tomas Luis de Victoria, Sac.

(† 27 Aug. MDCXI)
Requiescat in pace

martedì 23 agosto 2011

mons. Fellay in Vaticano

Il 14 settembre il vescovo Fellay

discuterà con la

Santa Sede un possibile accordo

di Andrea Tornielli
 Il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, è stato convocato in Vaticano per il prossimo 14 settembre. È il primo incontro di vertice dopo i colloqui dottrinali che nell’ultimo anno hanno visto confrontarsi a Roma le delegazioni della Santa Sede e dei lefebvriani.
Come si ricorderà, dal 2009 la Commissione Ecclesia Dei, che si occupa del rapporto con la Fraternità San Pio X è stata inglobata nella Congregazione per la dottrina della fede ed è stata affidata alla guida di monsignor Guido Pozzo.
I colloqui dottrinali, che hanno affrontato tutti i nodi considerati problematici dai lefebvriani, i quali ritengono che in alcuni punti il Concilio Vaticano II abbia rappresentato una rottura con la tradizione della Chiesa, si sono conclusi nei mesi scorsi.
Ora il Vaticano dovrebbe sottoporre a Fellay dei protocolli d’intesa che chiariscono i punti dottrinali leggendo il Concilio secondo quell’ermeneutica della continuità nella riforma suggerita fin dal dicembre 2005 da Benedetto XVI quale interpretazione più autentica dei testi del Vaticano II.
Soltanto se saranno superate le difficoltà dottrinali, sarà sottoposta alla Fraternità una proposta di sistemazione canonica, che risolva la situazione in cui si trovano le comunità lefebvriane. Come si ricorderà, anche se il Papa, con un gesto di benevolenza, nel gennaio 2009 ha tolto la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, i vescovi e i sacerdoti della San Pio X vivono ancora in uno stato di irregolarità canonica.

La proposta che è stata studiata dal Vaticano prevede per i lefebvriani l’istituzione di una ordinariato simile a quello che il Papa ha offerto agli anglicani intenzionati a rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. In questo modo, la Fraternità dipenderebbe dalla Santa Sede (e precisamente dalla Commissione Ecclesia Dei) e potrebbe mantenere le sue caratteristiche senza dover rispondere ai vescovi diocesani.

L’incontro del 14 settembre, che Vatican Insider è in grado di confermare rappresenta dunque un nuovo passo nel cammino travagliato di questi anni. Ma è prematuro sbilanciarsi in quanto alle conclusioni: è noto infatti che all’interno della Fraternità San Pio X convivono diverse sensibilità e c’è una parte che considera difficile arrivare a un accordo.

Va ricordato che Papa Ratzinger, intenzionato a chiudere il mini-scisma lefebvriano, ha già compiuto due passi molto significativi nella direzione chiesta dalla Fraternità: ha liberalizzato il vecchio messale preconciliare e ha tolto le scomuniche vigenti dal 1988.
Buone notizie che abbisognano di tanta preghiera

lunedì 22 agosto 2011

la Chiesa e le tasse (guardate un po' se dobbiamo difenderci da queste idiozie, ma sono vantaggi della libertà religiosa anche questi?)

meno male che c'è Feltri il quale non parla pro domo sua

 Alcuni frati rifiutano le offerte degli usurai
Da "IL GIORNALE" di sabato 20 agosto 2011

MA QUALI PRIVILEGI LA CHIESA PAGA LE TASSE
di Vittorio Feltri

Da quando non si parla che di tasse e di tagli e di imbrogli per i noti motivi, anche la Chiesa cattolica è finita sotto tiro dei soliti moralisti, accusata addirittura di eludere il fisco grazie a privilegi concordatari strappati allo Stato. Una polemica vecchia che però si rinnova ogni qualvolta il governo bussa a soldi e chiede sacrifici ai cittadini. Il rimprovero più aspro rivolto al clero e alle sue istituzioni è di non pagare l`Ici sull`immenso patrimonio immobiliare in qualche modo riconducibile al Vaticano.

Senza entrare in particolari troppo tecnici, vorremmo tuttavia ricordare che gran parte delle suddette critiche sono infondate. Infatti non è vero che il mattone dei preti sia esente da imposte. O meglio, lo è se destinato ad attività di culto, benefiche, assistenziali o comunque volte a colmare l`assenza dello Stato.

Forse conviene esemplificare. Ospizi per persone anziane, asili di infanzia, istituti divario tipo che curano disabili e ammalati gravi non sono soggetti al normale regime fiscale. Sarebbe assurdo il contrario. Perché assolvono a funzioni sociali che il settore pubblico non riesce a svolgere a causa di difetti organizzativi e mancanza di fondi.

Se la Chiesa è in grado di sostituirsi ai Comuni, alle Province, alle Regioni e allo Stato laddove questi sono incapacidi agire, sarebbe assurdo che venisse penalizzata.

Semmai dovrebbe ricevere, oltre a encomi, anche dei congrui contributi e non soltanto l`esenzione fiscale. D`altronde è assodato che la maggioranza dei religiosi si impegna per il bene comune non certo a fine di lucro. Per loro aiutare il prossimo in difficoltà è una missione, non una professione remunerativa.

E questo i cittadini, laici compresi, lo sanno benissimo, lo verificano personalmente quando hanno bisogno di soccorso.

Chiunque non sia milionario ha provato o proverà ad avere un genitore molto su di età, magari non autosufficiente e non accudibile in famiglia. Come ci si comporta in casi del genere? Strutture pubbliche specializzate non esistono o ne esistono poche e di norma registrano il «tutto esaurito». E allora? Ecco, viene in mente il parroco. Il quale direttamente o indirettamente si dà da fare e una soluzione la trova. Ovvio, c`è il problema della retta: qualcuno dovrà pure sborsarla perché gli ospiti dei ricoveri gestiti da suore e sacerdoti non campano d`aria. Non solo. Infermieri e serventi vanno retribuiti. Ma non ci vuole molto a fare due conti e a capire che i preti, non avendo il profitto ai vertici dei loro interessi, non hanno grandi pretese: si limitano a esigere lo stretto indispensabile.

Che è molto di meno di quanto un ospizio pubblico è costretto a rivendicare per tirare avanti peggio della «concorrenza», cioè offrendo un servizio qualitativamente inferiore.

Ebbene, se una impresa a carattere religioso non punta a guadagnare, ma supplisce con la generosità alle lacune dello Stato, come minimo va agevolata sul piano fiscale. Con quale coraggio si può tassare chi rende meno agra la vita di un anziano non più indipendente? Lo stesso discorso vale per gli oratori e le scuole materne. I primi sono luoghi di aggregazione giovanile che nessun altro «ente» all`infuori delle parrocchie mette a disposizione dei ragazzi, tranne forse i centri sociali che però, consentiteci, sono cose ben diverse e non apprezzabili sotto il profilo educativo e della ricreazione.

Tra l`altro, i centri sociali dispongono gratuitamente di locali dei Comuni, quindi non pagano l`Ici. E perché dovrebbero pagarla gli oratori? Un accenno all`istruzione. Gli istituti cattolici, privati, riscuotono un contributo statale e un tot dalle famiglie. Ipotizziamo che siano obbligati a chiudere oggi. Domani il governo dovrebbe costruire migliaia di edifici scolastici e assumere un numero adeguato di insegnanti. Con quali quattrini? Non solo. Le quote ora a carico delle famiglie chi le sborserebbe? Ancora lo Stato. Non vediamo dove sarebbe la convenienza derivante dalla soppressione eventuale delle scuole cattoliche.

Attenzione. Qualsiasi immobile della Chiesa che non sia utilizzato pergli scopi sommariamente citati sopra, e che sia invece affittato e produca reddito, viene trattato come se fosse nostro ovostro.

Non è esente dall`Ici né da altre tasse.

domenica 21 agosto 2011

 “Sarà pure messa antica. Ma con

una massa di giovani”

Don Nicola Bux, una chiacchierata nella sua Puglia



S. Messa in rito romano tradizionale celebrata per i giovani della GMG in corso Madrid


I vescovi che disobbediscono al papa non pretendano d’essere poi obbediti da clero e fedeli. Negli episcopati: un gallicanesimo strisciante che si crede autosufficiente. La riforma litugica: non era una delle impellenze volute dal concilio. L’esclusivismo di chi si professa ecumenico.
a cura di Francesco Mastromatteo
Una inarrestabile crescita di consensi, specie presso i giovani. Non ha dubbi don Nicola Bux circa l’avanzata della Tradizione cattolica soprattutto tra le giovani generazioni in seguito al Motu Proprio con cui Benedetto XVI ha “liberalizzato” il rito antico ormai quattro anni fa. Abbiamo chiesto a don Nicola, professore dell’università Lateranense, insigne teologo e studioso di liturgia molto vicino a Papa Ratzinger, un bilancio della situazione, dal punto di vista privilegiato di uno dei massimi cultori della materia liturgica. Lo abbiamo incontrato nel corso di un dibattito politico a margine del quale non ha lesinato critiche apertis verbis a un sottosegretario dell’attuale governo, la cui dichiarata fede cattolica e vicinanza ai movimenti pro-vita non ha impedito di votare un finanziamento a Radio Radicale, come del resto hanno fatto altri parlamentari cattolici.
Don Bux, persino l’inserto di un quotidiano non certo filo cattolico come Repubblica ha dovuto riservare un servizio alla diffusione della messa in latino secondo il Messale del 1962. Qualcosa sta cambiando?
Il bilancio è senz’altro positivo: c’è un crescendo di tale opportunità data dal Papa a tutta la Chiesa. Essa si è diffusa senza imposizioni, dopo che il Motu Proprio del 2007 ha aperto una breccia. Si è ormai fatta strada l’idea che il rito antico non è mai stato abolito, e che la riforma liturgica non era una delle necessità impellenti volute dal Concilio. L’ostilità verso la messa in latino era sostenuta attraverso tesi infondate, come quella per cui nei primi secoli il sacerdote celebrasse rivolto verso il popolo, mentre dopo avrebbe dato le spalle al popolo: espressione fasulla, visto che il sacerdote era rivolto verso il Signore.
Una Messa antica ma amata dai giovani: non è un paradosso?
Basta andare in giro come faccio io per celebrazioni e conferenze: non solo in Italia ma all’estero il rito antico si diffonde sempre più proprio tra i più giovani. A mio parere ciò è dovuto al fatto che i ragazzi si approcciano alla fede ricercando il senso del Mistero, e lo trovano in maniera evidente nella Messa celebrata in forma straordinaria. Il ritorno al rito tradizionale non è secondario per la fede: esso favorisce in una dimensione verticale l’incontro con Dio in un mondo contemporaneo in cui lo sguardo dell’uomo è ripiegato su se stesso e sulla dimensione materiale dell’esistenza. In questo senso ha favorito una sorta di “contagio” spirituale benefico.
Qualche mese fa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha emanato un documento, l’istruzione sull’applicazione del Motu Proprio. C’è chi ha parlato di una sorta di richiamo ai vescovi a venire incontro alle richieste dei fedeli…
È una traduzione in indicazioni concrete del Motu Proprio. La media dei vescovi, che all’inizio erano perplessi, ora può cominciare a muoversi nella direzione giusta. Questa istruzione incoraggia i vescovi ad esaudire le richieste dei fedeli sensibili alla messa antica, che deve essere considerata da tutti una ricchezza della liturgia romana.
Non è un mistero che parecchi episcopati non abbiano apprezzato questa scelta, e cerchino in tutti i modi di ostacolarla, comportandosi da veri e propri ribelli verso il Papa…
Esiste senz’altro una forma di neogallicanesimo strisciante, per cui alcuni settori della Chiesa pensano di essere autosufficienti da Roma. Ma chi ragiona in questi termini non è cattolico. I vescovi che disobbediscono al Papa si mettono nelle condizioni di non essere a loro volta obbediti da parroci e fedeli.
Nella Chiesa si è sempre detto: lex orandi lex credendi. La liturgia è saldamente legata alla teologia. Papa Benedetto XVI ha fissato come bussola del suo Magistero la continuità con la Tradizione e un gesto forte è stato quello di togliere la scomunica ai lefebvriani. Cosa ne pensa?
Penso sia stato un gesto di grande carità. Rompere la comunione è facile, il difficile è ricucire, ma Cristo ha voluto che fossimo tutti una sola cosa e questo per noi deve essere un imperativo. L’opera meritoria del Papa evidenzia la sua grande pazienza, ma d’altronde se così non fosse assisteremmo ad un paradosso: mentre si postula tanto il dialogo con i non cattolici e addirittura con i non cristiani, come si può essere pregiudizialmente ostili all’idea di riunirsi con chi ha la stessa fede? Lo stesso Benedetto XVI in quell’occasione citò opportunamente la lettera di San Paolo ai Galati: “Se vi mordete e divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”. Il dramma attuale della Chiesa è l’esclusivismo da parte di chi si professa ecumenico.
In questa occasione si parlava di politica e valori. “Questione morale” è un’espressione di cui molti esponenti di partito si riempiono la bocca…
Sento parlare molto in giro della necessità di “codici etici” per i partiti, ma di un’etica non meglio precisata. Può mai derivare dall’uomo la fonte di ciò che è bene o male? Bisognerebbe tornare ai Dieci Comandamenti, le uniche vere tavole etiche che derivano da Dio.