martedì 27 settembre 2011

Supplica al Santo Padre Benedetto XVI

SUPPLICA
AL SANTO PADRE BENEDETTO XVI: APPROFONDITO ESAME
DEL
CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
Al Santo Padre Benedetto XVI, Sommo Pontefice, felicemente regnante, affinché voglia promuovere un approfondito esame del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II - Santità, Mons. Brunero Gherardini, sacerdote della diocesi di Prato e canonico della Basilica di S. Pietro, già Ordinario di Ecclesiologia nella Pontificia Università Lateranense e Decano dei teologi italiani, ha rivolto alla Santità Vostra nel 2009 una accorata quanto rispettosa Supplica, mirante ad ottenere l’autorizzazione all’inizio di un ponderato e pubblico discorso critico sui testi del Vaticano II. A questa Supplica si è idealmente associato nel 2010 il prof. Roberto de Mattei, docente di Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, vice presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nella sua Supplica, il prof. Gherardini ha scritto: “Per il bene della Chiesa – e più specificamente per l’attuazione della ‘salus animarum’ che ne è la prima e ‘suprema lex’ – dopo decenni di libera creatività esegetica, teologica, liturgica, storiografica e “pastorale” in nome del Concilio Ecumenico Vaticano II, a me pare urgente che si faccia un po’ di chiarezza, rispondendo autorevolmente alla domanda sulla continuità di esso – non declamata, bensì dimostrata – con gli altri Concili e sulla sua fedeltà alla Tradizione da sempre in vigore nella Chiesa. Sembra, infatti, difficile, se non addirittura impossibile, metter mano all’auspicata ermeneutica della continuità [con tutto il Magistero precedente], se prima non si sia proceduto ad un’attenta e scientifica analisi dei singoli documenti, del loro insieme e d’ogni loro argomento, delle loro fonti immediate e remote, e si continui invece a parlarne solo ripetendone il contenuto e presentandolo come una novità assoluta.
Un esame di tale e tanta portata trascende di gran lunga le possibilità operative d’una singola persona, non solo perché un medesimo argomento esige trattazioni su piani diversi – storico, patristico, giuridico, filosofico, liturgico, teologico, esegetico, sociologico, scientifico – ma anche perché ogni documento conciliare tocca decine e decine d’argomenti che solo i rispettivi specialisti son in grado di signoreggiare.
A ciò ripensando, da tempo era nata in me l’idea – che oso ora sottoporre alla Santità Vostra – d’una grandiosa e possibilmente definitiva mess’a punto sull’ultimo Concilio in ognuno dei suoi aspetti e contenuti. Pare, infatti, logico e doveroso che ogni suo aspetto e contenuto venga studiato in sé e contestualmente a tutti gli altri, con l’occhio fisso a tutte le fonti, e sotto la specifica angolatura del precedente Magistero ecclesiastico, solenne ed ordinario. Da un così ampio ed ineccepibile lavoro scientifico, comparato con i risultati sicuri dell’attenzione critica al secolare Magistero della Chiesa, sarà poi possibile trarre argomento per una sicura ed obiettiva valutazione del Vaticano II in risposta alle seguenti – tra molte altre – domande:
1.Qual è la sua vera natura?
2.La sua pastoralità – di cui si dovrà autorevolmente precisare la nozione – in quale rapporto sta con il suo eventuale carattere dogmatico? Si concilia con esso? Lo presuppone? Lo contraddice? Lo ignora?
3.È proprio possibile definire dogmatico il Vaticano II? E quindi riferirsi ad esso come dogmatico? Fondare su di esso nuovi asserti teologici? In che senso? Con quali limiti?
4.È un “evento” nel senso dei professori bolognesi [del prof. Giuseppe Alberigo e della sua scuola], che rompe cioè i collegamenti col passato ed instaura un’era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il passato rivive in esso “eodem sensu eademque sententia”?
È evidente che l’ermeneutica della rottura e quella della continuità dipendono dalle risposte che si daranno a tali domande. Ma se la conclusione scientifica dell’esame porterà all’ermeneutica della continuità come l’unica doverosa e possibile, sarà allora necessario dimostrare – al di là di ogni declamatoria asseverazione – che la continuità è reale, e tale si manifesta, solo nell’identità dogmatica di fondo. Qualora questa, o in tutto o in parte, non risultasse scientificamente provata, sarebbe necessario dirlo con serenità e franchezza, in risposta all’esigenza di chiarezza sentita ed attesa da quasi mezzo secolo”(1).
Nella sua recente, documentatissima, innovatrice storia del Vaticano II, che ha finalmente offerto al pubblico un quadro preciso, realistico delle tormentate e drammatiche vicende di quel Concilio, il prof. de Mattei, così concludeva:
“Al termine di questo volume mi sia permesso rivolgermi con venerazione a Sua Santità Benedetto XVI, nel quale riconosco quel successore di Pietro a cui mi sento indissolubilmente vincolato, esprimendogli un profondo ringraziamento per aver aperto le porte a un serio dibattito sul Concilio Vaticano II. A questo dibattito ribadisco di aver voluto offrire il contributo non del teologo, ma dello storico, unendomi però alle suppliche di quei teologi che chiedono rispettosamente e filialmente al Vicario di Cristo in terra di promuovere un approfondito esame del Concilio Vaticano II, in tutta la sua complessità ed estensione, per verificare la sua continuità con i venti Concili precedenti e per dissipare le ombre e i dubbi che da quasi mezzo secolo rendono sofferente la Chiesa, pur nella certezza che mai le porte degli Inferi prevarranno su di Essa (Mt 16,18)” (2).
Noi sottoscritti, da semplici credenti quali siamo, ci associamo integralmente a queste autorevoli e rispettose richieste. Sicuri di non mancare al nostro filiale rispetto nei confronti di Vostra Santità, ci permettiamo di aggiungere ad esse, ad ulteriore se pur sintetica illustrazione della delicata materia, alcune tra “le molte altre domande” che a nostro umile avviso sicuramente meriterebbero una risposta finalmente chiarificatrice, così come risultano dalle analisi del prof. Gherardini e dei teologi ed intellettuali che, sin dall’inizio del Postconcilio, si sono battuti per ottenere chiarezza sul Vaticano II:
5. Qual è il significato esatto da attribuire al concetto di “tradizione vivente” comparso nella costituzione Dei Verbum sulla divina Rivelazione? Nella sua recente fondamentale monografia sul concetto di tradizione cattolica, il prof. Gherardini ha sostenuto che nel Vaticano II si sarebbe verificata addirittura una “Rivoluzione Copernicana” nel modo di concepire la Tradizione della Chiesa, poiché non vi è chiaramente definito il valore dogmatico della Tradizione (DV, 8); vi si opera un’inusitata reductio ad unum delle due fonti della Divina Rivelazione (Scrittura e Tradizione) da sempre ammesse nella Chiesa e confermate nei dogmatici Tridentino e Vaticano Primo (DV, 9); vi compare addirittura un attentato al dogma dell’inerranza dei Sacri Testi (DV, 11.2), perché “ dopo aver affermato che tutto ciò che gli agiografi asseriscono viene dallo Spirito Santo, la caratteristica dell’inerranza viene attribuita solamente alla ‘verità salutare’ o ‘salvifica’, ad una parte del tutto (“veritatem, quam Deus nostrae salutis causae Litteris Sacris consignari voluit”). Ma se lo Spirito Santo ha ispirato tutto ciò che gli agiografi hanno scritto, l’inerranza dovrebbe applicarsi a tutto, non alle sole verità salvifiche. Il testo appare perciò illogico”(3).
6. Qual è il significato esatto da attribuire alla nuova definizione della Chiesa Cattolica, contenuta nella costituzione dogmatica (che tuttavia non definisce dogmi) Lumen gentium sulla Chiesa? Se essa coincide con quella di sempre – che solo la Chiesa cattolica è l’unica e vera Chiesa di Cristo perché l’unica ad aver mantenuto intatto nei secoli il deposito della fede istituito da Nostro Signore e dagli Apostoli sotto la guida dello Spirito Santo – perché si è voluto cambiare, scrivendo, in modo non facilmente comprensibile al semplice credente e mai chiaramente spiegato (bisogna pur dirlo), che “l’unica” Chiesa di Cristo “sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica”? In questa formulazione, non sembra che la Chiesa cattolica appaia come semplice parte della Chiesa di Cristo? Parte, poiché la Chiesa di Cristo, oltre alla Chiesa cattolica, ricomprenderebbe anche “parecchi elementi di santificazione e verità” posti “al di fuori” della Chiesa cattolica? Con la conseguenza che “l’unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica” (Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, 1.2) sarebbe quella di una “Chiesa di Cristo” che possiede “elementi” al di fuori della Chiesa cattolica. E chi vuole non può forse intendere, allora, che “l’unica vera religione” sussiste per il Concilio anche negli “elementi” non-cattolici della “Chiesa di Cristo”?(4)
7. Qual è l’effettivo significato da attribuire alla nozione di Chiesa intesa globalmente come “Popolo di Dio” (Lumen gentium, 9-17), nozione che in passato indicava solo una parte del tutto, rappresentato quest’ultimo, invece, dal “Corpo mistico di Cristo”?
8. Che significato bisogna attribuire all’omissione dei termini “sovrannaturale” e “transustanziazione” dai testi del Concilio? Quest’omissione coinvolge forse anche i relativi concetti, come sostengono alcuni?
9. Qual è il significato esatto del nuovo modo di intendere la collegialità? L’interpretazione che ne dà la Nota esplicativa previa posta in calce alla Lumen gentium (al fine di dirimere la controversia divampante in materia presso i Padri conciliari) come dobbiamo considerarla alla luce dell’insegnamento perenne della Chiesa? Ci riferiamo ai dubbi lucidamente esposti a suo tempo da Romano Amerio:
“La Nota praevia respinge della collegialità l’interpretazione classica, secondo la quale il soggetto della suprema potestà nella Chiesa è solo il Papa che la condivide, quando voglia, con l’universalità dei vescovi da lui chiamati a Concilio. La potestà somma è collegiale solo per comunicazione ad nutum [ad un cenno] del Papa. La Nota praevia respinge parimenti la dottrina neoterica [dei Novatori presenti in Concilio] secondo la quale il soggetto della suprema potestà nella Chiesa è il collegio unito col Papa e non senza il Papa che ne è il capo, ma in guisa tale che quando il Papa esercita, anche solo, la suprema potestà, la esercita in quanto capo appunto del collegio e quindi come rappresentante del collegio che egli ha l’obbligazione di consultare per esprimerne il senso. È la teorica improntata a quella dell’origine moltitudinaria [democratica] dell’autorità, difficilmente compatibile con la costituzione della Chiesa [che è gerarchica e di origine divina, non popolare]. Rifiutando l’una e l’altra di queste due teorie la Nota praevia tiene fermo che la potestà suprema è sì nel collegio dei vescovi unito al loro Capo [e questa è la gran novità], ma che il Capo può esercitarla indipendentemente dal Collegio, mentre il Collegio non può indipendentemente dal Capo [e questa sarebbe la concessione alla Tradizione]”(5).
Ed è esatto sostenere che l’attribuzione di poteri giuridici, quelli di un vero e proprio collegio, all’istituto della Conferenza Episcopale ha di fatto svilito e deformato la figura del vescovo? In effetti oggi i vescovi, uti singuli, non sembrano in pratica contare più niente, nella Chiesa (Vostra Santità ci perdoni la franchezza). Sul punto, ancora Amerio:
“La novità di maggior rilievo nella Chiesa postconciliare è di aver dato alla partecipazione di tutti i ceti della Chiesa organi giuridicamente definiti, quali il Sinodo permanente dei vescovi, le Conferenze episcopali, i Sinodi diocesani e nazionali, i Consigli pastorali e presbiterali e via dicendo […] La costituzione delle Conferenze episcopali ha prodotto due effetti: ha difformato la struttura organica della Chiesa e ha generato l’esautorazione dei vescovi. I vescovi, secondo il diritto preconciliare, sono successori degli Apostoli e reggono ciascuno la propria diocesi con potestà ordinaria, nello spirituale e nel temporale, esercitandovi potestà legislativa, giudiziaria e coattiva (can. 329 e 335 CIC 1917). L’autorità era precisa, individuale e, tranne che nell’istituto del vicario generale, indelegabile (il vicario generale era d’altronde ad nutum del vescovo) […] Il decreto Christus Dominus sull’ufficio pastorale dei vescovi attribuisce al corpo episcopale la collegialità, cioè “suprema e piena potestà sulla Chiesa universale” che sarebbe in tutto pari a quella del Pontefice Romano se potesse esercitarsi senza il consenso del Pontefice Romano. Questa suprema potestà fu sempre riconosciuta [solamente] all’assemblea dei vescovi adunati dal Papa in Concilio ecumenico. Ma si pone la questione se un’autorità che è messa in atto soltanto da un’istanza ad essa superiore si possa riguardare ancora come suprema e se non ricada in una mera virtualità e quasi in un ens rationis. Ma secondo la mente del Vaticano II l’esercizio della potestà vescovile in cui si concreta la collegialità è quello delle Conferenze episcopali.
Qui è singolare come il decreto Christus Dominus (al n. 37) trovi la ragione di questo nuovo istituto nella necessità per i vescovi di un medesimo paese di operare di conserva, e come non veda che questo vincolo di cooperazione ormai giuridicamente configurato altera l’ordinamento della Chiesa sostituendo al vescovo un corpo di vescovi e alla responsabilità personale una responsabilità collettiva, cioè una frazione di responsabilità […] Con l’istituzione delle Conferenze episcopali la Chiesa è ora un corpo policentrico […] La prima conseguenza del nuovo organamento è dunque un allentamento del vincolo di unità [con il Papa] che si è manifestato con ingenti dissensioni su punti gravissimi [ad esempio sulla dottrina dell’enciclica Humanae vitae, del 25.7.1968, che proibiva l’uso degli anticoncezionali]. La seconda conseguenza è l’esautorazione dei singoli vescovi come tali; essi non rispondono più né ai propri popoli né alla Santa Sede: alla responsabilità individua subentra infatti una responsabilità collegiale che, trovandosi nell’intero corpo, non si può collocare nei singoli componenti del corpo”(6).
10. Qual è il significato esatto da attribuire oggi alla figura del sacerdote, questa autentica colonna della Chiesa, ribattezzato “presbitero” per motivi che al fedele restano oscuri? È vero che già dal Concilio il prete, da “sacerdote di Dio” è stato abbassato a “sacerdote del Popolo di Dio” e ridotto principalmente alle funzioni di “animatore” e “presidente di assemblee” del “Popolo di Dio” e di “operatore sociale”? Vengono criticati, a questo proposito: Lumen Gentium, 10.2 che sembra voler porre sullo stesso piano il sacerdozio “ministeriale” o “gerarchico” e il cosiddetto sacerdozio “comune dei fedeli” – ritenuto in passato semplice titolo d’onore – con l’affermare che entrambi “sono tuttavia ordinati l’uno all’altro” (“ad invicem tamen ordinantur”) (vedi anche LG, 62.2); LG, 13.3 che sembra indicare il sacerdozio come semplice “funzione” del “Popolo di Dio”; il fatto che si ponga al primo posto della “funzione” sacerdotale la predicazione del Vangelo (decreto Presbyterorum Ordinis sul ministero e la vita sacerdotale, 4: “nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, i presbiteri hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio”) quando invece il dogmatico Tridentino ha ribadito che ciò che caratterizza la missione del sacerdote è in primo luogo “il potere di consacrare, offrire, amministrare il corpo e il sangue del Signore” e in secondo quello “di perdonare o ritenere i peccati” (DS, 957/1764). Ed è vero che il Vaticano II svaluta di fatto il celibato ecclesiastico, con l’affermare che “la continenza perfetta e perpetua per il Regno dei Cieli, raccomandata da Cristo Signore […] è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale [anche se] essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio” (PO,16); affermazione, quest’ultima, giustificata con un’erronea interpretazione di 1 Tm 3, 2-5 e Tt 1,6?
11. Qual è il significato esatto del principio della “creatività” nella S. Liturgia, che indubbiamente risulta dall’aver concesso alle Conferenze Episcopali un’ampia competenza in materia, comprensiva di un’articolata facoltà di sperimentare forme nuove di culto, per adattarlo all’indole e alle tradizioni dei popoli e per semplificarlo al massimo? Tutto ciò è proposto nella costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra Liturgia : artt. 22.2 sulla nuova competenza delle Conferenze Episcopali; 37, 38, 39 e 40 sull’adattamento all’indole e alle tradizioni dei popoli e sui criteri dell’ adattamento liturgico in generale; artt. 21 e 34 sulla semplificazione liturgica. Simile facoltà di innovare in campo liturgico non fu in ogni tempo fermamente riprovata dal Magistero della Chiesa? È vero che la SC impone sempre il controllo della Santa Sede sulla liturgia e le sue innovazioni (SC 22.1, 40.1 e .2) ma questo controllo si è dimostrato incapace di impedire la capillare devastazione della liturgia, che ha allontanato tanti fedeli dalle chiese e che a tutt’oggi ancora imperversa, nonostante l’azione di disciplina ed eliminazione degli abusi inaugurata e fermamente mantenuta dalla Santità Vostra. Gli auspicati studi qualificati non potrebbero gettar luce sui motivi di questo fallimento?
Non possiamo per ovvie ragioni addentrarci in tutte le domande che i testi del Concilio provocano, in uno con la situazione attuale della Chiesa. Molte ce ne sarebbero ancora da porre, tra l’altro, sui temi fondamentali della libertà di coscienza e dell’ecumenismo. A questo proposito, ci permettiamo solamente di aggiungere quanto segue:
12. Il principio della libertà religiosa, proclamato dal Concilio per la prima volta nella storia della Chiesa, come “diritto umano” o “naturale” della persona, quale che sia la sua religione, prevalente quindi nei confronti del diritto dell’unica Verità Rivelata (la nostra religione cattolica) ad esser professata come vera religione a preferenza delle altre, non rivelate e quindi non provenienti da Dio; questo principio, che si fonda sul presupposto che tutte le religioni siano uguali, la cui applicazione ha pertanto sempre promosso l’indifferentismo, l’agnosticismo ed infine l’ateismo; come inteso dal Concilio, in che cosa si distingue effettivamente dalla laica libertà di coscienza, innalzata al posto d’onore tra “i diritti dell’Uomo” professati dall’ultralaica ed anticristiana Rivoluzione Francese?
13. Ad un risultato simile (indifferentismo e perdita della fede) non sembra condurre anche l’ecumenismo attuale, dato che il suo scopo effettivo sembra essere non tanto la conversione (per quanto possibile) del genere umano a Cristo quanto la sua unità e persino unificazione in una sorta di nuova Chiesa o religione mondiale, capace di inaugurare - si auspica - un’era messianica di pace e fratellanza tra tutti i popoli? Se queste sono le sue finalità, in parte già rinvenibili nella costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa e il mondo contemporaneo, l’attuale dialogo ecumenico non sembra scivolare pericolosamente verso un qualche “accordo fra Cristo e Beliar”?(7) E tutta l’impostazione “dialogica” della Chiesa postconciliare con il mondo contemporaneo, non dovrebbe essere sottoposta a riesame?
Santità,
Le domande che abbiamo avuto l’ardire di rivolgerVi in questa umile Supplica, possono certamente dispiacere a quella parte della Gerarchia che ha già mostrato di non gradire la Supplica inoltrata due anni fa dal prof. Gherardini. Si tratta di quella parte della Gerarchia che non sembra aver ancora compreso – ci permettiamo di dire – la gravità eccezionale della crisi che affligge ormai da un cinquantennio la Santa Chiesa; crisi le cui avvisaglie preconciliari deflagrarono nel Concilio, come hanno dimostrato il libro del prof. de Mattei e prima ancora, più succintamente, quelli del P. Ralph M. Wiltgen S.V.D. e del prof. Romano Amerio.
Per quanto sta alla nostra coscienza di credenti, la richiesta manifestata con tutta la nostra deferenza in questa Supplica ci sembra perfettamente in armonia, osiamo dire, con l’opera di restaurazione, rinnovamento e pulizia della Chiesa militante, coraggiosamente intrapresa da Vostra Santità, nonostante resistenze e difficoltà di ogni genere, a tutti note. Non ci riferiamo solamente all’ inflessibile azione dispiegata da Vostra Santità contro la corruzione dei costumi penetrata in una parte del clero e all’operazione di bonifica iniziata nei confronti di certe ben note istituzioni cattoliche di carità ed assistenza, che di cattolico hanno conservato poco più che il nome, a quanto risulta. Ci riferiamo anche alla “liberalizzazione” della celebrazione della S. Messa di rito romano antico (impropriamente detta “tridentina” visto che il suo Canone risale, secondo una consolidata tradizione, ai tempi apostolici) e dell’amministrazione dei S. Sacramenti e del rito dell’Esorcismo secondo il rituale preconciliare. Ci riferiamo anche alla Vostra remissione delle scomuniche che gravavano (per i noti motivi disciplinari) sui vescovi della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, fondata da S. E. Mons. Marcel Lefebvre, che quella “liberalizzazione” avevano rispettosamente ma tenacemente sollecitato dalla Santità Vostra, indicendo a questo scopo anche una ‘Crociata internazionale del S. Rosario’, che ha raccolto un’ampia adesione tra i fedeli.
In tutti questi provvedimenti, certamente di estrema importanza per la rinascita della Chiesa, presi Motu proprio, nella Vostra piena autorità di Sommo Pontefice, che deriva la Sua potestas iurisdictionis su tutta la Chiesa unicamente da Nostro Signore, il nostro sensus fidei di semplici cattolici vede l’opera manifesta dello Spirito Santo. Concludiamo pertanto la nostra umile Supplica invocando l’aiuto dello Spirito Santo affinché la Santità Vostra, nell’intrapresa opera di restaurazione volta a mettere di nuovo Cristo al centro della Cattolicità (Ef, 1, 10), possa includere anche l’ auspicato riesame del Concilio.
Con tutta la nostra filiale devozione e deferenza,
in Domino et in corde Mariae,
24 settembre 2011
Sottoscrivono la presente Supplica al Santo Padre, Benedetto XVI :
1. Prof. Paolo Pasqualucci, docente di filosofia
2. Mons. Brunero Gherardini, decano dei teologi italiani, docente di Ecclesiologia
3. Prof. Roberto de Mattei, Università Europea di Roma
4. Prof. Luigi Coda Nunziante, a titolo personale e in qualità di presidente della Associazione "Famiglia Domani"
5. Dott. Paolo Deotto, direttore di Riscossa Cristiana,
6. Prof. Piero Vassallo, docente di filosofia, condirettore di Riscossa Cristiana
7. Prof. Emilio Biagini
8. Prof. Paolo Mangiante
9. Prof. Primo Siena
10. Dott. Luciano Garibaldi
11. Dott. Mauro Faverzani
12. Dr.ssa Virginia Coda Nunziante
13. Dott. Pucci Cipriani
14. Dott. Normanno Malaguti
15. Dott. Normanno Malaguti
16. Dott. Giovanni Ceroni
17. Dott. Paolo Maggiolo
18. Maria Viscidi
19. Dr.ssa Carla D'Agostino Ungaretti - Roma
20. Alfredo Bazzani - Verona
21. Francesca Poluzzi
22. Diacono Don Roberto Donati - Firenze
23. Fabio Scaffardi - Firenze
24. Dott. Giovanni Catanzaro
25. Annarosa Berselli
26. Tommaso Lopatriello - Policoro (MT)
27. Francesco Dal Pozzo - Bologna
28. Don Marcello Stanzione e tutta la Milizia di San Michele Arcangelo
29. Prof. Dante Pastorelli - Governatore della Venerabile Confraternita di S. Girolamo e S. Francesco Poverino in S. Filippo Benizi, Firenze. Presidente di Una Voce, sez. di Firenze
30. Maria Eleonora Bagnoli - Prato
31. Cesaremaria Glori - Belluno
32. Maria Matilde
33. Calogero Cammarata - Presidente di Inter Multiplices Una Vox - Torino
34. Dr.ssa Cristina Siccardi - Castiglione Torinese (TO)
35. Dott. Carlo Manetti - Castiglione Torinese (TO)
36. Roberto Sgaramella - USA
37. Alessandro Gnocchi
38. Mario Palmaro
39. Mario Crisconio - Cavaliere di Malta, Governatore del Pio Monte della Misericordia (in Napoli), presidente di "Una Voce", sezione di Napoli
40. Enrico Villari - ingegnere e dottore in filosofia - Napoli
41. Marcello Paratore - docente di filosofia - Napoli
42. Giuseppe De Vargas Machuca - Primo Governatore della Reale Arciconfraternita e Monte del SS. Sacramento dei Nobili Spagnoli - Napoli
43. Giovanni Turco - docente universitario, presidente della "Società Internazionale Tommaso d'Aquino", sezione di Napoli
44. Giovanni Tortelli - scrittore, studioso di diritto ecclesiastico e storia della Chiesa - Firenze

http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/laici/8937-supplica-al-santo-padre-benedetto-xvi-approfondito-esame-del-pastorale-concilio-ecumenico-vaticano-ii

lunedì 26 settembre 2011

"Vivere di grazia e secondo le leggi di natura è il più bel destino che un’anima possa desiderare in terra" (Don Alberto Secci)

Successo del primo Pellegrinaggio della

Tradizione al Santuario mariano di Oropa

«O quam beatus, o Beata, quem viderint oculi tui» (“Oh, davvero è beato, o Vergine Beata, colui sul quale si posano i tuoi occhi”) è la scritta che si trova sull'architrave del portale della chiesa della Madonna Bruna della Basilica Antica di Oropa e sono le parole con le quali don Alberto Secci ha introdotto la sua bellissima omelia della Missa in solemnitate Beatae Mariae Virginis de Oropa in occasione del primo pellegrinaggio della Tradizione dell’Italia Nord-Ovest, che si è tenuto sabato 24 settembre proprio al Santuario biellese. Da più di quarant’anni non veniva qui celebrata una Messa solenne tridentina e oggi, grazie al Santo Padre Benedetto XVI, con il suo Sommorum Pontificum, 500-600 fedeli hanno potuto assistere alla celebrazione del Santo Sacrificio del Figlio di Dio all’altare dove si trova l’affresco dello Sposalizio di Maria Vergine.
«Siamo qui pellegrini, non per fare manifestazioni», ha ancora detto don Alberto, «ma per chiedere grazie e metterci sotto lo sguardo della Madonna, per essere sotto i suoi occhi… Di quante grazie abbiamo bisogno: di una Fede più grande; di un amore più grande per Dio e il prossimo; di santità nelle nostre case; di salute per servire il Signore; di pazienza e costanza nelle prove… Ma dopo aver domandato tutte le grazie, dobbiamo elevare a Dio il nostro infinito ringraziamento perché possiamo celebrare la Messa di sempre all’altare di Oropa… Perché il mondo non si pone più sotto gli occhi della Madonna? Il mondo e tanti della Chiesa seguendo il mondo non accettano più che le persone sentano il peso della Croce. Tuttavia non si può piacere a Dio e alla Madre, non si può essere beati senza la Croce. Chi sfugge la Croce ne trova una più terribile».

Il coro ha cantato la Messa gregoriana cum jubilo e la sacralità è scesa in tutta la chiesa: le persone, immerse nella preghiera e protette dalle distrazioni, grazie al clima spirituale che questo rito diffonde, hanno assistito con grande silenzio e concentrazione. Fra i canti è stato anche possibile ascoltare l'inno, non più cantato da decenni, Maria che dolce nome, composto, proprio ad Oropa, da Padre Maggi, collaboratore dell'allora Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, ovvero il futuro papa san Pio X.
Il Santuario Reginae Montis Oropae, il più importante santuario mariano delle Alpi, trasuda Fede millenaria. Questo diamante celeste, incastonato fra le montagne, sorge a 1.200 metri, sopra Biella, in cima alla valle omonima. È uno di quei luoghi sacri dove sono i muri, le pietre, la terra a cantare a gran voce la Tradizione: è una rocca dedicata alla Madonna che porta in sé il sigillo dei santi che hanno fatto grande la storia della Chiesa e che le hanno permesso, con l’intervento di Dio, di trasmettere l’integrità della Fede.
Lo sviluppo del Santuario subì diverse trasformazioni nel tempo, fino a raggiungere le monumentali dimensioni odierne tramutandosi da luogo di passaggio a luogo di destinazione per i pellegrini animati da un forte spirito devozionale. Il maestoso complesso è frutto dei disegni dei più grandi architetti sabaudi: Arduzzi, Gallo, Beltramo, Juvarra, Guarini, Galletti, Bonora che hanno contribuito a progettare e a realizzare l’insieme degli edifici che si svilupparono tra la metà del XVII e del XVIII secolo. Dal primitivo sacello all'imponente Basilica Superiore, consacrata nel 1960, lo sviluppo edilizio ed architettonico è stato grandioso.
Articolato su tre piazzali a terrazza, il complesso è imperniato su due grandi luoghi di culto: la Basilica Antica, realizzata all'inizio del XVII secolo e in cui si venera la Madonna Nera e la Chiesa Nuova. Completano la struttura monumentali edifici, chiostri e la solenne scalinata che conduce alla Porta Regia.
Cuore spirituale del Santuario è la Basilica Antica che è stata realizzata nel Seicento, in seguito al voto fatto dalla città di Biella in occasione dell'epidemia di peste del 1599. Nel 1620, con il completamento della chiesa, si tenne la prima delle solenni incoronazioni che ogni cento anni hanno scandito la storia del Santuario. Innalzata sul luogo dove sorgeva l'antica chiesa di Santa Maria, conserva al suo interno, come un prezioso scrigno, il sacello eusebiano, edificato nel IX secolo. Nella calotta e nelle pareti interne del sacello sono visibili preziosi affreschi risalenti al Trecento, opera di un ignoto pittore, detto il Maestro di Oropa. All'interno del sacello è custodita la statua della Madonna Nera, realizzata in legno di cirmolo.
Secondo la tradizione, la statua della Vergine Maria, che si dice opera dell’evangelista san Luca (alcuni studi fanno, invece, risalire la statua alle mani di uno scultore valdostano del XIII secolo), venne portata da Sant'Eusebio dalla Palestina, nel IV secolo, mentre fuggiva dalla persecuzione ariana. Ispirato da sant’Atanasio, il quale aveva scritto la Vita di sant’Antonio, iniziatore del monachesimo in Oriente, fondò a Vercelli una comunità sacerdotale, simile a una comunità monastica. Questo cenobio diede al clero dell’Italia settentrionale una significativa impronta di santità apostolica e suscitò figure di Vescovi santi come Limenio e Onorato, successori di Eusebio a Vercelli, Gaudenzio a Novara, Esuperanzio a Tortona, Eustasio ad Aosta, Eulogio a Ivrea, Massimo a Torino. Il Vescovo tenace e coraggioso, come ha ancora detto don Alberto nella predica, «fu martire per stenti, per umiliazioni e sofferenze … È un Vescovo cattolico che ha subito l’indicibile per difendere la Chiesa che era stata contaminata dall’Arianesimo. Visse il Vangelo della sofferenza, quella morale e fisica, per salvare la Chiesa e il Cristianesimo. Non spaventiamoci, allora, di fronte a qualche sacrificio».
Oggi viviamo una situazione similare al tempo di sant’Eusebio con l’invadenza del Modernismo in vasti strati della Cattolicità. Oggi, come allora, la Chiesa ha bisogno di uomini di Fede provata, coraggiosi e fieri di fare gli interessi di Dio e della Verità che, senza badare a meschini calcoli, sappiano difendere la Sposa di Cristo dagli attacchi del nemico: il demonio, con le sue seduzioni mondane.

La Chiesa, oggi, ha bisogno di un clero che risponda alle invocazioni di san Louis-Marie Grignon de Montfort (1673-1716), il poeta per eccellenza di Maria Santissima, il quale, nella sua sublime Preghiera Infocata, supplicava la Santissima Trinità di fortificare e rinvigorire gli eletti del Signore, i sacerdoti:
«Che cosa ti chiedo? Liberos! Sacerdoti liberi secondo la tua libertà […].
Liberos! Uomini totalmente dedicati a te per amore e disponibili al tuo volere, uomini secondo il tuo cuore. Non deviati né trattenuti da progetti propri, realizzino tutti i tuoi disegni e abbattano tutti i tuoi nemici, come novelli Davide con in mano il bastone della Croce e la fionda del rosario.
Liberos! Uomini simili a nubi elevate da terra e sature di celeste rugiada, pronte a volare dovunque le spinga il soffio dello Spirito Santo. I profeti hanno visto anche loro quando si chiedevano: Chi sono quelli che volano come nubi?. Andavano là dove lo Spirito li dirigeva. […].
Le lotte e persecuzioni che la progenie di Belial muoverà ai discendenti di tua Madre, serviranno solo a far meglio risaltare quanto efficace sia la tua grazia, coraggiosa la loro virtù e potente tua Madre. A lei infatti hai affidato fin dall’inizio del mondo l’incarico di schiacciare con il calcagno e l’umile cuore la testa di quell’orgoglioso.
Altrimenti fammi morire! Mio Dio, non è meglio per me morire piuttosto che vederti ogni giorno così crudelmente e impunemente offeso e trovarmi sempre più nel pericolo di venire travolto dai torrenti di iniquità che ingrossano? Preferirei mille volte la morte!
Mandami un aiuto dal cielo, o toglimi la vita! […].
Il regno speciale di Dio Padre è durato fino al diluvio e si è concluso con un diluvio d’acqua. Il regno di Gesù Cristo è terminato con un diluvio di sangue. Ma il tuo regno, Spirito del Padre e del Figlio, continua tuttora e finirà con un diluvio di fuoco d’amore e di giustizia. […].
Chi sono questi animali e questi poveri, che abiteranno nella tua terra e saranno nutriti dai cibi dolci che hai loro preparato? Non sono forse questi missionari poveri, abbandonati alla Provvidenza e saziati dall’abbondanza delle tue delizie? Non sono essi i misteriosi animali di cui parla Ezechiele?. Avranno la bontà dell’uomo, perché ameranno il prossimo con disinteresse e impegno; il coraggio del leone perché arderanno di santo sdegno e prudente zelo di fronte ai demoni figli di Babilonia; la forza del bue, perché si sobbarcheranno alle fatiche apostoliche e alla mortificazione del corpo, e infine l’agilità dell’aquila, perché contempleranno Dio.
Tali saranno i missionari che tu vuoi mandare nella tua Chiesa. Essi avranno un occhio d’uomo per il prossimo, un occhio di leone per i tuoi nemici, un occhio di bue per se stessi e un occhio d’aquila per te».
Di questi uomini di Dio ha bisogno per la sua Chiesa, così è stato, così sempre sarà, fino alla fine dei tempi.


Perché, Don Alberto, ha pensato al Santuario di Oropa come luogo sacro del primo pellegrinaggio della Tradizione dell’Italia Nord-Ovest?
«Innanzitutto è il più grande santuario delle Alpi e poi è la storia intrinseca di questo luogo sacro a richiamare l’attenzione: qui ha trovato riparo sant’Eusebio, qui vivevano gli eremiti, separati dal mondo, uniti a Dio e alla Madonna, custode della Fede cattolica. I santi amano il silenzio, perché in esso si trova la voce di Dio e Dio chiama spesso i Suoi in disparte. La Madonna visse nel silenzio e nella grande umiltà ed Ella, che visse in disparte, ci insegna la custodia della Fede.

Da cosa deriva il “successo” di questa iniziativa?
Questo successo è dato dalla grande semplicità…. C’è tanto bisogno di semplicità! Recarsi al Monte di Oropa, assistere alla Santa Messa, sostare in preghiera con il Santo Rosario questo è ciò che si è fatto: non c’erano altri scopi pastorali in questo pellegrinaggio. La gente ha bisogno di semplicità. La crisi della Chiesa è crisi della Fede e la Fede ha bisogno di semplicità, di essere presi in disparte, di tornare alle piccole comunità, non c’è bisogno di grandi programmi, proprio come ha detto Benedetto XVI durante il suo discorso nella Cappella di San Carlo Borromeo del Seminario di Freiburg im Breisgau (24 settembre 2011):
«Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito. Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace. Ma torniamo alle persone […] Hanno bisogno di luoghi, dove possano parlare della loro nostalgia interiore. E qui siamo chiamati a cercare nuove vie dell’evangelizzazione. Una di queste vie potrebbe essere costituita dalle piccole comunità, dove si vivono amicizie, che sono approfondite nella frequente adorazione comunitaria di Dio».

Perché le persone sentono la necessità di tornare alla Santa Messa di sempre, entrata per molti anni nell’oblio?
Perché, nella Santa Messa di sempre, Dio parla subito, senza mediazioni. Nel Vetus Ordo è Dio che agisce e la Chiesa tutta si unisce a questa offerta. La vita è drammatica, sia nel dolore, sia nei momenti di felicità. L’equilibrio è lo stato migliore per l’uomo, ma è difficilissimo raggiungerlo: in questa Messa l’equilibrio è perfetto. Nella Santa Messa di sempre si “torna a casa”, come dalla propria madre: la mamma non è una pedagoga, ma è una mamma; così la Messa non è scuola di pedagogia religiosa, bensì altare di Sacrificio, dove avviene una realtà di sconvolgente amore: il Figlio di Dio che si immola ogni volta che il sacerdote sale all’altare.

Che cosa ha da offrire la Tradizione al cattolico “svezzato”, “vaccinato”, “impegnato”, come si usa dire “adulto”, degli anni Duemila?
Gli presenta la scuola dell’umiltà di fronte a Dio. La maggior parte dei cattolici “adulti” sono tristi e si sono messi in una solitudine sensibile: hanno fatto la Chiesa come volevano, ma ora non sanno più che cosa farne. Nella Tradizione c’è una Storia grande che ti conduce… per fare qualcosa di veramente nuovo. Il Figlio, spesso, non fa quello che fa il padre, ma nella tradizione familiare trova le sue radici di appartenenza. Nella Tradizione si vive una grande gioia di Fede, ben coscienti del dramma attuale; ma non si ha la saccenza e tracotanza di organizzare la preghiera altrui con nuovi sistemi di evangelizzazione. C’è tutto nella Tradizione, perché lì sta la Verità. Si torna a casa e si mettono le ossa al loro posto: qui c’è l’obbedienza vera e quando si obbedisce alla Verità si è in armonia, proprio come la natura che, obbedendo al Creatore, è perennemente in equilibrio.
Vivere di grazia e secondo le leggi di natura è il più bel destino che un’anima possa desiderare in terra».


Il pellegrinaggio si è chiuso nel pomeriggio con la recita del Santo Rosario nella Chiesa antica, stracolma ancora di gente, dove le litanie lauretane sono risuonate nella loto magnifica semplicità e nel loro genuino affidamento filiale. Nel 2020, ha infine ricordato don Alberto, si svolgerà una nuova incoronazione della statua di Oropa. Quest'anno è, dunque, il primo pellegrinaggio di un’auspicabile novena annuale.

Cristina Siccardi
Tratto da : Messa in Latino

venerdì 23 settembre 2011

PELLEGRINAGGIO DELLA TRADIZIONE AL SANTUARIO DI OROPA


Sabato 24 settembre 2011

ore 10.30
Raduno in Basilica Antica
e Processione di salita alla Basilica Nuova.

ore 11.00
Santa Messa solenne in Basilica Nuova.

ore 15.00
S. Rosario
di fronte all’Immagine miracolosa
in Basilica Antica.

Si raccomanda di essere presenti per tempo, prima delle 10.30, davanti alla Basilica antica, per salire insieme, pregando, alla Basilica nuova per la santa Messa

martedì 20 settembre 2011

Pour qu’Il règne

Torna un grande testo di Jean Ousset
di Massimo Introvigne

La storica casa editrice francese Dominique Martin Morin sembrava minacciata di sparizione ma continua invece a operare, dopo il trasferimento da Bouère (Mayenne) a Poitiers. Ha così reso di nuovo disponibile nel suo catalogo Pour qu’Il règne, l’opera fondamentale di Jean Ousset (1914-1994) [nella foto], stampata l’ultima volta nel 1998 e la cui prima edizione pubblica risale al 1959. La nuova facilità di reperire un’opera che sembrava irreperibile è una buona notizia. Il libro rimane infatti l’opera maggiore prodotta dalla scuola contro-rivoluzionaria francese nel secolo XX. La scuola contro-rivoluzionaria prende nome dall’opposizione alla Rivoluzione francese ma non è affatto una scuola "nostalgica" del 1788 - sa bene che se si tornasse al 1788 dopo un anno… verrebbe il 1789 - e sviluppa al contrario una critica di un processo di allontanamento dalla verità cattolica che ha origini molto più remote e che chiama appunto "Rivoluzione". Jean Ousset e la sua associazione La Cité Catholique - poi continuata sotto altra forma - hanno proseguito questa scuola, in Francia e altrove, per gran parte del secolo scorso.
Jean OussetOpera immensa, Pour qu’Il règne può essere difficilmente riassunta. Non è però impossibile farne emergere un’architettura. Il punto di partenza del testo è la dottrina della regalità sociale di Gesù Cristo. In quanto Alfa e Omega, inizio e fine della Creazione, Cristo è re di tutto l’universo. Questa regalità non si esercita solo sui cuori, ma sulle nazioni. Ousset dedica un intero capitolo all’esegesi dell’affermazione di Gesù Cristo secondo cui «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), spiegando che la frase significa che si tratta di un regno che non nasce da questo mondo, «non proviene da questo mondo», secondo una formula che riprende dal cardinal Louis-Edouard-François-Desiré Pie (1815-1880). Tuttavia il regno di Gesù Cristo si esercita su questo mondo, e «la formula non significa in nessun modo che Gesù rifiuti di riconoscere alla Sua Sovranità il carattere di regalità sociale».
Dal momento che quello di Gesù Cristo è il regno della verità - il Maestro lo spiega a Pilato, appunto dopo avergli detto che il suo regno «non è di questo mondo» - il liberalismo relativista, che nega l’esistenza della verità, ha il suo inizio emblematico nella successiva battuta del procuratore romano: «Che cos’è la verità?» (Gv 18, 38). Dal liberalismo deriva il laicismo, cioè la separazione fra religione e politica. Il contrario del laicismo non è la confusione fra politica e religione, ugualmente riprovata dalla Chiesa, ma la distinzione fra le due sfere, che permette la loro feconda collaborazione. In campo sociale la Chiesa enuncia princìpi morali che - benché si applichino anche alla vita della società e alla politica e non solo alla morale individuale - sono obbligatori per tutti i cattolici. Questi non devono, per esempio, soltanto rinunciare al divorzio nella loro vita personale ma debbono pure essere contrari alle leggi che ammettono e favoriscono il divorzio.
La dottrina sociale della Chiesa ha anche fissato dei princìpi generali così spesso ripetuti che un cattolico non potrebbe allontanarsene senza grave rischio per la sua fedeltà ai Pontefici e al Magistero. Ma «il dettaglio pratico, la cura giornaliera degli affari pubblici, l’adattamento dei princìpi eterni della saggezza politica alle diverse condizioni di tempo e di luogo» sono invece lasciati dal Magistero stesso alla responsabilità dei laici cattolici. Dei laici, e non dei sacerdoti: «il laico, in un certo senso, è più direttamente interessato allo sviluppo della regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo e questo nella misura stessa in cui si trova, più che il sacerdote, impegnato nell’ordine temporale, nell’ordine civile, nell’ordine secolare, più impegnato nelle cose sociali, più direttamente interessato in materia politica…». Ricordando che i sacerdoti insegnano la morale sociale ma lasciano ai laici la scelta del modo di applicarla nelle situazioni politiche contingenti si evitano insieme gli scogli del laicismo e del clericalismo. Va notato come queste idee siano espresse da Ousset prima della Apostolicam actuositatem del Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui anticipano un tema essenziale.
Se questa è la "tesi", per Ousset nella storia concreta degli uomini occorre avere a che fare con l'"ipotesi", cioè con le condizioni concrete che talora impediscono di realizzare la tesi nella sua integralità. Non è sempre illecito accontentarsi di una realizzazione parziale: purché, anche in questo caso, la tesi della regalità sociale sia costantemente ribadita nella sua integralità.
Il regime dell’ipotesi è determinato in Occidente dalla presenza dominante del naturalismo, che si presenta secondo Ousset in tre gradi o categorie. Il naturalismo della prima categoria «nega perfino l’esistenza del soprannaturale, […] lo esclude apertamente considerandolo una follia, un’assurdità o almeno qualche cosa che, se esiste, è inconoscibile». Quello della seconda categoria «a rigore non nega l’esistenza del soprannaturale, ma rifiuta di riconoscerne il primato»: il soprannaturale esiste, ma l’uomo colto, superiore e «filosofo» è in grado di farne a meno, o almeno può non legarsi al soprannaturale com’è presentato da una determinata religione dal momento che i suoi strumenti filosofici - o «l’esoterismo» - gli permettono di cogliere il fondo comune di tutte. Infine, il naturalismo della terza categoria ammette l’esistenza e in tesi anche il primato del soprannaturale, ma pensa che si tratti di una «materia opzionale» di cui nel contesto della società moderna, tanto più in campo politico e sociale, si può legittimamente non tenere conto, così evitando divisioni e polemiche che sarebbero sostanzialmente dannose.
Il naturalismo in azione per Ousset si chiama Rivoluzione, un termine che - secondo appunto l’insegnamento della scuola contro-rivoluzionaria - non si riferisce a un singolo avvenimento ma a un processo plurisecolare. «La Rivoluzione è satanica», sia nel senso che il non serviam degli angeli ribelli è il tipo di ogni Rivoluzione - così che «il riferimento a Lucifero è indispensabile» - sia nel senso che Satana, «primo rivoluzionario», continua la sua azione nella storia attraverso una «contro-Chiesa». Non si tratta di Messe nere né di fenomeni straordinari, ma dell’«azione molto ordinaria e, per così dire, continua dell’Inferno in mezzo a noi. Satanismo autentico, ma senza odore di zolfo o apparizioni di diavoli cornuti».
Al naturalismo della prima categoria corrispondono le «truppe regolari» della Rivoluzione: conventicole che si propongono esplicitamente la sovversione dell’ordine naturale e cristiano. Né si tratta solo della massoneria, di cui pure Pour qu’Il règne si occupa ampiamente. L’ampio quadro descritto da Ousset parte dai movimenti gnostici contro cui dovettero lottare i Padri della Chiesa e già gli apostoli; prosegue con i manichei, i catari, gli albigesi; accenna agl’influssi della qabbalah ebraica nella formazione di conventicole eterodosse che nel secolo XVII sventolano la bandiera dei Rosacroce; indaga i legami fra il movimento che prende il nome dal mito dei Rosacroce e la nascita della massoneria.
Se il dettaglio storiografico può talora apparire, oltre cinquant’anni dopo la prima edizione di Pour qu’Il règne, superato da studi successivi, il quadro d’insieme non manca di conservare una sua coerenza. Né Ousset indulge ad atteggiamenti "complottisti" o immagina un’unica grande mano dietro l’intero processo rivoluzionario: «Occorre evitare tuttavia - scrive - di farsi un’idea troppo semplice, che alla fine andrebbe a vantaggio delle sette, di un’inesistente unità della loro intesa e della loro azione. Se la contro-Chiesa è una, essa è pure multipla e terribilmente divisa».
L’azione della contro-Chiesa nella storia dell’Occidente mira a distruggere quella imperfetta ma non immaginaria realizzazione della regalità sociale di Gesù Cristo che era stata la civiltà cristiana del Medioevo attraverso tre tappe essenziali: la Riforma, la Rivoluzione francese e il laicismo del secolo XIX, che comprende il socialismo e prepara il comunismo. La ricostruzione di queste tappe da parte di Ousset segue - e sistematizza - un patrimonio comune di lettura della storia che si era da tempo affermato nella scuola contro-rivoluzionaria. Uno dei punti di riferimento di Ousset - insieme a mons. Henri Delassus (1836-1921) - è qui mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879), utilizzato anche per ricordare, ogni volta che l’autore lo giudica necessario, che mentre si esaminano gli infiniti passaggi del processo rivoluzionario occorre non perdere mai di vista la sua unità.
Pour qu’Il règne riprende da mons. Gaume questo brano eloquente sulla Rivoluzione: «Se, strappando la sua maschera, le domandate: Chi sei?, vi dirà: “Non sono quello che si crede. Molti parlano di me ma ben pochi mi conoscono. Non sono né il carbonarismo che cospira nell’ombra né il moto che tuona per le strade, né il cambiamento dalla monarchia alla repubblica né la sostituzione di una dinastia a un’altra, né la turbativa momentanea dell’ordine pubblico. Non sono né le urla dei Giacobini né il furore della Montagna [cioè della corrente di sinistra nella Convenzione Nazionale del 1792 durante la Rivoluzione francese], né il combattimento delle barricate, né il saccheggio, né l’incendio, né la riforma agraria, né la ghigliottina né le noyade [cioè gli assassini per annegamento di preti caricati, sempre durante la Rivoluzione francese, su barche che poi erano affondate]. Non sono né [Jean-Paul] Marat [1743-1793] né [Maximilien] Robespierre [1758-1794], né [Gracchus] Babeuf [1760-1797], né [Giuseppe] Mazzini [1805-1872], né [Lajos] Kossuth [1802-1894]. Questi uomini sono i miei figli, non sono me. Queste cose sono le mie opere, non sono me. Questi uomini e queste cose sono fatti passeggeri: ma io sono uno stato permanente. Io sono l’odio di ogni ordine religioso e sociale che l’uomo non ha stabilito lui e nel quale non è re e Dio insieme. Io sono la proclamazione dei diritti dell’uomo contro i diritti di Dio. Io sono la fondazione di uno stato religioso e sociale sulla volontà dell’uomo al posto della volontà di Dio. Io sono Dio detronizzato e l’uomo al suo posto. Ecco perché mi chiamo Rivoluzione, che significa rovesciamento”».
Al naturalismo della seconda categoria corrisponde quella che Ousset chiama la «quinta colonna» della Rivoluzione, cioè il progressismo all’interno della Chiesa. A ogni fase della Rivoluzione corrisponde una fase specifica del progressismo: alla Riforma, il giansenismo e il gallicanismo; alla Rivoluzione francese, il cattolicesimo liberale; al processo che va dal laicismo ottocentesco fino al socialismo e al comunismo, il modernismo - con la sua specifica declinazione sociale, il movimento politico cattolico-democratico e modernista detto Sillon - e i cedimenti dottrinali e operativi di teologi e uomini di Chiesa di fronte alle forze socialiste e comuniste.
Al naturalismo della terza categoria corrispondono i «nostri stessi abbandoni e complicità»: la fede timida, il linguaggio equivoco, il compromesso che si traveste da prudenza, le collaborazioni ambigue. Qui Ousset affronta il tema molto delicato della collaborazione con non credenti che si dichiarano rispettosi della causa della Chiesa. Una certa collaborazione, afferma, è possibile. Ousset riprende una metafora dal gesuita Pedro Descoqs (1877-1946): «Supponiamo che due gruppi di uomini, uno di credenti e uno di non credenti, si accordino per portare i pesanti elementi di un’impalcatura sul sagrato di Notre Dame. Il primo gruppo ha intenzione di costruire l’impalcatura per restaurare la facciata. Il secondo vuole costruire l’impalcatura ma servirsene per dare fuoco alla chiesa. I due gruppi sembrerebbero d’accordo sul risultato immediato: portare gli elementi di legno sul sagrato della cattedrale. Ma le intenzioni e gli scopi degli uni e degli altri sono in contraddizione tra loro. Il loro connubium è dunque semplicemente immorale e va condannato senza riserve. Ma supponiamo invece che questi due gruppi s’intendano per trasportare gli elementi dell’impalcatura e che tutti e due se ne vogliano servire per restaurare la facciata della chiesa. Il primo, è vero, per spirito di fede e per rendere omaggio a Dio mentre il secondo vuole semplicemente salvaguardare una meraviglia artistica e un’eredità della vecchia Francia. Per quanto sia meno elevata, questa seconda intenzione non è ad alcun titolo immorale. Non si vede quindi dove starebbe l’ingiustizia e l’immoralità nei cattolici che collaborassero con questo secondo gruppo in vista dello stesso risultato concreto da ottenere, il trasporto degli elementi fino alla piazza di Notre Dame, perché gli uni e gli altri si propongono di cooperare alla stessa opera buona».
Chi ha orecchie per intendere intenda, ma Ousset non si ferma qui. Aggiunge che «un cattolico non potrà mai accettare che la Chiesa sia presentata SOLTANTO come uno strumento al servizio del bene sociale o nazionale» (p. 380). Ed esprime ampi dubbi sulla reale possibilità di unire i nemici della Rivoluzione intorno alla nazione e al bene comune naturale, senza riconoscere nella Chiesa la custode plurisecolare di questo bene.
Si dirà - e ci saranno critici per farlo notare - che tutto l’immenso affresco della Rivoluzione presuppone che quanto il processo rivoluzionario ha distrutto, cioè la cristianità medioevale, meritasse di essere conservato, mentre è proprio questo che i progressisti negano facendo rilevare che anche il Medioevo era pieno di peccatori e d’ingiustizie. Sì, risponde Ousset, ma - «coloro che per scusare i disordini del nostro tempo - ha detto perentoriamente [Louis] de Bonald [1754-1840] - cercano esempi di disordine nel passato dimenticano che allora il disordine era nei costumi e nell’amministrazione, mentre oggi è nelle leggi, e che non c’è disordine veramente durevole se non quello che è consacrato dalla legislazione» (p. 407).
La terza parte di Pour qu’Il règne mira a rispondere a un’altra obiezione: ormai la Rivoluzione ha vinto, e non c’è più nulla da fare. Si tratta di una serie di meditazioni di profonda spiritualità che contemplano, rispettivamente, la Croce, Gesù Cristo come uomo dei dolori, il mistero della Chiesa e le beatitudini evangeliche. Attraverso queste meditazioni - che sono parte integrante del volume - Ousset intende convincere il lettore che non si ha né il dovere né il diritto di disperare. L’enorme macchina messa in campo dalla Rivoluzione non è riuscita a distruggere la Chiesa, perché questa è divina. Il testo combatte anche la tentazione spiritualista di affidarsi all’intervento miracoloso del Cielo o di ricorrere soltanto alla preghiera. Ousset ricorda la parola di santa Giovanna d’Arco (1412-1431): «Gli uomini d’armi combatteranno, e Dio darà la vittoria».
- Jean Ousset et la Cité catholique. Cinquante ans après "Pour qu’Il règne", par M. Introvigne, traduction française de Philippe Baillet

lunedì 19 settembre 2011

San Gennaro, pensaci tu!



FESTE PATRONALI DEGRADATE A GIORNO FERIALE: DOVE SONO FINITI QUEI CATTOLICI CHE TANTO SI SONO BATTUTI PER L'ACQUA PUBBLICA?
MUTI COME PESCI!
Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: ''I cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche ed i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi''
di Mauro Faverzani
 
Di mezzo c'è una questione di coscienza. Niente di meno. Cancellare con un colpo di spugna le feste patronali non è solo faccenda sindacale, né tanto meno ragionieristica. È un provvedimento, che incide direttamente sulle anime. Per difendere le quali i cattolici son chiamati a raccolta e ad usare, se necessario, le armi della dialettica politica e del buon senso, a tutela dei diritti dello spirito.
A recitarlo a chiare lettere è un testo autorevolissimo e vincolante per un credente quale il Catechismo della Chiesa cattolica, che al n. 2188 recita: «Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche ed i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi», difendendo anzi «le tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana». Poiché le ricorrenze patronali rientrano evidentemente a pieno titolo in tale categoria, va da sé come non vi sia manovra governativa o manovra bis che tenga: l'abolizione non s'ha da fare, né ora né mai.
Del resto, lo stesso Catechismo non adduce ragioni superficiali o velleitarie, tutt'altro: punta in alto e parla direttamente di valori assoluti, universali ed intangibili quali appunto la "libertà religiosa" ed il "bene comune", molto più alti delle beghe partitiche e degli interessi di bottega. Tali, insomma, da costituire una pesante discriminazione ai limiti della cristianofobia, se inapplicati o violati, nei confronti dei milioni di credenti (che sono anche contribuenti, giova ricordarlo...) presenti in Italia, chiamati dagli stessi Comandamenti al rispetto del riposo durante la domenica tanto quanto durante tutte le feste di precetto, come prevede, oltre al citato Catechismo (n. 2193), anche il Codice di Diritto Canonico (n. 1247).
Il quotidiano della Cei, "Avvenire", ha lanciato l'allarme, ricordando come le feste patronali rappresentino la "memoria della comunità", riprendendo così un concetto che già 9 anni fa il prof. Ulderico Bernardi, docente di Sociologia degli Eventi Culturali presso l'Università di Ca' Foscari, a Venezia, ebbe ad esprimere, spiegando come «i riti collettivi» siano «il segno dell'appartenenza ad una comunità e del radicamento della fede dei semplici». Il che sarà anche sociologicamente vero, ma il punto non è principalmente questo. Non siamo di fronte ad un retaggio del passato, bensì a pratiche attuali di una fede viva nell'oggi.
Certamente, l'emendamento, che intende cancellare le ricorrenze patronali, è stato accolto dal relatore della manovra ed approvato dalla Commissione Bilancio del Senato, quindi coi crismi dell'istituzione. Ma ha un autore ben preciso, il Pd, ed un "fiancheggiatore" altrettanto noto, l'Uaar, l'Unione Atei e Agnostici Razionalisti, che ha subito plaudito al provvedimento. Spuntando anche una vittoria nella vittoria ovvero l'aver "salvato" con questa mossa le feste cosiddette "laiche" ovvero il primo maggio, il 25 aprile ed il 2 giugno, queste sì divenute spesso così asfittiche e lontane dal sentire popolare, da rappresentare una sorta di vuota e nostalgica ritualità, di cui pochi capiscono ancora il senso originario.
Vien da chiedersi dove siano tutte quelle associazioni cattoliche dei lavoratori, tanto mute e sorde in tali frangenti quanto pronte in altri a berciare su faccende loro estranee, dall'acqua pubblica al nucleare. Ora, che in Italia ci si debba affidare ai Santi Patroni per sperare di risollevare le sorti di un Paese economicamente e politicamente provato, è un dato di fatto. Ma che si pretenda anche di far pagare loro il conto, questo è veramente troppo...
Fonte: Corrispondenza Romana, 10/09/2011

giovedì 15 settembre 2011

per il bene della Chiesa e delle anime

Intervista a Mons. Bernard Fellay
dopo l'incontro con i vertici di Ecclesia Dei
 
Come si è svolto quest’incontro?
Il colloquio è stato di una grande cortesia e di un’altrettanto grande franchezza, poiché per lealtà la Fraternità San Pio X si rifiuta di eludere i problemi che permangono. D’altronde, è in questo spirito che si sono svolti i colloqui teologici degli ultimi due anni.
Quando, il 15 agosto scorso, ho detto che noi siamo d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo sul Concilio Vaticano II, ho anche tenuto a precisare che quando si tratta di dogmi, come quello della SS. Trinità, siamo evidentemente d’accordo quando lo si richiama nel Vaticano II. Una frase non dev’essere mai isolata dal suo contesto. I nostri colloqui teologici hanno avuto il gran merito di approfondire seriamente e di chiarire tutti questi problemi dottrinali.
Il comunicato ufficiale comune del Vaticano e della Fraternità annuncia che Le è stato consegnato un documento dottrinale e che Le è stata proposta una soluzione canonica. Può darci qualche precisazione?
Questo documento si intitola Preambolo Dottrinale è ci è stato consegnato per uno studio approfondito. Per questo è confidenziale e comprenderà che non le posso dire di più. Tuttavia il termine “preambolo” indica bene che la sua accettazione costituisce una condizione previa rispetto a qualunque riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X da parte della Santa Sede.
A proposito di questo Preambolo Dottrinale, senza toccare ciò che ha carattere confidenziale, può confermarci se, come annunciato dalla stampa, in esso è presente una distinzione tra ciò che è la Fede – alla quale la Fraternità aderisce pienamente - e ciò che, derivando da un Concilio pastorale, come ha voluto essere lo stesso Vaticano II, potrà essere sottoposto ad una critica, senza rimettere in questione la Fede?
Questa nuova distinzione non è stata annunciata solo dalla stampa, io l’ho personalmente ascoltata da fonti diverse. Già nel 2005, il Card. Castrillon Hoyos, dopo che gli avevo esposto per cinque ore tutte le obiezioni che la Fraternità formulava contro il Vaticano II, mi diceva: «Non posso dire che sono d’accordo con tutto ciò che Lei ha detto, ma ciò che ha detto fa sì che voi non siete fuori dalla Chiesa. Scriva dunque al Papa perché vi tolga la scomunica».
Oggi, devo obiettivamente riconoscere che nel Preambolo Dottrinale non si trova una distinzione netta fra il dominio dogmatico intangibile e il dominio pastorale soggetto a discussione. La sola cosa che posso dichiarare, perché figura nel comunicato stampa, è che questo Preambolo contiene «alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il “sentire cum Ecclesia”, lasciando nel medesimo tempo alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo». Niente di più, niente di meno.
Circa lo statuto canonico che sarebbe stato proposto alla Fraternità San Pio X, a condizione che aderisca al Preambolo Dottrinale, è esatto che si è parlato di prelatura invece che di ordinariato?
Come lei giustamente ricorda, questo statuto canonico è condizionato, la sua modalità esatta non può essere considerata che successivamente e rimane ancora oggetto di discussione.
Quando pensa di poter dare la vostra risposta alla proposta del Preambolo Dottrinale?
Il tempo necessario per studiare questo documento e consultare i principali responsabili della Fraternità San Pio X, perché su questa materia così importante mi sono impegnato con i miei confratelli di non prendere alcuna decisione senza prima averli consultati.
Ma posso assicurare che la nostra decisione sarà presa per il bene della Chiesa e delle anime. La nostra crociata del Rosario, che proseguirà ancora per diversi mesi, deve intensificarsi, per permetterci di ottenere, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa, le grazie di luce e di forza di cui abbiamo bisogno più che mai.
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[Fonte: http://www.dici.org/actualites/entretien-avec-mgr-bernard-fellay-apres-sa-rencontre-avec-le-cardinal-william-levada/ ]

domenica 11 settembre 2011

il concilio in una bolla

Proponiamo l'intervista integrale, senza personali commenti, dell'intervista di Monsignor Fellay dello scorso Agosto, sui rapporti della Fraternita' San Pio X con la Gerarchia modernista della nuova Chiesa partorita nel Concilio Vaticano II...


Mons. Bernard Fellay: Rapporti tra Roma e la Fraternita...

Conferenza di Mons. Bernard Fellay - Attualità dei rapporti tra Roma e la Fraternità
Saint-Malo, Francia - 15 agosto 2011
 

Don Lorans- Don de Cacqueray ci parlava dell'evoluzione che constatiamo. E lei, che è a capo della Fraternità, che ha dei contatti diretti con Roma, ha avuto l'impressione che l'agenda (i requisiti richiesti prima di ogni riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X, NdR) fosse seguita? Ha anche lei, a partire dai documenti emanati da Roma, la sensazione che si sposti lo spartiacque?

Mons. Fellay- Effettivamente accadono molte cose cose interessanti; non accadono come vorremmo ma è normale, perché abbiamo a che fare con degli uomini. La nostra agenda, coi suoi famosi requisiti, era stata consegnata a Roma all'inizio del 2001. In febbraio, la risposta di Roma fu tale che dovetti rispondere che a quelle condizioni noi non potevamo proseguire: “ Se le cose stanno così, sospendiamo ”. Le cose sono cominciate così, nel 2001. Riguardo alla messa, il cardinale Castrillòn Hojos diceva: “ Il papa è d'accordo. Il papa è d'accordo che la messa non sia mai stata abrogata e di conseguenza la possa dire ogni prete. ” E contava sulle dita i cardinali di Roma che erano anch'essi d'accordo. Io gli ho detto: “ in questo caso, dov'è il problema? ”- “Lei capisce, i segretari delle congregazioni, i sotto segretari, loro non sono d'accordo, e dunque non possiamo concedervela. ” Per la messa era così. Quanto alla questione della scomunica, la risposta era: “ Stia tranquillo, sistemeremo tutto quando firmeremo gli accordi ”. Risposi che per andare avanti avevamo bisogno di segni di fiducia da parte di Roma e che, in mancanza, non avevamo altra scelta che la sospensione delle discussioni. Il cardinale ha replicato: “ questa parola non mi piace ”. Poi è arrivato Benedetto XVI, che riprenderà la questione della messa, relativamente presto. Certo, il Motu proprio [ Summorum Pontificum] vale quello che vale, ma contiene degli elementi essenziali, capitali, per noi è come una pietra miliare. Penso che, nella storia della Chiesa, ci si ricorderà di questo testo che riconosce che la messa di san Pio V non è mai stata abrogata. Sa, quando una materia è ripresa in tutta la sua ampiezza, quando il legislatore riprende una legge per modificarla di cima a fondo, si considera che la legge precedente sia abrogata. E' lo stesso per le leggi liturgiche. Dunque che esista questa affermazione, in due parole: “ numquam abrogatam, mai abrogata ”, è di una tale forza! E' difficile concepirlo, ma alla fine il legislatore sa ciò che dice: “ Non è stata mai abrogata ”. Affermare che una legge non è stata mai abrogata, significa che si è mantenuta nello stato in cui era prima. Quindi la legge precedente, la messa di sempre, è la legge universale, è la messa della Chiesa. Quando il papa attuale afferma che la messa non è stata mai abrogata, vuol dire che essa è sempre in vigore, che continua ad essere la messa della Chiesa. Non si tratta più di permessi, di privilegi ecc., è la legge della Chiesa, in altre parole un diritto universale di ogni cattolico, prete o fedele. E' ciò che viene espressamente riconosciuto nel famoso Motu proprio del 2007. E' fondamentale, anche se altre parti del testo sono discutibili, e noi non siamo affatto d'accordo con loro. Ma se si considera il vigore che il Motu proprio conferisce alla messa contro i suoi detrattori, è veramente molto molto forte. Ci si chiede come in futuro si potrà mai demolire questa messa.

Da questo punto di vista, l'avvento di Benedetto XVI è stato come una molla. Checché se ne dica, checché se ne pensi, si è diffusa una nuova atmosfera. Nel Vaticano stesso questo arrivo ha incoraggiato quelli che, chiamiamoli conservatori, fino ad allora rasentavano i muri...D'altronde forse li rasentano ancora oggi! Perché la pressione o l'oppressione dei progressisti esiste sempre, rendendo lo stesso governo quasi impossibile.

L'atmosfera in ogni caso è cambiata. Lo si vede nella nuova generazione che, lei, non è più legata al concilio. Per le nuove generazioni e tutti quelli che oggi hanno 20 anni, il concilio, è il millennio passato, è qualcosa di molto vecchio. Questa generazione non ha conosciuto il concilio, e chi vede la Chiesa in uno stato così pietoso, si pone necessariamente delle domande. S'interroga in un modo totalmente diverso da quelli che hanno vissuto il concilio, da quelli che lo hanno fatto e vi sono visceralmente legati, perché volevano demolire il passato, perché volevano voltare pagina.

Questa nuova generazione sente un vuoto, è aperta, cerca, ci guarda con simpatia ma al tempo stesso verso di noi prova diffidenza perché siamo segnati, esclusi...Ciononostante una specie d'effervescenza nella gioventù preoccupa i progressisti a tal punto che oggi si chiedono: “ Il futuro della Chiesa, sarà progressista o conservatore? ”

In alcuni seminari moderni i professori constatano con spavento che la scelta dei seminaristi si rivolge ad opere più serie di quelle loro proposte; questo fenomeno è abbastanza generalizzato. Ho avuto delle ammissioni di vescovi o di professori di seminario. Un professore di seminario mi ha detto letteralmente: “ Non posso più fare lezione come prima, i seminaristi mi costringono ad essere molto più conservatore ”. E' ancora solo una tendenza, ma è molto interessante. Molti testi emanati da Roma chiedono delle riforme negli studi, nei seminari, nelle università. Sono chiaramente delle frenate. Sfortunatamente, si ha l'impressione che restino lettera morta – e credo di non aver torto a pensarlo. Tuttavia si vedono degli sforzi, è già qualcosa, non è più puro modernismo.

Un elemento importantissimo, davvero molto importante, sono i primi attacchi al concilio che non provengono da noi ma da persone riconosciute, titolate, come Mons. Gherardini che non si è accontentato di scrivere un solo libro ma che continua a scrivere, e in modo sempre più ardito. Quando l'ho incontrato, mi ha fatto questo discorso: “ Sono 40 anni che ho queste cose sulla coscienza, non posso presentarmi al Buon Dio senza dirle ”. Infatti è per così dire con noi, ma usa una forma d'espressione molto romana, molto prudente, circostanziata, pur dicendo quello che ha da dire.

In questo stesso contesto, il 22 dicembre 2005, il papa ha pronunciato il suo celebre discorso alla Curia in cui condanna una linea d'interpretazione del concilio, la famosa linea di rottura. Ad una prima lettura, ammetto di aver pensato che riguardasse noi! Ma in seguito mi sono reso conto che parlava dei progressisti. Perché per l'appunto il papa denunciava e condannava quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Certamente, se c'è qualcuno che vede nel concilio una rottura col passato, siamo proprio noi. E per sostenere il nostro discorso, non temiamo di citare i Congar, i Suenens, quelli che hanno detto che era la Rivoluzione del 1789 nella Chiesa, o la Rivoluzione d'ottobre 1917, la rivoluzione russa. Sono parole fortissime. E poi, non siamo solo noi, sono tutti ad aver constatato che questo concilio era stato un gran cambiamento, un vero stravolgimento. Perfino Paolo VI ha riconosciuto che si è scatenata una grande tempesta, mentre si aspettava una brezza leggera...Ebbene, la linea di rottura denunciata, è la condanna di quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Il papa condanna questo atteggiamento che vorrebbe appellarsi allo “ spirito del concilio ” per rivendicare un Vaticano III, una rivoluzione permanente...

Vorrei fare un'osservazione, perché forse ci sbagliamo. Quando si vede condannata l'ermeneutica della rottura, si pensa immediatamente che l'altra sia l'ermeneutica della continuità. Ora il papa non ha parlato dell' “ ermeneutica della continuità ”, ma dell' “ ermeneutica della riforma ”. Non è la stessa cosa! Continuando il testo, si vede bene che è per il concilio, che è favorevole a tutto quello cui noi siamo contrari! In questo concilio, tutto quello che attacchiamo, lui lo difende. Tuttavia si vede benissimo che condanna una linea. E' un inizio, ma evidentemente non è sufficiente; ciò mostra solo come le autorità hanno preso coscienza che qualcosa nella Chiesa non va più.

Proseguiamo. Il 2 luglio 2010, Mons. Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, ha tenuto a Wigratzbad, ai sacerdoti della Fraternità San Pietro, una conferenza su Lumen Gentium che verteva proprio sul problema dell'interpretazione del concilio. Questi problemi d'interpretazione sono qualcosa di molto moderno, bisogna capirlo. Ma vorrei mostravi che c'è del movimento, anche se da parte nostra speriamo che sia solo un inizio e che le cose andranno oltre. Noi, non esitiamo ad attaccare il concilio in quanto tale, mettendo l'accento su quello che non va.

A Roma, la posizione di Mons. Pozzo, e possiamo dire quella del papa, è ancora di totale riverenza riguardo al concilio, ma egli vede che c'è qualcosa che non va. Non dirà ancora “ è colpa del concilio ”, ma “ è colpa del modo in cui è stato inteso il concilio ”. Si tratta appunto dell'interpretazione, o dell'ermeneutica. Se Roma adesso ammette che c'è un modo falso d'interpretare il concilio, ciò evidentemente lascia presupporre che c'è n'è uno giusto. Ma, su molti punti che noi condanniamo a livello della cosa in sé (senza guardarne la causa), constatiamo che alla fine, senza osare troppo dirlo, sono d'accordo.

Nella conclusione delle sue conferenze a Wigratzbad, Mons. Pozzo parlerà di un'ideologia “ conciliare ”, poi di un'ideologia “ para-conciliare ”. Il termine ideologia designa qualcosa di cattivo, un errore, perfino un sistema di errori. Provate a capire cosa vuol dire questa frase: “ un'ideologia para-conciliare si è impadronita fin dall'inizio del concilio sovrapponendosi a lui ”. Ciò vuol dire che secondo lui, il concilio fin dall'inizio non è stato compreso come doveva. Cioè che l'unica maniera che restava oggi per capire il concilio era falsa. E' un modo curioso di voler salvare il concilio, pur riconoscendo che ciò che è stato detto del concilio da quarant'anni è falso! Anche se è solo un principio di ammissione, bisogna prenderne nota. Evidentemente, non ci basta, ma è comunque molto interessante vedere come tentano di uscirne E' equilibrismo...

Si sentono frasi come: “ Il concilio non è applicato, il concilio è inteso male, è per questo che le cose non vanno nella Chiesa ”. Bisogna anche spiegarlo! Perché le cose non vanno bene nella Chiesa? Perché non si è riusciti a spiegare il concilio. Ma allora, che cosa hanno fatto in questi 40 anni? E' quello il grande problema. Chi era responsabile dell'interpretazione del concilio in questi 40 anni? Se non sono le autorità a Roma, vuol dire che hanno dormito per 40 anni, che hanno lasciato fare agli altri, che cosa hanno fatto? Vede, ci sono comunque molti problemi che possiamo introdurre anche dal loro punto di partenza in cui si delinea un principio di ammissione.

 
Il papa parla di spirito del concilio condannandolo quando tutte le riforme sono state fatte nello spirito del concilio. Cosa rimane? E ora, ci dicono che c'è un'ideologia conciliare che si è impadronita del concilio fin dall'inizio!

Possiamo immaginare il concilio in una bolla; si vede la capsula esterna ma non si arriva all'interno. Di modo che vediamo solo questa capsula esterna e non il concilio; non si riesce ad arrivare al concilio. E' molto moderna come idea, come prospettiva. Ci piacerebbe tanto sapere chi è all'origine dell'ideologia para-conciliare, quella che si è impadronita del concilio per fare in modo che non potessimo comprenderlo come avevano voluto i Padri conciliari...Sarebbe interessante saperlo. Altrettante domande che vengono in mente, perché qualcosa comincia a smuoversi. Ci si rende conto che ciò che era un tabù comincia a traballare, allora si cerca di salvare il tabù circondandolo con una bolla. Oggi, avete il diritto di colpire la bolla, ma non quello che c'è dentro. Potete denunciare l'ideologia para-conciliare, ma non toccate il concilio.

In tale contesto, Mons. Gherardini, di cui parlavo prima, si spinge oltre riguardo al concilio. Credo che sia il primo personaggio ufficiale, rinomato, che osi farlo. La sua qualità di decano della facoltà di teologia del Laterano, canonico di san Pietro, direttore della rivista Divinitas lo rende autorevole. A 85 anni, ha parlato a Roma, e delle persone che non erano dalla nostra parte hanno affrontato i problemi del concilio. Mons. Schneider, un vescovo, ha perfino proposto di fare un Sillabo sul concilio, allo scopo di epurare e di condannare tutto ciò che non è chiaro nel Vaticano II, tutte le proposizioni ambigue.

Tutti questi eventi mi fanno pensare ad una pentola d'acqua sul fuoco che comincia a formare le prime bolle. Non è ancora l'ebollizione, ma comincia a scaldarsi. Nel frattempo, restiamo in attesa.

Don Lorans- In occasione di una recente predica al seminario di Winona, lei ha detto che noi non eravamo in rapporto con Roma, ma con “ le Rome ”. Che atmosfera c'è in Vaticano attualmente? Può aiutarci a vederci più chiaro?

Mons. Fellay- Nel Vallese, una montagna, lo Zinalrothorn, culmina a 4000 metri; una delle sue cime si chiama il Rasoio ed è lunga una decina di metri. L'unico mezzo di oltrepassarla è a cavalcioni, oppure di lato, con le mani sulla cresta ed i piedi sul pendio, e da ogni lato 500 o 1000 metri di strapiombo. Ho l'impressione che non solo questo possa applicarsi ai nostri rapporti con Roma, ma ancor più che si tratti francamente di una corda da equilibrista. Per questo uso decisamente il termine “ contraddizioni ”.

Nel giugno 2009, avevo chiesto un appuntamento col cardinale Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, per tentare di chiarire queste contraddizioni. Dopo aver molto insistito, è arrivata la seguente risposta: “ la riceverà il cardinale Levada ”. E' la diplomazia romana! Mi piacerebbe darvi alcuni esempi di queste contraddizioni per illustrarvi il clima che regna a Roma, cioè dove o con chi lavoriamo, è molto difficile.

I nostri rapporti con Roma si fanno molto tesi dopo l'uscita del decreto sul ritiro delle scomuniche, il 21 gennaio 2009. Nel mese di marzo, a Sitientes, giorno delle ordinazioni al suddiaconato, i vescovi tedeschi hanno approntato una strategia per cercare di “ mandarci fuori ”. Mons. Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha dichiarato ad un gruppo di deputati: “ Da qui alla fine dell'anno, la Fraternità San Pio X sarà nuovamente fuori dalla Chiesa ”. L'ho saputo da uno dei deputati, è un'informazione diretta. Quindi avevano un piano per contrastare l'argomento del ritiro delle scomuniche che non potevano più utilizzare.


Si vede benissimo che i progressisti hanno cercato di usare due piste. La prima è quella del concilio. Affinché la Fraternità San Pio X possa pretendere un riconoscimento canonico, deve riconoscere il concilio e accettarne tutte le riforme, così come il magistero di tutti i papi dopo il concilio. E' molto forte, perché sapevano benissimo che non accetteremo mai di avviarci su questa strada. Significa rendere di fatto impossibile il riconoscimento canonico. Dopo è facile condannarci di essere contro il concilio, prova che siamo scismatici, ecc.

La seconda è una linea più disciplinare, quella dell'obbedienza. Tuttavia è curioso che proprio dopo il ritiro delle scomuniche da parte di Roma, il vescovo di Ratisbona, nella cui diocesi è situato il nostro seminario di Zaitkofen, vieti ai nostri vescovi le ordinazioni dei nostri stessi seminaristi! Ma lo ha fatto. Sono 30 anni che il nostro seminario si trova sul suo territorio senza che sia mai intervenuto! Sceglie proprio il momento del ritiro delle scomuniche per prendere questa decisione...La Conferenza dei vescovi tedeschi si è affrettata a rincarare la dose per bocca di Mons. Zollich che ha dichiarato: “ Se quei vescovi fanno quelle ordinazioni, il papa deve scomunicarli ”. E' sceso a Roma per fare pressione sul papa e sul cardinale Bertone. E dieci giorni prima delle ordinazioni, ricevo una telefonata del cardinale Castrillòn che mi dice: “ Mi dispiace farle una richiesta che le sembrerà un po' curiosa, ma il papa non ha solo amici, i vescovi tedeschi fanno pressione, lei farebbe un favore al papa non facendo queste ordinazioni in Germania ”. Dopo aver conferito con i miei Assistenti e con gli altri vescovi, è stato deciso di fare un gesto, senza che fosse una capitolazione. A Sitientes, non ci saranno dunque ordinazioni a Zaitkofen, ma i seminaristi quel giorno diventeranno suddiaconi...a Ecône. E poi è ben chiaro che è un gesto che si farà una volta sola; dunque le ordinazioni di giugno vengono mantenute. Volevamo che a Roma fosse intesa non come una capitolazione, ma come un gesto. Questo non gli è piaciuto e mi ha procurato una nuova lettera...

Due giorni prima di Sitientes, nuova telefonata del cardinale Castrillòn, la terza in una settimana, è proprio una bella pressione! Stavolta, l'ordine è netto: “ Disobbedite formalmente, ricadrete nelle vostre censure. Non bisogna fare queste ordinazioni. Bisogna chiedere il permesso al papa ma le assicuro - parlava in italiano – quasi immediatamente, riceverete il permesso.” Ha aggiunto: “ Da qui a Pasqua la Fraternità verrà riconosciuta ”.” Non capisco, ho risposto, è appena uscito un testo ufficiale (una nota della Segreteria di Stato) che stipula che la Fraternità non verrà riconosciuta finché non riconoscerà il concilio, lei sa perfettamente come la pensiamo, come può parlare così?! ” Risposta del cardinale: “ quel testo non è firmato; si tratta di testi amministrativi, di testi politici; e poi non è quello che pensa il papa ”.

Allora adesso a chi devo credere? Credere al cardinale per telefono (è orale, non c'è nessuna traccia), oppure al testo ufficiale?

Al punto in cui stavano le cose, ho scritto al papa per informarlo semplicemente di cosa accadeva. Gli ho chiesto di non vedere in quelle ordinazioni un atto di ribellione ma un atto di sopravvivenza compiuto in circostanze complesse e difficili. E la cosa è passata.

D'altronde, non vedo come sarebbero riusciti a condannarci per aver ordinato dei suddiaconi, dato che da loro i suddiaconi non esistono! Essere puniti per qualcosa che non esiste, è davvero difficile.

E dopo sono seguite le ordinazioni al diaconato e al sacerdozio, e sono passate. Ma i vescovi tedeschi hanno cercato di impedirle. E' comunque una piccola vittoria! Realizzate che siamo una piccolissima congregazione, una piccola congregazione che si batte contro una conferenza episcopale, e non una qualunque, e vinciamo. Abbiamo vinto. E' incredibile...Ma non si tratta di noi...I conflitti sono di tanti tipi, ma prima di tutto dottrinali.

Papa Benedetto XVI ha osato riconoscere [nell'udienza del 25 agosto 2005, a Castelgandolfo, NdR]: “ Forse esiste, forse potremmo dire che esiste uno stato di necessità in Francia, in Germania ”. Notate che in uno stato di necessità, gli organismi necessari al buon funzionamento di un corpo sociale non funzionano più, è una specie di si salvi chi può; ciascuno innanzitutto si salva, poi collabora ad aiutare gli altri come può. E' una situazione inverosimile. Vede la contraddizione: da un lato vi si dice che la Fraternità non può essere riconosciuta, ma dall'altro vi si dice che essa è riconosciuta perché il papa vi riconosce. Allora quid?

Vi citerò altri esempi di contraddizione che ci dimostrano che a Roma ci sono varie correnti, tra cui alcune molto potenti. Cercare di sapere in quale si trovi il papa? Non è facile.

Nel settembre dell'anno scorso, quindi è cosa molto recente, si è unito a noi un prete americano di una Congregazione (mi sembra che fossero Agostiniani). Nel mese di settembre 2010, riceve una lettera del suo Provinciale cui è allegata una lettera della Congregazione dei religiosi confermante la decisione del Provinciale, che dice: “ Lei non è più membro della Congregazione degli Agostiniani perché si è unito alla Fraternità ”. La lettera della Congregazione dei religiosi dice molto precisamente questo: “ Padre Tal dei Tali (non ne faccio il nome) non appartiene più alla vostra Congregazione, è scomunicato perché ha perduto la fede unendosi formalmente allo scisma di Mons. Lefebvre.” Ha la data del mese di settembre dell'anno scorso! Di conseguenza per Roma, unirsi alla Fraternità significa unirsi ad uno scisma e perdere la fede, e ci si ritrova scomunicati. Ovviamente sono andato a Roma con quel foglio!

Quando ho cominciato a leggere questo passo a Mons. Pozzo - segretario di Ecclesia Dei; ne è presidente il cardinale Levada che è al contempo prefetto della Congregazione della Fede – mi ha interrotto a metà frase dicendomi: “ So già tutto, ce ne siamo occupati due settimane fa. Abbiamo detto alla Congregazione dei religiosi che non sono competenti per dire così e che devono rivedere il loro giudizio ”. Ha continuato dicendo: “ Ecco come bisogna trattare questa lettera...Così ”. E ha fatto il gesto espressivo di strapparla. Così, ecco come un'istanza romana mi dice di trattare un documento ufficiale di un'altra istanza romana, nel modo più radicale che si possa immaginare mettendola nel cestino, strappandola...E' comunque una cosa un po' forte! In fondo, significa che a Roma certe istanze delle congregazioni, dei dicasteri ci dichiarano scismatici, eretici, aventi perduto la fede, mentre altre ci considerano cattolici, quasi normali, non aventi più nessuna pena, nessuna censura. Che confusione!

Come vede si può davvero parlare di contraddizioni; alcune persone al governo di Roma hanno delle prospettive su di noi diametralmente opposte! Così, mentre si svolgono i famosi colloqui teologici, i nostri sacerdoti alloggiano a Santa Marta – è l'edificio in cui alloggiano i cardinali quando ci sono dei concistori, dei conclavi, e che abitualmente serve ad accogliere i vescovi – e dicono messa a San Pietro. Allora mentre da una parte si discute di dottrina, dall'altra i nostri sacerdoti sono eretici o scismatici? La cosa non sta in piedi.

Un altro esempio ancora più recente. Stavolta nell'ordine dell'interpretazione; si tratta dell'ultimo testo sulla messa, Universae Ecclesiae. Tre anni dopo il Motu proprio Summorum Pontificum, è uscito un nuovo testo concernente l'applicazione del testo precedente. Questo testo è interessantissimo. Un'analisi dei provvedimenti presi mostra due movimenti che possiamo considerare radicalmente opposti, dimodoché consideriamo il risultato con aria interrogativa. La prima linea, che è manifesta, è una linea d'apertura, si sente una volontà di dare, di mettere a disposizione dei cattolici del mondo intero non soltanto la messa, ma tutta la liturgia della Chiesa di sempre in tutti i suoi aspetti.

Al suo inizio, il documento romano afferma che il Motu proprio è una legge universale. Non è un privilegio – una legge riservata ad un piccolo gruppo – ma una legge universale, cioè valida per tutti. Esso precisa che è sua volontà permettere l'accesso alla messa tradizionale ai fedeli del mondo intero. Non si può essere più espliciti!

In seguito ci sono altri provvedimenti che si spingono molto oltre, dato che si citano tutti i libri liturgici per essere messi a disposizione. Tutti. E' inverosimile. Questo non si può fare se non c'è una volontà, se non c'è proprio un'intenzione di riaprire, di ridare vita a tutto quel tesoro, altrimenti non ha senso. Per esempio si parla del Rituale. E' molto interessante, il Rituale, cosa vi troviamo? Vi troviamo innanzitutto tutti i sacramenti, quelli dati dal sacerdote, e poi anche gli esorcismi. Dire che il Rituale è a disposizione, significa che tutte le benedizioni, tutto quel mondo liturgico di un tempo è veramente rimesso a disposizione. Ciò non si può fare se non c'è l'intenzione di far rivivere tutto quel tesoro. Non avrebbe alcun senso metterlo a disposizione se al tempo stesso si volesse chiudergli la porta in faccia! Lo stesso valga per il Cerimoniale dei vescovi o per il Pontificale...Si insiste nel dire che i vescovi possono usare il Pontificale. Quanto al Breviario, i sacerdoti sono liberi di usare il vecchio Breviario, pur precisando che se prendono il vecchio Breviario, devono rispettarne tutte le rubriche. Perché? Perché con il nuovo Breviario, si può scegliere ad libitum tra le piccole ore, mentre con il vecchio Breviario, si deve dire tutto. E' un po' strano. Tutto ciò supera di molto quello che avevamo chiesto all'inizio nella nostra famosa premessa, cioè la messa per tutti. Ora, non è solo la messa, ma tutta la liturgia e sotto tutti gli aspetti. E' una delle linee manifeste.

Accanto, c'è la linea veramente contraria, con due restrizioni maggiori. La prima riguardo alle ordinazioni: “ Le ordinazioni secondo il vecchio Pontificale, possono essere conferite solo ai gruppi che sono sotto l'autorità di Ecclesia Dei ”. Perché non gli altri? Perché i vescovi non ne vogliono nelle loro diocesi e Roma vuole evitare troppi problemi con i vescovi lasciando la possibilità di scelta ai seminaristi. Perché mettere da un lato tutto a disposizione, e poi per una cosa tanto importante, tanto capitale, le ordinazioni, lì bloccare tutto?

La seconda restrizione maggiore concerne la qualità dei fedeli che possono godere delle disposizioni del Motu proprio...

Qualche numero più in basso, s'insiste per dire che il Pontificale è messo liberalmente a disposizione. Certo, non ci sono solo le ordinazioni nel Pontificale, per esempio vi rientra il rituale delle cresime. Ora si precisa che le cresime possono essere conferite secondo il vecchio rito. E' proprio uno strano miscuglio. Non è possibile che si possano trovare due intenzioni tanto contrarie in un medesimo testo. Come è possibile? La spiegazione che vedo io, è che effettivamente a Roma ci sono due forze contrarie, ognuna delle quali cerca di mettere la propria firma. Alla fine, si arriva a delle specie di compromessi ingestibili e indigesti.

Tornando a Mons. Pozzo ed al suo consiglio di strappare il famoso testo della Congregazione dei religiosi. In quel momento – e quel che ho appena detto ve lo può in parte illustrare – ha aggiunto questo: “ Occorre, dovete dire ai vostri sacerdoti ed ai vostri fedeli, che non tutto ciò che viene da Roma viene dal papa ”. Gli ho risposto: “ Ma è impossibile, come vuole che dei sacerdoti, dei fedeli che ricevono un testo di Roma possano pensare una cosa simile? La reazione sarebbe semplice: un testo mi piace, viene dal papa, non mi piace, non viene dal papa. Tale atteggiamento d'altronde è condannato da san Pio X.

Il Vaticano, è la mano del papa. Ma queste parole di Mons. Pozzo contengono un messaggio gravissimo: il papa non ha il controllo di casa sua. Ciò vuol dire che quando ci arrivano delle cose da Roma effettivamente, purtroppo, si pensa immediatamente all'autorità suprema, al Sommo Pontefice, al papa. Ebbene no! Non viene dal papa. E' questa la situazione della Chiesa. E' quella che definisco una situazione contraddittoria, a seconda dei casi più o meno significativi, stavolta tuttavia lo è di meno. E' una situazione davvero dura, difficile. Come navigare con questi venti contrari?

Don Lorans- Monsignore, visto che sappiamo che va a Roma il prossimo 14 settembre ad incontrare il cardinale Levada, con quali disposizioni ci va? Con quale stato d'animo?

Mons. Fellay- Mi riferisco un po' a quello che è accaduto in precedenza col ritiro delle scomuniche...Non so si ricorda ma quell'estate, nel 2008, fu molto calda; ci fu quello che è stato chiamato l'ultimatum. Ricordo un piccolo fatto...Mi consegnano un testo che in sostanza dice così: “ Se Mons. Fellay non accetta le condizioni molto chiare che gli imporremo, sarà gravissimo ”. Il cardinale Castrillòn Hojos dichiarava perfino: “ Finora dicevo che non eravate scismatici; se continuate, non potrò più ”.

Era molto teso. Io gli ho risposto: “ Lei dice che occorre che io rispetti le condizioni, ma quali? ”. Tacciono. Silenzio. Ho chiesto nuovamente: “ Lei dice che ci sono delle condizioni, ma cosa si aspetta da me? ” In quel momento, il cardinale con voce molto grave – era davvero molto solenne – ha pronunciato quasi a mezza voce e lentamente :” Se veramente in coscienza pensa di poter dire queste cose ai fedeli, ebbene! Le dica ”. Potete immaginare quanta emozione ci fosse!

Dissi a Don Nély che mi accompagnava di essere frustrato; mi affermò che si trattava davvero di un ultimatum. Su mia richiesta, è tornato l'indomani alla Commissione Ecclesia Dei per ottenere dei chiarimenti sulle famose condizioni. C'è voluta una mezz'ora perché redigessero in cinque punti delle condizioni che dicevano tutto e niente. Io dovevo promettere di praticare la carità ecclesiale. Che vuol dire? Alla fine, ho scritto due parole al papa, e l'ultimatum non era più all'ordine del giorno. Ma non si può dire che andasse tutto bene...Nel mese di dicembre seguente, le relazioni erano più distese, ho scritto una lettera al cardinale per riprendere contatti.

Nel frattempo, c'era stata Lourdes. Era così epica, ecco un breve aneddoto: abbiamo potuto utilizzare la basilica per il nostro pellegrinaggio, ma il vescovo locale aveva proibito ai vescovi di celebrare la messa. Tre giorni prima del pellegrinaggio, ho parlato al telefono col cardinale Castrillòn cui ho promesso di scrivere una lettera; nel corso della conversazione ha affrontato la questione del pellegrinaggio: “ Ho saputo che fate un pellegrinaggio, sarà magnifico, ci sarà tanta gente ”. Gli ho risposto: “ E' bello, infatti, ma c'è una nota stonata ”. -“ Ah sì? ”- “ Sì, i vescovi non possono celebrare ”. - “ Dei vescovi censurati, fuori dalla Chiesa, è normale, non si può dar loro il permesso di celebrare la messa ”. - “ E gli anglicani, non sono scomunicati? ” - “ Che vuol dire? ” - “ Che gli anglicani, loro, hanno potuto celebrare nella basilica di Lourdes ”. - “ E' vero? ” Ha dei documenti? Ce ne occuperemo ”. Stavamo partendo per Lourdes, ho subito raccolto informazioni su Internet per mandargliele.

Nei documenti ufficiali di Lourdes, il programma era tutto ben specificato; per tutta una settimana, erano sette i ' vescovi ' a concelebrare, sette ' messe ' alla presenza del cardinale Kasper, tutti i ministri erano anglicani, l'omelia fatta da un anglicano, non dico un vescovo perché gli anglicani sono tutti laici, non sono veri preti, ancor meno veri vescovi.

Questo per mostrarvi il clima: da un lato si cerca di annientarci e dall'altro ci si occupa di noi al punto da disturbare il papa un pomeriggio per questa storia di Lourdes. Ho approfittato della lettera che ho infine scritto al cardinale Castrillòn, a dicembre, per riferirgli i discorsi del vescovo di Tarbes per il quale, se avessimo smesso di dirci cattolici, allora avremmo potuto celebrare la messa. Gli spiegavo: “ Così dunque volete che usciamo dalla Chiesa per potere avere delle chiese, non sta in piedi! ” Ero un po' duro.

Il 17 dicembre, avevo saputo che a Roma c'era una riunione il cui scopo era riflettere se non occorresse dichiarare lo scisma della Fraternità, o eventualmente scomunicare Mons. Fellay perché favoriva un atteggiamento scismatico nella Fraternità. Ho spedito la mia lettera...Un mese dopo, non c'erano più scomuniche!

Certamente, c'era la nostra crociata del Rosario. Ma dopo la lettera che avevo mandato loro, non pensavo che sarebbe avvenuto così presto. Infatti, il cardinale Castrillòn mi ha informato che c'erano state due riunioni di cardinali: una prima, in cui hanno discusso di scomuniche, che si concluse negativamente ; poi una seconda, che concluse che si poteva benissimo riconoscere la Fraternità. Questo mi è stato rivelato molti mesi dopo...

Don Lorans – Monsignore, lei ci mostra come gli spartiacque si spostino un poco. Questa università estiva è dedicata all'apologetica, forse anche l'atteggiamento dei fedeli e dei sacerdoti legati alla tradizione secondo lei dovrebbe cambiare? E' un periodo in cui dobbiamo tener conto esattamente della realtà in cui viviamo, e delle situazioni dateci dalla Provvidenza?

Mons. Fellay- Credo che si debba essere estremamente prudenti. Tale situazione di contraddizione susciterà per forza ogni tipo di voci, di dicerie in tutti i sensi, ecco perché bisogna veramente, se posso esprimermi così, contare fino a dieci prima di parlare, e aggiungerei anche: prima di credere qualcosa. Bisogna guardare i fatti, e non dar retta alle voci se non si vuole diventare matti!

Il cardinale Levada mi ha invitato il 14 settembre insieme con i miei Assistenti generali. E' un qualcosa di nuovo. Si dice che abbiamo affrontato tutti i temi dottrinali, che ora è necessaria una riunione per valutare queste discussioni teologiche e parlare di futuro. Si dice che ci sarà una proposta di accordo pratico, non ne so nulla. Se ne parla ovunque: don Aulagnier dice che faranno così e che la Fraternità rifiuterà. Io non ne so nulla. Anche Mons. Williamson ne ha parlato, non so da chi abbia avuto le sue informazioni, sembra da un portavoce di Ecclesia Dei...Chi è questo portavoce? Voci persistenti, ci sarà forse qualcosa di nuovo? Sono molti a parlare; Roma non smentisce ma io non ho ricevuto ancora nulla. Si resta in aspettativa.

Se il loro obiettivo rimane sempre l'accettazione del concilio da parte della Fraternità, le discussioni sono state abbastanza chiare nel mostrare che non avevamo intenzione d'impegnarci su quella via. Già nel 2005, dopo cinque ore di discussioni in cui avevo esaminato e passato in rassegna tutte le nostre obiezioni contro gli errori, la situazione della Chiesa oggi, il Diritto canonico, posso garantirle che gli scambi erano tesi. Il cardinale Castrillòn aveva concluso: “ Non posso dire di essere d'accordo su tutto quello che avete detto, ma i suoi discorsi dimostrano che non siete fuori dalla Chiesa. Scriva al papa per chiedergli di togliere le scomuniche ”.

Allora ho capito che Roma era pronta a fare un gesto, altrimenti questa richiesta non aveva alcun senso. La mia risposta non è stata immediata, perché infatti, per noi, non ci sono mai state delle scomuniche. Perciò la lettera che ho scritto al papa non chiedeva il ritiro ma l'annullamento o il ritiro del decreto, perché quello, esiste. A coloro che dicono che ho chiesto il ritiro delle scomuniche, rispondo che è falso. Il cardinale Castrillòn mi ha perfino scritto: “ Lei chiede che si ritiri il decreto, vi si toglierà la scomunica ”. E' chiarissimo, sanno quello che dicono.

Allora per conoscere la situazione esatta ...Da parte mia, posso dirvi che non so cosa accadrà domani. Si può andare dalla dichiarazione di scisma fino al riconoscimento della Fraternità. Non voglio speculare. Cerco di prevenire le situazioni, di riflettere a ciò che occorre fare in questo o quel caso.

Da un lato, preconizzo una prudenza estrema, non dare ascolto alle voci, attenersi ai fatti, alla realtà. La mia impressione è che Roma si burli di quello che viene detto, le parole echeggiano in tutti i sensi ma non hanno affatto valore. Non vi spaventate. E' un po' come Nostro-Signore, vi si dirà è qui, è lì, non ci andate, rimanete. D'altro lato, delle discussioni dottrinali ricordo che in sé nell'immediato non apportano un gran bene, perché è l'incontro di due mentalità che si urtano. Ne conservo l'immagine di un torneo in cui due cavalieri incrociano le spade, si slanciano, ma passano uno a fianco dell'altro.

In ogni caso non possono dire che siamo d'accordo. Se siamo d'accordo su un punto, vuol dire che non lo siamo su nessun altro! Evidentemente, se si parla della Santissima Trinità siamo d'accordo...Ma il problema non è lì: quando si parla del concilio, si parla di certi problemi nuovi, che noi definiamo errori.

C'è la diceria secondo cui ci farebbero delle proposte. Ma a quali condizioni? Ci saranno delle condizioni? Dal mio punto di vista, sarebbe inverosimile che non ce ne fossero. Alcuni dicono che non è possibile, che finora hanno sempre tentato di farci mandar giù il concilio. Io non lo so. L'unica cosa che dico, è: “ si continua ”. Noi abbiamo i nostri principi, e il primo di essi, è la Fede. A cosa servirebbe ricevere un qualunque vantaggio quaggiù se si dovesse mettere in gioco la Fede? È impossibile. E senza la Fede è impossibile piacere a Dio, dunque la nostra scelta è fatta. Prima di tutto la Fede, ad ogni costo, essa passa anche prima di un riconoscimento da parte della Chiesa. Dobbiamo avere questa forza.

Vorrei dire un'ultima cosa: qualcosa si muove, ed in questo qualcosa che si muove, ci sono delle anime assetate, provengono dallo stato disastroso della Chiesa di oggi, non vengono come anime perfette, ma bisogna occuparsene. Finora abbiamo avuto un atteggiamento difensivo. Tuttavia non dobbiamo aver paura d'introdurre un elemento d'attacco, un elemento più positivo: andare verso gli altri per cercare di conquistarli pur dimostrando la più grande prudenza, perché l'ostilità non è finita. Immaginate che Roma ci riconosca di colpo, mi è difficile crederlo, ma che succederebbe allora? Credete che i progressisti cambieranno idea nei nostri confronti? Ma niente affatto! Da una parte continueranno a respingerci come hanno sempre fatto, o tenteranno di farci ingoiare il loro veleno; noi rifiuteremo ed il conflitto ricomincerà peggio di prima, non fatevi illusioni. Se Roma ci riconosce, sarà ancora più dura di adesso. Adesso, beneficiamo di una certa libertà. Bisognerà pure che un giorno la Chiesa ci riconosca come cattolici, ma non sarà facile.

Da parte di Roma, ci manca la luce; vorremmo che Roma diventasse nuovamente il faro della verità, ma per ora ne siamo ben lontani, è più che vago...Da parte nostra, fondamentalmente non cambiamo niente, continuiamo a imperniarci sulla Fede, pur essendo pronti ad aiutare le anime che vogliono essere aiutate, anche se hanno dei comportamenti che all'inizio lasciano a desiderare. Ci vuole molta pazienza, misericordia, pur restando saldi, il che non è facile! Stiamo attenti a non respingere per ragioni superficiali delle anime meritevoli che venissero a noi; non vogliamo chiunque, soprattutto non dobbiamo indebolirci, ma dobbiamo essere buoni con tutti. E' un obbligo anche per noi crescere nella virtù.

Bisogna restare in un ambito soprannaturale. L'apologetica consiste nella difesa della Fede, ma soprattutto a livello della ragione, per tentare di convincere. Ma non è sufficiente. Per convincere, occorre che passi la grazia, e la grazia è soprannaturale. Per convincere ci vuole un atto del Buon Dio, bisogno quindi adoperare mezzi soprannaturali. Per noi, vuol dire condurre una vita cristiana profonda, intensa. E' molto più importante del combattimento semplicemente apologetico, ma ciò non vuol dire trascurare il primo, sono necessari entrambi, ma è una questione di ordine.

E' per questa ragione che mi permetto d'insistere sulla nostra crociata. Le vittorie che otteniamo sulla Roma modernista, non dobbiamo attribuirle a noi, ma senza alcun dubbio alla Santa Vergine e alle nostre crociate. E' alla fine di ciascuna crociata che abbiamo ottenuto sia la messa, sia il ritiro delle scomuniche, ogni volta dopo esserci rivolti alla Santa Vergine, e in situazioni considerate impossibili. Non dobbiamo soltanto contare sulla Santa Vergine ma anche mettersi sotto la sua insegna, seguirla. E' il suo tempo.