sabato 15 ottobre 2011

hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza

L'abbé Barthe presenta lo stato dell'arte circa la riconciliazione tra Santa Sede e la FSSPX


- Ho sentito dirle lunedì 10 ottobre, su Radio Courtoisie, che il riconoscimento della FSSPX le pareva, in sé, ineluttabile, ma proprio per la prossimità dell'evento i granelli di sabbia che potrebbero fermare il meccanismo appaiono più chiaramente.
Abbé Claude Barthe - Sì. I superiori dei distretti che hanno partecipato alla riunione di Albano, il 7 ottobre, presieduta dal Vescovo Fellay, hanno preso conoscenza del preambolo proposto alla FSSPX prima della discussione sulla forma canonica del riconoscimento. Di colpo, più o meno informati, un certo numero di membri della FSSPX ostili ad una ufficializzazione della loro società, fanno presente il rischio di questa nuova fase della vita della FSSPX. Non si può negare che qualsiasi cambiamento comporti un rischio. Ma la stagnazione è a volte peggio, il che mi sembra essere il caso qui. Pretendono dunque, se ho ben compreso, da una parte che il preambolo richiama il Catechismo della Chiesa cattolica come "interpretazione" del Concilio, e dall'altra altra parte che la situazione proposta alla FSSPX sarà molto meno vantaggiosa di quella che essa era stata proposta in precedenza.

- Questo è vero?
Abbé Claude Barthe - Per quanto concerne la soluzione canonica, se fosse vero, perché non avrebbero accettato la proposta precedente, ripetuta tre volte tra il 2000 e il 2009? In realtà, la proposta attuale è assolutamente simile alla precedente. È anzi ancora meglio a causa della situazione molto più favorevole. La prelatura personale era già stata proposta dal Cardinale Castrillón: costruita su misura, è certamente la più gratificante e più "autonoma" soluzione per mons. Fellay e l'insieme di tutte le 'società' che saranno sotto la sua giurisdizione personale. E soprattutto, in ogni caso, il fatto che la FSSPX abbia propri vescovi le dà, indipendentemente dai dettagli dell'accordo legale, una considerevole libertà liturgica e disciplinare. In realtà, deve essere chiaro: il problema della forma canonica è inesistente.

- Ma il preambolo dottrinale?
Ne serviva ben uno, dal momento che la FSSPX aveva ottenuto la discussione dottrinale. Si può immaginare che questo preambolo sia un testo diplomatico che non impegna a nulla e che permette a ciascuno di non perdere la faccia. Sul lato della FSSPX, nella misura in cui la frase liberatrice inserita nel comunicato della Santa Sede e il Vescovo Fellay, pubblicato il 14 settembre, si trova necessariamente, nella sostanza, nel preambolo, ciò rafforza particolarmente la giurisprudenza stabilita dal 1988, precisando che sono lasciati "a una discussione legittima lo studio e la spiegazione teologica di espressioni o formulazioni specifiche presenti nei testi del Concilio Vaticano II e del Magistero che ne è seguito". Sul lato della Congregazione per la Dottrina della Fede: il Catechismo della Chiesa cattolica e l'interpretazione del Concilio? Concedo a priori ai membri della Congregazione che essi non sono caduti a testa in giù: sanno come lei e me che il CCC non è magisteriale. Tuttavia, è vero che può servire come una garanzia del fatto che il Vaticano II è interpretabile in un senso di continuità. Cosa che la FSSPX contesta. Ma poiché il preambolo è, a dire dei protagonisti, modificabile, ci si può necessariamente interdere su dei termini che presentano al meglio il vero perno di tutto questo "concordato": una reciproca "tolleranza" tra persone che si accordano in buona fede. Qui anche, bisogna dirlo: il problema del preambolo dottrinale è inesistente in sé.

-Quindi, il caso è risolto?
Abbé Claude Barthe - Macché! Quanti processi storici sono affondati a causa di eventi minori. Perché questo che si dispiega oggi è un processo storico fondamentale nel dopo Concilio, e questa proposta per il riconoscimento ufficiale è un elemento tra gli altri, mentre la Chiesa d'Occidente, a 50 anni dell'apertura del Concilio Vaticano II, è in un vero e proprio stato di fallimento dal punto di vista della fede del popolo cristiano, della disciplina, delle vocazioni sacerdotali, della trasmissione catechistica, ecc. Il fatto di dare una voce ufficiale alla FSSPX, insieme al Motu Proprio, con l'aggiunta di tutto il movimento intellettuale crescente, soprattutto in Italia, per far tabula rasa di ciò che ha rappresentato l'evento del Concilio Vaticano II - che, per dirlo in un'espressione, certo troppo sintetica, ha consacrato una regressione teologica e liturgica impressionante rispetto al pontificato di Pio XII - costituisce, hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza. I due protagonisti, il Papa e mons. Fellay, chiaramente ne hanno una chiara coscienza.


Fonte: Riposte catholique (traduzione Messa in Latino)

venerdì 14 ottobre 2011

acque sempre più mosse

 Le acque sono sempre più mosse, ma più si muovono e più si fa chiarezza. Come è sempre accaduto nella storia della Chiesa. E' l'immobilismo a far paura, ad essere nemico dell'unico ovile con il suo unico Pastore. "Non si è affatto conclusa la stagione post-conciliare", ha scritto Andrea Morigi su "Libero", dell'11 ottobre 2011, "se Papa Bendetto XVI richiama la necessità di distinguere fra due interpretazioni contrapposte, quella 'della discontinuità e della rottura' e quella della 'riforma, della continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato' ". Però, se non si è conclusa la stagione post-concliare, dopo quasi cinquant'anni, significa che qualcosa di importante, ma anche di grave, è successo nella stagione conciliare (1962-1965). Allora ben vengano gli studi, le ricerche, gli approfondimenti, le scoperte... attraverso i testi, i protagonisti, i documenti, i fenomeni storici, sociologici, culturali, mediatici dell'epoca in questione. Morigi pone di fronte, l'una contro l'altra, le posizioni di chi è con la Tradizione e di chi è progressivamente nemica di essa, dunque, a suo parere, è corretta la posizione del "compromesso". Eppure non ci è stato insegnato così dalla Chiesa: i suoi Dottori, i suoi santi insegnano che l'unico metodo valido per rimanere saldi e fedeli alla Verità portata da Gesù Cristo è proprio la Tradizione, quella linea aurea che lega omogeneamente il passato, il presente, il futuro. Il Beato Cardinale John Henry Newman si convertì per ben tre volte (da superstizioso a calvinista, da calvinista ad anglicano, da anglicano a cattolico), approdando a Santa Romana Chiesa, proprio solo e grazie alla Tradizione dottrinale e liturgica. A dimostrarlo resta il suo immenso e straordinario patrimonio biografico e bibliografico. Dice ancora Andrea Morigi: "Insegnare al Papa come si fa il Papa, del resto, è un esercizio tipicamente moderno". Non è vero affatto: la storia sacra insegna. La grande Caterina da Siena fu davvero buona maestra, basta leggere il suo epistolario per compredere l'amore per la Sposa di Cristo e, dunque, aiutò il Papa, così come fecero sant'Atanasio, sant'Eusebio da Vercelli, santa Ildegarda di Bingen, santa Maria Maddalena de' Pazzi, san Francesco di Assisi, san Francesco di Sales e diremmo anche santi come il Curato d'Ars, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco, Pio da Pietrelcina... insomma, la comunione dei santi, tutti protagonisti della Tradizione, è sempre vicino al Papa per sostenerlo, incoraggiarlo, aiutarlo fra tanti lupi famelici... E' interessante, ma soprattutto importante per le anime, proseguire le indagini e capire veramente che cosa successe in quel XXI Concilio Vaticano II. (Cristina Siccardi).

Ecco, dunque, la proposta di leggere questo invitante articolo del Professor Roberto de Mattei, uscito ieri su "il Foglio".

Una brusca sveglia per la chiesa
“Bella Addormentata” dopo il Concilio

Tra meno di un anno celebreremo il mezzo secolo che ci separa dal Concilio Vaticano II, ma le polemiche che in questi giorni hanno accompagnato l’attribuzione del premio Acqui Storia al mio libro “Il Concilio Vaticano II una storia mai scritta” (Lindau 2010) confermano come quell’evento rappresenti un nodo storico ancora da sciogliere, soprattutto per il mondo cattolico.
“Tutti constatano la crisi, ma nessuno vuol dire che è stato il Concilio Vaticano II a produrla: non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali”, scriveva nel 2001 don Gianni Baget Bozzo, aprendo il suo saggio “L’Anticristo”. Oggi però le domande sul tappeto sono troppo numerose e urgenti perché si possa continuare a schivarle. E non eludono il problema anzi lo affrontano di petto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro ultimo libro dall’immaginifico titolo “La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi.Perché si risveglierà” (Vallecchi, 2011, pp. 246, euro 12,50): un eccellente contributo per comprendere quanto accadde a Roma tra l’11 ottobre del 1963 e l’8 dicembre del 1965, e soprattutto cosa avvenne nella chiesa dopo quel fatidico triennio.


La Bella Addormentata è la chiesa che, malgrado i peccati dei suoi membri, resta splendente e immacolata, perché non è, in sé, mai peccatrice. Essa però oggi pare addormentata, perché negli ultimi decenni, gli errori e i tradimenti dei suoi membri sembrano averla immersa in un sonno che assomiglia alla morte.


Come altro definire se non sonno, la paralisi che attanaglia oggi sacerdoti e religiosi davanti agli attacchi crescenti di chi vorrebbe liquidare o stravolgere le dottrine e le strutture stesse della chiesa? Il peccato di silenzio e di omissione è un sonno dell’anima, che ha la sua radice nel mutato atteggiamento della chiesa davanti al mondo, proposto dal Vaticano II: un Concilio che si propose come solamente pastorale, e non dogmatico, come se tutti i precedenti concili dogmatici non fossero stati anch’essi pastorali.


Il fatto è che il termine pastorale non era altro che la trascrizione, all’interno della Chiesa, della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta. Attraverso il primato della prassi si pretendeva portare nella chiesa la stessa rivoluzione con cui, pochi anni dopo, il Sessantotto investì la società occidentale. La rivoluzione ci fu, ma nel linguaggio e nella mentalità, più che nella dottrina. La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Gnocchi e Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico.


Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Il latino è stato abbandonato, l’apologetica dileggiata e denigrata, lo stile definitorio sostituito da un nuovo linguaggio pastorale, tanto vago e confuso quanto il primo era nitido e netto. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali: gli indici di ascolto in luogo di indicatori del grado di evangelizzazione, la popolarità in luogo di misura della santità.


La assunzione del linguaggio mediatico proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. La Chiesa ha come fine l’annuncio della Verità, costi quel che costi, mentre nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione. Ma il messaggio si diffonde talvolta tanto più ampiamente quanto nasconde o deforma una verità e il successo della comunicazione prevale sulla verità del messaggio comunicato. E siccome il mezzo è il messaggio, in ultima analisi, spiegano lucidamente gli autori del volume, la scena è dominata da mezzi di comunicazione che comunicano se stessi. In termini filosofici non interessa quello che Kant avrebbe chiamato la cosa in sé, il “noumeno”, ma il fenomeno. E’ vero solo ciò che è comunicato e nella misura in cui questo messaggio viene diffuso.


Quali sono stati i frutti di questo cambiamento pastorale? I più evidenti e clamorosi stanno nella crisi del sacerdozio. In Francia, per fare un esempio, alla vigilia del Concilio erano ordinati quasi mille sacerdoti ogni anno. Nel 2010 i sacerdoti ordinati sono stati 88, meno del dieci per cento di quanto avveniva. Ma al di là dei numeri, ciò che è evidente e palpabile è la crisi della spiritualità, che si esprime con la sostituzione del primato dell’azione a quello della contemplazione. La gran parte dei pastori oggi è affetta dal morbo del “fare”, ovvero da un frenetico attivismo che fa dimenticare la preghiera e l’adorazione.


L’abatino con lo spiderino rosso che si presenta al don Camillo di Guareschi o il don Alfio di Verdone in “Io, loro e Lara”, ma anche il parroco che ognuno di noi incontra nella chiesa accanto, incarnano un tipo umano che è figlio – legittimo o illegittimo, questo è un altro discorso – del Concilio Vaticano II. Essi mostrano tutta la tragedia di un cattolicesimo che, spiegano bene Gnocchi e Palmaro, “ha mutato secoli di metafisica in povera antropologia”. Il volume si chiude con quella nota di ottimismo soprannaturale che deve caratterizzare il pensiero e l’azione di ogni cattolico. Chi sarà il principe azzurro che risveglierà la Bella Addormentata?


Forse proprio il popolo dei fedeli, le pecorelle abbandonate “a cui toccherà chiedere che la Tradizione e la dottrina della chiesa, che la Messa e i sacramenti siano rispettati e resi al popolo come Dio vuole”. Che questa sia la strada giusta da seguire ce lo conferma un recente discorso tenuto lo scorso 18 settembre da Giovanni Franzoni a un convegno teologico madrileno. Franzoni, classe 1928, ex prete, ex abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, è uno dei pochissimi Padri conciliari ancora sopravvissuti (insieme, in Italia, al suo amico mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea).


In quel discorso dopo aver ricostruito gli umori, le attese, le delusioni dei progressisti, durante e dopo l’assise conciliare, egli giunge a questa conclusione: “Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili”.


Per Franzoni, insomma, come per la scuola di Bologna e perfino per alcuni appartenenti alla “balena bianca ecclesiale”, la regola di fede è il Concilio Vaticano II. La strada suggerita da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e seguita da Gnocchi e Palmaro nel loro bel libro è quella, opposta, della rilettura, quando necessario critica, del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione.


Roberto de Mattei - "Il Foglio" 13-10-2011

giovedì 13 ottobre 2011

«quod Ecclesia semel docuit, semper docuit»

Circa il falso ecumenismo


[…] la differenza tra cattolici ed acattolici, per quanto si vogliano fratelli, sta sul piano della fede. Bisogna avere il coraggio di dirlo e di dirlo sempre. Usare tattiche scivolose quanto cortesi, sfumare tutti i contorni in un incerto crepuscolo che abolisca gli aspetti imbarazzanti, non è fare dell'ecumenismo. Esso è tale quando, coll'esercizio di ogni virtù, con tutti i sacrifici personali, con tutta la consistente pazienza, con la più affettuosa delle carità, mette dei termini chiari. Forse che sarebbe un ritorno alla unità piena tra i credenti, quello in cui il cammino venisse percorso lastricato di equivoci e di mezze verità? Ora è chiaro che si deve passare questo ponte - primato romano - e che, se non lo si passa coscientemente, non si raggiunge lo scopo unico e vero dell'ecumenismo. E si delinea il vero pericolo in tale entusiasmante materia. Ecco da chi è rappresentato il pericolo di fare dell'ecumenismo una accozzaglia di dottrine troncate. Ci sono scrittori che, abusando del nome di teologi o della dignità della ricerca, sgranano ad una ad una le verità della fede cattolica, sfaldano, ignorandolo, il Magistero. Essi fanno dubitare di sapere che la verità di Dio è una e perfetta, che negata in un punto - tale è la sua interna logica ed armonia - è giocoforza negare tutto. Non comprendono che Dio ha affidato tutto ad un Magistero, il quale è tanto sicuro e divinamente garantito che si può affermare «quod Ecclesia semel docuit, semper docuit». Forse hanno anche dimenticato che la visibilità della Chiesa e la sua realtà umana non la compromettono affatto, dimostrando la mano di Dio in quello che, affidato a mani umane, non reggerebbe oggi e sarebbe morto da tempo immemorabile. I nostri fratelli ci attendono, ma ci attendono nella luce del giorno, non tra le incerte ombre della notte!

(Cardinale Giuseppe Siri, da «Renovatio», XII (1977), fasc. 1, pp. 3-6)
 

domenica 9 ottobre 2011

comunicato ufficiale della Fraternità San Pio X

Il 7 Ottobre 2011 si è tenuta una riunione dei responsabili della Fraternità San Pio X ad Albano Laziale, durante la quale il Superiore Generale, Mgr. Bernard Fellay, ha esposto il contenuto del Preambulo Dottrinale che gli era stato consegnato dal Cardinal William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso del loro incontro il 14 Settembre scorso.
Durante questa giornata, i ventotto responsabili della Fraternità San Pio X presenti alla riunione – Direttori di Seminario e Superiori di Distretto del mondo intero – hanno manifestato una profonda unità nella volontà di mantenere la Fede nella sua integrità e integralità, fedelmente alla lezione che gli (loro n.d.r.) ha lasciato, sull’esempio di San Paolo, Mgr. Marcel Lefebvre: tradidi quod et accepi (I Cor XV,3), “vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto”.
In seguito a questa riunione di lavoro, lo studio del Preambolo Dottrinale – di cui il contenuto resta confidenziale – proseguirà a livello del Consiglio Generale della Fraternità San Pio X, ove un esame approfondito da parte del Superiore Generale e dei suoi due Assistenti, Don Niklaus Pfluger e Don Alain Marc Nely, permetterà di presentare, in un lasso di tempo ragionevole, una risposta alle proposte romane.

sabato 8 ottobre 2011

in attesa di un Tea Party


GLI SPOT DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE MARCHIANO COME PARASSITA CHI NON PAGA LE TASSE




Ma l'italiano può chiedersi: il 50 x cento di quello che guadagno sudando, in cosa lo spende lo Stato? Ad esempio in aborti (quasi mezzo milione di euro al giorno!!!) e allora chi è il vero parassita che impedisce alla società di crescere e svilupparsi?


di Alfredo De Matteo
Il Ministero dell'Economia e l'Agenzia delle Entrate hanno commissionato la produzione di una campagna contro l'evasione fiscale che prevede la messa in onda di spot televisivi, comunicati radio e affissioni nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti di Roma e Milano, a partire dal mese di agosto fino a tutto settembre. Lo slogan di uno dei messaggi ideati vuole far passare il concetto che senza entrate non è possibile fornire servizi pubblici e recita così: «Se tutti pagano le tasse le tasse ripagano tutti». Gli spot televisivi puntano invece sulla metafora del parassita: il video inizia col mostrare in sequenza fotografica l'immagine di alcuni parassiti animali (quelli dei ruminanti, del legno, dei pesci, dei cani, dell'intestino) per poi concludere con quella di un parassita della società, ossia di un evasore fiscale. Il messaggio si chiude con l'esortazione a chiedere sempre il rilascio dello scontrino o della ricevuta fiscale.
Tale campagna pubblicitaria, che ha come obiettivo di "stanare" e mettere all'indice i furbi (o presunti tali) con la speranza di recuperare parte dei soldi evasi, ci sembra sgradevole, fomentatrice dell'odio sociale e, soprattutto, molto ipocrita. Innanzitutto, c'è da dire che la pressione fiscale per essere equa (e sostenibile) non deve andare oltre una certa percentuale del reddito mentre lo Stato toglie al contribuente in media il 48,6% del suo guadagno; così facendo "strozza" il cittadino e gli impedisce di vivere convenientemente. In secondo luogo, sarebbe opportuno analizzare meglio e più in profondità il motivo per cui lo Stato abbisogna di entrate sempre più cospicue, ossia in quale modo lo Stato amministra i soldi pubblici e, conseguentemente, quali servizi rende ai cittadini. Non ci soffermeremo sulla carenza e la precarietà, che pur sussiste, di molti servizi di pubblica utilità come i trasporti, l'assistenza sanitaria, l'istruzione e via dicendo, bensì sullo sperpero di montagne di denaro utilizzato per erogare servizi non solamente inutili e costosi ma soprattutto dannosi e immorali e che servono solamente a soddisfare le richieste di una cerchia molto ristretta di persone: ci riferiamo soprattutto all'odiosa pratica dell'aborto legalizzato e ai tentativi di rendere normale l'omosessualità.
Dall'entrata in vigore (1978) della criminale legge 194 i cittadini italiani pagano di tasca loro l'uccisione cruenta dei bambini nel grembo materno e mai nessun governo fino ad ora ha mai osato mettere in agenda quantomeno l'eventuale taglio della spesa pubblica con la quale si finanzia il genocidio dei non nati. Si richiedono sforzi economici da parte di tutti per affrontare il difficile momento di crisi attraverso contributi di solidarietà, prelievi straordinari e balzelli di ogni tipo, eppure il presunto diritto di uccidere l'innocente a spese della collettività non può venire meno, nemmeno in parte. Proviamo a fare qualche calcolo: ogni aborto costa in media 1.300 euro e grazie alla legge 194 ogni giorno, solo in Italia, vengono effettuate circa 315 interruzioni di gravidanza con un costo giornaliero di circa 410.000 euro e annuo di circa 149.650.000 euro. Se prendiamo in considerazione il trentennio di applicazione della norma con i suoi 5 milioni di aborti arriviamo alla cifra astronomica di 6.500.000.000; tutti soldi dei contribuenti utilizzati indebitamente dallo Stato che con la ratifica di leggi inique e contrarie alla legge naturale perde la sua autorità e legittimità morale e si trasforma in una entità oppressiva e malvagia.
Che dire poi della vergognosa attenzione del mondo politico e istituzionale nei confronti dell'ideologia del gender? Nel corso degli ultimi anni si sono susseguiti numerosi i tentativi di introdurre nell'ordinamento giuridico il reato di omofobia, grazie a Dio tutti falliti; tuttavia, il Parlamento è stato più volte impegnato nella discussione di un argomento che non interessa a nessuno tranne che ai pervertiti delle aule parlamentari e della società e agli opportunisti di mestiere. E chi paga il conto? Noi, naturalmente. E i soldi pubblici spesi da Comuni e Regioni per sponsorizzare numeri verdi per gay, lesbiche e trans e per accogliere con riverenza politicamente corretta le sfilate oscene degli omosessualisti? Sempre noi!
Dunque, valanghe di soldi buttati al vento per finanziare l'immoralità e la perversione nonché per attentare alla salute pubblica e sperperare così altro denaro. Infatti, come è ampiamente documentato la cosiddetta "sindrome post aborto" è molto diffusa tra le donne che hanno fatto ricorso all'Ivg e si manifesta con sintomi psichiatrici molto rilevanti e duraturi: ansia cronica, forti stati depressi, tendenze suicide, propensione all'alcolismo e alla tossicodipendenza. Tutto ciò si ripercuote sulle casse dello Stato togliendo risorse altrimenti impiegabili. D'altra parte, la stessa diffusione del comportamento omosessuale espone soprattutto gli adolescenti all'Aids e ad altre malattie sessualmente trasmissibili con perdite esorbitanti in termini di vite umane e di risorse.
Pertanto, chi è il vero parassita che impedisce alla società di crescere e svilupparsi?
Fonte: Corrispondenza Romana, 01/10/2011

venerdì 7 ottobre 2011

la Bella Addormentata do Gnocchi e Palmaro. Chi sarà il Principe che la risveglierà? Lo sappiamo già. E' il giorno che tanto attendiamo ........ che ignoriamo

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
La Bella addormentata.
Perché dopo il Vaticano II  la Chiesa è entrata in crisi.
Perché si risveglierà


Recensione del libro a firma di Cristina Siccardi


 
Nel leggere il libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, edito da Vallecchi, non si può che rimare sconcertati e addolorati nel constatare che la Chiesa è stata scossa nelle sue fondamenta fino a rischiare la profanazione della sua sacralità. Ma la Bella, oggi addormentata, da chi è stata insidiata? È lui, il grande nemico di sempre, vigile e ruggente, diabolico per essenza, Satana.
Il testo spiega in modo lineare e alla portata di tutti la patologia che ha colpito la Chiesa, facendone una diagnosi esplicita e puntuale. La crisi ecclesiale è da decenni che si manifesta, ma tutti tacevano e le poche voci coraggiose venivano subito silenziate, come esponenti di un mondo tradizionalista da perseguitare e demolire come qualcosa di pericolosissimo e settario. Quale giustificazione, allora, i cattolici davano alle cattive pieghe della Chiesa? «si imputava l’origine di tutti i mali alla mancata applicazione del Concilio o, quanto meno, all’annacquamento della sua carica innovativa: in una parola, al tradimento» (1) e i traditori più colpevoli avevano un volto preciso a causa del loro marchio di cattolicità: Monsignor Marcel Lefebvre, Romano Amerio, padre Cornelio Fabro, don Divo Barsotti, padre Pio da Pietrelcina…
Tuttavia la Verità è più forte della menzogna. Gnocchi e Palmaro lo dimostrano con questo loro compendio che sintetizza, in maniera mirabile, a volte con toni ironici, a volte con accenti gravi, ciò che è accaduto negli ultimi tempi: gli studi di grandi personalità come il teologo di Santa Romana Chiesa, Monsignor Brunero Gherardini (2), e del professor Roberto de Mattei (3) sono stati determinanti per rompere, finalmente, la calotta ghiacciata, una calotta costituita dal «superdogma» (4) del Concilio Vaticano II, così compatta e così dura che sembrava infrangibile. Ma di fronte all’evidenza di un’apostasia generalizzata, di una decadenza dei costumi, di un’ignoranza religiosa, nell’a b c della dottrina cattolica, divenuta ormai crassa, di una sete di Fede di credenti ormai insoddisfatti o, addirittura, angosciati, i perché e i punti interrogativi, ormai, sono non soltanto doverosi, ma scontati. Le voci della passata generazione che erano state scandalose e per le quali ci si copriva le orecchie per non sentirle sono state sostituite provvidenzialmente da quelle di intellettuali contemporanei. E allora, come dice don Massimo Vacchetti: «Alla vigilia dei cinquant’anni della convocazione conciliare occorre superare la stagione ideologica che ne ha caratterizzato la recezione, ricomporre le ferite inferte in questi anni e restituire al popolo cattolico quelle certezze di pensiero e di fede su cui, solo, è possibile camminare lieti di ciò che ci attende, grati per ciò che ci ha preceduto» (cfr. http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=2774).
La
Chiesa, e nessuno può negarlo, si è progressivamente secolarizzata e ciò non è, secondo Gnocchi e Palmaro, un problema di interpretazione del Concilio Vaticano II, ma un problema intrinseco a quei documenti che l’Assise ha prodotto. Ha affermato padre Serafino Lanzetta, teologo dei Francescani dell’Immacolata: «Fino a poco tempo fa, il solo pensare di potersi porre in modo critico dinanzi al Vaticano II, appariva come una cripto-eresia per la coltre di silenzio che necessariamente doveva regnare, ammantandolo solo di lodi […]. Il Vaticano II è un problema? Sì, nel senso che le radici dell’estro postconciliare non sono solo nel postconcilio. Il postconcilio non dà ragione di sé. Per amore della Chiesa e per il futuro delle fede nel mondo, bisogna esaminare la radice del problema» (5).
A stupire, nello scenario intellettuale, non sono più soltanto coloro che seguono la cosiddetta Scuola di Bologna, dove si inneggia alla “benefica” rivoluzione maturata nella Chiesa grazie al Concilio Vaticano II, ma anche la «Balena Bianca ecclesiale votata a un conservatorismo invaghito del presente» (6), si tratta di una lettura neocentrista secondo la quale le ragioni della crisi della Chiesa e, dunque, della Fede sarebbero sorte successivamente al Concilio a causa dell’interpretazione rivoluzionaria dei documenti. Pertanto, la soluzione consisterebbe nel separare il Concilio dal postconcilio. Si tratta, in definitiva, di una posizione di compromesso, un escamotage per far finta di nulla, negando l’evidenza dei fatti. Si sceglie, in pratica, la linea del Peppone di Don Camillo che, ascoltando i terrificanti racconti del parroco a riguardo della Russia sovietica, afferma: «Lasciatemi in pace, preferisco tenermi la mia idea di Russia, voi tenetevi la vostra» (7).
Fenomeni che nella Chiesa non si erano mai visti, come la rivolta liturgica o l’ecumenismo, sono chiari frutti del giacobinismo conciliare. Entrambi sono da ricondurre ad esigenze protestantizzanti: l’assemblea, la Parola e il memoriale della cena per quanto riguarda la Messa, escludendo il Santo Sacrificio, mentre l’istanza ecumenica nacque da alcuni missionari protestanti all’inizio del Novecento, i quali promossero iniziative atte a dialogare fra le innumerevoli confessioni riformate.
Il Vaticano II fu il primo Concilio ad essere esclusivamente pastorale e non dogmatico, deviando l’attenzione dalla Fede e dalla sua ortodossia, un effetto che riconduce, inevitabilmente, al clima culturale progressista degli anni Sessanta, quando l’ortoprassi prese il posto della filosofia autentica, ovvero quando ci si pose domande non più sull’esistenza (Chi chiamo? Da dove veniamo? Da chi andremo?), ma sulla contingenza esperienziale, personale e terrena.
Fu così che molti, nella Chiesa, «pensarono che quel treno, veloce e moderno, non potesse essere perduto: bisognava salirci sopra a tutti i costi» (8). Un treno che oggi è deragliato, ma che all’epoca nessuno voleva perdere perché troppo allettante era il pensiero di quei teologi che volevano, come stilisti d’avanguardia, disegnare e confezionare un abito alla moda alla Sposa di Cristo, un abito nuovo e con esso un linguaggio à la page. I novatori erano così volenterosi e tronfi delle loro idee che misero persino in dubbio il potere del Papa. Fu così che acquisirono un potere del tutto straordinario e dottrinalmente ingiustificato le Conferenze episcopali, che nacquero i consigli pastorali, le assemblee parrocchiali…
Il libro di Gnocchi e Palmaro offre anche un’interessante disamina sul potere che i media ebbero all’interno dell’Assise: furono loro, oltre che i teologi modernisti, ad influire su quei vescovi che non erano né progressisti, né fortemente legati alla Tradizione. Così accadde che padre Antoine Wenger de «La Croix», Raniero La Valle su «Avvenire d’Italia», Henri Fesquet di «Le Monde», don René Laurentin de «Le Figaro», il redentorista americano Francis X. Murphy sul «New Yorker Magazine» ed altri abbiano avuto influenza nelle decisioni conciliari. E fu così che nel Concilio non si parlò dei problemi e degli errori del mondo (per esempio il comunismo, l’indifferentismo religioso, la secolarizzazione o il modernismo nella Chiesa), bensì di come la Chiesa poteva avvicinare i «lontani», come poteva spalancare il proprio portone al mondo… e l’imprudenza fu immensa, visto che il fumo di Satana (come lo ebbe a definire Paolo VI nel 1972) poté entravi con tutta la sua virulenza.
D’altra parte gli esiti del Concilio sono stati obiettivamente visti dai vincitori di quell’Assise: «Abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all’esito del Concilio», lascia scritto il «partigiano» (9), Giuseppe Dossetti, «Si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione di un’esperienza storica vissuta nel mondo politico, anche da un punto di vista tecnico assembleare che qualcosa ha contato. Perché nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare […] ha capovolto le sorti del Concilio stesso» (10). Di fronte a queste dichiarazioni non si può restare indifferenti. Ma proprio da qui presero le mosse personaggi come Enzo Bianchi, che fondò la Comunità di Bose l’8 dicembre 1965, guarda caso, giorno della chiusura del Concilio. Eppure, la realtà ecumenica di Bose, che ha oltrepassato le più rosee speranze dei primi missionari protestanti di cui si è parlato, nonostante l’ampio successo mediatico, non ha a tutt’oggi alcun riconoscimento ecclesiastico. Il fatto che la comunità del “profeta” Bianchi «non possa essere contemplata dentro la struttura di questa Chiesa significa solo che la struttura di questa Chiesa deve mutare: troppo gerarchica, costantiniana, fondata sul potere, vecchia» (11).
Il lettore vedrà snocciolarsi, pagina dopo pagina, le ragioni di una problematicità conciliare chiara ed evidente, così netta che, se il cattolico seriamente intenzionato a comprendere la realtà dei fatti, non potrà che arrivare ad una convinzione tanto cruda quanto amara: la Chiesa è stata ingannata e allora, come disse Paolo VI, il Papa che vide la sciagura, ma non l’arrestò: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza» (29 giugno 1972). Tuttavia la Sposa di Cristo troverà la forza di risvegliarsi dal lungo letargo causato dal sonnifero conciliare e a risvegliarla saranno coloro che non usano la Chiesa per i propri fini, siano essi materiali o ideologici, ma coloro che la amano veramente, perdutamente, persino pronti a perdere se stessi per Lei.


Cristina Siccardi


Note
1. A. Gnocchi - M. Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011, p. 15.
2. B. Ghereradini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009. B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011.
3. R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010.
4. «La verità é che questo particolare Concilio [Vaticano II] non ha definito alcun dogma, e ha deliberatamente scelto di rimanere a un livello modesto, come un concilio meramente pastorale; eppure molti lo considerano quasi come fosse un super-dogma, che priva di significato tutti gli altri concili» (Cardinale Joseph Ratzinger, Santiago del Cile 1988).
5. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 16-17.
6. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 20.
7. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., pp. 30-31.
8. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 57.
9. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 109.
10. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 110.
11. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., pp. 120-121.

A. Gnocchi - M. Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011, pp. 243, € 12,50.

giovedì 6 ottobre 2011

«Tradidi quo et accepi»: intervista con don Niklaus Pfluger

"Quello che più ci importa è la Chiesa cattolica. Con Mons. Lefebvre, anche noi ripetiamo le parole di San Paolo: «Tradidi quo et accepi», trasmettiamo ciò che noi stessi abbiamo ricevuto".

Sul sito del distretto di Germania, don Niklaus Pfluger, primo Assistente generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha risposto il 29 settembre 2011 a qualche domanda sulla riunione del 14 settembre a Roma e sui documenti consegnati al Superiore generale della Fraternità.
 
 

Si sa che è stato consegnato un preambolo dottrinale di grande interesse. Benché Lei sia obbligato alla riservatezza sul contenuto del documento, può dirci come vede questo testo?

Il testo proposto ammette delle correzioni da parte nostra. E questo è necessario, se non altro per eliminare chiaramente e definitivamente la minima ombra di ambiguità o di malinteso. Da parte nostra, adesso dobbiamo consegnare a Roma una risposta che rifletta la nostra posizione e manifesti senza ambiguità le preoccupazioni della Tradizione. In forza della nostra missione di fedeltà alla Tradizione cattolica, noi non dobbiamo fare dei compromessi. I fedeli, e ancor più i sacerdoti, sanno molto bene che le offerte romane fatte nel passato alle diverse comunità conservatrici erano inaccettabili. Se adesso Roma fa un’offerta alla Fraternità bisogna che questa sia chiaramente e inequivocabilmente per il bene della Chiesa e acceleri il ritorno alla Tradizione. Noi facciamo nostri il pensiero e il modo d’agire di tutta la Chiesa cattolica: la sua missione universale, e questo fu sempre l’ardente desiderio del nostro fondatore: che la Tradizione rifiorisse dovunque nel mondo. È questo che potrebbe giustamente favorire un riconoscimento canonico della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 Certi critici dicono che Roma, con questo preambolo, vorrebbe tendere una trappola alla Fraternità: una Fraternità legittimamente integrata potrebbe apportare alla Chiesa moderna il suo “carisma della Tradizione”, ma dovrebbe anche accettare altri percorsi e il pensiero conciliare, nel senso del pluralismo.

Questa critica è del tutto giustificata e dev’essere presa sul serio. Noi non possiamo escludere l’impressione che si stabilirebbe una accettazione silenziosa, che condurrebbe in effetti a quella diversità che relativizza la sola verità: è proprio questa la base del modernismo.

Assisi III e più ancora l’infelice beatificazione di Giovanni Paolo II, insieme a molti altri esempi, dimostrano chiaramente che le autorità della Chiesa non sono sempre pronti ad abbandonare i falsi principi del Vaticano II e le loro conseguenze. Di modo che ogni offerta fatta alla Tradizione deve garantirci la libertà di continuare sia la nostra opera sia la nostra critica nei confronti della «Roma modernista». E per essere franchi, questo sembra molto, molto difficile. Ancora una volta, dev’essere escluso ogni compromesso falso e pericoloso.

È inutile comparare la situazione attuale con gli incontri del 1988. A quell’epoca, Roma voleva impedire ogni autonomia della Fraternità San Pio X, il vescovo che si voleva concedere, forse sì o forse no, avrebbe dovuto dipendere in ogni caso da Roma. A Mons. Marcel Lefebvre questo appariva troppo aleatorio. Se egli avesse ceduto, Roma avrebbe potuto veramente sperare che una Fraternità senza vescovi «propri», una volta o l’altra avrebbe finito con l’orientarsi verso la linea conciliare. Oggi la situazione è tutt’altra. Vi sono quattro vescovi e 550 sacerdoti sparsi nel mondo, mentre le strutture della Chiesa ufficiale si sbriciolano sempre più velocemente. Roma non può più confrontarsi con la Fraternità come fece più di vent’anni fa.

Intravede la possibilità di una risposta positiva? E che la Fraternità sottoscriva il preambolo?

Qui la diplomazia svolge un ruolo importante. All’esterno, Roma vuole salvare la faccia. Il Papa ha già ricevuto troppi rimproveri per aver rimesso la “scomunica” ai nostri vescovi senza preamboli. Se fosse dipeso dalla maggioranza dei vescovi tedeschi, la Fraternità avrebbe dovuto prima firmare un riconoscimento in bianco del Concilio. Del resto, è quello che essi esigono oggi. Il Papa Benedetto XVI non l’ha fatto. Lo stesso dicasi per la liberalizzazione della Messa tridentina, l’altra condizione chiesta dalla Fraternità. In tal modo Roma ha acconsentito per due volte ai desideri della Fraternità. È evidente che oggi si chiede un testo che possa essere presentato al pubblico. La questione sta nel capire se questo testo si possa sottoscrivere. Fra una settimana, i Superiori della Fraternità San Pio X si riuniranno a Roma per discutere della cosa. Ovviamente, dev’essere chiaro al Cardinale Levada e alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che non possono pretendere un testo che a sua volta la Fraternità non potrebbe giustificare di fronte ai suoi membri e ai suoi fedeli.



A chi hanno apportato maggiore vantaggio i colloqui: a Roma o alla Fraternità San Pio X?

È un punto molto interessante, quindi insisto: per noi non si tratta di acquisire un vantaggio. Noi vogliamo rendere nuovamente accessibile a tutta la Chiesa il tesoro che Mons. Lefebvre ci ha trasmesso. Su questo punto, uno statuto canonico sarebbe un beneficio per tutta la Chiesa. Per esempio, si può supporre che un vescovo conservatore possa chiedere ad un sacerdote della Fraternità di venire ad insegnare nel suo seminario diocesano. In più, una regolarizzazione della nostra posizione potrebbe anche significare che dei cattolici, che in altre occasioni si sono lasciati dissuadere da etichettature infamanti, a quel punto osino unirsi a noi. Ma non è di questo che si tratta, da 41 anni la Fraternità si è sviluppata regolarmente, e questo malgrado il pesante argomento della “scomunica”. Quello che più ci importa è la Chiesa cattolica. Con Mons. Lefebvre, anche noi ripetiamo le parole di San Paolo: «Tradidi quo et accepi», trasmettiamo ciò che noi stessi abbiamo ricevuto.

Intervista completa in versione originale su wwww.pius.info.

mercoledì 5 ottobre 2011

Novus ordo, nuovo pasticcio: quando si mette la fede ai voti

Pubblichiamo questo interessante articolo che potrebbe riassumersi così: mentre la Chiesa rimane gerarchica, la disobbedienza si organizza democraticamente ovvero si nasconde vilmente sotto forma di decisioni prese a maggioranza .....

Non tutti i vescovi sono di buona volontà


Gli italiani sono in prima fila nel disubbidire a Roma, per quanto riguarda la traduzione delle parole della consacrazione. Tedeschi e austriaci seguono a ruota. E anche nelle traduzioni del Padre nostro e del Gloria c'è disaccordo
di ***


CITTÀ DEL VATICANO, 4 ottobre 2011 – In questi giorni in tutte le parrocchie e chiese degli Stati Uniti sta arrivando la nuova versione inglese del Messale Romano, che verrà utilizzata a partire dalla prossima prima domenica di Avvento, il 27 novembre.

Numerose e molto dibattute le variazioni rispetto al precedente Messale. Ma il cambiamento che ha suscitato maggiori dispute è certamente quello che riguarda le parole della consacrazione del vino, là dove nella versione latina si legge: "Hic est enim calix sanguinis mei […] qui pro vobis et pro multis effundetur". Il "pro multis" di questa formula nelle traduzioni in lingua volgare del postconcilio è stato generalmente tradotto con "per tutti": traduzione che non solo non rispettava la lettera dell’originale latino, a sua volta derivato da testi evangelici, ma ha ingenerato anche un sottile ma vivace dibattito teologico.

Per ovviare a questi problemi, nell’ottobre 2006 ai presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo è stata inviata una lettera, su "indirizzo" di Benedetto XVI, dalla congregazione per il culto divino allora presieduta dal cardinale Francis Arinze. In essa si chiedeva di tradurre il "pro multis" con "per molti". Cosa che hanno fatto gli episcopati d’Ungheria (da "mindenkiért" a "sokakért") e di vari paesi d’America latina (da "por todos" a "por muchos"), che si accinge a fare l'episcopato spagnolo, e che ha fatto, non senza vivacissime discussioni anche tra vescovi, l’episcopato degli Stati Uniti (da "for all" a "for many"). Quanto agli episcopati di Germania e di Austria, in essi si registrano forti resistenze al passaggio dal "fur alle" al "fur viele".

Per quanto riguarda l’Italia, l’argomento è stato affrontato dai vescovi nel corso dell'assemblea plenaria della conferenza episcopale tenuta ad Assisi nel novembre del 2010, nel corso dell’esame dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano.

In quella occasione, tra i vescovi italiani si è manifestata una massiccia riluttanza a introdurre il "per molti". Nel corso dei lavori, infatti, si è insistito sul fatto che le conferenze episcopali delle singole regioni erano già state "unanimi" nello scegliere la versione "per tutti". E quando i vescovi dell'Italia intera sono stati chiamati a votare su questo punto specifico del Messale il risultato è stato questo: su 187 votanti, oltre a una scheda bianca, ci sono stati 171 voti a favore di mantenere il "per tutti", 4 per introdurre la versione "per la moltitudine" (calco da "pour la multitude" in vigore nel Messale francese), e appena 11 per il "per molti" richiesto dalla Santa Sede nel 2006.

Nella stessa riunione i vescovi italiani votarono anche a favore di due cambiamenti nel Padre nostro e nel Gloria.

Per il Padre nostro, nel corso di una duplice votazione, i vescovi hanno dapprima scartato l’ipotesi di mantenere la frase "non ci indurre in tentazione"; questa frase infatti ha raccolto solo 24 voti su 184 votanti, meno delle due che poi sono andate in ballottaggio: "non abbandonarci alla tentazione" (87 voti) e "non abbandonarci nella tentazione" (62 voti). Di queste due, la più votata nel ballottaggio è risultata infine la prima, con 111 suffragi contro 68.

Per quanto riguarda il Gloria, su 187 votanti, 151 hanno approvato la variazione "Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama", al posto di quella attualmente in uso "Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà", che ha ottenuto 36 suffragi.

A proposito di questi stessi testi, i vescovi degli Stati Uniti hanno preferito non toccare il Padre nostro, lasciando inalterata la frase "and lead us not into temptation", linguisticamente più fedele al latino "et ne nos inducas in tentationem".

Mentre per quanto riguarda il Gloria hanno scelto di cambiare le parole "and peace to his people on earth" in "and on earth peace to people of good will", anche in questo caso seguendo testualmente l’originale latino "et in terra pax hominibus bonae voluntatis


martedì 4 ottobre 2011

Prof. Roberto de Mattei: " “regola della Fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne"


Intervista al Professor Roberto de Mattei
 
Un docente cattolico è "indegno" di essere premiato

Nell'attuale cultura europea il concetto di libertà di opinione ha acquisito, anche, purtroppo in campo cattolico, venature tipicamente illuministriche ed ideologiche. In nome della difesa della libertà "di tutti" si cerca di impedire che coloro che diffondono idee ritenute in contrasto con la questa libertà le possano esprimere. Questo ha una innata valenza antireligiosa e, soprattutto, anticattolica, poiché la Fede romana ha la certezza delle Verità che proclama e questo viene percepito dai relativisti come dogmatismo intollerante, da combattere in ogni sua espressione.

In questo quadro si inserisce il caso "de Mattei - Acqui Storia", apparso sui maggiori quotidiani italiani: dal "Corriere della sera" a "il Giornale", da "la Repubblica" a "Libero". Il Premio Acqui Storia, giunto quest'anno alla 44ª edizione (la cerimonia di premiazione si svolgerà ad Acqui Terme il 22 ottobre p.v.), è diventato il più importamte riconoscimento dedicato alla storia, non soltanto a livello nazionale, ma in Europa ed è diviso in tre sezioni: storico-scientifica, storico-divulgativa e romanzo storico. Il presidente del Premio, Guido Pescosolido, si è dimesso in maniera polemica contro la scelta di premiare il saggio storico-scientifico Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau) del Professor Roberto de Mattei, Cattolico con la C maiuscola e vicepresidente del Cnr (Consiglio nazionale ricerche). Motivazione: "Si tratta di un'opera di un militante", eppure, ha dichiarato: "rispetto tutte le idee"... Rocco Buttiglione, ex ministro della Cultura, ha accusato Pescosolido di continuare una "persecuzione personale" ai danni di de Mattei. Ogni studioso legge e interpreta gli eventi sulla scorta del proprio bagaglio culturale; ma ciò non esclude di realizzare opere serie e rigorose, senza manipolazioni, nel rispetto dell'oggettività dei fatti.

Sul "Corriere della Sera" (3-x-2011) de Mattei ha scritto: "Io sono lontanissimo da Giuseppe Alberigo e da Alberto Melloni come orientamento culturale, ma riconosco che hanno svolto sul Vaticano II un lavoro scientifico di prim'ordine. Poi il loro giudizio sul Concilio è opposto al mio, ma questa è normale dialettica tra storici d'indirizzo diverso". Proprio Melloni sul "Corriere della sera" ha riconosciuto il valore storiografico e critico dell'opera di de Mattei. Ha dichiarato ("il Giornale" 3-x-2011) l'assessore alla Cultura di Acqui Terme, al quale compete l'organizzazione del Premio: "Il saggio di de Mattei non è stato votato in base a considerazioni ideologiche, tanto è vero che i giurati del premio appartengono a scuole scientifiche e tradizioni culturali diverse".
Abbiamo intervistato il Professor Roberto de Mattei.

Professore, dopo essere entrato tra i finalisti del premio Pen Club il Suo volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, ha vinto il Premio Acqui , il più prestigioso premio storico italiano. Anche in questo caso le polemiche non sono mancate, con le dimissioni addirittura del presidente della Giuria…

Il Premio Acqui Storia è stato attribuito al mio libro esclusivamente per il suo valore scientifico, indipendentemente da valutazioni ideologiche di qualsiasi natura, come ha spiegato l’assessore Carlo Sburlati, ma il prof. Guido Pescosolido, presidente della giuria, non appena si è delineata la possibilità di un mio successo, si è dimesso. Avrebbe potuto esprimere un voto contrario, come si usa in questo genere di premiazioni, mentre con le sue dimissioni e le successive dichiarazioni ai giornali ha voluto dare al suo gesto il significato di una protesta contro la mia posizione di “cattolico militante” (così mi ha definito sul “Corriere della Sera”). Osservo che qualsiasi cattolico è, o dovrebbe essere, “militante”, come membro della Chiesa, che così si definisce proprio perché sulla terra combatte. Ma ciò che i “liberali” come Pescosolido non accettano, fino al punto di rovesciare il tavolo su cui giocano, è che “cattolici militanti” possano ottenere pubblici riconoscimenti od occupare istituzioni di rilievo. Gli si può concedere la libertà di espressione solo a condizione che la esprimano nella semiclandestinità dei circoli tradizionalisti, in una condizione di sostanziale dhimmitudine. Ci troviamo di fronte a una chiara espressione di “totalitarismo liberale”.

In che senso parla di “totalitarismo”?Il totalitarismo è caratterizzato dal divieto di fare domanda, perché esige non degli uomini, ma delle macchine, che agiscano in maniera meccanica, privi di criteri di giudizio, secondo la volontà dei superiori in cui si annullano. Il totalitarismo è estraneo al Cristianesimo, che conosce certamente l’obbedienza al superiore, ma sempre scelta, mai imposta, come accade nei regimi totalitari. Il Medioevo non fu mai totalitario, perché il sovrano si piegava alla legge naturale e divina e alle tradizioni e ai costumi del regno. Fu la Rivoluzione francese che impose a ogni cittadino un’obbedienza alla Rivoluzione, svincolata da ogni criterio trascendente. Fu la Rivoluzione francese che introdusse la legge dei “sospetti”, matrice di ogni totalitarismo. In base a questa legge si veniva arrestati e condannati non per degli oggettivi crimini, ma per quelli che il sospettato avrebbe potuto commettere, in seguito alla sua educazione, alle sue amicizie, alle sue simpatie ideologiche. Lo stesso principio guidò le “purghe” staliniane: la condanna veniva decretata non verso chi avesse violato la legge, ma verso chiunque non manifestasse piena adesione, cieco entusiasmo, obbedienza servile nei confronti della Rivoluzione comunista e del suo capo. Questa mentalità totalitaria ispira la pratica del “politicamente corretto” delle società democratiche. Vi sono alcuni temi che non possono essere trattati, pena non la detenzione fisica, ma l’isolamento psicologico e morale del “sospettato”. La stessa mentalità è penetrata all’interno della Chiesa, in alcuni suoi esponenti, laici ed ecclesiastici: essa oggi si manifesta attraverso il divieto di porre domande sul Concilio Vaticano II.

Si riferisce alle critiche rivolte al suo libro anche in alcuni ambienti cattolici ?Nessuno storico può immaginare che la propria opera sia ricevuta senza discussione o controversie; ma queste discussioni avvengono, generalmente, sul piano in cui lo storico si situa: quello dei fatti che racconta. Non avrei immaginato che il mio libro fosse stato invece rifiutato da alcuni in nome di quegli stessi pregiudizi ideologici da cui Benedetto XVI invita a liberarci. Così è stato: su alcuni giornali cattolici il mio libro è stato accusato di essere “tendenzioso” e quindi inaccettabile perché da esso sembra emergere un giudizio negativo nei confronti del Concilio Vaticano II. Il Concilio, è stato scritto e ripetuto, è un atto supremo e infallibile della Chiesa e come tale non può essere messo in discussione: chi lo discute si mette, per ciò stesso, al di fuori della Chiesa.
Con questo incredibile sofisma non solo il mio studio, ma qualsiasi libro, articolo o affermazione che, rispondendo all’appello di Benedetto XVI nel suo discorso del 20 dicembre 2005, voglia porre delle questioni relative al Concilio, o al post-Concilio, viene immediatamente messo a tacere, sotto pena di scomunica se non canonica, psicologica, morale e mediatica. Chi pone sul tappeto domande sul Vaticano II viene “sospettato” di scisma ed eresie, escluso dai salotti buoni ecclesiastici, isolato nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle associazioni. Chi invece, in nome del Concilio Vaticano II, avanza tesi audaci e spregiudicate, talvolta eretiche o prossime all’eresia, viene invitato alla mensa ecclesiastica, trattato con il massimo del rispetto, considerato un interlocutore degno di ogni attenzione.

Non la sorprende che queste critiche siano venute soprattutto da cattolici “neoconservatori”?È vero. Le critiche più forti sono venute in effetti da ambienti cattolici che non vorrei chiamare “neoconservatori”, perché mi sembrerebbe far torto ai veri conservatori, ma piuttosto “neocentristi” o “neoconciliari”. Sono quei cattolici che per imporre la propria egemonia, brandiscono il “Magistero” contro la Tradizione della Chiesa, proponendosi poi come gli unici interpreti di tale effimero e magmatico Magistero, pur mai infallibile e mai definitorio. Un’altra loro caratteristica è il complesso di inferiorità nei confronti della cultura laicista, che giudicano sempre più “autorevole” e “scientifica” di quella “tradizionalista”. Sono dei minimalisti, o se si preferisce dei “catacombalisti”, perché accettano, in ultima analisi, il loro destino catacombale.

La Sua opera pare contrapporsi in maniera netta anche alla vulgata “tradizionale” sul Concilio Vaticano II, incarnata dalla cosiddetta Scuola di Bologna. Si può parlare di un’incrinatura definitiva dell’omogeneità pressoché assoluta della lettura “bolognese” dell’Assise pastorale?La “scuola di Bologna”, dopo la morte di Giuseppe Alberigo, è rappresentata oggi da Alberto Melloni e pochi altri allievi, mentre si sta formando invece una nuova scuola, che mi piace definire “romana”, in omaggio a quella grande scuola teologica di cui mons. Brunero Gherardini è oggi insigne rappresentante. Il termine Roma, ovviamente non è geografico, a differenza di quello di Bologna, ma esprime la fedeltà di questi autori al perenne insegnamento della Cattedra di Pietro. A questa scuola “romana” ascriverei l’eccellente libro appena uscito di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi, Perché si risveglierà (Vallecchi), un volume che ha il merito di sviluppare, in maniera brillante e accessibile al grande pubblico, temi importanti, come quello della Rivoluzione del linguaggio del Concilio Vaticano II.

Come reagiscono gli studenti universitari a queste nuove indagini storiografiche? Ci sono laureandi e laureati che desiderano approfondire il solco da Lei tracciato?Saranno soprattutto i giovani a sviluppare e approfondire i temi sollevati dal mio libro. Ci sono ancora molti archivi da esplorare, penso soprattutto a quelli dei Paesi dell’Est, e molti diari da portare alla luce, come quelli dei cardinali Felici e Ottaviani, di cui è certa l’esistenza, ma ancora secretati. Il vero problema però più che l’acquisizione di nuovi documenti è la discussione su quanto è conosciuto. Questa discussione il Papa l’ha aperta, l’ha sollecitata, la apprezza, come hanno confermato alcuni suoi atti successivi al discorso del 2005: mi riferisco al Motu Proprio Summorum Pontificum, con cui ha restituito libera cittadinanza al Rito Romano antico, e alla remissione della scomunica ai 4 vescovi consacrati da mons. Marcel Lefebvre. A questa discussione ho inteso dare un contributo, scrivendo una storia che, come tale, si ponesse sul piano dei fatti, cercasse la verità di quanto nel Concilio era accaduto, perché, finalmente, discutendo di esso, si sapesse di cosa si parla, e lo sapessero soprattutto i giovani, coloro che sono nati dopo il Vaticano II e che lo considerano spesso come un evento mitico, più che come un fatto storico. È soprattutto per i giovani che il mio libro è stato scritto, per aiutarli a pensare, a discutere, a situarsi nella prospettiva suggerita da Benedetto XVI.

Pensa di dedicare altri studi al XXI Concilio ecumenico della Chiesa cattolica?Uscirà a novembre, per l’editore Lindau, un mio nuovo libro sulla Tradizione della Chiesa, in cui non mancherò di rispondere ai problemi storiografici e teologici sollevati dai critici della mia storia del Concilio.
Questa incrinatura dell’edificio conciliare, che alcuni hanno definito il trionfo della Rivoluzione nella Chiesa, prelude, a Suo parere, ad un suo crollo? E, se così fosse, in che tempi?
Il Concilio Vaticano II, considerato come evento storico, e al di là di una pur necessaria valutazione teologica dei suoi documenti, è stata una vera e propria rivoluzione, non a torto definita l’89 della Chiesa cattolica. Come ogni rivoluzione esso ha costruito un edificio destinato a crollare. Ciò avverrà bruscamente, e il nostro compito è quello di non lasciarci travolgere dalle rovine, che non saranno quelle della Chiesa, ma di uomini e di strutture di Chiesa.

Crede che la Tradizione, dopo l’ubriacatura del mito dell’aggiornamento, possa ritornare ad avere il suo giusto spazio nella Chiesa?La Tradizione non è il passato, è il deposito perenne e sempre vivo, della Fede e dei costumi della Chiesa. Il suo ruolo emergerà, a mio parere, con sempre maggior forza, come è naturale che avvenga nelle epoche di crisi. L’ “ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto XVI, non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai si interrompe. Nella Chiesa infatti, la “regola della Fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio e fruisce della speciale assistenza soprannaturale dello Spirito Santo.

Cristina Siccardi
T
ratto da: http://blog.messainlatino.it/2011/10/intervista-al-professor-roberto-de.html#comments

giovedì 29 settembre 2011

L’Eucaristia è "un affacciarsi del Cielo sulla terra" (Sacramentum Caritatis, 35)

Intervento tenuto dal Cardinale Ranjith all'Assemblea Ecclesiale
della Diocesi di Porto - Santa Rufina,
il 23 settembre 2011http://www.diocesiportosantarufina.it/home/news_det.php?neid=1409
Introduzione
Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium, nomina l’Eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). Inoltre il Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri Presbyterorum Ordinis, dice così: “Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini” (Presbyterorum Ordinis, 5). Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’Eucaristia “il compendio e la somma della nostra fede” (CCC 1327).

Il ruolo determinante che l’Eucaristia svolge nella vita spirituale della Chiesa è stato riconosciuto sin dai primi momenti della sua esistenza. Proprio il brano scritturistico proposto come base di riflessione oggi, cioè Atti 2, 42-46, indica come la prima comunità dei chiamati celebrava l’Eucaristia: si usa l’espressione “klasei tou artou” – “spezzare il pane” (versetto 42-46) per definire la celebrazione eucaristica.

Ora non è mio compito introdurvi nella storia della teologia eucaristica. Sentirete su questo argomento anche il Prof. Padre Mathias Augè, CMF. Comunque è interessante ascoltare ciò che San Giustino martire scrive sui momenti più significativi della celebrazione eucaristica già al suo tempo. Egli scrive: “Nel giorno chiamato ‘del sole’ ci si raduna tutti insieme, abitanti della città o delle campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo lo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi .. sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (in greco “eucharistein”) per essere stati fatti degni da Lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: ‘Amen’. Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua « eucaristizzati » e ne portano agli assenti” (Apologia 1, 65).

Come a quel tempo, così l’Eucaristia ha continuato ad essere al centro della vita dei discepoli ed ha continuato ad animare la vita ecclesiale lungo tutti i secoli. La Chiesa ha sempre vissuto dell’Eucaristia e per l’Eucaristia crescendo sempre di più nella sua fede e nella comprensione di questo mistero anche, come spiegava il Beato Giovanni Paolo II, attraverso le scelte “dei Concili e dei Sommi Pontefici” (Ecclesia de Eucharistia, 9). Basta pensare alle mirabili pagine dottrinali del Concilio di Trento (Denzinger 877, 883, 884), delle Encicliche Mirae Caritatis di Leone XIII (1902), Mediator Dei di Pio XII (1947) e Mysterium Fidei di Paolo VI (1965).

Questo processo esplicativo della dottrina eucaristica ha continuato il suo cammino fino ad oggi, acquistando una profondità di grande rilievo soprattutto negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, specialmente nella sua costituzione dogmatica Lumen Gentium ed il decreto Presbyterorum Ordinis. Papa Giovanni Paolo II attraverso la lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha dato una singolare spinta alla dottrina eucaristica ed ora il Papa Benedetto XVI nei suoi numerosi scritti, omelie e soprattutto nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis ha stimolato nuovi impulsi di approfondimento. Credo che nel pensiero dell’attuale Papa troviamo un senso profondamente mistico dell’Eucaristia ed una visione della stessa Chiesa in chiave veramente eucaristica. I suoi scritti dimostrano ampiamente come egli sia un Papa profondamente eucaristico. Forse, il fatto di essere stato eletto alla Sede di Pietro proprio nell’anno eucaristico 2005 – 2006 ha stimolato questo suo orientamento.

Actio Dei – Actio Christi

Parlando dell’Eucaristia affermiamo prima di tutto che essa è, come la Chiesa ha sempre insistito, Actio Dei – Actio Christi. Difatti il “mistero” della liturgia cristiana, come tale, non prende tanto le sue mosse dalla terra, ossia dalla carne e dal sangue, nel tentativo titanico o disperato degli uomini di raggiungere il Cielo con le proprie forze, imitando la religione dei costruttori della torre di Babele, quanto da Dio stesso che, nei santi misteri celebrati dalla Chiesa, compie il suo piano di salvezza: svela a noi la sua grandezza e ci invita a diventare partecipi delle realtà eterne. Perciò la liturgia è soprattutto opera divina in favore dell’uomo, attuazione qui e ora, attraverso i riti e le preghiere, del disegno di comunione tra Dio e l’uomo realizzato in Cristo Gesù a beneficio di tutte le generazioni umane. I misteri storici di Cristo rivivono nella liturgia, il cui centro è rappresentato dall’Eucaristia, attirandoci a Dio e al prossimo nella realtà dell’amore divino.

In questa luce prende tutto il suo spessore l’esordio della Lettera Apostolica del Papa Benedetto XVI: “Sacramento della Carità, la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo … Gesù nel Sacramento Eucaristico continua ad amarci ‘fino alla fine’, fino al dono del suo Corpo e del suo Sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico” (Sacramentum Caritatis, 1).

L’azione Eucaristica dunque non è tanto ciò che facciamo noi, quanto ciò che il Signore realizza in noi: “Cristo ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola in Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli e la comunione con il Signore è sempre anche comunione con le sorelle e con i fratelli” (Benedetto XVI, Omelia pronunciata a Bari il 29 Maggio 2005 per la conclusione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale).

In altre parole, ciò che fonda, motiva e sostiene la celebrazione Eucaristica è la volontà divina di donarsi: “Nel Sacramento dell’altare, il Signore viene incontro all’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 27) facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento infatti il Signore si fa cibo per l’uomo affamato di verità e di libertà” (Sacramentum Caritatis, 2). Questo è proprio il movimento inverso alla religione dei costruttori della torre di Babele, i quali rappresentano, per così dire, i tentativi dell’uomo di farsi Dio, senza lo spirito di umiltà ed apertura capace di accogliere la discesa di Dio incontro all’uomo, in quella mistica d’amore che lo libera. L’Eucaristia è dunque l’espressione più tangibile di quel movimento discendente di Dio che va incontro all’uomo per stringerlo a sé in comunione mirabile – quel movimento che attraversa l’intera storia della salvezza centrata in Cristo, si prolunga e si perpetua nella celebrazione Eucaristica.

Che cos’è la liturgia della Parola, se non l’azione di Dio che rivela se stesso, la sua identità e la nostra identità in rapporto a Lui? E che cosa è la Liturgia Eucaristica se non l’incessante offerta senza misura del Dono di Cristo, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, per attirarci sempre più e meglio nella logica e nella realtà dell’amore che redime dal male e riscatta dalla morte? Non è questo il fascino dell’al di là, della chiamata a cercare le cose di lassù (cf. Col. 3, 1)? Di vedere tutta la nostra vita, le nostre scelte, come parte integrante di quell’abbraccio dell’eterno amore che siamo chiamati a realizzare tramite la celebrazione dell’Eucaristia? La nostra partecipazione a questa Actio Christi è proprio come la partecipazione di Maria nel mistero dell’Incarnazione. Non è stata Lei l’attrice principale di ciò che è avvenuto, ma il Signore stesso. Eppure, senza la sua partecipazione tale processo non avrebbe potuto realizzarsi. La prima iniziativa comunque è sempre di Dio e ciò che spetta a noi è semplicemente di adeguarci a Lui. Anche la stessa ars celebrandi deve riflettere questo senso dell’al di là (cf. Sacramentum Caritatis, 40).

Quale mistico dono di Dio alla Chiesa, l’Eucaristia deve essere sempre accolta e non stravolta, deve essere servita, custodita e fedelmente trasmessa. Lo ricorda il n. 37 dell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: “poiché la liturgia Eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento …. La celebrazione dell’Eucaristia implica, infatti, la Tradizione viva. La Chiesa celebra il sacrificio eucaristico in obbedienza al comando di Cristo, a partire dall’esperienza del Risorto e dall’effusione dello Spirito Santo”.


Dimensione dell’aldilà
L’Eucaristia è il radunarsi escatologico del popolo di Dio. Il Banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai profeti (cf. Is. 25, 6-9) e descritto nel Nuovo Testamento come « le nozze dell’Agnello » (Ap. 19, 7-9) da celebrarsi nella gloria della comunione dei Santi” (Sacramentum Caritatis, 31).

La celebrazione Eucaristica non è perciò limitata a chi vi partecipa fisicamente ma si svolge, oltre al piano terrestre della nostra partecipazione, sul piano escatologico e riflette la celebrazione nuziale ed il Banchetto dell’Agnello immolato nella Gerusalemme celeste. Per questo, già ogni celebrazione Eucaristica è fortemente apocalittica ed escatologica, come anche profondamente ecclesiale, cioè coinvolge sia la Chiesa vittoriosa del cielo, che quella sofferente nel Purgatorio come anche la Chiesa militante qui sulla terra. Proprio per questa ragione l’Eucaristia non è sotto il nostro arbitrio. È proprio questa dimensione, soprannaturale e celeste, che rende l’Eucaristia un’esperienza profondamente al di là delle nostre concezioni e del nostro controllo. Non siamo noi i protagonisti principali di ciò che accade.


Sacrificio del Calvario
D’altra parte, ciò che accade nella celebrazione Eucaristica è ciò che Cristo continua a realizzare attraverso noi sui nostri altari: il suo grande atto immolativo e salvifico della croce. Dice Papa Giovanni Paolo II “La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica” (Ecclesia de Eucharistia, 12), ma ogni Santa Messa è “l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo che si rende sempre attuale nel tempo” (ibid.). Difatti dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio” (CCC, 1367).

Diceva San Giovanni Crisostomo: “noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il Sacrificio è sempre uno solo” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei, 17, 3; PG 63, 131). L’Eucaristia dunque è il sacrificio del Calvario che si compie ogni volta sui nostri altari e chi lo adempie è Cristo stesso nella persona del sacerdote celebrante. Anzi il sacerdote celebrante viene assunto da Cristo e trasformato in un “alter Christus”.
Per questo il Santo Padre nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis dice: “è necessario, pertanto, che i sacerdoti abbiano coscienza che tutto il loro ministero non deve mai mettere in primo piano loro stessi o le loro opinioni, ma Gesù Cristo. Contraddice l’identità sacerdotale ogni tentativo di porre se stessi come protagonisti dell’azione liturgica. Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui” (n. 23).

Tutta la vita liturgica ecclesiale è solamente un’associazione a quel continuo cantico di lode che si rende al Padre per Cristo, Agnello immolato, nello Spirito Santo nella Gerusalemme celeste; non siamo noi i protagonisti principali di tale azione. D’altronde l’Eucaristia è quell’espressione privilegiata, quel sacrificio d’espiazione che piacque a Dio, che Gesù rinnova in noi per la salvezza del mondo. Per questa ragione la vita liturgica è un dono fatto a noi, è data per noi. Non siamo noi i suoi inventori. Allo stesso modo, l’Eucaristia è un dono di Cristo fatto a noi. Per tale motivo ciò che noi realizziamo sull’altare, come si esprime la Mediator Dei, non appartiene tanto a noi, quanto a Cristo perché è “il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra” (Mediator Dei, 20).


La tentazione del protagonismo
Il problema è che noi Vescovi e sacerdoti, in quanto essere umani, siamo tentati dal protagonismo: metterci al centro ci dà soddisfazione – ciò che chiamo ‘coccolare l’ego. Con la Messa celebrata versus populum tale tentazione è molto più forte. Con la nostra faccia verso il popolo aumenta la tentazione di essere uno ‘showman’.

In un bell’articolo scritto da un autore tedesco si trova il seguente commento interessante in materia: “Mentre nel passato il sacerdote funzionava come l’anonimo intermediario, primo tra i fedeli, rivolto verso Dio e non il popolo, rappresentante di tutti e con loro offrendo il sacrificio … oggi lui è una persona speciale, con caratteristiche personali, il suo stile personale, la sua faccia rivolta verso il popolo. Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non riescono a superare … per loro, il livello del loro successo nel protagonismo diventa una misura del loro potere personale e così l’indicatore di un feeling della loro sicurezza e disinvoltura personale” (K. G. Rey, Pubertaetserscheinungen in der Katholíschen Kirche, - Segni della Pubertà nella Chiesa Cattolica - Kritische Texte, Benzinger, vol. 4, p. 25).

Oggi si nota sempre di più una forte mancanza di consapevolezza di ciò che accade durante la celebrazione Eucaristica. Con questo tipo di protagonismo del quale Rey parla, il sacerdote diventa l’attore principale che esegue un’opera teatrale con altri attori su di un palco, e più creativo e attivo egli diventa, più pensa di essere riuscito ad impressionare gli spettatori e così trova una soddisfazione personale. Ma dove è Cristo in tutto questo? Lui sembra essere il grande dimenticato!

Ars celebrandi
E’ proprio per questo che il santo Padre parla - nella Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, dell’ars celebrandi, da intendersi non come un’altra arte per rendere più impressionante le celebrazioni liturgiche, nel senso descritto dall’autore Rey, ma come un modo effettivo di adeguarsi al vero senso della liturgia, adeguarsi al suo senso più profondo e mistico.

Dice il Papa: “l’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale e nazione santa (cf. 1Pt 2, 4-5, 9)” (Sacramentum Caritatis, 38). Inoltre afferma il Papa: “l’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come ad esempio l’armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell’arredo e del luogo sacro” (ibid. 40). L’ars celebrandi perciò connota fedeltà a Cristo, alla prassi della Chiesa, al senso mistico e sacro che sfugge ai nostri sensi, e fedeltà alle norme liturgiche come ai libri liturgici.

Che le norme liturgiche non vanno manipolate, toccate o ignorate è stato chiaramente indicato nella Costituzione Liturgica del Concilio - la Sacrosanctum Concilium. Essa diceva: “Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo … di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22). L’allora Cardinale Ratzinger nel suo libro Introduzione allo Spirito della Liturgia, spiega che le grandi forme rituali “sono sottratte all’intervento del singolo, della singola comunità, o anche di una Chiesa particolare. La non arbitrarietà è un elemento costitutivo della loro stessa natura. Essi [i riti] sono espressione del fatto che nella liturgia mi viene incontro qualcosa che non sono io a farmi da me stesso, che io entro in qualcosa di più grande che, ultimamente, proviene dalla Rivelazione. Per questo la liturgia è chiamata in oriente « divina liturgia », un’espressione che ne sottolinea la non disponibilità da parte degli uomini” (Introduzione allo Spirito della Liturgia, San Paolo, Milano 2001, p. 161).


Eucaristia e Adorazione
L’Eucaristia è la visibile presenza di Cristo tra noi. Difatti, come definiva il Concilio di Trento: “per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam Corporis Christi Domini Nostri, et totius substantiae vini in substantiam Sanguinis eius. Quae conversio convenienter et proprie a Sancta Cattolica Ecclesia transubstantiatio est appellata” (Denzinger, 877), e: “in almo Sanctae Eucharistiae Sacramento post panis et vini consecrationem Dominum nostrum Iesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter sub specie illarum rerum sensibilem contineri” (Denzinger, 874).

Tali constatazioni ci vengono proposte sulla base delle stesse parole di Gesù che in quell’ultima Cena con gli apostoli, la sera prima della sua morte, prendendo il pane nelle sue mani sante pronunciò quelle parole – “questo è il mio Corpo, dato per voi” (Lc. 22, 19), e, con il vino “questo calice è il nuovo patto nel mio sangue sparso per voi” (Lc. 22, 20) e poi ordinò loro: “fate questo in memoria di me” (Lc. 22, 19). Così è nata la celebrazione liturgica dell’Eucaristia.

Il sacerdote agisce in persona Christi e ripetendo le stesse parole di Gesù effettua la totale trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. La transustanziazione delle specie del pane e del vino avviene in questo modo tramite la strumentalità del sacerdote. Dice San Giovanni Crisostomo: “non è l’uomo che fa diventare le cose offerte, Corpo e Sangue di Cristo, ma è Cristo stesso, che è stato crocifisso per noi. Il sacerdote figura di Cristo, pronunzia quelle parole, ma la loro virtù e la grazia sono di Dio. Questo è il mio Corpo, dice. Questa parola trasforma le cose offerte” (De proditione Judae, 1, 6; PG 49, 380 c).

Per questa ragione le specie eucaristiche diventano non solo il ricordo vivo del sacrificio salvifico di Cristo sul Golgota, ma anche l’espressione reale, viva e tangibile della sua presenza tra noi. La Chiesa ha sempre difeso e salvaguardato questo grande dono di Cristo e la fede eucaristica. Inoltre, col passare dei secoli, altre espressioni di questa fede venivano scoprendosi gradualmente diventando un grande patrimonio di pratiche liturgiche e paraliturgiche come anche delle devozioni nuove al Signore presente nelle specie eucaristiche: adorazione eucaristica fuori dalla Santa Messa, processioni eucaristiche, visite al Santissimo Sacramento, preghiere giaculatorie, celebrazione della festa del Corpus Domini, Ora santa, Quarantore, benedizione del Santissimo Sacramento, confraternite di adoratori e congressi eucaristici. Tali pratiche hanno subito un continuo processo di sviluppo e arricchimento.

La costatazione importante qui è che siccome Cristo è presente nelle specie eucaristiche non solo durante la celebrazione della Santa Messa (quella è la concezione protestante) ma anche dopo, Gesù eucaristico deve essere adorato e glorificato sempre. Le specie eucaristiche una volta consacrate rimangono divine e così adorabili – la visibile presenza di Cristo tra noi. “E’ Lui!” Esclamava spesso San Giovanni Maria Vianney, il santo Curato D’Ars.

Ci sono purtroppo delle persone che la pensano diversamente e dicono che il Concilio Vaticano II non avrebbe dato grande importanza all’Adorazione Eucaristica. Tale constatazione non è senza una base poiché, di fatto, la costituzione liturgica del Concilio non menziona l’Adorazione Eucaristica. Il testo infatti include una sezione sulle devozioni popolari (n. 13) ma non menziona devozioni eucaristiche. È quanto mai sorprendente come dopo numerosi pronunciamenti in materia, sia nel decreto sull’Eucaristia del Concilio di Trento che nei successivi scritti Pontifici e poi nella Lettera Encliclica Mediator Dei (n.129 – 137) del Papa Pio XII, pubblicata appena qualche anno prima, nessun accenno al tema si trova nella costituzione liturgica del Concilio Vaticano II Sacrosantum Concilium. Forse è per questo silenzio che in certi ambienti era nata una presa di posizione sfavorevole all’Adorazione Eucaristica nell’epoca della riforma postconciliare. Infatti il Papa, parlando di ciò, dice: “mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’Adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto ad esempio dal rilievo secondo cui il Pane Eucaristico non ci sarebbe dato per essere contemplato ma per essere mangiato” (Sacramentum Caritatis, 66).

Tale posizione va collocata anche nell’insieme di alcune confusioni teologiche verificatesi durante e dopo il Concilio e contro le quali Papa Paolo VI già prima della fine del Concilio volle porre fine con la sua grande Enciclica sull’Eucarestia, la Mysterium Fidei. Infatti diceva Papa Paolo VI: “Tuttavia, Fratelli Venerabili, non mancano, proprio nella materia che ora trattiamo, motivi di grave sollecitudine pastorale e di ansietà, dei quali la coscienza del Nostro dovere apostolico non ci permette di tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono di questo Sacrosanto Mistero ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l'animo dei fedeli ingerendovi non poca confusione intorno alle verità di fede, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definita dalla Chiesa, oppure interpretarla in maniera che il genuino significato delle parole o la riconosciuta forza dei concetti ne restino snervati. Non è infatti lecito, tanto per portare un esempio, esaltare la Messa così detta « comunitaria » in modo da togliere importanza alla Messa privata; né insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che tutti certamente ammettono nella Santissima Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo Sacramento; o anche discutere del mistero della transustanziazione senza far cenno della mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo e di tutta la sostanza del vino nel Sangue di Cristo, conversione di cui parla il Concilio di Trento, in modo che essi si limitino soltanto alla « transignificazione » e « transfinalizzazione » come dicono; o finalmente proporre e mettere in uso l'opinione secondo la quale nelle Ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente” “(Mysterium Fidei, 9-11). Il Papa spiega quale sia l’intento dell’Enciclica: “Affinché dunque la speranza, suscitata dal Concilio, di una nuova luce di pietà eucaristica, che investe tutta la Chiesa, non sia frustrata e inaridita dai semi già sparsi di false opinioni, abbiamo deciso di parlare di questo grave argomento a voi, Venerabili Fratelli, comunicandovi sopra di esso il Nostro pensiero con apostolica autorità” (ibid. 13).

Questa lunga citazione dell’Enciclica uscita il 3 settembre 1965, già prima della fine del Concilio, dimostra quanto il Papa fosse turbato per ciò che stava accadendo. D’altronde il Papa si impegnava con una certa celerità a regolare un’altra prassi che nasceva nella chiesa, specialmente nel nord Europa, sulla ricezione della Santa Comunione. Con l’Istruzione Memoriale Domini, della Congregazione per il Culto Divino del 28 maggio 1969, Papa Paolo VI voleva regolare questa prassi, cioè la comunione sulla mano abusivamente introdotta in questi ambienti. Il documento spiega che il modo di ricevere la Santa Comunione sulla lingua doveva essere conservato, non solo perché fa parte di una lunga tradizione, ma per la ragione di conservare il senso di riverenza per il Signore Eucaristico presso i fedeli (cf. n. 8). Pur accettando la possibilità di ricevere la Santa Comunione sulla mano, l’Istruzione voleva assicurare che tutto si facesse in modo ordinato. È interessante notare come, in un sondaggio fatto presso i Padri Conciliari, la stragrande maggioranza avesse votato “non placet” a tre domande favorevoli a questa prassi (cf. n. 13). Tutte queste scelte di Papa Paolo VI dimostrano un senso di grave preoccupazione che sentiva in verso certe posizioni teologiche – dottrinali erronee, o riduttive, del Santissimo Sacramento, presso alcune scuole teologiche e liturgiche.

Anche il Papa Benedetto XVI, come abbiamo visto sopra nella Sacramentum Caritatis al n. 66, raccomanda ai fedeli di salvaguardare un grande senso di riverenza verso l’Eucaristia e non lasciarsi confondere da certe posizioni erronee. Tali posizioni effettivamente riducevano il senso divino dell’Eucaristia ad un livello puramente materialista ed umano. Il Papa osserva che già Agostino aveva detto: « nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo » (Sacr. Carit. 66).
Per il Papa senza adorazione non c’è un vero ricevimento del Signore: “ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo … soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera” (Sacramentum Caritatis, 66). Per celebrare con intenso coinvolgimento il mistero della salvezza realizzata sull’altare ci vuole un profondo atteggiamento di silenzio, contemplazione e intensa comunione con Gesù Eucaristico. Dovremmo infatti vivere tale atteggiamento di riverenza e adorazione durante tutta la giornata, per esprimere la nostra disponibilità ad essere in piena comunione con Cristo. Più adoratori diveniamo sull’altare, più saremo toccati dalla comunione trinitaria in Cristo e capaci perciò di rispondere meglio alla nostra chiamata cristiana.

Senza un atteggiamento di adorazione, perciò, non può essere completata una vera celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Come spiega Papa Benedetto XVI, ‘adorazione’ nella lingua greca è ‘proskynesis’, parola che significa un gesto di sottomissione: “il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire” (Omelia a Marienfeld, Colonia, 21 agosto 2005). La parola latina ‘adoratio’, come spiega il Papa, significa “contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi, in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è amore” (ibid.). Adorazione perciò è l’atteggiamento di lasciarsi coinvolgere nell’immenso atto d’amore e auto-donazione di Cristo sulla croce. L’Eucaristia, ripresentando questa auto-donazione sulla croce ci avvolge e ci inserisce intimamente nella sua Pasqua – il passaggio dalla morte alla vita nel quale l’egoismo, il peccato e la morte umana vengono superati definitivamente.
Non è dunque strano che i primi adoratori ai piedi della Croce, che vengono travolti dall’amore di Dio, siano stati Maria, la Madre di Dio, Giovanni e il centurione romano il quale grida la prima confessione di fede, parola di adorazione profonda: “veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” (Mc 15, 39).

Siamo noi veramente consci della grandezza di ciò che, in un certo modo, sta accadendo sui nostri altari? Le nostre espressioni di fede come “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo” oppure “in questo sacrificio o Padre, noi tuoi ministri e tutto il tuo popolo santo, celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti” oppure “O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”: sono veramente ciò che sentiamo nell’intimo del nostro cuore? Oppure sono solo suoni senza contenuto?

Il Papa chiede che ogni volta che si celebra la Santa Messa ci siano non solo il senso di raccoglimento e di sobrietà, ma anche momenti di silenzio e di contemplazione. Parlando anzi dell’actuosa participatio dice – “con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l’attuale partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato” (Sacramentum Caritatis, 52). Il Papa rigetta quell’atteggiamento di alcuni di noi che per “l’incapacità di distinguere, nella comunione ecclesiale, i diversi compiti spettanti a ciascuno”, causano la confusione dei ruoli di chi deve occupare il presbiterio e chi la navata. In particolare, è necessario “che vi sia chiarezza riguardo ai compiti specifici del sacerdote” (ibid. 53).
L’atteggiamento di venerazione verso ciò che accade esige anche, come dice il Papa, uno spirito “di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli”. E aggiunge: “non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla liturgia eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita” (ibid. 55). Inoltre Egli parla del raccoglimento del silenzio, del digiuno e, quando necessario, della confessione sacramentale (cf. Sacramentum Caritatis, 55).
L’Eucaristia – come si vede – è quel trasporsi dalla nostra quotidianità ai piedi della croce dove Cristo, assieme a Maria, Giovanni ed il centurione è l’Agnello immolato che rinnova il suo sacrificio d’amore donandosi per la nostra salvezza eterna.


La lingua sacra
Una delle banalizzazioni ed interpretazioni molto riduttive dell’Eucaristia è stata il quasi totale abbandono dell’uso della lingua latina nella liturgia. Bisogna comunque affermare che non c’è niente di negativo se noi celebriamo la liturgia nella lingua vernacolare. Anzi, la scelta del Concilio di introdurre più uso delle lingue vernacolari nella liturgia era il punto d’arrivo, dopo decenni di tentativi, soprattutto nelle Chiese d’oltralpe, affinché i fedeli partecipassero con maggior intensità alla preghiera della Chiesa, soprattutto nella sua espressione eucaristica. In un tempo nel quale la conoscenza e l’apprezzamento delle lingue classiche perdeva terreno, la Chiesa non aveva altra scelta.

Ma ciò che avrebbe dovuto accadere era un graduale ed illuminato uso delle lingue vernacolari e non l’abbandono totale di una lingua comune liturgica universalmente usata. Tale abbandono ha portato non solo a una riduzione in generale del senso del sacro, particolarmente nella liturgia, ma anche ad una sorta di convenzionalismo nei confronti della Chiesa. Noi per esempio abbiamo nello Sri Lanka, nel contesto del dopoguerra, contrasti a livello liturgico fra i due gruppi etnici e linguistici dei cingalesi e tamil, di pregare insieme in una lingua. La liturgia non ci unisce più, ma ci divide; questa è la nostra esperienza odierna.

Il Concilio non aveva auspicato un abbandono totale della lingua comune liturgica della Chiesa, la lingua latina. Di fatto, esso aveva così auspicato: “l’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium, 36). Anche nell’apertura verso le lingue vernacolari a scopi di utilità per il popolo, il Concilio aveva affermato: “si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi”. Non era previsto né era raccomandato dai Padri conciliari il totale abbandono della lingua latina, come la mens del documento Sacrosanctum Concilium chiaramente indica.

L’uso di una lingua antica nel culto religioso, una lingua non usata nel contesto odierno, è comune per molte altre religioni. Per esempio, la lingua liturgica dell’Induismo è il sanscrito, del Buddismo è il pali, e nell’Islam l’arabo coranico. Nessuna di queste lingue è parlata oggi. Ognuna di queste lingue è rispettata e riservata per esprimere qualcosa che oltrepassa il livello dei suoni e delle lettere. Nel Giudaismo, per esempio, si scrive con il tetragramma il non pronunciabile nome di Dio. Di per sé le quattro lettere di questa parola non hanno un significato linguistico particolare, ma rappresentano il sacrosanto nome di Dio nella tradizione scritta della Masora. La parola stessa non è traducibile ed è stata lasciata intoccabile sia dai rabbini, che da esperti del Giudaismo. Di fatto, in alcune culture le lingue sono nate da una combinazione di suoni e concetti liturgici. La parola “Om” nell’Induismo, o la parola “Nirvana” del Buddismo, sono parole che esprimono molto più di ciò che il suono originale rappresenta, e cercare di spiegare con altre parole tali concetti comporta un impoverimento.

La fede cattolica è spesso identificata con alcuni concetti teologici di base che non sono di per sé traducibili e che sono intimamente legati al patrimonio linguistico greco e latino nel quale tali concetti sono nati. Abbandonando questo patrimonio nella nostra liturgia si corre il pericolo di impoverimento e di gravi errori quanto al contenuto della nostra stessa fede. Per questo il Concilio era cauto su tale scelta; ed infatti incoraggiava i fedeli a “recitare e cantare insieme anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della Messa che spettano ad essi” (Sacrosanctum Concilium, 54) e i chierici a recitare l’Ufficio divino in lingua latina (cf. 101, 1). Credo che l’insistenza con la quale Papa Benedetto parli dell’uso della lingua latina e del canto gregoriano nella liturgia (cf. Sacamentum Caritatis, 62), vada nella giusta direzione, quella auspicata dal Concilio Vaticano II.

Conclusione
Nelle mie riflessioni non ho cercato di presentare una totale ed esauriente presentazione sull’Eucaristia o sulla liturgia ma, anche per la limitatezza del tempo, solo alcuni punti che a me sembrano importanti. L’Eucaristia, come dice la dottrina della Chiesa, è un mistero; mistero anche perché è il Signore. Nessuno lo ha mai capito o compreso. Le stesse sacre pagine attestano che nessun uomo capirà mai le vie del Signore: “Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti? A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia?” (Is. 40, 13-14).

La Chiesa nella sua lunga tradizione ha celebrato Cristo nella sua auto-donazione sul Calvario. Ciò che spetta a noi è solo di adeguarci a ciò che Egli, misticamente, realizza sui nostri altari, diventando noi stessi l’alter Christus, la vittima e sacerdote che, con grande devozione e fede, aderisce a lui e gli permette di abbracciarci nel suo atto d’amore: “quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo, amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus Caritas Est, 12).

Vorrei terminare questa riflessione con alcune parole del Santo curato d’Ars, bellissime per la profondità, non solo teologica, ma anche per la sua tenera affettuosità verso il Signore: “Tutte le buone opere non sono uguali nel valore quando si considera il sacrificio della Messa, perché quelle sono opere degli uomini, ma la Santa Messa è l’opera di Dio. Il martirio non è niente paragonato ad essa; esso è il sacrificio che l’uomo fa della sua vita a Dio. Ma la Messa è il sacrificio che Dio fa all’uomo del suo Corpo e del suo Sangue. Quanto grande è un sacerdote! Se capisce questo, morrà … Dio gli obbedisce; lui pronuncia due parole e il Signore scende dal cielo e si chiude dentro una piccola ostia. Quale dono!" (Piccolo Catechismo).