lunedì 24 ottobre 2011

là dove di’ ch’usura offende la divina bontade (Inf. XI, 95-96)





Le parole di Satana
La schiavitù monetaria: una mostruosità storica nata nel 1694 con la Banca dInghilterra
Goethe affermava che «nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo». Questo principio è particolarmente valido per il sistema monetario vigente. Il cittadino si illude di essere proprietario dei soldi che ha in tasca, mentre ne è debitore. La banca, infatti, emette la moneta solo prestandola, sicché la moneta circola gravata di debito. Il segno della schiavitù monetaria è data dal fatto che la proprietà nasce nelle mani della banca o, per meglio dire, del banchiere che emette prestando e prestare è prerogativa del proprietario. La moneta, invece, deve nascere di proprietà del cittadino perché è lui che, accettandola, ne crea il valore; tanto è vero che, se si mette un governatore a stampare moneta in un isola deserta, il valore non nasce perché, mancando la collettività, viene meno la possibilità stessa della volontà collettiva che causa questo valore. Come ogni unità di misura (e la moneta è la misura del valore) anche la moneta è una convenzione.
Quando la moneta era d’oro chi trovava una pepita se ne appropriava senza addebitarsi verso la miniera. Oggi al posto della miniera c’è la Banca Centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito.
Non si può comprendere come sia stata possibile questa mostruosità storica (nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra e con l’emissione della sterlina) se non si muove dalla definizione della moneta strumento (sterco) del demonio. La verità di questa definizione è stata avvertita anche da San Francesco d’Assisi quando vietava ai padri questuanti di ricevere oboli in moneta. Noi ora ne dimostreremo la piena fondatezza sulla base delle stesse parole di Satana che stanno nel Vangelo.
Satana, nel Vangelo, parla tre volte. Dopo il digiuno di Cristo nel deserto, Satana Gli dice: «Tramuta le pietre in pane». Per lo più queste parole sono interpretate nel senso di considerarle come tentazione in quanto Cristo era affamato e mangiare pane sarebbe stato motivo della tentazione. Questa interpretazione non è accettabile perché la tentazione è sempre relativa ad un peccato e mangiare pane dopo quaranta giorni di digiuno è moralmente ineccepibile. Dunque la giustificazione delle parole di Satana va intesa diversamente e chi ci dice come interpretare le parole di Satana è proprio Cristo quando, rispondendo a Satana, afferma (Matteo 4,4): «Sta scritto, non di solo pane vive luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Ciò che sorprende in questa frase di Gesù è la novità della proposta, mai considerata dai teorici dell’interpretazione, di dedurre il significato delle parole non dalla loro espressione letterale, ma dalla bocca che le pronuncia. Quelle parole erano uscite dalla bocca di Satana; sicché per interpretarle esattamente va considerata l’ipotesi, peraltro assurda, che Cristo avesse accettato l’invito di Satana e trasformato le pietre in pane. In tal caso avrebbe potuto ben dire a Cristo: «Tu puoi mangiare pane per mio merito perché io Ti ho dato il consiglio di trasformare le pietre in pane». Quindi Cristo sarebbe stato trasformato da padrone a debitore del Suo pane.
A ben guardare questa ipotesi si verifica puntualmente nell’emissione della moneta nominale. Quando la Banca Centrale emette moneta prestandola, induce la collettività a crearne il valore accettandola, ma contestualmente la espropria ed indebita di altrettanto, esattamente come Satana avrebbe fatto se Cristo avesse accettato l’invito di trasformare la pietra in pane. Se si mette al posto della pietra la carta, ed al posto del pane l’oro, al posto di Satana la banca, si riscontrano nella emissione della Sterlina oro-carta e di tutte le successive monete nominali, tutte le caratteristiche della tentazione di Satana.
Con la costituzione della Banca d’Inghilterra e del sistema delle Banche Centrali, tutti i popoli del mondo sono stati trasformati da proprietari in debitori ineluttabilmente insolventi del proprio denaro. La banca, infatti, prestando il dovuto all’atto dell’emissione, carica il costo del denaro del 200%. L’umanità è così precipitata in una condizione inferiore a quella della bestia. La bestia, infatti, non ha la proprietà, ma nemmeno il debito. È gran tempo ormai che si comprenda che tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. Con la moneta debito l’umanità è stata talmente degradata che non a caso si è verificato il fenomeno del «suicidio da insolvenza» come malattia sociale che non ha precedenti nella storia. Ciò conferma la Profezia di Fatima: «I vivi invidieranno i morti». Non si possono valutare esattamente le tentazioni di Satana se non le si considerano nel loro contesto globale. Particolarmente significativa, in questo senso, è la terza tentazione (Matteo 4, 8-9): «… Gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, poi disse a Gesù: tutto questo io Ti darò. Se Ti prostri e mi adori». Adorare prostrati significa mettere Satana sull’altare al posto di Dio. Ciò spiega perché gli adoratori di Satana contestano fondamentalmente e necessariamente l’Eucarestia Cattolica.
La circostanza che il Protestantesimo si sia basato sulla contestazione dell’Eucarestia Cattolica ed abbia promosso la costituzione delle Banche Centrali come promotrici della moneta-debito parla da sè. Non a caso il parlamento inglese approva nel 1673 il Test Act: l’editto con cui viene dichiarata illegittima l’Eucarestia Cattolica e la Transustanziazione. Non a caso nel 1694 viene fondata la Banca d’Inghilterra che emette la sterlina sulla regola di trasformare il simbolo di costo nullo in moneta, inaugurando l’era dell’oro-carta. Non a caso nasce la subordinazione del potere religioso a quello politico quando il re d’Inghilterra diventa anche capo della religione protestante anglicana sovvertendo l’ordine gerarchico del Sacro Romano Impero per cui l’autorità politica era autonoma ed eticamente subordinata alla sovranità religiosa. Non a caso quando il Protestantesimo entra in Europa continentale non fonda una chiesa, ma una banca: la Banca Protestante il cui presidente, il Neker, diventa consigliere di Luigi XIV. Non a caso tutte le monarchie cattoliche della vecchia Europa si disintegrano perché si indebitano senza contropartita verso i banchieri per la moneta satanica da questi emessa a costo nullo e che gli stessi re avrebbero potuto emettere gratuitamente per proprio conto senza indebitarsi.
Non a caso in Svizzera vige la regola di essere ad un tempo «banchieri» e «protestanti». Non a caso la differenza essenziale tra Sacro Romano Impero e Commonwealth Britannico è la moneta. Lì il portatore è proprietario delle moneta, qui è debitore. Non a caso, dopo aver tolto Dio dall’altare con la negazione dell’Eucarestia Cattolica e fondata la Banca d’Inghilterra, il Commonwealth raggiunge nel 1855 una estensione di 22 milioni e 750 mila chilometri quadrati. Oggi tutto il mondo è Commonwealth. Tutto il mondo è «colonia monetaria». Satana, principe di questo mondo, è una persona seria: mantiene le promesse fatte a fin di male. Dopo che il male è stato fatto concede ai suoi adoratori il dominio su tutti i popoli del mondo. Su queste premesse ci si spiega anche la tentazione di Satana quando esorta Cristo a gettarsi dalla cima del tempio della Città Santa. Chi è padrone di tutto il mondo e di tutto il denaro del mondo, o perché lo possiede o perché ne è creditore, non desidera sovranità e ricchezza perché già le possiede, ma ha sete di vanagloria. Si giustifica così anche questa tentazione.
Giacinto Auriti
Fonte > Abruzzopress (numero 33) del 19 aprile 2001

giovedì 20 ottobre 2011

fine dell'oblio

Maestro in Sacerdozio, maestro nella fede, colui che ha salvato la Messa di sempre...


Il vero volto di Mons. Lefebvre

Monsignor Marcel Lefebvre è nato il 29 novembre 1905 a Tourcoing (Nord della Francia) ed è morto a Martigny (Vallese, Svizzera) il 25 marzo 1991. Arcivescovo cattolico di Dakar e delegato apostolico per l’Africa francese, sarà nominato vescovo di Tulle nel 1962, poi superiore generale della Congregazione dello Spirito Santo. Grande figura fra i rappresentanti dell’opposizione al Concilio Vaticano II, nel 1970 fonda la Fraternità Sacerdotale San Pio X con lo scopo di preservare il sacerdozio cattolico.

 
Ad un anno di distanza dal primo volume "Mons. Marcel Lefebvre: nel nome della verità", la nota scrittrice cattolica Cristina Siccardi torna ad affrontare la figura del vescovo francese fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Già questo fatto dimostra chiaramente il notevole aumento d'interesse nei confronti di questo personaggio, controverso e discusso, che ha lasciato però un messaggio quanto mai attuale, proprio in questo tempo in cui sempre più voci si levano ad analizzare in modo nuovo, ed anticonformista, il grande fenomeno ecclesiale del Concilio Vaticano II.
In questo secondo volume l'autrice intende approfondire soprattutto la spiritualità e la dottrina di mons. Lefebvre, evidenziandone il profondo attaccamento alla Chiesa ed alla sua bimillenaria tradizione.

Innanzitutto va rilevato come il lavoro risulti estremamente ben documentato. Esso si basa infatti sulla diretta consultazione di manoscritti, in gran parte inediti, custoditi presso il seminario di Ècône. E proprio osservando attentamente tali manoscritti la Siccardi non trascura anche un'analisi grafologica dei documenti.

"Osservando ed esaminando la calligrafia di Monsignor Lefebvre possiamo comprenderne la trasparente e forte personalità. Scrittura di corpo medio, ordinatissima, facilmente leggibile e regolarmente allineata. Il foglio non è riempito, vengono lasciate parti bianche, dando un senso armonico allo spazio occupato; le lettere sono strette, più alte che larghe, semplici ed essenziali, unite fra di loro e sono vicine le une alle altre" (pp.11-12).

Questi elementi, unitamente ai contenuti ed alle notizie biografiche, contribuiscono alla ricostruzione della personalità dell'arcivescovo.

"Tutto ciò esprime una personalità raffinata ed elegante, pur nell'umiltà e nella sobrietà. Temperamento energico, da leader, testardo e persuasivo, come di chi sa farsi valere senza alzare il tono; insomma, autorevole e non autoritario; generosissimo e capace di soffrire in silenzio, propenso ad apprezzare la stima e l'affetto. Immediato, intuitivo e lungimirante, ricco di iniziativa e capace di prendere decisioni, sapendo coinvolgere i collaboratori" (p.12).

Un'altra caratteristica importantissima della sua personalità era senz'altro quella dell'organizzatore. Sotto questo aspetto mons. Lefebvre differisce e sovrasta di gran lunga gli altri esponenti del tradizionalismo cattolico, magari dottissimi ed eruditi, ma dotati di poco senso pratico. La sua innata capacità di coinvolgere i giovani e di formarli in uno spirito di azione autenticamente cristiano, rifuggiva sia dal settarismo, sia dal compromesso in materia di Fede e morale.
Questo fu probabilmente il segreto che preservò, e continua a preservare, la Fraternità San Pio X, dalla polverizzazione di altri movimenti, pur avendo dovuto affrontare circostanze storiche difficilissime ed estremamente pesanti.

Scorrendo le dense pagine del volume ci si rende ben conto di quale fosse la specifica e più autentica vocazione del prelato. Così la riassume Cristina Siccardi:

"Due furono le vocazioni di Monsignor Marcel Lefebvre: la prima, quella maturata fin dalla più tenera età, ovvero diventare sacerdote. La seconda: formare santi sacerdoti, mantenendo la filosofia cattolica e la teologia di san Tommaso d'Aquino…" (p. 9).



E i capitoli del libro non fanno altro che ripercorrere ed approfondire tale percorso. Il sacerdote è un «Alter Christus», il suo compito principale è quello di santificare i fratelli attraverso la celebrazione della S. Messa e la dispensa dei sacramenti. Egli deve essere necessariamente tutto di Dio e quindi non si possono conciliare con il suo ruolo né il matrimonio, né l'eccessiva dipendenza dai beni di questo mondo. Molto significativi, in tal senso, i capitoli intitolati: "Dio non ha bisogno di suonatori di mandolino" (pag. 38), "Il significato profondo della talare" (pag. 72) e "Sacerdos in aeternum" (pag. 86).

Un altro punto centrale del messaggio di mons. Lefebvre è quindi senz'altro la critica al principio della libertà religiosa enunciato dalla dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae".
Nel libro di Cristina Siccardi vengono riportate in proposito numerose dichiarazioni e scritti risalenti essenzialmente agli anni '70 e '80. Ecco un breve esempio che si collega al principio che mons. Lefebvre non si stancò mai di proclamare: la regalità sociale di Gesù Cristo:

Il Salvatore del mondo non è più chiamato a regnare sulla società perché ciò è contrario alla dignità umana dei singoli popoli, ognuno dei quali padrone di avere la propria religione e di non essere ‘disturbato’ ” (p. 14).

Egli non poteva dunque ammettere, in nessun modo, questa vera e propria detronizzazione di Nostro Signore Gesù Cristo.

Proseguendo la lettura non mancano poi i passi dove l'autrice ripercorre i momenti dolorosi che portarono alla scomunica del 1988. Anche qui però, contrariamente ad una vulgata molto accreditata dai media, mons. Lefebvre ci viene presentato come una persona ben diversa dal clichè tetro ed arcigno fatto proprio da molti giornalisti.
Egli spesso ebbe a stigmatizzare lo "zelo amaro" di coloro che criticano ogni cosa senza lo spirito di carità che riesce, più delle parole, ad incoraggiare comportamenti virtuosi ed in grado di portare frutti.

"Bisogna assolutamente evitare lo zelo amaro, peraltro condannato da san Pio X nella sua prima enciclica, E Supremi (4 ottobre 1903). Niente è invece più efficace della carità. "Si spererebbe invano di attirare le anime a Dio con uno zelo pieno di amarezza; rimproverare duramente gli errori e riprendere i vizi con asprezza causa molto spesso più danni che vantaggi". San Paolo insegna a confutare, a sgridare, ad esortare, ma aggiunge che è necessaria la pazienza e la mitezza" (p. 11).

Ma sullo sfondo, specialmente negli ultimi anni molto dolorosi della sua vita, aleggeranno sempre, negli scritti come nelle omelie, nella predicazione degli esercizi spirituali come nelle pubbliche conferenze, le drammatiche constatazioni espresse, con disarmante semplicità, nella famosa omelia di Lille nel 1976:

"Al contrario, penso che sarei stato scomunicato se a quel tempo avessi formato i seminaristi come li formano ora nei nuovi seminari; se a quel tempo avessi insegnato il catechismo che si insegna oggi, mi avrebbero chiamato eretico; e se avessi detto la santa Messa come la dicono ora, mi avrebbero definito sospetto di eresia, fuori dalla Chiesa. Allora, io non capisco. È veramente cambiato qualcosa nella Chiesa!" (p. 9) .

Dobbiamo onestamente ammetterlo: nessuno, fino ad oggi, a meno di cadere nel relativismo più spinto, è riuscito a dare risposte credibili a queste semplici constatazioni. Passano i decenni, passano gli esegeti del Concilio, si alternano le ermeneutiche, ma nessuno potrà mai dare risposte in grado di giustificare come elementi di continuità quelli denunciati da mons. Marcel Lefebvre.
Forse è proprio per questo che, a distanza di venti anni dalla sua scomparsa, la figura di questo vescovo continua ad attrarre tutti coloro che cercano, pur con i limiti di noi umani, la Verità.



Marco BONGI

Cristina Siccardi: Maestro in Sacerdozio: la spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre, ed. SUGARCO, € 23.00 (Ricco inserto fotografico con documenti inediti).
Per gentile concessione dell'Editore SUGARCO, che ringraziamo vivamente, pubblichiamo, in anteprima, il quarto capitolo de Maestro in Sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre, dal titolo

«Dio non ha bisogno di sonatori di mandolino»


L’altro pilastro della vita interiore di Monsignor Lefebvre è, come si è detto, dom Jean-Baptiste Chautard, al secolo Gustave. Ragazzo vivacissimo e chierichetto modello, Gustave diventa catechista formidabile ed amato dei saltimbanchi della fiera di Marsiglia e consacra molte ore alla visita degli infermi poveri. Un giorno sente prepotente la chiamata di Dio, che lo vuole tutto per sé. «Resiste fin che può – quindici giorni – poi si arrende» (1). Certosino, gesuita, benedettino? Ogni ordine religioso offre a lui un lato affascinante, è indeciso… poi sceglie, si arruola alla milizia di san Bernardo, solitario monaco. E quell’abate della trappa di Sept-Fons diventerà centro irradiante ed operoso di ogni santa e santificante attività della Chiesa. Il padre gli è ostile, non lo lascia andare, poi deve piegarsi, ma di lui non vorrà più saperne.
Alcuni tratti della personalità di Chautard ricordano la determinazione e la forza di Monsignor Lefebvre. Come della sua grande famiglia trappista l’abate è il padre che provvede il pane e cura le anime, raggiungendo tutto e tutti senza trascurare niente, così Monsignore sarà l’amabile padre per i seminaristi della futura Fraternità San Pio X. Entrambi istruiscono e trascinano: hanno un infinito rispetto per le anime che considerano una ad una per le loro necessità, predisposizioni e limiti. Anche nella battaglia di difesa si assomigliano. Il primo dovrà difendere con i denti, con la stessa determinazione che userà Lefebvre per le battaglie che sosterrà, il suo ordine minacciato dalla Francia attanagliata dal liberalismo che vuole sopprimere gli ordini contemplativi: dodici anni di intensa lotta, piena di ardore e di intelligenza. «Dovrà insinuarsi negli ambienti politici, trattare con uomini di ogni colore… si presenterà ai persecutori cercando di illuminarli e di risvegliare la loro coscienza. Eccolo davanti al grande nemico, il Tigre, Clemenceau (2). Quel monaco che difende a testa eretta, senza paura, il diritto di esistenza per sé e per i suoi, parla con tanta convinzione» (3). Con la stessa energia e lo stesso zelo Monsignor Lefebvre affronterà le autorità ecclesiastiche: farà presente, a volte anche con toni accesi di ardore e passione, gli inganni del Modernismo e i pericoli di una lettura soggettivistica delle realtà religiose. Entrambi sostennero la battaglia di difesa, l’uno del proprio istituto religioso, l’altro della Fede e dell’ortodossia cattolica, con tutti i mezzi a loro disposizione: il soprannaturale in loro non richiese la rinuncia di nessun lecito mezzo umano, di nessuna risorsa naturale. Seppure monaco dom Chautard fu costretto a vivere, suo malgrado, nell’azione, arrivando anche a venti ore di lavoro quotidiano. Attivissimo fu anche Monsignor Lefebvre, prima come semplice sacerdote, poi come missionario in Gabon, Arcivescovo di Dakar (4), Delegato apostolico dell’Africa francofona, Vescovo di Tulle, Superiore della congregazione dello Spirito Santo, dinamico e operoso padre conciliare, fondatore e Superiore della Fraternità San Pio X. «Il nome Marcel Lefebvre suscita in molti antipatia ed avversione, in realtà, almeno fino a poco prima dello scontro con Paolo VI è stato considerato in Vaticano per molti decenni uno dei migliori vescovi a livello mondiale della Chiesa Cattolica» (5); ma seppe ugualmente vivere in perfetto equilibrio con la vita contemplativa, avendo appreso da Chautard che «La vera fecondità del lavoro apostolico è legata alla santità dell’apostolo» (6) e che «Base di ogni azione esteriore è un’intensa vita d’unione con Dio» (7). Infine, entrambi seppero vivere con sincera umiltà ed amabile semplicità. Altro mattone fondante della vita di Monsignor Lefebvre, sorgente di tutta la sua attività, fu, come sostiene ancora Chautard, la volontà di Dio. Tutto ciò che il Vescovo francese scelse e fece fu sempre ritenuta risposta ai desideri e propositi di Dio. «Ogni attimo viene a noi carico di un comando e di un soccorso divino e va ad immergersi nell’eternità per essere poi sempre ciò che noi ne avremo fatto» (8). Era perciò logico obbedire, ciecamente, a Dio ed essergli fedele, sempre e a qualunque prezzo. «Ogni manifestazione della volontà di Dio è come una freccia d’amore tinta dal sangue divino, che viene dal seno della SS. Trinità diretta al nostro cuore; e la freccia presentandosi alla nostra volontà, porta con sé la luce e la forza: la grazia del momento presente» (9).
La prima attività del sacerdote sia per Chautard che per Lefebvre fu la propria santificazione, la seconda fu la santificazione delle anime. Sia l’uno che l’altro non ambirono mai alla forbita forma oratoria, ma, attenti allo sguardo di Dio su di sé, divennero maestri di pensiero, guide ferme e rigorose perché «Dio non ha bisogno di sonatori di mandolino» (10), ma di uomini di massima fiducia, di eterne promesse, di provata fedeltà, di lealtà schietta, di combattenti veri; non certo di gente sonnacchiosa o «gelatina profumata» (11) o di ipocriti ed infidi adulatori.
Chautard scrisse un’opera che è diventata un classico della letteratura spirituale, vero e proprio capolavoro, L’anima di ogni apostolato. Il beato Giacomo Alberione (1884-1971) scrisse: «Leggete L’anima di ogni apostolato, poi leggete la vita dell’Autore: l’una illumina l’altra; da entrambe un calore ardente di vita interiore e di vita d’apostolato». A quest’opera Monsignor Lefebvre si accostò con vivo interesse, vi aderì e la sottoscrisse.

«Tu ergo, fili mi, confortare in gratia (12). La grazia è una partecipazione alla vita dell’Uomo-Dio. La creatura possiede una certa misura di forza – e in un certo senso si potrebbe qualificare e definire una forza – ma Gesù è la forza per essenza: in Lui è la pienezza della forza del Padre, l’onnipotenza dell’azione divina, e il suo Spirito viene detto Spirito di fortezza.
In voi solo, o Gesù – diceva San Gregorio Nazianzeno – sta tutta la mia forza. Fuori di Cristo, dice a sua volta San Girolamo, non sono che impotenza» (13).

Monsignor Lefebvre seguì i cinque caratteri della forza di Gesù ben elencati da Chautard, il quale riprese san Bonaventura (1217/1221 ca.-1274), che trattò di ciò nel quarto libro del Compendium Theologiae: il primo carattere è quello di intraprendere le cose difficili e affrontare, con risolutezza gli ostacoli: «Viriliter agite et confortetur cor vestrum» (14). Il secondo è il disprezzo delle cose del mondo: «Omnia detrimentum feci et arbitror ut stercora» (15). Il terzo è la pazienza nelle tribolazioni, ovvero «Fortis ut mors dilectio» (16). Il quarto è la resistenza alle tentazioni: «Tamquam leo rugiens circuit… cui resitite fortes in fide» (17). Il quinto è il martirio interiore, così come lo descrive dom Chautard: «la testimonianza, non del sangue, ma della vita che grida al Signore: Voglio essere tutta vostra. E consiste nel combattere la concupiscenza, nel domare i vizi e nel lavorare energicamente per l’acquisto della virtù: Bonum certamen certavi» (18), pertanto poter esclamare con fierezza paolina: «Ho combattuto la buona battaglia» (19).
Abbeverarsi alle fonti spirituali e teologiche di Marmion e di Chautard significò per Monsignor Lefebvre, in definiva, indossare una corazza così resistente e impenetrabile da non poter essere scalfita da niente e da nessuno e anche quando rimarrà solo di fronte al nuovo che avanzava e sovvertiva, mandando all’aria i metodi formativi dei seminari usati fino ad allora ed affossando, con una nuova e protestantizzante liturgia, la Santa Messa di sempre, si espose con vigore, non temendo alcunché, in quanto

«mentre l’uomo esteriore conta sulle proprie forze naturali, l’uomo interiore vede in esse solo degli aiuti, utili sì ma insufficienti. Il sentimento della sua debolezza e la sua fede nella potenza di Dio, gli dànno, come a S. Paolo, la giusta misura della sua forza20. Di fronte ai pericoli che sorgono d’ogni parte, ripete con umile fierezza: Cum infiormor, tunc potens sum. Senza la vita interiore, disse San Pio X, mancheranno le forze per sopportare con perseveranza le noie che accompagnano ogni apostolato, la freddezza e la scarsa collaborazione dei buoni, le calunnie degli avversari, e talvolta le gelosie degli amici e dei compagni di lotta… Solo una virtù paziente, radicata nel bene e allo stesso tempo soave e delicata, è capace di evitare o diminuire queste difficoltà» (21).

Le parole di Chautard, brucianti vita e chiaramente sperimentate dall’autore, entrarono così profondamente in Monsignor Lefebvre che leggendole non è difficile vedere davanti a noi il pastore di Écône dalla sorprendente stabilità, una stabilità umanamente impossibile da sostenere con tutte le pressioni, che gli vennero dalle realtà e autorità sia laiche che ecclesiastiche nel tentativo di piegarlo e farlo desistere dalla sua “testardaggine”, quella che ha permesso alla Tradizione di avere un suo “nascondiglio”, un suo bunker, mentre fuori volavano missili e cadevano bombe…

«Con la vita di orazione, simile alla linfa che dalla vite scorre nei tralci, discende nell’apostolo la forza divina per fortificare l’intelligenza, radicandolo sempre più nella fede. E l’apostolo allora progredisce perché questa virtù rischiara con più viva luce il suo cammino. Avanza risolutamente perché sa ove andare e come deve raggiungere la sua meta.
Questa divina illuminazione è accompagnata da una tale energia soprannaturale di volontà, che anche il carattere più debole ed instabile diviene capace di atti eroici» (22).

È incredibile come dom Chautard sveli, con tanta naturalezza e semplicità, i segreti dell’esistere e dia la chiave per accedervi e raggiungere, con la perfezione cristiana, la felicità, seppur nel dolore. Il prezzo che Monsignor Lefebvre pagò, subendo anche la scomunica ed un ripudio da parte di quella Chiesa, per la quale offrì tutto se stesso, fu il sacrificio che con convinzione fu disposto ad offrire, pur di rimanere ancorato alla Chiesa di sempre, quella nella quale era entrato e che voleva mantenere tale come l’aveva conosciuta, senza nuovi e mondani maquillage: «È così che il manete in me, l’unione con l’immutabile, con colui che è il Leone di Giuda e il pane dei forti, spiega il miracolo della costanza invincibile e della fermezza così perfetta che nell’ammirabile apostolo san Francesco di Sales s’univano a una dolcezza e a un’umiltà senza pari», il Vescovo di Ginevra, tutto fuoco contro gli eretici, era poi tenerissimo con le anime da riportare all’unico ovile, «Lo spirito e la volontà si fortificano con la vita interiore, perché ne è fortificato l’amore. Gesù lo purifica, lo dirige e l’accresce progressivamente, lo fa partecipare ai sentimenti di compassione, di devozione, d’abnegazione e di disinteresse del suo adorabile Cuore. Se questo amore cresce fino a divenire passione, allora conduce al massimo sviluppo e utilizza a suo profitto tutte le forze naturali e soprannaturali dell’uomo» (23).
Da padre Le Floch, da dom Marmion e da dom Chautard, il giovane don Marcel Lefebvre, che fu ordinato il 21 settembre 1929 a Lille, comprese che solo Cristo deve essere l’ideale per il sacerdote e in Lui trova compimento ogni più piccola o grande aspirazione.


NOTE

1. G.B. Chautard, L’anima di ogni apostolato, Edizioni Paoline, Milano 1989, p.6.
2. Georges Benjamin Clemenceau (1841-1929) nacque nella conservatrice Vandea, da una famiglia solidamente anticlericale e repubblicana.
3. G.B. Chautard, op. cit., p. 10.
4. Ricordiamo che Monsignor Lefebvre, dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1929, venne nominato vicario in una parrocchia operaia di Lille. Entrò nella Congregazione missionaria dei Padri dello Spirito Santo, partendo per il Gabon nel 1932. Appena giunto in Africa, fu nominato professore di Dogmatica e di Sacra Scrittura al Seminario Maggiore di Libreville diventandone il direttore nel 1934. Nel settembre del 1947, fu consacrato vescovo e nominato Vicario Delegato del Senegal. L’anno successivo fu nominato Delegato Apostolico per tutta l’Africa francese. Rappresentante della Santa Sede in 18 Paesi africani, era responsabile di 45 giurisdizioni ecclesiastiche, due milioni di cattolici, 1.400 preti e 2.400 religiose. Nel 1955 divenne il primo arcivescovo di Dakar dove rimase fino al 1962. Al suo ritorno in Francia, monsignor Lefebvre fu messo a capo della piccola diocesi di Tulle, dove rimase pochi mesi poiché eletto Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo. Al Concilio Vaticano II fu uno degli animatori del Coetus Internationalis Patrum, un gruppo di 250 vescovi che tentò di opporsi alla corrente progressista.
5. M. Stanzione, in http://www.agerecontra.it/public/press/?p=10972.
6. G.B. Chautard, op. cit., p. 15.
7. G.B. Chautard, Ibidem, p. 15.
8. G.B. Chautard, Ibidem, p. 15.
9. G.B. Chautard, Ibidem, p. 15-16.
10. G.B. Chautard, Ibidem, p. 17.
11. G.B. Chautard, Ibidem, p. 17.
12. «Tu dunque, o Figlio mio, prendi vigore nella grazia» (2Tim 2,1).
13. G.B. Chautard, op. cit., p. 125.
14. «Operate da forti e il vostro cuore si rafforzi» (Sal. XXX).
15. «Mi sono privato di tutte le cose, e le ho stimate spazzatura» (Filipp. III,8).
16. «L’amore è forte come la morte» (Cant, VII, 6).
17. «Il diavolo qual leone ruggente s’aggira attorno a voi… resistetegli fermi nella fede» (I Pt 5, 8-9).
18. «Ho cercato la buona lotta». G.B. Chautard, op. cit., p. 126.
19. 2 Tim 4, 7.
20. «Poiché quando son debole, allora sono potente» (2Cor 12, 10).
21. G.B. Chautard, op. cit., pp. 126-127.
22. G.B. Chautard, op. cit., p. 127.
23. G.B. Chautard, op. cit., p. 127.

mercoledì 19 ottobre 2011

una catastrofe antropologica

Chiesa di Santa Sofia a Nicea dove fu celebrato il Concilio
Finalmente un commento non banale ai fatti di sabato scorso a Roma. Troppo flebili e fuori bersaglio sono state le reazioni delle autorità ecclesiastiche preoccupate più dell'impatto mediatico delle immagini che del fatto in sé gravissimo. Ricordiamo di aver letto tra i canoni del Secondo Concilio di Nicea (787 d. C.) che "l'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l'immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto". Volgiamo in negativo il discorso e vediamo che quanto compiuto dall'iconoclasta è qualcosa di ben più di una semplice "offesa alla sensibilità dei credenti" come sostenuto del portavoce della Santa Sede, ma una vera e propria profanazione. Né si può dire, come è stato detto, che si può sperare non intendesse compiere un atto di tal fatta un tale che mentre si accaniva sull'immagine sacra bestemmiava. Del resto impressiona il fatto che tali disordini siano avvenuti nei pressi della Basilica Lateranense, basilica Papale per eccellenza, e della Scala Santa da molto tempo rinomato centro di esorcismi e di liberazione. Il diavolo ha battuto un colpo e gli uomini di Chiesa parlano d'altro....

 

 

 

Gettata in strada e calpestata

l’immagine della Madre di Dio

di Daniele Fazio


Il centro di Roma, il 15 ottobre 2011, giorno della manifestazione internazionale dei cosiddetti Indignados è stato oggetto di una guerriglia urbana devastante, che ha lasciato danni ingentissimi agli arredi urbani, ai palazzi istituzionali e alle proprietà private dei malcapitati cittadini. Per puro caso fortuito non c’è scappato
il morto, perchè i manifestanti o quanto meno, come si dice le frange estremiste di essi, non si sono mostrati affatto tolleranti e miti nei confronti soprattutto delle forze dell’ordine. Ha molto impressionato, poi, la profanazione della parrocchia romana dei Santi Marcellino e Pietro con la distruzione di un Crocifisso e della statua della Madonna di Lourdes (n.d.r. la statua profanata è una statua dell'Immacolata e non della Madonna di Lourdes) di via Labicana.
Sin dal momento in cui arrivavano notizie e le prime cruente immagini delle manifestazione il coro del dissenso da parte degli italiani – dai politici ai singoli cittadini – è stato unanime. Ma indignarsi delle violenze degli Indignados non basta, né tantomeno superficialmente possiamo fermaci alla distinzione tra manifestanti pacifici e black bloc violenti. Questi ultimi cattivi che hanno rovinato una espressione di dissenso giusta e ammirevole. Approfondire la questione significa scoprire che i cosiddetti Indignados sono il frutto ultimo della disgregazione del tessuto sociale e culturale dell’Occidente che allontanandosi dalle sue radici – filosofia greca, diritto romano, cristianesimo –ha perso non solo la fede religiosa, ma anche il retto vivere civile e ora si vuole sempre più attestare su posizioni anarchiche e nichiliste di rifiuto di ogni e qualsiasi autorità legittima, dalla Chiesa alle autorità temporali.
Gli eventi, ma ancora di più l’ideologia degli Indignados, illustrano bene quella che da diverso tempo viene definita catastrofe antropologica. Si è ad una svolta epocale. Siamo giunti alla fine di un percorso di dissolvimento che prevede il rifiuto della verità, la dittatura del relativismo e la guerra contro la distinzione tra bene e male. Ciò incide sul modo di concepire la natura dell’uomo, i suoli legami vitali, rendendolo animale impulsivo e irrazionale, sazio e disperato, tanto che da diverso tempo si parla di post-umano che ha nelle espressioni del mondo digitale il suo principale mezzo tecnico. Il movimento degli indignati, caotico e vuoto, ha come obbiettivo la protesta per la protesta, ragion per cui è facilmente infiltrabile da parte di agenti eversivi e criminali. Ma questo tipo di violenza viene chiamato e favorito proprio dalle idee di fondo che l’ “indignazionismo” presenta. Anche se non tutti gli Indignados sono violenti – ovviamente c’è sempre l’utile idiota e il cattolico confuso - l’ambiente che la loro ideologia genera è collaterale all’espressione della violenza. È nella banalità che il male trionfa.
Il nome Indignados trae spunto da un testo di un ex militante della Resistenza francese, Stéphane Hessel, tradotto in Italia con il titolo Indignatevi, (Add editore, Torino 2011). Il piccolo testo, scarno nelle argomentazioni lancia poche tesi. Innanzitutto, vengono attaccati politici, industriali e Chiesa, che vengono definite “caste”, poi induce a pensare che per superare la crisi economica non occorre far alcun sacrificio, basterebbe cambiare establisciment con uomini vagamente leali e generosi, che possano sostenere gli antichi valori della resistenza francese e soprattutto la battaglia per i nuovi diritti di femministe ed omosessuali.
La prima manifestazione di questo movimento si è avuta a partire dal 15 maggio 2011 in Spagna protraendosi nelle contestazioni al Papa e alla Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Madrid. Rispetto al movimento no global è chiara la presenza in questa nuova espressione rivoluzionaria di una carica assolutamente anticristiana ed antisociale. Non si vuole alcun legame con la politica e i tentativi di riassorbimento da parte della sinistra di tale potenziale finora sono falliti. Ma ancora di più non si vuole alcun legame forte con nessuno, non si rivendica il diritto al pane – come nel fenomeno della “primavera araba”, - ma quello ad avere l’ultimo smartphone e soprattutto s’insiste sui cosiddetti “nuovi diritti” e sul fatto che gli Stati dovrebbero mantenere tutti coloro che non hanno un lavoro. Sono nemici degli Indignados tutti coloro che distinguono finanza buona da finanza cattiva, che richiamano alla responsabilità delle azioni dell’uomo e alla necessità di vivere con sobrietà e nella ricerca della verità per superare la crisi economica, la cui soluzione è etica e spirituale e non meramente materiale.
Come sempre si è verificato nelle tappe della Rivoluzione in Occidente, i rivoluzionari prendono spunto da problemi reali a cui danno delle soluzioni che non risolvono, bensì aggravano ancora di più il problema. Non si vuol curare una febbriciattola con la giusta medicina, ma con un virus letale che elimini non la febbre, ma l’intero organismo. Se, dunque, il motivo principale della protesta indignazionista potrebbe avere un fondo di verità in quanto intercetta il disagio generato dalla crisi economica internazionale, i suoi presupposti e le sue pseudosoluzioni restano dei mali peggiori della stessa crisi.
Che soluzioni possono essere prospettate? Innanzitutto gli autori materiali delle devastazioni devono esser punti con il carcere. Questo se funziona bene, ad esempio, in Inghilterra, in Italia proprio per il cortocircuito vigente nel sistema giudiziario tarda a trovar applicazione. I black bloc sanno benissimo che in Italia al massimo faranno due giorni di carcere e poi verranno rimessi con molta facilità in libertà. Se questa è una soluzione necessaria e immediata che grava sulla classe dirigente di un Paese, la vera risposta, però, sta, non in una retorica cieca, buonista e demagogica in cui si sono prodotti con le loro laiche benedizioni Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo, ma in una vera alternativa culturale ed educativa che rimetta al centro le priorità e i bisogni dell’uomo, spiegando che esiste un diritto naturale, che i diritti si coniugano con i doveri e che si può distinguere il bene dal male ed è realizzante optare per il primo ed evitare il secondo. Tutto questo per i cattolici ha un nome: nuova evangelizzazione. Solo con Cristo l’uomo diventa pienamente uomo.

http://santamariaelemosina.wordpress.com/2011/10/17/le-violenze-romane-e-quella-statua-profanata/

il grande inganno circa la S. Comunione in mano

S. Cirillo di Gerusalemme e la Comunione sulla mano

Archeologite Liturgica – Sacrilegio Dilagante



In UnaVox

[A proposito della questione relativa alla cosiddetta "Comunione sulla mano", riproduciamo un articolo del R. P. Giuseppe Pace, S. B. D., pubblicato nel n° di gennaio 1990 del periodico Chiesa Viva (Editrice Civiltà, via Galileo Galilei, 121, 25123 Brescia).]
La ghianda è una quercia in potenza; la quercia è una ghianda divenuta perfetta. Il ritornare ghianda per una quercia, posto che lo potesse senza morire, sarebbe un regredire. Per questo nella Mediator Dei (n. 51) Pio XII condannava l'archeologismo liturgico come antiliturgico con queste parole: «… non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del Depositum Fidei affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò».


Di una tale ossessione morbosa - di archeologite - sono preda quei pseudoliturgisti che stanno desolando la Chiesa in nome del Concilio Vaticano II; pseudoliturgisti che talora giungono al punto di spingere con l'esortazione e con l'esempio i loro sudditi a violare quelle poche leggi sane che ancora sopravvivono, e da loro stessi formalmente promulgate o confermate.
Sintomatico a questo riguardo è il caso del rito della Santa Comunione. Qualche vescovo infatti, dopo aver proclamato che il rito tradizionale, di collocare le sacre Specie sulle labbra del comunicando, è tuttora in vigore, permette tuttavia che si distribuisca la santa Comunione in cestelli che si passano i fedeli dalla mano dell'uno a quella dell'altro; o lui stesso depone le sacre Specie nelle mani nude - e sempre pulite? - del comunicando. Se si vuole convincere i fedeli che la santissima Eucarestia non è che del pane comune, magari anche benedetto, per una refezioncella simbolica, certo si è imbroccata la via piú diretta: quella del sacrilegio.
I fautori della Comunione in mano fanno appello a quell'archeologismo pseduoliturgico condannato apertis verbis da Pio XII. Dicono infatti e ripetono che in tal modo la si deve ricevere, perché in tal modo si è fatto in tutta la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente dalle origini in poi per mille anni.


È vero e certo che dalle origini in poi per quasi duemila anni i comunicandi dovevano astenersi da qualsiasi cibo e bevanda, dalla vigilia fino al momento della santa Comunione, in preparazione alla medesima. Perché quelli dell'archeologite non restaurano un tale digiuno eucaristico? che certamente contribuirebbe non poco a mantenere vivo nella mente dei comunicandi il pensiero della santa Comunione imminente, e a disporveli meglio.
È invece certamente falso che dalle origini in poi per mille anni ci sia stata in tutta la Chiesa, in Oriente e in Occidente, la consuetudine di deporre le sacre Specie nelle mani del fedele.


Il cavallo di battaglia di quei pesudoliturgisti è il seguente brano delle Catechesi mistagogiche attribuite a san Cirillo di Gerusalemme: «Adiens igitur, ne expansis manuum volis, neque disiunctis digitis accede; sed sinistram velut thronum subiiciens, utpote Regem suscepturæ: et concava manu suscipe corpus Christi, respondens Amen». (Andando quindi [alla Comunione] accostati non con le palme delle mani aperte, né con le dita disgiunte; ma tenendo la sinistra a guisa di trono sotto a quella che sta per accogliere il Re; e con la destra concava ricevi il corpo del Cristo, rispondendo Amen).
Giunti a questo Amen, si fermano; ma le Catechesi mistagogiche non si fermano lí, ed aggiungono:

«Postquam autem caute oculos tuos sancti corporis contactu santificaveris, illud percipe… Tum vero post communionem corporis Christi, accede et ad sanguinis poculum: non extendens manus; sed pronus [in greco: 'allà kùpton, che il Bellarmino traduce genu flexo], et adorationis ac venerationis in modum, dicens Amen, sancticeris, ex sanguine Christi quoque sumens. Et cum adhuc labiis tuis adbaeret ex eo mador, manibus attingens, et oculos et frontem et reliquos sensus sanctifica… A communione ne vos abscindite; neque propter peccatorum inquinamentum sacris istis et spiritualibus defraudate mysteriis». (Dopo che tu con cautela abbia santificato i tuoi occhi mettendoli a contatto con il corpo del Cristo, accostati anche al calice del sangue: non tenendo le mani distese; ma prono e in modo da esprimere sensi di adorazione e venerazione, dicendo Amen, ti santificherai, prendendo anche del sangue del Cristo. E mentre hai ancora le labbra inumidite da quello, toccati le mani, e poi con esse santifica i tuoi occhi, la fronte e tutti gli altri sensi… Dalla comunione non staccatevi; né privatevi di questi sacri e spirituali misteri neppure se inquinati dai peccati). (P. G. XXXIII, coll. 1123-1126).


Chi potrà sostenere che un tale rito fosse sia pure un po' meno che per mille anni consueto nella Chiesa universale? E come conciliare un tale rito, secondo il quale è ammesso alla santa Comunione anche chi è inquinato di peccati, con la consuetudine certamente universale sin dalle origini che proibiva la santa Comunione a chi non era santo?: «Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem seipsum homo: et sic de pane illo edat, et de calice bibat. Qui enim manducat et bibit indigne, indicum, sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini». (Perciò chiunque abbia mangiato di questo pane e bevuto del calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Si esamini dunque ognuno: e cosí [trovatosi senza peccati gravi] di quel pane si cibi e di quel calice beva. Colui infatti che ne mangia e ne beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non discernendo il corpo del Signore ). (I Corinti, 11, 27-29).


Un tal stravangante rito della Santa Comunione, la cui descrizione si conchiude con l'esortazione di fare la santa Comunione anche se inquinati di peccati, non fu certo predicato da San Cirillo nella Chiesa di Gerusalemme, né poté essere lecito in qualsivoglia altra Chiesa. Si tratta infatti di un rito dovuto alla fantasia, oscillante tra il fanatismo e il sacrilego, dell'autore delle Costituzioni Apostoliche: un anonimo Siriano, divoratore di libri, scrittore instancabile, che riversa nei suoi scritti, indigerite e contaminate dai parti della sua fantasia, gran parte di quelle sue stesse letture; che al libro VIII di dette Costituzioni apostoliche, aggiunge, attribuendo a san Clemente Papa, 85 Canoni degli Apostoli; canoni che Papa Gelasio I, nel Concilio di Roma del 494, dichiarò apocrifi: «Liber qui appellatur Canones Apostolorum, apocryfus (P. L., LIX, col. 163).
La descrizione di quel rito stravagante, se non necessariamente sempre sacrilego, entrò nelle Catechesi mistagogiche per opera di un successore di san Cirillo, che i piú ritengono sia il vescovo Giovanni, cripto-ariano, origeniano e pelagiano; e perciò contestato da sant'Epifanio, da san Gerolamo e sant'Agostino.

Come può il Leclercq affermare che: «… nous devons y voir [in detto rito stravagante] une exacte représentation de l'usage des grandes Eglises de Syrie»? Non lo può affermare che contraddicendosi, dato che poco prima afferma trattarsi di: «… une liturgie de fantasie. Elle ne procède et elle n'est destinée qu'à distraire son auteur; ce n'est pas une liturgie normale, officielle, appartenant à une Eglise déterminée» (Dictionaire de Archeologie chretienne et de Liturgie, vol. III, parte II, col. 2749-2750).

Abbiamo invece delle testimonianze certe della consuetudine contraria, e cioè della consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando, e della proibizione ai laici di toccare dette sacre Specie con le proprie mani. Solo in caso di necessità e in tempo di persecuzione, ci assicura san Basilio, si poteva derogare da detta norma, ed era concesso ai laici di comunicarsi con le proprie mani (P. G., XXXII, coll. 483-486).
Non intendiamo, è chiaro, passare in rassegna tutte le testimonianze invocate a dimostrare che nell'antichità vigeva la consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando laico; ne indichiamo solo alcune sintomatiche, e peraltro sufficienti a smentire quanti affermano che per mille anni nella Chiesa universale, sia d'Oriente che d'Occidente, fu consuetudine deporre le sacre Specie nelle mani dei laici.

Sant'Eutichiano, Papa dal 275 al 283, a che non abbiano a toccarle con le mani, proibisce ai laici di portare le sacre Specie agli ammalati: «Nullus præsumat tradere communionem laico vel femminæ ad deferendum infirmo» (Nessuno osi consegnare la comunione ad un laico o ad una donna per portarla ad un infermo) (P. L., V, coll. 163-168).
San Gregorio Magno narra che sant'Agapito, Papa dal 535 al 536, durante i pochi mesi del suo pontificato, recatosi a Costantinopoli, guarí un sordomuto all'atto in cui «ei dominicum Corpus in os mitteret» (gli metteva in bocca il Corpo del Signore) (Dialoghi, III, 3).



Questo per l'Oriente; e per l'Occidente, si sa ed è indubitabile che lo stesso san Gregorio Magno amministrava in tal modo la santa Comunione ai laici.
Già prima il Concilio di Saragozza, nel 380, aveva lanciato la scomunica contro coloro che si fossero permessi di trattare la santissima Eucarestia come se si fosse in tempo di persecuzione, tempo nel quale anche i laici potevano trovarsi nella necessità di toccarla con le proprie mani (SAENZ DE AGUIRRE, Notitia Conciliorum Hispaniæ, Salamanca, 1686, pag. 495).

Innovatori indisciplinati non mancavano certo neppure anticamente. Il che indusse l'autorità ecclesiastica a richiamarli all'ordine. Cosí fece il Concilio di Rouen, verso il 650, proibendo al ministro dell'Eucarestia di deporre le sacre Specie sulla mano del comunicando laico: «[Presbyter] illud etiam attendat ut eos [fideles] propria manu communicet, nulli autem laico aut fœminæ Eucharistiam in manibus ponat, sed tantum in os eius cum his verbis ponat: "Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et ad vitam æternam". Si quis hæc transgressus fuerit, quia Deum omnipotentem comtemnit, et quantum in ipso est inhonorat, ab altari removeatur» ([Il presbitero] baderà anche a questo: a comunicare [i fedeli] di propria mano; a nessun laico o donna deponga l'Eucarestia nelle mani, ma solo sulle labbra, con queste parole: "Il corpo e il sangue del Signore ti giovino per la remissione dei peccati e per la vita eterna". Chiunque avrà trasgredito tali norme, disprezzato quindi Iddio onnipotente e per quanto sta in lui lo avrà disonorato, venga rimosso dall'altare). (Mansi, vol. X, coll. 1099-1100).
Per contro gli Ariani, per dimostrare che non credevano nella divinità di Gesú, e che ritenevano l'Eucarestia come pane puramente simbolico, si comunicavano stando in piedi e toccando con le proprie mani le sacre Specie. Non per nulla sant'Atanasio poté parlare dell'apostasia ariana (P. G., vol. XXIV, col. 9 ss.).

Non si nega che sia stato permesso ai laici di toccare talora le sacre Specie, in certi casi particolari, o anche in alcune Chiese particolari, per qualche tempo. Ma si nega che tale sia stata la consuetudine della Chiesa sia in Oriente che in Occidente per mille anni; e piú falso ancor affermare che si dovrebbe fare cosí tuttora. Anche nel culto dovuto alla santissima Eucarestia è avvenuto un sapiente progresso, analogo a quello avvenuto nel campo dogmatico (con il quale non ha nulla a che fare la teologia modernista della morte di Dio).
Detto progresso liturgico rese universale l'uso di inginocchiarsi in atto di adorazione, e quindi l'uso dell'inginocchiatoio; l'uso di coprire la balaustra di candida tovaglia, l'uso della patena, talora anche di una torcia accesa; e poi la pratica di fare almeno un quarto d'ora di ringraziamento personale. Abolire tutto ciò non è incrementare il culto dovuto a Dio nella santissima Eucarestia, e la fede e la santificazione dei fedeli, ma è servire il demonio.



Quando san Tommaso (Summa Theologica, III, q. 82, a 3) espone i motivi che vietano ai laici di toccare le sacre Specie, non parla di un rito di recente invenzione, ma di una consuetudine liturgica antica come la Chiesa. Ben a ragione il Concilio di Trento non solo poté affermare che nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevevano la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé; ma addirittura che tale consuetudine è di origine apostolica (Denzinger, 881). Ecco perché la troviamo prescritta nel Catechismo di san Pio X (Questioni 642-645). Ora tale norma non è stata abrogata: nel Nuovo Messale Romano, all'articolo 117, si legge che il comunicando tenens patenam sub ore, sacramentum accipit (tenendo la patena sotto la bocca, prenda il sacramento).
Dopo di che non si riesce a capire come mai gli stessi promulgatori di tanto sapiente norma, ne vadano dispensando le diocesi una dopo l'altra. Il semplice fedele di fronte a tanta incoerenza, non può che concepire una grande indifferenza nei riguardi delle leggi ecclesiastiche liturgiche e non liturgiche.

tratto da: http://muniatintrantes.blogspot.com/2011/10/s.html

domenica 16 ottobre 2011

oremus pro Pontifice nostro Benedicto!

"Come già ho fatto poc’anzi durante l’omelia della Messa, approfitto volentieri di questa occasione per annunciare che ho deciso di indire uno speciale Anno della Fede, che avrà inizio l’11 ottobre 2012 – 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II – e si concluderà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’universo. Le motivazioni, le finalità e le linee direttrici di questo “Anno”, le ho esposte in una Lettera Apostolica che verrà pubblicata nei prossimi giorni. Il Servo di Dio Paolo VI indisse un analogo “Anno della fede” nel 1967, in occasione del diciannovesimo centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, e in un periodo di grandi rivolgimenti culturali. Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del Concilio, legata alla felice memoria del Beato Papa Giovanni XXIII, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede, l’esigenza di rafforzarla e approfondirla a livello personale e comunitario, e farlo in prospettiva non tanto celebrativa, ma piuttosto missionaria, nella prospettiva, appunto, della missione ad gentes e della nuova evangelizzazione" (Benedetto XVI, all'Angelus di Domenica 16 ottobre 2011)

sabato 15 ottobre 2011

hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza

L'abbé Barthe presenta lo stato dell'arte circa la riconciliazione tra Santa Sede e la FSSPX


- Ho sentito dirle lunedì 10 ottobre, su Radio Courtoisie, che il riconoscimento della FSSPX le pareva, in sé, ineluttabile, ma proprio per la prossimità dell'evento i granelli di sabbia che potrebbero fermare il meccanismo appaiono più chiaramente.
Abbé Claude Barthe - Sì. I superiori dei distretti che hanno partecipato alla riunione di Albano, il 7 ottobre, presieduta dal Vescovo Fellay, hanno preso conoscenza del preambolo proposto alla FSSPX prima della discussione sulla forma canonica del riconoscimento. Di colpo, più o meno informati, un certo numero di membri della FSSPX ostili ad una ufficializzazione della loro società, fanno presente il rischio di questa nuova fase della vita della FSSPX. Non si può negare che qualsiasi cambiamento comporti un rischio. Ma la stagnazione è a volte peggio, il che mi sembra essere il caso qui. Pretendono dunque, se ho ben compreso, da una parte che il preambolo richiama il Catechismo della Chiesa cattolica come "interpretazione" del Concilio, e dall'altra altra parte che la situazione proposta alla FSSPX sarà molto meno vantaggiosa di quella che essa era stata proposta in precedenza.

- Questo è vero?
Abbé Claude Barthe - Per quanto concerne la soluzione canonica, se fosse vero, perché non avrebbero accettato la proposta precedente, ripetuta tre volte tra il 2000 e il 2009? In realtà, la proposta attuale è assolutamente simile alla precedente. È anzi ancora meglio a causa della situazione molto più favorevole. La prelatura personale era già stata proposta dal Cardinale Castrillón: costruita su misura, è certamente la più gratificante e più "autonoma" soluzione per mons. Fellay e l'insieme di tutte le 'società' che saranno sotto la sua giurisdizione personale. E soprattutto, in ogni caso, il fatto che la FSSPX abbia propri vescovi le dà, indipendentemente dai dettagli dell'accordo legale, una considerevole libertà liturgica e disciplinare. In realtà, deve essere chiaro: il problema della forma canonica è inesistente.

- Ma il preambolo dottrinale?
Ne serviva ben uno, dal momento che la FSSPX aveva ottenuto la discussione dottrinale. Si può immaginare che questo preambolo sia un testo diplomatico che non impegna a nulla e che permette a ciascuno di non perdere la faccia. Sul lato della FSSPX, nella misura in cui la frase liberatrice inserita nel comunicato della Santa Sede e il Vescovo Fellay, pubblicato il 14 settembre, si trova necessariamente, nella sostanza, nel preambolo, ciò rafforza particolarmente la giurisprudenza stabilita dal 1988, precisando che sono lasciati "a una discussione legittima lo studio e la spiegazione teologica di espressioni o formulazioni specifiche presenti nei testi del Concilio Vaticano II e del Magistero che ne è seguito". Sul lato della Congregazione per la Dottrina della Fede: il Catechismo della Chiesa cattolica e l'interpretazione del Concilio? Concedo a priori ai membri della Congregazione che essi non sono caduti a testa in giù: sanno come lei e me che il CCC non è magisteriale. Tuttavia, è vero che può servire come una garanzia del fatto che il Vaticano II è interpretabile in un senso di continuità. Cosa che la FSSPX contesta. Ma poiché il preambolo è, a dire dei protagonisti, modificabile, ci si può necessariamente interdere su dei termini che presentano al meglio il vero perno di tutto questo "concordato": una reciproca "tolleranza" tra persone che si accordano in buona fede. Qui anche, bisogna dirlo: il problema del preambolo dottrinale è inesistente in sé.

-Quindi, il caso è risolto?
Abbé Claude Barthe - Macché! Quanti processi storici sono affondati a causa di eventi minori. Perché questo che si dispiega oggi è un processo storico fondamentale nel dopo Concilio, e questa proposta per il riconoscimento ufficiale è un elemento tra gli altri, mentre la Chiesa d'Occidente, a 50 anni dell'apertura del Concilio Vaticano II, è in un vero e proprio stato di fallimento dal punto di vista della fede del popolo cristiano, della disciplina, delle vocazioni sacerdotali, della trasmissione catechistica, ecc. Il fatto di dare una voce ufficiale alla FSSPX, insieme al Motu Proprio, con l'aggiunta di tutto il movimento intellettuale crescente, soprattutto in Italia, per far tabula rasa di ciò che ha rappresentato l'evento del Concilio Vaticano II - che, per dirlo in un'espressione, certo troppo sintetica, ha consacrato una regressione teologica e liturgica impressionante rispetto al pontificato di Pio XII - costituisce, hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza. I due protagonisti, il Papa e mons. Fellay, chiaramente ne hanno una chiara coscienza.


Fonte: Riposte catholique (traduzione Messa in Latino)

venerdì 14 ottobre 2011

acque sempre più mosse

 Le acque sono sempre più mosse, ma più si muovono e più si fa chiarezza. Come è sempre accaduto nella storia della Chiesa. E' l'immobilismo a far paura, ad essere nemico dell'unico ovile con il suo unico Pastore. "Non si è affatto conclusa la stagione post-conciliare", ha scritto Andrea Morigi su "Libero", dell'11 ottobre 2011, "se Papa Bendetto XVI richiama la necessità di distinguere fra due interpretazioni contrapposte, quella 'della discontinuità e della rottura' e quella della 'riforma, della continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato' ". Però, se non si è conclusa la stagione post-concliare, dopo quasi cinquant'anni, significa che qualcosa di importante, ma anche di grave, è successo nella stagione conciliare (1962-1965). Allora ben vengano gli studi, le ricerche, gli approfondimenti, le scoperte... attraverso i testi, i protagonisti, i documenti, i fenomeni storici, sociologici, culturali, mediatici dell'epoca in questione. Morigi pone di fronte, l'una contro l'altra, le posizioni di chi è con la Tradizione e di chi è progressivamente nemica di essa, dunque, a suo parere, è corretta la posizione del "compromesso". Eppure non ci è stato insegnato così dalla Chiesa: i suoi Dottori, i suoi santi insegnano che l'unico metodo valido per rimanere saldi e fedeli alla Verità portata da Gesù Cristo è proprio la Tradizione, quella linea aurea che lega omogeneamente il passato, il presente, il futuro. Il Beato Cardinale John Henry Newman si convertì per ben tre volte (da superstizioso a calvinista, da calvinista ad anglicano, da anglicano a cattolico), approdando a Santa Romana Chiesa, proprio solo e grazie alla Tradizione dottrinale e liturgica. A dimostrarlo resta il suo immenso e straordinario patrimonio biografico e bibliografico. Dice ancora Andrea Morigi: "Insegnare al Papa come si fa il Papa, del resto, è un esercizio tipicamente moderno". Non è vero affatto: la storia sacra insegna. La grande Caterina da Siena fu davvero buona maestra, basta leggere il suo epistolario per compredere l'amore per la Sposa di Cristo e, dunque, aiutò il Papa, così come fecero sant'Atanasio, sant'Eusebio da Vercelli, santa Ildegarda di Bingen, santa Maria Maddalena de' Pazzi, san Francesco di Assisi, san Francesco di Sales e diremmo anche santi come il Curato d'Ars, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco, Pio da Pietrelcina... insomma, la comunione dei santi, tutti protagonisti della Tradizione, è sempre vicino al Papa per sostenerlo, incoraggiarlo, aiutarlo fra tanti lupi famelici... E' interessante, ma soprattutto importante per le anime, proseguire le indagini e capire veramente che cosa successe in quel XXI Concilio Vaticano II. (Cristina Siccardi).

Ecco, dunque, la proposta di leggere questo invitante articolo del Professor Roberto de Mattei, uscito ieri su "il Foglio".

Una brusca sveglia per la chiesa
“Bella Addormentata” dopo il Concilio

Tra meno di un anno celebreremo il mezzo secolo che ci separa dal Concilio Vaticano II, ma le polemiche che in questi giorni hanno accompagnato l’attribuzione del premio Acqui Storia al mio libro “Il Concilio Vaticano II una storia mai scritta” (Lindau 2010) confermano come quell’evento rappresenti un nodo storico ancora da sciogliere, soprattutto per il mondo cattolico.
“Tutti constatano la crisi, ma nessuno vuol dire che è stato il Concilio Vaticano II a produrla: non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali”, scriveva nel 2001 don Gianni Baget Bozzo, aprendo il suo saggio “L’Anticristo”. Oggi però le domande sul tappeto sono troppo numerose e urgenti perché si possa continuare a schivarle. E non eludono il problema anzi lo affrontano di petto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro ultimo libro dall’immaginifico titolo “La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi.Perché si risveglierà” (Vallecchi, 2011, pp. 246, euro 12,50): un eccellente contributo per comprendere quanto accadde a Roma tra l’11 ottobre del 1963 e l’8 dicembre del 1965, e soprattutto cosa avvenne nella chiesa dopo quel fatidico triennio.


La Bella Addormentata è la chiesa che, malgrado i peccati dei suoi membri, resta splendente e immacolata, perché non è, in sé, mai peccatrice. Essa però oggi pare addormentata, perché negli ultimi decenni, gli errori e i tradimenti dei suoi membri sembrano averla immersa in un sonno che assomiglia alla morte.


Come altro definire se non sonno, la paralisi che attanaglia oggi sacerdoti e religiosi davanti agli attacchi crescenti di chi vorrebbe liquidare o stravolgere le dottrine e le strutture stesse della chiesa? Il peccato di silenzio e di omissione è un sonno dell’anima, che ha la sua radice nel mutato atteggiamento della chiesa davanti al mondo, proposto dal Vaticano II: un Concilio che si propose come solamente pastorale, e non dogmatico, come se tutti i precedenti concili dogmatici non fossero stati anch’essi pastorali.


Il fatto è che il termine pastorale non era altro che la trascrizione, all’interno della Chiesa, della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta. Attraverso il primato della prassi si pretendeva portare nella chiesa la stessa rivoluzione con cui, pochi anni dopo, il Sessantotto investì la società occidentale. La rivoluzione ci fu, ma nel linguaggio e nella mentalità, più che nella dottrina. La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Gnocchi e Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico.


Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Il latino è stato abbandonato, l’apologetica dileggiata e denigrata, lo stile definitorio sostituito da un nuovo linguaggio pastorale, tanto vago e confuso quanto il primo era nitido e netto. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali: gli indici di ascolto in luogo di indicatori del grado di evangelizzazione, la popolarità in luogo di misura della santità.


La assunzione del linguaggio mediatico proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. La Chiesa ha come fine l’annuncio della Verità, costi quel che costi, mentre nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione. Ma il messaggio si diffonde talvolta tanto più ampiamente quanto nasconde o deforma una verità e il successo della comunicazione prevale sulla verità del messaggio comunicato. E siccome il mezzo è il messaggio, in ultima analisi, spiegano lucidamente gli autori del volume, la scena è dominata da mezzi di comunicazione che comunicano se stessi. In termini filosofici non interessa quello che Kant avrebbe chiamato la cosa in sé, il “noumeno”, ma il fenomeno. E’ vero solo ciò che è comunicato e nella misura in cui questo messaggio viene diffuso.


Quali sono stati i frutti di questo cambiamento pastorale? I più evidenti e clamorosi stanno nella crisi del sacerdozio. In Francia, per fare un esempio, alla vigilia del Concilio erano ordinati quasi mille sacerdoti ogni anno. Nel 2010 i sacerdoti ordinati sono stati 88, meno del dieci per cento di quanto avveniva. Ma al di là dei numeri, ciò che è evidente e palpabile è la crisi della spiritualità, che si esprime con la sostituzione del primato dell’azione a quello della contemplazione. La gran parte dei pastori oggi è affetta dal morbo del “fare”, ovvero da un frenetico attivismo che fa dimenticare la preghiera e l’adorazione.


L’abatino con lo spiderino rosso che si presenta al don Camillo di Guareschi o il don Alfio di Verdone in “Io, loro e Lara”, ma anche il parroco che ognuno di noi incontra nella chiesa accanto, incarnano un tipo umano che è figlio – legittimo o illegittimo, questo è un altro discorso – del Concilio Vaticano II. Essi mostrano tutta la tragedia di un cattolicesimo che, spiegano bene Gnocchi e Palmaro, “ha mutato secoli di metafisica in povera antropologia”. Il volume si chiude con quella nota di ottimismo soprannaturale che deve caratterizzare il pensiero e l’azione di ogni cattolico. Chi sarà il principe azzurro che risveglierà la Bella Addormentata?


Forse proprio il popolo dei fedeli, le pecorelle abbandonate “a cui toccherà chiedere che la Tradizione e la dottrina della chiesa, che la Messa e i sacramenti siano rispettati e resi al popolo come Dio vuole”. Che questa sia la strada giusta da seguire ce lo conferma un recente discorso tenuto lo scorso 18 settembre da Giovanni Franzoni a un convegno teologico madrileno. Franzoni, classe 1928, ex prete, ex abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, è uno dei pochissimi Padri conciliari ancora sopravvissuti (insieme, in Italia, al suo amico mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea).


In quel discorso dopo aver ricostruito gli umori, le attese, le delusioni dei progressisti, durante e dopo l’assise conciliare, egli giunge a questa conclusione: “Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili”.


Per Franzoni, insomma, come per la scuola di Bologna e perfino per alcuni appartenenti alla “balena bianca ecclesiale”, la regola di fede è il Concilio Vaticano II. La strada suggerita da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e seguita da Gnocchi e Palmaro nel loro bel libro è quella, opposta, della rilettura, quando necessario critica, del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione.


Roberto de Mattei - "Il Foglio" 13-10-2011

giovedì 13 ottobre 2011

«quod Ecclesia semel docuit, semper docuit»

Circa il falso ecumenismo


[…] la differenza tra cattolici ed acattolici, per quanto si vogliano fratelli, sta sul piano della fede. Bisogna avere il coraggio di dirlo e di dirlo sempre. Usare tattiche scivolose quanto cortesi, sfumare tutti i contorni in un incerto crepuscolo che abolisca gli aspetti imbarazzanti, non è fare dell'ecumenismo. Esso è tale quando, coll'esercizio di ogni virtù, con tutti i sacrifici personali, con tutta la consistente pazienza, con la più affettuosa delle carità, mette dei termini chiari. Forse che sarebbe un ritorno alla unità piena tra i credenti, quello in cui il cammino venisse percorso lastricato di equivoci e di mezze verità? Ora è chiaro che si deve passare questo ponte - primato romano - e che, se non lo si passa coscientemente, non si raggiunge lo scopo unico e vero dell'ecumenismo. E si delinea il vero pericolo in tale entusiasmante materia. Ecco da chi è rappresentato il pericolo di fare dell'ecumenismo una accozzaglia di dottrine troncate. Ci sono scrittori che, abusando del nome di teologi o della dignità della ricerca, sgranano ad una ad una le verità della fede cattolica, sfaldano, ignorandolo, il Magistero. Essi fanno dubitare di sapere che la verità di Dio è una e perfetta, che negata in un punto - tale è la sua interna logica ed armonia - è giocoforza negare tutto. Non comprendono che Dio ha affidato tutto ad un Magistero, il quale è tanto sicuro e divinamente garantito che si può affermare «quod Ecclesia semel docuit, semper docuit». Forse hanno anche dimenticato che la visibilità della Chiesa e la sua realtà umana non la compromettono affatto, dimostrando la mano di Dio in quello che, affidato a mani umane, non reggerebbe oggi e sarebbe morto da tempo immemorabile. I nostri fratelli ci attendono, ma ci attendono nella luce del giorno, non tra le incerte ombre della notte!

(Cardinale Giuseppe Siri, da «Renovatio», XII (1977), fasc. 1, pp. 3-6)
 

domenica 9 ottobre 2011

comunicato ufficiale della Fraternità San Pio X

Il 7 Ottobre 2011 si è tenuta una riunione dei responsabili della Fraternità San Pio X ad Albano Laziale, durante la quale il Superiore Generale, Mgr. Bernard Fellay, ha esposto il contenuto del Preambulo Dottrinale che gli era stato consegnato dal Cardinal William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso del loro incontro il 14 Settembre scorso.
Durante questa giornata, i ventotto responsabili della Fraternità San Pio X presenti alla riunione – Direttori di Seminario e Superiori di Distretto del mondo intero – hanno manifestato una profonda unità nella volontà di mantenere la Fede nella sua integrità e integralità, fedelmente alla lezione che gli (loro n.d.r.) ha lasciato, sull’esempio di San Paolo, Mgr. Marcel Lefebvre: tradidi quod et accepi (I Cor XV,3), “vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto”.
In seguito a questa riunione di lavoro, lo studio del Preambolo Dottrinale – di cui il contenuto resta confidenziale – proseguirà a livello del Consiglio Generale della Fraternità San Pio X, ove un esame approfondito da parte del Superiore Generale e dei suoi due Assistenti, Don Niklaus Pfluger e Don Alain Marc Nely, permetterà di presentare, in un lasso di tempo ragionevole, una risposta alle proposte romane.