mercoledì 16 novembre 2011

Una buona notizia: promosso Nunzio in Italia mons. Adriano Bernardini che osa parlare anche di "ambienti modernisti interni alla Chiesa" ai tempi di Paolo VI.

NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN ITALIA
E NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO

Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Nunzio Apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino S.E. Mons. Adriano Bernardini, Arcivescovo titolare di Faleri, finora Nunzio Apostolico in Argentina.
Del nuovo nunzio abbiamo memoria perchè nel febbraio di quest'anno un suo intervento a difesa del Papa ha fatto il giro del mondo. Ne diamo un resoconto tratto dal sito http://muniatintrantes.blogspot.com/2011_02_01_archive.html
Il nunzio in Argentina difende il papa dagli antipapi.
Senza un briciolo di diplomazia

Meno diplomatico di così non poteva essere, il nunzio apostolico in Argentina, l’arcivescovo Adriano Bernardini, 68 anni, nativo di una diocesi, quella di San Marino e Montefeltro, anch’essa governata da un vescovo dalla parola sferzante, Luigi Negri, oltre che prossima meta di una visita di papa Benedetto XVI
Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra di San Pietro, il nunzio ha infatti pronunciato a Buenos Aires un’omelia che ha scosso non solo i presenti, ma anche una fetta consistente di cattolici di tutto il mondo, in Italia grazie alla traduzione messa in rete dal blog messainlatino.it
Bernardini non ha esitato a denunciare quei sacerdoti, quei religiosi e persino quei vescovi che da anni remano contro i papi di oggi e di ieri, intrepidi difensori della verità, mentre invece loro sono “convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva”.
Meno male, ha concluso il nunzio, che in difesa della verità ci sono tanti semplici fedeli, quelli che “continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa”.
Ecco il testo integrale dell’omelia.

“E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).
Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti: il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre; l’assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.
Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c’è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama “il potere della morte”.
Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!
Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l’odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.

Diamo un’occhiata ad alcuni momenti della storia, che è “maestra della verità”.

Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un’euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell’”Humanae vitae”, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l’atto coniugale e l’aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l’umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.

Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.

Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell’”Evangelium vitae”, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.

Ed ora, sempre per amore alla “Verità vera ed evangelica”, il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il “guardiano della fede”, appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.

Ora, una cosa è certa: papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione. Sì, perché all’insicurezza della fede segue sempre l’offuscamento della morale.

Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva.

Si è affermato un cattolicasimo “à la carte”, in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell’altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d’ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.

Ecco, che qui papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la “Verità”, fa una cosa che è sfuggita all’attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. “Sì, perché – scrive il teologo e papa Ratzinger – il primario annuncio missionario della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure”.

La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l’unicità e l’universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell’unica Chiesa di Cristo.
Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un’avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po’ abbandonato.
Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.

Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell’episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa.
C’è un sorprendente punto di contatto tra il papa Benedetto XVI e la gente, tra l’uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il papa. Questo perché la loro fede è semplice! D’altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.

Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.


Buenos Aires, 22 febbraio 2011, festa della Cattedra di San Pietro

domenica 13 novembre 2011

l'ultima Messa di Padre Pio

I video dell'intervento di don Alberto Secci durante la serata di presentazione del libro di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi "L'ultima Messa di Padre Pio", organizzata dal Centro Culturale "J. H. Newman" di Seregno (25 febbraio 2011).

I PARTE



II PARTE


Per gentile concessione del Circolo Culturale "J. H. Newman"
da: http://radicatinellafede.blogspot.com

sabato 12 novembre 2011

sic transit gloria mundi


Di solito non trattiamo di politica ma il momento è grave: così grave che dobbiamo dare ragione anche ai comunisti come Ferrero; se volete sapere il perchè leggete solo la nota a piè pagina, se volete sapere perchè il momento è grave leggete tutto. I nostri politici hanno fallito e ora dicono è il momento di essere responsabili: ci chiediamo che cosa siano stati fino a ieri.  


Eccovi la buro-dittatura bocconiana


Stampa

 
E il bello è che tutti la applaudono: allegri, finalmente, gli italiani hanno un premier che non hanno votato loro! Nominato da un Quirinale dove siede un nominato, e che non deve temere le elezioni: che sollievo! Che gioia avere un governo sintetizzato in laboratorio! Mai un popolo s’è dato fino a questo punto dell’incapace a governarsi, mai ha espresso un simile disprezzo – purtroppo ben giustificato – per se stesso, oltre che per i politici che s’è scelto lui.

Da tempo questo popolo aspirava a una qualche forma di dittatura extralegale. Adesso ce l’ha. Ed è pronto ai sacrifici estremi da parte di uno scelto altrove.

Mario Monti sia. Tutti lo elogiano. Il mio parere personale – che non vale nulla – è che sia un solennissimo cretino: l’ho sentito con le mie orecchie rispondere durante un convegno, dietro precisa domanda, che non aveva previsto la crisi dei sub-prime (cosa che aveva previsto perfino il sottoscritto). Ciò dice che, per lui, le follie della finanza creativa non erano da deplorare, e nemmeno da sorvegliare con attenzione: la finanza è infallibile.

Infatti, Monti è un bocconiano, persino preside della Bocconi: il che significa che è un gran sacerdote del pensiero unico liberista sancito dal Washington consensus, la causa della nostra rovina. Inoltre è stato un Kommissario (alla concorrenza) in Europa, insomma è omologo alla tecnocrazia europeista, ossia alla mentalità di quel gruppetto gnostico di cooptati che ha creato di nascosto dai popoli europei i trattati che ci strangolano, e ci ha imposto una moneta unica disfunzionale, con il progetto che le crisi che essa produce avrebbero portato i popoli (o almeno i loro politici) a implorare di cedere la sovranità a lorsignori. Gli Stati Uniti d’Europa senza elezioni.

Per perfezionare il proprio profilo, Monti è stato in Goldamn Sachs dopo il mandato europeo. Come per caso, proprio Goldman Sachs, nel suo ultimo report sull’Italia, sconsigliava le elezioni e suggeriva il governo tecnico, il solo che può calmare i mercati (peccato che Napolitano sia troppo vecchio; ma dotato com’è di depolorevole longevità, mi aspetto che dopo il Quirinale vada anche lui in Goldman Sachs).

Tutti lo esaltano, il Monti, come europeista convinto. Il che significa che mai e poi mai farà fare al Paese default, nè farà uscire l’Italia dall’euro. Per scongiurare il ripudio del debito e l’uscita dall’euro, è pronto a farci fare tutti i sacrifici necessari. I più spietati. Portando l’Italia dalla recessione in cui già si trova, alla depressione anni ‘30.

Il problema non sono i sacrifici, i salassi tributari, i rincari, il saccheggio del patrimonio privato degli italiani, così florido, e che fa tanto gola ai banchieri. Il problema è che essi saranno imposti dal dottore in base ad una diagnosi sbagliata: la diagnosi secondo cui l’enorme debito deve essere pagato e servito, mentre è impagabile, e bisogna solo prenderne atto. La diagnosi secondo cui l’euro è la soluzione (di cosa?) mentre è la malattia, avendoci fatto perdere a favore della Germania il 40% della competitività del nostro lavoro, e pari quote di mercato.

La task force eurocratica e fondo-monetaria è già a Roma, ed ha annunciato nuove misure di rigore, secondo lo scenario immutabile che ha rovinato economie nel Terzo Mondo, e che ha buttato nell’abisso la Grecia. Tutto inutile: coi tassi dei titoli di Stato sopra il 7%, l’Italia è già nello stesso abisso.

I tagli di Monti saranno macro-economici: taglierà pensioni, tasse, sanità in modo che più orizzontale non si può. Nessuna speranza che faccia le cosiddette riforme, sani la corruzione, la burocrazia pubblica elefantiaca e parassitaria, il parassitismo delle Regioni, renda snelle ed efficaci e creative le università strapiene di baroni: non c’è tempo per guardare accuratamente dentro le piaghe italiane, è urgente servire il debito (impagabile) contentando i mercati.

In attesa che nell’abissso, dopo Grecia e Italia (troppo grossa per essere soccorsa) cadano anche la Francia (che è già sullo scivolo) e vi si avvicini la Germania. Allora, forse, Berlino accetterà le sole misure possibili, che fino ad oggi vieta: l’ordine alla Banca Centrale Europea di comportarsi finalmente da Banca Centrale, stampare moneta con cui comprare un trilione di titoli degli Stati in difficoltà, accettando un’inflazione del 4-5%, che non è una sciagura in questa atroce deflazione, e un indebolimento di fatto dell’euro.

O ancor meglio: rompere l’euro-area in due, Euro-Nord forte ed Euro-Sud svalutato. Sembra (lo suggerisce il Telegraph) che siano in corso «intense consultazioni» fra Parigi e Berlino per sfrondare il blocco monetario. Già la Merkel ha annunciato che si può uscire dall’euro senza necessariamente essere espulsi dalla UE... speriamo.

Speriamo nei governi altrui, visto che i nostri nulla fanno, e quello sintetico che ci ha dato il Quirinale non farà che farci soffrire senza sugo nè uscita. Vediamo il lato positivo: la classe politica italiana ha firmato il certificato della propria inutilità. Possiamo esimerci dallo strapagarla, per quel che serve.




L'evoluzione della specie

In faccia alla realtà

Stampa

 
«Fate avanzare larmata Wenck! », ordinava Hitler chino sulle carte coperte di frecce blu e rosse. Silenzio nel bunker, rotto dal fremito delle artiglierie sovietiche a tre isolati di distanza. Dopo un pò il Fuehrer tornava a chiedere impaziente, pestando i piedi: «Dovè Wenck? Chiamatelo al telefono». Nessuno degli alti esponenti in divisa osava dirgli che l’armata Wenck, ammesso non fosse già annientata come tutte le altre, era introvabile. Così sono le disfatte: non aver più pedine da muovere, nè mosse da fare per scongiurare la resa senza condizioni.tttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttGli sc

Gli scontri all’interno del Pdl pro o contro l’appoggio al governo Monti hanno qualcosa di quel senso di irrealtà. Alla radio, ne ho sentito uno fra Scajola e Matteoli. No alle larghe intese con il PD per sostenere un oligarca dei poteri forti, dice quest’ultimo, meglio «elezioni subito», anche a Natale... Scajola, da vecchio volpone democristiano, obiettava che andare al voto «con questi sondaggi» significava perdere a vantaggio dei post-comunisti.

Nè l’uno nè l’altro però avevano la chiara consapevolezza di quanto gli ultimi mesi abbiano logorato, immerso nel ridicolo, consumato fino all’annientamento il movimento creato da Berlusconi quasi vent’anni fa. Di quanto disprezzo e disperazione l’opinione pubblica abbia accumulato contro la loro losca nullità, il loro dilettantismo inadempiente e furbastro. L’uno e l’altro credevano di avere ancora da qualche parte un’armata Wenck da mettere in linea, credevano di poter dettare qualche condizone ai mercati e ai poteri forti, di poter dire la loro in quanto rappresentanti della politica.

Lo stesso dicasi per le sinistre, per i no di Di Pietro e di Ferrero (1), vogliosi di tagliare qualche spazio a Bersani che invece pende per il sì... Insomma, da ogni parte l’ormai intollerabile gioco dei nostri politici, con in più la loro svergognata pretesa di insorgere in nome di una democrazia che hanno ridotto ad un tronco purulento e marcio, pullulante di vermi, ossia di clientele e di caste, irriformabile. Tutti incapaci di vedere che hanno sparato ormai tutti i loro colpi: e li hanno sparati contro di sè. E sono finiti.

Impressionante la faccia tosta con cui, qua e là nel verminaio politico, dalla Lega ai dipietristi ai rifondaroli, si chiama a raccolta il popolo contro l’uomo del Bilderberg, il delegato della Trilaterale, il commissario pignoratore dei banchieri, dei massoni, degli oligarchi. Ma quando mai lorsignori hanno contrastato i poteri forti?

Nel ‘92, quando gli amici del Movisol e poi il sottoscritto descrissero l’incontro segreto avvenuto sul Britannia, lo yacht della regina, fra i banchieri inglesi e i funzionari italiani in cui ordirono la svendita del settore produttivo italiano sotto l’IRI, non mi ricordo che nessuno di loro abbia promosso un’inchiesta penale contro Mario Draghi, che a quel tempo era funzionario del Tesoro e quindi aveva compiuto un atto di tradimento. Silenzio, anzi sorrisini contro i complottisti. E hanno firmato l’ascesa irresistibile di Draghi a Bankitalia ed ora alla BCE, con il placet di Berlusconi.


E da dove nasce questo virtuoso sdegno di essere messi sotto tutela dei poteri forti transnazionali? Come se fosse la prima volta, di queste celestiali verginelle. Eppure mi ricordo che nel 2001, quando Berlusconi con la Lega tornava al governo, si faceva mettere alle costole dal salotto buono agnellesco un uomo che nemmeno conosceva: Renato Ruggiero, a cui, per controllare il Cavaliere era stato fatto lasciare il posto di direttore del WTO (World Trade Organisation) ossia l’organo motore e il gendarme della globalizzazione, dove Ruggero aveva attuato «la liberalizzazione su scala mondiale delle telecomunicazioni, delle tecnologie informatiche e dei servizi finanziari», ossia posto le basi del disastro monetario-speculativo che ci ha travolto.

Mi aspettavo di vedere allora Berlusconi gonfiare il petto con orgoglio e proclamare che no, un leader eletto dal popolo non av rebbe risposto se non ai suoi cittadini, non a poteri transnazionali senza volto, e perciò non avrebbe dato un ministero a quel tizio che manco conosceva. Aspettai invano. Berlusconi nominò Ruggero suo ministro degli Esteri, come gli era stato chiesto, e gli aumentò perfino lo stipendio, dato che Ruggero si lagnava che guadagnava come ministro meno che alla poltrona del WTO. Poi, è chiaro, Prodi si accollò il Ruggero come consigliere per la Costituzione europea, dopodichè Ruggero (te pareva) è stato assunto da CitiGroup come presidente.

Vedo perfino che personaggi politici del centro-destra, Lega in testa, esprimono frementi sospetti su «questa Europa», sulla UE, su Barroso, sull’asse Merkel-Sarko. Adesso?! Ma allora chi ha firmato tutti i trattati, da Lisbona a Maastricht, chi ha accettato tutte le direttive, magari usandole come scusa per prendere decisioni politiche che non si osava prendere di persona in quanto impopolari («LEuropa ci costringe... »)? Chi si è rallegrato di una sempre più forte integrazione? Chi non ha mai alzato un sospiro contro l’allargamento ad Est, fino alle torme di zingari romeni diventati cittadini della UE?

Magari sì, qualche borbottìo e maldipancia della Lega c’è stato. Ma i borborigmi e i rutti di Bossi e dei suoi neanderthaliani non si sono mai tradotti in una azione politica coerente e costante.

In questi giorni, ricevo telefonate da leghisti che vogliono da me qualche cattiveria rivelatrice su Monti, uomo del Bilderberg e della Trilateral. È tardi, troppo tardi. Tornate alle vostre provincie padane, alle vostre ampolle del Po, ai vostri clientelismi ultra-locali, rurali e valligiani. Non siete adatti a questo secolo.

Lo dico anche ai lettori comprensibilmente angosciati. Non è la prima volta che l’Italia è governata da poteri forti, occulti, estranei. Anzi, è avvenuto ogni volta che una crisi grave e seria ha manifestato l’incapacità sediziosa delle nostre classi politiche, e l’incapacità della nazione non-nazione ad autogovernarsi, cessando la permanente guerra civile che è il suo passatempo politico unico e preferito. Abbiamo già avuto i governi Ciampi, e parte di noi lo hanno venerato mentre faceva la sua macelleria sociale e faceva guadagnare i miliardi a Soros con una difesa della lira che, se non fu incompente, fu criminale e degna di processi penali. I governi Amato. I governi del presidente Scalfaro, tutti per evitare il pericolo del voto popolare. E i governi Prodi, anche lui un tecnico, sulle cui svendite a Unilever e a De Benedetti molto è stato raccontato, come ai suoi favori a Goldman Sachs (Franco Nobili, che non aveva voluto servirsi di questa banca d’affari, era stato arrestato opportunamente da Di Pietro) presso cui poi è stato assunto.

E prima, quando il re arrestò il cavalier Benito Mussolini, chi nominò nuovo capo del governo? Il maresciallo Badoglio, riserva della massoneria. Ma che dico? La stessa Italia unita è stata fatta contro i suoi popoli, da Londra e da Parigi, e dalla massoneria internazionale in base al progetto di distruzione della alleanza fra Trono ed Altare.

Siamo il Paese dei ricorrenti 8 settembre, e questo in corso ne è un altro. L’occupazione straniera, a seguito della disfatta totale auto-inflitta per pressapochismo e dilettantismo, è qualcosa che abbiamo già vissuto.

Mario Monti ha promesso tagli ai «privilegi alle categorie sociali che ne hanno»: l’abolizione delle pensioni di anzianità care alla Lega, ma non potrà non cercare di tagliare anche i privilegi partitici, le mafie di sottogoverno e le pletore di parassiti. Vediamo se riuscirà (non credo: la larga intesa parlamentare dovrebbe votare per la propria castrazione), ma la domanda è un’altra: non era questo il programma del primo Berlusconi? E allora perchè i mal di pancia e la mezza rivolta dei pidiellini?

In realtà, il nuovo governo tecnico non potrà fare se non quello che lo stesso Berlusconi e Tremonti hanno promesso nella famosa letterina alla UE: se adesso il PDL è contro, vuol dire che aveva approvato un pacchetto di pie intenzioni, con la ferma intenzione di non realizzarne nessuna – come al solito.

In questa letterina c’erano:

Flessibilità e licenziabilità dei dipendenti pubblici: siete contrari?

Ammodernamento della pubblica amministrazione: se prova a farlo Monti, è un complotto della
Trilaterale?

Tasse: Berlusconi ha promesso di «ricalibrare il peso fiscale dal lavoro (di cui la rapina aumenta il costo) ai consumi». I commissari sono venuti a Roma a vedere se il governo lo farà davvero.

Scuola: la promessa è di riformarla, ma il Berlusconi non ha detto come. Adesso Bruxelles vuol sapere come «saranno ristrutturate le scuole con risultati insoddisfacenti, come saranno valorizzati gli insegnanti meritevoli, come sarà organizzata la competizione tra università». Dite, voi di centro-destra: vi fa schifo come programma?

Pensioni: la promessa berlusconiana è di alzare l’età pensionabile a 67 anni, come già in tutta Europa, però... dal 2026, quando Berlusconi non sarà più di questo mondo e Bossi in casa di riposo per non-autosufficienti. A Bruxelles vogliono che si faccia prima; una volta accettato il principio (e Berlusconi l’ha accettato) non pare una richiesta assurda.

Lavoro: la promessa è di «favorire loccupazione femminile e giovanile». I poteri forti vogliono sapere, concretamente, come s’intende fare. È una cospirazione contro l’Italia? Il governo testè dimissinario ha promesso di usare per bene e in tempo di fondi e finanziamenti europei, che le nostre regioni governate da truffatori incapaci, non sono nemmeno in grado di chiedere e di utilizzare. La UE vuol sapere come, nei fatti, la promessa sarà mantenuta.

Monti farà di sicuro una manovra aggiuntiva, ossia un altro super-prelievo fiscale, del resto necessario dopo che i traccheggi del governo testè defunto aveva fatto alzare il costo degli interessi sull’immane debito pubblico al 7 e passa per cento. Ma anche questa è una promessa scritta nella famosa lettera alla UE.

Monti farà privatizzazioni del patrimonio pubblico: ma anche questa era una promessa contenuta nella lettera, anzi già Tremonti ha messo a bilancio 5 miliardi dal ricavo delle privatizzazioni. Si farà iscrivere l’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione: è una follia, ma non è altro che una delle tante promesse berlusconiane a Merkel-Sarkozy.

La lista delle domande che l’Europa ha stilato nella letterina riguarda addirittura la riforma della giustizia, e precisamente, come si intende «assicurare una giustizia civile efficiente». Chiede «la riduzione del numero dei parlamentari», con la illustrazione dei «risparmi che si intendono così realizzare». Siccome il cavaliere ha promesso a Bruxelles di tagliare i costi della politica, Bruxelles pretende di «capire concretamente i dettagli e limpatto dei tagli». È forse uno scandalo? Una forzatura dei poteri forti?

No, è il programma di Forza Italia. Se il PD di Bersani, per sostenere Monti, voterà un simile programma, si dissanguerà, perchè è il contrario di quel che le sinistre frazioniste e sediziose vogliono; ma il Pdl, se vota quel programma, non può che uscirne confermato e rafforzato. Perchè è in gran parte il programma dei sogni di quel governo che ha ricevuto un enorme numero di voti dagli italiani, perchè lo realizzasse.

E invece, Berlusconi aveva promesso di riformare scuola e giustizia, e non l’ha fatto. Di frenare il debito pubblico, e l’ha invece aumentato. Di tagliare i rami secchi, e invece ha salvato Alitalia con 500 miliardi di soldi nostri. Di snellire la pubblica amministrazione, ed ha fatto degli uffici della presidenza del Consiglio un superministero con migliaia di dipendenti. Aveva promesso di non mettere le mani nella tasche degli italiani, e invece ha aumentato la pressione fiscale in modo vergognoso. E da ultimo, si è ridotto a lanciare una campagna televisiva per «la lotta allevasione» – questa fantomatica armata Wenck delle sinistre – mettendo addirittura in bilancio i proventi della lotta, del tutto aleatori, anzi onirici.

Abbiate pazienza, pagliacci; sgombrate il campo, lasciate governare Goldman Sach e il Bilderberg, che sanno cosa fanno e perseguono uno scopo con costanza, e che voi avete già sottoscritto e servito, a volte perfino senza saperlo, perchè eravate distrati dalle tangenti, dal bunga-bunga, dalle quote-latte e da Santoro.

E’ un anno e mezzo di governo altrui, dopotutto. Uno dei tanti che già abbiamo vissuto. Magari riesce a fare qualcosa, che voi non avete mai fatto.



1) A Ferrero devo dare atto di aver saputo motivare, unico, il suo no al governo Monti: la BCE – ha detto – presta alle banche denaro all’1,5%. Perchè non lo presta agli Stati, e invece li costringe a finanziarsi sui mercati, dove quelle stesse banche chiedono, per il denaro che hanno ricevuto all’1,5%, il 7%, o, per la Grecia, il 120%? Qui c’è il nucleo di un programma alternativo ai poteri forti, in fondo al quale c’è il ripudio sovrano. Inutile dire che i berlusconiani e i bersaniani non l’hanno mai preso in considerazione.

Efesini 5,11: non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente

Lupi rapaci in cattedra
Vito Mancuso nelle sue opere –come riportato da “L’Osservatore Romano” e da “Civiltà Cattolica”- nega o svuota di contenuti circa una dozzina di dogmi, dal peccato originale alla resurrezione di Cristo, dall’eternità dell’infermo alla salvezza che viene da Dio. In un articolo ha respinto anche il dogma della Creazione e la dottrina proposta dall’”Humanae Vitae” sulla contraccezione.
Eppure negli ultimi due anni è stato invitato a parlare nelle Diocesi di Prato, di Gorizia, di Catania… Gherardo Colombo ritiene che il bene in sé e la giustizia in sé semplicemente non esistano: ciascuno potrebbe farsene un’idea personalissima, quindi relativa. Quanto alla virtù, nemmeno da prendere in considerazione….

Eppure ha parlato agli studenti del Seminario di Nola, nelle Diocesi di Foligno e Locri-Gerace, al Centro Pastorale di Cremona… Massimo Cacciari ha spiegato, nel Duomo di Milano, quanto bello sia vivere senza fede e senza certezze.
Eppure, oltre ad essere professore ordinario presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano-, ha parlato nelle Diocesi di Livorno, Terni-Narni-Amelia, e Caserta, dove ha addirittura inaugurato l’attività dell’Istituto di Scienze Religiose “S. Pietro”,… E così via, l’elenco potrebbe continuare, includendovi altri “maestri del dubbio metodico”, come Beppino Englaro, che in una parrocchia di Verona ha presentato il suo libro pro-eutanasia.
Per questo, purtroppo, non stupisce, sebbene sempre amareggi, apprendere che -come ci viene segnalato dai nostri lettori- il Meic-Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale della Diocesi di Lodi abbia invitato per il 7 novembre uno come il citato Vito Mancuso quale relatore per una serie di incontri pubblici.
Senza alcuna ombra di dubbio, tutti costoro rientrano a pieno titolo nella categoria dei “falsi profeti” individuata dalla Scrittura, lupi rapaci vestiti da pecore, da cui il testo sacro invita a guardarsi: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7, 15-16), spiega. “Inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (Mt 24, 11-13).
 In effetti, in molti casi -complice il silenzio dei sacerdoti, per lo più presenti nella veste di moderatori, anche sui punti più delicati e sensibili- il pubblico, costituito in massima parte da cattolici comuni, supera le perplessità iniziali, ispirate dalla buona dottrina appresa sui banchi del catechismo, per giungere all’iniquo, scrosciante applauso finale.
Eppure, indipendentemente dalla gloria umana, “la loro condanna –assicura la Bibbia- è già da tempo all’opera e la loro rovina è in agguato” (2Pt 2,3). Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro contro chi tradisca o contribuisca a tradire la Verità, atto che, se “fatto pubblicamente, riveste una gravità particolare” (n. 2476), è un’“opera diabolica” (n. 2482), un’“offesa per indurre in errore” (n. 2483), “per sua natura condannabile” in quanto “profanazione della parola, mancanza in ordine alla giustizia ed alla carità”, ancora maggiore in caso di “conseguenze funeste per coloro che sono sviati dal vero” (n. 2485).
Ciò che stupisce non è, allora, che questi “maestri del dubbio” dicano quel che dicono: è, in un certo senso, il loro mestiere, la loro missione e cercano di portarla a termine nel migliore dei modi, ovunque ne sia data loro l’occasione. Ciò che davvero turba e sconcerta, piuttosto, è la remissiva accondiscendenza dei pastori d’anime, che –incuranti dei pericoli, cui espongono se stessi ed il gregge loro affidato- si portano il nemico in casa. Coi risultati, che –malauguratamente- sono sotto gli occhi di tutti. (M. F.)

mercoledì 9 novembre 2011

la culla dell'arte cristiana sarà trasformata in una moschea; il luogo della grande vittoria contro l'iconoclastia consegnato ai suoi epigoni

Nicea, chiesa trasformata in moschea
 di Marco Tosatti
Hagia Sophia di Nicea, il luogo in cui si svolse il settimo Concilio ecumenico nell'anno 787 sta per essere dichiarata una moschea dalle autorità turche

Hagia Sophia di Nicea, il luogo in cui si svolse il settimo Concilio ecumenico nell'anno 787 sta per essere dichiarata una moschea dalle autorità turche. Come la stampa turca riferisce la chiamata alla preghiera del muezzin è stata cantata giovedì scorso, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica turca nel 1923. Il minareto è stato aggiunto alla Chiesa della città chiamata dai turchi Iznik durante il periodo ottomano. L'anno scorso fu restaurato. Con la preghiera celebrata all'inizio della festa islamica sacrificale domenica mattina, l'ex chiesa sarà pronta per le cerimonie religiose islamiche. La decisione dell'ufficio del Consiglio di amministrazione, l'autorità competente ha suscitato un dibattito feroce. Selcuk Mülayim dell'Università di Marmara, storico dell'arte ha sottolineato l'importanza dell'edificio nella storia del cristianesimo e ha avvertito che la mossa segnerebbe l’inizio di proteste da tutto il mondo. La camera di commercio di Iznik ha criticato la mossa come totalmente incomprensibile, dal momento che la piccola città vive di turismo. Controverso è anche il fatto se tocchi al Consiglio spiegare come la chiesa precedente sia stata convertita da un museo in una moschea. L'ufficio ha spiegato che l'edificio era stato segnalato da parte da parte della comunità “ingiustificatamente” come museo, dal momento che non era mai stato utilizzato come un museo prima. L'anno scorso in ogni caso, un cartello fu posto davanti alla struttura della chiesa restaurata con "Museo" scritto su di esso; un guardiano faceva pagare il biglietot di ingressoo. In Hagia Sophia di Nicea i vescovi dell'Impero romano furono riuniti nel 787, per decidere la controversia iconoclasta bizantina e per consentire la venerazione delle icone. Nicea fu anche il luogo di incontro del primo Concilio ecumenico nell'anno 325. Il palazzo in cui il Consiglio ha avuto luogo non esiste più. Hagia Sophia fu trasformata in una moschea dai musulmani nel 1331 quando conquistarono la città e dopo un incendio venne restaurata dall'architetto Mimar; fu poi distrutta nella battaglia di Bursa nella guerra d'indipendenza turca nel 1920. Le rovine vennero restaurate nel 2007 e hanno attirato turismo religioso cristiano.
tratto da: http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=196&ID_articolo=1459  

martedì 8 novembre 2011

La Bella Addormentata a Verbania



Dopo la I Giornata della Tradizione del 2010
dedicata alla figura del Beato Cardinale John Henry Newman

domenica 11 dicembre 2011
a Verbania, nell'Hotel "il Chiostro",

II Giornata della Tradizione, organizzata dalle chiese di Vocogno e di Domodossola
dove si celebra periodicamente la Santa Messa Tridentina.

Alle ore 15:00 si terrà una conversazione su
Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà,
con il Dottor Alessandro Gnocchi e il Professor Mario Palmaro,
autori del libro La Bella Addormentata, edito da Vallecchi .
Alle ore 17:30, dopo l'incontro sarà celebrata la
SANTA MESSA CANTATA nella Forma Extraordinaria del Rito Romano.


Sarà possibile fermarsi per la cena nel caratteristico Hotel, per tale esigenza è necessaria la prenotazione, entro il 4 dicembre, al numero telefonico: 349/28.48.054.


Le chiese di Vocogno e di Domodossola hanno un sito attivo di Fede e nella Fede: http://www.radicatinellafede.blogspot.com/

lunedì 7 novembre 2011

"l'autobus successivo!": parce nobis, Domine, parce populo tuo


Mentre esprimiamo la nostra solidarietà orante per la città di Genova e il nostro suffragio per coloro che sono periti in quella tragedia, offriamo una pausa di riflessione al Sindaco cui magari sono oggi imputate colpe antiche ma che non può negare di avere recentemente promosso e difeso la  pubblicità all'ateismo sugli autobus in circolazione a Genova. Ve li ricordate? Noi sì e ci ricordiamo anche che cosa con una certa prosopopea dichiarò il Sindaco Marta Vincenzi: "Chi è infastidito può sempre aspettare l'autobus successivo" ......



DELITTI E CASTIGHI
a cura di Rino Cammilleri


Il 16 marzo 2011, su RadioMaria, Roberto De Mattei ricordò che talvolta le calamità naturali sono castighi di Dio. E’ noto che un padre corregge i figli discoli perché vuol loro bene; segno che non se ne disinteressa (tutta la Bibbia è piena della sollecitudine, anche con mano pesante, di Dio nei confronti del suo popolo). Ma, poiché viviamo nell’epoca della «morte del padre», De Mattei fu subissato di improperi dal laicume nazionale, anche quello sedicente «moderato». Il 20 aprile De Mattei, sempre via radio, si spiegò meglio e ribadì il concetto.

Ricordò, tra le altre cose, le strisce apparse in Messina il 27 dicembre 1908, domenica. C’era scritto: «Gesù Cristo non è mai esistito». Nello stesso giorno, sul giornale anticlericale Il Telefono (Meucci era messinese) compariva la poesiola: «O Bambinello mio, vero uomo e vero Dio, per amor della tua croce fa sentir la nostra voce; Tu che sai, che non sei ignoto, manda a tutti un terremoto». La sera una processione parodistica di mangiapreti andava a buttare simbolicamente in mare un crocifisso. All’alba del lunedì 28 dicembre 1908 un terremoto del decimo grado Mercalli, seguito dal maremoto, rase al suolo Messina. Le vittime furono oltre 80mila. Il mondo intero rimase attonito.

A Messina l’unica cosa a rimanere in piedi fu l’orfanotrofio del messinese s. Annibale Maria Di Francia; tutti i piccoli restarono illesi. Il 16 novembre 1905 il santo aveva predicato in cattedrale e aveva avvertito che la città era «sotto la minaccia dei castighi di Dio». Ed era stato anche più esplicito: «Non posso nascondervi, fratelli miei, che appunto il terremoto è il flagello col quale io temo che il Signore voglia punirci».

sabato 5 novembre 2011

gli equidistanti

L'EQUIDISTANZA PER IL CATTOLICO NON HA SENSO: VA RISCOPERTO LA SPIRITO DELLA MILITANZA


Gli equidistanti aborrono lo spirito di sacrificio, soprattutto quando si manifesta nella lotta: scegliendo di non combattere sono rassegnati alla sconfitta (oggi ritengono inevitabile la vittoria dell'Islam come ieri ritenevano quella del comunismo)


di Roberto de Mattei
Sul precedente numero di Radici Cristiane abbiamo parlato del vizio del "moderatismo" e del "centrismo", che si esprime nella formula politica del "terzo partito". Ciò che vale nella politica interna, si applica anche a quella internazionale. Ma mentre in politica interna i "centristi" si alimentano alla tradizione democristiana, in politica estera, i rappresentanti della "terza forza" provengono spesso dalle ali estreme dello schieramento.
Una delle note che rendono riconoscibile questa famiglia psicologica è l'"equidistanza", uno slogan che pretende di applicare rigide leggi geometriche alla complessa e organica realtà della società umana. I fautori della "terza forza" sostengono, ad esempio, una posizione di equidistanza tra l'Islam e l'Occidente, anche se, per chi in Occidente è nato e vive, una posizione di questo genere significa, di fatto, la scelta del campo avverso.
La tesi dell'equidistanza misconosce inoltre il carattere processuale degli errori ideologici che, nel corso degli ultimi secoli, hanno assunto il carattere di una vera e propria Rivoluzione anticristiana. Esiste un rapporto genealogico tra il protestantesimo, il liberalismo e il socialismo: ognuno di questi errori è matrice dell'altro. Ma non avrebbe senso una posizione di equidistanza del cattolico verso di essi.
Nel XVI secolo il nemico mortale della Chiesa era l'eresia di Lutero, contro di cui combatterono santi e controversisti. Nel XVIII secolo gli eredi della Contro-Riforma cattolica affrontarono con il medesimo vigore, come nemico primario, la Rivoluzione francese, e perciò furono detti contro-rivoluzionari. Nell'Ottocento essi lottarono soprattutto contro il liberalismo e il socialismo e nel Novecento contro il comunismo e il nazionalsocialismo.
I nemici cambiano, mentre sola resta immutabile la verità del Vangelo, che il calore della lotta aiuta a definire con sempre maggiore chiarezza. Il problema di fondo, però, è quello di comprendere la natura del nemico che ci attacca, e l'equidistanza non ci aiuta a capirlo.
All'epoca della Guerra fredda, ad esempio, la posizione di equidistanza tra gli Stati Uniti e la Russia faceva solo gli interessi del Cremlino. Il nemico da battere era l'imperialismo sovietico e Pio XII spiegò spesso la natura della necessaria alleanza tra la Chiesa e le democrazie occidentali.

Questa alleanza tattica non comportava alcun cedimento dottrinale della Chiesa al capitalismo. Pio XII era ben consapevole che la radice del comunismo stava nei suoi errori filosofici e morali e ad essi contrapponeva la visione cristiana dell'uomo e della società.
I veri anticomunisti sapevano che il maggior pericolo era costituito, più che dai missili o dai carri armati sovietici, dal materialismo relativista che la Russia inoculava all'Occidente. Oggi sappiamo altrettanto bene che sarebbe illusorio opporre all'Islam il relativismo corrotto e decadente della società occidentale. Esso infatti non costituisce l'antidoto della religione di Maometto, ma gli spiana la strada.
L'abortismo e l'omosessualismo non sono "diritti" da rivendicare contro il totalitarismo islamico, ma espressione di quella apostasia dell'Occidente che costituisce la principale causa dell'avanzata della Mezzaluna.
E tuttavia, di fronte ai musulmani che invadono l'Europa, altrettanto privo di senso sarebbe l'additare come nemico primo della Chiesa l'occidentalismo, abbandonando di fatto la lotta contro l'Islam. Rifiutare due errori non significa essere "equidistanti" da essi, evitando di partecipare alla battaglia in corso. Chi si astiene dalla lotta, infatti, favorisce sempre uno dei due contendenti, che generalmente è il peggiore.

Meglio è invece, scendere in campo, levando in alto la propria bandiera che, nel nostro caso, è quella, sempre vittoriosa, della Croce. È questo il compito della Chiesa, alla quale oggi competerebbe una vigorosa campagna di evangelizzazione, per contrastare il proselitismo islamico nei ghetti multietnici e nelle periferie urbane, in ideale continuazione con la battaglia di Lepanto di cui il 7 ottobre ricorre il 440° anniversario.
Gli equidistanti però, anche quando si dicono cattolici, ignorano lo spirito della militanza cristiana. Essi aborrono lo spirito di sacrificio, soprattutto quando si manifesta nella lotta. Scegliendo di non combattere sono rassegnati alla sconfitta e, poiché ne sono consapevoli, definiscono la sconfitta come un ineluttabile portato della storia, di cui essi soli sarebbero in grado di prevedere il corso.

Ieri credevano nell'inevitabile avvento del comunismo, oggi in quello, altrettanto inarrestabile, dell'Islam, al cui interno cercano di distinguere l'autentico insegnamento del Corano dalle sue deformazioni estremistiche, così come nel comunismo distinguevano tra Marx da una parte e i suoi "traditori", Lenin e Stalin, dall'altra.
I terzaforzisti sono rassegnati alla conquista musulmana dell'Europa e confidano nell'Islam "dal volto umano" dei Fratelli Musulmani, così come ieri confidavano nel compromesso storico di Berlinguer e nella perestrojka di Gorbaciov. Allo spirito di Lepanto preferiscono l'arrendismo equidistante della Pace di Monaco, che nel 1938 regalò a Hitler l'Europa centrale.

Dietro questa posizione di "terza forza" c'è, oltre che una profonda debolezza psicologica, la mancanza di quella articolata e coerente visione del mondo che il cristiano deve sempre affermare nelle sue lotte: ieri contro il liberalismo, oggi contro l'islamismo e il relativismo culturale e morale che ci aggredisce.
Ma i terzaforzisti, che criticano il relativismo della società occidentale, rifiutano il concetto di Cristianità e di Civiltà cristiana, negando con ciò ogni applicazione rigorosa della verità cristiana all'ordine politico e sociale.
Essi poi vorrebbero combattere il relativismo morale dell'Occidente con un relativismo religioso altrettanto dissolutore. Si dicono cristiani, ma sostengono che l'"universalità" del Cristianesimo porta all'equiparazione delle religioni, vie diverse alla comune salvezza, possibile nell'unità trascendente delle religioni.

Ciò che detestano, come i moderati, a cui si apparentano, è la professione integra e senza compromessi del cattolicesimo. A loro la verità assoluta sembra un eccesso altrettanto deplorevole dell'errore. Rifiutano l'"integralismo", ma con estremo fanatismo propugnano il neutralismo nella politica internazionale e l'ecumenismo nella vita religiosa La posizione di equidistanza consente loro di non combattere per verità in cui non credono.
I terzaforzisti, come tutti i centristi, non hanno idee proprie, cioè visioni profonde delle cose: si nutrono dei luoghi comuni. Non vogliono essere isolati dal proprio tempo, ma si immergono nel suo flusso, al contrario degli intransigenti che lottano per uniformare la società alla visione cristiana del mondo.

Sono i princìpi che reggono il mondo, e la modernità è un blocco che si sta disfacendo, proprio perché è stata fondata sulla negazione dei princìpi perenni della Civiltà cristiana. Occorre evitare che l'Islam pianti la sua bandiera nelle rovine della modernità. Il Cristianesimo non è stato e non sarà mai una "terza forza", ma è, e deve essere, la prima, nel cuore degli uomini e nella società intera.

Fonte: Radici Cristiane, n. 68 - ottobre 2011

venerdì 4 novembre 2011

L’ABC DEL TOMISMO


d. CURZIO NITOGLIA
29 ottobre 2011
*
Attualità del tomismo
●Nell’attuale disordine ed instabilità degli spiriti la dottrina tomistica, che eleva a scienza filosofica i princìpi insegnati dal senso comune ad ogni uomo, conserva tutte quelle verità immutabili ed ordinate senza le quali è impossibile conoscere la realtà che ci circonda, la natura dell’uomo e la spiritualità della sua anima, l’esistenza di Dio e qualcosa della sua essenza, l’arte di vivere bene in ordine al Fine ultimo. Se non esistono nozioni immutabili, crolla la stabilità dei giudizi razionali e dei dogmi soprannaturali della religione cristiana. Il giudizio (p. es. ‘l’anima è immortale’) è un’affermazione che unisce due concetti o nozioni. Se le nozioni (‘anima’ e ‘spirituale’) non sono precise, definite ed immutabili, il giudizio sarebbe infondato a sua volta e il ragionamento (concatenazione di due giudizi dai quali si trae una conclusione) non giungerebbe a nessuna conoscenza certa, ma sarebbe sconclusionato e porterebbe disordine e sconclusionamento in ogni sfera dell’essere ed agire umano.
●Dal punto di vista del realismo della conoscenza, secondo cui “la verità è la conformità del pensiero alla realtà oggettiva” e per il principio di non-contraddizione, due sistemi filosofico-teologici che si oppongono non possono essere veri entrambi; l’uno è vero, l’altro è falso. Invece dal punto di vista dell’immanentismo moderno, secondo cui “la verità è la conformità del pensiero alle esigenze della vita”, la verità muta incessantemente col cambiare dei bisogni soggettivi dell’uomo. Quindi la verità non esiste, ma diviene o si fa incessantemente. Assieme alla definizione della verità di ordine naturale cambia anche il dogma e la verità della religione rivelata, che - essendo costantemente mutevole - cessa di essere vera. Allora non vi è più verità e non-contraddizione, ma tutto è relativo, soggettivo e contraddittorio. La Fede cattolica viene rimpiazzata dal sentimentalismo soggettivistico e diventa un’esperienza di vita religiosa, che evolve costantemente secondo gli umori dell’uomo. L’attualità e la necessità urgente del ritorno al tomismo consistono nel porre rimedio al disordine intellettuale, morale e spirituale, che scaturisce dalla instabilità o moto perpetuo degli spiriti. San Pio X diceva che “il male di cui soffre il mondo moderno è soprattutto un male dell’intelligenza: l’agnosticismo” (Pascendi, 1907). Dall’agnosticismo si passa al relativismo e al soggettivismo assoluti. È per questo che il magistero della Chiesa da Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) sino a Giovanni Paolo II (CIC, 1983; Fides et ratio, 14/9/2011) ha ribadito la necessità di conoscere la dottrina del Dottore Comune o ufficiale della Chiesa ed aderirvi. San Pio X ha insistito nel corso del suo pontificato, dalla Pascendi sino al Giuramento anti-modernista, nell’insegnare che “allontanarsi dalla metafisica tomistica comporta un grave detrimento e pericolo”. La vita può essere considerata realisticamente come oggettivamente fondata nella realtà. In tal caso l’azione è vera e buona se ordinata realmente e oggettivamente al fine ultimo. Questo può essere giudicato come vero solo se corrispondente al reale e non ai bisogni soggettivi di ogni uomo, che cambiano continuamente. Quindi anche in questo caso si ritorna alla definizione classica di verità e si abbandona quella pragmatistica ed immanentistica di Maurice Blondel e dei modernisti. L’azione vera e buona si ridefinisce in rapporto al vero Fine ultimo (S. Th., I-II, q. 19, a. 3, ad 2) e non viceversa, come vorrebbe Blondel, altrimenti resteremmo impantanati nell’agnosticismo relativistico e soggettivistico.
●L’immutabilità dell’essere, come atto ultimo di ogni essenza, fonda l’immutabilità e stabilità dei giudizi filosofici e delle formule dogmatiche. Se l’essere mutasse continuamente secondo le esigenze della vita dell’uomo, i giudizi razionali e le definizioni dogmatiche sarebbero fragili ed in constante evoluzione. Il verbo essere, che è l’anima, il gancio o il ponte che unisce un soggetto a un predicato, deve dare immutabilità ad un giudizio. Ora se l’essere muta continuamente, se anche le nozioni (predicato e soggetto) cambiano costantemente, i giudizi, i ragionamenti razionali e le definizioni dogmatiche o di Fede cambierebbero costantemente e continuamente, nulla sarebbe più vero e stabile sia nell’ordine della ragione che in quello della Fede. Per fare un esempio sarebbe come se si tentasse di tenere immobilmente unite le onde del mare mediante un gancio elasticizzato che è in continuo movimento come le onde stesse. Invece una nave può essere fissata sulle onde del mare mediante un’ancora reale e salda, che si aggancia sul fondale di terra, sotto il fluire delle onde. Questa è la differenza che intercorre tra la “filosofia” moderna del divenire e quella classica e scolastica dell’essere. Perciò la verità si deve definire in rapporto all’essere, come fa la metafisica dell’esse ut actus e il conseguente realismo della conoscenza (agere et cognoscere sequuntur esse). La filosofia dell’azione e del divenire non dà nessuna certezza e stabilità, ma pone solo dubbi, agitazioni e squilibri intellettuali e morali. Così tutti i surrogati di filosofia che si allontanano dall’essere (scotismo e suarezismo), pur non cadendo esplicitamente negli eccessi dell’errore soggettivistico, sono ‘armi spuntate’ con cui non si riesce a debellare l’errore e il pervertimento dell’agire umano e la degenerazione dell’eresia modernistica.
●L’attuale confusione dell’intelletto, dello spirito e della morale, che è penetrata sin dentro il Santuario, richiede da parte dell’uomo la necessità di tornare al tomismo e da parte di Dio un’azione enormemente prodigiosa come quella del diluvio universale: “A mali estremi, estremi rimedi”. Senza quest’intervento straordinario di Dio l’uomo non potrebbe uscire dal “pozzo dell’abisso” di cui parla l’Apocalisse e che venne già citato ad esempio della gravità dell’errore del cattolicesimo liberale da Gregorio XVI nella sua enciclica Mirari vos del 1832.
●Siccome la modernità a partire da Cartesio ha soppresso la relazione essenziale della ragione con l’essere extramentale o reale, l’intelletto umano non può più conoscere con certezza nulla di oggettivo, non riesce a fondare un’etica naturale e non giunge ad elevarsi dalle creature al Creatore. Il cogito moderno-cartesiano parte dall’ego e si ripiega ‘ego-isticamente’ su se stesso per avviarsi verso un’esistenza disperata, che al contrario della grazia è avangusto delle pene dell’inferno. L’esistenzialismo disperato della filosofia nichilistica contemporanea e post-moderna è l’esatto ribaltamento della dottrina ascetica e mistica, la quale conduce l’anima all’unione con Dio, tramite lo sviluppo della grazia, che è semen gloriae aeternae o avangusto della vita eterna. L’uomo non vive più per Dio, ma per se stesso (idealismo) o per il nulla (nichilismo) e si avvia verso l’autismo scisso dalla realtà o l’auto-distruzione. Il tomismo corrisponde ai bisogni profondi e veri del mondo attuale, poiché restituisce l’amore della verità, senza la quale non si può ottenere la carità soprannaturale e l’unione con Dio “Luce intellettual piena d’amore” (Dante), che solo può dare la pace all’animo umano, il quale è aperto all’infinito e “non trova requie se non in Dio” (S. Agostino) conosciuto, amato e servito.
*
I principi fondamentali del tomismo
1°) Il tomismo è la metafisica che considera ogni cosa in rapporto o alla luce dell’essere come atto ultimo e non in rapporto al movimento, all’io, all’azione.
2°) Esso risolve tutti i grandi problemi mediante la distinzione di materia/forma, potenza/atto, essenza/essere dando il primato alla forma, all’atto e soprattutto all’essere, perfezione ultima di ogni altra perfezione. L’essenza creata e finita (anche quella angelica) non è il suo atto di essere, ma lo riceve e lo partecipa, essendo realmente distinta da esso. Solo Dio è l’Essere per sua essenza; ogni altro ente per partecipazione riceve ab Alio l’essere nella sua essenza creata e finita. S. Tommaso insegna esplicitamente che “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).
3°) Distingue nettamente essere come atto ultimo, che perfeziona anche le essenze, dall’esistenza, che è il prodotto o l’effetto dell’essere attuante un’essenza dando così luogo al fatto o effetto o prodotto di ex-sistere dell’ente; ossia l’ente esce fuori dal nulla essendo causato efficientemente dall’essere, che perfeziona l’essenza e la rende ente esistente in atto e realmente.
4°) È essenzialmente teocentrico, poiché afferma il primato dell’atto sulla potenza e Dio è Atto puro da ogni potenzialità; inoltre afferma il primato dell’essere su ogni essenza e Dio è l’Essere per essenza. Siccome l’uomo è composto di materia e forma, di potenza e atto, di essenza ed essere, egli è essenzialmente distinto da Dio, assolutamente semplice e privo di ogni composizione, e perciò l’unico centro e fine è Dio (“Rex et Centrum omnium cordium”) e non l’uomo, che è solo un mezzo ordinato al fine e sottomesso a lui. Solo il tomismo, a differenza dello scotismo e del suarezismo “scarsamente reattivi verso le tesi più arrischiate e sovversive” (Reginaldo Garrigou-Lagrange, Essenza e attualità del tomismo, Brescia, La Scuola, 1947, p. 32) riesce a confutare ogni forma, sia pur soltanto tendenziale, di panteismo ed ogni tentativo di far coincidere teo e antropo/centrismo, tentativo riportato in auge dall’insegnamento pastorale del concilio Vaticano II (cfr. Giovanni Paolo II, 1980, “Dives in misericordia” n.° 1[1]), che su questo punto è in contraddizione con la sana ragione, la Tradizione apostolica e il magistero costante della Chiesa.
5°) L’essere per il tomismo non è univoco (come dicono Scoto e Suarez), ma analogo. Se l’essere fosse univoco, si ricadrebbe nell’errore del monismo di Parmenide (ripreso da Spinoza e dall’immanentismo moderno) già risolto da Aristotele nella Metafisica con la dottrina della distinzione reale tra potenza ed atto. Infatti ciò che è univoco viene diversificato solo da differenze estrinseche a lui. Ora al di fuori dell’essere non c’è nulla. Quindi tutto sarebbe una sola cosa: mondo e Dio. Da questa divergenza tra tomismo e scolastica decadente (scotismo e suarezismo), che si trova all’inizio della metafisica o della definizione della natura dell’essere, che pian piano ci fa scendere all’Essere stesso sussistente, si giunge alla divergenza, che si situa al vertice della metafisica o teologia naturale: per S. Tommaso solo in Dio l’essenza e l’essere sono la stessa cosa (S. Th., I, q. 3, a. 4), mentre per scotismo e suarezismo anche nelle creature essenza ed essere non sono realmente distinti, ma solo logicamente. Perciò con la loro teoria filosofica come si può confutare il panteismo di Baruch Spinoza e di tutta la filosofia immanentistica, secondo cui l’essere appartiene per natura alla sostanza creata e quindi esiste una sola sostanza ed un solo essere, che sarebbero Dio e il mondo?
6°) Per S. Tommaso solo Dio, l’Atto puro, è il suo proprio essere per essenza. Quindi l’Essere divino non è ricevuto in nessuna potenza o essenza ed è illimitato ed infinito (S. Th., I, q. 3 a. 4; ivi, q. 7, a. 1). L’essere è l’ultima attualità o perfezione di ogni altra perfezione. L’Angelico trascende Platone ed Aristotele, che si son fermati all’idea ed all’essenza senza risalire all’essere che le ultima.
*
L’essere come vertice della filosofia di tomistica e l’essenzialismo aristotelico
S. Tommaso, perciò, è il filosofo dell’essere come atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione. Per essenzialismo (o formalismo) si vuol intendere la filosofia aristotelica, che si ferma all’essenza o alla forma e non giunge all’atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione, che è l’atto di essere. Attenzione! Il tomismo verace, che non si ferma all’essenzialismo o studio dell’essenze, ma lo trascende arrivando all’essere, il quale è la perfezione dell’essenza, non significa neppure ‘esistenzialismo contemporaneo’ o studio dell’esistenza concreta del singolo individuo con i suoi problemi esistenziali, ma neanche ‘esistenzialismo classico-antico’, che viene da ex-sistere ossia uscir fuori dal nulla e dalla propria causa e si ferma allo studio del fatto di esistere degli enti finiti. Il tomismo genuino non nega la positività ontologica dell’essenza o forma dei vari enti e neppure la necessità di studiare l’esistenza positiva e reale dell’ente creato che è il fatto di esistere, il quale è il semplice risultato della presenza reale e positiva dell’ente nella realtà e non va confuso con l’atto di essere, che è l’ultima perfezione metafisica di ogni forma o essenza, termine della metafisica tomistica, la quale trascende Platone ed Aristotele. Tra essere come atto ultimo ed esistere come prodotto dell’essere informante un’essenza passa la stessa differenza che tra causa ed effetto. Ora la causa non è l’effetto e quindi l’essere non è l’esistenza. Purtroppo questa verità fondamentale del tomismo è stata trascurata dalla terza scolastica e padre Cornelio Fabro[2] ne ha fatto il suo cavallo di battaglia.
*
L’atto d’essere
L’Angelico insegna che «l’essenza, prima di avere l’atto di essere, non esiste ancora» (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2) e che «è necessario che l’atto stesso di essere stia all’essenza, la quale è realmente distinta da esso, come l’atto alla potenza» (S. Th., I, q. 3, a. 4. Cf. De spir. Creat., a. 1). L’ente è composizione fra essere partecipato (atto) ed essenza (potenza). Ne proviene che l’autentico atto di essere (esse) non va mai confuso col fatto dell’esistenza (ex-sistere), la quale è il semplice risultato, prodotto o ‘effetto’ della presenza dell’ente nella realtà, che non può assurgere alla dignità di atto metafisico, il quale è causa di esistenza. Ossia l’essenza che riceve l’essere come suo atto ultimo produce o dà luogo all’ente, il quale è realmente esistente nella realtà (ex-sistit, esce dal nulla ed entra nella realtà), grazie all’essere che attua ultimamente un’essenza. Il semplice fatto dell’esistenza o di essere presente nella realtà si può predicare anche dei difetti, delle malattie, della morte e dei peccati: tutti danni o deficienze degli enti, esistenti, ma non certo perfezione di enti o ‘enti in senso proprio’. Analogamente il poter fare il male è soltanto segno o difetto di libertà, la quale consiste essenzialmente nel poter fare il bene. Quindi il peccato o male morale è difetto o deficienza di vera libertà, come la malattia è difetto di salute, ma anche segno di presenza nella realtà o esistenza dell’ente ammalato (essentia) e non ancora morto (habens esse). Al contrario, la possibilità di peccare è il più grave limite della nostra libertà. Si pensi, per esempio, alla possibilità di un ingegnere di uccidere i cittadini, sbagliando i calcoli del cemento. L’ingegnere perfetto, invece, è colui che non sbaglia i calcoli e fa vivere tranquilli i cittadini, così l’uomo perfetto è colui che non pecca o non agisce moralmente male e fa il bene.
*
Dall’ente ultimato dall’essere a Dio
È pertanto chiaro che la partecipazione degli enti all’essere (“l’ente è un’essenza avente o partecipante l’essere”) può farci risalire a Dio, secondo l’insegnamento di S. Tommaso: «Alla struttura metafisica di ogni ente per partecipazione consegue la sua dipendenza causale, o creaturale, dall’Altro» (Cf. S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1; ivi, ad 2). Ossia l’ente per partecipazione dipende e riceve l’essere dall’Ente per essenza o Dio. Appunto su tale partecipazione si fonda la “quarta via” tomistica nella quale Dio è qualificato come “causa dell’essere”, ovvero Creatore, di tutti gli enti (S. Th., I, q. 2, a. 3). Questo atto di essere, trascende ogni essenza e forma, per cui si deve parlare del supremo atto metafisico di essere. Il termine “ente” esprime anzitutto e soprattutto l’essenza partecipante l’atto di essere (Cfr. In I Sent., d. 8, q. 4, a. 2; De Ver., q. 1, a. 1, ad 3). Ed è perciò stesso che l’ente per partecipazione, costituito dall’essere partecipato e dall’essenza, fonda il primo collegamento della dipendenza causale, o creaturale, di ogni ente finito dall’Essere infinito. Così il vero essere da San Tommaso è riconosciuto come il costitutivo metafisico proprio di Dio (“Ego sum qui sum”; “Javeh”); il Quale, appunto per questo, è la Causa dell’essere, e dunque il Creatore, di tutti gli enti. Non è difficile, allora, vedere che l’onnipresenza creatrice di Dio negli enti presuppone ed esige la sua infinita trascendenza su di essi tutti (Cf. S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3; ivi, I, q. 11, a. 4, ivi, I, q. 8, aa. 1-4; ivi, I, q. 105, a. 5).
*
Analogia di attribuzione e di proporzionalità
Questa trascendenza di Dio sul creato fonda anche l’analogia delle creature con il Creatore: «somiglianza dissomigliante» e «dissomiglianza somigliante». Infatti ogni creatura è più o meno simile a Dio in virtù del suo atto di essere partecipato; ed è più o meno dissimile a Dio in séguito alla sua essenza. Di qui la distinzione tra l’analogia di attribuzione intrinseca rispetto a quella di proporzionalità. L’analogia di proporzionalità (il sasso, l’albero l’animale, l’uomo e l’angelo, sono analoghi a Dio relativamente al fatto di esistere) accentua specialmente l’infinita distanza metafisica degli enti da Dio (infatti le loro essenze sono infinitamente lontane da quella divina). Invece l’analogia di attribuzione (l’essere appartiene essenzialmente a Dio e solo per partecipazione alle creature anche se realmente e formalmente o intrinsecamente) accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio (Cf. S. Th., I, q.3, a. 7, ad 1; ivi, I, q. 13, a. 5; Comp. Th., c. 130, n. 261). Non bisogna perciò contrapporre i due concetti di analogia, ma servirsene secondo i loro rispettivi compiti e scopi (primo: accentuare l’infinita distanza metafisica degli enti da Dio; secondo: sottolineare la dipendenza causale degli enti da Dio).
*
S. Tommaso, Platone e Aristotele
S. Tommaso trascende Platone, giunto soltanto all’essenzialismo dell’‘idea’, come pure Aristotele, fermatosi all’essenzialismo della ‘forma’ e della ‘sostanza’, da entrambi presentate senza il riferimento al vero essere, che le perfeziona ed ultima. È S. Tommaso che trascende questi due filosofi elevando al vertice dell’essere come atto che perfeziona idea e sostanza quanto c’è di valido in entrambi gli indirizzi (Cf. De Subst. sep.,c. 3). Si dovrebbe dunque distinguere il tomismo genuino dall’essenzialismo del platonismo e dell’aristotelismo per farlo emergere nella sua genialità originale di atto di essere, perfezione ultima di ogni forma.
*
Intelletto e volontà
La volontà è una tendenza, un desiderio o un appetito razionale, il quale segue la conoscenza intellettuale ed è specificata dall’oggetto conosciuto dall’intelletto e presentatole come buono, anche se in realtà non lo è (bene apparente, male reale). Infatti l’oggetto della volontà è il bene anche solo apparente e non può essere il male in quanto male, perché ciò sarebbe contrario alla natura della volontà. Ma un oggetto, prima di ‘essere buono’, deve ‘essere o esistere’. Quindi in questo senso la volontà dipende dall’intelligenza: l’intelletto conosce l’essere o la natura intima e vera del suo oggetto, mentre la volontà tende all’essere buono o presentatole come tale. Ora ontologicamente l’essere è anteriore all’essere buono. Perciò in senso assoluto l’intelletto precede la volontà.
Tuttavia quando l’oggetto (per esempio Dio) è più nobile dell’anima umana in cui risiedono l’intelligenza e la volontà, allora - in rapporto a questo oggetto - la volontà è superiore all’intelligenza. Infatti, l’atto intellettivo di conoscere “attira” a sé gli oggetti conosciuti perché la loro rappresentazione entra psicologicamente o logicamente (non fisicamente) nell’intelletto. Perciò Dio è conosciuto secondo le capacità finite e limitate dell’intelletto umano, ossia è rimpicciolito al livello delle nostre idee o concetti intellettuali. La ragione umana può conoscere con certezza l’esistenza di Dio, mediante un sillogismo che parte dagli effetti (creature) per risalire alla Causa prima incausata (Creatore); può giungere a conoscere anche qualche proprietà, nome o attributo di Dio (Essere, Bene, Vero…), ma non tutta la sua Natura, che, essendo infinita, sorpassa illimitatamente le capacità conoscitive dell’intelletto umano ed è infinitamente sproporzionata alla finitezza del concetto intellettuale. L’uomo non può formarsi un’idea adeguata di Dio, altrimenti coglierebbe la sua Essenza infinita e il suo intelletto dovrebbe essere infinito, come vogliono gli ontologisti, ma ciò è evidentemente falso. Solo in Paradiso i Beati vedono Dio faccia a faccia nella sua Essenza come è, ma grazie al Lumen gloriae, che è dato da Dio all’intelletto del Beato e lo sopraeleva soprannaturalmente alla capacità di cogliere intellettualmente e intuitivamente la Natura infinita di Dio (Visione beatifica). L’atto della volontà, che è una tendenza verso un oggetto presentatole come buono, esce, invece, fuori di essa per unirsi all’oggetto conosciuto e amato come buono e possederlo o fruire della sua bontà. Perciò già in terra, quando la volontà ama o desidera Dio, è perfezionata, cresce di grado, poiché esce da sé tende e aderisce ad un oggetto infinitamente più nobile di sé.
Tuttavia bisogna fare attenzione: intelletto e volontà non si possono considerare come due agenti separati, ma sono due facoltà di un solo uomo, facoltà distinte ma non separate, che invece di contrapporsi devono collaborare intimamente (come l’analogia di proporzionalità e quella di attribuzione). Intelletto e volontà sono intimamente legate nella medesima azione: «l’intelletto sa che la volontà vuole e la volontà vuole che l’intelletto conosca» (S. Th., I, q. 82, a. 4, ad 1). Esse sono legate nella libera scelta di un fine, che già Aristotele chiamava “intellezione appetitiva e appetito intellettivo” (Etica Nicomachea, IV, 2). Cronologicamente l’intelletto precede. Infatti la volontà è un appetito o una tendenza razionale, che segue cioè la conoscenza dell’intelletto. Negli scritti di San Tommaso d’Aquino si trova una certa evoluzione o precisazione del suo pensiero. Sino al 1270 (Somma Teologica e De Veritate) l’Angelico attribuisce alla volontà la causalità efficiente e all’intelletto la causalità finale. Invece con la questione De Malo (q. 6, articolo unico) del 1271 san Tommaso specifica[3]: alla volontà spetta la causalità efficiente e finalizzante; all’intelletto spetta la causalità specificante e formale, estrinseca o esemplare, con la quale l’intelletto presenta alla volontà, specificandola, un oggetto conosciuto come bene, un esemplare, un modello o un esempio da volere, il quale è condizione essenziale affinché il bene eserciti la sua attrazione (quale modello) sulla volontà e la volontà eserciti la sua causalità finale e tenda a volere il fine o bene propostole come modello dall’intelletto. Ora il bene è il fine, ma il bene è oggetto della volontà e non dell’intelletto. Infatti ogni bene conosciuto finitamente dall’intelletto (fosse anche Dio) non esercita un’attrazione determinante sulla volontà, che resta indifferente e libera ed è lei a scegliere un bene o un altro bene (reale o apparente) come suo fine. Cajetanus scrive: “voluntas ex se sola flectit judicium quo vult” (In Primam partem, q. 82, a. 4). Quindi il bene, anche se prima è stato presentato dall’intelletto come esempio, esercita una causalità finale solo dopo che è stato scelto liberamente dalla volontà. La proposta o l’illuminazione (come quella di un faro), che rende possibile o occasiona la scelta del bene, viene dall’intelletto, però la scelta o il rifiuto (il movimento avanti o indietro, come quello del motore) vengono dalla volontà, non ciecamente, ma razionalmente poiché la scelta è libera e volontaria, ma valutata e deliberata dall’intelletto: prendo o scelgo con la volontà ciò che con l’intelletto ho valutato come bene per me. Perciò è l’intelletto - nell’ordine statico - che illumina la volontà come causa formale estrinseca o esemplare, che specifica la volontà, presentandole il suo oggetto: l’essere conosciuto come buono, anche se in realtà è cattivo (S. Th., q. 9, a. 1), ma non bisogna misconoscere che la volontà - nell’ordine dinamico o attivo - muove l’intelletto come causa efficiente e finale (S. Th., I, q. 82, a. 4; De Veritate, q. 22, a. 12) sia applicandolo a questo oggetto (matematica) o a quest’altro (filosofia) sia facendogli ponderare il lato buono di un bene finito oppure quello cattivo, poiché l’ente-bene finito è sempre un bonum mixtum malo. L’intelletto offre alla volontà i princìpi o le conoscenze (l’esempio o il modello) per poter tendere verso qualcosa (“niente è voluto se prima non è conosciuto”), le presenta l’essere conosciuto come buono, ma tale presentazione è solo ‘conditio sine qua non’ affinché il bene possa attrarre la volontà. Perciò ogni atto di volontà procede - cronologicamente innanzitutto e materialmente - da un atto dell’intelletto; tuttavia è la volontà che tende poi - formalmente ed efficacemente - all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine, e in questo senso l’atto di volontà è superiore a quello d’intelletto (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2; Ivi, q. 99, a. 1, ad 3). Perciò la volontà realizza ultimamente l’uomo intero offrendogli il suo fine, che è il bene e la felicità (causalità finale); essa è principio di ogni agire (causalità efficiente) e in questo senso la volontà muove l’intelletto (S. Th., I-II, q. 9, a. 1, ad 3), ma la volontà tende all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2).
*
La vera libertà
Nella produzione dell’atto libero vi è un influsso reciproco tra intelletto e volontà. Ambedue sono facoltà di un unico uomo e sarebbe falso ipostatizzare intelletto e volontà come due soggetti agenti per se sussistenti, di cui l’uno propone e l’altro dispone separatamente. Invece il soggetto che razionalmente propone e liberamente dispone è l’uomo. L’uomo sceglie il fine o bene e per mezzo del suo intelletto e della sua volontà muove l’intelletto come causa efficiente a conoscere un oggetto piuttosto che un altro e infine spinge l’intelletto ad emettere l’ultimo giudizio pratico. La scelta deliberata e consapevole (volizione o elezione) costituisce l’atto libero con cui un uomo accetta (o respinge) un determinato bene finito come in concreto per lui fine buono e ultimo, in cui trovare la felicità. La fase decisiva della produzione dell’atto libero è una scelta che è dovuta all’uomo, il quale si serve assieme dell’intelletto e della volontà: «la scelta è o un’intellezione appetitiva o, meglio, un appetito intellettuale, e il principio che opera tale scelta è l’uomo» (Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 2). La scelta è un atto di giudizio voluto o di volizione ragionata. Il giudizio o valutazione è atto dell’intelletto. Per giungere alla scelta libera, che è atto di volontà, bisogna arrivare dal ‘giudizio speculativo’, che mi presenta un oggetto (“ricchezza”) come felicità/bene/fine in maniera assolutamente astratta, universale, valida per tutti o teorica, a quello ‘speculativo-pratico-prossimo’, ove la volontà spinge l’intelletto a ‘deliberare’ (decidere, interrogarsi o stabilire) quale mezzo prendere (“lavorare o rubare”) considerando (valutando o giudicando) se l’oggetto (“ricchezza”) sia veramente fine buono per me e la mia felicità, concretamente, qui e adesso. L’intelletto delibera mentre la volontà ancora si frena o si inibisce di prorompere in un atto di adesione definitiva che vuole ultimamente un mezzo (“non-rubare, ma lavorare”), come atto a cogliere il fine/bene/felicità. Inoltre è la volontà che spinge efficientemente l’intelletto a concentrare la sua attenzione su un aspetto o un altro del bene in considerazione (“ricchezza”) e a deliberare o decidere in maniera più approfondita quale mezzo prendere (“non-rubare”) per giungervi. Quindi si giunge al ‘giudizio pratico-pratico’ o ultimo pratico, che è la scelta concreta libera e cosciente (o il rifiuto) del mezzo (“non-rubare”) atto a farmi cogliere il fine/bene/felicità (“ricchezza”). Tale bene, che è conosciuto dall’intelletto finitamente ed è così presentato alla volontà, viene scelto dalla volontà come, concretamente, qui e adesso, un bene totale o fine ultimo, in cui trovare la beatitudine. Questa scelta è un giudizio pratico dell’intelletto, che mi fa dire “per me hic et nunc la ricchezza è il bene assoluto, il mio fine ultimo in cui troverò la felicità e per giungervi debbo “non-rubare”, ma lavorare. Ora in questo ‘giudizio pratico-pratico’ intervengono cronologicamente assieme intelletto e volontà, ma l’intelletto influisce sulla volontà come causa esemplare o formale estrinseca (“non-rubare” è l’esempio, il modello da seguire e volere per essere felici o ricchi); tuttavia il giudizio intellettivo diviene pratico-pratico o ultimo poiché la volontà liberamente spinge l’intelletto a dare l’assenso ad esso e poi la volontà lo accetta come bene totale o fine ultimo. Infatti, trattandosi di un bene finito, che è sempre unito ad un certo lato spiacevole (bonum mixtum malo), la deliberazione dell’intelletto (stabilire quale mezzo prendere: “rubare/non-rubare”) da sé sola non può concludersi a un giudizio definitivo o ultimo. Vi è indeterminazione da parte dell’oggetto buono che è finito, ma vi è auto-determinazione della volontà. Infatti “libero arbitrio” significa che la volontà è arbitra o sceglie di prendere un mezzo (“non-rubare”) più che un’altro (“rubare”), senza essere determinata dal giudizio speculativo o intellettuale. L’atto libero è primariamente, formalmente e sostanzialmente un atto di volontà, ossia emesso dalla volontà, che è illuminata secondariamente, materialmente e accidentalmente dall’intelletto quale causa esemplare. Allora è la volontà che spinge come causa efficiente e finale l’intelligenza a soffermarsi su un dato aspetto del mezzo in questione e a giudicarlo come hic et nunc il migliore per me (“non-rubare”) ponendo fine alla ‘deliberazione’ intellettuale e giungendo alla ‘scelta libera’ della volontà. Siccome manca l’evidenza intellettuale di fronte ad un bene finito, allora è la volontà che liberamente muove l’intelletto ad un ‘assenso’ giudicativo e ‘sceglie’ liberamente. Questa scelta, compiuta sotto l’influsso mutuo dell’intelletto e volontà, è formalmente atto della volontà sia perché la scelta non è atto intellettuale ma volitivo, sia perché la causalità efficiente della volontà sull’assenso intellettivo è più importante di quella esemplare illuminatrice dell’intelletto sulla volontà. Una volta posto questo ‘giudizio pratico-pratico’ su un dato mezzo come atto hic et ninc a farmi cogliere il bene totale e fine ultimo in cui essere felice, allora la volontà vuole immancabilmente tale mezzo, poiché è appetito razionale, altrimenti sarebbe appetito irragionevole e dall’altra parte rinuncerebbe alla sua felicità, al fine ultimo e al bene totale, ossia vorrebbe il ‘male in quanto male’, ma ciò ripugna alla natura della volontà che è ordinata al bene. La libertà deriva, dunque, dalla mancanza di proporzione tra la volontà razionale, che è specificata da un Bene universale, e un bene finito e particolare, che è buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto e assolutamente sproporzionato alla ampiezza illimitata della volontà specificata dal Bene universale (De Veritate, q. 22, a. 5). Amare Dio, che in sé è infinito ma è conosciuto da me finitamente, è un qualcosa che ha il rovescio della medaglia (bene in sé, misto a male per me). Infatti per amare Dio debbo rinnegare il mio amor proprio e quindi è un bene reale che a me e al mio egoismo appare come un “male” apparente (S. Th. I, q. 83, Ivi, I-II, q. 10, aa. 1-4). Ora, se è l’intelletto a presentare alla volontà un oggetto come indifferente, ossia finito e quindi buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto, è, invece, la volontà che fissa l’intelletto a considerare l’aspetto buono in sé o sgradevole per me dell’oggetto conosciuto e a farmi giudicare pratico-praticamente e perciò scegliere liberamente l’uno o l’altro (S. Th., I-II, q. 57, a. 5, ad 3um; Ivi, q. 58, a. 5): “Video meliora proboque, sed deteriora sequor; vedo le cose buone e le approvo speculativamente, ma praticamente faccio quelle cattive. «C’è qui un influsso reciproco tra intelletto e volontà, come una specie di matrimonio tra le due facoltà» (R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203; Id., Dieu, son existence et sa nature, Parigi, Beauchesne, 1928, pp. 590-657). Ora il male morale consiste proprio nella difformità tra giudizio speculativo e libera elezione della volontà. Per cui il male morale o peccato non è ignoranza (Socrate), ma cattiva volontà[4].
*
L’uomo è intelligente e libero, non è solo intelletto né è sola volontà
Tomisticamente non bisogna mai dimenticare che è tutto l’uomo anima e corpo, con l’intelletto, la volontà, la sensibilità e le passioni (“nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu”; “nulla entra nell’intelletto se prima non passa attraverso i sensi”), che conosce e vuole ed agisce, per cui bisogna educare la sensibilità e le passioni ad obbedire alla volontà, e questa all’intelletto e viceversa. Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange scrive: «se nego il valore dell’intelligenza retta, comprometto la bontà dell’azione libera e volontaria. La volontà deve essere educata, illuminata e rettificata dalla sana e retta intelligenza e dal giudizio speculativo vero circa il Fine ultimo. Non si può amare Dio, Sommo Bene e Vero, senza la retta conoscenza della realtà. Tuttavia, l’intelletto pratico, che sceglie i mezzi, dipende dalla buona volontà. Ognuno giudica praticamente secondo la propria tendenza: se l’inclinazione del proprio appetito sensibile o razionale è cattiva (l’ambizioso), il giudizio pratico non è retto (per me qui e adesso è bene rubare). La verità del giudizio dell’intelletto pratico dipende dalla buona volontà» (La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203).
*
L’importanza di una buona volontà
San Tommaso insegna: «Penso […] perché voglio pensare» (De malo, q. 6, a. 1; Summa contra Gent., lib. I, cap. 72). Se mi manca la buona volontà non metto a frutto l’intelligenza o la metto malamente a frutto per fare il male. Perciò si potrebbe vedere l’assioma nihil volitum nisi praecognitum anche dal lato opposto del nihil cognitum nisi praevolitum. Se non voglio pensare o conoscere, non penso e non conosco. Entrambe sono veri: l’intelletto è il faro dell’auto ma se non voglio girare la chiave del motore ed accendere le luci, il faro resta spento. Come pure, se accendo solo il motore senza illuminare la strada, mi schianto sicuramente, poiché la volontà è una facoltà cieca. Per cui bisogna coordinare e far collaborare intelletto e volontà senza contrapporle. «Mediante la volontà ci gioviamo di tutto ciò che si trova in noi. Per cui è chiamata buona non la persona intelligente, ma quella che ha la buona volontà» (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 3). Infatti la nostra anima mantiene la grazia infusa da Dio in forza della buona volontà (S. Th., I, q. 83, a. 2, sed contra). La libertà vera consiste nella scelta libera di voler amare Dio e «più amiamo Dio, più siamo liberi» (In III Sent., dist. 29, a. 8, quaestiunc. 3, n. 106, sed contra). Per cui «la vera libertà è libertà dal peccato; mentre la vera schiavitù è la schiavitù del peccato» (S. Th., II-II, q. 183, a. 4). Se l’intelligenza rende l’uomo dotto, la volontà lo fa virtuoso. Il peccato, perciò, è l’obitorio della vera libertà. “Il vero filosofo è colui che ama Dio (S. Agostino, De Civitate Dei, l. VIII, c. 1); “L’unica libertà è la vittoria sul peccato” (Cornelio Fabro, Vangeli delle Domeniche, Segni, 2011, II ed., p. 273); «L’uomo poco sapiente e di scarsa intelligenza ma timorato di Dio, è migliore di chi è molto intelligente ma trasgredisce la legge divina» (Sir., XIX, 21). Come d’altra parte insegna anche il Vangelo: è “la Verità che vi farà liberi”, poiché chi cade nell’errore è schiavo di esso; “Caritatem facientes in veritate” (San Paolo). Perciò non si può disgiungere la retta conoscenza dalla buona volontà. “Ubi justitia et veritas, ibi caritas”.
*
Non separiamo ciò che Dio ha unito
Ecco l’importanza di non separare ciò che Dio ha unito in matrimonio: intelletto e volontà, ma di farli cooperare unitamente e subordinatamente come causa formale estrinseca che illumina (intelletto) ed efficiente e finale che muove (volontà) l’uomo a conoscere il vero e ad agire bene. L’uomo è composto di anima (in cui si trovano l’intelletto e la volontà) e corpo (in cui vi sono la conoscenza sensibile: sensi esterni, interni e l’appetito sensibile: irascibile e concupiscibile). La sola intelligenza senza la buona volontà porta al male, la sola volontà senza conoscenza è cieca e devia, sbanda, si schianta. Inoltre le passioni sensibili debbono essere educate a rispondere positivamente alla buona volontà per essere applicate alla conoscenza del vero. Altrimenti prendono il sopravvento e trascinano l’intelletto e la volontà verso oggetti falsi e cattivi. Occorre coltivare il corpo con i suoi sensi esterni (vista, tatto, gusto, olfatto e odorato) ed interni (memoria e fantasia…), l’appetito sensibile (irascibile e concupiscibile), le passioni (ira, odio, amore, timore…); poi l’intelletto a conoscere il vero e rifiutare il falso ed infine la volontà ad amare il bene ed odiare il male. “Fa il bene ed evita il male, questo è tutto l’uomo”. Non siamo solo ‘ragione pura’, nemmeno ‘volontà assoluta’, neppure solo istinti, sensi, passioni, ma un misto di queste cose che debbono lavorare assieme, subordinatamente a farci cogliere il nostro vero Fine ultimo conosciuto ed amato. L’Imitazione di Cristo ci insegna che il giorno del Giudizio non ci verrà chiesto ciò che abbiamo letto, detto o scritto, ma ciò che abbiamo voluto e fatto. L’ideale è la retta scienza accompagnata dalla buona volontà (“doctus cum pietate, pius cum doctrina”), conoscere per amare e voler conoscere per poter amare sempre meglio. Senza dimenticare che abbiamo un corpo con i suoi sensi e le passioni, che vanno educate e innalzate dalla conoscenza amorosa del Fine ultimo e non represse, altrimenti scoppiano e si rivoltano. “Chi vuol far l’angelo, finisce per diventare una bestia”. L’uomo è un’unità sostanziale di anima e corpo, sensibilità, intelletto/volontà e tutto deve essere utilizzato in armonia e gerarchia allo scopo finale. L’uomo completo dovrebbe tendere, pian piano e soprattutto con l’aiuto di Dio, ad acquisire una intelligenza profonda, chiara, riflessiva, penetrante, agile, viva e rapida, non superficiale, non fredda, arida o egoista, ma accompagnata da un caldo e intenso amore di Dio e del prossimo ed una volontà forte, ferma, costante, attiva e tenace, non timida, ma impavida e accompagnata dalla bontà di cuore, evitando la pignoleria e la meticolosità ristrette, la durezza, l’ostinazione, l’insensibilità. Infine la sensibilità, controllata da intelletto e volontà, dovrebbe arricchire l’appetito irascibile con la benignità, la serenità, la compassione, l’affabilità e l’espansività, senza durezza di cuore e l’appetito concupiscibile con la padronanza di sé e la flemma, la costanza, la metodicità, la perseveranza e la prudenza, schivando l’angelismo come pure la schiavitù o la dipendenza dalle passioni o dagli istinti disordinati[5]. Per cui intelletto, volontà e sensibilità debbono concorrere al perfezionamento dell’uomo assieme e subordinatamente.
*
Senza metafisica crolla la morale
Tolto l’ordine metafisico è tolta la normatività, la responsabilità, l’imputabilità e perciò vengono meno le basi dell’ordine morale. Così come tolto l’essere vien meno anche l’agire. Parimenti è tolto l’ordine della libertà: nella scelta del fine la volontà muove se stessa e precede l’intelletto. L’autentica filosofia non si riduce affatto a un esercizio di pensiero, pur indispensabile, ma è esercizio di buona volontà disposta ad accogliere e riconoscere la verità dell’ente, dell’atto di essere e soprattutto dell’Essere perfettissimo. “Il vero filosofo è colui che conosce alla luce della Causa prima, giudica rettamente e ordina ogni cosa al proprio fine e soprattutto la sua vita, vivendo virtuosamente”.
Mi sembra che questi possano essere considerati i rudimenti essenziali della metafisica e dell’etica tomistica, che ci aiutano a conoscere il vero per vivere bene e cogliere il nostro Fine. Che Dio ci conceda di poter conoscere sempre meglio tali princìpi per metterli in pratica e giungere a vederlo faccia a faccia.
d. CURZIO NITOGLIA
29 ottobre 2011


[1] «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio».
[2] La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, [1939], Segni, 2005, IV ed. Id., Partecipazione e causalità secondo S. Tommaso d’Aquino [1961], Segni, 2010, II ed.
[3] Cfr. O. Lottin, Psychologie et morale aux XII et XIII siècles, Gembloux, 1942, I, pp. 225-389; Id., Morale fondamentale, Tournai, 1954, pp. 96-100.
[4] Cfr. C. Fabro, Riflessioni sulla libertà, Rimini, 1983.
[5] Cfr. A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma, Desclée, VIII ed., 1954, A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Roma, Paoline, 1960.