giovedì 17 novembre 2011

uscire dall'euro e alla svelta o sarà la catastrofe.

Non si fa (più) credito


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La velocità degli eventi supera quella della dattilografia con cui si cerca di segnalarli. Si comincia a scrivere: Ecco cosa avverrà..., ed è già avvenuto. Motus in fine velocior, domina la paura. Solo qualche spunto.

«I leader delleurozona hanno tramutato un problema greco di solvibilità da 50 miliardi in una crisi esistenziale da 1.000 miliardi. Non so se ridere o piangere»: così David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico.tttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt
Angela Merkel (quella a cui allude Miliband) ha fatto appello per una riorganizzazione dell’Unione Europea, naturalmente nel senso di una maggiore integrazione, come piace alle oligarchie.

«Ha sostenuto legami politici più stretti e norme più rigorose per i bilanci».

Nelle stesse ore, la tedesca CDU – il partito della Merkel – riunito nel suo annuale congresso, ha approvato una mozione da far diventare legge, che permette l’uscita dall’euro senza che ciò comporti esclusione dalla UE. Il che sembra un tantinello in contrasto con quel che la Merkel ha appena detto.

Berlino continua invece a vietare alla BCE di comprare i debiti pubblici che giungono a maturità e non trovano nè compratori nè rifinanziatori sui mercati, con moneta creata ex-nihilo. Ciò è male, finalmente lo dicono tutti – persino Berlusconi s’è accorto che la Banca Centrale Europea non è una vera Banca Centrale, perchè non può fare il prestatore di ultima istanza.

Ma come sempre, è in ritardo. Quando tutti finalmente capiscono che la monetizzazione è la soluzione, ha cessato di esserlo. Le cose sono cambiate in una notte. Una cosa era monetizzare (stampando moneta) piccoli debiti giunti a maturità, come quello di Grecia o Portogallo; tutt’altra cosa monetizzare il debito dell’Italia, il terzo debitore del mondo.

A questo punto, la compra da parte della BCE di BOT e di BTP a interessi bassi, farebbe qualcosa per consentire all’Italia di tornare sui mercati a tassi d’interesse sostenibili? È escluso: c’è una corsa da parte delle banche francesi e tedesche, oltre alle altre istituzioni e fondi, a liberarsi della loro esposizioni ai debiti sovrani, e per ora nulla li fermerà.

Avanza il dubbio che stia per implodere la più grossa bolla della storia, risultato di bolle accumulate negli ultimi 20 anni e rimediate (da Greenspan ad esempio) con la fornitura di denaro a tassi bassissimi, che creavano nuove bolle; anche l’Europa marginale ha vissuto di tassi bassi (quelli dei BOT germanici) indebitandosi allegramente; che questa piaga purulenta si curi semplicemente con la monetizzazione, stampando moneta, è solo illusione.

Sui mercati è apparso il cartello: Non si fa credito.

Il sistema bancario, stracolmo di titoli di credito e cambiali svalutate, non fa credito, e questo solo fatto fa sparire la liquidità, in quanto oggi sono le banche a creare moneta, indebitando. Hanno smesso di indebitare, ed è la deflazione. Ossia il congelamento e il crack dell’economia reale, del lavoro, delle vite, dei risparmi, dei valori immobiliari e mobiliari.

Per la prima volta nella storia, su un giornale britannico (il Guardian, è vero, di sinistra intelligente) appare un articolo dove si denuncia che la produzione della moneta, questa funzione essenziale dello Stato «è stata privatizzata». È un argomento principe dei cospirazionisti che denunciano da decenni questa usurpazione delle banche, e la truffa del credito frazionale, omologo alla falsificazione di banconote; è anche uno degli argomenti più censurati dai media. È un po’ tardi, ma meglio tardi che mai. (Money has been privatised by stealth)

I tedeschi vietano alla BCE di monetizzare per motivi uno più ottuso dell’altro: non vogliono pagare per le spese allegre dei Paesi-cicala, inseriscono il discorso moralistico («punire Atene, punire Roma, non condonare lazzardo morale») con cui mascherano loscamente i loro interessi più miopi di creditori. Ma anche loro, le loro banche, meritano di essere punite per il loro azzardo morale, aver prestato troppo e senza controllo alle cicale. Ed ora pensano di salvarsi da soli, abbandonando i debitori.

David Miliband è ottimista: la crisi non è da mille miliardi, sono almeno 3 mila miliardi (tre trilioni) di cattivi debiti quelli che sono nella pancia d’Europa. Debiti che – lo si capisce sempre più chiaramente ogni ora che passa – sono inesigibili.

Se la BCE stampasse i 3 trilioni di euro per salvare banche e detentori di titoli, allora pagheranno i popoli che vivono di salari e pensioni in euro: pagheranno in potere d’acquisto diminuito di quei 3 mila miliardi, e inoltre pagheranno come contribuenti obbligati a fornire denaro per mantenere la finzione della solvibilità della stessa BCE.

Nessuno dei grandi media solleva ancora (magari fra un mese, o fra una settimana, chissà) l’argomento-tabù: perchè non cancellare quei 3 trilioni di debiti marci?

S’intende, non è una soluzione indolore, non ci sono soluzioni indolori al giorno d’oggi: siccome ogni euro di debito è un euro di attivo nei conti di qualcun altro, cancellare i debiti significa azzerare gli attivi.

Chi deve assorbire quella perdite? Tutto il vorticoso bordello visto fin qui ha lo scopo di far assorbire il debito alle masse, che i loro salari se li sono guadagnati col lavoro, anzichè a chi ha profittato speculando su attivi folli, come il debito greco o italiano. È questa la madre di tutti gli azzardi morali: sono coloro che hanno preso questi rischi per profitto privato che dovrebbero accollarsi le perdite.

Ciò significa che avrebbero danni i risparmiatori in BOT e in BTP (ma ai piccoli potrebbe essere data qualche garanzia) i fondi pensione e le assicurazioni; soprattutto, una quantità di banche sarebbero spazzate via e chiuse, ma la vita continuerebbe, anzi migliorerebbe non solo in termini di equità, ma di ripresa economica.
«Una botta e via», come diceva il boia Mastro Titta al Rugantino con il collo già sul ceppo.

L’alternativa è invece, che per mantenere al valore irreale i BOT e i BTP, ci facciano morire della tortura cinese dei mille tagli, sotto il lento strangolamento della torchia fiscale, sempre più stretta per strizzarci l’ultima finanziaria, visto che la precedente non è bastata a calmare i mercati… Se no perchè Monti avrebbe nominato ministro dello Sviluppo Carlo Passera, capintesta di Banca Intesa?... Le banche vogliono la vostra libbra di carne. Depressione sopra depressione, senza alcuna prospettiva d’uscita.

La Germania ha visto ancora una crescita relativamente buona nel terzo trimestre, più 0,5% rispetto al secondo. Ma gli ordini industriali tedeschi sono caduti del 4,3% da agosto a settembre, e gli ordinativi provenienti dalla zona euro sono crollati del 12,1%.

Ed Anton Boerner, il capo della BGA, la confederazione di 120 mila piccolo-medio industrie tedesche, dichiara: «La nostra economia è robusta. Il problema sono i Paesi sud-europei. Non è la Germania che deve affrontare la crisi, è lItalia. Il problema è un problema italiano, è la loro società».

Insomma: se la Germania non esporta abbastanza, è colpa degli Stati del Sud, dell’Italia a cui la Germania ha portato via il 40% delle sue quote di mercato, grazie all’euro forte. È che deve risolvere l’Italia, dice. Eppure il calo degli ordini gli sta dicendo che il problema si ripercuote sulla Germania troppo dipendente dall’export; il prezzo che Berlino non vuol pagare, lo pagherà in altro modo.

Questo Boerner dice anche alla BBC: «Quello di cui abbiamo bisogno è un mercato comune, non una moneta comune». Comodo, no? In ogni caso, la frase indica che davvero gli ambienti tedeschi che contano stanno progettando di cacciare fuori dall’euro i Paesi-cicala. Si tengono il mercato comune su cui spadroneggiano – così pensano loro – senza doversi accollare la moneta comune.

Intelligente, questo teutonico.

Ma per noi andrebbe meglio. Lo deduco da un’analisi di David McWilliams, un giornalista economico abbastanza reputato in Irlanda, che parla della fine dell’euro, e valuta: per noi andrebbe meglio di oggi. Ovviamente, il discorso vale anche per l’Italia, e vale la pena di citarlo.


David McWilliams
David McWilliams
McWilliams comincia a ricordare che, quando l’Irlanda aveva la sua valuta nazionale agganciata al marco tedesco (come la lira italiana, eravamo nel serpentone europeo) «abbiamo svalutato sei volte in 13 anni nello sforzo di restare competitivi rispetto ai tedeschi. Per contro, quando siamo entrati nelleuro e non possiamo più svalutare, abbiamo perso il 30% di competitività rispetto alla Germania». L’Italia ha perso il 40%.

Continua McWilliams:

«È chiaro che tutti (si noti quel tutti) i Paesi periferici necessitano di un cambiamento del valore delle valute per rendere le nostre imprese più competitive, e più esportatrici. Abbiamo anche bisogno di rendere le importazioni più costose, in modo da non importare troppo. Il tasso di cambio debole realizza entrambe queste cose. La svalutazione funziona».

E ricorda come la Finlandia e la Svezia abbiano conquistato una competitività stabile (non temporanea) dopo aver svalutato nel ‘92.

Senza svalutare, continua l’irlandese, «non possiamo tener testa alla Germania e questo rende la promessa UE di convergenza economica difficile da ottenere senza prendere pesantemente in prestito... Adesso nessuno di noi riesce a ripagare questi prestiti».
Pura e semplice realtà, quale nessuno che conti in Italia sta dicendo.

La proposta che ne viene è limpida:

«Quindi ci occorre un condono del debito o qualche rinegoziazione di esso. Il nuovo euro (del Sud, o dei Paesi periferici) andrebbe accompagnato da una massiccia cancellazione del debito, perchè se si riduce il valore della moneta in cui la gente viene pagata senza proporzionalmente ridurre il valore dei loro debiti in essere, la gente semplicemente non sarà in grado di pagare e il Paese farà default dopo la svalutazione. Le due cose vanno fatte insieme».

McWilliams preconizza ovviamente un euro-debole separato dall’euro-forte, che resterebbe ai tedeschi e ai loro satelliti.

«Il nuovo euro-debole si negozierebbe, diciamo, al 70% del vecchio. Il che significa che, in rapporto ai tedeschi, il nostro livello di vita sarebbe ridotto di un terzo da un giorno allaltro».

Tragedia sociale? Sì, ammette l’irlandese. Ma non dimentichiamo che le politiche attualmente imposteci dalla UE, dalla Germania e dal Fondo Monetario puntano esattamente a farci arretrare nel livello di vita.

«Otterremmo in un giorno ciò che le attuali politiche cercano di fare in cinque anni».

«Una botta e via»: è meglio della lenta garrota eurocratico-bancaria. In compenso, «diverremmo un luogo che attrae investimenti perchè il nostro costo del lavoro sarebbe a più buon prezzo». Naturalmente non si deve dimenticare che i redditi della gente sarebbero ridotti di altrettanto.

Un bel vantaggio sarebbe nella riduzione di tutti i debiti del 30%. Le banche che hanno prestato in euro forti, e dovessero essere ripagate in euro deboli, «sopporterebbero grosse perdite di cambio». Ma le banche nei Paesi passati alla nuova moneta potrebbero emettere titoli garantiti dalla UE e riscattabili in nuovi euro (deboli) presso la BCE.

«Questi titoli possono essere considerati capitale, in modo che le banche non falliscano».

McWilliams si preoccupa anche dei risparmiatori, che hanno i risparmi in euro-forte e li vedrebbero convertiti in euro-deboli, al 30% in meno. E prevede una soluzione:

«Ai risparmiatori si possono dare nuovi bond indicizzati sullinflazione emessi dallo Stato e redimibili presso la BCE, ma non immediatamente».

Ciò non è anormale, in quanto generalmente la gente lascia dormire i risparmi in banca; bisogna dare un incentivo a questo comportamento, e gli Stati «dovrebbero assicurarsi che i nuovi titoli siano credibili abbastanza, che i detentori non desiderino incassarli a tambur battente».

Non è una prospettiva allegra? Ma non c’è mai il miglior modo di uscire dalla crisi, «solo il meno peggiore». Quello dei due euro a due velocità, «almeno, scongiura il caos di unimplosione caotica e il ritorno in fretta e furia a troppe diverse valute».

Perchè è questo che avverrà, per come si sono messe le cose, e per come si applicano le terapie per conto del sistema bancario: una implosione caotica dell’euro, la vaporizzazione, e il ritorno confusionario e tragico a tante valute, ciascuno per sè.

McWilliams propone invece un’alleanza monetaria fra i Paesi periferici, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, con una sola moneta, un euro-debole, e un taglio coordinato e controllato dei loro debiti tutti insieme.

E chi doveva chiamare a raccolta i Paesi vittime della Germania? Il più grosso dei periferici, ossia l’Italia. Se avesse avuto un minimo di autorità politica e una qualche credibilità internazionale.

Perciò non posso sopportare che Berlusconi oggi faccia sapere: «Vedete? Nominato Monti, lo spread non è sceso. Dunque non ero io la causa della crisi». Sì, è stato lui. Lui che negli anni di bonaccia non ha ridotto il debito pubblico, ma l’ha dissennatamente aumentato con spese da pessimo amministratore, mentre era prevedibile che il Paese col terzo debito del mondo, che faticava a servirlo negli anni buoni, alla prima crisi finanziaria seria si sarebbe trovato nei guai grossi, ossia senza credito. È stato lui a tralasciare quell’accordo e coordinamento fra Paesi periferici, che oggi bisognerà fare in fretta, e che nessuno qui sembra in grado di fare (noi pendiamo dalle labbra dei tedeschi, del FMI, della Goldman).

I giornali che il Cavaliere paga (Il Giornale e Il Tempo, Il Foglio e Libero) si sono scoperti una vena complottista svergognata: proprio loro che deridevano chi indicava le trame dei potere forti, strillano che i banchieri e Goldman Sachs ci hanno rubato «la democrazia» togliendo la poltrona a Berlusconi. Accade persino che alla Radio RAI di Stato si parli apertamente dei «tre di Goldman», Draghi, Monti e Papademos, si dia voce a persone che denunciano il gruppo Bilderberg, si fa il nome della Commissione Trilaterale, che fino a ieri nessun giornalista pronunciava o scriveva…

Come autori di volumi dal titolo Complotti, dovremmo rallegrarci? Invece no. Quando le teorie cospirative arrivano sui media, da una parte vuol dire che hanno perso la loro forza politica, dall’altra sono luoghi comuni fasulli: agitati oggi dal berlusconismo ormai impotente, e dalla classe politica in generale, come alibi per il suo fallimento.

Monti delegato di Goldman Sachs? D’accordo: ma voi avete forse fatto meglio? Avete fatto peggio. Saccheggio dei beni pubblici, ostacoli al Paese che lavora, mantenimento di eserciti di parassiti, fantastiche «lotte allevasione», servilità verso le lobby interne ed estere, mancanza di visione e prospettiva, e incompetenza; la mignotto-crazia di Berlusconi è stata solo l’ultima ditata (di cacca) sulla bancarotta della nostra vita politica. A tal punto, che la maggioranza oggi spera di farsi salvare da Monti e da Draghi proprio perchè hanno alle spalle Goldman Sachs.

Saranno delusi. Perchè ormai il crack avanza ad una tale velocità, che è dubbio che anche i poteri forti ultra-sovrani stiano agendo in base a un progetto, e non siano invece sotto l’effetto del panico.

Siamo nella fase che un famoso economista, Rudy Dornbusch (morto nel 2002) descriveva così:

«La perdita di fiducia ci mette più tempo ad apparire di quanto si pensi, ma poi compare più rapidamente di quanto ognuno possa credere. Gli Stati riescono a finanziarsi finchè, di colpo, non ci riescono più. Il non-rischio resta non-rischio finchè è solo rischio».

Era almeno dal 2007, quando scoppiò la Lehman, che bisognava approntare le difese, che bisognava denunciare Goldman Sachs e vietarne per legge le invenzioni speculative e le frodi. Oggi è tardi per credere di nuovo nella classe politica. Anche nella vita pubblica è appeso il cartello: Non si fa più credito.

alcuni "hanno speso la loro intera vita investendo in una visione della Chiesa che non ha portato alcun frutto. Al contrario, non solo non ha prodotto frutti, ma ha quasi abbattuto l’albero". Ora "c’è bisogno di una nuova generazione di grandi santi che possano guidare la Chiesa indietro verso un futuro più luminoso"

Per le strade di Babele, coram Deo.

Inchiesta sul Vetus Ordo a New York

TRATTO DA :


NEW YORK. PER LE STRADE DI BABELE, CORAM DEO



un’inchiesta sull’ortodossia e la messa antica
nel cuore dell’ultimo impero d’Occidente:
Manhattan





Essere ri-convertiti al cattolicesimo da Mark Zuckerberg. A Midtown sulla 37ma e Broadway, capire di stare veramente “morendo a te stesso”. Quella sagoma di donna snella nel suo contegno atemporale, rivolta all’Essenziale. Sulle strade di Babele, lei, Augustina. Teddy; quel senso del sacro che oggi è inversamente proporzionale all’età. Eddy: “l’arcivescovo Dolan non sapeva”. Incontro con padre James; “I vecchi vescovi hanno i giorni contati”. Infine, diaologo con Mark, di fronte al Madison Square Garden


IN BREVE
 
Questo tempio posizionato in uno degli angoli più congestionati di Midtown sulla 37ma e Broadway, ad un passo da Times Square, a pensarci bene si erge come una stonatura, o meglio, come l’unica nota armoniosa nel Fashion District perennemente invaso da una folla invasata di dinamismo e frastuono. Entratovi, è infatti subito il silenzio la melodia che rompe la cacofonia dell’iperattivismo esterno. In assoluta contrapposizione al caos che spadroneggia là fuori, sulle strade di Babele. Gianni mi aveva consigliato il mercoledì in quanto giorno dove è ciclicamente prevista anche la Missa Cantata, ma, musicata o Bassa, mi aveva assicurato che comunque “mi avrebbe cambiato la vita”. Per lui, dice, “fu amore a prima vista”. Ci capito che viene officiata una Missa Lecta, e credo non avrei potuto pescare meglio. Già subito al Confiteor mi ritrovo immerso nell’Essenza. La voce del celebrante è quasi impercettibile per me e i circa venticinque fedeli presenti, eppure mi è già evidente quanto tutto sia naturalmente proiettato verso l’alto; un’elevazione in cui si viene come attratti contro la propria volontà, altro che necessità di “partecipazione”. Capisci di stare veramente “morendo a te stesso” in quei momenti: come puoi dunque pretendere di esercitare un qualsivoglia controllo, decidere di mettere bocca nel prodigio che ti è concesso di essere attirato a e da Lui? Non sono leciti che la dedizione, la quiete, l’abbandono e, paradossalmente, il controllo di ogni forma d’espressione dell’Io nelle sue sguaiate declinazioni quotidiane.


E’ interessante il fatto che il Concilio Vaticano II si occupò di accrescere il ruolo del laicato in chiesa e il movimento tradizionale sia quasi completamente formato da laici. E una parte del clero si oppone a ciò con furore. Quest’avversione feroce proviene in special modo da vescovi. E’ uno scandalo. Ma è solo una questione di tempo. Vedi, in America abbiamo quest’espressione: ‘La soluzione biologica’, che significa che alla fine…”


Sì, e quando ciò accadrà si avrà una popolazione ecclesiastica più giovane con una mente più aperta (curioso notare di nuovo, dopo l’analoga considerazione del sacerdote, come quest’idea dell’”apertura mentale” rifletta una rovesciamento dell’abituale accusa mossa in genere dai ‘novatori’ ai cultori della Tradizione, additati indistintamente come incapaci di “aprirsi” alla modernità. N.d.a.). La verità è: queste persone di una certa età, all’incirca tra i 55 e i 70 anni, hanno speso la loro intera vita investendo in una visione della Chiesa che non ha portato alcun frutto. Al contrario, non solo non ha prodotto frutti, ma ha quasi abbattuto l’albero!




Video tratto da: http://tradizionalistacattolico.blogspot.com/
Musica Cristiana - The Best of the Benedictine Monks of St. Michael's

 
 
dal nostro corrispondente da New York

Luca Dombrè

 
ESSERE RI-CONVERTITI AL CATTOLICESIMO DA MARK ZUCKERBERG

Quando si sta per intraprendere un viaggio, lo si può in genere affrontare con due diverse predisposizioni: raccogliere tutte le informazioni possibili da manuali, libri, internet e persone che sono state in quei luoghi, preparandosi così ad ogni tappa ed evenienza; oppure, ficcare in valigia gli effetti personali essenziali e partire senza sapere bene cosa ci aspetterà, spinti più dal fremito dei futuri imprevisti che non dalla consapevole eccitazione di chi sa cosa andrà a vedere.

Giunto il momento di iniziare il mio cammino nell’ignoto mondo della Messa Antica a New York, decisi di optare per il secondo approccio, in primis ignaro di come precisamente si svolgesse tale liturgia, sebbene dopo averne letto per mesi, specie nei termini del noto, velenoso dibattito “tradizionalisti vs modernisti”. Restituito alla vita da un ritorno al cattolicesimo tutto sommato recente, avevo aspettato a lungo di assistere al secolare rito, pregustando di vedersi riunire in un unicum coerente e scorrevole tutte quelle impressioni, covate per anni, di appartenenza a qualcosa di più grande di me. Qualcosa che mi precedeva nelle infinite forme di colline levigate e paesaggi definiti dall’ultramillenaria civiltà contadina cristiana; pievi nascoste tra pioppi e platani; croci d’ogni genere e stile come basi azotate a comporre l’identità del mio immaginario di ragazzo italiano ed europeo; cimiteri ed ossa viste sbucare da marmi divelti, e mille altre istantanee impresse fino all’anima. Volevo, dunque, che varcare la soglia di una chiesa dove si celebra l’antica liturgia sigillasse lo scrigno di tutte quelle inestimabili immagini, e mi confermasse pellegrino in una casa che, inspiegabilmente, sentivo allo stesso tempo di non aver mai lasciato. Eppure, già prima di mettervi piede mi riscaldava il pensiero che, in qualunque angolo della Terra ci si ritrovasse, per secoli e secoli milioni di uomini avevano adorato il Redentore sempre allo stesso modo. Una continuità, senza precedenti nella storia umana, fratturata pochi decenni fa per piccone di un pensiero che ne decretò la morte per fare spazio ad un ordine nuovo di idee, ideologie e prassi liturgiche da queste infettate. Le conseguenze di ciò sono storia, anche di questi giorni, che è superfluo rielencare. Andare a scoprire questo nuovo antico mondo nel Nuovo Mondo contemplava, dunque, sia aspetti personali che di interesse generale per capire meglio la direzione presa in America dalla Chiesa Cattolica. E dal sottoscritto.

C’è molto di curioso nel fatto che debba una parte alquanto consistente della mia (ri)conversione a Mark Zuckerberg. Senza Facebook, infatti, non avrei fatto certi incontri decisivi ad indirizzarmi sulla retta via, ultimo dei quali quello con Gianni, italo-americano della Tradizione che mi ha consigliato, essendone un frequentatore, la chiesa di The Holy Innocents a Manhattan per poter assistere alla Messa Tridentina. La creazione di un ebreo – sebbene nominale in quanto ateo, per quel che ne so- ha pesato nel riportarmi fra le braccia del cattolicesimo: e come fai a non credere che le vie del Signore siano davvero infinite?



A MIDTOWN SULLA 37MA E BROADWAY. CAPIRE DI STARE VERAMENTE “MORENDO A TE STESSO”


Questo tempio è l’unico nei cinque boroughs della città ad ospitare una celebrazione giornaliera della Santa Messa secondo il rito Tridentino, ogni pomeriggio alle sei. Posizionato in uno degli angoli più congestionati di Midtown sulla 37ma e Broadway, ad un passo da Times Square, a pensarci bene si erge come una stonatura, o meglio, come l’unica nota armoniosa nel Fashion District perennemente invaso da una folla invasata di dinamismo e frastuono. Entratovi, è infatti subito il silenzio la melodia che rompe la cacofonia dell’iperattivismo esterno. Gianni mi aveva consigliato il mercoledì in quanto giorno dove è ciclicamente prevista anche la Missa Cantata, ma, musicata o Bassa, mi aveva assicurato che comunque “mi avrebbe cambiato la vita”. Per lui, dice, “fu amore a prima vista”. Ci capito che viene officiata una Missa Lecta, e credo non avrei potuto pescare meglio. Già subito al Confiteor mi ritrovo immerso nell’Essenza. La voce del celebrante è quasi impercettibile per me e i circa venticinque fedeli presenti, eppure mi è già evidente quanto tutto sia naturalmente proiettato verso l’alto; un’elevazione in cui si viene come attratti contro la propria volontà, altro che necessità di “partecipazione”. Capisci di stare veramente “morendo a te stesso” in quei momenti: come puoi dunque pretendere di esercitare un qualsivoglia controllo, decidere di mettere bocca nel prodigio che ti è concesso di essere attirato a e da Lui? Non sono leciti che la dedizione, la quiete, l’abbandono e, paradossalmente, il controllo di ogni forma d’espressione dell’Io nelle sue sguaiate declinazioni quotidiane.



QUELLA SAGOMA DI DONNA SNELLA NEL SUO CONTEGNO ATEMPORALE, RIVOLTA ALL’ESSENZIALE


Dicevo della percezione lampante della verticalità in ogni aspetto di questo rito, un’esattezza formale e sostanziale che, d’improvviso, noto rispecchiarsi in una figura seduta poco più avanti, nella fila di panche a sinistra rispetto all’ingresso, mentre io siedo a destra. E’ una sagoma di donna snella, il capo coperto da un velo di pizzo nero ad avvolgere una chioma rossastra. Ogni suo movimento è dominato da una devozione cosciente di ogni passaggio della celebrazione, a cui risponde con una gestualità inappuntabile, direi geometrica, specie nell’atto di congiungere le mani in preghiera. Vi è in lei un’intera grammatica di gesti dettati da un contegno atemporale, in assoluta contrapposizione al caos che spadroneggia là fuori, sulle strade di Babele. La venerazione della Bellezza fa sì che questa si propaghi anche negli atteggiamenti necessari a celebrarla, e tale grazia non può non struggere del bisogno disperato che ne abbiamo in quanto esseri umani, specie in quest’epoca dove tutto è ‘post-’ senza che quasi ricordiamo cosa vi sia stato prima. Smemorati, sradicati, disorientati. Ma ecco che il decoro di quella donna pia e rivolta solo all’Essenziale ci ricollega al flusso vitale che guida e decide la storia. Diventa a questo punto evidente che è lei il primo “personaggio” che dovrò intervistare per iniziare a raccontare questa vicenda. E, non certo a caso, sarà proprio grazie a lei che potrò incontrare anche gli altri protagonisti animatori del Vetus Ordo newyorchese.



SULLE STRADE DI BABELE, LEI, AUGUSTINA


Al termine della Messa, esco sul sagrato in attesa che faccia lo stesso. Un minuto e la vedo venire fuori mentre si scioglie i capelli dal velo ricamato. La fermo spiegando di volerle fare qualche breve domanda e subito si mostra disponibile a dirmi qualcosa di sé e di come si sia avvicinata alla Messa Antica, il medesimo approccio che userò anche con gli altri. Augustina, questo il suo nome di cresima, ha circa trent’anni e viene dal Canada. E’ una studiosa di lettere classiche e questa sua preparazione accademica ha avuto un ruolo fondamentale nel percorso che l’ha portata dal protestantesimo (figlia di luterani nominali, ha frequentato una scuola luterana) al cattolicesimo. Come per tanti altri, incluso chi scrive, la sua conversione si evolve attraverso un processo innanzitutto intellettuale, una riflessione graduale che le mostra la grazia e la consistenza della fede cattolica in contrasto con quella disconnessa e nebulosa della United Church of Canada: “Lì praticamente non c’è neanche più la formula trinitaria, sono affondati nella pazzia”, dice. Il suo lavoro di latinista la porta, durante gli studi universitari, alla scoperta di Sant’Agostino e, progressivamente, incontra “la bellezza e la rettitudine nella liturgia cattolica, in cui intuivo qualcosa di irresistibile”, che sperimenta la prima volta che partecipa ad una messa della religione romana, della quale entrerà però a far parte definitivamente solo dopo tre anni. Lungo questo sentiero, oltre alle sconsideratezze canadesi, ha anche modo di assistere alle sciatterie “cattoliche” di una chiesa del New Mexico, dove ci si abbraccia al momento del Padre Nostro e al segno di pace, e il Sacramento è stato rimosso dal tempio per un non ben precisato motivo. Sono esempi pratici di questo tipo a mostrarle il dato conclamato per cui la scomparsa della solennità nella liturgia e la sua pessima amministrazione hanno una sola conseguenza possibile: lo svuotamento delle chiese. A riequilibrare lo spiazzamento di Augustina contribuirà, però, la costanza nel perseguire la strada intrapresa, anche grazie ad esempi di ortodossia e dedizione a cui guardare, come l’Oratorio di San Filippo Neri a Toronto, modello di eccellente apostolato, o la stessa parrocchia in cui ci troviamo, dove i frequentatori del Vetus Ordo animano il culto della Tradizione con incrollabile abnegazione.

E’ con la medesima laconica eloquenza che Augustina mi scrive un’email, qualche giorno dopo il nostro incontro, fornendomi un elenco di questi cattolici dell’intransigenza ai quali ha passato il mio contatto per segnalare l’inchiesta che sto conducendo. Cita, tra gli altri, Teddy (“giovane, piissimo servitore che affronterebbe volentieri il martirio per la più piccola rubrica della Santa Messa”), Eddy (“sa tutto di tutto riguardo alla messa Usus Antiquior. Imperturbabile.”) e Mark (“avvocato, servitore d’altare, PRINCIPALE promotore dei circoli cattolici tradizionali a NYC”).



TEDDY. QUEL SENSO DEL SACRO CHE OGGI È INVERSAMENTE PROPORZIONALE ALL’ETÀ


Fedeli (e non “pubblico”) alla messa antica a Manhattan

Col primo, diciannovenne di etnia filippino-thailandese, ho un colloquio breve, ma rivelatorio di un elemento già intuito con la mia amica canadese e poi confermato anche dagli altri: la devozione di questi fedeli è in rapporto inversamente proporzionale alla loro età. Più sono giovani, più la loro reverenza verso la sacralità della liturgia sembra aumentare. Teddy è un altro dei numerosi esempi di come anche la Provvidenza si sia buttata nella tecnologia e si sia messa a pescare uomini tra le pagine del web. Teddy, caratterizzato da una concisione mista a timidezza, ha infatti scoperto la Messa Antica circa due anni fa, spinto più che altro da curiosità. Dice di essere rimasto colpito dal suono della lingua latina e di aver trovato da subito il Vetus Ordoconcettualmente ricco”, perciò capace di “rafforzare la fede” a differenza del Novus Ordo che, afferma, si presta a molti abusi. Un punto di vista granitico, che mi si conferma ancor più tale quando consulto il suo blog (dal titolo e dai contenuti inequivocabili) che mi segnala via email il giorno successivo.



EDDY. “L’ARCIVESCOVO DOLAN NON SAPEVA”


L’arcivescovo di New York e presidente dei vescovi USA, Timothy Dolan

Con Eddy ci incontriamo la settimana successiva in sacrestia, al termine della Messa del mercoledì. Anche a lui, neanche a dirlo, la “notizia” dell’esistenza del Rito Antico giunge attraverso internet (su cui si tiene aggiornato leggendo blog in inglese, spagnolo e anche italiano). Mi racconta, infatti, che sta leggendo di storia della Chiesa, quando un giorno si imbatte in un link dove il Messale di Paolo VI viene paragonato a quello Tridentino. Approfondendo la ricerca, decide di andare a vedere questo rituale la cui elaboratezza, dice, “a volte scoraggia alcuni, ma a me non è accaduto. E poi mi è sembrato da subito più sereno, e faceva sembrare la Chiesa…più Chiesa!”, oltre a trasmettergli una certa familiarità con la lingua latina, essendo originario del Nicaragua. Laico neanche trentenne, serve messa dal 2003. Una lunga esperienza, insomma, che lo ha visto testimone di tempi duri per i devoti della Tradizione a New York. E’, infatti, solo dall’anno scorso che a The Holy Innocents si è riusciti a celebrare quotidianamente il Vetus Ordo, che in precedenza veniva celebrato in una chiesa dell’Upper East Side, da dove, a quanto pare, sono stati fatti traslocare col pretesto di una gestione caotica degli arredamenti della chiesa. Superfluo aggiungere che il bastone tra le ruote era impugnato da elementi del clero tendenzialmente avversi alla celebrazione in latino. Personaggi, c’è da supporre, variamente distribuiti nella gerarchia ecclesiastica cittadina, considerazione che risulta fondata e condensata in un episodio che Eddy mi racconta al termine del nostro colloquio. Nel 2010, padre James, sacerdote di origine polacca proveniente dal Bronx e che officia quando può a The Holy Innocents, si era occupato di una petizione inviata all’arcivescovado in cui si richiedeva di poter istituire una celebrazione giornaliera della Messa Antica. Tempo dopo la spedizione dell’istanza, che tardava a ricevere risposta, padre James si imbatte nell’arcivescovo Timothy Michael Dolan in persona chiedendogli ragguagli a riguardo. La risposta – inquietante ma tutto sommato pronosticabile in un contesto dove, parallelamente all’Europa, i tradizionalisti newyorchesi devono affrontare parecchie resistenze- è lapidaria: “Non ho mai ricevuto nessuna lettera”. Emerge così un altro elemento chiave, che troverà più accurata definizione ecclesiastica (nel senso di ‘Ecclesiaste’) nelle due successive interviste: la devozione viva e fervorosa di questi giovani e valorosi servitori della Fede cattolica deve scontrarsi con gli ostruzionismi e gli struzzonismi di un progressismo senescente che, di fronte alla speranza rappresentata dallo zelo dei primi, preferisce affondare la testa nel fango della propria tracotante supponenza. Il più delle volte, come vedremo, derivata dalla tabula rasa che le deviazioni post-conciliari hanno lasciato dietro di sé, anche in America. Niente di nuovo sotto il sole, appunto.



INCONTRO CON PADRE JAMES. “I VECCHI VESCOVI HANNO I GIORNI CONTATI”


Messa antica a Manhattan. Interno della chiesa The Holy Innocents

C’è anche un altro incontro, in questo caso non organizzato previamente, ed è proprio con il padre James della disavventura appena raccontata. Avviene, come ormai di consuetudine, alla fine della funzione. Presentatomi dalla mia “Virgilia” canadese, noto con ammirazione, anche stavolta, la giovane età di questo compito e lucidissimo pastore che mi dedica poco meno di dieci minuti di concentrata attenzione alle mie domande e altrettanta applicazione nelle risposte. E non vi è modo migliore di riportare la chiarezza del mio interlocutore della trascrizione del nostro dialogo:

Padre James, chi frequenta la Messa Antica a New York e da cosa è spinto a preferire questa liturgia a quella promulgata da Paolo VI?

Molti sono rimasti disgustati dalle modifiche nella Messa Nuova. Non necessariamente dalle modifiche in se stesse, ma dalla loro misera interpretazione e dagli abusi inseriti nella celebrazione. Cosa che nella Messa Antica non avviene. Qui si seguono delle direttive ben precise e non vi è spazio per innovazioni o l’inserimento di direttive personali. E’ molto chiaro ciò che si deve fare. E credo che questo sia ciò che desiderano i fedeli. Questa Messa in particolare mostra la sacralità del rituale, ed ogni tipologia di Messa è comunque sacra. Dunque non è una questione di validità o meno di essa, ma della bellezza e del rispetto che si deve a Dio. La Messa Antica inoltre fa risaltare la dignità del sacerdozio. Noti che lei non vedrà partecipare solo gente anziana, ma anche giovani. E sono convinto che queste persone esigano rispetto per il Mistero, rispetto per il culto e per il sacro, ecco le ragioni per cui questo seguito di persone sta crescendo”.



Messa antica a Manhattan

Cosa ci può dire sul dibattito negli Stati Uniti tra i cosiddetti ‘tradizionalisti’ e i liberal non solo nel laicato, ma anche all’interno della gerarchia?

Prima del Motu Proprio, negli USA il problema era con i vescovi più anziani. Quando avevi bisogno del nulla osta del vescovo, emergevano un sacco di difficoltà (in realtà qui usa una colorita espressione idiomatica che rende l’idea del malessere: “It was like pulling teeth getting the Mass”. N.d.a.), stipulazioni e problemi vari. Ti facevano sentire come se stessi facendo qualcosa di sbagliato chiedendo di celebrare questa Messa. I vescovi più giovani, invece, sono molto più aperti di mente perché, ritengo, non hanno investito nulla nelle modifiche liturgiche. Sa, molti di questi vecchi vescovi avevano un ruolo anche in Vaticano e avevano essi stessi investito in tutte queste innovazioni. Ma loro stessi non avevano personalità, erano vescovi deboli incapaci di porre un freno agli abusi liturgici nelle loro diocesi, e per questo sono convinto che non vogliano che glielo si ricordi. Sono stati ordinati sacerdoti e hanno ordinato a loro volta con la Messa Antica, e poi hanno abbandonato tutto. Credo che questa sia parte della ragione del loro comportamento, nel senso che le persone si autocondizionano ad accettare qualcosa e poi non vogliono ritornare alla situazione precedente. Mi intende: vengono cresciuti nella maniera tradizionale, poi quando arrivano le novità vi si adattano, punto. Ora che la maniera tradizionale sta ritornando, non ne vogliono sapere”.

Crede che in questo senso la tendenza migliorerà in un futuro non lontano?

Me lo auguro. Vì è ancora molta resistenza da parte di alcuni dei vescovi più anziani, ma, in tutta onestà, credo che abbiano i giorni contati (qui trattengo a stento, anzi no, una risata. N.d.a.). Credo che ci stiamo dirigendo in questa direzione: non necessariamente quella della Messa Antica, ma, come il Santo Padre ha detto, verso una ‘riforma della riforma’. Potrebbe trattarsi di una commistione tra Rito Tridentino e Novus Ordo, probabilmente nel giro di qualche anno, ma stiamo prendendo questa strada e chiunque la contesti va contro i desideri del Pontefice”.



Il fatto è che non si tratta di un’opposizione tra Messa Antica e Messa Nuova, ma di essere equilibrati, poiché non è che una rappresenti il ‘Bene’ e l’altra il ‘Male’.
Naturalmente. La Messa Nuova può essere celebrata con molta devozione ed essere molto tradizionale, senza tutte queste innovazioni. Capisce, quando si pensa a tutto questo polemizzare, l’animosità, se ci pensa sul serio in fondo… è una Messa! Ma perché te la devi prendere tanto per una Messa? Ecco a cosa siamo arrivati”.

INFINE, DIALOGO CON MARK, DI FRONTE AL MADISON SQUARE GARDEN


Interno della chiesa The Holy Innocents a New York. Corpus Christi.
Il mio viaggio alla scoperta del Vetus Ordo nel cuore di Manhattan termina con la conversazione più lunga ed articolata della serie, quella con Mark, avvocato sulla quarantina dall’eloquio appassionato e dalla profonda conoscenza delle tematiche, non solo liturgiche, dell’ortodossia. Originario del Midwest, di quell’America semplice, lontana dalle sofisticazioni e dai sofismi peculiari della Grande Mela, trasmette una spassosa affabilità e veracità nelle opinioni, dirette e senza diplomatismi di sorta. Papale papale come piace a noi, ecco. Sul sagrato ci coglie una tipica sera di tardo Ottobre, anticipazione dell’autunno incipiente: irritanti folate di vento che fanno cadere la pioggia a 180 gradi. Camminiamo così per qualche isolato fino a rifugiarci in un tipico diner sulla Nona Avenue, giusto di fronte al Madison Square Garden. Atmosfera americanissima, dunque adatta per cogliere meglio i dettagli della questione del cattolicesimo locale, ma, come vedremo, foriera di forti parallelismi con la situazione della Chiesa in Italia ed Europa. Come nel colloquio precedente, il modo migliore di lasciar parlare l’eloquenza di questo perspicace “mover and shaker” della scena tradizionalista newyorchese (definizione di Augustina) è riportare ampi sprazzi della nostra lunga conversazione. L’inizio vede Mark discutere alcuni aspetti della presenza della religione nel discorso pubblico americano:
Negli Stati Uniti, specie in posti come il Midwest dove la vita non è dominata da una visione secolare del mondo, le persone si trovano tuttora a proprio agio ad andare in chiesa. E’ un aspetto abituale della vita, sarebbe anormale non andarci. In questo paese vige ancora un convincimento per cui andare in chiesa non è affatto motivo di imbarazzo. Laddove, se si pensa all’Europa, vi è invece la convinzione che sia primitivo andarci e, se vuoi essere parte di una certa classe sociale, non puoi realisticamente essere un credente e magari anche praticante. Qui non va così. Puoi avere un alto livello di istruzione e allo stesso tempo promuovere valori religiosi. Puoi trovarti ad un livello piuttosto elevato nella società e tuttavia essere un fedele praticante. Il discorso politico poi fa spesso riferimento a valori religiosi, cosa che non è accettabile in Europa. C’erano persone che vedevano Barack Obama con sospetto perché le sue credenziali di cristiano sono estremamente inconsistenti e la sua storia religiosa inizia quando è nella trentina e coincide (cronologicamente) con la sua carriera politica. Cosa ci dice questo? Beh, qualcuno potrebbe dire di lui: “Ha capito che in America per avere una carriera politica non puoi non professare una religione”. E non è ben chiaro in che cosa consistano le sue credenze religiose. Sembra che la tipologia di cristianesimo che pare aver adottato abbia molto a che fare con la politica. A Chicago frequentava una chiesa dove il discorso sul cristianesimo è molto influenzato da logiche di pratica politica, cosa il governo dovrebbe fare per la gente. Si potrebbe dire, non a torto, che ciò non è affatto tutto quello di cui tratta il cristianesimo, che non è mai ciò che il governo dovrebbe fare, bensì è sempre ciò che tu ed io come individui dovremmo fare. Si tratta di una distinzione molto importante”.


“Corpus Christi!” nel cuore di Manhattan
Passando al discorso specifico sulla Messa Antica, che opinione ha sulla contrapposizione abituale con il Novus Ordo e la questione degli abusi liturgici?
E’ interessante il fatto che il Concilio Vaticano II si occupò di accrescere il ruolo del laicato in chiesa e il movimento tradizionale sia quasi completamente formato da laici. E una parte del clero si oppone a ciò con furore. Quest’avversione feroce proviene in special modo da vescovi. E’ uno scandalo. Ma è solo una questione di tempo. Vedi, in America abbiamo quest’espressione: “La soluzione biologica”, che significa che alla fine…”


E’ lo stesso che mi ha detto padre James! (dico io, anche qui incapace di trattenere il riso).
“Sì, e quando ciò accadrà si avrà una popolazione (ecclesiastica) più giovane con una mente più aperta (curioso notare di nuovo, dopo l’analoga considerazione del sacerdote, come quest’idea dell’”apertura mentale” rifletta una rovesciamento dell’abituale accusa mossa in genere dai ‘novatori’ ai cultori della Tradizione, additati indistintamente come incapaci di “aprirsi” alla modernità. N.d.a.). La verità è: queste persone di una certa età, all’incirca tra i 55 e i 70 anni, hanno speso la loro intera vita investendo in una visione della Chiesa che non ha portato alcun frutto. Al contrario, non solo non ha prodotto frutti, ma ha quasi abbattuto l’albero! La Nuova Messa abusata contiene nella propria interezza il vocabolario culturale dell’intrattenimento. Nella nostra società, i momenti in cui ci riuniamo come gruppo sono quasi esclusivamente per la chiesa e l’intrattenimento. Oggi il solco tra le due cose è stato cancellato, cosicché ora si ritiene che tutte quelle indicazioni sul come dire le cose, sul come comportarsi, ora esse sono le stesse che agiscono quando vai al cinema, a teatro o alla partita di baseball. In un qualche modo, vi è un palco, tutto è orientato in modo da favorire la visuale, gli altroparlanti, musica d’intrattenimento… è ridicolo! Invece di essere un’esperienza di venerazione.
Una volta frequentai una lezione di liturgia in cui si spiegava che quest’ultima dovrebbe ricordarti, quando vai alla Messa, che ‘quella’ è la tua casa, non la cultura esterna. Per cui, in un certo senso, nella Messa dovresti provare un senso di distanza, di discontinuità dalla cultura. Ciò che avviene ora è che la Messa semplicemente assorbe la cultura, ne diventa uno specchio. Invece di dirigerti in chiesa dicendoti: “Questo è ciò che non funziona nel mondo dal quale sono uscito”, ci entri rientrando di nuovo in quella cosa da cui cercavi di scappare! Allora a quel punto ti chiedi: “Ma perché pormi il problema di entrare qui, quando in questo modo non esco da quell’altra cosa?”. Ecco perché nessuno va in chiesa. Quei vescovi non sembrano capirlo. E’ così ovvio che non possono ammetterlo. Piuttosto, continuerebbero ad applicare sanguisughe sul paziente, invece che concludere che usare sanguisughe per curare un ammalato non funziona. Questo è il problema. Avevano una soluzione, pensavano che avrebbe risolto il problema facendoci credere a un problema che in realtà non esisteva e così hanno creato un problema che non sono in grado di risolvere!”.


The Holy Innocents, New York. Messa di sempre
Perché vi sono nel clero persone che sembrano essere maggiormente interessate a conservare la propria posizione piuttosto che trovare soluzioni realmente efficaci al problema liturgico? Per quale motivo, a suo avviso, sono così cocciuti?
“E’ lo stesso che nella scienza. I cambiamenti nei paradigmi scientifici non avvengono gradualmente, ma radicalmente, e tutti vi resistono finché non si devono arrendere ad essi. Proprio così, no? E perché resistono? Perché le loro carriere, le loro professioni, le loro dissertazioni, i loro articoli contribuiscono alla visione che verrà accantonata. E’ quello che sanno, quello che hanno studiato, è ciò di cui hanno scritto e ora sta per essere tutto abbandonato. E’ la natura umana, che combatte la ‘rivoluzione’. Parla con le persone: più sono giovani, più ti diranno: “Ma a che cosa stavano pensando?!”. Se leggi alcuni di questi progressisti senescenti, per loro il problema della riforma liturgica non è che si sono spinti troppo in là, ma che non si sono spinti abbastanza in là! E che vogliono fare di più. Cosa? Come è possibile andare più oltre di così?!


C’è poi il fatto che una volta la Chiesa preparava i preti ad essere preti, per cui uscivano dai seminari avendo studiato il latino per otto anni. Avevano coscienza di cosa gli era richiesto per poter svolgere il loro lavoro. Ora invece non sono istruiti per compiere il proprio lavoro. Ho comunque la convinzione che, nel lungo periodo, si guarderà a questi accadimenti con sconcerto: è stato fatto così tanto danno alla Chiesa dalle persone all’interno della Chiesa e gli è servito un così lungo tempo per ammettere che stavano compiendo danni e fermarsi. E’ sorprendente. C’è stato un crollo di convinzione sulla Presenza Reale, no? Non fanno nulla per ristabilire la fede della gente in Essa. Come, per esempio, l’idea che ogni briciola va considerata sacra. E quei gesti abituali, come genuflettersi di fronte al tabernacolo, rimettere il tabernacolo al centro delle chiese. Oggi la gente non ha la minima idea che dovrebbe inginocchiarsi quando passa il centro della chiesa. Tutte queste piccole cose erano il fulcro di ciò in cui crediamo. Se vuoi davvero ricostruire la fede delle persone, dovresti partire dal restaurare quelle pratiche, perché quelle pratiche rinforzano ciò in cui credi, ogni singolo giorno. Ma quella è gente concentrata unicamente sull’ideologia. Ad esempio, di recente sono stato a visitare un amico prete nel Midwest. E’ un uomo sulla cinquantina, infelice, pieno di risentimento. Si discuteva di morale e altro, e trovava strano che credessi essere un peccato mortale non andare a messa la Domenica. La trovava una cosa troppo estrema. Una volta ha addirittura amministrato un’assoluzione generale per un gruppo di persone che si trovavano quel giorno in chiesa, credo non avesse tempo di confessarli invididualmente. Ma la confessione generale è possibile solo in due casi: quando vi è un caso di grave necessità o quando vi è imminente pericolo di morte, tipo una nave che sta per affondare! Oppure quest’altro prete con cui pranzavo di recente in refettorio. Ottantadue anni, ha officiato ovviamente da sempre la Messa Antica e ne ha grande rispetto. E’ scioccato dal fatto che le persone abbandonino la Chiesa. Però poi abbiamo avuto un dibatttito molto acceso, perché metteva in dubbio la Reale Presenza nell’Eucaristia! Gli ho detto: “Ti rendi conto?! Tu sei il prete e io sono il laico, dovrebbe essere il contrario!”. Non capiscono che hanno la tutela delle persone che guidano in quanto pastori e che dovrebbero avere più attenzione ed accertarsi della correttezza di ciò che insegnano. Perché se stai sbagliando e loro agiscono seguendo quello sbaglio, il peso dell’errore è il tuo”.
Vescovo celebra a Manhattan in rito antico

Cosa mi può dire di questo ‘movimento della Tradizione’ a livello nazionale negli USA?
Credo sia una cosa emozionante, sta crescendo, non esponenzialmente, ma sta crescendo bene. Qui a New York fino a pochi anni fa non avevamo una Messa quotidiana, ora l’abbiamo. L’anno scorso per gran parte dell’anno abbiamo avuto i Vespri Domenicali, la Liturgia delle Ore, Messe Solenni, un calendario interessante. E questo in tutto il paese. Finora è stata una crescita vivace ed importante”.

Quando ho intervistato padre Tonelotto, responsabile della Radio Maria in lingua italiana qui a NYC, ha accennato al fatto che diversi frequentatori del Vetus Ordo in città vanno individuati tra professionisti della finanza, banchieri, ecc. E’ una realtà che mi conferma?
Non direi. Ci sono molti tra i ministri che servono all’altare che sono professionisti specifici: abbiamo un dottore di 28 anni, avevamo un ingegnere che è poi diventato domenicano, un avvocato, che sarei io, uno psicologo… Ma ci sono molti che amano la Messa Antica che non hanno un lavoro così ben remunerato. Non è un movimento dei più abbienti. Anzi, mettiamola così: quelli che frequentano la Messa Antica non sono ricchi. Se li vuoi vedere, devi andare nella chiese dell’Upper East Side, ecco dove sono. E quelle persone non vanno alla Messa Antica. Abbiamo anche persone con un bel lavoro, ma molte sono semplici signore, anziani uomini polacchi, ecc. E’ davvero difficile offrire una generalizzazione di chi siano. E’ una cosa che trascende le stereotipiche definizioni di classe”.

Dalle mie parti, la parola magica in genere utilizzata dagli oppositori del Rito Antico è partecipazione. “Nella Messa Antica non c’è partecipazione”. Sono ossessionati dall’idea che questa partecipazione sia qualcosa che decide il valore dell’intera liturgia, cosa che suona ridicola. Questa idea è popolare anche negli Stati Uniti?
Chi fa questo tipo di considerazioni non conosce molto della Messa Antica, perché in primo luogo c’è un messale. Anche se non conosci bene il latino, puoi seguire tutto nel messale. Una delle cose che mi affascinarono di più la prima volta che partecipai a una Messa Antica fu che potevo stringere nelle mani l’intera liturgia della Chiesa nella forma di un libro e potevo portarla con me dovunque. Pensavo che potevo seguire la Messa Tradizionale che mi trovassi a Praga, Budapest, Pretoria o Pechino, ovunque decidessi di andare. Il messale era la chiave di ciò. Come è stato possibile rinunciarvi? La sua perfetta universalità: da Tokyo a Buenos Aires era lo stesso. Non era solo il fatto che vi fosse la possibilità di prendere parte alla Messa allo stesso modo, bensì di poterlo fare allo stesso modo sempre! Ciò che trovo veramente affascinante è che la Chiesa aveva una visione molto più ampia dell’idea di partecipazione. Quello che invece succede adesso nel Novus Ordo è che la gente mette il cervello in modalità ‘pilota automatico’ e inizia a muovere la bocca. Nel Vetus Ordo le parole divengono così familiari che quasi perdi la tua capacità di partecipare perché in qualche modo è come se non vi prestassi attenzione. Anche se ti rechi alla Messa con differenti condizioni e bisogni spirituali, un differente livello di istruzione, puoi partecipare dicendo ad esempio il Rosario. E così non stai corrompendo la Messa, rimani partecipe. Quest’idea tirannica per cui l’unico modo in cui puoi partecipare è ripetere tutti le stesse parole ad alta voce è risibile. Qui il re nudo sta nel fatto che durante la Messa Nuova i fedeli passano la gran parte del tempo a sognare ad occhi aperti. Come dicevo, mettono la testa in modalità ‘pilota automatico’, quando sentono le parole chiave le ripetono e quella è la loro partecipazione”.



In molti casi, il Novus Ordo abusato funge da scusa per il sacerdote per esprimere le sue idee in fatto di politica, sociologia, ecc. Cosa ne pensa?
“Dici bene. Vi è questa idea che l’importante sia l’adesso, l’immanente. Ecco un altro difetto della Messa Nuova: è opprimente. Immagina di essere nella stessa parrocchia con lo stesso prete, anno dopo anno sempre la stessa persona, la stessa opinione. Nella Messa Antica il prete non era al centro. Potevi avere sempre lo stesso prete, ma non era così oppressivo perché non era concentrato su di sé. Oggi, al contrario, egli si mette al centro di tutto. Di recente ho letto un articolo dove si paventava l’ipotesi che in un futuro non lontano potremmo avere una fusione delle due liturgie. Al che la mia reazione è stata: “Beh, basta che la Messa Nuova rassomigli di più a quella Antica, a me sta bene”. Ma se dev’essere l’opposto, non mi sta bene. Come il papa ha sottolineato, una è il prodotto dell’uomo, di un comitato, di un circolo di persone che osserva se stesso, mentre l’altra è il prodotto di secoli di culto e si è sviluppata organicamente per centinaia e centinaia di anni e porta su di sé le impronte digitali di tutti i fedeli che hanno venerato attraverso di essa. L’idea che stessi adorando nella stessa maniera di, che so, Ignazio di Loyola, Teresa di Avila, Filippo Neri: tutti loro hanno visto la medesima Messa che vedevo io. Se entrassero oggi qua dentro, sarebbe assolutamente normale per loro, non troverebbero nessuna sorpresa”.



Mi pare che questa sia una delle differenze fondamentali tra la fede cattolica e le altre denominazioni cristiane, specie protestanti: per noi la Tradizione è quasi tutto, nel senso che non ci basiamo solo sul Libro. Ed è molto triste per un fedele riscontrare che molti esponenti del clero, i quali dovrebbero insegnare questo, non sembrano comprenderlo, appunto che noi, cioè la Chiesa, siamo il prodotto di un processo secolare.
Esatto. L’idea che ci sia stato sottratto il nostro patrimonio ereditario, la nostra Tradizione sotto così tanti aspetti è ciò che trovo più fastidioso nella Riforma. Papa Benedetto XVI, in un discorso credo del 2005, ha in sostanza detto che qualunque interpretazione del Concilio Vaticano II che implichi una rottura col passato piuttosto che una continuità, dev’essere considerata necessariamente errata. Credo sia la cosa più importante che ha compiuto finora: rafforzare la nozione che vi è un’unica, ininterrotta Tradizione. Come è possibile che il nostro rituale più sacro, che abbiamo seguito per secoli, diventi qualcosa da denigrare e ridicolizzare? Come è potuto accadere? Quando come istituzione fai questo a te stessa, stai commettendo un suicidio. Molti anni fa, un sociologo luterano qui negli USA ebbe a dire: “La Chiesa Cattolica si è messa in testa di autodistruggersi deliberatamente. Non avrebbe potuto farlo meglio di come l’ha fatto”. Aveva ragione. Allora tutto ciò che dobbiamo fare per cambiare la situazione è riconnetterci con la Tradizione, le nostre pratiche, le nostre abitudini. Tutte queste cose sono lì. E internet, il miracolo di internet! Non hai bisogno di un prete che ti dica della devozione al Sacro Cuore, i Primi Nove Venerdì, il Rosario, ecc. Sono tutte cose che puoi imparare su internet (il riferimento che qui fa Mark è, evidentemente, non ad internet come sostituto del ruolo del prete, ma a quei preti che omettendo tutte queste pratiche ai fedeli, sono in sostanza inutili e le cui omissioni si possono aggirare grazie alla risorsa telematica. Basti ripensare a come Teddy e Eddy hanno scoperto la Messa Antica. N.d.a.). Ecco perché abbiamo ragione di essere speranzosi. Durante il papato di Giovanni Paolo II ci fu un certo trend per cui in molti volevano tornare a queste devozioni, poi la cosa fu abbandonata. Un tempo, le persone sentivano davvero il bisogno di andarsi a confessare il sabato, le confessioni erano affollate e i preti erano indaffarati a confessare. Ora sono indaffarati a fare qualunque altra cosa! Tipo scrivere i loro sermoni politici. Sono molto arrabbiato per i danni che sono stati portati alla Chiesa, ma sono ottimista e prego che possa accadere una contro-Riforma all’interno della Chiesa. C’è bisogno di una nuova generazione di grandi santi che possano guidare la Chiesa indietro verso un futuro più luminoso ed eccitante”.

mercoledì 16 novembre 2011

Una buona notizia: promosso Nunzio in Italia mons. Adriano Bernardini che osa parlare anche di "ambienti modernisti interni alla Chiesa" ai tempi di Paolo VI.

NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN ITALIA
E NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO

Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Nunzio Apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino S.E. Mons. Adriano Bernardini, Arcivescovo titolare di Faleri, finora Nunzio Apostolico in Argentina.
Del nuovo nunzio abbiamo memoria perchè nel febbraio di quest'anno un suo intervento a difesa del Papa ha fatto il giro del mondo. Ne diamo un resoconto tratto dal sito http://muniatintrantes.blogspot.com/2011_02_01_archive.html
Il nunzio in Argentina difende il papa dagli antipapi.
Senza un briciolo di diplomazia

Meno diplomatico di così non poteva essere, il nunzio apostolico in Argentina, l’arcivescovo Adriano Bernardini, 68 anni, nativo di una diocesi, quella di San Marino e Montefeltro, anch’essa governata da un vescovo dalla parola sferzante, Luigi Negri, oltre che prossima meta di una visita di papa Benedetto XVI
Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra di San Pietro, il nunzio ha infatti pronunciato a Buenos Aires un’omelia che ha scosso non solo i presenti, ma anche una fetta consistente di cattolici di tutto il mondo, in Italia grazie alla traduzione messa in rete dal blog messainlatino.it
Bernardini non ha esitato a denunciare quei sacerdoti, quei religiosi e persino quei vescovi che da anni remano contro i papi di oggi e di ieri, intrepidi difensori della verità, mentre invece loro sono “convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva”.
Meno male, ha concluso il nunzio, che in difesa della verità ci sono tanti semplici fedeli, quelli che “continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa”.
Ecco il testo integrale dell’omelia.

“E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).
Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti: il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre; l’assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.
Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c’è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama “il potere della morte”.
Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!
Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l’odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.

Diamo un’occhiata ad alcuni momenti della storia, che è “maestra della verità”.

Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un’euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell’”Humanae vitae”, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l’atto coniugale e l’aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l’umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.

Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.

Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell’”Evangelium vitae”, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.

Ed ora, sempre per amore alla “Verità vera ed evangelica”, il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il “guardiano della fede”, appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.

Ora, una cosa è certa: papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione. Sì, perché all’insicurezza della fede segue sempre l’offuscamento della morale.

Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva.

Si è affermato un cattolicasimo “à la carte”, in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell’altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d’ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.

Ecco, che qui papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la “Verità”, fa una cosa che è sfuggita all’attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. “Sì, perché – scrive il teologo e papa Ratzinger – il primario annuncio missionario della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure”.

La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l’unicità e l’universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell’unica Chiesa di Cristo.
Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un’avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po’ abbandonato.
Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.

Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell’episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa.
C’è un sorprendente punto di contatto tra il papa Benedetto XVI e la gente, tra l’uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il papa. Questo perché la loro fede è semplice! D’altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.

Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.


Buenos Aires, 22 febbraio 2011, festa della Cattedra di San Pietro

domenica 13 novembre 2011

l'ultima Messa di Padre Pio

I video dell'intervento di don Alberto Secci durante la serata di presentazione del libro di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi "L'ultima Messa di Padre Pio", organizzata dal Centro Culturale "J. H. Newman" di Seregno (25 febbraio 2011).

I PARTE



II PARTE


Per gentile concessione del Circolo Culturale "J. H. Newman"
da: http://radicatinellafede.blogspot.com