sabato 26 novembre 2011

i martiri inglesi: fedeli fino al sangue alla Santa Messa cattolica

"a Tyburn, un gran numero di nostri fratelli e sorelle morirono per la fede; la testimonianza della loro fedeltà sino alla fine fu ben più potente delle parole ispirate che molti di loro dissero prima di abbandonare ogni cosa al Signore. Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia. E tuttavia la Chiesa non si può esimere dal dovere di proclamare Cristo e il suo Vangelo" (Benedetto XVI)

Una bella riproduzione del patibolo (Tyburn tree-l’albero di Tyburn), divenuto l’albero
della vita: un altare su cui celebrare la Santa Messa (Tybur Convent, Londra).

Nel febbraio del 1601, al Tyburn, presso Londra due uomini venivano impiccati. Erano un certo Filcock e un tale conosciuto come Barkworth. L‘accusa era di tradimento perché sacerdoti. I due, infatti, erano preti cattolici e venivano condannati alla forca quali vittime dell’odio anglicano contro la fede cattolica. Poco prima di morire, padre Filcock ebbe ancora la forza di dire con gioia: «Questo è il giorno fatto dal Signore».
Padre Filcock e padre Barkworth erano solo due delle decine di martiri cattolici che sacrificavano l’esistenza da quando Enrico VIII nel 1534 si era staccato dalla Chiesa di Roma e si era autoproclamato capo dell’anglicanesimo: da quell’anno, fino al 1681, i martiri inglesi sono stati più di trecento: cinquanta uccisi sotto Enrico VIII, 189 sotto Elisabetta I e gli altri sotto i loro successori.
I primi furono un gruppo di Certosini che il 4 maggio e il 19 giugno 1535 immolarono la loro vita sulle forche del Tyburn per non aver voluto separarsi dalla Chiesa Cattolica. Vittime illustri di Enrico VIII furono il Cardinal Giovanni Fisher e Tommaso Moro, il Gran Cancelliere del regno, che pagarono con il supremo sacrificio di sé il loro rifiuto alla “supremazia” imposta dal re.
L’opera di Cranmer

Il “simpatico marchingegno” per eliminare gli odiati papisti: il “Tyburn tree”, l’albero di Tyburn,
presso Londra. In basso, una stampa che rappresenta lo squartamento di un condannato.
Dal 1533, era diventato primo arcivescovo anglicano di Canterbury, Thomas Cranmer (1489-1556), il quale odiava la Messa come un nemico vivente e negava la dottrina della transustanziazione e della presenza reale di Gesù e l’offerta sacrificale del Salvatore fatta dal sacerdote per la salvezza del mondo. Sotto il regno del giovanissimo re Edoardo VI, Cranmer si mosse in modo subdolo e determinato verso l’eliminazione totale del Santo Sacrificio della Messa, pubblicando nel 1549 il primo Book of common prayer, un testo ambiguo indirizzato a trasformare la Messa nella cena protestante, fatto che sarà evidentissimo con il secondo Book of common prayer nel 1552. La “nuova liturgia”, vera negazione della Santa Messa cattolica, avrebbe dovuto sradicare il Cattolicesimo inglese che affondava le sue salde radici nei primi secoli dell’era cristiana. Purtroppo la tristissima operazione era destinata in gran parte al successo. Con l’ascesa al trono di Elisabetta I, nel 1559, con l’Atto di Uniformità, fu proibita la Messa cattolica (detta “la Messa papista!”) e furono imposte agli inglesi le eresie luterane e calviniste e venne proclamato che il Cattolicesimo era stato solo un coacervo di invenzioni idolatriche. Con implacabile odio anticattolico Elisabetta rese obbligatorio, sotto gravissime pene, la partecipazione al nuovo culto anglicano stabilito da Cranmer. Ciò significava la più grande disgrazia per i Cattolici: non poter più partecipare al Sacrificio del Signore e alimentarsi di Lui, vittima immolata al Padre per la salvezza del mondo. I Vescovi “recusanti”, ancora fedeli a Roma, furono sostituiti con altri più docili alla regina, mentre sempre più numerosi sacerdoti e fedeli finirono in carcere, presto destinati al patibolo. Iniziava così l’era dei martiri d’Inghilterra e il sangue dei cattolici prese a bagnare il suolo britannico. Nel 1568, il futuro Cardinale Guglielmo Allen (1532-1594) aveva fondato a Douai, poi a Reims, in Francia, un Seminario per la formazione di giovani sacerdoti da inviare nella loro patria, l’Inghilterra, a convertire gli anglicani. Allo stesso modo, nel 1578, il Collegio Inglese di Roma, auspice sempre l’Allen, fu trasformato in Seminario per il medesimo fine.
Seminarium Martyrum
I sacerdoti formati in questi Seminari, nelle Congregazioni e negli Ordini religiosi, in primo luogo nella giovane Compagnia di Gesù, fondata da Sant’Ignazio di Loyola, imbarcandosi per l’Inghilterra, già sapevano che cosa li aspettava, a volte allo stesso approdo e dopo pochi mesi di apostolato clandestino: il martirio nel modo più atroce. Il Collegio Inglese di Roma si meritò presto il titolo glorioso di Seminarium Martyrum, Seminario dei martiri. La strada che portava da Roma a Reims e alla terra inglese, diventò “la strada del martirio”. Elisabetta I odiava soprattutto questi preti, rotti a tutte le fatiche, pronti ad immolare la loro giovinezza per assicurare ai Cattolici inglesi il tesoro più sublime che è il Santo Sacrificio della Messa. Primo martire fra loro, fu padre Cutberto Mayne, scoperto nel 1577 e impiccato il 30 novembre dello stesso anno. Impossibile scrivere tutti i nomi santi di costoro: viaggiavano in tutte le parti del Regno, predicando, confessando, celebrando la Messa nelle case dei cattolici dove si davano appuntamento gruppi di fedeli altrettanto eroici. Quando la Messa veniva celebrata, i fedeli trovavano la forza di affrontare qualsiasi difficoltà, anche le torture più atroci, se erano scoperti insieme ai loro sacerdoti.
Intanto, Elisabetta I mobilitava spie e sgherri a caccia dei “papisti”, colpevoli di un solo grande delitto: di essere sacerdoti e di offrire il Santo Sacrificio della Messa; oppure, se laici, di rimanere cattolici e di partecipare al medesimo Sacrificio. Tra questi martiri, risplende di singolare grandezza il giovane gesuita Edmond Campion, che poté raccogliere qualche frutto della sua opera e inviare una lettera alla regina, documento conosciuto come “La provocazione di Campion”, in cui smentiva la calunnia rivolta ai preti cattolici di essere traditori dello Stato e affermava la loro missione sacerdotale. “Sappiate che noi tutti Gesuiti abbiamo stretta un’alleanza per portare con gioia quella croce che voi ci imporrete e per non disperare mai della vostra conversione, finché ci sarà solo uno di noi per godere le gioie del vostro Tyburn o per sopportare i tormenti delle vostre torture nelle vostre prigioni”. Padre Campion salirà al patibolo il 1° dicembre 1581.
In odio alla Messa
Patibolo per i Cristiani fedeli alla Messa di sempre…
Anche i fedeli che aiutavano i sacerdoti erano destinati alla morte, come, per citare un solo nome, capitò a Margherita Cliterow, che pagò con la morte più atroce la sua ospitalità ai ministri di Dio. Gli editti di persecuzione si moltiplicarono. Nel 1585, la regina stabilì che qualsiasi uomo nato in Inghilterra era reo di alto tradimento, se dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale in un altro Paese, rimetteva piede sul suolo inglese. La pena era di essere impiccato, poi estorto e squartato ancora vivo. Questo per privare sempre più i Cattolici della Santa Messa. I primi a soffrire per la nuova legge furono il padre Hug Taylor e il laico Marmaduke Bowes, uccisi il 27 novembre 1585 a York. La persecuzione di Elisabetta contro i cattolici proseguì fino alla sua morte, avvenuta nel 1603.
L’era dei martiri però non finì. Sotto re Giacomo I (1604-1618), morirono in venticinque. Ventiquattro sotto Carlo I (1628- 1646). Venticinque sotto Carlo II (1678- 1681), in base alla legge del 1585. Il più illustre in questo periodo è il padre Giovanni Ogilvie, gesuita scozzese, impiccato a Glasgow nel 1615 a 35 anni. Proclamata la repubblica (1646), Olivier Cromwell che odiava la Messa e il sacerdozio cattolico, pose una taglia sulla testa di ogni sacerdote uguale a quella per acchiappare un lupo: dall’Irlanda cattolica che non aveva mai accettato lo scisma e l’eresia di Enrico VIII, molti preti furono deportati come schiavi nelle isole Barbados e molte proprietà dei Cattolici furono confiscate. Anche in Irlanda, la persecuzione mirava ad estirpare la fede cattolica, estinguendo in essa la presenza del Signore Gesù nell’Eucaristia. L’ultima vittima fu l’Arcivescovo Primate d’Irlanda, Mons. Olivier Plumkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681. La maggior parte di questi martiri, sacrificati non solo in odium fidei, ma anche in odium Missae, sono stati elevati alla gloria degli altari dai Pontefici, da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Alla loro epopea, Robert Benson (1871-1914), convertito dall’anglicanesimo e diventato sacerdote cattolico, anche per il sostegno di Papa San Pio X, dedicò la sua stupenda opera Con quale autorità?, in cui scrive commosso: «Era la Santa Messa che il governo inglese considerava un delitto ed era per la Messa che creature di carne e ossa erano pronte a morire. Era per la Messa che il cattolico perseguitato possedeva una così profonda vita spirituale da superare ogni difficoltà, l’anima di questa vita era la Messa». Un secolo dopo, nel suo aureo libro La Messa strapazzata (1760), Sant’alfonso Maria de’ Liguori avrebbe scritto che «abolire la Messa è l’opera dell’anticristo», mentre i martiri inglesi, forse i più eucaristici di tutta la Chiesa, con il loro sangue stanno a testimoniare per noi oggi, che la Messa dev’essere la nostra vita. La Messa è il perenne Sacrificio di adorazione a Dio e di espiazione dei peccati, è il dono che ci ha lasciato Gesù nostro Redentore, affinché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cf Gv 10,10), e sappiamo giungere, se occorre, sino al martirio, per affrettare un’autentica primavera di santità nella Chiesa e nel mondo d’oggi.
Tratto da: Paolo Risso, Fiaccole nella notte, Edizioni l’Amore Misericordioso, 2009


 

mercoledì 23 novembre 2011

what in God's name........? La faccia di Van Rompuy non cela la sorpresa di fronte alla verità

EURO - DISASTER

 

Nigel Farage,  con una forza degna di nuovo Churchill, dice la verità al Parlamento Europeo
Per chi conosce l'inglese



Ferrara ne da la traduzione ommetendo l'invocazione "in nome di Dio"


Nigel Farage: “Bene, eccoci qui, sulla soglia di un disastro finanziario e sociale, e in questa sala, oggi, abbiamo i 4 uomini che dovrebbero ritenersi responsabili.
Eppure abbiamo ascoltato i discorsi più tediosi e tecnocratici mai sentiti e continuate ancora a negare, a dispetto di ogni considerazione obbiettiva, che l’euro sia un fallimento.
E chi è l’effettivo responsabile?
Chi è responsabile fra di voi?
Ovviamente la risposta è ‘NESSUNO DI VOI’, perchè nessuno di voi è stato eletto, nessuno di voi ha in effetti qualsivoglia legittimità democratica per ricoprire i ruoli di cui siete attualmente incaricati all’interno di questa crisi. E in questo ‘vuoto’ stato di cose, non di certo con riluttanza, è entrata Angela Merkel. E stiamo ora vivendo, stiamo ora vivendo in un Europa dominata dalla Germania. Questione a cui il progetto europeo avrebbe dovuto, in effetti, mettere fine. Questione per cui coloro che ci hanno preceduto hanno pagato caro, con le loro vite, al fine di evitarla. Io non voglio vivere in un Europa dominata dalla Germania, né lo vogliono i cittadini europei.
Ma voi Signori avete giocato un ruolo in questi eventi, perchè quando il Signor Papandreou si è fatto avanti pronunciando il termine ‘Referendum’, o quando lei Signor Rehn, lo ha descritto come un ‘abuso di fiducia’, e i vostri amici qui si son riuniti, come un branco di iene, per scagliarsi su Papandreou, l’avete fatto rimuovere e l’avete sostituito con un governo
fantoccio.
E’ stato uno spettacolo assolutamente disgustoso.
E non soddisfatti da ciò, avete deciso che anche Berlusconi dovesse andarsene. Così lui è stato rimosso e sostituito dal Signor Monti, un ex commissario europeo, un ‘fratello architetto’ di questo euro-disastro e un uomo che non era nemmeno un membro del Parlamento.
Sta diventando un racconto alla Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi sarà la prossima vittima ad essere fatta fuori.
La differenza è che sappiamo chi sono i criminali.
Voi dovreste essere tutti ritenuti responsabili per ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati.
E… devo dire, Signor Van Rompuy, 18 mesi fa, quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi sono sbagliato sul suo conto… Avevo detto che sarebbe stato un assassino ‘silenzioso’ della democrazia degli stati-nazione, ma non è più silenzioso, lei è piuttosto rumoroso a proposito, non è così? Lei, un uomo NON eletto, si è recato in Italia dicendo: “L’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni!”
CHE COSA, IN NOME DI DIO, LE DA IL DIRITTO DI DIRE CIO’ AL POPOLO ITALIANO?”

Aggiungiamo noi: chi ha autorizzato coloro che hanno appena celebrato il 150° anniversario dell'Unità d'Italia e che si riempono la bocca ancora oggi di Indipendenza e Resistenza, a consegnarci legati mani e piedi ai tedeschi?
Chi?!



martedì 22 novembre 2011

la resistenza paga

Apprendiamo da Rorate Caeli la notizia della conclusione, anche se non ottimale, dell'affare Thiberville: sembra quasi che oltralpe si siamo ispirati alla scelta illuminata fatta a suo tempo da Mons. Renato Corti, Vescovo di Novara, di permettere che la Tradizione potesse continuare nella piccola chiesa di Vocogno (posta a poca distanza da Santa Maria Maggiore dove don Alberto Secci ora a Vogogno era Parroco). Ecco la traduzione della notizia e il video dei Vespri cantati in occasione della Festa di Santa Caterina, titolare della chiesa di Vocogno.


 Una piccola chiesa in un piccolo villaggio - ma solo un paio di km a sud ovest della sua chiesa parrocchiale. Padre Michel, l'eroe di Thiberville, diventerà rettore della chiesa più piccola nella sua diocesi, a Le Planquay (5 km da Thiberville , Normandia). La sua resistenza ha pagato -  benché non sia una soluzione perfetta, l'intervento diretto della Congregazione per il Clero, attraverso il suo mediatore designato, il Vescovo Mons. Boulanger, di Bayeux / Lisieux), ha assicurato che l'ordinario del luogo, Mons. Nourrichard,, non  avrebbe potuto tenere Padre Michel a più che una breve distanza dal suo gregge caro.

E' più  facile a dirsi che a farsi, lo sappiamo, ma noi continuiamo a credere che i preti che non hanno nulla da nascondere non devono temere ritorsioni per la loro scelta per Tradizione: un vescovo ostile può fare solo qualche danno ( Fonte: Perepiscopus ).

segni dei tempi....

Vittoria della Messa a Birmingham

A causa della riduzione del numero di sacerdoti, l’Oratorio di Birmingham ha annunciato un cambiamento di orario per la domenica con la soppressione di alcune Messe.
Questa era la scelta dei padri: o cancellare la Messa in latino, o cancellare la Messa di Paolo VI.
Che cosa hanno deciso? I padri dell’Oratorio, d’accordo con l’arcidiocesi, hanno scelto di cancellare... la Messa nuova!
La ragione di questa scelta? Il numero dei fedeli che vanno alla Messa tradizionale è così grosso che non si può più cancellare!

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Intanto pubblichiamo una bella riproduzione di come sarà il nuovo Seminario della Fraternità San Pio X negli Stati Uniti d'America; sorgerà precisamente a Buckingham in Virginia e sarà intitolato a San Tommaso d'Aquino: si tratta del più grande seminario cattolico costruito negli Stati Uniti in quasi un secolo. Sarà un segno dei tempi anche questo o no?


lunedì 21 novembre 2011

" Ancora a margine del funerale negato un bell'intervento di Satiricus: "Detronizzate la realtà, la logica e la verità. Deposte la carità e la legittima autorità. Restiamo noi in balìa degli omini di burro delle curie"

I paladini cattolici dell’ecumenismo vogliono l’unità tra le Chiese, ma spesso non vogliono l’unità nella Chiesa. Desiderano abbracciare tutti, ma “fuori”, mentre scomunicano lanciando l’interdetto: “conservatore!”, “integrista!” quelli di “dentro” che non gli stanno simpatici.

Louis Bouyer

Gnocchi, la messa negata: 6 riflessioni in margine.

Pubblicato il novembre 21, 2011

Esequie tradizionali


Esequie moderne

 
Interrompo la letargite – che in realtà è un silenzio causato dal sormontare di troppi impegni in poco tempo, e dalla forza zero di aggiornare il blog – stimolato dal fatto tristissimo e recente destinato a passare alla storia della Chiesa come il “Caso Gnocchi”: quando un parroco di provincia nega le esequie a un defunto, causa la cattolicità del defunto che eccede gli ideologismi della canonica. La vicenda è nota e per le fonti rimando all’articolo di cronaca pubblicato su Riscossa Cristiana.
A me piacerebbe fare 6 brevi appunti in margine al “Caso” e all’articolo, per vedere se siamo già arrivati al tragico “in Ecclesia nulla salus” o se facciamo in tempo a scamparlo.
*
Ma, prima di tutto, per i meno aggiornati dobbiamo fare un salto indietro di qualche anno, fino a quel fatidico 7 luglio 2007 in cui
il Papa felicemente e faticosamente regnante ha scritto di sua iniziativa, in totale libertà e in pieno possesso delle sue facoltà mentali, che un cattolico può eccome chiedere e ottenere un rito funebre che è ancora pienamente legittimo nella Chiesa, e che nella Chiesa è stato utilizzato per accompagnare al camposanto milioni di fedeli per centinaia di anni. Il Motu Proprio Summorum Pontificum non lascia scampo ad alcuna interpretazione di segno opposto.
Meglio, il papa ha scritto che qualsiasi prete può celebrare nel rito tradizionale (tecnicamente: nella forma extraordinaria dell’unico rito latino), e che gruppi di almeno 30 fedeli possono richiedere una messa stabile nella medesima forma del rito, etc. Per i dettagli rimando direttamente al Summorum Pontificum, e al successivo Universae Ecclesiae – 30 aprile 2011 – che ne precisa le condizioni di attuazione.
Da allora si è smascherata una falla di sistema nel mondo cattolico, per cui è stato facile vedere chi fosse realmente fedele al papa e al cattolicesimo, e chi invece ritenesse, e ritenga, di poterne realizzare una versione fai-da-te, basata su disinformazione e pressing psicologico, prima sui preti e poi sui laici. Il tutto in nome dell’ideologia vaticanosecondista brillantemente burlata proprio da Gnocchi&Palmaro nel recente La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Editore Vallecchi 2011.
La situazione francamente imbarazzante dell’era post-motu-proprio (anno V del Summorum) si tocca con mano leggendo che
il parroco non poteva essere toccato dal documento del Santo Padre dato che, candidamente, ha confessato di non conoscerlo. Così come non era al corrente del fatto che il testo applicativo del Motu proprio, l’istruzione Universae Ecclesiae, in simili casi invita il parroco a lasciarsi «guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza».
Chiaramente dell’ignoranza del clero dovremmo chieder conto ai debiti formatori, e il cerchio è presto chiuso. Però su questo non mi dilungo.
Veniamo ai 6 brevi appunti, emersi dalla lettura dell’articolo: 6 agghiaccianti strabismi.
Primo strabismo: l’ideale soppianta il reale
Il primo conflitto a emergere dalla cronaca è uno sguaiato cambio di prospettive. Se di regola la realtà si offre come base a partire dalla quale proporre con sobrietà ideali di miglioramento e perfezionamento, dalla testimonianza del don Abbondio bergamasco scopriamo che oggi le cose viaggiano alla rovescia. La realtà sparisce dall’orizzonte mentre ci viene propinato con insistenza un nuovo mondo virtuale, un mondo fatto di ideali partoriti da non-si-sa-bene-chi, il quale così – fieramente sprezzanti delle più banali regole di logica minor – pretende di edificare le uniche nuove verità in cui incubare i docili christifideles laici, o almeno i pochi rimasti. Stalin prenda nota:
Ma, quando i problemi si sono manifestati in tutta la loro evidenza, ha tentato di dare veste teologica al sopruso con quanto gli hanno messo in testa in seminario sostenendo testualmente la seguente tesi: “Se ci fosse stata la richiesta, per esempio, di un rito bizantino, allora, in virtù dell’ecumenismo, si sarebbe fatto. Perché, in quel caso, io con il mio rito incontro te con il tuo rito e ci arricchiamo a vicenda. Ma voi chiedete un rito della Chiesa cattolica e siccome non concorda con lo stile celebrativo della comunità si può dire di no”. A questo proposito, va detto che lo “stile celebrativo” della comunità in oggetto, in materia di funerali, ha toccato uno dei suoi vertici con l’esecuzione di “C’è un grande prato verde dove nascono speranze” accompagnata dalle chitarre.
In questo modo guastiamo in principio quanto di buono si potrebbe trovare nell’ideale, che non ha mai alcun senso al di fuori di un regime di realtà. Vale anche per la delicata faccenda dell’ecumenismo, quel poco di buono che esso aveva da darci sprofonda nell’assenza di ogni fondamento valido: come a dire, non per nulla viviamo nel cosiddetto “inverno ecumenico” (Kasper) – cosa che può rallegrare parecchi vecchio-realisti.
Ma soprattutto qui perdiamo il reale in se stesso, e allora non veniamo poi a stupirci se la gente dotata più di buon senso che di spirito di sacrificio diserta messe e dintorni – e questo nonostante l’allettante offerta di brani da Top Ten che i liturgisti alla moda sbandierano. Procedamus.
Secondo strabismo: l’opinione zittisce il Magistero
La seconda freddura potrebbe intitolarsi: il tracollo della verità. In questo caso non si invertono reale e ideale, bensì si commuta l’ordine degli asserti. Ora, se è vero che mutando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, è più vero che qui non si tratta di somme ma di ragionamenti logici, appunto quei ragionamenti che ci portano dalla conoscenza meno nota a quella più nota e così via fino alla verità. Ma forse il pretame medio preferisce dedicarsi a forme di conoscenza – come dire? – sommaria (peraltro in perfetto disdegno della Summa Th). In questa zuppa la verità fa la fine dell’ospite indesiderato, e il suo posto viene subito riempito da una pletora di qualunquismi subito dogmatizzati. È così che al fedele dabbene – quello cui piace Mario Monti, se tanto mi dà tanto – capita di vedersi pressoché imposti dalle bianche agenzie di informazione a senso unico opinionismi patenti travestiti da neo-dogmi vincolanti.
In questa tristissima storia c’è un lato grottesco e insieme paradossale: il dispregio dimostrato dal clero interpellato nei confronti dell’autonomia del singolo. A partire dal 2008,la Conferenza EpiscopaleItaliana ha “aperto” la strada – per voce del suo autorevole presidente – alle cosiddette “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”, le ormai famose DAT: un documento scritto nel quale la persone dice quali trattamenti sanitari intende o non intende ricevere, qualora cada in stato di incoscienza. A noi (e anche al direttore di questo giornale) queste DAT non piacciono, perché offrono un comodo scivolo alla cultura eutanasica. Ma ai fini del nostro ragionamento, la “svolta” della Cei sulle DAT serve a dimostrare che nella cultura contemporanea tutti – ela Chiesastessa – riconoscono un valore molto importante alla volontà espressa da ogni singola persona. Questa volontà non può essere arbitraria, ma se è conforme al bene deve essere assecondata.
Ora, il paradosso del “caso Gnocchi” sta in questo fatto: se un fedele chiede, attraverso la voce di suo figlio, un funerale secondo il rito tridentino, non viene esaudito. Se invece redige le DAT rifiutando magari certe cure, agisce in conformità alla Conferenza Episcopale Italiana. Che cosa deve fare, allora, un cattolico, per ottenere quello che il Papa ha stabilito come suo pieno diritto? Forse deve chiedere le esequie in forma antica redigendo le DAT e consegnandole al parroco finché è in grado di farlo.
Per carità, l’aggancio è letterario, se si vuole, ma il messaggio di fondo passa lo stesso: dove l’opinione è sovrana, la verità ha già fatto le valigie da un pezzo.
Terzo strabismo: l’indefinito offusca le certezze
Il processo di cappottamento esistenziale – una volta de-ontologicizzato il reale e de-razionalizzata la verità – non può se non precipitare nello schiavismo dei proclama. E, si noti bene, sono tutti proclama mendicati fuori dal suolo cattolico. “Libertà”, “autonomia”, “dialogo”, “uguaglianza”, “accoglienza”, “straniero” e chi più ne ha più ne metta (e chi non ne ha più si rivolga a Fratelenzo Bose che ne ha magazzini e magazzini stipati). Ora, già è difficile uscire indenni dagli eccessi germinati in casa propria, figuriamoci che ne viene quando si corre alla cieca dietro gli errori altrui. Appunto, che ne viene? Il minimo è che non sappiamo neppure cosa fare di certi slogan. Il peggio è che li usiamo a beneficio sempre e solo degli altri – di quegli “altri” che li coniarono a loro pro. In mezzo ci finiscono i “nostri”, a patire tutte le contraddizioni e le ingiustizie della situazione.
Questi sacerdoti si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e come “autonomia”, e poi non sono in grado di opporsi al palese sopruso ordinato dall’alto perché “in curia mi hanno detto…”. Si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e “autonomia”, denigrano un passato a loro dire prepotente e clericale e poi si prestano a calpestare la volontà di un morto e della sua famiglia, quella della Chiesa e del Santo Padre perché “in curia mi hanno detto…”.
E buona notte a qualsiasi certezza. Perché quando si costruisce su principi non ben definiti, in odio alle definizioni del cattolicesimo classico, e in vagheggiamento di qualsiasi vento di dottrina un poco nuovo, tutto si fa opaco e non si capisce più che strada prendere. Generalmente a questo punto si va per la tangente.
Quarto strabismo: il buonismo vanifica la carità
Se i primi tre strabismi hanno toccato la parte teorica del credere, gli ultimi tre ne mostrano gli effetti pratici. Il primo è l’intorbidamento della carità. Fuori da criteri certi, ben ordinati, e saldamenti ancorati al reale, qualsiasi desiderio di fare del bene è costretto presto o tardi ad arenarsi su sterili manifesti di buonismo. Ma al nostro prossimo non serve buonismo di sorta, gli serve la carità di Cristo, che si trova pienamente nel cattolicesimo di sempre. Punto. Ah, dimenticavo: il buonismo non è mai un bene in sé.
Eppure don Diego, al primo incontro, aveva espresso una considerazione di assoluto buon senso e di naturale umanità: “Credo che davanti alla morte e per un funerale non ci siano problemi”. Ma, quando i problemi si sono manifestati in tutta la loro evidenza…
Così, anche nella bianca terra bergamasca, il parroco raccoglie una richiesta dei suoi fedeli, la trasmette al vicario generale, il vicario generale si confronta con chi ritiene opportuno, poi, in nome e per conto del vescovo decide come agire e il parroco esegue. E, se si fa notare all’esecutore materiale la palese ingiustizia a cui si sta prestando, rispunta la solita spiegazione: “In curia mi hanno detto…”.
Quinto strabismo: il servo al potere tradisce il padrone in servizio
A livello un po’ più alto scatta il patatrac. Volta la carta e scopri il puzzo di interessi che forse era meglio ignorare. Scopri cioè che il fallimento di tanti ideali, buonismi, slogan e quant’altro non è nemmeno dovuto a un inceppo logico nascosto chissà dove, ma piuttosto nasce da una malizia depositata alla radice della pianta. Scopri che è in atto uno scontro di potere tra fazioni dalla tempra più federalista di quella bossiana, roba che il senatùr c’avrebbe solo da imparare come si fa. Se per secoli la dottrina politica della Chiesa ha sviluppato l’idea di un potere e di una autorità che agisse sì con forza, ma al solo scopo di salvaguardare la sana unità dei cattolici in Cristo; ecco che ora s’innalza lo spettro di una ben diversa moda. Le diocesi rivendicano autonomia e potere, e sentono Roma come minaccia.
Da troppo tempo, nella diocesi di Bergamo, come in grandissima parte delle diocesi dell’Orbe cattolico, comanda dispoticamente l’autorità più prossima, quella che mette paura perché minaccia di intervenire direttamente sulle persone. Roma, che sarebbe l’autorità suprema, non conta nulla.
Nel “caso-Gnocchi”, il parroco è stato raggiunto tempestivamente da una telefonata dell’ Ecclesia Dei, organismo istituito in Vaticano per occuparsi della spinosa materia. Una volta di diceva: Roma locuta, causa soluta. E invece non è bastato l’intervento telefonico dal Vaticano a sgomberare il campo dagli ostacoli opposti alla celebrazione del funerale vecchio stampo: i motivi pastorali, la volontà del vicario episcopale, e via cavillando in un crescendo ben più intricato del latinorum di don Abbondio. Dove si vede un ulteriore paradosso della Chiesa post conciliare: le diocesi agiscono in una sorta di semifederalismo dottrinale e gerarchico, nel quale Roma non comanda più. E dove un qualunque prete di provincia conta di più della Commissione Pontificia Ecclesia Dei.
Adesso si capisce come mai il fallimento di idee quali “servizio”, “comunità”, “conciliarità”, “accoglienza” e simili panettoni, perché essi han solo fatto da maschera a desideri più profondi e inconfessati: “indipendenza”, “autogestione”, “controllo”, etc. Insomma, una volta congedato il potere a beneficio dei molti e a tutela dei più deboli, spalanchiamo le porte ai servetti che amano spadroneggiare in nome della diaconia. Si dice: “Quando il gatto non c’è…”, ma appunto qui sta il misfatto: il gatto c’è e fa quel che può. Ma è chiaro che i motu proprio felini non piacciono nella terra del papa buono e oltre.
Sesto strabismo: il paternalismo ha cacciato il Padre
Infine restiamo noi. Detronizzate la realtà, la logica e la verità. Deposte la carità e la legittima autorità. Restiamo noi in balìa degli omini di burro delle curie. Parroci sorridenti che si trasformano in arpie se gli tocchi i loro miti (tra i quali a volte non figura nemmanco il Cristo – almeno non quello dei Concili e dei dogmi cattolici). Macchiette del perfetto post-bolscevismo le quali sanno cosa è bene per te, prima ancora che te ne sorga il bisogno. Per te è bene il vaticanosecondismo.
Naturalmente, su tutti i colloqui con il parroco aleggiava lo spirito del Vaticano II e la consegna di difenderlo a oltranza inculcata nell’animo dei poveri sacerdoti formati in questi decenni: “Perché voi dovete sapere che il Vaticano II…”, “Non vorrete mettere in dubbio il Vaticano II…”, “Dovete capire chela Chiesa, a partire dal Vaticano II…”, eccetera, eccetera.
E allora perché stupirsi dell’apostasia mica tanto silenziosa della Chiesa post-conciliare? La gente chiede il Padre, e gli propinano i paternalismi delle ideologie conciliari. Una super carità, però non tanto caritatevole con la tradizione; un super servizio, però non tanto docile al papa; un super dialogo, però non tanto chiaro con i riti di sempre. E la solfa continua, tutta uguale. E poi coinvolgimento dei laici, sì, ma solo dopo avergli ostruito tutta una serie di esperienze ed occasioni.
Perché la vera ragione pastorale del divieto l’ha spiegata bene don Diego: “Sela Messaviene concessa qui, poi bisogna concederla anche dalle altre parti”. Insomma, bisogna evitare il contagio. Ma mio padre, anche se non ha compiuto l’ultimo viaggio con la sua Messa, continua a essere contagioso: si chiama Vittorino Gnocchi e sono orgoglioso di lui.
Orwell sorride, ma anche Chiappino. Perché poi la gente si stufa di ricevere carezzine e mezze-verità; e purtroppo spesso preferisce andarsene altrove; e buona notte alla salus animarum prima preoccupazione della Chiesa.
Conclusione
“In Ecclesia nulla salus?” È la nuova domanda che mi porto appresso, chiaramente in modo retorico, essendo egualmente allergico ai due termini allitteranti “sedevacantismo” e “vaticanosecondismo”.
Una domanda cui si affiancano le scene dei funerali del Sic, dove la dottrina lascia spazio a possibili fenomeni di channelling, con le moto da corsa a surrogare la vita dello sportivo, «una alla destra e una alla sinistra» del feretro mondanizzato; il prete accondiscendente in nome del “dialogo” e della “accoglienza”; la curia agiata nelle sue bambagie; e migliaia di fedeli a salutare il transito della morte in ottemperanza a loro più prossimo maestro, Steve Jobs probabilmente.

Caro Gnocchi, lei si consoli, papà certo ora vive la gloria del Paradiso, e quella non c’è ideologia né diocesi che possa cambiarla. Intanto preghiamo perché Qualcuno cambi le ideologie e le diocesi, e chissà che proprio papà non interceda meglio da lassù.

venerdì 18 novembre 2011

Roma ha parlato ......... e a Bergamo se ne fregano





L'ennesimo sopruso delle gerarchie moderniste contro l'espressa volontà di un defunto sta provocando indignazione in molti: la notorietà del giornalista Alessandro Gnocchi, figlio del defunto cui è stato negato il funerale in rito tradizionale, ha fatto sì che venissero portati a conoscenza del pubblico i fatti accaduti in quel di Bergamo. In un articolo pubblicato su “Il Foglio” di ieri il giornalista racconta quanto avvenuto lasciandone il commento al collega e amico Mario Palmaro. Ancora una volta si nota l'estrema impotenza della Santa Sede nel pretendere l'applicazione puntuale di una legge universale in ambito locale. Nemmeno l'Universae Ecclesiae, vale adire il successivo intervento esplicativo delle norme del Motu proprio "Summorum Pontificum" e neppure un espresso ordine servono più: se non si provvede a sanzionare, le norme pontificie rimarranno al livello di grida manzoniane. Ora manca che il vicario generale venga elevato all’episcopato, magari in loco (Aosta docet), e a breve  saremo alla frutta.


Il "caso Gnocchi" e lo sfregio al Papa
Qui si parla di un fatto personale, ma il lettore non tema importune ondate emotive. Il vantaggio di lavorare in due è che uno racconta quanto gli è accaduto e l’altro ci mette le opinioni, così si salvaguarda il necessario distacco professionale.
Il fatto
Ci fosse stato il Peppone di Guareschi, mio padre avrebbe compiuto l’ultimo viaggio con la sua Messa, quella in latino ricamata di Oremus, Dominusvobiscum e Kyrieleison splendidi e secolari. Ma ci voleva giusto quel Peppone che, infischiandosene del consiglio comunale al completo, in piena Repubblica, come capo dei comunisti ordinò di portare al cimitero la vecchia maestra del paese nella bara coperta dalla sua bandiera, quella ricamata con lo stemma del re.
Purtroppo, mio padre non ha avuto la fortuna di morire sotto l’amministrazione del comunista Giuseppe Bottazzi. Mio padre è morto nella bianca e cattolica terra bergamasca, parrocchia di Sant’Andrea apostolo in Villa d’Adda. E così si è imbattuto in un certo don Diego, il quale non ha saputo che farsene della volontà di un defunto e neppure di quella della famiglia. Che poi quella volontà fosse legittima e sostenuta da un Motu proprio del Santo Padre ha contato meno di zero. Eppure il Motu proprio, l’ormai celebre quanto inapplicato “Summorum Pontificum” che regolamenta la celebrazione della Messa in rito gregoriano, all’articolo 5, paragrafo 3, parla chiaro: “Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi”.
Onestamente, va riconosciuto che il parroco non poteva essere toccato dal documento del Santo Padre dato che, candidamente, ha confessato di non conoscerlo. Così come non era al corrente del fatto che il testo applicativo del Motu proprio, l’istruzione “Universae Ecclesiae”, in simili casi invita il parroco a lasciarsi “guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza”.
Tutto inutile: “In curia mi hanno detto…”. E’ stato questo il filo conduttore delle discussioni con don Diego. Questi sacerdoti si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e come “autonomia”, e poi non sono in grado di opporsi al palese sopruso ordinato dall’alto perché “in curia mi hanno detto…”. Si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e “autonomia”, denigrano un passato a loro dire prepotente e clericale e poi si prestano a calpestare la volontà di un morto e della sua famiglia, quella della Chiesa e del Santo Padre perché “in curia mi hanno detto…”.
Da troppo tempo, nella diocesi di Bergamo, come in grandissima parte delle diocesi dell’Orbe cattolico, comanda dispoticamente l’autorità più prossima, quella che mette paura perché minaccia di intervenire direttamente sulle persone. Roma, che sarebbe l’autorità suprema, non conta nulla. Da Bergamo a Piazza San Pietro ci vogliono un’ora di aereo e mezz’ora di taxi, ma è come se fosse su un altro pianeta. Il vescovo Francesco o chi per lui può ordinare ciò che vuole, in aperto contrasto con il Santo Padre, e non deve temere nulla.
Così, anche nella bianca terra bergamasca, il parroco raccoglie una richiesta dei suoi fedeli, la trasmette al vicario generale, il vicario generale si confronta con chi ritiene opportuno, poi, in nome e per conto del vescovo decide come agire e il parroco esegue. E, se si fa notare all’esecutore materiale la palese ingiustizia a cui si sta prestando, rispunta la solita spiegazione: “In curia mi hanno detto…”.
Il contrario sarebbe stato un miracolo troppo grande. Eppure don Diego, al primo incontro, aveva espresso una considerazione di assoluto buon senso e di naturale umanità: “Credo che davanti alla morte e per un funerale non ci siano problemi”. Ma, quando i problemi si sono manifestati in tutta la loro evidenza, ha tentato di dare veste teologica al sopruso con quanto gli hanno messo in testa in seminario sostenendo testualmente la seguente tesi: “Se ci fosse stata la richiesta, per esempio, di un rito bizantino, allora, in virtù dell’ecumenismo, si sarebbe fatto. Perché, in quel caso, io con il mio rito incontro te con il tuo rito e ci arricchiamo a vicenda. Ma voi chiedete un rito della Chiesa cattolica e siccome non concorda con lo stile celebrativo della comunità si può dire di no”. A questo proposito, va detto che lo “stile celebrativo” della comunità in oggetto, in materia di funerali, ha toccato uno dei suoi vertici con l’esecuzione di “C’è un grande prato verde dove nascono speranze” accompagnata dalle chitarre.
Naturalmente, su tutti i colloqui con il parroco aleggiava lo spirito del Vaticano II e la consegna di difenderlo a oltranza inculcata nell’animo dei poveri sacerdoti formati in questi decenni: “Perché voi dovete sapere che il Vaticano II…”, “Non vorrete mettere in dubbio il Vaticano II…”, “Dovete capire che la Chiesa, a partire dal Vaticano II…”, eccetera, eccetera.
Tutto quello che si è compreso da quello sproloquio sul Vaticano II è che mio padre, in nome del suddetto Vaticano II, non avrebbe avuto ciò a cui aveva sacrosanto diritto. Povero papà, troppo cattolico per usufruire almeno delle attenuanti generiche previste dall’ecumenismo, delle quali, oltre tutto, giustamente non avrebbe voluto saperne. Così come non avrebbe saputo che farsene della “Messa con la condizionale” proposta in extremis dalla curia per interposto parroco: Messa in latino sì, ma in una chiesa di Bergamo deputata a mezzo servizio a tale rito. Più che una mediazione, il tentativo di sgravarsi la coscienza potendo far ricadere la colpa di “aver preteso troppo” su una famiglia che invece non ha acconsentito a chiedere niente di meno del giusto. Un sopruso nel sopruso che avrebbe costretto mio padre a una Messa semiclandestina, a venti chilometri dalla parrocchia per cui ha lavorato una vita intera e in cui avrebbe invece avuto il sacrosanto diritto che venisse concesso ciò che aveva chiesto. In tal modo, salvo pochi intimi, nessuno avrebbe visto nulla e la comunità, nuova divinità del pantheon neocattolico, non sarebbe lesa nel suo “stile celebrativo”.
Perché la vera ragione pastorale del divieto l’ha spiegata bene don Diego: “Se la Messa viene concessa qui, poi bisogna concederla anche dalle altre parti”. Insomma, bisogna evitare il contagio. Ma mio padre, anche se non ha compiuto l’ultimo viaggio con la sua Messa, continua a essere contagioso: si chiama Vittorino Gnocchi e sono orgoglioso di lui.
Le opinioni
Andare contro le volontà di un defunto è atto che richiede argomenti fortissimi. Sì può farlo, quando il morto chiede cose impossibili, o bislacche, o sconvenienti, o contro legge. Ma ci vuole sempre un motivo oggettivo per tradire le sue attese, un motivo che metta al riparo dal sospetto di compiere una prevaricazione irreparabile e particolarmente odiosa. Il sopruso consumato dai vivi contro i morti. Infatti, il de cuius non può difendersi, non può ricorrere in appello, non può chiedere aiuto. Ciò basta a spiegare perché di norma le ultime volontà siano eseguite con particolare fedeltà: esse sono sacre.
Ora, si tratta di capire se un cattolico che chiede un funerale con la Messa Antica, stia pretendendo qualche cosa di impossibile, o di bislacco, o di sconveniente, o contro legge. La risposta è molto semplice: il Papa felicemente e faticosamente regnante ha scritto di sua iniziativa, in totale libertà e in pieno possesso delle sue facoltà mentali, che un cattolico può eccome chiedere e ottenere un rito funebre che è ancora pienamente legittimo nella Chiesa, e che nella Chiesa è stato utilizzato per accompagnare al camposanto milioni di fedeli per centinaia di anni. Il Motu Proprio Summorum Pontificum non lascia scampo ad alcuna interpretazione di segno opposto. Sotto il profilo del diritto della Chiesa cattolica, il diritto canonico, non si capisce come sia possibile rifiutare di adempiere a una simile richiesta, soprattutto quando sia perfettamente possibile adempierla. Nel caso specifico, il sacerdote in grado di celebrare in quella forma era stato subito trovato – ché molti preti oggi non sono più capaci di celebrare secondo il rito antico – e i familiari non avevano espresso la benché minima riserva sull’argomento, ma anzi condividevano l’istanza del defunto.
In questa tristissima storia c’è un lato grottesco e insieme paradossale: il dispregio dimostrato dal clero interpellato nei confronti dell’autonomia del singolo. A partire dal 2008, la Conferenza Episcopale Italiana ha “aperto” la strada – per voce del suo autorevole presidente – alle cosiddette “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”, le ormai famose DAT: un documento scritto nel quale la persone dice quali trattamenti sanitari intende o non intende ricevere, qualora cada in stato di incoscienza. A noi (e anche al direttore di questo giornale) queste DAT non piacciono, perché offrono un comodo scivolo alla cultura eutanasica. Ma ai fini del nostro ragionamento, la “svolta” della Cei sulle DAT serve a dimostrare che nella cultura contemporanea tutti – e la Chiesa stessa – riconoscono un valore molto importante alla volontà espressa da ogni singola persona. Questa volontà non può essere arbitraria, ma se è conforme al bene deve essere assecondata.
Ora, il paradosso del “caso Gnocchi” sta in questo fatto: se un fedele chiede, attraverso la voce di suo figlio, un funerale secondo il rito tridentino, non viene esaudito. Se invece redige le DAT rifiutando magari certe cure, agisce in conformità alla Conferenza Episcopale Italiana. Che cosa deve fare, allora, un cattolico, per ottenere quello che il Papa ha stabilito come suo pieno diritto? Forse deve chiedere le esequie in forma antica redigendo le DAT e consegnandole al parroco finché è in grado di farlo.
Dunque, nel “caso Gnocchi” è stato consumato un sopruso. Ma il movente qual è? Niente di personale: non c’era l’intenzione di nuocere alla persona e alla famiglia. Il punto è un altro: fare resistenza all’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, ostacolando in ogni modo le celebrazioni nella forma antica. In questo, come in molti altri casi, si è voluto colpirne uno per educarne cento. Ciò che fa paura a certi ambienti cattolici non è la celebrazione sporadica della Messa di San Pio V: si potrebbe in fondo tollerarla come folkloristica manifestazione di nobili decaduti un po’ snob e vecchie dame velate di nero. La preoccupazione è un’altra: e cioè che, cedendo nel singolo caso, la prassi dilaghi. E che, a quel punto, non il signor Vittorino Gnocchi di Villa d’Adda, ma decine, centinaia di fedeli mettano nero su bianco le loro DAF, le Dichiarazioni Anticipate di Funerale. E che parrocchie e diocesi, per rispetto verso i fedeli defunti e per ossequio verso il Papa vivente, siano costrette ad abbozzare e a lasciar celebrare. A questo punto, il “contagio” sarebbe incontrollabile: altri fedeli, partecipando a funerali esteticamente belli e dignitosi, resterebbero colpiti favorevolmente, e direbbero: “lo voglio anche io”. Altri fedeli, incuriositi dall’originale stile liturgico, si avvicinerebbero alla Messa di San Pio V, e alcuni magari inizierebbero a frequentarla. Sarebbe la realizzazione su scala planetaria di quella “democrazia dei defunti” di cui parla G.K. Chesterton, in base alla quale hanno diritto di voto anche i morti, quando si deve decidere qualcosa di veramente importante. Insomma: un vero disastro. Un disastro, s’intende, dal punto di vista di chi vuole seppellire per sempre l’antico rito.
Quello che abbiamo appena scritto non appartiene al genere letterario della dietrologia o della complottistica, ma nasce dalla constatazione che esiste nella Chiesa cattolica un ampio fronte che non ha mai digerito le decisioni di Benedetto XVI sulla Liturgia. E che non ne fa mistero. Il Papa celebra il nuovo rito sempre con un crocifisso sull’altare e una fila di candelabri, e distribuisce la comunione sulla bocca di fedeli inginocchiati, affiancati da chierichetti con il piattino. Bene: nella quasi totalità delle chiese del mondo il clero fa esattamente il contrario, altari (e chiese) senza Crocifisso, particole nelle mani dei fedeli, inginocchiatoi al rogo e piattini chiusi negli armadi. E buona notte al Primato di Pietro.
Sul fronte della Messa Antica, le barricate sono ancora più alte e il fuoco “amico” – si fa per dire – è fitto e spietato. Al punto che non poche diocesi si sentono autorizzate ad agire in spregio alle indicazioni che provengono da Roma. Nel “caso-Gnocchi”, il parroco è stato raggiunto tempestivamente da una telefonata dell’ Ecclesia Dei, organismo istituito in Vaticano per occuparsi della spinosa materia. Una volta di diceva: Roma locuta, causa soluta. E invece non è bastato l’intervento telefonico dal Vaticano a sgomberare il campo dagli ostacoli opposti alla celebrazione del funerale vecchio stampo: i motivi pastorali, la volontà del vicario episcopale, e via cavillando in un crescendo ben più intricato del latinorum di don Abbondio. Dove si vede un ulteriore paradosso della Chiesa post conciliare: le diocesi agiscono in una sorta di semifederalismo dottrinale e gerarchico, nel quale Roma non comanda più. E dove un qualunque prete di provincia conta di più della Commissione Pontificia Ecclesia Dei. Così può accadere, come è accaduto a Napoli qualche giorno prima del “caso Gnocchi”, che un fedele chieda il funerale in rito antico e si senta rispondere che no, non potrà averlo in quella parrocchia perché non frequentava la tal parrocchia. Dal che si potrebbe desumere che allora la Chiesa stia per escludere dal funerale tutti i cattolici che, a suo insindacabile giudizio, ritiene tiepidi e non praticanti: cosa che, nei fatti, grazie a Dio non risulta. E anzi, assai ampia si è fatta la porta che oggi accoglie chiunque richieda esequie religiose, in nome del dialogo e della tolleranza. Gli unici che sembrano non meritare tale attenzione pastorale sono i cattolici pacelliani, quelli insomma che amano la tradizione e che vorrebbero un funerale nel rito di sempre. Tutto qui.

Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro
Il Foglio - 17 novembre 2011
Ecco un ulteriore intervento del Dott. Gnocchi

Ho ricevuto tante lettere, tante e-mail, tanti messaggi e tante telefonate che testimoniano una fraterna vicinanza per quanto è accaduto al funerale di mio padre. Davvero tante, che non posso fare a meno di ringraziare anche pubblicamente. Lo faccio volentieri su invito di messainlatino.it che mi chiede di tenere una sorta di diario che aggiorni il procedere della vicenda.
Perché la vicenda, naturalmente, non si ferma qua. Non può fermarsi qua perché non riguarda solo un singolo signore un po’ bizzarro che ha chiesto un rito un po’ bizzarro per il suo funerale un po’ bizzarro. E non riguarda neanche solo la sua famiglia un po’ bizzara invaghita dello stesso rito un po’ bizzarro. Riguarda qualsiasi cattolico battezzato soggetto ai doveri e anche ai diritti del Diritto Canonico. Insomma, riguarda tutti noi.
Se non fosse così, giunto a questa riga, potrei dire “Grazie a tutti” e tornarmene alle mie occupazioni. Invece si va avanti, compiendo tutti i passi necessari sia in sede pubblica, sia in sede istituzionale, sia in sede privata.
Per questo è necessario l’aiuto di tutti coloro che credono nella buona battaglia e comincio col proporre due azioni semplicissime:
1) Far conoscere il più possibile il fatto, anche attraverso la diffusione dell’articolo che lo racconta. Non solo nel nostro ambiente, ma anche nelle parrocchie e nelle associazioni, dove nessuno immagina neppure che esista gente come noi che subisce quanto subiamo noi.
2) Scrivere, rispettosamente ma con grande fermezza al parroco di Villa d’Adda e alla curia bergamasca per dire quello che si pensa sull’accaduto.

Questo è importante anche perché mi risulta che qualcuno sta facendo circolare la voce che la mia famiglia sarebbe stata contenta di come “si sono aggiustate le cose”: e cioè Messa con rito nuovo nella quale si sono semplicemente evitati gli orrori che si vedono di solito durante i funerali. Insomma, fatto credito con grande magnanimità della loro buona fede, questi signori ritengono che sulla questione della Messa ci si possa venire incontro come al mercato e concludere con uno sputo sulla mano prima stringersela davanti al sensale.
Bisogna dir loro, da parte di chiunque tenga alla Messa di sempre, che non è così. Scriviamoglielo.
Dal bollettino parrocchiale, ho ricavato l’indirizzo e-mail del parroco (che si chiama don Diego Nodari); dunque, trascrivendolo, non svelo nulla di segreto o di privato:
d.diegonodari@virgilio.it

l’indirizzo postale è:
Parrocchia di Sant’Andrea apostolo
Via del Borgo, 2
24030 VILLA D’ADDA
(Bergamo)

gli indirizzi della curia sono
cancelleria@curia.bergamo.it

liturgia@curia.bergamo.it

vicariogenerale@curia.bergamo.it

segrvesc@curia.bergamo.it

del.formazione@curia.bergamo.it

Ma una ricerca più attenta nei meandri del web curiale può dare anche altri risultati.

Prima di ringraziare ancora, voglio comunque dire che ci vuole sempre un padre per spiegare a un figlio le cose della vita. E un padre lo fa anche quando muore. Ci ritorneremo sopra, quando sarò riuscito a cavarmi dall’anima il magone che non va né su né giù. Ma quello che posso dire si da ora è che, anche questo si trova nella Messa di sempre.
Grazie a tutti

giovedì 17 novembre 2011

i padroni del mondo

PERCHE' PARTITI IN DISACCORDO SU TUTTO, SOSTENGONO INSIEME IL GOVERNO MONTI? ECCO COSA CI NASCONDONO DEL FUTURO CHE SI VA DELINEANDO IN EUROPA
L'obiettivo non dichiarato della BCE (Banca Centrale Europea) è la liquidazione degli Stati nazionali e del voto degli elettori: ecco perché i tecnocrati aspirano a guidare governi di emergenza
di Roberto de Mattei
Le vicende italiane ed estere dell'anno che si conclude rendono sempre più evidente la presenza di "poteri forti", come oggi si usa dire, che operano dietro le quinte della scena internazionale. Un tempo questi poteri venivano chiamati "forze occulte". Oggi essi non hanno bisogno di nascondersi: mostrano il loro volto, e dialogano e interferiscono con le istituzioni politiche.
Uno dei principali centri di potere è la Banca Centrale Europea (BCE), con sede a Francoforte, un organismo di carattere privato, con propria personalità giuridica, incaricato dell'attuazione della politica monetaria per i diciassette paesi dell'Unione europea che aderiscono all' "area dell'euro". La BCE, ideata dal Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 e istituita il 1º giugno 1998, ha assunto, di fatto, la guida della politica non solo monetaria, ma economica e sociale europea, espropriando progressivamente gli Stati nazionali della loro sovranità in questo campo.
In una lettera inviata al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi il 5 agosto 2011, Mario Draghi e Jean Louis Trichet, a nome del Consiglio direttivo della BCE, hanno dettato una precisa agenda al governo italiano. Essi non si sono limitati a suggerimenti e raccomandazioni di carattere generale, ma hanno fissato, punto per punto, la politica economica e sociale del nostro Paese, indicando come "misure essenziali": 1) privatizzazioni su larga scala; 2) la riforma del sistema di contrattazione salariale; 3) la revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti; 4) la modifica del sistema pensionistico; 5) il taglio dei costi del pubblico impiego, fino alla riduzione degli stipendi dei dipendenti statali. Hanno infine chiesto che tali regole fossero prese per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare, auspicando una riforma costituzionale che le rendesse più cogenti.
Si può pensare ciò che si vuole di queste misure economiche e sociali. E' certo però che per la prima volta un gruppo di eurocrati, indipendenti dal potere politico, interviene in maniera così diretta e imperativa nella vita pubblica del nostro Paese. Che cosa accade se un governo nazionale resiste all'imposizione di questi dettami? Lo abbiamo visto proprio in Italia. La BCE è oggi l'unica istituzione europea che può esercitare una prerogativa tipica dello Stato sovrano, quale è l'emissione di moneta. La forza di una moneta dovrebbe corrispondere alla ricchezza di uno Stato. In realtà la Banca Centrale, non essendo uno Stato, emette moneta e stampa banconote senza produrre ricchezza. Essa però impone agli Stati nazionali, a cui è interdetto battere moneta, le regole per produrre la propria ricchezza. Se gli Stati in difficoltà si allineano, la Banca Centrale li aiuta comprando i loro titoli di Stato e diminuendone in questo modo l'indebitamento. Se essi non obbediscono alle indicazioni ricevute, la BCE cessa di sostenerli finanziariamente riducendo l'acquisto degli stessi titoli di Stato. Ciò comporta un aumento del cosiddetto "spread", che è la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato tedeschi (Bund), considerati i più affidabili, e quelli italiani (BTp), percepiti come "a rischio" dagli investitori. Se lo spread aumenta, lo Stato italiano è costretto a garantire ai propri titoli rendite più alte, aumentando così il suo deficit, a tutto vantaggio della speculazione dei potentati finanziari. E' difficile che in una situazione di questo genere un governo regga. Né la Spagna, né la Grecia, né l'Italia hanno resistito a questa formidabile pressione. La BCE, in una parola, "pilota", e qualche volta provoca, le crisi politiche degli Stati nazionali.
Naturalmente la BCE non agisce isolata, ma di concerto con altri attori: il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating, che valutano la solidità finanziaria di stati e governi nazionali, l'Eurogruppo, che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze degli Stati membri che hanno adottato l'Euro. Queste iniziative sono concordate in luoghi discreti, ma ormai a tutti noti, come gli incontri periodici del Council on Foreign Relations (CFR), della Commissione Trilaterale, del Gruppo Bilderberg. Sarebbe riduttivo immaginare che dietro queste manovre siano Stati nazionali come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Germania o la Francia. L'obiettivo non dichiarato della BCE è proprio la liquidazione degli Stati nazionali.
L'Unione europea, presentata come una necessità economica, è stata infatti una precisa scelta ideologica. Essa non prevede la nascita di un forte Stato europeo, ma piuttosto di un non-Stato policentrico e caotico, caratterizzato dalla moltiplicazione di centri di decisione con compiti complessi e contrastanti. Ci troviamo di fronte a trasferimenti di potere che avvengono non verso una sola istituzione ma verso una pluralità d'istituzioni internazionali, le cui competenze rimangono volontariamente oscure. Ciò che caratterizza questa situazione è la grande confusione di poteri e la loro conflittualità latente o manifesta: in una parola un'assenza di sovranità tale da esigere il costituirsi di una suprema Autorità mondiale. L'ex presidente della BCE Trichet in un discorso tenuto a New York il 26 aprile 2010, presso il CFR ha esplicitamente evocato la necessità e l'urgenza di un super governo mondiale, che fissi regole economiche e finanziarie per affrontare lugubri scenari di depressione economica.
Questa visione viene da lontano e vuole imporre all'umanità una "Repubblica universale" direttamente antitetica alla Civiltà cristiana nella quale si amalgamerebbero tutti i Paesi della terra, attuando cosi il sogno ugualitario di fondere tutte le razze, tutti i popoli e tutti gli Stati. Il romanzo profetico di Robert Hugh Benson Il Padrone del mondo (Fede e Cultura, Verona 2011, con prefazione di S.E. Mons. Luigi Negri) mostra come questa utopia tecnocratica possa sposarsi con l'utopia religiosa del sincretismo. In nome di questo superecumenismo tutto viene accettato fuorché la Chiesa cattolica di cui si programma l'eliminazione, dopo quella degli Stati nazionali.
L'eliminazione della sovranità nazionale comporta, come logica conseguenza, quella della rappresentanza politica. L'ultima parola è ai tecnocrati, che non rispondono alle istituzioni rappresentative, Parlamento e governi, ma a club, logge, gruppi di potere i cui interessi sono spesso in antitesi con quelli nazionali.
I tecnocrati aspirano a guidare governi di emergenza, con leggi di emergenza, che spianano la strada alla dittatura giacobina, come accadde nella Rivoluzione francese. Al giacobinismo si contrapposero però allora, in Francia e in Europa, con successi e insuccessi, le insorgenze contro-rivoluzionarie. Ci sarà oggi una nuova Vandea nel Vecchio continente devastato dagli eurocrati?
Fonte: Corrispondenza Romana, 12/11/2011

uscire dall'euro e alla svelta o sarà la catastrofe.

Non si fa (più) credito


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La velocità degli eventi supera quella della dattilografia con cui si cerca di segnalarli. Si comincia a scrivere: Ecco cosa avverrà..., ed è già avvenuto. Motus in fine velocior, domina la paura. Solo qualche spunto.

«I leader delleurozona hanno tramutato un problema greco di solvibilità da 50 miliardi in una crisi esistenziale da 1.000 miliardi. Non so se ridere o piangere»: così David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico.tttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt ttttttttttttttttt ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt
Angela Merkel (quella a cui allude Miliband) ha fatto appello per una riorganizzazione dell’Unione Europea, naturalmente nel senso di una maggiore integrazione, come piace alle oligarchie.

«Ha sostenuto legami politici più stretti e norme più rigorose per i bilanci».

Nelle stesse ore, la tedesca CDU – il partito della Merkel – riunito nel suo annuale congresso, ha approvato una mozione da far diventare legge, che permette l’uscita dall’euro senza che ciò comporti esclusione dalla UE. Il che sembra un tantinello in contrasto con quel che la Merkel ha appena detto.

Berlino continua invece a vietare alla BCE di comprare i debiti pubblici che giungono a maturità e non trovano nè compratori nè rifinanziatori sui mercati, con moneta creata ex-nihilo. Ciò è male, finalmente lo dicono tutti – persino Berlusconi s’è accorto che la Banca Centrale Europea non è una vera Banca Centrale, perchè non può fare il prestatore di ultima istanza.

Ma come sempre, è in ritardo. Quando tutti finalmente capiscono che la monetizzazione è la soluzione, ha cessato di esserlo. Le cose sono cambiate in una notte. Una cosa era monetizzare (stampando moneta) piccoli debiti giunti a maturità, come quello di Grecia o Portogallo; tutt’altra cosa monetizzare il debito dell’Italia, il terzo debitore del mondo.

A questo punto, la compra da parte della BCE di BOT e di BTP a interessi bassi, farebbe qualcosa per consentire all’Italia di tornare sui mercati a tassi d’interesse sostenibili? È escluso: c’è una corsa da parte delle banche francesi e tedesche, oltre alle altre istituzioni e fondi, a liberarsi della loro esposizioni ai debiti sovrani, e per ora nulla li fermerà.

Avanza il dubbio che stia per implodere la più grossa bolla della storia, risultato di bolle accumulate negli ultimi 20 anni e rimediate (da Greenspan ad esempio) con la fornitura di denaro a tassi bassissimi, che creavano nuove bolle; anche l’Europa marginale ha vissuto di tassi bassi (quelli dei BOT germanici) indebitandosi allegramente; che questa piaga purulenta si curi semplicemente con la monetizzazione, stampando moneta, è solo illusione.

Sui mercati è apparso il cartello: Non si fa credito.

Il sistema bancario, stracolmo di titoli di credito e cambiali svalutate, non fa credito, e questo solo fatto fa sparire la liquidità, in quanto oggi sono le banche a creare moneta, indebitando. Hanno smesso di indebitare, ed è la deflazione. Ossia il congelamento e il crack dell’economia reale, del lavoro, delle vite, dei risparmi, dei valori immobiliari e mobiliari.

Per la prima volta nella storia, su un giornale britannico (il Guardian, è vero, di sinistra intelligente) appare un articolo dove si denuncia che la produzione della moneta, questa funzione essenziale dello Stato «è stata privatizzata». È un argomento principe dei cospirazionisti che denunciano da decenni questa usurpazione delle banche, e la truffa del credito frazionale, omologo alla falsificazione di banconote; è anche uno degli argomenti più censurati dai media. È un po’ tardi, ma meglio tardi che mai. (Money has been privatised by stealth)

I tedeschi vietano alla BCE di monetizzare per motivi uno più ottuso dell’altro: non vogliono pagare per le spese allegre dei Paesi-cicala, inseriscono il discorso moralistico («punire Atene, punire Roma, non condonare lazzardo morale») con cui mascherano loscamente i loro interessi più miopi di creditori. Ma anche loro, le loro banche, meritano di essere punite per il loro azzardo morale, aver prestato troppo e senza controllo alle cicale. Ed ora pensano di salvarsi da soli, abbandonando i debitori.

David Miliband è ottimista: la crisi non è da mille miliardi, sono almeno 3 mila miliardi (tre trilioni) di cattivi debiti quelli che sono nella pancia d’Europa. Debiti che – lo si capisce sempre più chiaramente ogni ora che passa – sono inesigibili.

Se la BCE stampasse i 3 trilioni di euro per salvare banche e detentori di titoli, allora pagheranno i popoli che vivono di salari e pensioni in euro: pagheranno in potere d’acquisto diminuito di quei 3 mila miliardi, e inoltre pagheranno come contribuenti obbligati a fornire denaro per mantenere la finzione della solvibilità della stessa BCE.

Nessuno dei grandi media solleva ancora (magari fra un mese, o fra una settimana, chissà) l’argomento-tabù: perchè non cancellare quei 3 trilioni di debiti marci?

S’intende, non è una soluzione indolore, non ci sono soluzioni indolori al giorno d’oggi: siccome ogni euro di debito è un euro di attivo nei conti di qualcun altro, cancellare i debiti significa azzerare gli attivi.

Chi deve assorbire quella perdite? Tutto il vorticoso bordello visto fin qui ha lo scopo di far assorbire il debito alle masse, che i loro salari se li sono guadagnati col lavoro, anzichè a chi ha profittato speculando su attivi folli, come il debito greco o italiano. È questa la madre di tutti gli azzardi morali: sono coloro che hanno preso questi rischi per profitto privato che dovrebbero accollarsi le perdite.

Ciò significa che avrebbero danni i risparmiatori in BOT e in BTP (ma ai piccoli potrebbe essere data qualche garanzia) i fondi pensione e le assicurazioni; soprattutto, una quantità di banche sarebbero spazzate via e chiuse, ma la vita continuerebbe, anzi migliorerebbe non solo in termini di equità, ma di ripresa economica.
«Una botta e via», come diceva il boia Mastro Titta al Rugantino con il collo già sul ceppo.

L’alternativa è invece, che per mantenere al valore irreale i BOT e i BTP, ci facciano morire della tortura cinese dei mille tagli, sotto il lento strangolamento della torchia fiscale, sempre più stretta per strizzarci l’ultima finanziaria, visto che la precedente non è bastata a calmare i mercati… Se no perchè Monti avrebbe nominato ministro dello Sviluppo Carlo Passera, capintesta di Banca Intesa?... Le banche vogliono la vostra libbra di carne. Depressione sopra depressione, senza alcuna prospettiva d’uscita.

La Germania ha visto ancora una crescita relativamente buona nel terzo trimestre, più 0,5% rispetto al secondo. Ma gli ordini industriali tedeschi sono caduti del 4,3% da agosto a settembre, e gli ordinativi provenienti dalla zona euro sono crollati del 12,1%.

Ed Anton Boerner, il capo della BGA, la confederazione di 120 mila piccolo-medio industrie tedesche, dichiara: «La nostra economia è robusta. Il problema sono i Paesi sud-europei. Non è la Germania che deve affrontare la crisi, è lItalia. Il problema è un problema italiano, è la loro società».

Insomma: se la Germania non esporta abbastanza, è colpa degli Stati del Sud, dell’Italia a cui la Germania ha portato via il 40% delle sue quote di mercato, grazie all’euro forte. È che deve risolvere l’Italia, dice. Eppure il calo degli ordini gli sta dicendo che il problema si ripercuote sulla Germania troppo dipendente dall’export; il prezzo che Berlino non vuol pagare, lo pagherà in altro modo.

Questo Boerner dice anche alla BBC: «Quello di cui abbiamo bisogno è un mercato comune, non una moneta comune». Comodo, no? In ogni caso, la frase indica che davvero gli ambienti tedeschi che contano stanno progettando di cacciare fuori dall’euro i Paesi-cicala. Si tengono il mercato comune su cui spadroneggiano – così pensano loro – senza doversi accollare la moneta comune.

Intelligente, questo teutonico.

Ma per noi andrebbe meglio. Lo deduco da un’analisi di David McWilliams, un giornalista economico abbastanza reputato in Irlanda, che parla della fine dell’euro, e valuta: per noi andrebbe meglio di oggi. Ovviamente, il discorso vale anche per l’Italia, e vale la pena di citarlo.


David McWilliams
David McWilliams
McWilliams comincia a ricordare che, quando l’Irlanda aveva la sua valuta nazionale agganciata al marco tedesco (come la lira italiana, eravamo nel serpentone europeo) «abbiamo svalutato sei volte in 13 anni nello sforzo di restare competitivi rispetto ai tedeschi. Per contro, quando siamo entrati nelleuro e non possiamo più svalutare, abbiamo perso il 30% di competitività rispetto alla Germania». L’Italia ha perso il 40%.

Continua McWilliams:

«È chiaro che tutti (si noti quel tutti) i Paesi periferici necessitano di un cambiamento del valore delle valute per rendere le nostre imprese più competitive, e più esportatrici. Abbiamo anche bisogno di rendere le importazioni più costose, in modo da non importare troppo. Il tasso di cambio debole realizza entrambe queste cose. La svalutazione funziona».

E ricorda come la Finlandia e la Svezia abbiano conquistato una competitività stabile (non temporanea) dopo aver svalutato nel ‘92.

Senza svalutare, continua l’irlandese, «non possiamo tener testa alla Germania e questo rende la promessa UE di convergenza economica difficile da ottenere senza prendere pesantemente in prestito... Adesso nessuno di noi riesce a ripagare questi prestiti».
Pura e semplice realtà, quale nessuno che conti in Italia sta dicendo.

La proposta che ne viene è limpida:

«Quindi ci occorre un condono del debito o qualche rinegoziazione di esso. Il nuovo euro (del Sud, o dei Paesi periferici) andrebbe accompagnato da una massiccia cancellazione del debito, perchè se si riduce il valore della moneta in cui la gente viene pagata senza proporzionalmente ridurre il valore dei loro debiti in essere, la gente semplicemente non sarà in grado di pagare e il Paese farà default dopo la svalutazione. Le due cose vanno fatte insieme».

McWilliams preconizza ovviamente un euro-debole separato dall’euro-forte, che resterebbe ai tedeschi e ai loro satelliti.

«Il nuovo euro-debole si negozierebbe, diciamo, al 70% del vecchio. Il che significa che, in rapporto ai tedeschi, il nostro livello di vita sarebbe ridotto di un terzo da un giorno allaltro».

Tragedia sociale? Sì, ammette l’irlandese. Ma non dimentichiamo che le politiche attualmente imposteci dalla UE, dalla Germania e dal Fondo Monetario puntano esattamente a farci arretrare nel livello di vita.

«Otterremmo in un giorno ciò che le attuali politiche cercano di fare in cinque anni».

«Una botta e via»: è meglio della lenta garrota eurocratico-bancaria. In compenso, «diverremmo un luogo che attrae investimenti perchè il nostro costo del lavoro sarebbe a più buon prezzo». Naturalmente non si deve dimenticare che i redditi della gente sarebbero ridotti di altrettanto.

Un bel vantaggio sarebbe nella riduzione di tutti i debiti del 30%. Le banche che hanno prestato in euro forti, e dovessero essere ripagate in euro deboli, «sopporterebbero grosse perdite di cambio». Ma le banche nei Paesi passati alla nuova moneta potrebbero emettere titoli garantiti dalla UE e riscattabili in nuovi euro (deboli) presso la BCE.

«Questi titoli possono essere considerati capitale, in modo che le banche non falliscano».

McWilliams si preoccupa anche dei risparmiatori, che hanno i risparmi in euro-forte e li vedrebbero convertiti in euro-deboli, al 30% in meno. E prevede una soluzione:

«Ai risparmiatori si possono dare nuovi bond indicizzati sullinflazione emessi dallo Stato e redimibili presso la BCE, ma non immediatamente».

Ciò non è anormale, in quanto generalmente la gente lascia dormire i risparmi in banca; bisogna dare un incentivo a questo comportamento, e gli Stati «dovrebbero assicurarsi che i nuovi titoli siano credibili abbastanza, che i detentori non desiderino incassarli a tambur battente».

Non è una prospettiva allegra? Ma non c’è mai il miglior modo di uscire dalla crisi, «solo il meno peggiore». Quello dei due euro a due velocità, «almeno, scongiura il caos di unimplosione caotica e il ritorno in fretta e furia a troppe diverse valute».

Perchè è questo che avverrà, per come si sono messe le cose, e per come si applicano le terapie per conto del sistema bancario: una implosione caotica dell’euro, la vaporizzazione, e il ritorno confusionario e tragico a tante valute, ciascuno per sè.

McWilliams propone invece un’alleanza monetaria fra i Paesi periferici, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, con una sola moneta, un euro-debole, e un taglio coordinato e controllato dei loro debiti tutti insieme.

E chi doveva chiamare a raccolta i Paesi vittime della Germania? Il più grosso dei periferici, ossia l’Italia. Se avesse avuto un minimo di autorità politica e una qualche credibilità internazionale.

Perciò non posso sopportare che Berlusconi oggi faccia sapere: «Vedete? Nominato Monti, lo spread non è sceso. Dunque non ero io la causa della crisi». Sì, è stato lui. Lui che negli anni di bonaccia non ha ridotto il debito pubblico, ma l’ha dissennatamente aumentato con spese da pessimo amministratore, mentre era prevedibile che il Paese col terzo debito del mondo, che faticava a servirlo negli anni buoni, alla prima crisi finanziaria seria si sarebbe trovato nei guai grossi, ossia senza credito. È stato lui a tralasciare quell’accordo e coordinamento fra Paesi periferici, che oggi bisognerà fare in fretta, e che nessuno qui sembra in grado di fare (noi pendiamo dalle labbra dei tedeschi, del FMI, della Goldman).

I giornali che il Cavaliere paga (Il Giornale e Il Tempo, Il Foglio e Libero) si sono scoperti una vena complottista svergognata: proprio loro che deridevano chi indicava le trame dei potere forti, strillano che i banchieri e Goldman Sachs ci hanno rubato «la democrazia» togliendo la poltrona a Berlusconi. Accade persino che alla Radio RAI di Stato si parli apertamente dei «tre di Goldman», Draghi, Monti e Papademos, si dia voce a persone che denunciano il gruppo Bilderberg, si fa il nome della Commissione Trilaterale, che fino a ieri nessun giornalista pronunciava o scriveva…

Come autori di volumi dal titolo Complotti, dovremmo rallegrarci? Invece no. Quando le teorie cospirative arrivano sui media, da una parte vuol dire che hanno perso la loro forza politica, dall’altra sono luoghi comuni fasulli: agitati oggi dal berlusconismo ormai impotente, e dalla classe politica in generale, come alibi per il suo fallimento.

Monti delegato di Goldman Sachs? D’accordo: ma voi avete forse fatto meglio? Avete fatto peggio. Saccheggio dei beni pubblici, ostacoli al Paese che lavora, mantenimento di eserciti di parassiti, fantastiche «lotte allevasione», servilità verso le lobby interne ed estere, mancanza di visione e prospettiva, e incompetenza; la mignotto-crazia di Berlusconi è stata solo l’ultima ditata (di cacca) sulla bancarotta della nostra vita politica. A tal punto, che la maggioranza oggi spera di farsi salvare da Monti e da Draghi proprio perchè hanno alle spalle Goldman Sachs.

Saranno delusi. Perchè ormai il crack avanza ad una tale velocità, che è dubbio che anche i poteri forti ultra-sovrani stiano agendo in base a un progetto, e non siano invece sotto l’effetto del panico.

Siamo nella fase che un famoso economista, Rudy Dornbusch (morto nel 2002) descriveva così:

«La perdita di fiducia ci mette più tempo ad apparire di quanto si pensi, ma poi compare più rapidamente di quanto ognuno possa credere. Gli Stati riescono a finanziarsi finchè, di colpo, non ci riescono più. Il non-rischio resta non-rischio finchè è solo rischio».

Era almeno dal 2007, quando scoppiò la Lehman, che bisognava approntare le difese, che bisognava denunciare Goldman Sachs e vietarne per legge le invenzioni speculative e le frodi. Oggi è tardi per credere di nuovo nella classe politica. Anche nella vita pubblica è appeso il cartello: Non si fa più credito.