martedì 6 dicembre 2011

consoliamoci con la bellezza

Inizia cliccando qui sotto un viaggio straodinario nella Cappella Sistina

lunedì 5 dicembre 2011

quando c'è da parlare si tace...

Non tacere più, Madre Chiesa,

ma grida forte e difendi i tuoi figli.

   
C’è qualcosa di sorprendente – per me, cattolico – nel silenzio della Chiesa di fronte a quello che sta accadendo in Italia e in Europa (come di fronte alla sanguinosa guerra alla Libia o ai tamburi di guerra che arrivano dal Medio Oriente attorno alle armi nucleari iraniane).
I vescovi e la Santa Sede ci hanno abituato a un grande interventismo (per molti perfino esagerato).
E’ dunque strano che da settimane non si sia sentita una parola su una crisi che rischia di travolgere l’Europa e il mondo intero e che ha come epicentro l’Italia.
Eppure è la più grave crisi dalla seconda guerra mondiale (nemmeno l’invito – che mi ero permesso di fare – a un’iniziativa di preghiera per l’Italia è stata raccolta).

LA MAZZATA

Lo scenario è cupissimo. Personalmente ho visto di buon occhio la nascita di questo governo, sperando in una grande pacificazione nazionale e nel risanamento economico (sono stato fra i pochi, su questo giornale, a sostenerlo).
Mi auguro ancora che riesca.
Ma devo riconoscere che ormai la delusione è grande non solo per le cadute di stile, l’arroganza o i tempi sbagliati. Soprattutto perché si annunciano provvedimenti disastrosi per gli italiani e per l’economia in generale.
Le famiglie del nostro Paese stanno per essere colpite da una mazzata di dimensioni inaudite da parte dello Stato e i vescovi italiani – che continuamente e giustamente alzavano la loro voce fino a un mese fa chiedendo il “quoziente familiare” e “la crescita” – non proferiscono parola.
Sembrano intimiditi dai professori. Ma spennare così i contribuenti con irpef e ici non sembra una performance da “luminari”: sarebbe stato capace qualsiasi politicante.
Da “scienziati” tanto celebrati ci si aspettava che finalmente tagliassero gli sprechi, non la sanità (che è già al lumicino). Dovevano andare a tassare i conti correnti in Svizzera (come hanno fatto Germania e Francia) e non dissanguare ancor più i contribuenti onesti che già sono messi in ginocchio dal fisco.
Avrebbero dovuto finalmente mettere a reddito (magari a garanzia del debito) l’enorme patrimonio pubblico, non affamare le famiglie e colpire i malati, deprimendo ancora di più l’economia.
D’altra parte se questi “professori” fossero economisti così bravi non sarebbero stati a suo tempo così entusiasti dell’euro magnificandolo come la via del paradiso. Quando invece è stata la via dell’inferno.
Adesso sono stati chiamati a sistemare le cose. Ma il timore è che costoro non siano i medici, bensì la malattia. Anche perché è il rigore monetarista che ha creato il problema, non può essere dunque la soluzione.

FINE DELLA LIBERTA’ ?

La nascita del governo dei tecnici è già stato un colpo alla democrazia (a proposito: dove sono coloro che hanno strillato finora contro il “porcellum” e il parlamento dei nominati? Com’è che si fanno piacere un governo di non eletti da nessuno?).
Ma ora vi si aggiunge un colpo pure alla libertà civile ed economica, perché l’ulteriore vessazione fiscale (oltretutto con misure poliziesche) porta a una drastica riduzione della libertà.
Lo Stato è sempre più padrone delle nostre vite, dei nostri beni, del nostro lavoro e questo è drammatico.
Dov’è la Marcegaglia che strillava contro la pressione fiscale e che ogni giorno protestava per la “crescita”? E’ in corso un formidabile passaggio di ricchezza dalle famiglie (dai loro risparmi) verso altre destinazioni. E gli italiani sono indifesi.
Tutte le polemiche sulla casta (concentrate solo sulla politica) hanno portato a questo: nessuna riduzione dei privilegi e in più una nuova casta tecnobancaria che domina con una democrazia sospesa. Pure il Pdl tace e acconsente.
In questa generale mancanza di dibattito, di posizioni critiche, il silenzio dei vescovi italiani si nota poco. Ma c’è e pesa.
Io non condivido naturalmente il malizioso sospetto di chi insinua che la Cei starebbe coperta per evitare che il governo apra il dossier “ici degli enti ecclesiastici” e “otto per mille”.
Ma proprio perché non credo a queste insinuazioni mi aspetto che i vescovi facciano sentire fragorosamente la loro voce.
Non è “Avvenire” che ha celebrato il presunto “ritorno” dei cattolici alla politica grazie al convegno di Todi? Non è a Todi che è stato abbattuto il precedente governo?

LA BEFFA DI TODI

Ebbene, ieri, proprio il protagonista di Todi, cioè il leader della Cisl Bonanni – che fu arbitrariamente considerato per l’occasione la voce ufficiale del mondo cattolico – è apparso deluso dal governo tecnico che se ne infischia di lui e della Cisl.
Quelli di Todi sono stati cattolici “usa e getta”. Oggi non servono più.
Il “Corriere della sera”, che con “Repubblica” considerò la dichiarazione di Bonanni come il colpo di grazia della Chiesa sul governo Berlusconi, ieri ricordava “crudelmente” che col governo di centrodestra Bonanni aveva il filo diretto: praticamente la Cisl pesava enormemente.
Oggi meno del due di briscola. E questa è la “vittoria” di Todi.
Fra le pochissime voci critiche c’è quella di Giuseppe de Rita, con il Rapporto Censis.
Ha denunciato che la crisi viene dal “non governo della finanza globalizzata”, che siamo ormai “etero diretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda” e che la politica è “prigioniera del primato dei poteri finanziari”.
In sostanza i cittadini non contano più nulla: “in basso il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario”. Così muore la democrazia e anche l’economia perché “la finanza certo non fa sviluppo”.
Sembra una denuncia pesantissima, ma è stata pressoché ignorata. Pure in casa cattolica benché De Rita sia da sempre il sociologo di riferimento della Chiesa italiana (anno scorso c’è stato perfino qualche movimento ecclesiale che ha fatto, del precedente Rapporto Censis – che nel 2010 era grigio e astruso – un argomento di riflessione pubblica: oggi nulla di nulla).
Impressiona pure che l’insieme dei vescovi europei e la Santa Sede che così fortemente hanno chiesto il richiamo alle “radici cristiane” nella Costituzione europea assistano oggi in totale silenzio al possibile disfacimento dell’Europa stessa.
Eppure sono stati i cattolici (De Gasperi, Schuman, Adenauer) a costruire l’unità europea, mentre sono i tecnocrati che hanno rifiutato le “radici cristiane” ad averla portata sull’orlo del baratro.
E il “caso Merkel-Germania” ?

I TEDESCHI NON RICORDANO

Perfino due grandi statisti tedeschi come Kohl e Schmidt hanno criticato l’assurda rigidità della Merkel (una protestante cresciuta sotto il comunismo della Ddr).
Chi più e meglio del Papa tedesco potrebbe parlare a quel popolo per dirgli che magnanimità e solidarietà converrebbero pure a lui?
Ci sarebbe bisogno di ricordare ai tedeschi che, dopo la Prima guerra mondiale, proprio la feroce imposizione da parte dei vincitori dei “risarcimenti di guerra” scaraventò la Germania (e l’Europa) nella crisi.
Mentre nel secondo dopoguerra – quando i tedeschi avrebbero meritato ben più pesanti ritorsioni – ebbero invece il piano Marshall americano. E convenne a tutti. E’ la prova che proprio la magnanimità costruisce benessere e pace.
Bisognerebbe ricordare agli amici tedeschi che la loro riunificazione (con la parità del marco) in parte l’abbiamo pagata tutti.
E pure che loro pretendono di imporre sanzioni agli altri, ma non le accettano per sé (com’è noto furono proprio loro, con la Francia, a sgarrare sul patto di stabilità nel 2003. E non ebbero penalizzazioni).
I tedeschi non hanno memoria storica. E anche la fissazione della moneta forte, contro lo spauracchio dell’inflazione, non ha fondamenti storici: infatti ad aprire le porte a Hitler non fu l’inflazione del primo dopoguerra, ma la depressione (e la disoccupazione) per la crisi del 1929.
Chi, più e meglio della Chiesa, potrebbe oggi ricordare ai tedeschi il dovere della solidarietà che hanno verso questa Europa che la Germania ha devastato con il suo orrore? Ci guadagnerebbero anche loro.
Speriamo che una voce si alzi…

Antonio Socci



Da “Libero”, 4 dicembre 2011



venerdì 2 dicembre 2011

Seconda Giornata della Tradizione a Verbania con Gnocchi e Palmaro



Dopo la I Giornata della Tradizione del 2010
dedicata alla figura del Beato Cardinale John Henry Newman

domenica 11 dicembre 2011
a Verbania, nell'Hotel "il Chiostro",

II Giornata della Tradizione, organizzata dalle chiese di V0cogno e di Domodossola
dove si celebra periodicamente la Santa Messa Tridentina.

Alle ore 15:00 si terrà una conversazione su
Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà,
con il Dottor Alessandro Gnocchi e il Professor Mario Palmaro,
autori del libro La Bella Addormentata, edito da Vallecchi .
Alle ore 17:30, dopo l'incontro sarà celebrata la
SANTA MESSA CANTATA nella Forma Extraordinaria del Rito Romano.

Sarà possibile fermarsi per la cena nel caratteristico Hotel, per tale esigenza è necessaria la prenotazione, entro il 4 dicembre, al numero telefonico: 349/28.48.054.

Ricordiamo che le chiese di Vocogno e di Domodossola hanno un sito attivo di Fede e nella Fede: http://www.radicatinellafede.blogspot.com/

lunedì 28 novembre 2011

Mons. Bernard Fellay: Bisogna guardare a questa crisi con gli occhi della fede.

Proponiamo con la nostra traduzione quest'importante intervista di cui dà notizia Rorate Caeli 

Intervista con il Superiore Generale Fraternità San Pio X: Il preambolo dottrinale

Intervista concessa da Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX / Fraternità San Pio X) alla sua agenzia di notizie istituzionali, DICI . 
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Perché il preambolo dottrinale che il cardinale Levada consegnato a voi il 14 settembre è ancora circondato da così tanto segreto, sia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che dalla Società di San Pio X? Che cos'è che questo silenzio nasconde ai sacerdoti e fedeli della Tradizione?

Questa discrezione è normale per qualsiasi procedimento importante, garantisce la serietà di esso. Si dà il caso che il preambolo dottrinale, che è stato consegnato per noi è un documento che può essere chiarito e modificato, come precisa la nota che l’accompagna. Non è un testo definitivo. Tra poco si elaborerà una risposta a questo documento, sottolineando con franchezza le posizioni dottrinali che consideriamo indispensabile. La nostra preoccupazione costante fin dall'inizio del nostro dialogo con la Santa Sede, come i nostri interlocutori sanno molto bene, è stato quella di presentare la posizione tradizionale con lealtà completa.
La discrezione è richiesta da parte di Roma anche, perché questo documento, anche nel suo stato attuale che ha bisogno di molti chiarimenti, corre un grande rischio di suscitare opposizione da parte dei progressisti, che non accettano l'idea stessa di una discussione sul Concilio, perché considerano questo concilio pastorale indiscutibile o "non negoziabile", come se fosse un Concilio dogmatico.

Nonostante tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei superiori della Fraternità San Pio X ad Albano il 7 ottobre sono state diffuse  su Internet da fonti diverse ma coerenti.
Non mancano di indiscrezioni su internet! E 'vero che questo preambolo dottrinale non può ricevere la nostra approvazione, anche se un margine di manovra è stato permesso per un "legittimo dibattito" su alcuni punti del Concilio. Qual è l'entità di questo margine di manovra? La proposta che farò nei prossimi giorni alle autorità romane e la loro risposta, a sua volta ci permetterà di valutare le nostre opzioni rimanenti. E qualunque sia il risultato di questi colloqui, il documento finale che sarà stato accettato o respinto sarà reso pubblico.

Meglio sottolineare le difficoltà e le soluzioni
Dal momento che questo documento, a suo parere, non è molto chiaro, non sarebbe la cosa più semplice quella di inviare ai suoi autori un netto rifiuto?

La cosa più semplice, forse, ma non la più cortese. Dal momento che la nota che accompagna prevede la possibilità di fare precisazioni, a me sembra necessario chiederle, invece di rifiutare a priori. Questo non pregiudica la risposta che daremo.
Dal momento che il dibattito tra Roma e noi è essenzialmente dottrinale e riguarda principalmente il Concilio, i chiarimenti che otteniamo o meno avranno il vantaggio non trascurabile di rendere più evidente dove sono le difficoltà e dove sono, le soluzioni; questo è vero anche perché questo dibattito riguarda non solo la Fraternità San Pio X, ma tutta la Chiesa pure. Questo è lo spirito che ha costantemente guidato le nostre discussioni teologiche nel corso di questi ultimi due anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno statuto canonico;, non si  abbandona così in modo implicito  il ruolino di marcia che si era definito, che prevedeva una soluzione dottrinale prima di qualsiasi accordo pratico?
È davvero un preambolo dottrinale , l'accettazione o il rifiuto del quale sarà condizione per ottenere un qualche status canonico. La Dottrina non è affatto messa al secondo posto. E prima di impegnarsi per un eventuale status canonico, stiamo studiando questo preambolo minuziosamente con il criterio della Tradizione a cui siamo legati fedelmente. Non abbiamo dimenticato che ci sono molte differenze dottrinali all'origine della controversia tra Roma e noi in questi ultimi 40 anni; metterle da parte in modo da ottenere uno status canonico ci esporrebbe al pericolo di vedere crescere le stesse differenze inevitabilmente, il che renderebbe lo status canonico, non solo precario ma semplicemente invivibile.
Quindi in sostanza non è cambiato nulla dopo questi due anni di discussioni teologiche tra Roma e la Fraternità San Pio X?
Queste discussioni hanno permesso ai nostri teologi di presentare semplicemente i punti principali del Concilio, che causano difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. In parallelo, e forse grazie a queste discussioni teologiche, negli ultimi anni due voci diverse dalla nostra hanno fatto sentire la loro voce critica circa il Concilio, che mettono in secondo piano le nostre. Così mons. Brunero Gherardini, nel suo studio Concilio Ecumenico Vaticano II: una necessaria discussione, ha insistito sul diverso grado di autorità dei documenti conciliari e sullo "spirito contrario" insinuato che il Concilio Vaticano II fin dall'inizio. Allo stesso modo il vescovo Athanasius Schneider ha avuto il coraggio, durante una conferenza a Roma alla fine del 2010, di chiedere un Sillabo di condanna per gli errori nell'interpretazione del Consiglio. Sulla stessa linea, lo storico Roberto de Mattei ha ben dimostrato le contrastanti influenze esercitate sul Concilio, nel suo libro più recente, Il Concilio Vaticano II: una storia mai prima d'ora scritto. Dovremmo menzionare anche la petizione inviata a Benedetto XVI da parte di intellettuali cattolici italiani, che chiedono un più approfondito esame del Consiglio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi dimostrano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è la sola a vedere i problemi dottrinali che il Vaticano II pone. Questo movimento si sta estendendo e non può più essere fermato.
Sì, ma questi studi universitari, queste dotte analisi non danno alcun contributo a soluzioni concrete ai problemi che questo Concilio pone hic et nunc [qui ed ora].
Questi studi evidenziano le difficoltà dottrinali provocate dal Vaticano II e di conseguenza mostrano perché l'adesione al Concilio è problematica. Questo è un primo passo essenziale.
Nella stessa Roma, le interpretazioni in continua evoluzione date alla libertà religiosa, le modifiche che sono state fatte su questo argomento nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Compendio di esso, le correzioni che sono attualmente allo studio per il Codice di Diritto Canonico ... tutto questo dimostra le difficoltà che si incontrano quando si cerca di rispettare i documenti conciliari a tutti i costi, e dal nostro punto di vista questo mostra bene l'impossibilità di aderire in modo stabile a una dottrina in movimento.

Non è il Credo sufficiente per identificare un cattolico?

Secondo lei, che cos’è dottrinalmente stabile oggi?
La sola dottrina ne varietur [salvaguardia contro il cambiamento] è ovviamente il Credo, la professione della fede cattolica. Il Concilio Vaticano II doveva essere pastorale e non ha definito alcun dogma. Non aggiunge articoli di fede: "Credo nella libertà religiosa, ecumenismo, nella collegialità ...." Non è il Credo ancora sufficiente oggi per identificare qualcuno come cattolico? Esprime ancora tutta la fede cattolica? Quando le persone rinunciano alla loro errori e  entrano nella Chiesa cattolica, sono ora tenuti a professare la loro fede nella libertà religiosa, ecumenismo e collegialità? Quanto a noi, i figli spirituali di Mons. Lefebvre, che ha sempre evitato di creare una Chiesa parallela e ha sempre inteso essere fedele alla Roma Eterna, non abbiamo difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.
In questo contesto, può esserci da una soluzione alla crisi della Chiesa?
 A parte un miracolo, non ci può essere una soluzione istantanea. Pretendere che Dio dia la vittoria senza chiedere agli uomini armati di impegnarsi in battaglia, per citare S. Giovanna d'Arco, è una forma di diserzione. Volendo porre fine alla crisi senza sentirsi preoccupati o coinvolti non è realmente amare la Chiesa. La Provvidenza non ci dispensa dal dovere del nostro stato di vita, ovunque essa ci ha posto, o di assumere le nostre responsabilità e rispondere alle grazie che ci concede.
La situazione attuale della Chiesa nei nostri Paesi un tempo cristiani è un tragico declino delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, una solo nella diocesi di Roma per il 2011-2012. Si tratta di una allarmante scarsità di sacerdoti: si pensi al parroco in Aude (dipartimento nel sud-Francia centrale), che dispone di 80 siti di culto. Queste diocesi in Francia sono anemiche al punto in cui in un futuro molto vicino dovranno essere raggruppate, come le parrocchie sono già state raggruppate .... In una parola, la gerarchia ecclesiastica, oggi è a capo di strutture che sono troppo grandi per il numero in costante diminuzione del personale, che è a rigore una situazione ingestibile, e non solo a livello economico .... Per usare un'immagine, è ancora necessario mantenere un convento progettato per 300 suore, mentre ne sono rimaste solo 3. È possibile che le cose continuino così per altri dieci anni?
Alcuni giovani vescovi e sacerdoti che stanno ereditando questa situazione sono sempre più consapevoli della sterilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Non ne danno la colpa esclusivamente alla secolarizzazione della società; essi si domandano quale sia la responsabilità del Concilio che ha aperto la Chiesa ad un mondo che stava diventando completamente secolarizzato. Si chiedono se la Chiesa potesse adattarsi alla modernità in tal senso senza dovere adottare il suo spirito.
Questi vescovi e questi preti si pongono queste domande, e alcuni di loro ci interpellano ... discretamente, come Nicodemo. Noi rispondiamo che, di fronte a questa scarsità, si deve scoprire se la Tradizione cattolica è una semplice opzione, oppure è la soluzione necessaria? Dire che si tratta di una possibilità significa minimizzare o negare la crisi nella Chiesa per poi cercare di accontentarsi di misure che si sono già dimostrate inefficaci.

Opposizione da parte dei vescovi

Anche se la Fraternità San Pio X ottenesse uno statuto canonico da Roma, ciò nondimeno non significherebbe offrire alcuna soluzione sul campo,  perché i vescovi si oppongono, come hanno fatto con il Motu Proprio sulla Messa tradizionale,
Questa opposizione contro Roma dai vescovi è stata espressa in un modo muto ma efficace per quanto riguarda il Motu Proprio sulla Messa Tridentina, e continua a manifestarsi ostinatamente da alcuni vescovi in relazione al pro multis nel Canone della Messa, che Benedetto XVI, in linea con la dottrina cattolica, vuole avere tradotto "per molti" e non più "per tutti", come avviene nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. Infatti, alcune Conferenze Episcopali persistono nel mantenere che la traduzione sbagliata, come è avvenuto da poco in Italia.
Così il Papa stesso sperimenta questo dissenso da parte di alcune conferenze, su questo tema e su molti altri, il che rende possibile per lui per capire facilmente l'opposizione feroce cui la Fraternità San Pio X andrà senza dubbio incontro da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Dicono che personalmente Benedetto XVI vuole una soluzione canonica, e che sarebbe anche disposto a prendere le misure che la renderebbero davvero efficace.
È la gravità della crisi attuale il motivo per cui hanno lanciato una nuova crociata del Rosario?
Nel chiedere per queste preghiere volevo prima di tutto i sacerdoti ed i fedeli fossero maggiormente uniti al Signore e alla Sua Santa Madre con la recita quotidiana del Rosario e la meditazione profonda sul suo mistero. Non siamo in una situazione normale che ci avrebbe permesso di accontentandoci di misure mediocri di routine. La comprensione della crisi attuale non si basa su voci diffuse via Internet, né le soluzioni vengono da astuzia politica o trattative diplomatiche. Bisogna guardare a questa crisi con gli occhi della fede. Solo con una costante affidamento a Nostro Signore e alla Madonna sarà possibile per tutti i sacerdoti ei fedeli che si sono dedicati alla tradizione mantenere questa unità di visione che procura la fede soprannaturale. In questo modo saremo uniti in questo periodo di grande confusione.
Nella preghiera per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come la Santa Vergine ha chiesto a Fatima, e per il trionfo del suo Cuore Immacolato, solleviamo le nostre menti sopra le nostre fin troppo umane aspirazioni, stiamo superando le nostre fin troppo naturali paure. Solo a quell'altezza si può davvero servire la Chiesa, nello svolgimento dei compiti dello stato di vita che è affidato a ciascuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011

a che serve una bussola se non si sa dove andare?

Riprendiamo da chiesaepostconcilio.blogspot.com quest'articolo che ci conferma circa i dubbi che avevamo su questa proposta editorale

Quando "La Bussola" quotidiana,

 invece di orientare, disorienta...

Leggo su La Bussola quotidiana di ieri un articolo a firma di don Enrico Finotti, riguardante "Le domande che non ci poniamo più sulla Liturgia".

Dopo aver riscontrato considerazioni sensate e attendibili, resto esterrefatta dall'ultimo interrogativo, che riporto e commento, perché si rivela una stroncatura superficiale, di fatto ignorante sia culturalmente che, soprattutto, spiritualmente del Rito Latino usus antiquior.
19. Coloro che assumono il rito nella forma straordinaria devono porsi dei precisi interrogativi: perché si compie questa scelta; quali i motivi; sono validi; c’è stato prima un sufficiente sforzo di capire e vivere il rito ordinario della Chiesa; cosa ci si attende da questa forma precedente; la si conosce in modo almeno minimale? Si deve inoltre considerare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Il rito tridentino ha una impostazione giuridica ben definita e richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà. L’interpretazione giuridica, se da un lato garantisce formalmente il corretto svolgimento della celebrazione, dall’altro può «uccidere lo spirito» fornendo la maschera per nascondere l’assenza di un vero spirito di adorazione. È forse per questo motivo che molti sacerdoti nel passaggio al rito del Vaticano II non hanno saputo celebrare con quell’atteggiamento di venerazione e rispetto che anche il rito rinnovato richiedeva? In tal caso non possiamo sospettare che il contesto di creatività liturgica che ha caratterizzato il postconcilio sia in qualche modo dipendente anche dall’interpretazione puramente formale della liturgia preconciliare e ne costituisca una sorta di reazione?
Ebbene, come si può parlare in maniera così sbrigativa e superficiale nonché preconcetta delle cause della creatività liturgica post conciliare, rivelatasi sterile e dissacratoria, individuandole nella "reazione" ad una presunta "interpretazione formale" del Rito nell'usus Antiquior, e riscontrando una interpretazione giuridica anche nella "richiesta" odierna di chi, oggi, lo richiede perché lo sceglie?

Non è neppure esatto affermare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Infatti basta seguire col dovuto rispetto ed immedesimazione, di certo tutt'altro che formale, i suoi ritmi e i suoi momenti e non c'è spazio per la creatività e l'improvvisazione, che può andar bene in altri ambiti, ma non nel 'luogo' privilegiato dell'Azione Teandrica di Cristo Signore!

Perché il nostro don Finotti parla di "impostazione giuridica ben definita" e non coglie la "sostanza saporosa e solenne" della 'forma' oggi diventata inopinatamente extraordinaria che noi amiamo, che consideriamo autentico culto a Dio e nella quale, soprattutto, riconosciamo senza tagli e storpiature il Sacrificio del Golgota?

E non si domanda, don Finotti, se il fatto che essa richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà non dipenda da deficit di formazione spirituale, abbinata a scarso impegno e totale incomprensione di qualcosa di grande, che merita un minimo di approfondimento e di capacità di apprendimento di significati talmente grandi e sublimi dei quali la banalizzazione imperante vede soltanto l'involucro esteriore e li fa apparire come fossero lontani anni luce, mancando anche, nella formazione dei sacerdoti, la relativa ecclesiologia che la riforma di Paolo VI ha completamente abbandonato?

Infatti non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben compaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi - certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere - e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i "cattivi maestri", che stanno rendendo la nostra Chiesa una landa desolata. Si tratta di gesti parole e sentimenti che hanno una loro precisa collocazione e significato e che, soprattutto, fanno immedesimare il Sacerdote, alter Christus, nella sua autentica identità!

Si potrebbe pensare che si sia voluto richiamare ad una maggiore consapevolezza partendo da interrogativi che richiamano aspetti negativi. Ma, in sostanza, sono soltanto questi che emergono con tanto di responsabilità finale.

Purtroppo, fin quando La Bussola quotidiana o altre fonti di informazione che si dicono cattoliche, che hanno spazio solo per l'orientamento egemone di segno non solo opposto ma addirittura avverso, guarderanno con sospetto la Tradizione evolutiva perenne mentre assentiranno solo a quella conciliare, le nostre saranno "voci che gridano nel deserto", perché a farsi sentire e a dettar legge sono solo le grancasse moderniste e movimentiste accompagnate da mezzi e potere, che continuano a deturpare il volto del Corpo Mistico di Cristo in quanto di sacro e solenne Lui in persona, in una drammatica e rivoluzionaria Ultima Cena, ci ha consegnato e comandato di celebrare fino alla fine dei tempi e che ci è stato trasmesso, impreziosito e mirabilmente custodito da generazioni di credenti e di Santi.

sabato 26 novembre 2011

i martiri inglesi: fedeli fino al sangue alla Santa Messa cattolica

"a Tyburn, un gran numero di nostri fratelli e sorelle morirono per la fede; la testimonianza della loro fedeltà sino alla fine fu ben più potente delle parole ispirate che molti di loro dissero prima di abbandonare ogni cosa al Signore. Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia. E tuttavia la Chiesa non si può esimere dal dovere di proclamare Cristo e il suo Vangelo" (Benedetto XVI)

Una bella riproduzione del patibolo (Tyburn tree-l’albero di Tyburn), divenuto l’albero
della vita: un altare su cui celebrare la Santa Messa (Tybur Convent, Londra).

Nel febbraio del 1601, al Tyburn, presso Londra due uomini venivano impiccati. Erano un certo Filcock e un tale conosciuto come Barkworth. L‘accusa era di tradimento perché sacerdoti. I due, infatti, erano preti cattolici e venivano condannati alla forca quali vittime dell’odio anglicano contro la fede cattolica. Poco prima di morire, padre Filcock ebbe ancora la forza di dire con gioia: «Questo è il giorno fatto dal Signore».
Padre Filcock e padre Barkworth erano solo due delle decine di martiri cattolici che sacrificavano l’esistenza da quando Enrico VIII nel 1534 si era staccato dalla Chiesa di Roma e si era autoproclamato capo dell’anglicanesimo: da quell’anno, fino al 1681, i martiri inglesi sono stati più di trecento: cinquanta uccisi sotto Enrico VIII, 189 sotto Elisabetta I e gli altri sotto i loro successori.
I primi furono un gruppo di Certosini che il 4 maggio e il 19 giugno 1535 immolarono la loro vita sulle forche del Tyburn per non aver voluto separarsi dalla Chiesa Cattolica. Vittime illustri di Enrico VIII furono il Cardinal Giovanni Fisher e Tommaso Moro, il Gran Cancelliere del regno, che pagarono con il supremo sacrificio di sé il loro rifiuto alla “supremazia” imposta dal re.
L’opera di Cranmer

Il “simpatico marchingegno” per eliminare gli odiati papisti: il “Tyburn tree”, l’albero di Tyburn,
presso Londra. In basso, una stampa che rappresenta lo squartamento di un condannato.
Dal 1533, era diventato primo arcivescovo anglicano di Canterbury, Thomas Cranmer (1489-1556), il quale odiava la Messa come un nemico vivente e negava la dottrina della transustanziazione e della presenza reale di Gesù e l’offerta sacrificale del Salvatore fatta dal sacerdote per la salvezza del mondo. Sotto il regno del giovanissimo re Edoardo VI, Cranmer si mosse in modo subdolo e determinato verso l’eliminazione totale del Santo Sacrificio della Messa, pubblicando nel 1549 il primo Book of common prayer, un testo ambiguo indirizzato a trasformare la Messa nella cena protestante, fatto che sarà evidentissimo con il secondo Book of common prayer nel 1552. La “nuova liturgia”, vera negazione della Santa Messa cattolica, avrebbe dovuto sradicare il Cattolicesimo inglese che affondava le sue salde radici nei primi secoli dell’era cristiana. Purtroppo la tristissima operazione era destinata in gran parte al successo. Con l’ascesa al trono di Elisabetta I, nel 1559, con l’Atto di Uniformità, fu proibita la Messa cattolica (detta “la Messa papista!”) e furono imposte agli inglesi le eresie luterane e calviniste e venne proclamato che il Cattolicesimo era stato solo un coacervo di invenzioni idolatriche. Con implacabile odio anticattolico Elisabetta rese obbligatorio, sotto gravissime pene, la partecipazione al nuovo culto anglicano stabilito da Cranmer. Ciò significava la più grande disgrazia per i Cattolici: non poter più partecipare al Sacrificio del Signore e alimentarsi di Lui, vittima immolata al Padre per la salvezza del mondo. I Vescovi “recusanti”, ancora fedeli a Roma, furono sostituiti con altri più docili alla regina, mentre sempre più numerosi sacerdoti e fedeli finirono in carcere, presto destinati al patibolo. Iniziava così l’era dei martiri d’Inghilterra e il sangue dei cattolici prese a bagnare il suolo britannico. Nel 1568, il futuro Cardinale Guglielmo Allen (1532-1594) aveva fondato a Douai, poi a Reims, in Francia, un Seminario per la formazione di giovani sacerdoti da inviare nella loro patria, l’Inghilterra, a convertire gli anglicani. Allo stesso modo, nel 1578, il Collegio Inglese di Roma, auspice sempre l’Allen, fu trasformato in Seminario per il medesimo fine.
Seminarium Martyrum
I sacerdoti formati in questi Seminari, nelle Congregazioni e negli Ordini religiosi, in primo luogo nella giovane Compagnia di Gesù, fondata da Sant’Ignazio di Loyola, imbarcandosi per l’Inghilterra, già sapevano che cosa li aspettava, a volte allo stesso approdo e dopo pochi mesi di apostolato clandestino: il martirio nel modo più atroce. Il Collegio Inglese di Roma si meritò presto il titolo glorioso di Seminarium Martyrum, Seminario dei martiri. La strada che portava da Roma a Reims e alla terra inglese, diventò “la strada del martirio”. Elisabetta I odiava soprattutto questi preti, rotti a tutte le fatiche, pronti ad immolare la loro giovinezza per assicurare ai Cattolici inglesi il tesoro più sublime che è il Santo Sacrificio della Messa. Primo martire fra loro, fu padre Cutberto Mayne, scoperto nel 1577 e impiccato il 30 novembre dello stesso anno. Impossibile scrivere tutti i nomi santi di costoro: viaggiavano in tutte le parti del Regno, predicando, confessando, celebrando la Messa nelle case dei cattolici dove si davano appuntamento gruppi di fedeli altrettanto eroici. Quando la Messa veniva celebrata, i fedeli trovavano la forza di affrontare qualsiasi difficoltà, anche le torture più atroci, se erano scoperti insieme ai loro sacerdoti.
Intanto, Elisabetta I mobilitava spie e sgherri a caccia dei “papisti”, colpevoli di un solo grande delitto: di essere sacerdoti e di offrire il Santo Sacrificio della Messa; oppure, se laici, di rimanere cattolici e di partecipare al medesimo Sacrificio. Tra questi martiri, risplende di singolare grandezza il giovane gesuita Edmond Campion, che poté raccogliere qualche frutto della sua opera e inviare una lettera alla regina, documento conosciuto come “La provocazione di Campion”, in cui smentiva la calunnia rivolta ai preti cattolici di essere traditori dello Stato e affermava la loro missione sacerdotale. “Sappiate che noi tutti Gesuiti abbiamo stretta un’alleanza per portare con gioia quella croce che voi ci imporrete e per non disperare mai della vostra conversione, finché ci sarà solo uno di noi per godere le gioie del vostro Tyburn o per sopportare i tormenti delle vostre torture nelle vostre prigioni”. Padre Campion salirà al patibolo il 1° dicembre 1581.
In odio alla Messa
Patibolo per i Cristiani fedeli alla Messa di sempre…
Anche i fedeli che aiutavano i sacerdoti erano destinati alla morte, come, per citare un solo nome, capitò a Margherita Cliterow, che pagò con la morte più atroce la sua ospitalità ai ministri di Dio. Gli editti di persecuzione si moltiplicarono. Nel 1585, la regina stabilì che qualsiasi uomo nato in Inghilterra era reo di alto tradimento, se dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale in un altro Paese, rimetteva piede sul suolo inglese. La pena era di essere impiccato, poi estorto e squartato ancora vivo. Questo per privare sempre più i Cattolici della Santa Messa. I primi a soffrire per la nuova legge furono il padre Hug Taylor e il laico Marmaduke Bowes, uccisi il 27 novembre 1585 a York. La persecuzione di Elisabetta contro i cattolici proseguì fino alla sua morte, avvenuta nel 1603.
L’era dei martiri però non finì. Sotto re Giacomo I (1604-1618), morirono in venticinque. Ventiquattro sotto Carlo I (1628- 1646). Venticinque sotto Carlo II (1678- 1681), in base alla legge del 1585. Il più illustre in questo periodo è il padre Giovanni Ogilvie, gesuita scozzese, impiccato a Glasgow nel 1615 a 35 anni. Proclamata la repubblica (1646), Olivier Cromwell che odiava la Messa e il sacerdozio cattolico, pose una taglia sulla testa di ogni sacerdote uguale a quella per acchiappare un lupo: dall’Irlanda cattolica che non aveva mai accettato lo scisma e l’eresia di Enrico VIII, molti preti furono deportati come schiavi nelle isole Barbados e molte proprietà dei Cattolici furono confiscate. Anche in Irlanda, la persecuzione mirava ad estirpare la fede cattolica, estinguendo in essa la presenza del Signore Gesù nell’Eucaristia. L’ultima vittima fu l’Arcivescovo Primate d’Irlanda, Mons. Olivier Plumkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681. La maggior parte di questi martiri, sacrificati non solo in odium fidei, ma anche in odium Missae, sono stati elevati alla gloria degli altari dai Pontefici, da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Alla loro epopea, Robert Benson (1871-1914), convertito dall’anglicanesimo e diventato sacerdote cattolico, anche per il sostegno di Papa San Pio X, dedicò la sua stupenda opera Con quale autorità?, in cui scrive commosso: «Era la Santa Messa che il governo inglese considerava un delitto ed era per la Messa che creature di carne e ossa erano pronte a morire. Era per la Messa che il cattolico perseguitato possedeva una così profonda vita spirituale da superare ogni difficoltà, l’anima di questa vita era la Messa». Un secolo dopo, nel suo aureo libro La Messa strapazzata (1760), Sant’alfonso Maria de’ Liguori avrebbe scritto che «abolire la Messa è l’opera dell’anticristo», mentre i martiri inglesi, forse i più eucaristici di tutta la Chiesa, con il loro sangue stanno a testimoniare per noi oggi, che la Messa dev’essere la nostra vita. La Messa è il perenne Sacrificio di adorazione a Dio e di espiazione dei peccati, è il dono che ci ha lasciato Gesù nostro Redentore, affinché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cf Gv 10,10), e sappiamo giungere, se occorre, sino al martirio, per affrettare un’autentica primavera di santità nella Chiesa e nel mondo d’oggi.
Tratto da: Paolo Risso, Fiaccole nella notte, Edizioni l’Amore Misericordioso, 2009