martedì 6 dicembre 2011

il liberalismo cattolico e i suoi perniciosi errori




Padre Julio Meinvielle - Liberalismo e Cattolicesimo-Liberale da Lamennais a Maritain e De Gasperi


La questione democristiana.
Gramsci scriveva che la Democrazia Cristiana è necessaria al Comunismo per ottenere il consenso e poi il governo in Europa, specialmente nei Paesi cattolici. Ma perché? Don Dario Composta risponde: «Il modello ideale DC si potrebbe definire… come politica progressista e aconfessionale»1. Essa è «un partito di centro che guarda a sinistra», come diceva De Gasperi.
Don Composta distingue tre tipi di cattolici:
  1. a) I cristiano-sociali, che respinsero i princìpi della rivoluzione francese per rimanere fedeli alla dottrina sociale e politica del Magistero ecclesiastico.
  2. b) I cristiano-liberali, che si collocarono a mezza strada tra le idee della rivoluzione e l’insegnamento della Chiesa cattolica.
  3. c) I democristiani, che, pur accogliendo un certo indirizzo o ispirazione vagamente cristiana, si mantennero laicisti e si orientarono verso teorie affini a quelle della rivoluzione francese; essi ebbero come capiscuola Lamennais e Maritain in Francia e in Italia Murri-Sturzo-De Gasperi.
I democristiani – continua don Composta – «erano convinti che il pensiero sociale cattolico in qualche modo avrebbe dovuto riconciliarsi con la situazione di fatto… ed abbandonare l’intransigenza»2. La DC pensava che la rivoluzione francese fosse un fenomeno divino e positivo, e che ogni forma di governo non democratica fosse inaccettabile e anticristiana. La DC rappresenta l’aspetto sociale del modernismo. Don Romolo Murri, fondatore della Lega Democratica Nazionale, fu condannato assieme alla sua Lega, e scomunicato come modernista il 28 luglio 1906. Don Sturzo fu più abile: non volle invischiarsi, in modo aperto, con il modernismo, anche se era di idee progressiste o modernizzanti; egli fondò il PPI (Partito Popolare Italiano), che fu severamente criticato da padre Agostino Gemelli, monsignor Olgiati e dal cardinal Pio Boggiani O.P., arcivescovo di Genova. Questi il 5 agosto 1920 pubblicò una «Lettera pastorale» ove metteva in luce i gravi errori del PPI:
a) emancipazione dalla gerarchia ecclesiastica;
b) esaltazione della libertà come valore assoluto in collusione coi liberali;
c) derivazione della sua teoria politica dai princìpi della rivoluzione francese.
Tali errori si ritrovano puntualmente nella DC. De Gasperi, in un discorso tenuto a Bruxelles il 20 novembre 1954, affermò che la DC si fonda sulla triade: libertà, fraternità, democrazia, che sono l’eredità della rivoluzione francese. Pio XII ne fu talmente irritato che da quel momento non lo volle mai più ricevere in udienza.
I fondamenti della DC sono – secondo don Composta – due:
1) il progressismo politico nella linea dell’azione;
2) l’aconfessionalità nella linea dei princìpi.
Il progressismo è una teoria ottimista circa la natura umana, che in campo socio-politico si manifesta come fiducia illimitata in uno sviluppo economico civile e morale continuo ed inarrestabile.
L’aconfessionalità della DC l’aveva già professata don Sturzo il 19 marzo 1919 in un discorso a Verona, in cui asseriva: «Il PPI è nato come partito non cattolico, aconfessionale,… a forte contenuto democratico, e che si ispira alla idealità cristiana, ma che non prende la religione come mezzo di differenziazione politica». Ecco perché Gramsci vedeva nella DC un alleato indispensabile del comunismo per poter egemonizzare la società civile e prendere stabilmente, poi, il governo politico3.
Morto Pio XII, la DC non ha più «chi la trattenga…»: apre a sinistra e porta i socialisti al governo. Aldo Moro ha preso il posto di De Gasperi ed è convinto che il socialismo sia la carta vincente, per cui è necessario stringere un patto con esso; nel 1961, con Giovanni XXIII, cade l’ ostilità al centro-sinistra da parte del Vaticano e nel 1963 Moro presiede il primo governo di centro-sinistra. I frutti saranno: la legge sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978). Né si deve dimenticare che tra il 1976 e il 1978 la DC cercherà di far entrare i comunisti al governo, rispondendo positivamente alla «mano tesa» (il compromesso storico) offerta da Berlinguer sin dal 1973, dopo l’esperienza cilena. Il 16 marzo 1978, però, le BR sequestrano e poi uccidono Moro, mettendo – temporaneamente – a tacere la questione.
Jacques Maritain maitre à penser della DC
Ricordiamo che Maritain ha attraversato varie tappe nel suo cammino filosofico: la prima è quella bergsoniana, la seconda è quella tomista e la terza, purtroppo, è quella cattolico-liberale, in cui cerca di sposare San Tommaso con il pensiero moderno. Qui ci occupiamo della terza tappa di Maritain, conosciuta come quella de «L’Umanesimo integrale» (1936).
Maritain nel 1946 scriveva: «Se si stabilisce come postulato che l’umanità marcia sempre in avanti e verso il meglio, tutto lo svolgersi della storia deve essere interpretato come necessariamente buono; non bisogna contrariarlo in nulla, ma anzi stimolarlo»4. Dunque, Maritain come De Gasperi era convinto del continuo inarrestabile progresso terrestre dell’umanità.
Ora il fatto di stabilire come postulato il progresso all’infinito dell’umanità presuppone una filosofia fondata sulla dialettica della filosofia moderna, figlia della rivoluzione e dell’immanentismo. Nel caso si accetti tale filosofia, opporsi alla rivoluzione è un male, favorirla è un bene. Infatti don Julio Meinvielle, il più lucido critico di Maritain, scrive: «In tal caso bisognerebbe ammettere la bontà della Riforma protestante, mentre la Chiesa le ha opposto la Controriforma; bisognerebbe ammettere il liberalismo della rivoluzione francese, e tuttavia la Chiesa lo ha condannato e stracondannato; e infine bisognerebbe ammettere, oggi, il comunismo e tuttavia Pio XII lo ha scomunicato....»5.
Bisogna anche, secondo Maritain, che lo Stato rinunci alla sua confessionalità e che tutte le confessioni religiose siano riconosciute, di diritto, nella «nuova cristianità». Per Maritain, infatti, vi sono anche due cristianesimi: il cristianesimo come credo religioso, che conduce alla vita eterna, e il cristianesimo come fermento della vita sociale e politica, che procura la felicità temporale dell’uomo. Meinvielle obietta che si può ammettere l’esistenza di un’azione politica cristiana «liberata» dall’autorità della Chiesa, ma non si può ammettere la sua bontà morale; infatti nella misura in cui è indipendente dalla Chiesa, l’azione politica non è più cristiana, ma anticristiana o «demi-cristiana». Eppure è questa la nuova cristianità di Maritain, la quale consiste nell’accordo tra rivoluzione e Chiesa. Idee che abbiamo visto tutte esposte da De Gasperi e dalla DC italiana nella loro professione di fede nell’Umanità, nel Progresso, nella Libertà, nella Fraternità e nella Democrazia.
«Maritain – scrive don Meinvielle – ha la triste missione di cooperare, dall’interno della Chiesa, all’opera social-comunista… Secondo lui vi sono nel comunismo degli elementi cristiani(‘Humanisme Intégral’, pagina 48)… La famosa cristianità di Maritain è una città supercomunista, una sintesi della città libertaria americana e della città comunista russa»6. Maritain esclude l’influsso dell’Ordine Soprannaturale sulla vita politica-sociale e materializza il soprannaturale, scivolando così verso l’ anticristianesimo radicale. Meinvielle conclude: «La nuova cristianità di Maritain e la vera cristianità sono le due città di cui parla Sant’Agostino (la città di Dio e la città di satana), «le quali ora sono mescolate, ma alla fine saranno separate e già lo sono quanto al cuore e per sempre»7.
Anche padre Antonio Messineo S.J., per esplicito ordine di Pio XII, criticò su La Civiltà Cattolica l’umanesimo integrale di Maritain; il Papa apprezzò l’articolo, ma lo reputò troppo moderato. Secondo il padre gesuita si scorgono nell’opera del pensatore francese «gli influssi della filosofia diBergson sull’evoluzione creatrice… Per Maritain, infatti, la storia consiste essenzialmente in un processo evolutivo incessante, che si svolge, senza mai sottostare a ritorni o a cicli involutivi, per successive tappe, in ciascuna delle quali l’umanità consegue nuove conquiste, anche se apparentemente alla superficie possa sembrare che attraversi un periodo di decadimento… o punto morto, dal quale muoverebbe il processo evolutivo… (punto morto) sarebbe il medioevo, epoca in cui l’uomo avrebbe obliato compiutamente se stesso (…) perché sarebbe stato assorbito in Dio… Ma la storia non si arresta. Con le sue scosse costringe l’uomo a risvegliarsi e a prendere coscienza di sé. La prima scossa(…) è la riforma protestante, la quale ebbe il merito… di fargli comprendere il valore dell’iniziativa umana (…) e di averlo così orientato verso la ricerca della prosperità materiale (…) Poi grazie al pensiero agnostico contemporaneo (…) è bastato abbattere il frontone della grazia, per raggiungere un umanesimo totale (…). L’umanesimo totale sarebbe stato conseguito soltanto nel tempo moderno, quando il pensiero, avendo abbattuto il frontone della grazia, si è del tutto sganciato dal trascendente. (…). Affermata l’essenza puramente umana della civiltà, non si può evitare di inferirne la separazione dalla religione e dalla rivelazione, per cui comincia a vacillare il concetto tradizionale di civiltà cristiana (…). La religione dunque sarebbe fuori della storia e fuori del tempo.(Maritain ci presenta) un cristianesimo e un vangelo svuotati del loro contenuto soprannaturale e naturalizzati, temporalizzati. Solo sotto questa forma l’uno e l’altro possono diventare elemento di civiltà ed entrare come componenti dell’umanesimo integrale. (…). Segue che l’umanesimo integrale non è un umanesimo intrinsecamente cristiano (…) è un umanesimo soltanto estrinsecamente cristiano; ad esso possono infatti aderire persino l’agnostico e l’ateo (…). Nella sua sostanza l’umanesimo integrale è, dunque, un naturalismo integrale»8.
Falso concetto di persona umana in Maritain
Don Julio Meinvielle criticò anche il falso concetto filosofico di persona umana che sta alla base de «L’Umanesimo integrale» di Maritain; infatti da un errore filosofico sull’individuo segue necessariamente un errore sulla Società, che è un insieme di individui. Se la persona umana ha una dignità assoluta, che non perde mai, anche se aderisce all’errore e fa il male, la Società di conseguenza dovrà essere pluralista, relativista e indifferentista. Non c’è più spazio per la Cristianità medievale, che deve essere rimpiazzata dalla Nuova (demo)-Cristianità de L’Umanesimo integrale9.
Liberalismo e cattolicesimo- liberale
A) Il liberalismo
Le origini della D.C. maritainiana e degasperiana vanno ricercate nel Liberalismo e in quella sua forma specifica che fu il «Cattolicesimo-liberale».
Secondo il cardinal Louis Billot S.J. («De Ecclesia Christi», tomus secundus, «De habitudine Ecclesiae ad civilem societatem», edizione 3ª, Roma, Gregoriana, 1929, che è un compendio di quanto ha scritto, ancor meglio, padre Matteo Liberatore S.J., «Lo Stato e la Chiesa», Napoli, Giannini, 1872, pagine 7- 47), il Liberalismo, sia individuale che sociale, è un errore nella fede, poiché vuole emancipare l’uomo e la Società da Dio, come se quest’ultimo non esistesse, fondandosi sul postulato della libertà umana come valore infinito e assoluto10. Ma – prosegue il cardinale – il principio fondamentale del Liberalismo è assurdo e contraddittorio. Infatti la libertà assoluta non può essere, come dicono i liberali, un fine ultimo, poiché essa è una facoltà o potenza di agire in vista di un fine. Quindi la libertà è mezzo per raggiungere il fine (ea quae sunt ad finem). Essa, inoltre, deve avere dei limiti, e non può essere assoluta o illimitata, come insegna la scuola liberale. In effetti, non esiste crimine o delitto in cui la libertà non precipiti se usata male; quindi essa deve essere ritenuta da freni potenti ed efficaci perché non si getti in un burrone. Ma, se si ammette il principio fondamentale del Liberalismo e si nega questa conclusione, allora si cadrà necessariamente in una delle due assurdità: o si pretenderà che la libertà sia infallibile e non possa cadere in nessun difetto, oppure si ammetterà che la libertà può fallire, ma che ciò è un bene, e l’uso della libertà deficiente deve essere comunque rispettato, e questa è pura demenza11.
Inoltre, secondo l’illustre teologo gesuita, il Liberalismo conduce al caos e all’anarchia, ancor prima del Comunismo; infatti il Liberalismo volendo l’applicazione dell’individualismo puro in ogni campo (religioso, morale, politico, economico) porta immancabilmente alla dissoluzione degli organi sociali e dello Stato, e questa è anarchia. Oppure, volendo evitare questo eccesso, cade in un altro difetto: lo Stato leviatano che, per non crollare, si fa rispettare schiacciando ogni individuo o corpo intermedio che gli si ponga innanzi, come si addice ad uno Stato di polizia; ma questa è la sconfitta implicita e intrinseca del Liberalismo12.
Il principio del liberalismo, continua il Billot, è essenzialmente anti-religioso, esso se la prende direttamente con Dio, volendo sopprimere nella società il culto al vero Dio e cancellare ogni influsso della Religione da Lui istituita sugli individui e sugli organismi sociali. Perciò, contro il «Credo» definitivo e contro l’autorità religiosa esterna, il Liberalismo rivendica l’autonomia del pensiero umano e della «coscienza» individuale; contro il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, vuole lo Stato «neutro» cioè aconfessionale, largo di «diritti» a tutte le credenze religiose, vere e false che siano (vedi Leone XIII «Libertas»). In ciò il Liberalismo è tributario dei princìpi della rivoluzione francese «satanica nella sua essenza».
L’empietà del Liberalismo ha qualcosa di nuovo e di più grave. Nell’antichità l’empietà esiste, anzi inizia ad esistere già con il primo uomo, ma non ancora è organizzata e acrimoniosa. Quando Gesù predica il Vangelo, è già più intensa e meglio organizzata, ma solo in un piccolo angolo della terra. Però col XVIII secolo essa diventa universale, furiosa, rabbiosa, forsennata, infiammata; si passa dall’odio alla Religione all’odio esplicito di ex-cristiani contro Gesù Cristo: è l’apostasia, più o meno aperta; perché il Liberalismo sa nascondersi, quando è il momento, e presentarsi sotto sembianze di angelo di luce, mentre è un angelo decaduto13.
B) Il cattolicesimo-liberale
Nel secondo articolo, Billot, tratta delle diverse forme di Liberalismo, e – come il padre Liberatore – ne distingue tre:
1) il Liberalismo assoluto o radicale in cui lo Stato domina la Chiesa.
2) Il Liberalismo moderato in cui vale il principio «Libera Chiesa in libero Stato».
3) Il Cattolicesimo-liberale che, separando la dottrina dalla prassi, ritiene che la separazione tra Stato e Chiesa è il miglior modo di vivere, non de jure (la loro cooperazione rimane l’ideale, la «tesi», buona da insegnare nei seminari), ma de facto (l’ipotesi, buona da applicare in pratica, senza curarsi di tendere all’instaurazione della tesi)14.
Secondo Billot il Liberalismo assoluto coincide con il materialismo e l’ateismo perché nega l’immortalità dell’anima, come ogni materialismo, e nega che Dio sia fine ultimo dell’uomo, come ogni ateismo. Onde l’essere più nobile dell’universo è l’uomo, che è principio e fine di se stesso15: è l’antropocentrismo opposto al teocentrismo, non più Dio ma l’uomo come il centro dell’universo.
Il Liberalismo moderato, invece, è riconducibile al manicheismo: per lui Chiesa e Stato sono due princìpi irriducibili, come il «dio» cattivo e il «dio» buono di Mani, il primo dei quali crea la materia (cattiva) e il secondo lo spirito (buono). Soltanto che il Liberalismo, in questo punto, rovescia la teoria di Mani e la peggiora: le cose temporali (Stato) sono buone, mentre quelle spirituali (Chiesa) sono cattive; «l’una contro l’altra armate», mai potranno trovare un accordo. Il Liberalismo moderato separa l’uomo pubblico dal privato, il politico dal fedele; ma ciò sarebbe concepibile solo se in un unico uomo ci fossero due anime, due mentalità, due coscienze, due personalità, realmente distinte tra loro (come nello schizofrenico), di cui una è atea, l’altra religiosa; una incredula, l’altra fedele; una del tutto materiale, l’altra assolutamente spirituale16.
Infine il Cattolicesimo-liberale è l’incoerenza stessa sussistente. Infatti il Cristianesimo professa che l’uomo ha per fine il Cielo, che la vita presente è tutta relativa alla vita eterna e che le cose temporali devono essere subordinate a quelle spirituali; mentre il Liberalismo insegna tutto il contrario, ossia i princìpi del 1789: l’uomo è assolutamente libero (Liberté) e non è per nulla ordinato a Dio o al Cielo; vita presente e vita eterna sono la stessa cosa ossia la vita eterna è ridotta a questa presente (Egalité); e tra Stato e Chiesa vige l’assoluta fratellanza o meglio lo Stato ingloba e fagocita la Chiesa (Fraternité) (Paragrafo 3°, Quod Liberalismus «catholicorum» – liberalium est perfecta incohaerentia, pagine 51- 59).
Il nostro lettore è ora in grado di valutare l’apertura del Vaticano II al modernismo anche sociale ovvero a quel «cattolicesimo liberale» che da tempo premeva per conciliare, contro il costante Magistero pontificio, la Chiesa con i pretesi «valori» del liberalismo. Sull’apertura alla «concezione liberale dello Stato» nei testi del Concilio, in particolare nella Gaudium et Spes, nella Dignitatis Humanae e in Nostra Aetate, rimandiamo alla testimonianza inoppugnabile dell’allora cardinale Ratzinger ne «Les principes de la Théologie Catholique» (edizioni Tequi, Parigi, pagine 423 e seguenti).
U.T.T.
www.effedieffe.com/content/view/7116/142/


(pubblicato anche su «SìSì-NoNo», periodico cattolico, Anno XXXV, numero 6, 31 marzo 2009)

Note:
1 D. Composta, «Questione cattolica e questione democristiana», CEDAM, Padova, 1987, pagina 25; confronta N. Arbol, «I democristiani nel mondo», edizioni Paoline, Milano, 1990; E. Corti, «Breve storia della democrazia cristiana con particolare riguardo ai suoi errori», in «Il Fumo nel Tempio», Ares, Milano, 1997, pagine 154-184; H. Delassus, «La Democratie Chretienne», Lille, Desclée, 1911.
2 D. Composta, opera citata, pagina 36.
3 Confronta A. Del Noce, «L’Eurocomunismo e l’Italia», Editrice Europa Informazioni, Roma, 1976; A. Del Noce, «Il suicidio della
rivoluzione»,
Rusconi, Milano, 1978; A. Del Noce, «Il cattocomunista», Rusconi, Milano, 1981; A. Caruso S.J., «Da Lenin a Berlinguer», Idea Centro Editoriale, Roma, 1976; Cardinale L. Billot S.J., «De Ecclesia Christi», Tomus secundus, «De habitudine Ecclesiae ad civilem societatem», 3ª edizione, Roma, Università Gregoriana, 1929, Q. XVII «De errore liberalismi et variis ejus formis», traduzione francese della Q. XVII: «Les principes de 89 et leurs conséquences», Tequi, Paris, 1989.
4 J. Maritain, «Les droits de l’homme et la loi naturelle», Hartmann, 1946, pagina 37.
5 Vedi anche J. Meinvielle, «De Lamennais a Maritain», La Cité Catholique, Paris, 1956, pagine 9-10. Esiste una recente traduzione
italiana del libro succitato, che s’intitola: «Il cedimento dei cattolici al liberalismo», a cura di don Ennio Innocenti, Roma, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, 1991; J. Meinvielle, «Critica de la conception de Maritain sobre la persona humana», Ediciones Nuestro Tiempo, 1948, Buenos Aires.
6 J. Meinvielle, opera citata, pagine 235-236.
7 Ibidem, pagina 300
8 A. Messineo, «L’umanesimo integrale», ne «La Civiltà Cattolica», volume III, quad. 2549, 25 agosto 1956, pagine 449-462; confronta anche A. Roussel, «Libéralisme et Catholicisme», Semaine Catholique, 1926, Rennes ; F. Sardà y Salvany, «Il liberalismo è peccato», rist. Forni editore, Bologna, (1888) 1972; J. Morel, «Somme contre le catholicisme libéral», 2 volumi, Paris-Bruxelles, Palmé-Lebrocquy, 1876; E. Barbier, «Histoire du catholicisme libéral et du catholicisme social en France», 5 volumi, 1923, sine ed. et loco; D. Castellano, «L’aristotelismo cristiano di Marcel De Corte», Pucci Cipriani editore, Firenze, 1975; L. Gedda, «18 aprile 1948», Mondadori, Milano, 1998.
9 J. Meinvielle, «Critique de la conception de Maritain sur la personne humaine», (1948), traduzione francese, sine loco, et editore, 1993.
10 Q. XVII, «De errore Liberalismi et variis ejus formis», pagina 17.11Art. I, «De fundamentali principio Liberalismi», pagine 19-20.Paragr. 1°, «Quod principium fundamentale Liberalismi est in se
absurdum et chimericum»,
pagine 20-28.
12 Paragrafo 2°, «Quod principium Liberalismi in applicationibus ad res humanas, secum fert dissolutionem omnium socialium organorum», pagine 28-34.
13 Paragrafo 3°, «Quod principium Liberalismi est essentialiter antireligiosum», pagine 34-40.
14 Art. II, «De variis formis Liberalismi in re religiosa», pagina 41
15 Paragrafo 1°, «Quod prima forma Liberalismi convertitur cum materialismo et atheismo», pagine 41-45.
16 Paragrafo 2°, «Quod Liberalismus moderatus ad manicheismus reducitur», pagine 45-51.

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lunedì 5 dicembre 2011

quando c'è da parlare si tace...

Non tacere più, Madre Chiesa,

ma grida forte e difendi i tuoi figli.

   
C’è qualcosa di sorprendente – per me, cattolico – nel silenzio della Chiesa di fronte a quello che sta accadendo in Italia e in Europa (come di fronte alla sanguinosa guerra alla Libia o ai tamburi di guerra che arrivano dal Medio Oriente attorno alle armi nucleari iraniane).
I vescovi e la Santa Sede ci hanno abituato a un grande interventismo (per molti perfino esagerato).
E’ dunque strano che da settimane non si sia sentita una parola su una crisi che rischia di travolgere l’Europa e il mondo intero e che ha come epicentro l’Italia.
Eppure è la più grave crisi dalla seconda guerra mondiale (nemmeno l’invito – che mi ero permesso di fare – a un’iniziativa di preghiera per l’Italia è stata raccolta).

LA MAZZATA

Lo scenario è cupissimo. Personalmente ho visto di buon occhio la nascita di questo governo, sperando in una grande pacificazione nazionale e nel risanamento economico (sono stato fra i pochi, su questo giornale, a sostenerlo).
Mi auguro ancora che riesca.
Ma devo riconoscere che ormai la delusione è grande non solo per le cadute di stile, l’arroganza o i tempi sbagliati. Soprattutto perché si annunciano provvedimenti disastrosi per gli italiani e per l’economia in generale.
Le famiglie del nostro Paese stanno per essere colpite da una mazzata di dimensioni inaudite da parte dello Stato e i vescovi italiani – che continuamente e giustamente alzavano la loro voce fino a un mese fa chiedendo il “quoziente familiare” e “la crescita” – non proferiscono parola.
Sembrano intimiditi dai professori. Ma spennare così i contribuenti con irpef e ici non sembra una performance da “luminari”: sarebbe stato capace qualsiasi politicante.
Da “scienziati” tanto celebrati ci si aspettava che finalmente tagliassero gli sprechi, non la sanità (che è già al lumicino). Dovevano andare a tassare i conti correnti in Svizzera (come hanno fatto Germania e Francia) e non dissanguare ancor più i contribuenti onesti che già sono messi in ginocchio dal fisco.
Avrebbero dovuto finalmente mettere a reddito (magari a garanzia del debito) l’enorme patrimonio pubblico, non affamare le famiglie e colpire i malati, deprimendo ancora di più l’economia.
D’altra parte se questi “professori” fossero economisti così bravi non sarebbero stati a suo tempo così entusiasti dell’euro magnificandolo come la via del paradiso. Quando invece è stata la via dell’inferno.
Adesso sono stati chiamati a sistemare le cose. Ma il timore è che costoro non siano i medici, bensì la malattia. Anche perché è il rigore monetarista che ha creato il problema, non può essere dunque la soluzione.

FINE DELLA LIBERTA’ ?

La nascita del governo dei tecnici è già stato un colpo alla democrazia (a proposito: dove sono coloro che hanno strillato finora contro il “porcellum” e il parlamento dei nominati? Com’è che si fanno piacere un governo di non eletti da nessuno?).
Ma ora vi si aggiunge un colpo pure alla libertà civile ed economica, perché l’ulteriore vessazione fiscale (oltretutto con misure poliziesche) porta a una drastica riduzione della libertà.
Lo Stato è sempre più padrone delle nostre vite, dei nostri beni, del nostro lavoro e questo è drammatico.
Dov’è la Marcegaglia che strillava contro la pressione fiscale e che ogni giorno protestava per la “crescita”? E’ in corso un formidabile passaggio di ricchezza dalle famiglie (dai loro risparmi) verso altre destinazioni. E gli italiani sono indifesi.
Tutte le polemiche sulla casta (concentrate solo sulla politica) hanno portato a questo: nessuna riduzione dei privilegi e in più una nuova casta tecnobancaria che domina con una democrazia sospesa. Pure il Pdl tace e acconsente.
In questa generale mancanza di dibattito, di posizioni critiche, il silenzio dei vescovi italiani si nota poco. Ma c’è e pesa.
Io non condivido naturalmente il malizioso sospetto di chi insinua che la Cei starebbe coperta per evitare che il governo apra il dossier “ici degli enti ecclesiastici” e “otto per mille”.
Ma proprio perché non credo a queste insinuazioni mi aspetto che i vescovi facciano sentire fragorosamente la loro voce.
Non è “Avvenire” che ha celebrato il presunto “ritorno” dei cattolici alla politica grazie al convegno di Todi? Non è a Todi che è stato abbattuto il precedente governo?

LA BEFFA DI TODI

Ebbene, ieri, proprio il protagonista di Todi, cioè il leader della Cisl Bonanni – che fu arbitrariamente considerato per l’occasione la voce ufficiale del mondo cattolico – è apparso deluso dal governo tecnico che se ne infischia di lui e della Cisl.
Quelli di Todi sono stati cattolici “usa e getta”. Oggi non servono più.
Il “Corriere della sera”, che con “Repubblica” considerò la dichiarazione di Bonanni come il colpo di grazia della Chiesa sul governo Berlusconi, ieri ricordava “crudelmente” che col governo di centrodestra Bonanni aveva il filo diretto: praticamente la Cisl pesava enormemente.
Oggi meno del due di briscola. E questa è la “vittoria” di Todi.
Fra le pochissime voci critiche c’è quella di Giuseppe de Rita, con il Rapporto Censis.
Ha denunciato che la crisi viene dal “non governo della finanza globalizzata”, che siamo ormai “etero diretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda” e che la politica è “prigioniera del primato dei poteri finanziari”.
In sostanza i cittadini non contano più nulla: “in basso il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario”. Così muore la democrazia e anche l’economia perché “la finanza certo non fa sviluppo”.
Sembra una denuncia pesantissima, ma è stata pressoché ignorata. Pure in casa cattolica benché De Rita sia da sempre il sociologo di riferimento della Chiesa italiana (anno scorso c’è stato perfino qualche movimento ecclesiale che ha fatto, del precedente Rapporto Censis – che nel 2010 era grigio e astruso – un argomento di riflessione pubblica: oggi nulla di nulla).
Impressiona pure che l’insieme dei vescovi europei e la Santa Sede che così fortemente hanno chiesto il richiamo alle “radici cristiane” nella Costituzione europea assistano oggi in totale silenzio al possibile disfacimento dell’Europa stessa.
Eppure sono stati i cattolici (De Gasperi, Schuman, Adenauer) a costruire l’unità europea, mentre sono i tecnocrati che hanno rifiutato le “radici cristiane” ad averla portata sull’orlo del baratro.
E il “caso Merkel-Germania” ?

I TEDESCHI NON RICORDANO

Perfino due grandi statisti tedeschi come Kohl e Schmidt hanno criticato l’assurda rigidità della Merkel (una protestante cresciuta sotto il comunismo della Ddr).
Chi più e meglio del Papa tedesco potrebbe parlare a quel popolo per dirgli che magnanimità e solidarietà converrebbero pure a lui?
Ci sarebbe bisogno di ricordare ai tedeschi che, dopo la Prima guerra mondiale, proprio la feroce imposizione da parte dei vincitori dei “risarcimenti di guerra” scaraventò la Germania (e l’Europa) nella crisi.
Mentre nel secondo dopoguerra – quando i tedeschi avrebbero meritato ben più pesanti ritorsioni – ebbero invece il piano Marshall americano. E convenne a tutti. E’ la prova che proprio la magnanimità costruisce benessere e pace.
Bisognerebbe ricordare agli amici tedeschi che la loro riunificazione (con la parità del marco) in parte l’abbiamo pagata tutti.
E pure che loro pretendono di imporre sanzioni agli altri, ma non le accettano per sé (com’è noto furono proprio loro, con la Francia, a sgarrare sul patto di stabilità nel 2003. E non ebbero penalizzazioni).
I tedeschi non hanno memoria storica. E anche la fissazione della moneta forte, contro lo spauracchio dell’inflazione, non ha fondamenti storici: infatti ad aprire le porte a Hitler non fu l’inflazione del primo dopoguerra, ma la depressione (e la disoccupazione) per la crisi del 1929.
Chi, più e meglio della Chiesa, potrebbe oggi ricordare ai tedeschi il dovere della solidarietà che hanno verso questa Europa che la Germania ha devastato con il suo orrore? Ci guadagnerebbero anche loro.
Speriamo che una voce si alzi…

Antonio Socci



Da “Libero”, 4 dicembre 2011



venerdì 2 dicembre 2011

Seconda Giornata della Tradizione a Verbania con Gnocchi e Palmaro



Dopo la I Giornata della Tradizione del 2010
dedicata alla figura del Beato Cardinale John Henry Newman

domenica 11 dicembre 2011
a Verbania, nell'Hotel "il Chiostro",

II Giornata della Tradizione, organizzata dalle chiese di V0cogno e di Domodossola
dove si celebra periodicamente la Santa Messa Tridentina.

Alle ore 15:00 si terrà una conversazione su
Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà,
con il Dottor Alessandro Gnocchi e il Professor Mario Palmaro,
autori del libro La Bella Addormentata, edito da Vallecchi .
Alle ore 17:30, dopo l'incontro sarà celebrata la
SANTA MESSA CANTATA nella Forma Extraordinaria del Rito Romano.

Sarà possibile fermarsi per la cena nel caratteristico Hotel, per tale esigenza è necessaria la prenotazione, entro il 4 dicembre, al numero telefonico: 349/28.48.054.

Ricordiamo che le chiese di Vocogno e di Domodossola hanno un sito attivo di Fede e nella Fede: http://www.radicatinellafede.blogspot.com/

lunedì 28 novembre 2011

Mons. Bernard Fellay: Bisogna guardare a questa crisi con gli occhi della fede.

Proponiamo con la nostra traduzione quest'importante intervista di cui dà notizia Rorate Caeli 

Intervista con il Superiore Generale Fraternità San Pio X: Il preambolo dottrinale

Intervista concessa da Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX / Fraternità San Pio X) alla sua agenzia di notizie istituzionali, DICI . 
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Perché il preambolo dottrinale che il cardinale Levada consegnato a voi il 14 settembre è ancora circondato da così tanto segreto, sia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che dalla Società di San Pio X? Che cos'è che questo silenzio nasconde ai sacerdoti e fedeli della Tradizione?

Questa discrezione è normale per qualsiasi procedimento importante, garantisce la serietà di esso. Si dà il caso che il preambolo dottrinale, che è stato consegnato per noi è un documento che può essere chiarito e modificato, come precisa la nota che l’accompagna. Non è un testo definitivo. Tra poco si elaborerà una risposta a questo documento, sottolineando con franchezza le posizioni dottrinali che consideriamo indispensabile. La nostra preoccupazione costante fin dall'inizio del nostro dialogo con la Santa Sede, come i nostri interlocutori sanno molto bene, è stato quella di presentare la posizione tradizionale con lealtà completa.
La discrezione è richiesta da parte di Roma anche, perché questo documento, anche nel suo stato attuale che ha bisogno di molti chiarimenti, corre un grande rischio di suscitare opposizione da parte dei progressisti, che non accettano l'idea stessa di una discussione sul Concilio, perché considerano questo concilio pastorale indiscutibile o "non negoziabile", come se fosse un Concilio dogmatico.

Nonostante tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei superiori della Fraternità San Pio X ad Albano il 7 ottobre sono state diffuse  su Internet da fonti diverse ma coerenti.
Non mancano di indiscrezioni su internet! E 'vero che questo preambolo dottrinale non può ricevere la nostra approvazione, anche se un margine di manovra è stato permesso per un "legittimo dibattito" su alcuni punti del Concilio. Qual è l'entità di questo margine di manovra? La proposta che farò nei prossimi giorni alle autorità romane e la loro risposta, a sua volta ci permetterà di valutare le nostre opzioni rimanenti. E qualunque sia il risultato di questi colloqui, il documento finale che sarà stato accettato o respinto sarà reso pubblico.

Meglio sottolineare le difficoltà e le soluzioni
Dal momento che questo documento, a suo parere, non è molto chiaro, non sarebbe la cosa più semplice quella di inviare ai suoi autori un netto rifiuto?

La cosa più semplice, forse, ma non la più cortese. Dal momento che la nota che accompagna prevede la possibilità di fare precisazioni, a me sembra necessario chiederle, invece di rifiutare a priori. Questo non pregiudica la risposta che daremo.
Dal momento che il dibattito tra Roma e noi è essenzialmente dottrinale e riguarda principalmente il Concilio, i chiarimenti che otteniamo o meno avranno il vantaggio non trascurabile di rendere più evidente dove sono le difficoltà e dove sono, le soluzioni; questo è vero anche perché questo dibattito riguarda non solo la Fraternità San Pio X, ma tutta la Chiesa pure. Questo è lo spirito che ha costantemente guidato le nostre discussioni teologiche nel corso di questi ultimi due anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno statuto canonico;, non si  abbandona così in modo implicito  il ruolino di marcia che si era definito, che prevedeva una soluzione dottrinale prima di qualsiasi accordo pratico?
È davvero un preambolo dottrinale , l'accettazione o il rifiuto del quale sarà condizione per ottenere un qualche status canonico. La Dottrina non è affatto messa al secondo posto. E prima di impegnarsi per un eventuale status canonico, stiamo studiando questo preambolo minuziosamente con il criterio della Tradizione a cui siamo legati fedelmente. Non abbiamo dimenticato che ci sono molte differenze dottrinali all'origine della controversia tra Roma e noi in questi ultimi 40 anni; metterle da parte in modo da ottenere uno status canonico ci esporrebbe al pericolo di vedere crescere le stesse differenze inevitabilmente, il che renderebbe lo status canonico, non solo precario ma semplicemente invivibile.
Quindi in sostanza non è cambiato nulla dopo questi due anni di discussioni teologiche tra Roma e la Fraternità San Pio X?
Queste discussioni hanno permesso ai nostri teologi di presentare semplicemente i punti principali del Concilio, che causano difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. In parallelo, e forse grazie a queste discussioni teologiche, negli ultimi anni due voci diverse dalla nostra hanno fatto sentire la loro voce critica circa il Concilio, che mettono in secondo piano le nostre. Così mons. Brunero Gherardini, nel suo studio Concilio Ecumenico Vaticano II: una necessaria discussione, ha insistito sul diverso grado di autorità dei documenti conciliari e sullo "spirito contrario" insinuato che il Concilio Vaticano II fin dall'inizio. Allo stesso modo il vescovo Athanasius Schneider ha avuto il coraggio, durante una conferenza a Roma alla fine del 2010, di chiedere un Sillabo di condanna per gli errori nell'interpretazione del Consiglio. Sulla stessa linea, lo storico Roberto de Mattei ha ben dimostrato le contrastanti influenze esercitate sul Concilio, nel suo libro più recente, Il Concilio Vaticano II: una storia mai prima d'ora scritto. Dovremmo menzionare anche la petizione inviata a Benedetto XVI da parte di intellettuali cattolici italiani, che chiedono un più approfondito esame del Consiglio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi dimostrano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è la sola a vedere i problemi dottrinali che il Vaticano II pone. Questo movimento si sta estendendo e non può più essere fermato.
Sì, ma questi studi universitari, queste dotte analisi non danno alcun contributo a soluzioni concrete ai problemi che questo Concilio pone hic et nunc [qui ed ora].
Questi studi evidenziano le difficoltà dottrinali provocate dal Vaticano II e di conseguenza mostrano perché l'adesione al Concilio è problematica. Questo è un primo passo essenziale.
Nella stessa Roma, le interpretazioni in continua evoluzione date alla libertà religiosa, le modifiche che sono state fatte su questo argomento nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Compendio di esso, le correzioni che sono attualmente allo studio per il Codice di Diritto Canonico ... tutto questo dimostra le difficoltà che si incontrano quando si cerca di rispettare i documenti conciliari a tutti i costi, e dal nostro punto di vista questo mostra bene l'impossibilità di aderire in modo stabile a una dottrina in movimento.

Non è il Credo sufficiente per identificare un cattolico?

Secondo lei, che cos’è dottrinalmente stabile oggi?
La sola dottrina ne varietur [salvaguardia contro il cambiamento] è ovviamente il Credo, la professione della fede cattolica. Il Concilio Vaticano II doveva essere pastorale e non ha definito alcun dogma. Non aggiunge articoli di fede: "Credo nella libertà religiosa, ecumenismo, nella collegialità ...." Non è il Credo ancora sufficiente oggi per identificare qualcuno come cattolico? Esprime ancora tutta la fede cattolica? Quando le persone rinunciano alla loro errori e  entrano nella Chiesa cattolica, sono ora tenuti a professare la loro fede nella libertà religiosa, ecumenismo e collegialità? Quanto a noi, i figli spirituali di Mons. Lefebvre, che ha sempre evitato di creare una Chiesa parallela e ha sempre inteso essere fedele alla Roma Eterna, non abbiamo difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.
In questo contesto, può esserci da una soluzione alla crisi della Chiesa?
 A parte un miracolo, non ci può essere una soluzione istantanea. Pretendere che Dio dia la vittoria senza chiedere agli uomini armati di impegnarsi in battaglia, per citare S. Giovanna d'Arco, è una forma di diserzione. Volendo porre fine alla crisi senza sentirsi preoccupati o coinvolti non è realmente amare la Chiesa. La Provvidenza non ci dispensa dal dovere del nostro stato di vita, ovunque essa ci ha posto, o di assumere le nostre responsabilità e rispondere alle grazie che ci concede.
La situazione attuale della Chiesa nei nostri Paesi un tempo cristiani è un tragico declino delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, una solo nella diocesi di Roma per il 2011-2012. Si tratta di una allarmante scarsità di sacerdoti: si pensi al parroco in Aude (dipartimento nel sud-Francia centrale), che dispone di 80 siti di culto. Queste diocesi in Francia sono anemiche al punto in cui in un futuro molto vicino dovranno essere raggruppate, come le parrocchie sono già state raggruppate .... In una parola, la gerarchia ecclesiastica, oggi è a capo di strutture che sono troppo grandi per il numero in costante diminuzione del personale, che è a rigore una situazione ingestibile, e non solo a livello economico .... Per usare un'immagine, è ancora necessario mantenere un convento progettato per 300 suore, mentre ne sono rimaste solo 3. È possibile che le cose continuino così per altri dieci anni?
Alcuni giovani vescovi e sacerdoti che stanno ereditando questa situazione sono sempre più consapevoli della sterilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Non ne danno la colpa esclusivamente alla secolarizzazione della società; essi si domandano quale sia la responsabilità del Concilio che ha aperto la Chiesa ad un mondo che stava diventando completamente secolarizzato. Si chiedono se la Chiesa potesse adattarsi alla modernità in tal senso senza dovere adottare il suo spirito.
Questi vescovi e questi preti si pongono queste domande, e alcuni di loro ci interpellano ... discretamente, come Nicodemo. Noi rispondiamo che, di fronte a questa scarsità, si deve scoprire se la Tradizione cattolica è una semplice opzione, oppure è la soluzione necessaria? Dire che si tratta di una possibilità significa minimizzare o negare la crisi nella Chiesa per poi cercare di accontentarsi di misure che si sono già dimostrate inefficaci.

Opposizione da parte dei vescovi

Anche se la Fraternità San Pio X ottenesse uno statuto canonico da Roma, ciò nondimeno non significherebbe offrire alcuna soluzione sul campo,  perché i vescovi si oppongono, come hanno fatto con il Motu Proprio sulla Messa tradizionale,
Questa opposizione contro Roma dai vescovi è stata espressa in un modo muto ma efficace per quanto riguarda il Motu Proprio sulla Messa Tridentina, e continua a manifestarsi ostinatamente da alcuni vescovi in relazione al pro multis nel Canone della Messa, che Benedetto XVI, in linea con la dottrina cattolica, vuole avere tradotto "per molti" e non più "per tutti", come avviene nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. Infatti, alcune Conferenze Episcopali persistono nel mantenere che la traduzione sbagliata, come è avvenuto da poco in Italia.
Così il Papa stesso sperimenta questo dissenso da parte di alcune conferenze, su questo tema e su molti altri, il che rende possibile per lui per capire facilmente l'opposizione feroce cui la Fraternità San Pio X andrà senza dubbio incontro da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Dicono che personalmente Benedetto XVI vuole una soluzione canonica, e che sarebbe anche disposto a prendere le misure che la renderebbero davvero efficace.
È la gravità della crisi attuale il motivo per cui hanno lanciato una nuova crociata del Rosario?
Nel chiedere per queste preghiere volevo prima di tutto i sacerdoti ed i fedeli fossero maggiormente uniti al Signore e alla Sua Santa Madre con la recita quotidiana del Rosario e la meditazione profonda sul suo mistero. Non siamo in una situazione normale che ci avrebbe permesso di accontentandoci di misure mediocri di routine. La comprensione della crisi attuale non si basa su voci diffuse via Internet, né le soluzioni vengono da astuzia politica o trattative diplomatiche. Bisogna guardare a questa crisi con gli occhi della fede. Solo con una costante affidamento a Nostro Signore e alla Madonna sarà possibile per tutti i sacerdoti ei fedeli che si sono dedicati alla tradizione mantenere questa unità di visione che procura la fede soprannaturale. In questo modo saremo uniti in questo periodo di grande confusione.
Nella preghiera per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come la Santa Vergine ha chiesto a Fatima, e per il trionfo del suo Cuore Immacolato, solleviamo le nostre menti sopra le nostre fin troppo umane aspirazioni, stiamo superando le nostre fin troppo naturali paure. Solo a quell'altezza si può davvero servire la Chiesa, nello svolgimento dei compiti dello stato di vita che è affidato a ciascuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011

a che serve una bussola se non si sa dove andare?

Riprendiamo da chiesaepostconcilio.blogspot.com quest'articolo che ci conferma circa i dubbi che avevamo su questa proposta editorale

Quando "La Bussola" quotidiana,

 invece di orientare, disorienta...

Leggo su La Bussola quotidiana di ieri un articolo a firma di don Enrico Finotti, riguardante "Le domande che non ci poniamo più sulla Liturgia".

Dopo aver riscontrato considerazioni sensate e attendibili, resto esterrefatta dall'ultimo interrogativo, che riporto e commento, perché si rivela una stroncatura superficiale, di fatto ignorante sia culturalmente che, soprattutto, spiritualmente del Rito Latino usus antiquior.
19. Coloro che assumono il rito nella forma straordinaria devono porsi dei precisi interrogativi: perché si compie questa scelta; quali i motivi; sono validi; c’è stato prima un sufficiente sforzo di capire e vivere il rito ordinario della Chiesa; cosa ci si attende da questa forma precedente; la si conosce in modo almeno minimale? Si deve inoltre considerare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Il rito tridentino ha una impostazione giuridica ben definita e richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà. L’interpretazione giuridica, se da un lato garantisce formalmente il corretto svolgimento della celebrazione, dall’altro può «uccidere lo spirito» fornendo la maschera per nascondere l’assenza di un vero spirito di adorazione. È forse per questo motivo che molti sacerdoti nel passaggio al rito del Vaticano II non hanno saputo celebrare con quell’atteggiamento di venerazione e rispetto che anche il rito rinnovato richiedeva? In tal caso non possiamo sospettare che il contesto di creatività liturgica che ha caratterizzato il postconcilio sia in qualche modo dipendente anche dall’interpretazione puramente formale della liturgia preconciliare e ne costituisca una sorta di reazione?
Ebbene, come si può parlare in maniera così sbrigativa e superficiale nonché preconcetta delle cause della creatività liturgica post conciliare, rivelatasi sterile e dissacratoria, individuandole nella "reazione" ad una presunta "interpretazione formale" del Rito nell'usus Antiquior, e riscontrando una interpretazione giuridica anche nella "richiesta" odierna di chi, oggi, lo richiede perché lo sceglie?

Non è neppure esatto affermare che per se stessa tale forma non può garantire l’assenza di possibili abusi. Infatti basta seguire col dovuto rispetto ed immedesimazione, di certo tutt'altro che formale, i suoi ritmi e i suoi momenti e non c'è spazio per la creatività e l'improvvisazione, che può andar bene in altri ambiti, ma non nel 'luogo' privilegiato dell'Azione Teandrica di Cristo Signore!

Perché il nostro don Finotti parla di "impostazione giuridica ben definita" e non coglie la "sostanza saporosa e solenne" della 'forma' oggi diventata inopinatamente extraordinaria che noi amiamo, che consideriamo autentico culto a Dio e nella quale, soprattutto, riconosciamo senza tagli e storpiature il Sacrificio del Golgota?

E non si domanda, don Finotti, se il fatto che essa richiede la conoscenza di una gestualità complessa di non facile comprensione, che può essere talvolta di intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà non dipenda da deficit di formazione spirituale, abbinata a scarso impegno e totale incomprensione di qualcosa di grande, che merita un minimo di approfondimento e di capacità di apprendimento di significati talmente grandi e sublimi dei quali la banalizzazione imperante vede soltanto l'involucro esteriore e li fa apparire come fossero lontani anni luce, mancando anche, nella formazione dei sacerdoti, la relativa ecclesiologia che la riforma di Paolo VI ha completamente abbandonato?

Infatti non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben compaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi - certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere - e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i "cattivi maestri", che stanno rendendo la nostra Chiesa una landa desolata. Si tratta di gesti parole e sentimenti che hanno una loro precisa collocazione e significato e che, soprattutto, fanno immedesimare il Sacerdote, alter Christus, nella sua autentica identità!

Si potrebbe pensare che si sia voluto richiamare ad una maggiore consapevolezza partendo da interrogativi che richiamano aspetti negativi. Ma, in sostanza, sono soltanto questi che emergono con tanto di responsabilità finale.

Purtroppo, fin quando La Bussola quotidiana o altre fonti di informazione che si dicono cattoliche, che hanno spazio solo per l'orientamento egemone di segno non solo opposto ma addirittura avverso, guarderanno con sospetto la Tradizione evolutiva perenne mentre assentiranno solo a quella conciliare, le nostre saranno "voci che gridano nel deserto", perché a farsi sentire e a dettar legge sono solo le grancasse moderniste e movimentiste accompagnate da mezzi e potere, che continuano a deturpare il volto del Corpo Mistico di Cristo in quanto di sacro e solenne Lui in persona, in una drammatica e rivoluzionaria Ultima Cena, ci ha consegnato e comandato di celebrare fino alla fine dei tempi e che ci è stato trasmesso, impreziosito e mirabilmente custodito da generazioni di credenti e di Santi.