sabato 3 marzo 2012

Tradition the beautiful, from sea to shining sea

Stati Uniti - La Tradizione va avanti

 

Mons. David O'Connell
Mons. David O'Connell

Dopo anni di abusi e scandali da parte degli uomini di Chiesa, sembra che stiamo assistendo a un risveglio cattolico nel paese dalla bandiera stellata.
Tra tutti i distretti della Fraternità San Pio X, il Distretto americano è quello che si sviluppa di più. Mons. Fellay dice che avrebbe bisogno di 50 sacerdoti in più per soddisfare i bisogni dell’apostolato nel paese, a causa del crescente numero di fedeli interessati dalla Tradizione.
Di quest’interesse, approfittano tutte le comunità Ecclesia Dei, ma anche le diocesi. Consapevoli di quel movimento verso le devozioni tradizionali della Chiesa, i vescovi si mostrano sempre più favorevoli alla Messa tradizionale e il numero delle celebrazioni nella forma straordinaria aumenta regolarmente negli Stati Uniti.
Ad esempio, il 19 febbraio 2012 (Domenica di Quinquagesima), la diocesi di Trenton (New Jersey), ha organizzato per la prima volta dalla promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, una Messa solenne nella forma straordinaria.
Circa 650 fedeli hanno assistito alla cerimonia nella bella chiesa Saint Anthony a Hamilton. Gli studenti di Westminster College (Princeton, NJ) hanno cantato la Messa in sol maggiore di Schubert e sono stati commossi di aver potuto cantare durante una vera Messa al posto di un concerto.
Il sacerdote che ha celebrato la Messa, Padre Brian Patrick Woodrow (Ordinato nel 2006), è stato nominato da Mons. O’Connell, Vescovo di Trenton, responsabile della promozione e della coordinazione della celebrazione della liturgia tradizionale nella diocesi, una prova della benevolenza dell’autorità locale verso l’antica Messa.
Quest’esempio è seguito dalla provincia domenicana dello Stato di New York poiché il 7 marzo 2012 sarà celebrata una Messa cantata nel rito domenicano tradizionale in onore di san Tommaso d’Aquino nella chiesa Saint Vincent Ferrer a New York City, la prima volta da 40 anni.
Nella serata, un padre benedettino, Guy Mansini, dell’abbazia St Meinrad (Indiana) darà una conferenza sul tema: Aldilà del dogma: San Tommaso e il Modernismo post-conciliare. Un’iniziativa benvenuta, 50 anni dopo l’apertura del Concilio Vaticano II.

Fonte: New Liturgical Movement, Diocesi di Trenton

venerdì 2 marzo 2012

Benedizione con la reliquia della Santa Croce

Benedizione con la reliquia della Santa Croce
Cfr. Ludovico Trimeloni, Compendio di Liturgia Pratica, Marietti 1820, Milano, 2007 (ed. or. 1958), pp.605-607 (con rif. ad altre pagine ivi contenute):

Ecco brevemente il rito dell'esposizione solenne della reliquia della Santa Croce (con annessa benedizione). - i paramenti sono di colore rosso;
- può compierla un sacerdote o un diacono in cotta e stola;
- è necessario un turiferario;
- per dare maggiore solennità, si può indossare il piviale e farsi assistere da ceriferi e due chierici assistenti (se questi ultimi fossero diacono e suddiacono, entrambi - e pure il celebrante - usano il camice);
- si porta privatamente all'altare la reliquia coperta da un velo;
- poi celebrante (a capo coperto) ed eventuali chierici con lui si recano all'altare e fanno la dovuta riverenza all'altare;
- il celebrante sale all'altare, toglie il velo, fa riverenza alla Reliquia, scende ai piedi dell'altare, impone l'incenso e turifica (senza risalire) la reliquia;
- in seguito due possibilità: o il celebrante si ferma per qualche canto/preghiera (nel qual lo fa inginocchiato verso l'altare) oppure, fatta riverenza ad altare e reliquia, torna in sacrestia;
- precisazione: la riverenza dovuta alla reliquia della Santa Croce pubblicamente esposta è la genuflessione semplice (da farsi, durante la liturgia: a) tutte le volte che si passa davanti alla reliquia; b) ogni volta che si entra ed esce dal presbiterio; c) ogni volta che il celebrante, dal centro dell'altare, si sposta verso il lato dell'epistola o quello del Vangelo [si genuflette comunque in medio]; d) prima e dopo l'incensazione);
- prima di riporre la Reliquia, si deve fare la benedizione;
- la benedizione può essere data dal solo celebrante, che però può anche farsi assistere da diacono e suddiacono (parati) - nel qual caso il diacono può passare al celebrante la Reliquia e poi riceverla (stando entrambi in piedi);
- se c'è la consuetudine, si può usare il velo omerale (rosso, viola invece il Venerdì e Sabato Santo);
- prima della benedizione si incensa la reliquia;
- la benedizione viene impartita senza dire nulla;
- alla benedizione tutti devono stare in ginocchio (anche i canonici);
- in seguito si può dare la Reliquia da baciare, nel qual caso il celebrante la tiene in una mano, i fedeli baciano la reliquia e, dopo ogni bacio, con l'altra mano il celebrante (tramite un pannolino) asterge la Reliquia;
- nel porgere la reliquia da baciare il celebrante non è obbligato a dire alcunché, ma può usare qualche formula (Trimeloni consiglia ad es. Per Crucem et Passionem suam liberet te Deus ab omni malo. Amen);
- al termine, la Reliquia viene ricoperta col velo; la si può lasciare sull'altare o riportarla in sacrestia;
- durante queste operazioni (esposizione, bacio, riposizione) è meglio cantare inni o lodi opportune;
- questa liturgia può essere eseguita subito prima o subito dopo la Santa Messa; nel qual caso, il celebrante usa i paramenti della Messa, senza il manipolo.

mercoledì 29 febbraio 2012

"Il vero fondamento dell’unità europea si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale" Christopher H. Dawson

Dawson, il conservatore che sognava la riscossa dell’Europa cristiana
Un’Europa forte e solidale, ben ancorata alle sue radici culturali e religiose, e quindi capace di affrontare le sfide dei tempi nuovi. È ’auspicio del pensatore conservatore britannico Christopher H. Dawson che nel 1932 mandò alle stampe Il dilemma moderno: Senza il cristianesimo l’Europa ha un futuro? (ora pubblicato, per la prima volta in Italia, da Lindau, pp. 96, euro 13). Una serie di conferenze, trasmesse originariamente dalla Bbc, in cui si delinea la speranza che il Vecchio Continente possa rigenerarsi e rinascere dalle ceneri della grande depressione, riscoprendo la sua anima cristiana. L’esatto opposto di quello che hanno voluto fare gli euroburocrati di Bruxelles che, bocciando il preambolo sulle radici religiose dell’Europa, hanno decretato che l’UE debba essere un organismo freddo, senz’anima, che obbedisce solo ai diktat di cinici banchieri e tecnocrati.
Dawson è un autore poco conosciuto in Italia. Ma fu un pensatore importante, soprattutto fra le due guerre mondiali, perché in grado di sviluppare un conservatorismo moderato, non ideologico, che influenzò profondamente, a esempio, T. S. Eliot. Nei suoi saggi politici, il poeta della Terra desolata riprenderà infatti molte tematiche proprie di Dawson, come l’impossibilità, vagheggiata dai tradizionalisti, di ritornare a un improbabile Medioevo. La grande scommessa era infatti quella di ripensare un cristianesimo che si possa coniugare con gli elementi positivi della modernità, non in pregiudiziale contrasto con la fede.
Ciò che pervade il saggio di Dawson, e che lo rende anche oggi attuale, è tuttavia il senso della crisi. Le due grandi illusioni della modernità, quella finanziaria della ricchezza facile e quella comunista del paradiso in terra per il proletariato, si erano già rivelate dei clamorosi e tragici fallimenti. Del comunismo Dawson coglie la natura religiosa, per quanto deviata in una forma politica totalitaria: «L’atteggiamento comunista verso la vita è religioso piuttosto che economico ed è con lo spirito di fanatici religiosi e non di organizzatori d’impresa che i comunisti hanno rotto con il passato e istituito un nuovo ordine sociale».
In contrasto con un Oriente agguerrito, Dawson descrive un Occidente debole e incolore, ormai «alla deriva». La «fede ottimista nell’ineluttabilità del progresso» ha lasciato il posto a un «fatalismo pessimista». Sulle orme di Spengler, Dawson descrive il declino dell’occidente. Ma al contrario dei pensatori tedeschi della rivoluzione conservatrice, lo storico inglese (che era cattolico) vede un’uscita dal tunnel delle ideologie nella riscoperta del cristianesimo, della fede che ha reso grande l’Europa e ne ha fondato la cultura.
Era il 1932, eppure già comprende che solo un’Europa unita, dalla Scandinavia al Mediterraneo, può fronteggiare le potenze asiatiche emergenti (oltre alla Russia comunista, la Cina e l’india, citate non a caso dall’autore). Una visione profetica che nonostante i proclami di facciata appare ancora oggi, nel 2012, una chimera. Ma tale unità non si può dare, secondo Dawson, secondo criteri puramente utilitaristici. «Il vero fondamento dell’unità europea», scrive, «si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale su cui quell’unità si basava originariamente».
Dawson conclude il suo saggio con una nota d’ottimismo: a suo avviso l’Europa ritroverà la sua anima cristiana e così si salverà. Inutile far notare che oggi il suo auspicio, la sua speranza, rimane ancora lettera morta.
da "Libero" del 25 febbraio 2012 p. 25

Descrizione del libro: Negli anni ’30 del secolo scorso, lo storico inglese Christopher Dawson (1889-1970) alternò alla stesura delle sue opere più ponderose un’intensa attività giornalistica ed editoriale. Fra le iniziative da lui curate spicca una collana di piccoli saggi in edizione economica. Alla serie, che comprendeva opere di autori come Jacques Maritain, Nikolaj Berdjaev, Carl Schmitt, Rudolf Allers, contribuì personalmente con Il dilemma moderno, uscito nel 1932, quando già era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi della civiltà occidentale.

 
Descrizione del libro: Negli anni ’30 del secolo scorso, lo storico inglese Christopher Dawson (1889-1970) alternò alla stesura delle sue opere più ponderose un’intensa attività giornalistica ed editoriale. Fra le iniziative da lui curate spicca una collana di piccoli saggi in edizione economica. Alla serie, che comprendeva opere di autori come Jacques Maritain, Nikolaj Berdjaev, Carl Schmitt, Rudolf Allers, contribuì personalmente con Il dilemma moderno, uscito nel 1932, quando già era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi della civiltà occidentale.
In questo volume, Dawson analizza e discute la crisi culturale, prima che politica, che ha portato l’Europa a una condizione di guerra civile – acuita dagli esiti della prima guerra mondiale –, all’instabilità sociale e alla perdita della leadership mondiale. Tale crisi è dovuta, secondo l’autore, al rifiuto del cristianesimo proprio negli ambiti in cui maggiore è stato il contributo europeo: il pensiero e le istituzioni politiche da una parte, e la ricerca scientifica con le sue ricadute tecnologiche dall’altra.
A suo giudizio, solo la riscoperta delle radici cristiane di una democrazia correttamente intesa e di una scienza e di una tecnica non più autoreferenziali potrà salvare la nostra civiltà dall’alternativa fra dittature rivoluzionarie e tecnocrazie irresponsabili, differenti nella forma ma ugualmente totalitarie. Il recupero della sua anima e della sua vocazione consentirà all’Europa di svolgere un ruolo di progresso e di pacificazione su una scena mondiale resa precaria dall’assunzione strumentale delle conquiste materiali dell’Occidente da parte di realtà geograficamente e demograficamente imponenti e minacciose.
Quanto questa analisi sia profetica e oggi straordinariamente attuale potrà giudicarlo qualsiasi lettore.

Nota sull'Autore: Christopher Henry Dawson (1889-1970) è stato uno dei maggiori storici inglesi del XX secolo. Dopo essersi laureato al Trinity College di Oxford, si convertì al cattolicesimo. Ha insegnato nelle università di Exeter, Liverpool, Edimburgo, Dublino e, dal 1958 al 1962, ad Harvard. Tra le sue opere tradotte in italiano, ricordiamo La formazione della cristianità occidentale (2011), La divisione della cristianità occidentale (2009), La religione e lo Stato moderno (2007).

dal libro
«L’Europa conseguì la leadership della cultura mondiale non mediante la ricchezza materiale, ma grazie alla preminenza nelle cose dello spirito: nella scienza, nella letteratura e nelle idee. Essa creò gli ideali che il resto del mondo seguì. Se la democrazia moderna dovesse comportare la cessazione di questa missione e l’abbandono della leadership spirituale per l’appagamento materiale, allora ciò significherebbe proprio il declino della cultura occidentale.»
C. H. Dawson

sabato 25 febbraio 2012

de Mattei a Livorno

Parrocchia di San Simone e dell’Immacolata Concezione
Associazione “Cristo Re” Livorno

Chiesa di San Simone - Piazza San Simone, Ardenza - Livorno
Giovedì 6 Marzo 2012 - ore 21.00 presentazione del libro
APOLOGIA DELLA TRADIZIONE
Poscritto a Il Concilio Vaticano II – Una storia mai scritta
*****
Alla presenza dell’Autore, prof. ROBERTO DE MATTEI Presidente Fondazione Lepanto, Docente di Storia del Cristianesimo e della Chiesa all'Università Europea di Roma.
Apre l’incontro il saluto di
S.E. Rev.ma Mons. Simone Giusti, Vescovo di Livorno
***
Introducono il Dr. Massimo Ciacchini ed il Dr. Piero Mainardi
 

giovedì 23 febbraio 2012

senza punto interrogativo

Incoronazione di Carlo Magno

L’Unione Europea: una “banda di briganti”?

(di Roberto de Mattei su Radici Cristiane numero 72)

Quante volte abbiamo sentito dire che la democrazia è il valore supremo e che non esistono princìpi assoluti al di sopra della costituzione e delle leggi dello Stato? Lo si è ripetuto in occasione della morte dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, canonizzato come l’uomo politico che sempre affermò il primato del “vangelo” costituzionale.
Intervistato da Vittorio Messori, Scalfaro difese la firma apposta nel 1978 alla legge abortista dall’allora Capo dello Stato Giovanni Leone, dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dai ministri competenti, tutti democristiani, sostenendo che essi «non potevano far altro che firmare» perché, in democrazia, il rispetto della legge era «un atto dovuto» (Inchiesta sul cristianesimo, SEI, Torino 1987, p. 218).
Questa concezione del diritto, che nel XX secolo ha avuto il suo massimo teorico nel giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973), fonda la validità dell’ordinamento giuridico sulla pura “efficacia giuridica” della norma, ossia sul suo potere di fatto, negando l’esistenza di un ordine metafisico di valori che trascenda la legge positiva voluta dagli uomini.
Ma Benedetto XVI, nel suo discorso al Parlamento tedesco del 22 settembre 2011, ha criticato esplicitamente il positivismo giuridico di Kelsen, mostrando come proprio da questa impostazione siano discese le aberrazioni del nazionalsocialismo. Prima del potere della legge umana, esiste il vero diritto, che è la legge naturale scritta secondo le parole di san Paolo (Rm. 2, 14) nel cuore e nella coscienza di ogni uomo. «Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – ha affermato il Papa le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica».
Benedetto XVI ha quindi ricordato una frase di sant’Agostino: «Togli il diritto e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». Ciò avviene, ed è tragicamente avvenuto nel XX secolo, quando si separa, e poi si contrappone, il potere della norma alla legge naturale e divina. In questo caso lo Stato diviene lo strumento per la distruzione del diritto.
Per l’Unione Europea, come per le principali istituzioni internazionali, la fonte suprema del diritto è la norma prodotta dal legislatore. Nel corso degli ultimi decenni, in base a questo principio, i legislatori vanno sostituendo “nuovi diritti” soggettivi, dall’aborto al “matrimonio” omosessuale, ai tradizionali diritti dell’uomo, radicati su di una legge naturale oggettiva e immutabile.
Ma cosa accade quando un popolo sovrano, attraverso i suoi legislatori, produce una norma difforme non dalla legge naturale, ma dalla volontà di altri produttori di norma? Il caso si è posto quando, il 1° gennaio 2012, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata con la maggioranza dei due terzi dall’Assemblea Nazionale il 18 aprile 2011 e firmata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica Pal Schmitt.
Coerenza vorrebbe che l’Unione Europea si inchinasse con reverenza di fronte alla produzione normativa voluta dalla stragrande maggioranza del popolo ungherese. È accaduto invece che l’UE ha annunciato l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti di Budapest per la svolta autoritaria che il governo di Viktor Orban avrebbe imposto con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. «Non vogliamo ha affermato il presidente della Commissione Europea José Manuel Durao Barroso che l’ombra del dubbio infici il rispetto dei valori e principi democratici in nessun Paese Ue».
Ufficialmente i punti incriminati del nuovo testo ungherese sono tre: i limiti posti all’autonomia della Banca centrale, la riduzione dell’età pensionabile dei giudici e le restrizioni all’indipendenza dell’Autorità per la privacy. In realtà altre sono le vere accuse. Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha dichiarato che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese.
La nuova Costituzione considera infatti la famiglia come «la base della sopravvivenza della nazione», affermando che «l’Ungheria proteggerà l’istituzione del matrimonio inteso come l’unione coniugale di un uomo e di una donna», e proclama che «la vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento» . Una disposizione quest’ultima che, pur non andando a incidere direttamente sulla normativa sull’aborto, apre la possibilità di restringere la disciplina in materia, ricorrendo a un giudizio di costituzionalità.
Inoltre la costituzione si apre nel nome di Dio e lo stemma nazionale è centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli storici dell’eredità dell’Ungheria cristiana.
I mezzi utilizzati per colpire l’Ungheria sono di vario genere. In primo luogo lo strangolamento economico, esercitato attraverso i diktat della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale e la pressione delle agenzie di rating. In Ungheria il debito pubblico è rimasto al livello del 75% del PIL e il tasso di disoccupazione non supera l’11%. Ma la BCE e il FMI rifiutano i prestiti e le agenzie Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s Investors Service hanno declassato i titoli di Stato ungheresi dallo status “investment grade” a quello “junk”, ovvero di spazzatura.
In conseguenza, nel mese di gennaio, lo spread rispetto al Bund tedesco è arrivato a 850 punti, il fiorino ungherese è crollato, i tentativi del governo di immettere sul mercato europeo nuovi titoli di Stato sono falliti.
Al ricatto economico si aggiungono le minacce giuridiche. Il Parlamento europeo, attualmente presieduto dal socialista Martin Schulz, famoso per le sue intemperanze, è deciso a chiedere alla Commissione di impugnare davanti alla Corte europea la Costituzione e le leggi del governo Orbán, considerate in contrasto con i Trattati europei, fino ad attivare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che toglie il diritto di voto ai governi che non rispettano i principi fondamentali dell’UE.
Il tutto accompagnato da una violenta campagna di stampa denigratoria sul piano internazionale e da manifestazioni di protesta, promosse dai partiti di sinistra e appoggiate dalle ONG transnazionali e dall’ Istituto Eötvös, dello speculatore finanziario di origine ungherese George Soros.

Per parafrasare sant’Agostino  e Benedetto XVI: una volta rimossa la legge naturale, che cosa distingue l’Unione Europea da una grossa banda di briganti?

mercoledì 22 febbraio 2012

dove non c’è logica non può attecchire la Grazia

I LIBRI NUOVI.

"VERITA' S-VELATA.

SPUNTI E RIFLESSIONI OLTRE LA CONFUSIONE",

DI PIERO VASSALLO - 
di Cristina Siccardi

«Il cardinale mi disse: Ricordati che dove non c’è logica non può attecchire la Grazia», così dichiarò il Cardinale Giuseppe Siri a Piero Vassallo, autore del libro Verità s-velata. Spunti e riflessioni oltre la confusione. Antologia di scritti per “Riscossa Cristiana” (Fede & Cultura, pp. 96, € 9,00).
Nella breve antologia di contributi che Vassallo, difensore della Tradizione, ha pubblicato su Riscossa Cristiana, l’autore dimostra come soltanto nei valori sostenuti dalla Chiesa cattolica si possa trovare la risposta a tutti i mali che stanno logorando le società e le coscienze. I pensieri sia di carattere filosofico, che politico sono come giunti ad una fase di disfacimento e il mondo dissacrante delle idee relativistiche non ha nulla di buono o di bello da comunicare, da insegnare, da realizzare.
La responsabilità della Chiesa diventa allora enorme ed è pertanto utile ritornare indietro e guardare agli errori che hanno prodotto tutto questo. Fra gli sbagli anche l’aver prestato ascolto alle suggestioni “profetiche” di «santoni» dell’irrazionalismo come, per esempio, Giuseppe Dossetti (1913-1996) o Giorgio La Pira (1904-1977). «La Chiesa cattolica ha vinto le eresie, ma ha ben più difficoltà a vincere le confusioni» aveva scritto il Cardinale Siri, con tono ironico, rifacendosi al successo della nuova teologia, sulla rivista «Renovatio», la quale aveva come obiettivo quello di garantire «ed esplicitare l’oggetto primario della Rivelazione e contrastare le false dottrine che insidiano l’equilibrio spirituale e civile dell’uomo».
Vassallo ricorda anche la bella figura di Cornelio Fabro (1911-1995), il quale lamentava, con dolore, che nella Chiesa postconciliare erano entrate legioni di persone che avevano imboccato vie nuove con frivola baldanza: «L’attività frenetica dei mezzi di comunicazione, l’invasione della società del benessere, l’affievolimento degli interessi speculativi, lo studio diretto dei classici del pensiero contrastato da una valanga di enciclopedie, dizionari e pubblicazioni di facile volgarizzazione e di altrettanto facili illusioni: tutte queste cose hanno non solo stordito il pubblico dei fedeli, ma intimorito la stessa autorità, che ha dato l’impressione di non essere sempre in grado di fronteggiare con nuove proposte siffatto cataclisma in atto». A questo proposito, afferma Vassallo, vengono alla mente le parole del Sommo Pontefice Adriano VI: «La Sacra Scrittura insegna chiaramente che i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero».
Siri era atterrito e nel contempo era angosciato per l’«istinto vandalico degli uomini di Chiesa». Le sue Memorie sono illuminanti al riguardo. In data 14 novembre 1964, in pieno Concilio, il porporato annota: «Léger ha dato l’assalto a san Tommaso… La contestazione è penosa ed amara. Io soffro di non essere in grado di combattere sugli spalti», inoltre constatava che nel Concilio si scatenavano «rabbie» contro la ragione, la teologia e il diritto e che l’obiettivo del cosiddetto kerigmatismo, ovvero l’annuncio del messaggio cristiano di chiaro stampo antropocentrico, era quello di eliminare la Tradizione e di abbracciare il fascino degli altri credi religiosi, sposando la tesi folkloristica di un dialogo ecumenico “costruttivo”.
Le conseguenze le abbiamo di fronte a noi, sempre più spudoratamente delineate: indifferenza religiosa, anarchia del pensiero, apostasia.
Il Cardinale Siri era nato a Genova nel mese di Maria Santissima, il 20 maggio del 1906 ed era figlio di un portuale e di una portinaia, una “macchia” che gli snob e arroganti progressisti non perdevano occasione di rammentarglielo. Siri non leggeva i giornali e girava al largo dai salotti del pensiero chic, mentre prevedeva chiaramente «la grottesca involuzione gnostica che ha devastato la scienza filosofica degli atei» e la caduta del Muro di Berlino.
Morirà il 2 maggio 1989, giorno in cui la Chiesa fa memoria liturgica di sant’Atanasio (295 ca.-373), il grande scomunicato della storia, che lottò strenuamente contro gli eretici Ariani e che da secoli e secoli la Chiesa ringrazia per aver conservato la Fede e la Verità.
Nel suoi scritti Piero Vassallo si sofferma anche sulle derive del liberalismo che ha condotto al relativismo, fino alla cristianofobia del Parlamento europeo che opera con forza contro la Chiesa e i suoi principi, a cominciare da quelli della difesa per la vita. Intanto, mentre accade tutto questo e altro ancora, «la voce della protesta cattolica è fioca e sommersa dalle voci dei preti masochisti».
L’autore fa anche un’attenta disamina sugli sviluppi dell’eresia Modernista, quella condannata da san Pio X con l’enciclica Pascendi Dominicis gregis (1907). Eppure lo stesso Papa Sarto ben si avvide che quell’eresia non era stata divelta e riconobbe nel 1911 che l’Enciclica aveva tolto ai Modernisti la maschera, ma «non hanno abbandonato i loro propositi di turbare la pace nella Chiesa. Infatti essi non hanno smesso di ricercare nuovi adepti e di riunirli in una società segreta… Essi sono avversari tanto più temibili quanto più vicini». Vicini come Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), che il Cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979) non considerava teologo, bensì poeta «che fa teologia e talvolta è un panteista che identifica Gesù con il cosmo volendo naturalizzare il soprannaturale». Oppure vicini come Karl Rahner (1904-1984), che ha portato l’immanentismo nelle facoltà universitarie, nei Seminari, negli insegnamenti, nelle prediche.
Allora la Chiesa, in questo sconcertante e diabolico diaframma creato dal pensiero modernista, non può incontrare lo Sposo celeste, ma si schianta in una «strozza mortale» come la definisce Monsignor Brunero Gherardini. È la Passione della mistica Sposa che riconduce alla Passione di Cristo. Un martirio unico come Gherardini deduce dalla lettura dell’opera Iota unum di Romano Amerio (1905-1997): «unico essendo il martirio che, nella corse del tempo, s’accanisce sul Cristo mistico con quella medesima virulenza con cui a suo tempo s’accanì contro le carni immacolate del Cristo fisico».
La Sposa mistica è in attesa di pastori e maestri che abbiano il coraggio e l’onestà di deporre gli abiti terreni dell’orgoglio e dell’irragionevolezza per rivestire quelli celesti della Carità e della Sapienza.

martedì 21 febbraio 2012

catholics! (5)

L'Anticristo secondo S. Pio X

Fede e cultura ha pubblicato una nuova edizione
del grande romanzo di Benson che sembrò far eco
 a questa straordinaria profezia del papa S. Pio X
Per lo che, se alcuno da Noi richiede una parola d’ordine, che sia espressione della Nostra volontà, questa sempre daremo e non altra: "Restaurare ogni cosa in Cristo".
Nella quale magnifica impresa C’infonde somma alacrità, o Venerabili Fratelli, la certezza che vi avremo tutti cooperatori generosi.
Del che se dubitassimo, dovremmo, ingiustamente, ritenervi o inconsci o noncuranti di quella guerra sacrilega che ora, può darsi in ogni luogo, si muove e si mantiene contro Dio. Giacché veramente contro il proprio Creatore "fremettero le genti e i popoli meditarono cose vane" (Psal. II, 1), talché è comune il grido dei nemici di Dio: "Allontanati da noi" (Iob. XXI, 14). E conforme a ciò, vediamo nei più degli uomini estinto ogni rispetto verso Iddio Eterno, senza più riguardo al suo supremo volere nelle manifestazioni della vita privata e pubblica; che anzi, con ogni sforzo, con ogni artifizio si cerca che fin la memoria di Dio e la Sua conoscenza sia del tutto distrutta. Chi tutto questo considera, bene ha ragione di temere che siffatta perversità di menti sia quasi un saggio e forse il cominciamento dei mali, che agli estremi tempi son riservati; che già sia nel mondo il figlio di perdizione, di cui parla l’Apostolo (II Thess. II, 5). Tanta infatti è l’audacia e l’ira con cui si perseguita dappertutto la religione, si combattono i dogmi della fede e si adopera sfrontatamente a sterpare, ad annientare ogni rapporto dell’uomo colla Divinità! In quella vece, ciò che appunto, secondo il dire del medesimo Apostolo (Sap. XI, 24), è il carattere proprio dell’anticristo, l’uomo stesso, con infinita temerità si e posto in luogo di Dio, sollevandosi soprattutto contro ciò che chiamasi Iddio; per modo che, quantunque non possa spegnere interamente in se stesso ogni notizia di Dio, pure, manomessa la maestà di Lui, ha fatto dell’universo quasi un tempio a sé medesimo per esservi adorato: "Si asside nel tempio di Dio mostrandosi quasi fosse Dio" (II Thess. II, 2).
Per verità nessuno di sana mente può dubitare con qual sorte si combatta questa lotta degli uomini contro l’Altissimo. Può l’uomo, abusando della sua libertà, violare il diritto e la maestà del Creatore dell’universo; ma la vittoria sarà sempre di Dio; ché, anzi, allora è più prossima la disfatta, quando l’uomo, nella lusinga del trionfo, si solleva più audace: Dio stesso di tanto ci assicura nei santi libri: "Quasi dimentico della sua forza e della sua grandezza, dissimula i peccati degli uomini (Sap. XI, 24); ma ben tosto, dopo queste apparenti ritirate, scosso quasi fosse risorto dall’ebbrezza (Psal. LXXVII, 65), stritolerà il capo dei suoi nemici (Ib. LXVII, 22); affinché tutti conoscano che Dio è il Re di tutta la terra (Ib. XLVI, 7), e sappiano le genti che son uomini" (Ib. IX, 20).
Tutto questo, Venerabili Fratelli, Noi crediamo ed aspettiamo con fede incrollabile. Ma ciò non toglie che ancor Noi, per quanto a ciascuno è dato, Ci adoperiamo ad affrettare l’opera di Dio non gia solo pregando assiduamente: "Levati, o Signore, non prenda ardire l’uomo" (Ib. IX, 19); ma, ciò che più monta, affermando "con fatti e parole, a luce di sole, il supremo dominio di Dio sugli uomini e sulle cose tutte, di guisa che il diritto ch’Egli ha di comandare e la Sua autorità siano pienamente apprezzati e rispettati".
Il che, non solo ci vien richiesto dal dovere che natura ci impone, ma altresì dal comune nostro vantaggio. Chi è infatti, Venerabili Fratelli, che non abbia l’animo costernato ed afflitto nel vedere la maggior parte dell’umanità, mentre i progressi della civiltà meritamente si esaltano, combattersi a vicenda cosi atrocemente da sembrar quasi una lotta di tutti contro tutti? Il desiderio della pace si cela certamente in petto ad ognuno e niuno è che non l’invochi con ardore. Ma voler pace, senza Dio, è assurdo; stanteché donde è lontano Iddio, esula pur la giustizia; e tolta di mezzo la giustizia, indarno si nutre speranza di pace. "La pace è opera della giustizia" (Is. XXXII, 17).

(S. Pio X, E supremi apostolatus cathedra, 1903)

lunedì 20 febbraio 2012

catholics! (4)

domenica 19 febbraio 2012

alcuni principi negletti

La tassazione iniqua e
la dottrina sociale della Chiesa sulle imposte

1 - La privata proprietà non  venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà   privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può   annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È   ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di   imposte. (Papa Leone XIII, Enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891, n.   35)

2 - [Dichiariamo] non essere lecito allo Stato di aggravare   tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata, da renderla quasi   stremata. (Papa Pio XI, Enciclica Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, n.   49)

3   - Astenetevi da queste misure  [fiscali] che, a dispetto della loro   elaboratezza tecnica, urtano e feriscono nel popolo il senso del giusto e   dell'ingiusto, o che rilegano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione   di raccogliere il frutto del suo lavoro, la sua cura della sicurezza   familiare: tutte considerazioni, queste, che meritano di occupare nell'animo   del legislatore, il primo posto anziché l'ultimo. (Papa Pio XII, Discorso del 2 ottobre 1948.

4 - L'imposta non può mai diventare, per opera  dei poteri pubblici, un comodo metodo per colmare i deficit provocati da  un'amministrazione imprevidente. (Papa Pio XII, Allocuzione al Congresso dell’Associazione  fiscale internazionale sulla natura e i limiti delle tasse, 2 ottobre   1956)

5 - Lo Stato non può esagerare all'eccesso i carichi tributari che giungano ad esaurire i leciti benefici della proprietà  privata. (Papa Pio XII, Discorso del 9 novembre  1957)

e Abramo Lincoln

Non si può arrivare alla prosperità
scoraggiando l’impresa.

Non si può rafforzare il debole
indebolendo il più forte.

Non si può aiutare chi è piccolo
abbattendo chi è grande.

Non si può aiutare il povero
distruggendo il ricco.

Non si possono aumentare le paghe
rovinando i datori di lavoro.

Non si può progredire serenamente
spendendo più del guadagno
.

Non si può promuovere la fratellanza umana
predicando l’odio di classe.

Non si può instaurare la sicurezza sociale
adoperando denaro imprestato.

Non si può formare carattere e coraggio
togliendo iniziativa e sicurezza.

Non si può aiutare continuamente
la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola.
(Abramo Lincoln)