venerdì 16 marzo 2012

testo integrale del magistrale intervento di Monsignor Athanasius Schneider

Mons. Athanasius Schneider, La nuova evangelizzazione e la Santa Liturgia. Le cinque piaghe del corpo mistico e liturgico

Quel che la Chiesa ha sempre insegnato e che il nostro cuore desidera.


4° Incontro per l'Unità Cattolica - 15 gennaio 2012
Intervento di Monsignor Athanasius Schneider
Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria d’Astana,
Segretario della Conferenza dei vescovi cattolici del Kazakhstan
Per parlare correttamente della nuova evangelizzazione è indispensabile portare innanzitutto il nostro sguardo su Colui che è il vero evangelizzatore, Nostro Signore Gesù-Cristo il Salvatore, il Verbo di Dio fatto uomo. Il figlio di Dio è venuto su questa terra per espiare e riscattare il più grande peccato, il peccato per eccellenza. E questo peccato per eccellenza dell'umanità consiste nel rifiuto di adorare Dio, nel rifiuto di riservargli il primo posto, il posto d'onore. Questo peccato degli uomini consiste nel fatto che non si presta attenzione a Dio, nel fatto che non si possiede più il senso delle cose, nel fatto che non si vuol vedere Dio, nel fatto che non ci si vuole inginocchiare davanti a Dio.

Di fronte ad un simile atteggiamento, l'incarnazione di Dio è imbarazzante, ugualmente e di riflesso imbarazzante è la presenza reale di Dio nel mistero eucaristico, imbarazzante la centralità della presenza eucaristica di Dio nelle chiese. L'uomo peccatore vuole in effetti mettersi al centro, tanto all'interno della Chiesa che al di fuori della celebrazione eucaristica, vuole esser visto, vuol farsi notare.

È la ragione per cui Gesù eucaristia, Dio incarnato, presente nei tabernacoli sotto la forma eucaristica, si preferisce piazzarLo di lato. Anche la rappresentazione del Crocifisso sulla croce in mezzo all'altare al momento della celebrazione di fronte al popolo è imbarazzante, perché il viso del prete se ne troverebbe nascosto. Dunque l'immagine del Crocifisso al centro come pure Gesù eucaristia nel tabernacolo similmente al centro dell'altare, sono imbarazzanti. Conseguentemente la croce e il tabernacolo sono piazzati di lato. Durante la celebrazione, chi assiste deve poter osservare in permanenza il viso del prete, di colui a cui piace mettersi letteralmente al centro della casa di Dio. E se per sbaglio Gesù eucaristia è quanto meno lasciato nel suo tabernacolo al centro dell'altare, perché il ministero dei beni culturali persino sotto un regime ateo, ha vietato di spostarlo per ragioni di conservazione del patrimonio artistico, il prete, spesso durante tutta la celebrazione liturgica, gli gira senza scrupolo le spalle.

Quante volte bravi fedeli adoratori del Cristo, nella loro semplicità ed umiltà, avranno esclamato : « Benedetti voi, Monumenti storici! Per lo meno voi ci avete lasciato Gesù al centro della nostra Chiesa. »
È solo a partire dall'adorazione e dalla glorificazione di Dio che la Chiesa può annunciare in maniera adeguata la parola di verità, cioè evangelizzare. Prima che il mondo ascoltasse Gesù, il Verbo eterno fattosi carne, predicare e annunciare il regno, Gesù ha taciuto e ha adorato per trent'anni. Ciò resta per sempre la legge per la vita e l'azione della Chiesa così come di tutti gli evangelizzatori. « È dal modo di curare la liturgia che si decide la sorte della Fede e della Chiesa », ha detto il cardinal Ratzinger, nostro attuale Santo Padre e Papa Benedetto XVI. Il concilio Vaticano II voleva richiamare alla chiesa la realtà e l'azione che dovevano prendere il primo posto nella sua vita. È ben per questo che il primo documento conciliare è dedicato alla liturgia. In esso il concilio ci dà i seguenti principi: Nella Chiesa e da qui nella liturgia, l'umano deve orientarsi al divino ed essergli subordinato, ed anche ciò che è visibile in rapporto all'invisibile, l'azione in rapporto alla contemplazione, e il presente in rapporto alla città futura, alla quale aspiriamo (cf. Sacrosanctum Concilium, 2). La nostra liturgia terrestre partecipa, secondo l'insegnamento del Vaticano II, al pregustare la liturgia celeste della città Santa, Gerusalemme (cf. idem, 2)

Per questo, tutto nella liturgia della Santa Messa deve servire ad esprimere in maniera più netta la realtà del sacrificio di Cristo, cioè le preghiere di adorazione, di ringraziamento, d'espiazione, che l'eterno Sommo-Sacerdote ha presentato al Padre Suo.

Il rito e tutti i dettagli del Santo Sacrificio della Messa devono incardinarsi nella glorificazione e nell'adorazione di Dio, insistendo sulla centralità della presenza del Cristo, sia nel segno e nella rappresentazione del Crocifisso, che nella Sua presenza eucaristica nel tabernacolo, e soprattutto al momento della consacrazione e della santa comunione. Più ciò è rispettato, meno l'uomo di pone al centro della celebrazione, meno la celebrazione somiglia ad un circolo chiuso, ma è aperta anche in maniera esteriore sul Cristo, come una processione che si dirige verso di lui col prete in testa, più una tale celebrazione liturgica rifletterà in modo fedele il sacrificio d'adorazione del Cristo in croce, più ricchi saranno i frutti provenienti dalla glorificazione di Dio che i partecipanti riceveranno nelle loro anime, più il Signore li onorerà.

Più il sacerdote e i fedeli cercheranno in verità durante le celebrazioni eucaristiche la gloria di Dio e non la gloria degli uomini, e non cercheranno di ricevere la gloria gli uni dagli altri, più Dio li onorerà lasciando partecipare la loro anima in maniera più intensa e più feconda alla Gloria e all'Onore della Sua vita divina. Nel momento attuale e in diversi luoghi della terra, sono numerose le celebrazioni della Santa Messa delle quali si potrebbero dire le seguenti parole, inversamente alle parole del Salmo 113,9: « A noi, o Signore, e al nostro nome dai gloria » ed inoltre a proposito di tali celebrazioni si applicano le parole di Gesù : « Come potete credere, voi che ricevete la vostra gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo ? » (Giovanni 5, 44).

Il Concilio Vaticano II ha emesso, riguardo ad una riforma liturgica, i seguenti principi:
  1. Durante la celebrazione liturgica, l'umano, il temporale, l'attività, devono orientarsi al divino, all'eterno, alla contemplazione e avere un ruolo subordinato in rapporto a questi ultimi (cf. Sacrosanctum Concilium, 2).
  2. Durante la celebrazione liturgica, si dovrà incoraggiare la presa di coscienza che la liturgia terrestre partecipa della liturgia celeste (cf. Sacrosanctum Concilium, 8).
  3. Non deve esserci alcuna innovazione, dunque alcuna nuova creazione di riti liturgici, soprattutto nel rito della messa, tranne se ciò è per un frutto vero e certo in favore della Chiesa, e a condizione che si proceda con prudenza sul fatto che eventuali forme nuove sostituiscano in maniera organica le forme esistenti (cf. Sacrosanctum Concilium, 23).
  4. I riti della Messa devono esser tali che il sacro sia espresso più esplicitamente (cf. Sacrosanctum Concilium, 21).
  5. Il latino deve essere conservato nella liturgia e soprattutto nella Santa Messa (cf. Sacrosanctum Concilium, 36 e 54).
  6. Il canto gregoriano ha il primo posto nella liturgia (cf. Sacrosanctum Concilium, 116).
I padri conciliari vedevano le loro proposizioni di riforma come la continuazione della riforma di S. Pio X (cf. Sacrosanctum Concilium, 112 e 117) e del servo di Dio, Pio XII, e in effetti, nella costituzione liturgica, la più citata è l'enciclica Mediator Dei di papa Pio XII.

Papa Pio XII ha lasciato alla Chiesa, tra gli altri, un principio importante della dottrina sulla Santa liturgia, e ciè la condanna di ciò che chiama archeologismo liturgico, le cui proposizioni coincidevano largamente con quelle del sinodi giansenista e protestantizzante di Pistoia del 1796 (cf. « Mediator Dei », n° 63-64) e che di fatto richiamano le idee teologiche di Martin Lutero.
Perciò già il Concilio di Trento ha condannato le idee liturgiche protestanti, specialmente l''esagerata accentuazione di banchetto nella celebrazione eucaristica a detrimento del carattere sacrificale, la soppressione dei segni univoci della sacralità in quanto espressione del mistero della liturgia (cf. Concilio di Trento, sessio XXII).

Le dichiarazioni liturgiche dottrinali del magistero, come nel caso del Concilio di Trento e dell'enciclica Mediator Dei, che si riflettono in una prassi liturgica secolare, anzi da più di un millennio, costante e universale, queste dichiarazioni dunque, fanno parte di quell'elemento della santa tradizione che non si può abbandonare senza incorrere in grandi danni sul piano spirituale. Queste dichiarazioni dottrinali sulla liturgia, il Vaticano II le ha riprese, come può constatarsi leggendo i principi generali del culto divino nella costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium.

Come errore concreto nel pensiero e nell'azione dell'archeologismo liturgico, il papa Pio XII cita la proposizione di dare all'altare la forma di una tavola (cf. Mediator Dei n° 62). Se già papa Pio XII rifiutava l'altare a forma di tavola, si immagini come avrebbe a fortiori rifiutato la proposizione di una celebrazione come intorno ad una tavola « versus populum » !
Se la Sacrosanctum Concilium al n° 2 insegna che, nella liturgia, la contemplazione deve avere la priorità e che tutta la celebrazione della messa deve essere orientata verso i misteri celesti (cf. idem n° 2 et n° 8), vi si trova un'eco fedele della seguente dichiarazione di Trento che diceva: « E perché la natura umana è tale, che non facilmente viene tratta alla meditazione delle cose divine senza piccoli accorgimenti esteriori, per questa ragione la chiesa, pia madre, ha stabilito alcuni riti, che cioè, qualche tratto nella messa, sia pronunziato a voce bassa, qualche altro a voce più alta. Ha stabilito, similmente, delle cerimonie, come le benedizioni mistiche; usa i lumi, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, con cui venga messa in evidenza la maestà di un sacrificio così grande, e le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose, che sono nascoste in questo sacrificio.» (sessio XXII, cap. 5).

I citati insegnamenti del magistero della Chiesa e soprattutto quello di Mediator Dei sono stati riconosciuti senza alcun dubbio anche dai padri conciliari come pienamente validi; di conseguenza essi devono continuare ancor oggi ad essere pienamente validi per tutti i figli della Chiesa.
Nella lettera indirizzata ai vescovi della Chiesa cattolica unita al Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, il papa fa questa dichiarazione importante: « Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso ». Dicendo questo, il papa esprime il principio fondamentale della liturgia che il Concilio di Trento e papa Pio XII hanno insegnato.

Se si guarda senza idee preconcette e in maniera obbiettiva la pratica liturgica della stragrande maggioranza delle chiese in tutto il mondo cattolico nel quale è in uso la forma ordinaria del rito romano, nessuno può negare in tutta onestà che i sei principi liturgici menzionati dal Concilio Vaticano II sono rispettati poco o niente addirittura. Ci sono un certo numero di aspetti concreti nell'attuale pratica liturgica dominante, nel rito ordinario, che rappresentano una vera e propria rottura con una pratica religiosa costante da oltre un millennio. Si tratta dei cinque usi liturgici seguenti che si possono considerare come le cinque piaghe del corpo mistico liturgico del Cristo. Si tratta di piaghe, perché rappresentano una violenta rottura col passato, perché mettono apertamente meno l'accento sul carattere sacrificale che è quello centrale ed essenziale della messa, mettono avanti il banchetto; tutto ciò diminuisce i segni esteriori dell'adorazione divina, perché esse mettono meno in rilievo il carattere del mistero in ciò che ha di celeste ed eterno.

In ordine a queste cinque piaghe, si tratta di quelle che - ad eccezione di una (le nuove preghiere dell'offertorio) - non sono previste nella forma ordinaria del rito della messa, ma sono state introdotte in modo deplorevole dalla pratica.

La prima piaga, la più evidente, è la celebrazione del sacrificio della messa in cui il prete celebra volto verso i fedeli, specialmente durante la preghiera eucaristica e la consacrazione, il momento più alto e più sacro dell'adorazione dovuta a Dio. Questa froma esteriore corrisponde per sua natura più al modo in cui ci si comporta quando si condivide un pasto. Ci si trova in presenza di un circolo chiuso. E questa forma non è assolutamente conforme al momento della preghiera ed ancor meno a quello dell'adorazione. Ora questa forma, il concilio Vaticano II non l'ha auspicata affatto e non è mai stata raccomandata dal magistero dei papi postoconciliari. Papa Benedetto XVI nella sua prefazione al primo tomo della sua OperaOmnia scrive: « l’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo. ».

La forma di celebrazione in cui tutti portano il loro sguardo nella stessa direzione (conversi ad orientem, ad Crucem, ad Dominum) è anche evocata dalle rubriche del nuovo rito della messa (cf. Ordo Missae, n. 25, n. 133 et n. 134). La celebrazione che si dice « versus populum » certamente non corrisponde all'idea della Santa Liturgia tal quale è menzionata nelle dichiarazioni di Sacrosanctum Concilium n°2 et n° 8.

La seconda piaga è la comunione sulla mano diffusa dappertutto nel mondo. Non soltanto questa modalità di ricevere la comunione non è stata in alcun modo evocata dai Padri conciliari del Vaticano II, ma apertamente introdotta da un certo numero di vescovi in disobbedienza verso la Santa Sede e nel disprezzo del voto negativo nel 1968 della maggioranza del corpo episcopale. Solo successivamente papa Paolo VI l'ha legittimata controvoglia, a condizioni particolari.

Papa Benedetto XVI, dopo la Festa del Corpus Domini 2008, non distribuisce più la comunione che a fedeli in ginocchio e sulla lingua, e ciò non soltanto a Roma, ma anche in tutte le chiese locali alle quali rende visita. Attraverso ciò egli donò all'intera Chiesa un chiaro esempio di magistero pratico in materia liturgica. Se la maggioranza qualificata del corpo episcopale, tre anni dopo il concilio, ha rifiutato la comunione nella mano come qualcosa di nocivo, quanti più Padri conciliari l'avrebbero fatto ugualmente!

La terza piaga, sono le nuove preghiere dell'offertorio. Esse sono una creazione interamente nuova e non sono mai state usate nella Chiesa. Esse esprimono meno l'evocazione del mistero del sacrificio della croce che quella di un banchetto, richiamando le preghiere del pasto ebraico del sabato. Nella tradizione più che millenaria della Chiesa d'Occidente e d'Oriente, le preghiere dell'offertorio sono sempre state espressamente incardinate al sacrificio della croce (cf. p. es. Paul Tirot, Storia delle preghiere d'offertorio nella liturgia romana dal VII al XVI secolo, Roma 1985). Una tale creazione assolutamente nuova è senza nessun dubbio in contraddizione con la formulazione chiara del Vaticano II che richiama « Innovationes ne fiant … novae formae ex formis iam exstantibus organice crescant » (Sacrosanctum Concilium, 23).

La quarta piaga è la sparizione totale del latino nell'immensa maggioranza delle celebrazioni eucaristiche della forma ordinaria nella totalità die paesi cattolici. È una infrazione diretta contro le decisioni del Vaticano II.

La quinta piaga è l'esercizio dei sevizi liturgici di lettori e di accoliti donne, così come l'esercizio degli stessi servizi in abito civile penetrando nel coro durante la Santa Messa direttamente oltre lo spazio riservato ai fedeli. Quest'abitudine non è giammai esistita nella Chiesa, o per lo meno non è mai stata la benvenuta. Essa conferisce alla messa cattolica il carattere esteriore di qualcosa di informale, il carattere e lo stile di un'assemblea piuttosto profana. Il secondo concilio di Nicea vietava già, nel 787, tali pratiche, redigendo questo canone: « Se qualcuno non è ordinato, non gli è permesso fare la lettura dall'ambone durante la santa liturgia », (can. 14). Questa norma è stata costantemente rispettata nella Chiesa. Solo i suddiaconi o i lettori avevano il diritto fare la lettura durante la liturgia della Messa. Al posto dei lettori e accoliti mancanti, sono uomini o ragazzi in veste liturgica che possono farlo, e non donne, essendo un dato di fatto che il sesso maschile sul piano sacramentale dell'ordinazione non sacramentale dei lettori ed accoliti, rappresenta simbolicamente il primo legame con gli ordini minori.

Nei testi del Vaticano II, non è fatta alcuna menzione della soppressione degli ordini minori e del suddiaconato, né dell'introduzione di nuovi ministeri. Nella Sacrosanctum Concilium n° 28, il concilio fa la differenza tra « minister » e « fidelis » durante la celebrazione liturgica, e sancisce che l'uno e l'altro hanno diritto di fare ciò che loro spetta in ragione della natura della liturgia. Il n° 29 meziona i « ministrantes », cià gli addetti al servizio dell'altare che non hanno ricevuto alcuna ordinazione. In opposizione a costoro ci sarebbero, scondo i termini giuridici dell'epoca, i « ministri », cioè coloro che hanno ricevuto un ordine maggiore o minore che sia.

Con il Motu proprio Summorum Pontificum, Papa Benedetto XVI afferma che entrambe le forme del Rito romano sono da guardare e trattare con lo stesso rispetto, perché la Chiesa rimane la stessa prima e dopo il Concilio. Nella lettera che accompagna il Motu proprio, il Papa auspica che le due forme si arricchiscano reciprocamente. Inoltre, auspica che nella nuova forma "appaia, più di quanto non sia avvenuto finora, il senso del sacro che attira molte persone verso il vecchio rito."

Le quattro ferite liturgiche o usi infelici (celebrazione versus populum, comunione nella mano, totale abbandono del latino e del canto gregoriano e l'intervento delle donne per il servizio di lettura e quello di accolito) non hanno di per sé nulla a che fare con la forma ordinaria della Messa e sono inoltre in contraddizione con i principi liturgici del Vaticano II. Se si ponesse fine a questi usi, si ritornerebbe al vero insegnamento del Vaticano II. E allora le due forme del Rito romano si avvicinerebbero enormemente così che, almeno esternamente, non si dovrebbe constatare una rottura fra di loro e, quindi, nessuna rottura tra la Chiesa di prima del Concilio e quella del dopo.

Per quel che riguarda le nuove preghiere dell'Offertorio, sarebbe auspicabile che la Santa Sede le sostituisca con le preghiere corrispondenti della forma straordinaria o almeno che permetta il loro uso ad libitum. Così, non è solo esteriormente, ma interiormente, che la rottura tra le due forme sarebbe evitata. La rottura nella liturgia, è appunto quel che la maggior parte dei padri conciliari non ha voluto ; lo testimoniano gli atti del Concilio, perché in duemila anni di storia della liturgia nella Santa Chiesa, non c'era mai stata rottura liturgica e, pertanto, non deve mai essercene. Invece ci deve essere una continuità come deve essere per il Magistero.
È per questo che c'è bisogno oggi di nuovi Santi, di una o più Santa Caterina da Siena. Abbiamo bisogno della "vox populi fidelis" che reclama la soppressione di questa rottura liturgica. Ma il tragico della storia, è che oggi, come al momento dell'esilio di Avignone, una larga maggioranza del clero, soprattutto del clero alto, si accontenta di questo esilio, di questa rottura.

Prima che possiamo aspettarci frutti efficaci e duraturi dalla nuova evangelizzazione, deve innanzitutto instaurarsi un processo di conversione all'interno della Chiesa. Come si può chiamare gli altri a convertirsi fino a quando, tra chi la reclama, nessuna conversione convincente a Dio non è ancora avvenuta perché, nella liturgia, non sono sufficientemente rivolti a Dio, sia interiormente che esteriormente. Si celebra il sacrificio della Messa, il sacrificio di adorazione di Cristo, il più grande mistero della fede, l'atto di adorazione più sublime in un cerchio chiuso, guardandosi a vicenda.

Manca la necessaria "conversio ad Dominum", anche esternamente, fisicamente. Perché durante la liturgia si tratta Cristo come se non fosse Dio e non Gli si mostrano i segni esterni chiari di un'adorazione dovuta a Dio solo, non solo nel fatto che i fedeli ricevono la Santa Comunione in piedi ma che la prendono nelle loro mani come un cibo ordinario, prendendolo e mettendolo loro stessi in bocca . C'è il pericolo di una sorta di arianesimo o un semi-arianesimo eucaristico.

Una delle condizioni necessarie per una fruttuosa nuova evangelizzazione sarebbe la testimonianza di tutta la Chiesa sul piano del culto liturgico pubblico, osservando almeno questi due aspetti del culto divino, vale a dire:

  1. Che su tutta la terra la Santa Messa sia celebrata, anche nella forma ordinaria, nella "conversio ad Dominum", interiormente e necessariamente anche esternamente.
  2. Che i fedeli pieghino il ginocchio davanti a Cristo al momento della Santa Comunione, come San Paolo lo domanda, evocando il nome e la persona di Cristo (cfr. Phil 2, 10) e che Lo ricevano con il più grande amore e il massimo rispetto possibile, come è suo diritto in quanto Vero Dio.
Dio sia lodato, Papa Benedetto ha iniziato, con due misure concrete, il processo di ritorno dall'esilio avignonese liturgico, attraverso il Motu proprio Summorum Pontificum e la reintroduzione del rito tradizionale per la comunione.

C'è ancora molto bisogno di preghiera e forse di una nuova Santa Caterina da Siena perché seguano gli altri passi, in modo da guarire le cinque piaghe sul corpo liturgico e mistico della Chiesa e perché Dio sia venerato nella liturgia con lo stesso amore, rispetto, senso del sublime che hanno sempre rappresentato la realtà della Chiesa e del suo insegnamento, specialmente attraverso il concilio di Trento, papa Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei, il concilio Vaticano II nella sua costituzione Sacrosanctum Concilium e papa Benedetto XVI nella sua teologia e liturgia, nel suo magistero liturgico pratico e nel Motu proprio citato.

Nessuno può evangelizzare se non ha prima adorato, e parimenti se non adora in permanenza e non dà a Dio, il Cristo Eucaristia, la vera priorità nella maniera di celebrare e in tutta la sua vita. In affetti, per riprendere le parole del card Joseph Ratzinger : « È nel modo di trattare la Liturgia che si decide la sorte della Fede e della Chiesa ».

[Fonte: Réunicatho] - Traduzione dall'originale francese di Maria Guarini

tratto da http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2012/02/mons-athanasius-schneider-la-nuova.html



giovedì 15 marzo 2012

le Cinque Piaghe

Le cinque piaghe del Corpo Mistico e Liturgico secondo Mons. Schneider

 
Mons. Athanasius Schneider (*) è l'instancabile pellegrino al servizio della liturgia tradizionale che fa il giro del mondo per incoraggiare fedeli e sacerdoti ad avere il vero spirito della Chiesa nella celebrazione della Santa Messa. Secondo lui, la liturgia della Chiesa è ferita da cinque piaghe che sono come le Cinque Piaghe del Corpo di Gesù.
Ecco alcuni brani della sua recente conferenza:
La prima piaga, la più evidente, è la celebrazione del sacrificio della messa in cui il prete celebra volto verso i fedeli, specialmente durante la preghiera eucaristica e la consacrazione, il momento più alto e più sacro dell'adorazione dovuta a Dio. Questa forma esteriore corrisponde per sua natura più al modo in cui ci si comporta quando si condivide un pasto. Ci si trova in presenza di un circolo chiuso. E questa forma non è assolutamente conforme al momento della preghiera ed ancor meno a quello dell'adorazione.
La seconda piaga è la comunione sulla mano diffusa dappertutto nel mondo. Non soltanto questa modalità di ricevere la comunione non è stata in alcun modo evocata dai Padri conciliari del Vaticano II, ma apertamente introdotta da un certo numero di vescovi in disobbedienza verso la Santa Sede e nel disprezzo del voto negativo nel 1968 della maggioranza del corpo episcopale.
La terza piaga, sono le nuove preghiere dell'offertorio. Esse sono una creazione interamente nuova e non sono mai state usate nella Chiesa. Esse esprimono meno l'evocazione del mistero del sacrificio della croce che quella di un banchetto, richiamando le preghiere del pasto ebraico del sabato. Nella tradizione più che millenaria della Chiesa d'Occidente e d'Oriente, le preghiere dell'offertorio sono sempre state espressamente incardinate al sacrificio della croce.

La quarta piaga è la sparizione totale del latino
nell'immensa maggioranza delle celebrazioni eucaristiche della forma ordinaria nella totalità dei paesi cattolici.

La quinta piaga è l'esercizio dei sevizi liturgici di lettori e di accoliti donne, così come l'esercizio degli stessi servizi in abito civile penetrando nel coro durante la Santa Messa direttamente oltre lo spazio riservato ai fedeli
. Quest'abitudine non è giammai esistita nella Chiesa, o per lo meno non è mai stata la benvenuta. Essa conferisce alla messa cattolica il carattere esteriore di qualcosa di informale, il carattere e lo stile di un'assemblea piuttosto profana.

Conferenza completa di Mons. Schneider su Chiesa e Post Concilio
(*) Mons. Schneider è Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria d’Astana, Segretario della Conferenza dei vescovi cattolici del Kazakhstan

mercoledì 14 marzo 2012

confiteor unum Baptisma

Osserva Don Curzio Nitoglia nel suo magistrale articolo L'ABC del Tomismo: "Dal punto di vista del realismo della conoscenza, secondo cui “la verità è la conformità del pensiero alla realtà oggettiva” e per il principio di non-contraddizione, due sistemi filosofico-teologici che si oppongono non possono essere veri entrambi; l’uno è vero, l’altro è falso. Invece dal punto di vista dell’immanentismo moderno, secondo cui “la verità è la conformità del pensiero alle esigenze della vita”, la verità muta incessantemente col cambiare dei bisogni soggettivi dell’uomo. Quindi la verità non esiste, ma diviene o si fa incessantemente. Assieme alla definizione della verità di ordine naturale cambia anche il dogma e la verità della religione rivelata, che - essendo costantemente mutevole - cessa di essere vera. Allora non vi è più verità e non-contraddizione, ma tutto è relativo, soggettivo e contraddittorio. La Fede cattolica viene rimpiazzata dal sentimentalismo soggettivistico e diventa un’esperienza di vita religiosa, che evolve costantemente secondo gli umori dell’uomo ". Ora leggendo l'articolo di Mons. Landucci a proposito del movimento neo-catecumenale viene da chiedersi: ma sono cattolici loro o noi? Perchè crediamo in cose diametralmente opposte e inconciliabili. Occhio e croce cattolici non sono più loro....poi basterebbe riflettere un po' sul nome (nomina sunt consequentia rerum): neo-catecumenali....ma nel Credo non professiamo "un solo Battesimo", "confiteor unum Baptisma"? Quanti catecumenati si devono fare? Forse più di uno per ricevere una specie di nuovo Battesimo? "Parvus error in principio, in fine fit maximus". Ricordiamo tra l'altro le parole di Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio: "

"Non mancano neppure pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l'importanza della conoscenza
razionale e del discorso filosofico per l'intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio. Un'espressione oggi diffusa di tale tendenza fideistica è il « biblicismo », che tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l'unico punto di riferimento veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito espressamente. La Costituzione Dei Verbum, dopo aver ricordato che la parola di Dio è presente sia nei testi sacri che nella Tradizione,(73) afferma con forza: « La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli » (n. 55)




Esposizione e giudizio di Mons. P. C. Landucci circa il movimento neocatecumenale*

*Teologo e pubblicista. E' stato consultore per la Congregazione dei seminari e socio ordinario della Pontificia Accademia Teologica Romana. E' in corso una causa di canonizzazione per innalzarlo agli onori degli altari.

http://www.caal.it/sitehome/wp-content/uploads/2011/12/Sale-arcinaz.-Cascia.jpg





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IL MOVIMENTO NEOCATECUMENALE...
L’opinione approssimata che, per sentito dire, avevo di questo movimento era parzialmente favorevole, ritenendo che si trattasse di gruppi beneficamente attivi e volenterosi, anche se un po' troppo autonomi e un po' fissati su alcune loro originalità liturgiche.

Ma l'accurata analisi che ho potuto ora compiere mi ha purtroppo svelato unquadro ben diverso e gravissimo. Ho potuto studiare attentamente il volume di quasi 400 pagine che contiene gli "orientamenti" per i catechisti del movimento, tratti "dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per orientare i catechisti di Madrid nel febbraio 1972". Storia, finalità, dottrina e prassi sono qui condensati nel modo più autentico. Tutte le citazioni tra virgolette le ho riportate accuratamente da qui, pur non indicando il numero di pagina, trattandosi di affermazioni spesso ripetute e non essendo il libro (dattiloscritto e ciclostilato) normalmente reperibile.

Si tratta infatti di un testo riservato ai catechisti, i quali non lo cedono a nessun altro. Io ho potuto averlo e fotocopiarlo solo con uno stratagemma. Va quindi subito notata questa qualità negativa del movimento: il segreto, l’esoterismo. Ripetutamente è scritto: "Non dite nulla di tutte queste cose". "Ciò che dirò non è perché lo diciate alla gente, ma perché voi l'abbiate come fondo, come base".

Ma sono proprio questo "fondo", questa "base" che risultano inammissibili. Quindi e i neo-catechizzandi e i superiori ecclesiastici (verso i quali i catecumenali ostentano tanto ossequio) non essendo illuminati su tale "fondo" sono ingannati. E si tratta, come mostrerò, di gravi deviazioni dottrinali e pratiche.

Nel quadro dolorosamente statico di certe parrocchie i gruppi catecumenali, con le loro attività settimanali (riunioni bibliche, preparate da alcuni membri, a turno, e lunga riunione eucaristica), con gli scambi di esperienze e l'accentuazione comunitaria delle riunioni di "convivenza" mensili, con il programmatico allenamento alla sopportazione del prossimo e al distacco dai beni, con la confessata prospettiva di essere solo in "cammino" di "conversione" da proseguire nel "pre-Catecumenato" e nel "Catecumenato" (cammino di sette anni), tali gruppi, dico, danno la buona impressione di impegno e fervore.

Ma, in realtà, è fervore o fanatismo? È frutto di grazia o di plagio? Kiko mette le mani avanti: "Non si tratta - dice - di plagiare nessuno", in quanto non viene compiuto alcun "lavaggio del cervello attraverso ragionamenti". Ma tale "lavaggio" e il "plagio" derivano invece proprio dalla mancanza di chiari ragionamenti e dal fuoco di fila di affermazioni drastiche, suggestionanti, di tono carismatico.

A parte le ovvie differenze di contenuto, è con tali analoghi mezzi suggestivi e con la radicale imposizione di una forte autorità di guida che si è avuto in America il plagio di masse, aggiogate ad avveniristici movimenti pseudoreligiosi e sociali, fino all'ultimo di Jim Jones (il "Tempio del popolo"), finito con il tragico eccidio della Guyana del 18 novembre 1978. Sono, senza dubbio, situazioni disparatissime. Ma il metodo suggestivo è quello.

Ecco Kiko: "Il cristianesimo tradizionale, come battezzati... prima Comunione... Messa domenicale... non ammazzare, non rubare... non aveva niente di cristianesimo, era uno schifo... eravamo precristiani... senza aver ricevuto uno Spirito nuovo avuto dal cielo... Ora Dio ci ha convocati per iniziare un Catecumenato, verso la rinascita"; "anche se pochi stiamo segnando una pietra miliare... facendo presente che il regno di Dio è arrivato sulla terra"; per il "rinnovamento del Concilio" ci voleva la "scoperta" del "Catecumenato"; "Abramo è la figura del Catecumenato"; "vi parlo in nome della Chiesa, in nome dei Vescovi... i catechisti catecumenali hanno un carisma confermato dai Vescovi"; "sono Giovanni Battista in mezzo a voi: "Convertitevi, perché il regno di Dio è molto vicino a voi"; "io sto dando la vita a voi, attraverso la parola di Dio depositata in me... la spiegazione della parola la dò io"; "come Mosè nel deserto siamo il vostro aiuto"; "che Gesù è risuscitato è testimoniato dagli Apostoli: ed io pure lo testimonio... garantendolo con la mia vita"; "come Abramo camminò... voi dovete camminare, secondo la parola che vi abbiamo promesso"; "noi vi consegneremo lo Spirito Santo"; "sarete convocati in assemblea dallo Spirito Santo..., vi parlerà Dio"; "tutti voi siete stati segnalati a dito da Dio"; "nessuna comunità fondata da noi è fallita ...: vi assicuro che qui c'è Dio" .

La carica suggestiva e fanatica è continuamente rafforzata dalla radicalità ed esagerazione delle affermazioni e dai richiami integralisti ed acritici alla Bibbia.

Per esempio, la "partecipazione" (soprannaturale) della natura divina è affermata come un divenire "Dio stesso", un "avere la natura divina"; il "risorgere con Cristo" vien fatto corrispondere ad avere "lo stesso sangue redentore di Gesù Cristo", divenire anche noi "Spirito vivificante", con il compito di ripetere e "manifestare ad ogni generazione ciò che è avvenuto una volta sul Calvario, lasciandoci uccidere"; l'influsso deleterio del peccato personale nella comunità è affermato come un "distruggere la comunità, la chiesa"; quando nel pre-Catecumenato "si dirà di vendere i beni, si dovranno vendere tutti... non potendo altrimenti entrare nel Regno e neanche nel Catecumenato"; il nostro cristianesimo, prima della nostra conversione catecumenale, fa "schifo", ecc. Tutto ciò, anziché allontanare, accentua il plagio e il fanatismo di chi si è lasciato prendere, tanto più nella prospettiva del promesso lungo (sette anni) cammino formativo.

Ma ben più gravi appaiono le deficienze e la dannosità di questo movimento se da queste modalità si passa ai contenuti. Non c'è alcuna posizione dottrinale o pratica cattolica che non sia gravemente deformata. Il tutto presentato con impressionante grossolanità e confusione teologica e biblica, congiunte all'ostentato atteggiamento di acuta riscoperta e di suggestionanti prospettive di personale, elitario impegno e sacrificio.



La "riscoperta" dei primitivi e autentici valori cristiani viene presentata su un piano fideistico, carismatico, di fede "esistenzialmente" vissuta. Cordiale disprezzo delle assunzioni "filosofiche" della Chiesa e di quello che viene chiamato il "giuridicismo" della speculazione "teologica", organizzata nei vari trattati: "Avevano messo in scatola lo Spirito Santo, lo avevano imbottigliato e messo in trattati che potevamo dominare, in cui avevamo tutti i più puri gioielli della conoscenza di Dio: de Deo uno et trino, de Deo creante, ecc. e senza rendercene conto avevamo impoverito la visione di Dio". Particolarmente deprecabile "l’immobilismo quasi totale determinato dal Concilio di Trento", che sarebbe stato finalmente superato dal "Vaticano II".

Similmente tutta la struttura, prassi, liturgia ecclesiastica sarebbero caduti, dopo la pace di Costantino e l'irruzione nella Chiesa delle grandi masse, in un "giuridicismo", di puri riti e impetrazioni di favori celesti, comuni ad ogni povera "religiosità naturale" perdendo la autentica vitalità di fede della "Chiesa primitiva", che finalmente, dopo il Vaticano II, viene ora "riscoperta" e ricuperata, proprio mediante il movimento catecumenale.

Il fatto che oggi "le nazioni escono dalla Chiesa" costituirebbe, a tale riguardo, un vantaggio, neutralizzando l'effetto di quella irruzione delle masse e riportandoci all'epoca precostantiniana. "Così il cristianesimo potrà brillare con tutta la sua purezza e freschezza. Così potremo riaccostarci alla Chiesa primitiva".

Un crocione su secoli e secoli di vita della Chiesa, con presuntuosa noncuranza, se non altro, di tanti santi che li hanno costellati.

Si tratta dunque di un movimento non di massa, ma di élite. Esso però intende tutt'altro che restare chiuso in se stesso. Dicono bensì: "Noi non conquistiamo nessuno, non predichiamo un cristianesimo proselitista". Ma, di fatto, premono per moltiplicare nelle parrocchie i loro gruppi (che non devono superare alcune decine di membri). Intendono anche costituire l'unico vero modo per la "salvezza del mondo".

Qui tocchiamo una prospettiva fondamentale del movimento, strettamente collegata a una nebulosa e inammissibile nozione di "salvezza", continuamente e confusamente ripetuta.

La salvezza consisterebbe nell’annuncio e nella accettazione, per fede, della "buona notizia", cioè dell’"evento" salvifico che è la risurrezione di Gesù, quale definitiva "vittoria sulla morte" e segno quindi dell'avvenuto, amoroso, "perdono" di Dio. I catecumenali comunicano tale "buona notizia" e manifestano tale "segno" con l'accettazione dell’"evento" e il suo rinnovamento personale della "vittoria sulla morte". Questa avverrà, come fu per Gesù, "passando attraverso la morte", cioè "facendoci uccidere" per "amore" paziente degli altri, rispondendo con la "non violenza" alla loro opposizione, "finendo sulla croce dei difetti altrui che ci distruggono".

Con tale testimonianza salvano il mondo: "I Catecumeni sono custodi della Parola che è lo sperma dello Spirito, sono la presenza di Dio nel mondo, sono la Chiesa: una comunità di fratelli. Questo è un mistero impressionante: un gruppo di uomini sono deificati e formano il Corpo di Gesù Cristo risorto, il Figlio di Dio. Se questo si dà in un luogo, lì si dà la vittoria sulla morte. Questo è un annuncio costante della Buona Notizia che ormai la Vita Eterna è arrivata, che il Regno di Dio è vicino. E questo salva il mondo".

Siamo davanti ad affermazioni roboanti che, pur con qualche addentellato di verità, sono solo atte a suggestionare e plagiare, oltre che a nascondere la reale loro gratuità e incoerenza. Appare subito evidente che tra il Calvario di Gesù e quello che a noi può procurare il prossimo c'è una bella differenza; che Gesù non ha vinto la morte solo col sopportarla, ma fisicamente risorgendo; e che l'edificante solidarietà e altruismo di un gruppo, oltre che potere influire solo su una ristretta cerchia, non sono certo sufficienti per la universale diffusione della fede e della salvezza.

Ma, a parte ciò, il gravissimo equivoco riguarda la nozione fondamentale di salvezza. È vero che, nel quadro di tanta confusione teologica, si registrano anche, al riguardo, alcune affermazioni corrette. Ma esse sono contraddette da altre innumerevoli, che riducono quelle pochissime esatte a vani rattoppi e artificiosi alibi, difensivi contro il timore di condannare. Inutilmente, per esempio, si afferma, incidentalmente, che bisogna anche "dare i segni della fede. Noi non siamo protestanti. La fede senza le opere è morta".

Prima di tutto le opere non sono richieste solo come segno, ma come doverosa conformità alla legge morale, secondo il divino volere. Poi e soprattutto tale affermazione è dissolta dalle innumerevoli ripetizioni della concezione nettamente luterana al riguardo. Nessuno sforzo ascetico, con il sostegno della grazia; la salvezza solo mediante la fede: "L'uomo, separatosi da Dio, è rimasto radicalmente impotente a fare il bene, schiavo del maligno"; "L’uomo non si salva per mezzo di pratiche"; "per un cristiano alla S. Luigi - col suo: prima morire che peccare - è fondamentale essere in grazia di Dio, non perdere questa grazia, perseverare.

La grazia è un qualcosa che non si sa bene cosa sia, che si ha dentro, con cui bisogna morire... Ma poi ho capito che vivere in grazia è vivere nella gratuità di Dio che ti sta perdonando con il suo amore"; "Dio perdona i nostri peccati e il suo Spirito Santo ci fa santi figli di Dio. E questo gratuitamente a chiunque crede che Gesù è l'inviato del Padre come suo Salvatore"; "il cristianesimo non è un appello alla coscienza e all'onestà... ma l'invito ad accogliere l'annuncio del perdono gratuito di tutti i nostri peccati"; "il cristianesimo non è un moralismo.

"Gesù Cristo non è affatto un ideale, un modello di vita, non è venuto a darci l'esempio"; "i sacramenti non costituiscono un aiuto a tal fine"; "lo Spirito vivificante è ben lontano dallo spingere al perfezionismo, alle buone opere, alla fedeltà al Cristo morto"; "il cristianesimo non esige nulla da nessuno, regala tutto"; "al più peccatore, al più vizioso si regala una vita eterna". "Dio è amore al nemico ... ; se abbiamo fatto cose orribili, Dio ci ama, ci perdona... non si esige da te nulla"; la Parola di salvezza non chiede come la legge "uno sforzo in più, uno sforzo intimo, che ce la si metta tutta".

Ancor più grave e al di là della stessa concezione luterana è la negazione di ogni colleganza ontologica, soprannaturale, meritoria tra la salvezza e la immolazione di Gesù. Crolla la nozione fondamentale di redenzione, di riscatto: un cardine della fede. Con la risurrezione, dopo la morte, Gesù avrebbe solo notificato agli uomini che l'hanno ucciso la sua volontà di perdono. Con crassa ignoranza si osa affermare che "con il rinnovamento teologico del Concilio non si è parlato più di dogma della Redenzione, ma di mistero di Pasqua di Gesù", come se questa contraddicesse a quella. E con insistenza, sottolineata perfino da grossolana ironia: "Le idee sacrificali sono entrato nell'Eucaristia per condiscendenza suggerita dal momento storico alla mentalità pagana"; "al posto del Dio giustiziere delle religioni che appena ti muovi ti dà una bastonata in testa, scopriamo il Dio di Gesù Cristo"; "forse che Dio ha bisogno del sangue del suo Figlio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di suo Figlio alla maniera degli dei pagani".

Come ho detto, tutte le verità teologiche fondamentali sono deformate gravemente; e naturalmente anche i sacramenti. Mi limiterò a qualche rilievo su questi, in particolare sulla Confessione e l'Eucaristia.

L’atteggiamento di fondo, in sé lodevolissimo, di voler fare sul serio è continuamente avvelenato dall'incomprensione e dal superficiale e presuntuoso disprezzo per tutto ciò che si è insegnato e fatto finora. Ecco come è trattata, per esempio, dalla Carmen, la classica e profonda distinzione tra attrizione e contrizione: "Si cominciò a dar valore alla contrizione. Fa quasi ridere pensare che è necessaria la sola attrizione se ti vai a confessare e la contrizione se non ti confessi". Ignoranza che irride!

Per la confessione non manca l'affermazione, di facciata, di obbedienza ecclesiale: "Manteniamo la confessione individuale perché si deve conservare e inoltre perché ha il suo valore". Probabilmente ci sarà stato anche al riguardo qualche esplicito richiamo della autorità. Ma è una prassi evidentemente sopportata. Ed è in antitesi comunque a tutto il contestuale insegnamento. La nozione di peccato come violazione della legge morale e ribellione alla volontà divina è rifiutata, essendo "concezione legalistica del peccato, come mancanza a una serie di precetti".

Si irride al presunto automatismo delle assegnate "espiazioni" (penitenze) per il "perdono", dimenticando il loro giusto aspetto di riparazione (che esige, certo, l'antecedente pentimento, assolutamente essenziale). Svalutato il pentimento: "La conversione non è pentirsi del passato, ma mettersi in cammino verso il futuro": come se la conversione possa guardare al nuovo futuro senza riprovare il passato (e avere dolore per l'offesa di Dio, mai nominata in questa catechesi). La conversione senza pentimento del passato si ricollega alla già vista affermazione del "gratuito" perdono di Dio, senza "sforzo" personale, col solo obbligo di riconoscersi peccatori e accettare tale perdono. Anche se nelle riunioni penitenziali sono ammesse le confessioni particolari con il rapido ascolto e le assoluzioni dei presbiteri, tali assoluzioni sono, in sé, ripetutamente svalutate e anzi criticate, unitamente al Tridentino che le ha prescritte, perché darebbero alla confessione un carattere "magico" (completa incomprensione dell'ex opere operato dei sacramenti). In base a pochi, unilaterali autori, pedissequamente seguiti, si espone una specie di storia della confessione, senza alcun riferimento alla precisa narrazione evangelica della sua istituzione.

Scartata la maturazione teologica sancita dal Tridentino, la norma sarebbe data dalla confusamente supposta prassi della Chiesa primitiva. Eccoci a una riunione penitenziale: "Quanto vi abbiamo annunciato dell'amore di Dio e del perdono dei peccati, ora si realizzerà, perché Dio ci dà il potere non solo di annunciare il perdono, ma di comunicarlo attraverso un segno", "nella Chiesa primitiva il perdono non era dato con l'assoluzione, ma con la riconciliazione con tutta la comunità, mediante il segno della riammissione all'assemblea, in un atto liturgico", "il valore del rito non sta nella assoluzione, visto che in Gesù Cristo siamo già perdonati". "è la comunità ecclesiale, lì presente, segno di Gesù Cristo per gli uomini, che perdona concretamente". Siamo in linea con la negazione protestante del vero sacramento.

Tutto ciò senza che sia stata compresa minimamente la vera natura de sacramento cattolico, come risulta da questa grottesca esposizione che ne viene fatta: "Così abbiamo vissuto noi la confessione, ed ecco perché questa pratica oggi è in crisi. Il perdono passa in secondo piano, rimanendo essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l'assoluzione. La confessione si trasforma in qualcosa di magico. Si ha una visione leglista del peccato, per la quale non importa tanto l'atteggiamento interiore quanto il confessare esternamente e dettagliatamente tutti i peccati di ogni tipo. Visione individualista, completamente privata, in cui la Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati". Incomprensione completa della confessione tridentina.

Impressionante saggio della grossolanità teologica del movimento. In questo sacramento, tanto è primario il perdono che se ne cerca la sicurezza nell'assoluzione; è tanto poco magica (ricorso a falsi poteri) che dipende dal divino potere di Gesù; tanto poco incurante dei valori interiori che il pentimento interno ne condiziona la validità; tanto poco dipendente da un semplice uomo che questi opera in persona Christi e per mandato della Chiesa. Anche Lutero fece lo stesso per attaccare le verità cattoliche: deformandole.

Quando ebbi le prime notizie sulle riunioni eucaristiche catecumenali pensai che quelle originalità rituali costituissero soltanto delle libertà liturgiche, in parte tollerabili e in parte correggibili. Non avrei mai immaginato che esse avessero invece un retroterra così gravemente eterodosso. Ora capisco anche perché tanta resistenza a richiami autorevoli per conformare i riti alle prescritte norme liturgiche. Tali atteggiamenti di autonomia e difformità, rispetto alle comuni norme e prassi, sono connessi, dottrinalmente e psicologicamente a opposizioni di fondo.

Si pretende addirittura di "scoprire" la vera Eucaristia, giacché avevamo "frainteso e impoverito tutto".

L’Eucaristia non sarebbe che "il memoriale della Pasqua di Gesù, cioè del suo passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, nel quale esultante evento noi esperimentiamo la risurrezione dalla morte", cioè il "nostro proclamato perdono e la nostra salvezza", essendo "il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la gloria".

L'essenza della Messa, come sacrificio, è nettamente negata, a modo luterano: "Le idee sacrificali sono entrate nell'Eucaristia per condiscendenza alla mentalità pagana"; "la massa di gente pagana (che irruppe dopo Costantino) vide la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi, volti all'idea del sacrificio"; "nell'edificio che Dio costruisce, le idee sacrificali che aveva avuto Israele, e che erano state superate dallo stesso Israele nella liturgia pasquale, erano le impalcature: adesso che l'edificio è stato costruito si è tornati a tali impalcature, cioè alle idee sacrificali e sacerdotali del paganesimo"; "le discussioni medievali sul sacrificio riguardavano cose non esistenti nell'Eucaristia primitiva, non essendovi in essa alcun sacrificio cruento, ossia qualcuno che si sacrifica, Cristo, il sacrificio della croce, il Calvario, ma solo un sacrificio di lode, per comunicazione alla Pasqua del Signore, ossia al suo passaggio dalla morte (spezzamento del pane) alla risurrezione (calice)". Con queste ultime affermazioni, mentre giustamente è escluso dall'altare il sacrificio cruento, è escluso anche il sacrificio incruento, di Gesù sacramentalmente presente, e quindi è esclusa l'attualità sacrificale della Messa.

Questa esclusione, d'altra parte, è pienamente coerente con la esclusione già vista della immolazione cruenta e salvifica di Gesù per la nostra proclamata salvezza. Esclusi i redentivi meriti del Calvario non avrebbe senso per i catecumenali la loro applicazione mediante il mistico Calvario dell'altare. Ed è anche penosamente coerente la loro ostilità alle molte ripetizioni delle Messe, essendo ignorato (Lutero) il frutto impetratorio.

Netta opposizione pure a tutta la parte offertoriale. Se è Dio che fa tutto, che dà il grande annuncio di salvezza, che "passa come carro di fuoco e trascina tutta la umanità", a che pro le offerte? "Offrire le cose a Dio per renderlo propizio: come siamo lontani dalla Pasqua!"; "è l'idea pagana di portare offerte per placare Dio"; "si è giunti fino alla enormità di dire: con l'ostia pura, santa e immacolata ti offri tu, il tuo lavoro e il giorno che comincia!"; "nell'Eucaristia non offri nulla: è Dio assolutamente presente che dà la cosa più grande, la vittoria di Gesù Cristo sulla morte"; "processioni, basiliche grandiose... offertori... riempiono la liturgia di idee legate a una mentalità pagana". Sono affermazioni tutte penosamente coerenti alla negazione che Gesù sacramentalmente si immoli e si offra: ogni altra offerta non è concepibile che in unione alla sua.

Sono eliminati così ogni movimento ascensionale a Dio e ogni intimo colloquio con Gesù sacramentato, come se questo non fosse che abbassamento "statico" della Eucaristia, la quale non dovrebbe essere che "esultazione" per la "discesa" del divino intervento e anzi la proclamazione della vittoria già ottenuta: "Abbiamo trasformato l'Eucaristia che era un canto al Cristo risorto nel divino prigioniero del Tabernacolo; abbiamo parlato, come nelle ‘prime Comunioni’, di ‘un bambin Gesù’ che ci mettiamo nel petto quando vogliamo... invece la Eucaristia è tutto il contrario... è Dio che passa e trascina l'umanità".



Qui già si delinea un oscuramento della fondamentale verità della presenza reale, ammessa la quale dovrebbe apparire invece la preziosità e del Tabernacolo e della presenza in chi si è comunicato e dell'intimo colloquio. Ma ben più grave e diretto tale oscuramento apparisce da altre affermazioni; oscuramento che si riflette ovviamente e sul fatto della consacrazione e sulla natura e il valore dei poteri sacerdotali: "Il sacramento è il pane, il vino e l'assemblea: è dall'assemblea che sgorga l'Eucaristia" (parole adeguate per un rito puramente commemorativo, non certo per il sacramento eucaristico e l'esercizio dei poteri sacerdotali). E, con presuntuosa ostentazione di superiorità su tutta la teologia e la prassi cattolica, spinta fino all'ironia: "La Chiesa Cattolica divenne ossessionata riguardo alla presenza reale, tanto che, per essa, è tutto presenza reale" (falso: non la ritiene tutto, ma fondamento di tutto); le "discussioni teologiche sull'ossessivo fatto se Cristo è presente nel pane e nel vino, fanno ridere"; "in un certo momento fu necessario insistere contro i protestanti sulla presenza reale... ma ora non è più necessario e non bisogna insistervi più (con l'attuale disordine teologico e liturgico è invece più necessario di prima)"; "inutili tentativi filosofici di spiegare come è presente, con gli occhi o senza, fisicamente, ecc. o con la transfinalizzazione olandese... si è preteso con la transustanziazione di spiegare il mistero" (non "spiegarlo" ma precisarlo essenzialmente, determinarlo, come hanno fatto, nel modo più impegnativo, il tridentino e tutto il Magistero successivo, disprezzati dai catecumenali: la noncuranza circa la presenza "fisica" a pari come per l'antitetica transfinalizzazione olandese, svela, per lo meno, l'incomprensione della vera presenza).

Escluso ogni aspetto di sacrificio e tutto ridotto a "banchetto" di esultanza (concezione, questa sì ossessiva, dei catecumenali, spinta fino a ricevere la Comunione a sedere e a considerare "inconcepibile il non comunicarsi di qualcuno, perché alla cena pasquale si va proprio per mangiare"), "tutti i valori di adorazione e contemplazione alieni dalla celebrazione del banchetto vanno eliminati"; "il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male (!); la preoccupazione per i ‘frammenti’, caratteristica di chi crede nella presenza reale, è ridicolizzata: ‘Non è questione di briciole, ma di sacramento di assemblea’"; "Tabernacolo, Corpus Christi, esposizioni solenni, processioni, adorazioni, genuflessioni, elevazione, visite al santissimo, tutte le devozioni eucaristiche, andare a Messa per far la Comunione e portare Gesù nel cuore, ringraziamento dopo la Comunione, Messe private... minimizzano l'Eucaristia... sono molto lontani dal senso della Pasqua".

Altre continue affermazioni cercano di svalutare il problema della presenza, che è invece il fondamento di tutto il resto: "La cosa importante non sta nella presenza di Gesù Cristo nella Eucaristia... ma nel fine, nella Eucaristia qual mistero di Pasqua". E si moltiplicano affermazioni evanescenti: "Come Dio era presente nella Pasqua, cioè nella liberazione dall'Egitto, così Gesù è presente con il suo spirito, risuscitato da morte" (presenza di azione, non di persona?); "invece di porre il problema della presenza di Cristo nella Eucaristia, si pensi che Cristo è una realtà vivente che fa Pasqua e trascina la Chiesa"; "la presenza di Cristo è un'altra cosa. È il carro di fuoco che viene, a trasportarci verso la gloria, a farci passare dalla morte alla risurrezione".

Purtroppo questa stessa evanescenza, proprio su punti che esigerebbero la massima determinazione, comparisce anche a riguardo della risurrezione di Gesù: "Il memoriale che egli lascia è il suo spirito risuscitato da morte"; "come hanno visto gli apostoli Cristo risorto. Come un fantasma? No, l'hanno visto in loro stessi... costituito Spirito vivificante". Questa ultima espressione è spesso ripetuta. Certo Gesù ha mandato il suo Spirito. Ma la risurrezione riguarda il corpo reale di Cristo.
È una evanescenza consona alla grande confusione teologica e scritturale e alla superficialità, congiunte alla presunzione di acutezza e di approfondimento critico, senza dire della presunzione carismatica. Come ho già detto, non c'è verità teologica o biblica che non sia deformata, anche perché questi catechizzatori laici, mancando di qualsiasi solida formazione teologica e biblica di base, dipendono da pochi testi, scelti tra i meno sicuri e più avventati (per esempio, la rivista Concilium). Questa evanescenza e confusione si inquadrano poi nella fondamentale dottrina catecumenale, vista all'inizio, dell'annuncio pasquale di salvezza, nebulosamente presentato, senza alcuna precisazione, e inconsistente quanto al dogma della redenzione.

Il metodo semplicistico e astuto di questi impreparati e improvvisati maestri per scavalcare ogni seria indagine e discussione teologica è di svalutarla in partenza e sostituirla con categoriche affermazioni. E il metodo per evitare condanne e fratture con i superiori sono la raccomandazione del segreto, la nebulosità di certe espressioni (cortine fumogene) e le affermazioni di ossequio al Magistero inserite qua e là, che hanno tutta l'aria di polvere negli occhi, essendo continuamente contraddette dal contesto.

Ci troviamo, in conclusione, davanti a un penoso e dannosissimo lavaggio del cervello, di tipo fanatizzante, sul piano dottrinale, pratico, liturgico, su gruppi di fedeli, animati, in fondo, da ottime intenzioni, ma illusi e deviati dalla giusta via della sicura ascetica, dell'esempio dei santi, e della ortodossia. Questi gruppi suscitano ammirazione, nei confronti con certi ambienti tanto grigi e apatici, perché si presentano volenterosi e impegnati. Sono mossi effettivamente dalla brama dell'autentico, del diverso, del più, rispetto a tanto grigiore. Ma questo "diverso" purtroppo è inteso come ripulsa della maturazione dottrinale e pratica della Chiesa da Costantino in poi, ritorno ossessivo alla Chiesa primitiva (inesattamente interpretata), avversione alle "strutture" ecclesiali, autonomia laica rispetto al clero e alla Gerarchia (nelle riunioni la presidenza data al parroco è fittizia: la guida effettiva è dei catechisti, anche nelle riunioni bibliche).

Le interpretazioni integriste e acritiche della Scrittura, come il vendere tutto, l'assoluta passività non violenta, la prospettiva stessa di morire per gli altri, danno l'impressione di grande e ammirevole fervore. Ma, se questo può essere equilibrato e reale in alcuni soggetti, in complesso riflette un falsificante processo di fanatizzazione e una ingannevole costruzione sulla sabbia, con il grande danno complessivo dello sbandamento dottrinale e disciplinare. Anche Valdo (salve le proporzioni) si lanciò e lanciò i suoi laici catechisti, partendo dal totale "vendi ciò che hai", suscitando fervorosi seguaci e finendo nella ribellione ed eresia.

Sleale è il frequente appello che fanno al Vaticano II, come rotto con la Tradizione e in particolare col Tridentino, il che è assolutamente falso. È la falsità diffusa anche oggi da tutti i modernisti. I Catecumenali osano addirittura affiancarsi al Vaticano II, come se la sua linea si identificasse con quella catecumenale e soltanto con quella.

Ecco un saggio di questa sleale identificazione e delle clamorose prospettive fanatizzanti: "Vi assicuro che il rinnovamento del Concilio Vaticano II secondo l'itinerario catecumenale, porterà la Chiesa a una gloria indescrivibile e riempirà di stupore e ammirazione gli orientali e i protestanti, essendo il Concilio ecumenico".

venerdì 9 marzo 2012

"Cattolici": il libro

Per i tipi di Lindau esce finalmente in Italia il romando Di Brian Moore "cattolici" da cui prese le mosse il film "Catholics" oggetto di un nostro post. "Avvenire" mercoledì 7 marzo ne ha fatto una recensione a mo' di cordone sanitario, ma, tant'è, ne ha parlato....

Brian Moore
Cattolici

COLLANA: L'aquila e la colomba
PAGINE: pp. 104
PREZZO: euro 12,00


IL LIBRO

Su una piccola isola al largo della costa irlandese una comunità di monaci conserva la «fede dei padri», rendendo culto a Dio nelle forme che la Chiesa ha praticato per secoli. Quando le televisioni americane e la BBC vengono a saperlo, l’antica abbazia di Muck diventa un caso mediatico internazionale: le riprese delle messe in latino e delle confessioni individuali attirano da tutto il mondo cattolici fedeli alla Tradizione e alla liturgia stabilita dal Concilio di Trento. Quella pubblicità appare intollerabile a Roma, dove il Concilio Vaticano IV ha appena sancito la contaminazione del cristianesimo con il buddhismo e l’apertura al secolarismo. Per mettere fine allo scandalo, Roma invia sull’isola un inquisitore, padre Kinsella, con l’incarico di «convincere» l’abate della comunità, Tomás O’Malley, ad allinearsi al Vaticano e a porre fine a quell’intollerabile «eresia». Kinsella scoprirà in O’Malley un uomo di fede assalito dal dubbio, ma convinto che la Tradizione e la verità delle Scritture non richiedano aggiornamenti e compromessi con i tempi.
Il confronto tra i due – uno scontro di psicologie, prima ancora che di dottrine – è il cuore della storia narrata da Brian Moore in Cattolici, un romanzo breve intriso di mistero e suspense.

Qualche assaggio dal libro...
Capitolo 1

L'AUTORE

Brian Moore, nato a Belfast nel 1921 in una famiglia di religione cattolica, durante la seconda guerra mondiale fu al servizio del governo inglese in Nord Africa, Francia e Italia. Emigrato in Canada alla fine degli anni ’40, iniziò a lavorare come giornalista, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura di romanzi (The Lonely Passion of Judith Hearne, la sua prima opera, risale al 1955) e di sceneggiature, tra cui va ricordata quella di Il sipario strappato di Alfred Hitchcock, del 1966. In Italia sono stati tradotti i romanzi La moglie del mago, La caccia e Cielo gelido (Fazi). Moore è morto nel 1999 a Malibù, in California


mercoledì 7 marzo 2012

È morto, applausi

La mia più grande vergogna di italiano sono gli applausi ai funerali, abitudine spaventosa che si è ripetuta mentre il feretro di Lucio Dalla lasciava San Petronio. I sociologi possono anche farmi una pippa così e raccontarmi che trattasi di consuetudine di chiara derivazione televisiva, roba che una volta non c’era: il primo applauso a un funerale pubblico pare che l’abbia beccato Anna Magnani nel 1973. E infatti non è una cultura, è un’incultura: non è un indotto della storia, ma di Domenica In. Ma dovrebbero spiegarmi perché questa cosa esiste solo da noi, come quell’altro orrore che è l’applauso mentre atterra l’aereo.
Hanno applaudito la salma di Berlinguer, quella di Moro, quelle di Nassirya, Falcone e Borsellino, persino Giovanni Paolo II: i pellegrini di tutto il mondo rimasero agghiacciati e increduli. I morti non si applaudono, neanche quelli mediatici. Alla fine del Requiem di Mozart non si applaude. Wagner proibì gli applausi anche alla fine del Parsifal. Non c’entra la religiosità: il raccoglimento è anche laico e pagano, se non reggi la tensione, se la temperatura spirituale è per te inaccessibile, allora stai a casa. Se devi esorcizzare la paura della morte, beh, vai a farti un giro. La buona fede non salva l’ignoranza: un funerale è un rituale, una cerimonia. Provate ad applaudire a un funerale di un marine: i funerali diverranno due.

di Filippo Facci su "Libero" del 6 marzo 2012


Applausi ai funerali: la banalità di un tempo che ignora il Dies irae
Sulle probabili origini di un discutibile uso
di Paolo Zolli

da "Messaggero Veneto", Udine, 29 settembre 1988, riprodotto parzialmente in "notizie", Torino, n° 144, 1989, pp. 5-6, ora, integralmente in "Civitas Christiana" n° 22-26, 1999-2000, pp. 21-23


Non so adoperare il calcolatore elettronico, mi servo ancora di schede e schedine conservate in scatole da scarpe (sono comodissime) per tenere nota dei materiali e delle notizie necessari al mio lavoro, ma sopra tutto ho ancora una buona memoria e la mia biblioteca personale è abbastanza ordinata. Così, quando ho letto sul "Messaggero Veneto del 13 settembre scorso [1988] la lettera di Liana Job sul battimani ai funerali, considerato "una moda venuta dal Sud ove le sceneggiate sono di casa", mi sono ricordato che da qualche parte c’era chi, tempo fa, aveva scritto sull’argomento. Non sarei però andato alla ricerca del pezzo, se un altro lettore, Mario Giudice, non fosse ritornato sul tema il 19 settembre, aggiungendo osservazioni sulla tradizione friulana degli spuntini dopo i funerali. Su quest’ultima abitudine non vorrei peraltro soffermarmi; ricordo soltanto che essa risale a tradizioni antichissime, pre-cristiane, di cui penso esista documentazione amplissima nei libri di etnografia.

Per quanto riguarda invece l’uso del battimani in chiesa, e non soltanto ai funerali, ma anche ai matrimoni e in altre occasioni, qui non c’entrano né il Nord né il Sud (anzi credo che al Sud l’abitudine sia meno diffusa che al Nord, e qui sarebbe interessante poter disporre di informazioni più precise); in realtà si tratta di un’abitudine introdotta negli ultimi anni, quando i riti sacri, e i funerali in particolare, hanno perso l’aspetto solenne e sacrale di un tempo. Storia recente, storia minima, sulla quale non possono esistere quindi ricerche sistematiche, ma sulla quale è bene incominciare a prendere appunti, a fissare sulla carta dati precisi, perché chi come me si occupa di tradizioni popolari, di storia della vita privata e simili, sa quanto sia arduo reperire, a distanza di tempo, indicazioni precise sul momento in cui certe consuetudini si sono introdotte.

Sull’argomento, a ogni modo, si era soffermata (la bibliografia che ho recuperato è tutta qui) Anna Belfiori, prematuramente scomparsa il 17 febbraio scorso, in un articolo pubblicato nel numero di agosto-dicembre 1978 della rivista "Una voce". "In questi ultimi tempi - scrive la Belfiori - sempre più spesso capita di dover assistere a scene di popolo plaudente nei momenti meno adatti. Ricordo il primo applauso che mi colpì, perché mi apparve fuori luogo: fu ai funerali di Anna Magnani. Eravamo abituati a salutare i morti in silenzio, con una preghiera, e quell’applauso scrosciante mi sembrò inopportuno, stonato. Da allora diventò consuetudine applaudire ai funerali. Non solo quando si trattava di attori, per i quali l’applauso poteva essere inteso come un ultimo tributo alla loro arte, prima che su di loro calasse definitivamente il sipario: scena ultima, atto ultimo, ultima replica. Questo malvezzo è dilagato e ora non ci sono pubbliche esequie che non risuonino di applausi". Continuava la Belfiori ricordando gli applausi ai funerali di Aldo Moro, che furono "esplosione della tensione accumulata in quei lunghi, tragici mesi, ma segno di una emotività incapace di trasformarsi in commozione autentica, in dolore consapevole", e quindi, siamo nel 1978, l’anno dei tre Papi, gli ancor più incredibili applausi ai funerali di Paolo VI e di Giovanni Paolo I: "Se applaudire la salma d’un attore - concludeva l’articolo - era segno di superficialità; se applaudire il cadavere di un uomo politico, morto in circostanze tanto drammatiche, era una prova dell’incapacità di riflettere, di raccogliersi, applaudire la salma di un Pontefice mi è sembrato un atto di dissacrazione, di irriverenza", conclusioni su cui non si può non essere d’accordo.

Anna Magnani è morta nel 1973 ed è molto probabile che sia proprio questa la data d’introduzione di questo nuovo rito. Da appena otto anni erano caduti il Dies irae, l’In paradisum deducant te angeli, il Libera me Domine, i grandi canti di terrore ma anche di commossa speranza, di fronte ai quali un applauso sarebbe potuto provenire soltanto da un nemico feroce del morto, non certo da chi ne aveva condiviso gioie e dolori. Il battimani infatti non si concilia né con la morte vista quale dramma, né con la morte vista come uno di quei momenti solenni ai quali l’unico commento è il silenzio, la "quiete solenne della morte" di cui parla con frase insuperabile il Manzoni: quiete, non applausi a scroscio. Il battimani non poteva che nascere dopo le riforme del 1965 e del 1969, quando si è sostituito il nero col viola e il latino col volgare nella messa funebre (ma almeno quella di Giovanni Paolo I ricordo fu celebrata, anzi ohimé concelebrata, col nuovo rito, ma completamente e perfettamente in latino con grande compunzione dal cardinal Confalonieri).

La data 1973 ha buone probabilità di essere il terminus post quem, anche perché in un articolo di un grande giornalista come Vittorio G. Rossi, pubblicato nel numero del primo aprile di quello stesso anno del settimanale "Epoca" e dedicato alla perdita del senso del sacro nella nuova messa funebre, a questo aspetto non si fa ancora cenno. Se a quella data l’uso del battimani fosse già stato introdotto, Vittorio Rossi ne avrebbe certamente parlato, dato che l’articolo è lungo e circostanziato, e sotto certi aspetti perfido ("Quelli che hanno fatto la messa nuova, hanno capito che non bastava sfrattare il latino, ma per dare più spiritualità alla messa hanno inventato la stretta di mano. È la cosa più comica che sia mai stata fatta in una chiesa cattolica. Ci sono vecchie pettegole che si voltano indietro alla ricerca di altre mani da stringere; non gli bastano quelle laterali. Ma io guardo in su, non vedo mani da stringere; il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto"). Non so se Vittorio Rossi fosse credente e praticante, ma è certo che la perdita di solennità del rito è stata percepita forse più dai laici che dai cattolici. Un laico di indubbia intelligenza come Luigi Firpo, in un articolo apparso sulla "Stampa" di Torino si dichiara anche lui esterrefatto dopo aver assistito a una messa funebre di nuovo tipo: "Assisto a una messa a Roma, in S. Lorenzo al Verano. Entra l’officiante con i paramenti violacei del lutto, ma è un viola pallido da giardino dei lillà, preoccupato di non alludere al cordoglio, di dare alla morte i colori di una festa campestre. Il prete è giovane, intenso, eloquente; eppure mi disturbano le sue scarpe gialle, i pantaloni di grisaglia chiara che gli sbucano sotto il camice, i capelli lunghi dal taglio mozzo e senza ombra di chierica, l’aria di giovane executive che passava di lì per caso e si presta a dire due parole".

E in una finissima nota apparsa nello stesso giornale il 17 gennaio di quest’anno, Guido Ceronetti, contrapponendo la solennità tuttora persistente nel rito ortodosso allo harakiri liturgico della Chiesa d’Occidente, dichiara che "qualche volta echeggiano note d’organo, ma per accompagnare parole il cui senso melenso può essere offerto in omaggio a Lucio Dalla" e conclude: "uscendo da questi luoghi profanati dall’insulsaggine, ripiglio fiato canticchiandomi un po’ di Dies irae, la più bella, la più attuale delle Internazionali". Già, ma per fare queste cose bisogna avere l’intelligenza e lo spirito d’indipendenza di Ceronetti, gli altri battono le mani.

una volta il popolo applaudiva le prediche! Almeno....

Monito circa gli applausi in chiesa
Affiora qua e là l’uso di applaudire in Chiesa. L’applauso in Chiesa è ordinariamente contrario al carattere sacro e raccolto della casa di Dio, dove i sentimenti anche più veementi di fede e di consenso vanno espressi altrimenti. In più l’applauso in Chiesa è perfettamente contrario alla seria tradizione del nostro popolo ligure.
Avvicinandosi colla Sacra Quaresima il pericolo che l’abuso degli applausi in Chiesa trovi ulteriori sconvenienti conferme, si ammoniscono sacerdoti, religiosi, e fedeli ad astenersene in modo assoluto.
Tutti i Rettori di Chiesa hanno obbligo di reagire in modo dignitoso, avvertendo il popolo della sconvenienza nel momento più opportuno, qualora si desse il caso di applausi in Chiesa. Questo obbligo ricade ed immediatamente sul sacro oratore, ove lo si applaudisse durante la predica.
L’Ordinario avverte che l’abuso degli applausi può portare la sospensione di una predicazione sacra, nonché provvedimenti disciplinari a carico dei responsabili, qualora essi non avessero adempiuto al disposto del presente monito.

Genova, 27 Gennaio 1950.
+ GIUSEPPE card. SIRI, Arcivescovo

martedì 6 marzo 2012

ulteriore deriva della chiesa conciliare





E "adattarono" il rito delle Esequie smentendo Paolo VI.

Vien proprio voglia di dire: "mai dire mai"

Avete capito bene il titolo: non sto parlando di Paolo IV o di san Pio V, ma di affermazioni chiare e precise, approvate in forma specifica da Paolo VI appena nel 1963, ribadite dall'edizione latina delle Esequie (1969) e mai mutate. Ne ho fatto un post più di due anni fa, quando già si parlava dell'imminente uscita del nuovo "adattamento" del rito delle Esequie, e pareva surreale quello che poi è davvero successo.
Pare che non si possa più, neanche in Italia, tradurre la liturgia Romana creata l'altro ieri. No! Bisogna adattare, neanche fossimo in Africa subsahariana. Dove pensano si siano sviluppati i riti romani delle Esequie coloro che hanno confezionato il nuovo adattamento, in Scandinavia?
Non bastava il massiccio "adattamento" del rito del Matrimonio, dove adesso si può cambiare - a piacere della coppia - perfino la formula sacramentale del consenso.... Ora si passa a riempire di ulteriori "oppure" il funerale, in modo da non avere mai una celebrazione non dico uguale, ma nemmeno simile all'altra. Un tempo si diceva che almeno la morte rende tutti uguali (e dal Papa fino all'ultimo fedele laico tutti avevano gli stessi canti nell'ultimo saluto terreno...)

Ma quello che mi sconcerta di più è la quasi totale accettazione della cremazione, e si arriva ad inventare una ritualità e una gestualità estranee al rito vigente, e pure espressamente vietate da un testo approvato dal Papa del Concilio, Paolo VI.
I fautori del Concilio Vaticano Terzo ormai prevengono i concili, mica li aspettano! Aveva approvato il buon papa Paolo queste ovvie parole (vedi qui): "i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere". [MAI non vuol dire MAI, ovviamente. Infatti ora tutto questo non solo è permesso, ma anzi incoraggiato!]

Questo era il "retrogrado" testo del 1963, che faceva comunque storia per la sua "larghezza", ora leggo con mio stupore e tristezza il seguente paragrafo nella presentazione ufficiale del nuovo Rito delle Esequie:

4. La novità più significativa della seconda edizione del rituale è costituita sicuramente dall’Appendice dedicata alle «Esequie in caso di cremazione». Questa parte è articolata in tre capitoli: «Nel luogo della cremazione», «Monizioni e preghiere per la celebrazione esequiale dopo la cremazione in presenza dell’urna cineraria», «Preghiere per la deposizione dell’urna». Dall’esame delle sequenze rituali proposte e delle indicazioni di carattere pastorale [E il MAI nel luogo della cremazione dove va a finire? Tanto con i motivi pastorali si aggiusta tutto, anche le più grosse novità senza radici passano per motivi pastorali. Quelli che non hanno cittadinanza sono i motivi dottrinali] possiamo dedurre alcune considerazioni [ma le considerazioni si adducono o si deducono?].
- La denominazione di Appendice, oltre a segnalare che non esiste una sua corrispondenza nell’edizione tipica latina [ci stanno dicendo che si sono inventati un'intera liturgia che non esiste nell'editio typica. Miracolo: si adatta pure quello che non c'è!], vuole richiamare il fatto che la Chiesa, anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non viene fatta in odium fidei, [e chi ha detto che non si oppone? Ma li leggono i documenti? La chiesa non si oppone, di più: RIFUGGE dalla cremazione; ne ha AVVERSIONE, questo dicono i documenti, non le chiacchiere delle conferenze stampa] continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella risurrezione della carne , ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.[L'inumazione non è la forma "più idonea", ma l'unica idonea ad esprimere la risurrezione. La cremazione al massimo esprime simbolicamente e in maniera ottima, la pena dell'inferno]
- I vari capitoli dell’Appendice sono preceduti da un’introduzione nella quale vengono segnalati i cambiamenti sociali in atto, ribaditi i riferimenti alla dottrina cristiana e offerte indicazioni di carattere pastorale.
- La celebrazione delle esequie precede di norma la cremazione: in questo caso va posta particolare attenzione alla scelta dei testi più adatti alla circostanza. [Di norma? Perché ti possono portare in Chiesa invece di un corpo, un mucchietto di ceneri che NON SONO PIU' un cadavere? E io le dovrei incensare e benedire? A parte il Mercoledì delle Ceneri, non se ne benedicono altre in Chiesa...]
- Eccezionalmente i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono svolgere nella stessa sala crematoria, evitando ogni pericolo di scandalo e l’introdursi di consuetudini estranee ai valori della tradizione cristiana. [altro che evitando il pericolo di scandalo, già a leggere queste cose mi vengono i brividi: i fuochisti accendono il fuoco per bruciare la nonnina e il prete prega per il "refrigerio eterno" della cara defunta. Ma scherziamo? Nella sala crematoria? Ma cosa siamo nei LAGER NAZISTI?]
- Si raccomanda l’accompagnamento del feretro al luogo della cremazione. [Questo è in aperto contrasto con le norme in vigore fino ad oggi, che vietavano di accompagnare il feretro alla cremazione, per non far pensare che sia un'opzione normale tra due possibilità equivalenti!!]
- Particolarmente importante l’affermazione che la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero da leggersi come conseguenza di quanto affermato al n. 165 a proposito della prassi di spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Tale prassi infatti solleva non poche perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana [solleva perplessità... sentite che soft... Si dovrebbe dire chiaro: disperdere le ceneri è in aperto contrasto anche con il minimo della fede cristiana, altro che "piena coerenza"], soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche. Anche se il rituale non prende netta posizione sul versante disciplinare [sdoganamento totale: come dire "io ti dico di non disperdere le ceneri, perchè te lo devo dire, ma tu fai come vuoi, non ci sono sanzioni. Esattamente il contrario di quanto si faceva fino a oggi], offre però sufficienti elementi per una catechesi e un’azione pastorale che sappiano sapientemente educare il popolo di Dio alla fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo, all’importanza della memoria dei defunti, alla testimonianza della speranza nella risurrezione. [Quest'ultima frase è il tocco finale: va catechizzato il bruciare il corpo, invece di deporlo nella terra a mo' di seme, come prescrive la Scrittura (san Paolo) e come ha fatto con ovvietà ogni cristiano fin dalle origini, distanziandosi dai riti pagani, ove c'erano, di cremazione. E questo è il ritorno alle origini della liturgia? Ma quali testi possono citare a supporto di queste inaudite innovazioni? E che catechesi volete che rimanga? Brucia tutto, tanto non serve più, SOLO l'anima conta... Si va verso lo spiritualismo negatore della risurrezione. Alla faccia della nuova Evangelizzazione. Devo dire che sono amareggiato che tale testo abbia ricevuto la recognitio.]

Siamo al trionfo del linguaggio politically correct. Della correzione e ribaltamento - a seconda del cambiamento del vento che spira nella società - perfino della dottrina. Quello che l'altro ieri era vietato, ieri era poi tollerato, oggi è ammesso di diritto e domani sarà l'unica forma rimasta. Un passo dopo l'altro si cambia la liturgia e si finisce per cambiare - invevitabilmente - la dottrina. Perché la liturgia plasma l'anima dei fedeli.
E tutto in nome del "sentimento", della "vicinanza pastorale". Non importa la verità del segno (che in altri contesti invece pare un dogma di fede), è prioritario non offendere, non dare l'impressione che la Chiesa non approvi... Non bisogna essere fraintesi. Non bisogna apparire attaccati ai propri riti secolari, l'importante e non allontanare. "Tanto i morti non si lamentano" (mi ha detto un prete!!!).

Mi domando: a quando il rito delle seconde nozze dei divorziati nell' "Appendice" del prossimo "adattamento" del rituale del Matrimonio? E perché non pensare di inserire nel Messale di prossima stampa un "rito straordinario" della "celebrazione festiva" in assenza del presbitero presidente. Il rito c'è già, basta metterlo in appendice. Non importa se non esiste il latino, suvvia, un po' di fantasia. E dimenticavo: la confessione per telefono? Perché non introdurla? Era vietata prima, ma adesso chi non ha un telefonino in tasca? I tempi sono cambiati.... Quello che si faceva ieri, anzi oggi, domani cambia.

Se pensate che abbia esagerato, vi ristampo qui sotto le norme TUTTORA VIGENTI del 1963 approvate da Paolo VI e che aveva portato all'equilibrata soluzione che fino ad oggi esisteva. Ecco l'istruzione sulla Cremazione dei cadaveri, nella sua parte normativa:

La santa madre Chiesa, attenta direttamente al bene spirituale dei fedeli, ma non ignara delle altre necessità, decide di ascoltare benignamente queste richieste, stabilendo quanto segue:
1. Deve essere usata ogni cura perché sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli; perciò gli ordinari con opportune istruzioni ed ammonimenti cureranno che il popolo cristiano rifugga dalla cremazione dei cadaveri, e non receda, se non in casi di vera necessità, dall'uso della inumazione, che la Chiesa sempre ritenne e adornò di solenni riti.
2. Tuttavia, per non accrescere le difficoltà di ogni sorta e per non moltiplicare i casi di dispensa dalle leggi vigenti, è sembrato conveniente apportare qualche mitigazione alle disposizioni del diritto canonico, cosí che quanto è stabilito nel can. 1203, pp. 2 (vietata esecuzione del mandato di cremazione) e nel can. 1240, pp. 1, n. 5 (diniego di sepoltura ecclesiastica a chi ha chiesto la cremazione) non sia piú da osservarsi in tutti i casi ma solo quando consti che la cremazione sia voluta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.
3. Ne segue che a chi abbia chiesto la cremazione del proprio cadavere non dovranno essere negati, per questo motivo, i sacramenti ed i pubblici suffragi, a meno che consti avere egli fatto tale richiesta per i motivi sopra indicati, ostili alla vita cristiana.
4. Per non indebolire l'attaccamento del popolo cristiano alla tradizione ecclesiastica e per mostrare l'avversione della Chiesa alla cremazione, i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere.
Gli em.mi padri preposti alla difesa della fede e dei costumi hanno riveduto questa Istruzione l'8 maggio 1963; e il Papa Paolo VI si è degnato di approvarla nell'udienza concessa all'em.mo segretario del Sant'Offizio il 5 luglio dello stesso anno

Testo preso da: Cantuale Antonianum
LA TEOLOGIA DELLE ESEQUIE CRISTIANE

Uno degli errori oggi più diffusi è quello di sottovalutare le basi teologiche e impostare dei progetti pastorali senza il fondamento dottrinale, con esclusiva attenzione alle urgenze sociologiche. In tal modo tutto diventa fragile e, in poco tempo, anche un progetto alquanto elaborato viene travolto dal passare di quelle opinioni momentanee che l’hanno generato. Questa insipienza, tipica del relativismo, porta a non dedicare sufficiente tempo ed energie alla formazione teologica e, non considerandone adeguatamente la sua necessità essenziale, tutta la costruzione è posta in stato permanente di crollo. E’ ciò che avviene anche nel tessuto ecclesiale, quando miriadi di pubblicazioni e interminabili riunioni producono frutti effimeri e bruciano inutilmente le migliori intenzioni. Di qui lo stato diffuso di spossatezza e di inefficacia, che debilita i pastori e i fedeli.
Anche riguardo alle esequie ecclesiastiche, una pastorale intelligente, duratura ed efficace sul popolo di Dio, non può che basarsi su una solida teologia, che illumini e giustifichi il senso dei riti liturgici. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI è maestro di questa rifondazione teologica a tutto l’agire della Chiesa e il suo magistero, se accolto con docilità, porterà la Chiesa a quella solidità di pensiero e di azione, che è intrinseca alla rivelazione divina e che non ammette il dubbio sistematico e la vaporosità di una ricerca mai conclusa e fine a se stessa. Per questa urgente opera di rifondazione teologica il Papa esordisce indicando come prima emergenza proprio la Liturgia, culmen et et fons’ della vita della Chiesa. Le sue omelie, in particolare, introducono i fedeli nella celebrazione dei santi Misteri in linea con la più classica tradizione mistagogica dei Padri, costituendo un esempio di alto profilo per tutti i sacerdoti.
Le esequie cristiane si rapportano alle due dimensioni costitutive dell’uomo: l’anima e il corpo. La Chiesa eleva il pio suffragio per l’anima immortale del defunto, nella speranza della sua eterna salvezza, e ne onora con una degna sepoltura il corpo esanime, nell’attesa della sua risurrezione.
I riti esequiali descrivono e trasmettono fondamentali articoli di fede, che costituiscono la ‘forma’ interiore e il senso dei riti esteriori trasmessi dalla tradizione liturgica.
Possiamo allora individuare i principali dogmi che vi sono sottesi.

1. L’immortalità dell’anima
Nelle esequie cristiane spira una presenza soprannaturale, che ci fa percepire che l’anima del defunto non è estinta nel nulla, ma è viva, perché immortale. Sta ora sul versante ultraterreno, è uscita dal regime della fede ed è entrata nella dimensione dell’ eternità. Pur separata dal corpo, sussiste nell’esercizio, per quanto misterioso ma reale, delle sue facoltà spirituali. Tale certezza fa delle esequie una celebrazione di vita e di profonda serenità, pur nell’amarezza delle lacrime per il distacco e apre i credenti all’attesa di un rinnovato incontro con chi vive e ci aspetta lassù, come ben si esprime una monizione del rito delle esequie: “…di nuovo infatti, potremo godere della presenza del fratello nostro e della sua amicizia e, questa nostra assemblea, che ora con tristezza sciogliamo, lieti un giorno nel regno di Dio ricomporremo” (Rito delle Esequie, n. 73).

2. Il purgatorio
La Chiesa sa bene che ogni uomo è peccatore e, nonostante il lavacro battesimale, a causa della concupiscenza, la vita della Grazia è fragile e l’itinerario terreno faticoso e incerto. Al di là del perdono sacramentale, elargito ordinariamente mediante il sacramento della Penitenza, la Giustizia divina esige una adeguata riparazione, prima che l’anima possa accedere alla gloria: è il dogma del purgatorio. La Chiesa, dunque, non presume mai nei suoi figli quello stato perfetto di santità, che solo Dio può riconoscere e, umilmente, invoca misericordia, eleva il suffragio e si mantiene sotto il giogo della penitenza. Per questo lo stile della liturgia esequiale è penitenziale: nel colore (viola o nero), nell’addobbo (assenza di fiori), nel tenore delle orazioni e nei canti. La Chiesa non ‘canonizza’ il defunto, ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato e aspetta solo da Lui la lode. In qualche modo, nelle esequie, la Chiesa, secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14, 7ss.), pone il defunto all’ultimo posto, steso a terra ai piedi della ‘santa mensa’, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14, 10).

3. La comunione dei Santi
La Chiesa sa di poter comunicare misteriosamente con i Defunti, di poterli affidare realmente alla misericordia di Dio, di avere con loro una misteriosa solidarietà soprannaturale e ricevere il beneficio di una invisibile e valida intercessione. Per questo educa i suoi figli, ancora peregrini qui in terra, a mantenere una continua comunione con coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e dormono il sonno della pace. Le persone amate e tutti quelli che ci hanno fatto del bene ci seguono, ci amano con carità soprannaturale e intercedono per noi secondo i disegni di Dio. Essi ci attendono là dove ogni lacrima sarà asciugata e si vedrà il volto di Dio. S. Cipriano afferma tutto ciò con squisita dolcezza: “Là ci attende un gran numero di nostri cari, ci desiderano i nostri genitori, i fratelli, i figli in festosa e gioconda compagnia, sicuri ormai della propria felicità, ma ancora trepidanti per la nostra salvezza” (Lit. Ore, Uff. lett. venerdì 34° sett. ord.).
Soffermiamoci a questo punto a considerare gli effetti che la secolarizzazione sta oggi producendo, entrando violentemente nella liturgia esequiale della Chiesa. Il cuneo che ne consente l’ingresso è costituito da un concetto di ‘pastorale’ intesa ormai solo come accondiscendenza sociologica all’ambiente, senza più riferimento al Mistero della fede.
La mentalità secolarizzata dominante cancella totalmente i dogmi della fede sopra esposti e svuota di conseguenza lo spirito e la lettera dei riti liturgici stabiliti dalla Chiesa, che vengono devitalizzati, alterati e, infine, omessi e reinventati.
Mentre le esequie ecclesiastiche sono celebrazioni vive nel presente e rivolte al futuro, aperte alla speranza teologale e alla luce mirabile di ciò che ancora non vediamo, le esequie secolarizzate sono irreversibilmente rivolte al passato, travolte dal flusso inesorabile del tempo e fragili come la memoria psicologica. Infatti, se il defunto è nel nulla e di lui non rimane niente come persona viva, se insomma l’immortalità dell’anima è negata, resta solo il triste ricordo, totalmente sul versante del passato e inesorabilmente sempre più flebile, fino alla sua graduale dissoluzione. Per questo la secolarizzazione accentra la celebrazione sulla commemorazione del defunto. Essa, infatti, è il perno rituale nelle esequie profane. Ma la commemorazione è sguardo al passato. La persona commemorata né vive, né più ritornerà. Di essa rimangono solo le sue idee, il suo esempio e le sue opere: tutte realtà compiute dalla persona estinta, ma prive del soggetto vivo che le ha prodotte e quindi affidate alla interpretazione positiva o negativa dei posteri, come anche alla loro totale obliterazione.
Se l’anima non vive più, diventa del tutto inutile la preghiera di suffragio per l’eventuale purificazione ultraterrena. Col dogma dell’immortalità dell’anima cade pure quello sul purgatorio e quello della comunione dei Santi. Così in linea con la secolarizzazione si farà ampio uso dell’elogio.
Non resta, infatti, che celebrare con enfasi quei ‘fasti’, che ora sono retaggio della memoria di chi ha conosciuto il defunto. La compiacenza verso i parenti o verso le istituzioni a cui apparteneva esige che un grande elogio funebre consoli chi resta e giustifichi l’ideologia o l’istituzione a cui il defunto aderiva. Ebbene la commemorazione e l’elogio stanno inquinando in modo esteso le esequie cristiane, sia in certe omelie, come soprattutto in interventi disseminati nel tessuto del rito esequiale e proposti in momenti rituali e luoghi sacri del tutto impropri. La ‘canonizzazione’ del defunto si manifesta anche nei riti: l’uso facile di paramenti bianchi e canti di superficiale sentimentalismo stanno corrompendo la liturgia esequiale cristiana, che da molte parti non esiste più nella sua vera identità. Gli applausi sono i prodotti secolaristici delle acclamazioni liturgiche e un buonismo livellante sta cancellando ogni annunzio rigoroso del dogma della fede. Quella sobrietà e delicata circospezione che la Chiesa raccomanda, sia nel ricordare il defunto, come nel proporlo ad eventuale esempio ai fedeli, sta cedendo di fronte all’irruzione del costume dominante, che ormai costringe e assedia con modelli imposti violentemente dall’opinione.
Le esequie si rapportano anche al corpo del defunto, che sta per ricevere degna sepoltura. Ed anche verso di esso i riti della Chiesa rivelano e comunicano importanti dogmi di fede, che completano quelli già sopra descritti.

4. Il peccato originale
Il corpo quando è vitale sta in posizione eretta, ma, appena la vita lo abbandona, cade a terra e rimane disteso. Tutti gli uomini non possono che constatare questo fatto fisico. E’ quindi questa la posizione più naturale del corpo esanime nelle esequie. La Chiesa però non si ferma a questo dato e annunzia un mistero più profondo: l’uomo muore a causa del peccato originale, secondo le stesse parole del Signore Dio “…polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19). Deponendo il corpo dei suoi defunti, la Chiesa proclama la realtà del peccato originale, di cui la morte corporale è frutto e immagine. Essa non è secondo il piano di Dio, infatti: Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 1, 13.2, 24). In tal senso il Miserere (Sl 50) è parte tradizionale delle esequie cristiane: ‘nel peccato mi ha concepito mia madre’. Il corpo disteso a terra, quasi a contatto con essa, proclama in modo visivo il nostro essere peccatori, pagandone il prezzo con la perdita dell’immortalità e portando nella nostra carne fino alle ultime conseguenze il castigo divino, pronunziato fin dalle origini: “…tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto…” (Gen 3, 19).

5. L’ultima penitenza
La morte corporale è l’ultimo atto della necessaria penitenza dovuta al peccato. Tutti, per quanto eminenti in santità, devono passare per questo estrema prostrazione penitenziale. Il Signore stesso, senza peccato, ha voluto subire nella sua morte e sepoltura, quella abissale umiliazione penitenziale che ci ha redenti. Ed ecco che il corpo senza vita del defunto, deposto davanti all’altare, in qualche modo celebra il suo ultimo atto penitenziale: il giacere esanime sulla terra. Lo aveva ben compreso S. Francesco di Assisi, che in prossimità della morte, volle farsi deporre dai suoi confratelli sulla nuda terra e così esalare l’ultimo respiro. Lo comprese il Papa Paolo VI, che volle il suo feretro a contatto con la terra e in tal modo ispirò la forma più eloquente del rito cristiano delle esequie. Ma il defunto non giace da solo, la tradizione pone sulla bara la Croce. Egli giace in misteriosa solidarietà col mistero della sepoltura del Signore e lo Spirito custodisce la sua carne in attesa del risveglio.

6. La risurrezione della carne
Il feretro è vigilato dal Cero pasquale, che dal suo candelabro illumina le tenebre della morte: è Cristo risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti (1 Cor 15, 20). Se la croce sulla bara annunzia la solidarietà con la morte del Signore, il Cero pasquale annunzia la futura risurrezione di questa medesima carne, che ora sta esanime e immota. Poi quel corpo sarà deposto nel cimitero, ossia nel dormitorio, termine cristiano per affermare il misterioso ma vero risveglio nell’ultimo giorno. Tutto quindi parla di vita, anche per la carne e non solo per l’anima; e questa è la novità più tipica dell’escatologia cristiana, che annunzia una salvezza integrale della totalità della persona, anima e corpo.
Ed ecco, che, appena la secolarizzazione invade il rito cristiano delle esequie, pure questi altri dogmi della nostra fede vengono letteralmente cancellati e alla loro rimozione segue, inevitabile, una liturgia di sostituzione, che interpreta la nuova visione. Se cade il dogma del peccato originale, cade quello della penitenza quale necessità per il peccato e, se già l’anima è estinta nel nulla, ancor più il corpo è ormai inteso come materiale inerte, senza la profondità propria del mistero di Dio, che lo risusciterà. Anche riguardo al corpo nelle esequie secolarizzate lo sguardo è irrimediabilmente rivolto al passato: non c’è l’orizzonte luminoso sul Dio dei viventi e l’attesa dell’opera meravigliosa, che Egli compirà nel giorno della risurrezione. I riti allora dovranno interpretare la visione dell’uomo terreno, ormai privo del trascendente. Il corpo subisce la fatua celebrazione di ciò che fu nel passato mediante il tumolo, monumento celebrativo che vuole interpretare la personalità dell’estinto. Si metterà in luce il suo ruolo, la sua autorità, il suo genio, la sua opera, ma al contempo si creerà una graduazione di classi in base al censo, o al ruolo sociale. Comunque sarà oscurata sia la fondamentale realtà della morte che tutti accomuna, sia dell’umile penitenza che è intrinseca allo stato del corpo morto. Il tumolo potrà avere diverse tipologie, che da quelle storiche arrivano a quell’ingombro di oggetti, cari al defunto, che oggi coprono, talvolta banalmente la bara, ma rappresenta sempre il segno eloquente di quella commemorazione rivolta irrimediabilmente al passato e ormai priva di vita, che sarà tanto più accentuata quanto più si eclisserà il senso della trascendenza e il compimento ultimo nel futuro di Dio. Non si intende qui considerare le diverse forme storiche, assunte anche dalla liturgia della Chiesa, ma assicurare che in ogni forma antica o nuova non venga mai compromesso il carattere cristiano e i diversi aspetti del dogma della fede che vi sono connessi e che nelle modalità rituali devono essere ben visibili. E’ altresì evidente che nella celebrazione profana delle funerali il tumolo col cadavere elevato e onorato diventa l’icona centrale, il punto ottico di attrazione, ma nella celebrazione esequiale cristiana, invece, nessuno dovrà mai attentare alla centralità, al primato e alla sacralità dell’altare. Anche il corpo esanime del defunto è orientato all’altare, davanti ad esso sta prostrato e da esso, sul quale si compie il Sacrificio incruento della Croce, scaturisce la sorgente viva della salvezza eterna dell’anima e il soffio vitale che risusciterà la carne nell’ultimo giorno. A nessuno, dunque, è lecito attentare alla maestà dell’altare!
Un ultimo dogma della fede sta a fondamento del carattere proprio delle esequie cristiane:

7. Il giudizio particolare da parte dell’unico giudice costituito da Dio, il Signore Gesù Cristo.
Occorre non dimenticare ciò che afferma l’Apostolo: Io neppure giudico me stesso… Il mio giudice è il Signore (1 Cor 4, 4). La Chiesa, ispirando a sobrietà la commemorazione del defunto ed evitando un superficiale elogio, sa bene che solo Dio è il giudice e solo Cristo sa quello che c’ è nel cuore dell’uomo (Gv 2, 25). Quello che di una persona apparve in vita potrebbe essere una ingannevole maschera, infatti l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore (1 Sam 16, 7). S. Agostino afferma: “Quale uomo infatti è in grado di giudicare un altro uomo? Il mondo è pieno di giudizi avventati. Colui del quale dovremmo disperare, ecco che all’improvviso si converte e diviene ottimo. Colui dal quale ci saremmo aspettati molto, ad un tratto si allontana dal bene e diventa pessimo…. Che cosa sia oggi ciascun uomo, a stento lo sa lo stesso uomo. Tuttavia fino a un certo punto egli sa cosa è oggi, ma non già quello che sarà domani…” (dal ‘Discorso sui pastori’). Per questo la Chiesa si discosta dal giudizio e lo affida a Dio, restando in profonda adorazione del Suo giusto verdetto. Ciò non succede nelle esequie secolari, che impostano inevitabilmente la loro celebrazione sul mero tessuto dell’apparenza umana dell’estinto e si pronunziano solo sulla corteccia superficiale delle sue opere esteriori. Lo sguardo umano non può, infatti, andare oltre a ciò che appare e il mistero della persona rimane velato. Solo Dio penetra quel velo, scruta le facoltà interiori e pronunzia un giudizio vero, inappellabile e definitivo. Anzi, mediante l’elogio, tale apparenza tende ad essere potenziata e, omessa ogni scoria e debolezza, viene idealizzata, perché non resta altro che ciò che appare. Non raramente poi la verità oggettiva in ordine al bene e al male viene oscurata da una commemorazione riduttiva, posta a servizio delle tante umane convenienze di coloro che rimangono. Certo non si intende delegittimare la giusta commemorazione e il dovuto elogio, se il defunto veramente lo merita. Infatti le esequie del Giusto dovrebbero essere il suo ultimo atto di evangelizzazione e la consegna alla Chiesa, che lo ha generato, della sua estrema testimonianza di fedeltà e di vita in Cristo. Tuttavia sono diversi i toni, sobri gli accenni, umili i ricordi, contenuti i tempi e mai dovrà essere incrinato o in qualche modo oscurato il primato di Cristo e del suo Mistero. Egli è il Protagonista e con Lui la Chiesa, non dissociabile da Lui Sposa. In realtà ogni intervento indebito sul rito liturgico delle esequie espone il defunto ad un protagonismo che non deve avere e strumentalizza la fede e la liturgia al servizio del piccolo orizzonte di ciò che noi percepiamo.
Se non si interviene con urgenza e determinazione nella liturgia esequiale, come in molti altri campi della vita della Chiesa attuale, si arriverà, in un futuro molto prossimo, ad essere posti al servizio delle opinioni e del costume dominante e si potrebbe seriamente rischiare che l’eresia sia attribuita all’ortodossia, resa minoritaria, e a coloro che con tutte le forze cercano di mantenersi fedeli al dogma della fede e alla disciplina della Chiesa.
Che una solida teologia sia a fondamento di una nobile liturgia e l’intelligente obbedienza alle prescrizioni della Chiesa offra al popolo di Dio una edificante e degna celebrazione delle esequie dei figli di Dio.


Testo preso da: Una sintesi della teologia delle esequie cristiane http://www.cantualeantonianum.com/2010/10/una-sintesi-della-teologia-delle.html#ixzz1oLqnRiPy
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