domenica 20 maggio 2012

una nuova supplica al Santo Padre

 
Supplica di intellettuali polacchi,
al Sommo Pontefice
Benedetto XVI
per chiedere un studio approfondito
del Concilio Vaticano II

5 aprile 2012

La supplica, tradotta dal polacco,
è stata pubblicata su DICI



Santissimo Padre,

Il prossimo 50° anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II e la dichiarazione del 2012 come “Anno della fede”, proclamato da Vostra Santità con la Lettera Apostolica Porta Fidei dell’11 ottobre 2011, sono delle buone occasioni per occuparsi in modo più approfondito degli insegnamenti contenuti nei documenti del Concilio (1). Il compito principale del Concilio sembrava essere in conformità con l’appello lanciato da uno dei Vostri predecessori, Paolo VI, che dichiarava: «la Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio, esplorare a propria istruzione ed edificazione la dottrina, già a lei nota e già in questo ultimo secolo enucleata e diffusa, sopra la propria origine, la propria natura, la propria missione, la propria sorte finale» (2). In effetti, numerosi osservatori constatano che il Vaticano II, che ha seguito fedelmente le indicazioni di Paolo VI, ha dotato la Chiesa di un più alto grado di coscienza di sé (Ecclesia ad intra) e delle sue relazioni col mondo contemporaneo (Ecclesia ad extra) (3).

Con il vantaggio di uno sguardo retrospettivo su mezzo secolo, sembra appropriato valutar la risposta data dal concilio pastorale Vaticano II a questa domanda spesso avanzata: Chiesa, cosa dici di te stessa (Ecclesia, quid dicis de teipsa)?

Bisogna notare, tuttavia, che il centro della riflessione non verte né su «gli aspetti pratici della ricezione e dell’applicazione [dei documenti conciliari] insieme positivi e negativi», né su «la natura dell’assenso intellettuale che è dovuto agli insegnamenti del Concilio» (4). Ciò che si vuole intendere è piuttosto una profonda comprensione dottrinale e pastorale del contenuto dei documenti del Concilio, al fine di determinare se – e se sì, in quali aspetti – gli insegnamenti del concilio Vaticano II hanno effettivamente risposto all’aspirazione della Chiesa di «approfondire la coscienza ch’essa deve avere di sé, del tesoro di verità di cui è erede e custode e della missione ch'essa deve esercitare nel mondo» (5).

In questo spirito, è stata recentemente presentata a Vostra Santità un’umile supplica, da parte di importanti rappresentanti cattolici italiani del mondo della scienza e dell’informazione (6). I colloqui dottrinali recentemente conclusisi con dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X, sostenuti dall’autorità del successore di San Pietro, sembrano essere un’altra espressione di questa riflessione. A nostra volta, anche noi, rappresentanti cattolici del mondo della scienza e della cultura, osservatori appassionati e partecipanti alla vita pubblica della Polonia, rispettosamente e umilmente chiediamo a Vostra Santità di riconsiderare alcuni insegnamenti dell’ultimo Concilio alla luce del Magistero infallibile della Chiesa cattolica.
In quanto cattolici impegnati in diversi ambiti, nella scienza, nell’educazione, nella comunicazione sociale o nella vita politica, desideriamo approfittare di questo anniversario per attirare l’attenzione di Vostra Santità sulle conseguenze di certe dottrine del Vaticano II, nei confronti sia della vita interna della Chiesa, sia della sua influenza nel dominio pubblico.

In prima istanza, desideriamo affrontare la Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae), in rapporto all’insegnamento tradizionale della Chiesa sullo Stato cattolico, chiaramente esposto dai predecessori di Vostra Santità, i Papi Gregorio XVI (Mirari vos), Pio IX (Quanta cura), Leone XIII (Libertas e Immortale Dei) e Pio XI (Quas primas).
Tenendo conto principalmente della dichiarazione presente nell’introduzione della Dignitatis humanae, secondo la quale la dottrina della libertà religiosa «lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo» (7), desideriamo sottoporre al giudizio di Vostra Santità la questione di sapere se – e se sì in che misura – la Dichiarazione sviluppa, chiarisce o illustra in dettaglio gli insegnamenti costanti dei Papi precedenti sullo Stato cristiano e sul regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il contenuto della Dichiarazione Dignitatis humanae, sostiene il carattere cattolico dello Stato, posto che, secondo l’insegnamento di Leone XIII, «le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato»? (8).
Come può conciliarsi il diritto di limitare il culto pubblico delle altre confessioni religiose, che i predecessori di Vostra Santità hanno accordato ai dirigenti degli Stati cattolici per preservare la vera religione (9), con la libertà di non coercizione esterna nel culto pubblico per ogni religione, diritto che dalla Dignitatis humanae è stato elevato al rango di legge naturale, dichiarando che esso avrebbe il suo fondamento nella dignità della persona umana (10)?
La dignità della persona umana, correttamente compresa, non è quella che si manifesta quando questa adora Dio nella vera religione?
Qual è l’interpretazione suggerita dall’affermazione, contenuta nel Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo la quale il diritto alla libertà religiosa è garantito nei «giusti limiti», cioè «non può essere di per sé né illimitato, né limitato semplicemente da un “ordine pubblico”concepito secondo un criterio positivista o naturalista»?
L’espressione «giusti limiti» (11) rinvia in qualche modo alla verità oggettiva o alla falsità di una data religione (12)?

Quale che sia la risposta data a queste domande, è innegabile che Dignitatis humanae non contiene alcun riferimento all’obbligo delle pubbliche autorità di riconoscere e proteggere la vera religione, cioè la religione cattolica, obbligo imposto ai capi di Stato dal Magistero dei Papi precedenti.

Inoltre, il documento non arriva a porre la questione della tolleranza religiosa, che è stata stabilita esplicitamente e senza ambiguità da uno dei predecessori di Vostro Santità, il Papa Pio XII: «Il dovere di reprimere le deviazioni morali e religiose non può quindi essere una ultima norma di azione. Esso deve essere subordinato a più alte e più generali norme, le quali in alcune circostanze permettono, ed anzi fanno forse apparire come il partito migliore il non impedire [cioè tollerare] l'errore, per promuovere un bene maggiore. […] Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all'esistenza, né alla propaganda, né all'azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell'interesse di un bene superiore e più vasto» (13).

Un’analisi della Dichiarazione sulla libertà religiosa nella sua interezza crea l’irresistibile impressione che questo documento rifletta un concetto liberale piuttosto che cattolico dello Stato. In questo senso, essa sostiene quella separazione fra la Chiesa e lo Stato che è stata condannata da San Pio X nella sua enciclica Vehementer nos, e sembra anche ignorare la necessità di sottomettere lo Stato al primato di Cristo. Questa necessità, con i suoi vantaggi, è stata messa chiaramente in evidenza dal papa Pio XI: «Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l'incolumità del loro potere, l'incremento e il progresso della patria» (14).

Qui è interessante notare come i tentativi di risolvere l’inevitabile tensione tra l’insegnamento che emerge dal concilio Vaticano II sulla libertà religiosa e il magistero dei Papi di prima del Concilio vanno in una stessa direzione. Questi tentativi sfociano essenzialmente nella relativizzazione degli insegnamenti proposti dai predecessori di Vostra Santità sul carattere cristiano dello Stato e sul primato sociale di Gesù Cristo. Le costanti linee direttrici date dal Magistero della Chiesa sono sottoposte alla critica, secondo le regole dello «storicismo» (15), come se fossero dei documenti dal valore puramente storico, suscettibili di valutazione da parte della ragione naturale dell’uomo. Nel migliore dei casi, la critica dà luogo al tentativo di «purificare» gli insegnamenti pontifici dalle loro supposte «aggiunte dell’era post-costantiniana» che si riflettono in insegnamenti obsoleti e/o irrealizzabili nello Stato cristiano, non validi nel mondo contemporaneo.
Noi lasciamo a Vostra Santità il giudizio se sia legittimo questo «metodo di studio» applicato agli atti del Magistero. Tuttavia, in quanto cattolici impegnati attivamente nella vita pubblica della Polonia, non possiamo evitare di notare che il concetto di Stato liberale, essenzialmente neutro in materia di religione, soffoca efficacemente le legittime aspirazioni dei Polacchi, come contraddice i valori più profondamente radicati nella storia della nazione polacca.

In seconda istanza, noi desideriamo di attirare l’attenzione di Vostra Santità sul decreto conciliare Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e, in particolare, sulle dichiarazioni equivoche contenute nell’articolo 3: «Anche non poche azioni sacre della religione cristiana vengono compiute dai fratelli da noi separati, e queste in vari modi, secondo la diversa condizione di ciascuna Chiesa o comunità, possono senza dubbio produrre realmente la vita della grazia, e si devono dire atte ad aprire accesso alla comunione della salvezza. Perciò queste Chiese e comunità separate, quantunque crediamo abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non son affatto spoglie di significato e di valore. Lo Spirito di Cristo infatti non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica».
Numerosi elementi di «santificazione» di «verità» presenti al di fuori dei limiti della Chiesa sono anche richiamati nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, al paragrafo 8.

In quale altro modo potrebbe essere intesa l’espressione «atte ad aprire accesso alla comunione della salvezza», se non come l’assicurazione che le persone sono in grado di raggiungere la salvezza al di fuori della Chiesa cattolica, grazie ai rituali e alle pratiche di altre confessioni cristiane?

Tuttavia la domanda che si pone è sapere come questa interpretazione possa conciliarsi con la dottrina tradizionale dell’Extra Ecclesiam nulla salus, che afferma che la fede cattolica è una condizione preliminare per la salvezza (16), o in particolare con l’insegnamento stabilito sull’unità della Chiesa da Leone XIII: «E per meglio rappresentare la Chiesa una, [San Paolo] la paragona al corpo animato, le cui membra non possono vivere altrimenti che congiunte col capo, da cui derivano la loro virtù vitale; separate che siano, necessariamente muoiono. […] È dunque la chiesa di Cristo unica e perpetua. Chiunque se ne separa, devia dalla volontà e dal precetto di Cristo nostro Signore, e, abbandonata la via della salute, corre alla rovina» (17).
Qual è la relazione di queste dichiarazioni di Unitatis redintegratio con le proposizioni 16 e 17 condannate dal Syllabus di Pio IX(18)?

Indipendentemente dai problemi dottrinali sopra esposti, si constata in tutta evidenza che la pratica pastorale dell’ecumenismo si è allontanata dalla comprensione tradizionale dell’apostolato a favore dell’unità dei cristiani, che, secondo Pio XI: «non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono» (19).
Essenzialmente, come notava il Prof. Romano Amerio nel suo monumentale studio, Iota Unum, il termine «ritorno» (reditus) non si trova per niente in tutto il testo del decreto del Concilio sull’ecumenismo. L’idea del ritorno dei cristiani separati alla «sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti» (20), è stata rimpiazzata dal concetto della conversione di tutti i cristiani a Gesù Cristo: «Ci rallegriamo tuttavia vedendo i fratelli separati tendere a Cristo come a fonte e centro della comunione ecclesiale. Presi dal desiderio dell'unione con Cristo, essi sono spinti a cercare sempre di più l'unità ed anche a rendere dovunque testimonianza della loro fede presso le genti» (21). Per i cattolici, dunque, la conversione deve operarsi nel senso della riforma in corso nella Chiesa (22).

Se l’impegno per l’unità di tutti i cristiani viene collocato in questo quadro, non si finirà col compromettere, se non col cancellare completamente, lo spirito apostolico e missionario a tutti i livelli nella vita della Chiesa?
Negando ogni sforzo volto a ricondurre gli eretici e gli scismatici alla Chiesa cattolica, non si rischia che ogni allusione, sia pure la più velata, sul ritorno dei non cattolici all’ovile di Roma venga percepito in ambito pubblico come un segno di intolleranza o un «discorso odioso»?

Il problema non è relativo solo all’ecumenismo in senso stretto, ma anche, e forse soprattutto, al dialogo interreligioso contemporaneo promosso dalla Dichiarazione Nostra Aetate del concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.
Come ha affermato il Prof. Romano Amerio, da lungo tempo il dialogo ha perduto la sua dimensione strettamente religiosa e si è trasformato in un impegno puramente naturalista mirante alla costruzione «di un mondo più degno dell’uomo»: «Il nuovo ecumenismo tende dunque a spostarsi dalla sfera religiosa, il cui fondamento è il soprannaturale, alla sfera civile, assimilando sempre più l’ecumene religiosa all’etnarchia umanitaria propugnata dall’ONU» (23).
A questo punto sorge una domanda: sapere se questo programma illustra la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. La virtù teologale della speranza non si trasforma in una speranza puramente naturale per la costruzione di una «civiltà dell’amore» terreno?
Questo nuovo approccio per le relazioni fra la Chiesa e i cristiani non cattolici e i non cristiani, non equivale ad una violazione del comando di amare il prossimo, che deve esprimersi con degli sforzi per ottenere la sua salvezza eterna («Ammonire i peccatori»), e al tempo stesso una tale nuova concezione non mira a stabilire un nuovo ordine alquanto curioso, che tenderebbe «a costruire un mondo migliore con i membri di altre religioni»?

In terza istanza, ci prendiamo la libertà di chiedere a Vostra Santità di riconsiderare la dottrina del Concilio sulla collegialità, descritta al paragrafo 22 della Costituzione Lumen gentium e all’articolo 4 del Decreto Christus Dominus, relativo alla Missione Pastorale dei vescovi nella Chiesa.

Per un verso, la dottrina espressa sembra lasciare intatto l’insegnamento infallibile della Chiesa sul primato di Roma: «Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente» (24).
Per altro verso, tuttavia, Lumen Gentium introduce il Collegio dei vescovi come un nuovo organo giuridico che detiene la più grande autorità nella Chiesa in comunione col Papa: «D'altra parte, l'ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch'esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa» (25).
Malgrado i chiarimenti apportati dalla Nota esplicativa previa che indica che il Collegio – che non sempre è in pieno esercizio – «non agisce con atto strettamente collegiale se non ad intervalli e col consenso del capo», resta il problema allorché si vuole conciliare la dichiarazione del Concilio sulla collegialità con l’affermazione secondo la quale non v’è che un solo detentore del potere supremo nella Chiesa; affermazione espressa esplicitamente nella Costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Vaticano I.
Si pone dunque il problema di sapere se una definizione dogmatica solenne possa, il linea di principio, richiedere un «chiarimento» supplementare o un «supplemento di informazione».

Spingendosi più avanti sull’argomento, si dovrebbe ugualmente considerare se il principio generale della collegialità, così com’è attuato nelle attività delle Conferenze Episcopali, non arrechi danno – o scalzi – il potere diretto dei vescovi nelle Chiese particolari. Elemento importante da considerare è che Il Decreto del Concilio Vaticano II Christus Dominus sembra esprimere dei dubbi sulla possibilità stessa dell’esercizio effettivo del potere episcopale ordinario: «In specie ai nostri tempi, i vescovi spesso sono difficilmente in grado di svolgere in modo adeguato e con frutto il loro ministero, se non realizzano una cooperazione sempre più stretta e concorde con gli altri vescovi» (26).

Santissimo Padre, i problemi sopra richiamati inducono ad una riflessione più generale su una certa specifica qualità del Magistero nei tempi del Concilio e del post-concilio. Secondo le espressioni frequentemente impiegate da Vostra Santità, la corretta interpretazione e l’applicazione dell’ultimo Concilio sono possibili solo alla luce di una corretta ermeneutica della riforma (27). E recentemente vi sono state molte discussioni sulla corretta interpretazione del Concilio Vaticano II e sulla eliminazione degli errori di interpretazione.

Il fatto che dopo 50 anni della convocazione del Vaticano II gli insegnamenti del Concilio continuino ad essere oggetto di controversie, che necessitino di un chiarimento costante, fatto di aggiunte e di rettifiche, non significa che a causa del Concilio il Magistero contemporaneo è costantemente preoccupato per se stesso, invece di preoccuparsi di esplorare il deposito della fede?
Dimostra, questo stato di cose, che il Concilio ha veramente trasmesso «integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica» (28) come auspicava il beato Papa Giovanni XXIII?
Tenuto conto dei dubbi sopra espressi, si può legittimamente affermare che «Non soltanto il Vaticano II va interpretato alla luce di precedenti documenti magisteriali, ma anche alcuni di questi vengono meglio capiti alla luce del Vaticano II» (29)?

Noi crediamo che le domande che in questa lettera sottoponiamo al giudizio di Vostra Santità siano ben riassunte nelle parole del Vostro predecessore Pio XII: «Se poi la Chiesa esercita questo suo officio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l'esercizio sia ordinario che straordinario di questo medesimo officio, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure; anzi è necessario che tutti seguano l'ordine inverso» (30).

Beneamato Padre, ci rivolgiamo a Lei con l’umile richiesta di voler esaminare le questioni sopra esposte, che già sono state portate all’attenzione di Vostra Santità diverse volte. Siamo profondamente convinti che questa riflessione attuata nel corso dell’Anno della Fede, susciterà, secondo le parole stesse di Vostra Santità, «in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza» (31).

Con le nostre preghiere più sincere per Vostra Santità, teniamo ad esprimerLe la nostra profonda devozione filiale.


NOTE
1 – Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota con indicazioni pastorali per l’Anno della fede.
2 – Paolo VI, Enciclica Ecclesiam suam, 10.
3 - Cfr. Cardinale Karol Wojtyla, Instructions Générales, [in] Sobor Watykanski II. Konstitytucje, Dekrety, Deklaracje [Concile Vatican II. Constitutions, Décrets, Déclarations], Pallotinum 1967, pp. 12-14.
4 – Cfr. Mons. Fernando Ocáriz, Sull’adesione al concilio Vaticano II, L’Osservatore Romano, 2 dicembre 2011
5 - Paolo VI, Enciclica Ecclesiam suam, 19.
6 - Supplica al Santo Padre Benedetto XVI, Sommo Pontefice, felicemente regnante, affinché voglia promuovere un approfondito esame del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II.
7 – Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2105.
8 – Leone XIII, Enciclica Immortale Dei.
9 - Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos; Pio IX, Enciclica Quanta cura.
10Dignitatis humanae, 2, 9.
11Catechismo della Chiesa Cattolica, 2109.
12Ibid, 2110.
13 – Pio XII, Ci riesce, Discorso ai giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953.
14 – Pio XI, Enciclica Quas primas.
15 – Condannato dal Papa Pie XII nella sua Enciclica Humani generis.
16 - Cfr. Simbolo di Sant’Atanasio: «Chiunque voglia salvarsi, deve anzitutto possedere la fede cattolica: colui che non la conserva integra ed inviolata 
perirà senza dubbio in eterno».
17 - Leone XIII, Enciclica Satis cognitum.
18 – Rispettivamente: «Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salvezza, e conseguire l’eterna salvezza» e «Almeno si deve bene sperare della eterna salvezza di tutti coloro che non sono nella vera Chiesa di Cristo».
19 - Pio XI, Enciclica Mortalium animos.
20Ibid.
21Unitatis redintegratio, 20.
22Ibid, 6
23 - Romano Amerio, Iota Unum, Kansas City, 1996, p. 568. (In italiano: Cap. XXXV, L’ecumenismo, n° 255).
24 - Lumen Gentium, 22.
25 Ibid.
26Christus Dominus, 37
27 - Cfr. Benedetto XVI, Lettera Apostolica Porta Fidei, 5.
28 – Giovanni XXIII, Discorso di apertura del concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962.
29 – Mons. Fernando Ocáriz, op. cit.
30 - Pio XII, Enciclica Humani generis, 21.
31 – Benedetto XVI, Lettera Apostolica Porta Fidei, 9.


Firmatari:
  1. - Maciej Andrzejczak, tłumacz, przedsiębiorca;
  2. - dr hab. Jacek Bartyzel, prof. UMK nauczyciel akademicki, Rada Centrum Kultury i Tradycji;
  3. - Grzegorz Braun, reżyser;
  4. - dr Zbigniew Czapla, nauczyciel akademicki;
  5. - Marcin Dybowski, wydawca;
  6. - dr Mariola Fortuna, teolog;
  7. - Artur Górski, poseł na Sejm RP V, VI i VII kadencji;
  8. - prof. dr hab. Grzegorz Grzybowski, pracownik Polskiej Akademii Nauk;
  9. - prof. dr hab. Tomasz Grzybowski nauczyciel akademicki;
  10. - Piotr Kamiński, nauczyciel akademicki;
  11. - Sławomir Hazak, Szamotulskie Środowisko Tradycji;
  12. - dr Krzysztof Kawęcki, nauczyciel akademicki;
  13. - dr Marcin Masny, publicysta, tłumacz;
  14. - dr Adam Matyszewski, teolog, członek Komisji ds. Muzyki Kościelnej Diecezji Płockiej;
  15. - Piotr Mazur, Rada Centrum Kultury i Tradycji, członek Zarządu Towarzystw - Gimnastycznych Sokół w Polsce;
  16. - Stanisław Michalkiewicz, publicysta;
  17. - Artur Paczyna, prezes Rady Głównej Śląskiego Środowiska Wiernych Tradycji;
  18. - Stanisław Pięta, poseł na Sejm VI i VII kadencji;
  19. - dr Justyn Piskorski, prawnik, UAM;
  20. - Paweł Pomianek, teolog;
  21. - Arkadiusz Robaczewski, prezes Centrum Kultury i Tradycji;
  22. - dr Piotr Szczudłowski, pedagog;
  23. - dr Teresa Świrydowicz;
  24. - dr hab. Kazimierz Świrydowicz, profesor UAM;
  25. - Joanna M. Tryjanowska, prawnik;
  26. - prof. Dr hab. Piotr Tryjanowski, nauczyciel akademicki;
  27. - dr hab. Piotr Tylus nauczyciel akademicki;
  28. - Maciej Walaszczyk, dziennikarz;
  29. - Piotr Walerych, poseł na Sejm RP I kadencji, członek Rady Programowej Telewizji Polskiej w latach 1995-2002;
  30. - Robert Winnicki, Prezes Rady Naczelnej Związku Młodzieży Wszechpolskiej;
  31. - dr Marcin Woźniak, nauczyciel akademicki;
  32. - Krzysztof Wyszkowski, założyciel Wolnych Związków Zawodowych Wybrzeża;
  33. - Dariusz Zalewski, publicysta, popularyzator tomistycznej etyki wychowawczej;
  34. - Zbigniew Zarywski, przedsiębiorca, kolekcjoner;
  35. - Artur Zawisza, poseł na sejm V i VI kadencji, przedsiębiorca;
  36. - Michał Zieliński, ekonomista, Korporacja Akademicka Legia.

sabato 19 maggio 2012

trapani come toowoomba


SOLLEVAMENTO DEL VESCOVO DI TRAPANI (ITALIA) E NOMINA DELL’AMMINISTRATORE APOSTOLICO AD NUTUM SANCTAE SEDIS DELLA MEDESIMA DIOCESI

la Cattedtrale di Trapani

Il Santo Padre Benedetto XVI ha sollevato dalla cura pastorale della diocesi di Trapani (Italia) S.E. Mons. Francesco Miccichè ed ha nominato Amministratore Apostolico ad nutum Sanctae Sedis della medesima diocesi S.E. Mons. Alessandro Plotti, Arcivescovo emerito di Pisa.
S.E. Mons. Alessandro Plotti
S.E. Mons. Alessandro Plotti è nato a Bologna l’8 agosto 1932.
Ha ricevuto l’ordinazione sacerdote il 25 luglio 1959, dopo aver conseguito la Laurea in Teologia Dogmatica presso l’Università Gregoriana e in Teologia Pastorale all’Università Lateranense.
Nell’ottobre 1960 è stato nominato Vice Parroco della parrocchia romana dei Ss. Urbano e Lorenzo a Prima Porta e ha svolto tale incarico fino al novembre del 1961, quando è stato chiamato come Assistente Ecclesiastico degli studenti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Università Cattolica del Sacro Cuore in Roma.
Nel 1972 è stato nominato Vicario Economo della parrocchia di Santa Lucia, di cui è diventato Parroco il 15 novembre 1973, assumendo inoltre l’incarico di Prefetto della XXXII prefettura nel settore ovest del Vicariato di Roma.
Il 23 dicembre 1980 è stato eletto alla Chiesa titolare di Vannida con l’ufficio di Vescovo Ausiliare di Roma. Ha ricevuto la consacrazione episcopale il 6 gennaio 1981.
Il 7 giugno 1986 è stato promosso alla guida dell’arcidiocesi di Pisa e vi ha rinunciato il 2 febbraio 2008.


la cattedrale di Toowoomba

venerdì 18 maggio 2012

La presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia, perché questa volta non è la persecuzione esteriore a impugnarla, ma la perversione dall’interno. Più grave. Ma le porte dell’inferno non prevarranno (Card. Giuseppe Siri)

La presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia

La dittatura dell’opinione in cui viviamo si ripercuote anche nella vita ecclesiastica. Un’editoria pronta soltanto a sollecitare il fantastico, l’inaudito, l’irreale, a criticare il passato perché passato e a prevedere un futuro di sole luci, di totali vittorie dell’umanità, obbedendo in ciò alla legge della imposizione del prodotto, della ricerca del consumatore, cioè a motivi di lucro, è oggi una delle piaghe anche nella Chiesa. Oggi, ogni teologo che passi per iconoclasta, liberatore, innovatore, è subito captato da un’editoria compiacente, che diffonde per tutti i canali dei mezzi di massa questo dissenso confortevole, questa iconoclastia per amor del comodo e del successo. Il divismo di teologi, di scrittori, di figure della protesta: ecco un dolore, una sofferenza per la Chiesa di oggi: coloro che denigrano il passato della Chiesa per affermare che è proprio dal rinnegamento di esso che la Chiesa riemergerà più autentica. […] La presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia, perché questa volta non è la persecuzione esteriore a impugnarla, ma la perversione dall’interno. Più grave. Ma le porte dell’inferno non prevarranno.

[Pensiero del Cardinale Giuseppe Siri tratto dalla rivista "Renovatio", VI, 1970]
 
Tratto da: http://cordialiter.blogspot.it/2012/05/la-presente-situazione-della-chiesa-e.html

martedì 15 maggio 2012

i paladini della Vita






MARCIA NAZIONALE PER LA VITA - ROMA, DOMENICA 13 MAGGIO 2012
Galleria fotografica
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ore 9,45: partenza
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Giorgio Celsi, presidente dell'Associazione "Ora et labora in difesa della Vita"
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a destra, on. Olimpia Tarzia, presidente dell'Associazione PER - Politica Etica Responsabilità
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I Francescani dell'Immacolata. Il primo a sinistra è P. Serafino M. Lanzetta, teologo, che tante volte ci è stato Maestro sulle pagine di Riscossa Cristiana
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sul palco, con la maglietta gialla, il prof. Francesco Agnoli, da tanti anni attivo a difesa della vita, conclude la manifestazione
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in maglietta verde, il prof. Giovanni Zenone, direttore della Editrice Fede & Cultura, con la gentile Signora e i loro figli. A destra, Paolo Deotto, direttore di Riscossa cristiana
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da diverse Nazioni, uniti nella difesa della Vita
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un doveroso ringraziamento anche alle Forze dell'Ordine, che hanno condiviso con noi questa splendida giornata
Mancano tante immagini, ma il ricordo della giornata è nel cuore di tutti. In particolare, ci rammarichiamo perchè in questa Galleria manca una foto della carissima VIRGINIA CODA NUNZIANTE, organizzatrice instancabile, alla quale dobbiamo tutti profonda gratitudine per lo splendido lavoro, compiuto con vera abnegazione e sempre donando il sorriso.
Grazie, Virginia, e grazie a tutti gli altri organizzatori. Ci avete fatto un dono stupendo.


Anche Una Fides si associa al ringraziamento a colei che è stata l'anima di queste splendide giornate per la Vita, Virginia Coda Nunziante e a tutti i suoi collaboratori

lunedì 14 maggio 2012

Austria semper infelix

Austria - Nuovi abusi nella Liturgia

Parrochia di Weiz - Predica di padre Hannes Biber. Cliccare sull'immagine per il video:

Biber
 Parrocchia di Hartberg:

Hartberg Pfarrei

tratto da: FSSPX Germania - (Weiz) - (Hartberg)


Verrebbero in molte molte cose da dire e alcuni epiteti da aggiungere, ma taciamo e preghiamo per la conversione di certi pastori

domenica 13 maggio 2012

la Marcia per la vita del cattolici stanchi "della politica di tergiversazione del Movimento per la Vita" e desiderosi "di condurre una battaglia contro l’aborto a viso aperto, come accade in tutti i Paesi di Occidente"

Marcia per la Vita: le ragioni di uno straordinario successo

di Roberto de Mattei


 Sono passati quasi trentacinque anni da quando l’aborto fu legalizzato in Italia, con la legge 194 del 22 maggio 1978. Quella legge ha un peccato d’origine: essa fu firmata dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal presidente della Repubblica Giovanni Leone, entrambi democristiani, che per salvare il governo si arresero ad una esigua ed improvvisata maggioranza parlamentare di orientamento laicista.
Il peccato di origine della “ragion politica” ha pesato sul trentennio successivo, in cui la classe politica cattolica, ma anche alcuni ambienti della Conferenza Episcopale Italiana, hanno considerato la 194 come una legge da “migliorare”, piuttosto che da abrogare, senza comprendere che sarebbe stato impossibile raggiungere il risultato minimale di una restrizione della legge, senza proporsi l’obiettivo massimale della sua cancellazione. Mentre in tutto il mondo, e soprattutto negli Stati Uniti, nascevano movimenti pro-life all’insegna di una lotta all’aborto senza compromessi, in Italia il Movimento per la Vita di Carlo Casini ha condotto, per oltre un trentennio, una strategia di negoziazione sui princìpi che non ha ottenuto, fino ad oggi, nessun risultato.
Giovanni Paolo II fu eletto pochi mesi dopo l’approvazione della 194 e si stupì della mancanza di combattività del movimento pro-life italiano. La promulgazione della Evangelium Vitae il 25 marzo 1995 fu una frustata, diretta in primis ai cattolici minimalisti. In quel documento, il Papa ammoniva a non usare mai termini equivoci come “interruzione della gravidanza”: “l’aborto procurato – ribadiva – è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita” (n. 58); la sua approvazione legislativa costituisce un “crimine” commesso in nome del “relativismo etico” (n. 70).
Quando, per un “tragico oscuramento della coscienza collettiva“, il relativismo giunge a porre in dubbio i principi fondamentali della legge morale, lo stesso ordinamento democratico è “scosso nelle sue fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrastanti interessi”. Ripetendo le parole di Giovanni Paolo II, i cattolici devono la 194 come una legge ”iniqua” priva “di validità giuridica” perché “quando una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia, cessa per ciò stesso, di essere una vera legge civile, moralmente obbligante” (n. 72).
Sono questi princìpi, ribaditi da Benedetto XVI, ad aver guidato la Marcia per la Vita che si è svolta con straordinario successo il 13 maggio a Roma. L’iniziativa è nata spontaneamente, dalla base cattolica, stanca della politica di tergiversazione del Movimento per la Vita e desiderosa di condurre una battaglia contro l’aborto a viso aperto, come accade in tutti i Paesi di Occidente. Un cardinale statunitense il Prefetto della Segnatura Apostolica Raymond Leo Burke ha testimoniato con la sua presenza la vicinanza della Chiesa ai pro-life italiani.
Molti vescovi italiani, anche tra i più autorevoli, hanno inviato messaggi di adesione e di incoraggiamento, altri hanno assunto un atteggiamento di prudente attesa, per verificare l’esito della iniziativa. Il successo, per molti inaspetttato, è particolarmente significativo per il fatto che la Marcia per la Vita, a cui hanno aderito centocinquanta associazioni di diversa importanza, è completamente libera, anche sul piano economico, da condizionamenti politici o ecclesiali.
Non sono stati ammessi simboli e slogan di partito, proprio al fine di evitare le facili strumentalizzazioni degli avversari ideologici privi di argomenti per affrontare la discussione. In fondo si tratta proprio di questo: di mostrare che il dibattito sull’aborto è ancora aperto e che in Italia esiste un popolo della vita pronto a scendere in piazza per proclamare le proprie convinzioni, Il 13 maggio ha segnato una svolta nella storia del movimento pro-life italiano. Ora l’appuntamento è a maggio dell’anno prossimo. Ci attende un anno di mobilitazione in difesa della vita.


sabato 12 maggio 2012

Mai nell’antichità cristiana, sarebbe potuta venire l’idea di mettersi versus populum per presiedere un pasto



«L’idea che la celebrazione versus populum sia stata la celebrazione originaria, e soprattutto quella dell’Ultima Cena, non ha altro fondamento se non un’errata concezione di ciò che poteva essere un pasto, cristiano o meno, nell’antichità. In nessun pasto dell’inizio dell’era cristiana il presidente di un’assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, e distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma o a ferro di cavallo. Mai, dunque, nell’antichità cristiana, sarebbe potuta venire l’idea di mettersi versus populum per presiedere un pasto. Anzi, il carattere comunitario del pasto era messo in risalto proprio dalla disposizione contraria, cioè dal fatto che tutti i partecipanti si trovassero dallo stesso lato della tavola».
Louis Bouyer, Architettura e liturgia, p.38

tratto da Fides et forma di Francesco Colafemmina

giovedì 10 maggio 2012

Il Vaticano II. Alle radici d’un equivoco: la Siccardi presenta l'ultima fatica di Mons. Gherardini



«Il Vaticano II insegna veramente e soltanto ciò che fu rivelato e trasmesso?» E «il senso oggettivo delle parole usate dal Vaticano II corrisponde a quello del precedente Magistero ed in ultima analisi a quello della divina Rivelazione?» Due domande, “a bruciapelo”, che vengono rivolte da Monsignor Brunero Gherardini a tutti coloro che avranno la fortuna di leggere il suo ultimo libro, che brilla per chiarezza linguistica e teologica, dal titolo Il Vaticano II alle radici d’un equivoco (Lindau, pp. 410, € 26.00).

Sono trascorsi cinquant’anni (1962-2012) dall’apertura di un Concilio che sempre più diventa protagonista di un vero e proprio processo. Finalmente il tribunale si è aperto, grazie, in particolare, allo stesso teologo Gherardini (con il suo ormai celebre Concilio Vaticano II un discorso da fare) e allo storico Roberto de Mattei (con il suo Concilio Vaticano II, una storia mai scritta) per far entrare l’imputato, il Concilio Vaticano II.

Pur essendo i contenuti di questo scrupoloso volume assai profondi e complessi, il suo autore, com’è nel suo “gherardiniano” stile, rende la disamina fresca, vivace e vincente. Quest’opera nasce da un’ispirazione polemica, ovvero per rispondere alla malafede di alcuni studiosi e giornalisti nei confronti degli approfondimenti che il teologo da alcuni anni realizza con rigore. Alcune pennellate qua e là ironiche ricordano l’humor graffiante utilizzato dal beato John Henri Newman nel suo capolavoro Apologia pro vita sua, dove, anch’egli, come Gherardini, rispondeva a coloro che lo accusavano, con il coraggio proprio di chi sa, come direbbe san Tommaso d’Aquino, di essere posseduto dalla verità.

Gherardini non si è accodato alla vulgata, ovvero a tutti coloro che continuano ad osannare il Vaticano II in senso aprioristico e senza accettare un’analisi nel merito, ma è andato a fondo del problema, osservando da vicino il radicale cambiamento di rotta della Chiesa postconciliare ed individuando la causa di quel cambiamento negli atti dell’Assise. Ed ecco il grande “equivoco”, «dai più quasi mai preso in esame», matrice dei tanti equivoci e dei tanti errori che sono emersi a cascata: l’antropocentrismo. «L’uomo moderno, verso il quale si protende l’antropocentrismo conciliare, ne assorbe le idee che sovvertono i rapporti naturali e rivelati fra la creatura e il Creatore, diventa di codest’idee il portabandiera e l’araldo, e dalle medesime vien per così dir inchiodato in uno stato d’inconciliabilità con le verità della dottrina e della Tradizione». Ed ecco le derive della Nouvelle Théologie e della Teologia della liberazione.

L’equivoco antropocentrico trova per Gherardini le sue radici nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), nella dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) e nel decreto sul dialogo ecumenico (Unitatis redintegratio). L’antropocentrismo ha contaminato tutta la cultura moderna e il pensiero maggioritario conciliare, e nulla «nel modernismo e nella sua assatanata reviviscenza neomodernista è risparmiato del tesoro di verità ricevute e trasmesse», ovvero la Sacra Scrittura, i dogmi, la Liturgia, la morale. Oggi quel tarlo modernista che erodeva dal di dentro è emerso con spavalderia, ma l’aula conciliare ne fu già testimone quando si trattarono tematiche nodali, che si distanziavano, nella loro elaborazione, dalla Tradizione.

Gherardini, dato il suo porsi in maniera critica di fronte al Concilio, è stato accusato di essere un “lefebvriano”, dando al termine, come sempre, un’accezione meramente negativa. Egli, a questo riguardo, afferma che pur non appartenendo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ne condivide le linee di costruttiva critica al Vaticano II.

L’autore, inoltre, punta la sua attenzione sul linguaggio conciliare e postconciliare, del tutto diverso dalla patristica e dalla Tradizione in genere; fa, inoltre, nome e cognome dei protagonisti delle moderne filosofie e teologie e non li interpreta, ma ne fa la radiografia delle idee; idee che hanno avvelenato lo spirito dell’Assise e «se la sacra gerarchia non blocca questa deriva antropocentrica, il domani della Chiesa non sarà più quello della Chiesa una santa cattolica apostolica nella sua gloriosa ed universalistica configurazione romana».
Cristina Siccardi

mercoledì 9 maggio 2012

delizie della liturgia volgare: confusione nella formula consacratoria

Sulle traduzioni della messa. Quei due futuri girati al passato


Il servizio di www.chiesa sulla traduzione del “pro multis” nella parole della consacrazione eucaristica, con riprodotta la lettera scritta da Benedetto XVI ai vescovi tedeschi, ha suscitato forte attenzione e numerosi commenti.
Ecco qui di seguito una nota inviata da monsignor Juan Andrés Caniato, incaricato per la pastorale delle comunicazioni sociali nell’arcidiocesi di Bologna.
messale

“IL TRADUTTORE ITALIANO HA SCIAGURATAMENTE PENSATO…”

I problemi di traduzione non sono poca cosa e stanno emergendo ogni giorno di più nella loro drammatica problematicità.
Per rimanere nel rito della messa, basterebbe pensare al “Padre nostro”: è un testo biblico o liturgico? Se è testo liturgico, va tradotto dal latino liturgico e non dal greco, con criteri liturgici e non biblici. “Et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo”.
(Nel novembre del 2011 i vescovi italiani votarono per cambiare il “non ci indurre in tentazione” in “non abbandonarci alla tentazione”, con 111 voti contro 68 dati a “non abbandonarci nella tentazione” – ndr).
Oppure al “Gloria”: cosa significa “bonae voluntatis”? Così come è tradotto adesso parrebbe la “buona volontà” degli uomini, quando invece si tratta della buona disposizione di Dio verso gli uomini, con tutto quello che consegue.
(Ancora nel novembre del 2011 i vescovi italiani votarono per cambiare il “pace in terra agli uomini di buona volontà” con “pace in terra agli uomini che egli ama”, con 151 voti contro 36 andati alla versione in uso – ndr).
Ma tornando alle parole della consacrazione nella grande preghiera eucaristica non si percepisce la gravità teologica della traduzione italiana, che ha reso con due participi passati ciò che nel testo latino è addirittura al futuro:
– corpo “offerto in sacrificio” al posto di “tradetur”, “che sarà consegnato”;
– e sangue “versato” al posto di ” effundetur”, “che sarà versato”.
Ne va della comprensione stessa della messa e del suo rapporto con l’ultima cena e con la passione, morte e risurrezione di Cristo.
Il traduttore italiano ha sciaguratamente pensato che il fedele italiano, se avesse ascoltato quei due verbi al futuro avrebbe potuto immaginare che il Signore non avesse ancora donato la sua vita per noi…
In realtà è proprio quel futuro che ci aiuta a comprendere il rapporto tra eucaristia e Pasqua: gli apostoli, nell’ultima cena parteciparono realmente alla Pasqua di Gesù, prima che avvenisse storicamente, esattamente come noi oggi vi partecipiamo dopo che è avvenuta.
L’eucaristia non è memoriale dell’ultima cena, con enfatizzazione del “banchetto”, ma della passione, morte e risurrezione del Signore, attraverso il rito compiuto da Gesù nell’ultima cena. L’eucaristia spezza la barriera del tempo cronologico, e ci rende partecipi “qui e ora” del mistero pasquale.
Se un fedele italiano avesse avuto dei dubbi su quel futuro, sarebbe stata una occasione preziosissima di catechesi semplice e persuasiva sul significato del sacramento.


tratto da: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/05/08/sulle-traduzioni-della-messa-quei-due-futuri-girati-al-passato/

domenica 6 maggio 2012

in Marcia per la Vita



Marcia per la Vita




DOMENICA 13 MAGGIO TUTTI A ROMA,
PER LA MARCIA NAZIONALE PER LA VITA

di Federico Catani


Continua a crescere giorno dopo giorno il numero delle adesioni alla seconda Marcia Nazionale della Vita del 13 maggio prossimo a Roma. Tra le ultime novità, in campo ecclesiale va segnalato il messaggio di approvazione e incoraggiamento per l’iniziativa dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola. Degne di nota sono anche le adesioni di gruppi come l’Unitalsi, l’Associazione Medici Cattolici Italiani e l’Unione Cattolica Farmacisti Italiani. L’Unitalsi porterà a Roma i propri malati, testimoniando così, contro ogni tentativo di introdurre nel nostro sistema giuridico l’eutanasia, che la vita va difesa sempre, anche nei momenti più difficili, quando il dolore prostra fisicamente la persona.
Molti medici e farmacisti cattolici, invece, sfileranno dal Colosseo a Castel Sant’Angelo in camice bianco, mettendo in risalto che la medicina è fatta per guarire e non per uccidere. Di fronte alla diffusione di pillole abortive di ogni genere, la presenza del mondo della sanità contribuirà a ribadire che la vita è un bene indisponibile e che ogni medico, osservando il sempre valido giuramento di Ippocrate, ha il dovere di salvare la vita umana e non di procurare la morte, né tantomeno di somministrare sostanze chimiche che possano provocare l’aborto.
Sul versante istituzionale, il Comitato organizzatore della Marcia per la Vita ha ottenuto per l’evento il patrocinio di Roma Capitale. Lo stesso sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha assicurato la sua partecipazione. Significativa è stata inoltre l’adesione dei deputati e senatori aderenti all’“Associazione Intergruppo parlamentare per il valore della vita”, promossa dal senatore Stefano De Lillo.
La Marcia si preannuncia quindi una manifestazione della massima importanza, che probabilmente sarà decisiva per il mondo pro-life italiano e segnerà il punto di non ritorno dopo decenni fatti di compromessi e di timori. Anche l’Italia avrà la sua grande mobilitazione di piazza contro la legislazione abortista, segno di un popolo che non si arrende e non si rassegna all’iniqua legge 194 e che vuole testimoniare di fronte a Dio e alla storia che quella norma non lo rappresenta, essendo frutto di una distorta concezione della democrazia.
Di una democrazia che, avendo perso ogni riferimento a qualsiasi valore e alla legge naturale, è diventata «un totalitarismo aperto o subdolo», come ebbe a dire il beato papa Giovanni Paolo II. Proprio per opporsi a quella che l’allora cardinale Ratzinger definì «dittatura del relativismo» e per riaffermare la centralità di quei valori che papa Benedetto XVI chiama «non negoziabili» ‒ tra i quali la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale ‒ la Marcia del 13 maggio, pur essendo di iniziativa laica, trarrà forza dalla preghiera.
Tra le celebrazioni religiose legate all’evento, va segnalata l’adorazione eucaristica in riparazione del crimine dell’aborto, che si svolgerà dalle 21 alle 22,30 del 12 maggio presso la Basilica di Santa Maria Maggiore e verrà presieduta dal cardinale Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
Domenica 13 maggio, invece, al termine della Marcia, nella Basilica di San Pietro il cardinale Angelo Comastri, Vicario del Papa per la Città del Vaticano, celebrerà una Santa Messa per i partecipanti che desidereranno prendervi parte. Inoltre, nello stesso giorno, padre Alessandro Apollonio, dei Francescani dell’Immacolata, celebrerà una Messa in rito antico nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, alle ore 7,45, mentre padre Serafino Lanzetta, del medesimo ordine religioso, celebrerà, sempre more antiquo, nella chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo, verso le ore 12,30.