sabato 26 aprile 2014

ci si domanda se sia possibile che la Chiesa divorzi dalla sua Dottrina


Divorzio, Comunione e conseguenze. . .

Il pronunciamento - o “alzamiento” – emesso dalla diocesi di Friburgo lo scorso ottobre sotto la spinta dell’ex amministratore apostolico, Mons. Robert Zollitsch già vescovo della stessa, e fatto proprio dalla Conferenza Episcopale Tedesca, invita a “rendere visibile [!?] l’ atteggiamento umano e rispettoso [?] di Gesù nel contatto con le persone divorziate e con chi ha deciso di risposarsi col rito civile”.
Si tratta, in pratica, della prima mossa in vista del Sinodo dell’ ottobre 2014 – per il quale papa Bergoglio ha fatto diffondere un questionario ad hoc – durante il quale sarà posto in discussione un argomento che non andrebbe nemmeno pensato come oggetto di esame. Ma tant’è!
La deliberazione dell’episcopato germanico verrà considerata quale contributo al futuro dibattito (formula politichese per dire che di fatto è già approvata).
Figuriamoci! Più che contributo questo sembra essere un tema all’ordine del giorno da considerare quale piattaforma da cui espandere il discorso. E ciò è tanto vero che Mons. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del futuro Sinodo, afferma che “quello dei sacramenti ai divorziati risposati è un tema da affrontare con un approccio nuovo”. E ti pareva che mancasse la parola totem “approccio” e, soprattutto, “nuovo” perché la cultura del mondo lo esige e la Chiesa, arretrata ma che s’è dichiarata aperta al mondo, deve obbedire per scoprire le novità!
Insomma, nell’attesa del Sinodo, la Conferenza Episcopale Tedesca, fattasi scudo di quell’improvvida e suicida liberalità papale con cui si concede alle Conferenze Episcopali “qualche autentica autorità dottrinale” (Evangelii gaudium – cap. I, n. 30), permetterà ai divorziati / risposati, in via sperimentale, l’accesso ai sacramenti. Per ora in via “sperimentale”, poi si vedrà. Con la sicurezza che conferisce quel detto antico, di dantiana memoria: “Capo ha cosa fatta” (Inf. XXVIII, 107), perché naturalmente si dirà e si predicherà quanto benefico e proficuo sia stato il provvedimento che ha permesso il ritorno di tante persone alla fede. Ipocrisia allo stato puro, che fa della causa un tutt’uno con l’effetto, diventato, questo, a sua volta conferma della sperimentazione.
* * *
Dobbiamo tirar giù delle riflessioni ché siffatta deliberazione apre le porte a scenari inquietanti di disonesta esegesi, di apostasia e di tradimento. Riflessioni che non vogliono essere sicura previsione ma che, tuttavia, sono le logiche prevedibili conseguenze.
L’accesso all’ Eucaristia dei divorziati produrrà questi effetti:
1 – il divorzio, in quanto tale, diverrà una pratica permessa e lecita e renderà ovvii un secondo, un terzo, un quarto matrimonio;
2 – la Sacra Rota cesserà d’ esistere poiché, mancando materia del contendere, risulteranno inutili la sua funzione e il suo intervento, con buona pace del Diritto Canonico;
3 – con l’accesso alla Comunione sarà aperto anche quello alla Confessione dove, paradossalmente, non ci sarà più necessità di pentirsi dell’adulterio stante la cancellazione di questo;
4 – si darà adesione al disegno massonico della famiglia “allargata” con caduta del ruolo della genitorialità, con la dismissione dell’autorità e con la compresenza di più madri e padri in attesa che un ulteriore Sinodo prenda in esame, in “via sperimentale”, per poi approvarla, la coppia omosessuale;
5 – verrà clamorosamente ammonito col cartellino rosso Dio Padre e saranno riabilitate Sodoma e Gomorra, verrà smentito e zittito Cristo, che ha decisamente condannato lo scioglimento del vincolo da Dio benedetto e definito adultero/a l’uomo o la donna che sposa un divorziato/a (Mc. 10, 11–12), e unitamente a Lui, verrà sconfessato San Paolo che, divinamente ispirato, ha tuonato contro la sodomia, l’adulterio, il vizio (I Cor. 6, 7/11).
Ma che cosa al proposito si dice nei sacri Palazzi?
Non possiamo mica parlare sempre di divorzio e di aborto” afferma infastidito papa Bergoglio che, parimenti, si dichiara non autorizzato a giudicare un omosessuale che “cerca Dio” (un simile soggetto non Lo troverà mai in chi, continua a darsi al vizio, caro Santo Padre!). D’altra parte, sempre sua Santità deplora che la pratica spirituale debba o possa interferire nella vita quotidiana. Eh già, mai più rigore! perché, con l’aria teutonica che tira, e che presto investirà le zone mediterranee e Roma, con il peccatore già assolto a priori dalla dottrina giovanvigesimoterza, anche il peccato sarà derubricato a normale momento esperienziale.
L. P.

venerdì 25 aprile 2014

http://oraprosiria.blogspot.it/

  
Guerra in Siria: “un crimine organizzato" 
 

(…) Gregorio III accusa il mondo occidentale di essere cieco sulla verità della guerra in Siria ... E' un crimine organizzato … l'indifferenza criminale con la quale il mondo occidentale, col falso pretesto della difesa della democrazia, continua ad assistere a questo spettacolo di distruzione (…)

A Maalula chiese devastate e icone profanate
15/4/2014 - Maalula - Dopo la riconquista del villaggio cristiano di Maalula – 55 chilometri a nord est di Damasco - da parte dell'esercito governativo siriano, le immagini e le descrizioni diffuse dalle fonti governative e anche dalle agenzie giornalistiche internazionali documentano la devastazione subita dai luoghi di culto cristiani durante i 4 mesi in cui la città è rimasta sotto l'occupazione delle milizie ribelli. In particolare, danni gravi sono stati subiti dal santuario greco-melchita di Mar Sarkis, dove la chiesa appare devastata, il pavimento è cosparso di oggetti religiosi, immagini e libri sacri danneggiati, sono scomparse le icone conservate nella sacrestia e non ci sono più né le campane né la croce che sormontava la cupola del convento greco-melchita. Il santuario, fondato alla fine del V secolo, è dedicato ai santi Sergio e Bacco, militari romani martirizzati per la loro fede sotto l'Imperatore Galerio. (250-311 d.C.). Sull’altura che sovrasta il santuario c'è l' Hotel Safir, un albergo che dominava il villaggio e che era stato scelto come quartier generale dalle milizie ribelli. Prima di venire travolto dalla guerra civile, nel villaggio rupestre di Maalula - che oggi appare disabitato - vivevano 5mila siriani, in grande maggioranza cristiani (greco-cattolici e greco-ortodossi). La riconquista di Sarkha, Maalula e Jibbeh è il risultato dell'offensiva con cui l'esercito siriano governativo ha ripreso il controllo quasi integrale della regione del Qalamun, dove passa anche la via strategica con cui i ribelli facevano giungere armi alle loro roccaforti nei dintorni di Damasco. In tale offensiva i reparti militari siriani vengono supportati dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Proprio tre operatori della rete televisiva di Hezbollah al-Manar TV sono stati uccisi da raffiche sparate da cecchini mentre stavano documentando la riconquista di Maalula. 
 

Siria, Pasqua a Maalula per Bashar al Assad
Auguri di Pasqua ai cristiani di Siria dalla città riconquistata. Maalula, il borgo di confessione melchita ripreso dall’esercito una settimana fa, è stata visitata domenica dal presidente Bashar al Assad. Le immagini della tv di Stato lo mostrano mentre gira per le chiese danneggiate della città situata circa 60 chilometri a nord est di Damasco, dove furono prese in ostaggio anche 12 suore, nel monastero di Santa Tecla.
Una dimostrazione dell’avanzata delle forze governative a scapito dei ribelli, compiuta nel giorno che dovrebbe precedere l’annuncio da parte del Parlamento della data delle elezioni presidenziali e l’avvio delle procedure di deposito delle candidature. Si tratta, in teoria, di una svolta. In precedenza Bashar al Assad e suo padre Hafiz sono stati eletti per referendum. Le regole per potersi candidare con la nuova normativa, però, sono così restrittive che l’unico sicuro di esserci, anche se non lo ha annunciato ancora ufficialmente, è proprio il presidente in carica.
 

Gregorio III, è "un vero crimine di guerra" la distruzione delle chiese di Maaloula
Beirut - La distruzione delle chiese di Maaloula è stata definita "un vero crimine di guerra" dal patriarca di Antiochia dei greco-melchiti cattolici Gregorio III Laham, che domenica ha potuto visitare lo storico villaggio cristiano, riconquistato dall'esercito siriano al Fronte islamico al-Nosra. "E' il mistero dell'iniquità che si vede all'opera", ha detto ancora, non trovando parole abbastanza forti per tradurre i sui sentimenti davanti allo spettacolo di desolazione che gli si è offerto. "E' la devastazione del Tempio, il mistero dell'iniquità", ha ripetuto in un colloquio telefonico da Beirut, la sera della sua visita.
Il Patriarca greco-cattolico ha visitato il villaggio insieme con il patriarca greco-ortodosso Youhanna Yazigi e con i rappresentanti del patriarcato siriaco-ortodosso, armeno-ortodosso e siriaco-cattolico, accompagnati da alcuni giornalisti e da uomini della sicurezza. E poco dopo ha anche reso visita al capo di Stato siriano, anch'egli in visita al villaggio. "Ci si è presentato uno spettacolo apocalittico. Altre chiese sono state distrutte in Siria, ma io non ho mai visto cose così. Ho pianto e ho cercato inutilmente un momento di solitudine per pregare. Sono affranto", ha detto ancora il prelato. "Le quattro chiese storiche di Maaloula sono state colpite. La nostra chiesa parrocchiale, dedicata a san Giorgio, è crivellata di colpi. La cupola del convento è lesionata in due punti. Le mura sono sventrate dalle cannonate. Alcune parti del convento rischiano di crollare e debbono essere ricostruite. Le icone sono sparse a terra, sporcate o rubate. Attualmente è del tutto inabitabile". "Nel convento dei santi Sarkis e Bakhos  lo storico altare pagano, convertito in altare cristiano, il solo di tale tipo, è rotto in due". Lo stesso spettacolo di devastazione si offre agli sguardi nelle chiese di sant'Elia e santa Tecla, del patriarcato greco-ortodosso.
A giudizio di Gregorio III, la devastazione di Maaloula è "un crimine organizzato" e "un vero crimine di guerra". La Carta di Londra (1946) definisce crimini di guerra "il saccheggio di beni pubblici o privati, distruzione senza motivo di città e villaggi, o la devastazione non giustificata da esigenze militari". "Non c'è - dice ancora il Patriarca - alcuna giustificazione militare al vandalismo che c'è stato. Si ha l'impressione che fosse un vandalismo comandato". E "perché aver fatto delle nostre chiese delle posizioni trincerate?" per tentare di darsi una spiegazione di tutte queste distruzioni. Con amarezza, Gregorio III accusa il mondo occidentale di essere cieco sulla verità della guerra in Siria. Secondo lui, non si è assolutamente di fronte a una "guerra siriana" o a una "guerra civile". Certo, c'è una parte del conflitto che oppone i musulmani tra loro, ma non è una guerra islamo-cristiana. E' "un crimine organizzato". Sul piano della sicurezza, la popolazione di Maaloula può sognare di tornare, sostiene il Patriarca, malgrado l'incertezza sulla situazione delle infrastrutture (elettricità, acqua, telefoni). Egli aggiunge che alcuni giovani stanno tornando, per ispezionare le case e studiare la possibilità di rientro.
Ma Gregorio III attira l'attenzione sulla difficoltà che si avrà a "riparare il legame sociale" tra i cristiani di Maaloula e la popolazione musulmana. Alcune famiglie del villaggio si sono schierate con i ribelli islamisti e la ricostruzione della fiducia pone effettivamente dei problemi. Molti giovani non vogliono una riconciliazione superficiale, degli "abbracci ipocriti". La Chiesa ha il dovere di impedire che tutta la popolazione musulmana dia assimilata a ciò che alcuni hanno fatto. I cristiani non devono vivere in un ghetto, dice, in sostanza, Gregorio III. A suo avviso il vero complotto è là. Mira a lacerare il tessuto sociale della società siriana, nella quale non c'è mai stata discordia tra islamici e cristiani. E insiste sulla barbarie di comportamenti che, ai suoi occhi, non si spiegano che nella volontà di distruzione della Siria "profonda". A sostegno di ciò che sostiene, egli indica l'atroce morte, davanti a testimoni, di un fornaio di Adra, una borgata vicino a Damasco. Lo sventurato è stato gettato, vivo e insieme con i suoi figli nel forno nel quale aveva appena cotto il pane per i combattenti islamisti.
Gregorio III denuncia "l'indifferenza criminale con la quale il mondo occidentale, col falso pretesto della difesa della democrazia, continua ad assistere a questo spettacolo di distruzione. Bisogna assolutamente impedire che il virus dell'odio si diffonda", conclude, dopo aver ricordato che ancora non si hanno notizie dei sei abitanti di Maaloula rapiti, come dei vescovi greco-ortodosso e siriaco-ortodosso di Aleppo, scomparsi da più di un anno.
 

giovedì 24 aprile 2014

Roma 4 maggio 2014: marcia nazionale per la Vita



DOMENICA 4 MAGGIO
Programma:

ore 08:00 – ritrovo a piazza della Repubblica/Esedra

ore 09:00 – partenza della Marcia
 
Percorso: Piazza della Repubblica – Piazza Venezia – Largo Argentina – Corso Vittorio – Castel S. Angelo
 
ore 11:30 – arrivo a Castel Sant’Angelo


domenica 20 aprile 2014

Surrexit Dominus! Vere Surrexit!



Huius ígitur sanctificátio noctis fugat scélera,
culpas lavat: et reddit innocéntiam lapsis et maestis laetítiam.

Fugat ódia, concórdiam parat et curvat impéria
 
Il  santo mistero di questa notte sconfigge il male
lava le colpe, restituisce l'
innocenza ai peccatori,
la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, prepara la concordia e piega la durezza dei potenti,
(tratto dal Preconio Pasquale)
 

 
 

venerdì 18 aprile 2014

stat Crux dum volvitur orbis

La mia Bandiera
 
Causa della morte del Divino Redentore, la Croce è per ogni cristiano simbolo glorioso di salvezza. Lungi dal dimenticarla, trascurarla o, peggio, vergognarsene, essa va tenuta in sommo onore e in bella vista…
«Santità, ho un vecchio disegno… antico quanto Roma. L’ideale dei pazzi. Un nuovo Ordine… Un nuovo Ordine religioso, senza abito o distintivo particolare, soggetto direttamente alla Santità vostra. Più libero dei gesuiti, più penitente dei certosini, più povero dei francescani. Uomini e donne che fanno i tre voti e, in più, dichiarano la loro disponibilità a ricevere il martirio, se Dio lo vuole. Il Cristo Crocifisso ne sarà il Patrono». Così dice padre Franklin, il sacerdote protagonista del grande romanzo di Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, che, scritto nel 1906, si mostra proprio oggi di straordinaria e tragica attualità.
La Chiesa, lo vediamo tutti, è a un bivio. Siamo certi della vittoria e del trionfo finali, ma sappiamo bene che, per arrivarvi, dobbiamo passare attraverso la prova. Ebbene, ora più che mai c’è assoluto bisogno di un nuovo Ordine religioso posto sotto la speciale protezione del Crocifisso, affinché la primavera ritorni e il Cuore Immacolato di Maria possa finalmente portare la pace universale promessa a Fatima. Al centro di tutto deve allora stare la Croce. Stat Crux dum volvitur orbis recita il motto dei certosini. La Croce rimane, mentre tutto cambia. La Croce, strumento di atroce supplizio e di morte infamante, è pure il mezzo del nostro riscatto, della nostra Salvezza. Gesù ha fatto della Croce il suo trono: regnavit a ligno Deus, Dio ha regnato dal legno della Croce. Perciò questo nuovo albero di vita, contrapposto a quello del paradiso terrestre, è il simbolo di noi cristiani, il nostro segno distintivo, la nostra bandiera.
Purtroppo, da cinquant’anni a questa parte, il Cattolicesimo sembra aver subito una mutazione, per cui ciò che per secoli era stato considerato sacro e centrale è divenuto improvvisamente imbarazzante e dannoso. Per capirlo basta entrare in una chiesa e assistere (anzi, partecipare) ad una Messa domenicale. Sugli altari trasformati in mense non c’è più il Crocifisso. Quando va bene, se ne può vedere uno, magari piccolo e striminzito, di fianco, quasi si provasse vergogna o paura al guardarlo. La Messa, benché nulla sia cambiato nel Magistero della Chiesa, è ormai percepita e vissuta da sacerdoti e fedeli laici come un pasto in comune, un’assemblea in cui si ricorda il Signore Risorto e non invece quel che veramente è, la ripresentazione, in maniera incruenta, dell’unico e perfetto Sacrificio di Cristo sul Calvario. Ci vuole davvero tanta fede per capire, in una Messa parrocchiale media, di trovarsi in compagnia della Madonna e di san Giovanni sul Golgota, sotto la Croce di Gesù… Ben diversa la situazione nel Rito antico, come ognuno può aver modo di constatare.
Del resto, Cristo Crocifisso è scomparso anche dalla predicazione. Oggi si preferisce parlare di Mistero pasquale e addirittura alla Via Crucis si è voluta aggiungere la XV stazione, che rappresenta la Risurrezione. A quanto pare, secondo i modernisti, l’invito di Gesù a seguirlo rinnegando se stessi e prendendo la propria croce ogni giorno dietro di Lui (cf. Lc 9,23) non dovrebbe più essere ascoltato. Di Croce e Crocifisso non si vuole proprio più sentir parlare. I termini sacrificio, espiazione, corredenzione, sofferenza vicaria (l’offrire i dolori e le penitenze per la conversione delle anime, per la Chiesa, per il Papa, per ottenere grazie, ecc.) sono praticamente dimenticati. Eppure questo è il Cattolicesimo. Regnavit a ligno Deus, Cristo è Re di tutto e di tutti perché ci ha riscattati versando il suo Preziosissimo Sangue sulla Croce. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Ed è proprio vero, perché il Crocifisso, per il solo fatto di venir combattuto e oltraggiato, continua ad essere segno di contraddizione, che ben pochi lascia indifferenti. Sebbene in molti, anche nella Chiesa, tendano a ridurlo a mero simbolo di una cultura più o meno cristiana (ricordate le patetiche argomentazioni per giustificarne la presenza nei luoghi pubblici?), il Crocifisso resterà prima di tutto sempre e solo il segno della Regalità universale di Cristo. Anche papa Francesco ha ricordato questo caposaldo della nostra fede nella sua prima Messa nella Cappella Sistina, il giorno dopo la sua elezione. Papa Bergoglio ci ha ricordato che «quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore». Sicché possiamo ben dire, insieme all’apostolo san Paolo: «Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Testimonianza, quella paolina, di come il culto della Croce fosse presente nei cristiani ben prima della “svolta costantiniana”.
L’auspicio, in questo momento in cui, lo ripetiamo, la Chiesa è ad un bivio, è il ritorno, in tutte le chiese cattoliche di tutto il mondo, degli altari orientati ad Deum, con sopra il Crocifisso che sovrasta. Altri escamotage (comunque non seguiti, lo si è visto in questi anni) possono essere un gesto di buona volontà, ma non rappresentano la soluzione. Tutti devono poter volgere lo sguardo a Colui che hanno trafitto (cf. Zc 12,10), perché da lì, solo da lì viene la Salvezza. «O Crux, ave, spes unica», recita lo stupendo inno Vexilla Regis prodeunt: sì, la Croce è la nostra unica speranza e non dobbiamo trascurarla né sminuirla. Proprio la Croce ha guidato interi eserciti cristiani a battersi, nelle Crociate, contro gli invasori islamici e questo dal Medioevo sino a Vienna, nel 1683. La Croce ha trasformato l’Europa barbara e in decadenza dopo la fine dell’Impero Romano, facendo sorgere la civiltà cristiana e ha portato la luce nelle Americhe nel XVI secolo. Sempre la Croce ha guidato i Cristeros messicani nella lotta armata contro il governo massonico persecutore e gli spagnoli che, nel 1936, hanno deciso di ribellarsi contro la Repubblica atea che si era instaurata nel loro Paese.
Anche oggi non dobbiamo avere paura di essere i nuovi crociati, pronti a combattere prima di tutto contro i nemici interni alla Chiesa, quei nemici che hanno ridotto il Corpo mistico di Cristo in uno stato comatoso. «Sub Christi Regis vexillis militare gloriamur», dobbiamo gloriarci di militare e combattere sotto i vessilli di Cristo Re, per il quale siamo chiamati, se necessario, a dare la vita e il sangue. E il vessillo per eccellenza è la Croce. Rivolto al “suo” Crocifisso, che dai venti conciliari rischiava di venir messo chissà dove, don Camillo dice: «Signore, la patria non è quel pezzo di tela colorata che si chiama bandiera. Però non si può trattare la bandiera della patria come uno straccio. E Voi siete la mia bandiera, Signore». Ecco, il Crocifisso deve essere la bandiera di ogni vero cattolico. La bandiera cui si tributa la massima riverenza e che pertanto deve tornare al centro delle nostre vite e delle nostre chiese. Viva Cristo Re!
tratto da: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2013/07/la-mia-bandiera/

lunedì 14 aprile 2014

Mons. Fellay vs. Card. Kasper

 
Mons. Fellay sulla nuova pastorale matrimoniale del Cardinal Kasper
Cosa accadrà all’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi che si deve riunire dal 5 al 19 ottobre 2914, consacrata alle «sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione»? Questa domanda si pone con una grande inquietudine dopo che, all’ultimo Concistoro (20 febbraio 2014), il cardinale Walter Kasper, alla domanda del Papa Francesco e con il suo forte sostegno, ha presentato il tema del prossimo Sinodo facendo delle aperture presumibilmente pastorali e dottrinalmente scandalose.

Questa presentazione, che avrebbe dovuto inizialmente restare segreta. è stata pubblicata dalla stampa e i dibattiti tempestosi che ha sollevati tra i membri del Concistoro sono finiti per essere ugualmente rivelati. Un professore universitario non ha esitato a parlare di una vera «rivoluzione culturale» (Roberto De Mattei), e un giornalista ha qualificato come un «cambio di paradigma» il fatto che il cardinale Kasper propone che i divorziati «risposati» possano comunicarsi senza che il loro precedente matrimonio sia ritenuto nullo: «attualmente non è il caso, sulla base delle parole di Gesù molto severe ed esplicite sul divorzio» (Sandro Magister).

Dei prelati si sono alzati contro questo cambiamento, come il cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, che si è chiesto: «che ne è del primo matrimonio, celebrato e consumato? Se la Chiesa ammette (i divorziati “risposati”) all’Eucarestia, essa deve comunque dare un giudizio di legittimità sulla seconda unione. È logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, poiché la bigamia va contro la Parola del Maestro. E il primo? È dissolto? Ma i Papi hanno sempre insegnato che il potere del Pontefice non arriva fin là: sul matrimonio celebrato e consumato, il Papa non ha alcun potere. La “soluzione” presentata (dal cardinale Kasper) porta a pensare che il primo matrimonio rimane, ma che c’è pure una seconda forma di coabitazione che la Chiesa legittima (...) la questione di fondo dunque è semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde» (Il Foglio, 15/03/14)

Potremmo aggiungere le gravi obiezioni formulate dai cardinali Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… ma queste obiezioni restano, anch’esse, senza risposta.

Noi non possiamo attendere senza dire nulla  il Sinodo che si terrà il prossimo ottobre nello spirito disastroso che gli vuol dare il cardinale Kasper. Lo studio allegato, intitolato «La nuova pastorale sul matrimonio secondo il cardinale Kasper» mostra i pesanti errori contenuti nella sua presentazione. Non denunziarli sarebbe lasciare una porta aperta ai pericoli sui quali punta il dito il cardinale Caffarra: «ci sarà (così) un esercizio di sessualità umana extra-coniugale che la Chiesa considererà come “legittimo”. Ma con questo si rovina il pilatro della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto ci si potrà domandare: perché non si approva l’unione libera? E perché non allora i rapporti tra omosessuali?» (Ibidem).

Mentre numerose famiglie si sono in questi ultimi mesi coraggiosamente mobilitate contro le leggi civili che ovunque minano la famiglia naturale e cristiana, è propriamente scandaloso vedere queste stesse leggi surrettiziamente sostenute da uomini di Chiesa desiderosi di allineare la dottrina e la morale cattoliche ai costumi di una società decristianizzata, invece che cercare di convertire le anime. Una pastorale che si fa beffe dell’insegnamento esplicito di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio, non è misericordiosa, bensìoffensiva nei confronti di Dio che accorda a ciascuno la sua grazia in maniera proporzionata, e crudele verso le anime che, messe in situazioni difficili, ricevano questa grazia di cui hanno bisogno per vivere cristianamente ed anche per crescere nella virtù, sino all’eroismo.

+ Bernard Fellay
Menzingen, il 12 aprile 2014

 
Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Roberto Dal Bosco
 
 

giovedì 10 aprile 2014

"Malata di acedia, la Chiesa ha finito per concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione dell’intimo male dell’uomo" (A. GnocchI)

riportiamo da Chiesa e post Concilio

Tracce della ghigliottina hegeliana
nella riforma liturgica
di Alessandro Gnocchi

 
Nessun grande uomo, diceva Hegel, sfugge al biasimo del cameriere che ne governa le stanze nascoste. Ugualmente, le rivoluzioni e i loro traumi riformatori non si sottraggono al giudizio del robivecchi che ne frequenta il retrobottega in cui giacciono le vestigia del tempo andato e dell’ordine travolto. Per quanto sia nascosto, c’è sempre un luogo in cui l’individuo d’eccezione e l’evento epocale sono costretti a mostrare la propria natura più intima, fosse solo in un dettaglio.

 La riforma liturgica operata nella Chiesa cattolica alla fine degli anni Sessanta non sfugge alla ghigliottina hegeliana. Anche quel grande balzo verso il mondo, che si può chiamare rivoluzione considerando l’orientamento del pregare invertito rispetto al passato, ha il suo retrobottega rivelatore. Basta andare per canoniche, conventi e sacrestie in cerca di antichi paramenti rituali per averne la prova. Con un po’ di pazienza e tanta disposizione all’umiltà, in questo tour della memoria liturgica si trovano sempre un sacerdote, una suora, più di frequente un vecchio sacrestano, che scovano pianete, dalmatiche, tunicelle, cotte e berrette, sospirando sui tempi in cui la messa era davvero la messa. Ma anche loro, salvo rare eccezioni, non sono in grado di recuperare il manipolo, quell’esile drappo simile a una piccola stola che il celebrante porta sul braccio sinistro.[1] 


Per disegni oscuri, pare quasi si sia voluta cancellare la memoria di questo paramento originato dalla mappula, il fazzoletto di lino che la nobiltà romana portava al braccio sinistro, usato per detergere lacrime e sudore e per dare il segno dell’inizio dei combattimenti nel Circo. “Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris; ut cum exsultatione recipiam mercedem laboris” recita il sacerdote mentre lo indossa durante la vestizione, “O Signore, che io meriti di portare il manipolo del pianto e del dolore, affinché riceva con gioia la mercede del mio lavoro”: e, ancora una volta, ha principio il combattimento contro il mondo e il suo principe, in cui misticamente il sacerdote suda, piange, sanguina e lotta fin sulla croce come alter Christus. Ma serve la dolorosa e virile compenetrazione nel sacrificio, di cui l’esile manipolo è segno e strumento. Là dove, invece, se ne è persa volentieri la memoria per dedicarsi al banchetto festante di una salvezza priva di fatiche non vi è luogo per i segni della battaglia a cui si deve consegnare il proprio corpo.
Lo strazio di padre Pio e della sua carne stigmatizzata, le estasi di San Filippo Neri che affondava i denti nel calice per bere avidamente tutto il suo Signore, le visioni di San Giovanni Crisostomo che assisteva al discendere della folgore sull’altare, e poi tutte le messe fino a quelle del più indegno dei sacerdoti che avesse anche solo un po’ fede nel miracolo della transustanziazione sono sempre state, allo stesso tempo, il cuore e il frutto della battaglia contro il principe di questo mondo.


 

Impone, Dómine, cápiti meo gáleam salútis, ad expúgnandos diabolicós in cursus”, “Metti, o Signore, sulla mia testa l’elmo della salvezza per vincere gli assalti del demonio” prega il sacerdote quando, preparandosi alla celebrazione, indossa l’amitto, altro indumento che richiama la battaglia e il sacrificio caduto in disuso nella messa riformata. Oggi, nella Chiesa postconciliare, si preferisce parlare per parlare, dialogare per dialogare, conversare amabilmente con il mondo inebriati di un illusorio potere seduttivo della chiacchiera. Non serve più un indumento come l’amitto che, oltre all’elmo del guerriero, simboleggia anche la “castigatio vocis” e bandisce dall’atto di religione ogni parola che non sia rituale e, quindi, inesorabilmente di troppo. Si è persa l’attitudine al rito e, dunque, si è persa l’attitudine al comando, e perciò i sacerdoti hanno rinunciato alla veste talare. "Quando gli uomini vogliono apparire senza fallo solenni” scrive Gilbert Keith Chetserton in “ciò che non va nel mondo” commentando la stupidità delle donne che preferiscono i pantaloni “come nel caso di giudici, sacerdoti e re, allora indossano la gonna, il lungo frusciante abito della dignità femminile. Il mondo intero è retto dalle sottane, poiché persino gli uomini le indossano, quando desiderano governare”.


L’idea del comando e della battaglia, delle armi e dell’armatura dello spirito, sono state dismesse da cristiani che amano farsi cullare dall’accidia, il più perverso dei vizi capitali. Quella trappola mortale che gli antichi padri chiamavano akedia o acedia, si è trasmesso di credente in credente fino a infettare il corpo ecclesiale. Ne è sortito un mal d’essere, un’eresia della forma che prelude agli errori più diversi e persino contrari tra di loro, in estremo sberleffo al virile e guerreggiante principio di non contraddizione. Malata di acedia, la Chiesa ha finito per concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione dell’intimo male dell’uomo. Anche quando parla del mondo lascia trasparire la consapevolezza della propria inefficacia a indicare una via di salvezza, quasi a scusarsi di averci provato per tanti secoli. Dubita per prima dei propri fondamenti intellettuali e ascetici e, proprio mentre proclama di aprisi al secolo, si dichiara incapace di conoscerlo, di definirlo e, quindi, di educarlo e convertirlo. Al più, si rende disponibile a interpretarlo.

 

“L’acedia” scrive San Giovanni Climaco nella “Scala del Paradiso”, e sembra descrivere la Chiesa di questi decenni invece che il singolo monaco prostrato davanti alla fatica della religione, “è abbattimento dell’anima, indebolimento della mente, negligenza dell’ascesi, odio della professione, è ritenere beati coloro che vivono  nel mondo, è calunniatrice di Dio, come privo di compassione e di amore per gli uomini. È atonia nella salmodia, debolezza nella preghiera”. Poi, da vero uomo di Dio, e quindi conoscitore dell’essere umano, l’antico padre mostra quali effetti effimeri e traditori produce l’acedia, malattia talmente subdola da presentarsi come illusorio rimedio a se stessa. È “ferrea nel servizio, attiva nel lavoro, manuale, pronta all’obbedienza. (…) L’accoglienza degli ospiti è un suggerimento dell’acedia, ed essa esorta a compiere lavori manuali per fare elemosine, invita calorosamente a far visita ai malati, ricordando colui che dice: Ero malato e siete venuti da me; esorta ad andare da coloro che sono scoraggiati e d’animo debole dicendo di confortare coloro che sono d’animo debole, proprio come lei è d’animo debole. Mentre ce ne stiamo in preghiera ci fa venire in mente incarichi urgenti e attua ogni stratagemma per trascinarci via di lì con un motivo ragionevole, come con una cavezza, proprio lei che è irragionevole”.

 

Ciò che, nel VII secolo era ammonimento per le singole membra, oggi vale per l’intero corpo ecclesiale, preda di quella malattia del fare, un po’ tango y corazón, ispirata al movimentismo mediatico e al minimalismo intimista dell’attuale pontificato. Ma non è con il farsi simile al mondo e impalmandone il linguaggio che lo si seduce, non è esaltando il gesto e la parola di cui il rito è “castigatio” che si conquista il secolo: perché il mondo ha innanzi tutto orrore di se stesso e non è secolarizzandosi che il cristiano lo conquista. “Va” dice Mosè il forte, un altro padre del deserto, al monaco accidioso “entra nella tua cella e siediti, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa”. E nel saggio sui “Sensi soprannaturali” Cristina Campo scrive: “Non impunemente si pratica la torva omeopatia  che consiglia di curare un mondo perdutamente ammalato di squallore, anonimato, profanità e licenza per mezzo di squallore, anonimato, profanità e licenza”. E ancora: “attendersi che la rigenerazione del profano, la ‘consacrazione del mondo’ possa compiersi altrove che nelle regioni vertiginose, sulle vette del Sinai, è puerile. Mangiare tra amici un pasto simbolico, dove e come fantasia lo detti, in memoria di un filantropo dei tempi antichi è insieme la putrefazione del sacro e la perdita del profano (…). Heschel ricorda che se noi cessiamo di chiamare Dio sui nostri altari li occuperanno ineluttabilmente i demoni”.

 

Ma l’altare, la grande prova davanti alla quale è chiamato l’uomo nell’atto di religione, è intimamente legato al dogma, la grande prova a cui l’uomo è chiamato nell’atto di intelligenza. Se fallisce una, cade anche l’altra innescando un circolo che si autoalimenta perversamente. Il benedettino dom Prosper Guéranger, scriveva nelle sue “Institutions liturgiques”: “Venne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo nello stesso tempo dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”. 

 

Il vizio dell’acedia che ammalia il popolo di Dio facendogli perdere il confine tra ortodossia ed eresia ha le sue radici nel dramma religioso dell’agostiniano tedesco, tradotto in aggressione alla liturgia e alla ragione, all’altare e al dogma, alla lex orandi e alla lex credendi. Nulla di strano, se si tiene conto che l’uomo è un essere razionale perché è un essere liturgico e ha come fine ultimo l’adorazione: come non può eliminare il rito dal proprio orizzonte e dunque deve limitarsi a distrarlo dal legittimo oggetto e pervertirlo, allo stesso modo si rapporta con la ragione e, quando non la santifica, la prostituisce. Gli attacchi al Corpo mistico di Cristo passano sempre attraverso la demolizione della liturgia: il genio eretico di Ario si diffuse grazie a inni religiosi, e quello ortodosso di Sant’Ambrogio lo vinse grazie ad altri inni religiosi.

 

Connaturali all’essenza liturgica e razionale dell’uomo, l’altare e il dogma sono la prova su cui misurare la salvezza che una creatura non può darsi da sola: chiedono un atto supremo di fiducia poiché velano ciò che ogni essere umano vorrebbe evidente. Questa velatura, considerata odiosa dall’uomo moderno, è frutto dell’incapacità di cogliere naturalmente l’essenziale da parte di chi ha perduto lo stato di Grazia. Da solo, l’uomo non è più in grado di percepire il senso ultimo delle cose e per questo la liturgia, fino a quando non si è arresa al fascino dei lumi, lo ha sempre aiutato rivestendo la materia di significati ulteriori. Attraverso i drappeggi posti sul limitare tra finito e infinito, l’atto di adorazione conduce l’intelligenza a intuire, quanto meno, la bella ragionevolezza del dogma. E il velo diventa il segno visibile della Grazia e di una santità invisibili agli occhi dell’uomo, mostra l’essenza intima delle cose.

 

Ma serve fede, come dice San Tommaso nel suo sublime inno eucaristico “Adóro te devóte”: Visus, tactus, gustus, in te fállitur,/ Sed audítu solo tuto créditur:/ Credo quidquid díxit Dei Fílius;/ Nil hoc verbo veritátis vérius”, “La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano/ Ma solo con l'udito si crede con sicurezza:/ Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio,/ Nulla è più vero di questa parola di verità”. Solo in queste regioni così rarefatte, eppure così concrete da poter essere toccate, mangiate, bevute, è possibile trovare il punto archimedico in cui dimora la salvezza, la Croce: follia per il mondo, che considera il cristiano un pazzo destinato a vivere a testa in giù. Eppure, è proprio così, come San Pietro nell’istante supremo della sua crocifissione con la testa rivolta verso il basso, che il seguace della Croce ha in ricompensa la visione meravigliosa e infantile in cui il mondo appare veramente come è: con le stelle simili a fiori e le nubi come colline e tutti gli uomini sospesi nel vuoto alla mercé di Dio.

 

Una tale visione produce uno sguardo che sgomenta il mondo, tanto da conquistarlo, senza una parola e un gesto mondani. È il balenìo dipinto con devozione perfetta nel San Francesco di Francisco de Zubarán, su cui dominano due occhi spiritualizzati, uno penetrato dalla luce e l’altro immerso nell’ombra, che appartengono a un altro mondo e non vedono altro. E quando si posano sulle cose materiali lo fanno solo per dirne la bellezza velata e inattingibile a occhi profani. L’immagine dell’uomo in piedi, con la testa coperta dal cappuccio, le mani nascoste nelle maniche dell’abito e lo sguardo al cielo dipinta dal pittore spagnolo non rappresenta il santo da vivo, ma il suo corpo incorrotto dopo la morte, come fu trovato nella cripta di Assisi. Abitualmente, il ritrovamento di Francesco viene dipinto come un episodio narrativo. Zubarán, invece, mostra il santo eretto in un eterno istante liturgico, modellato dalla luce e dall’ombra, dalla Grazia e dal velo. Solo il viso, la cui metà è immersa nell’ombra, appare di carne, ma concorre a testimoniare la manifestazione corporea di qualcuno che torna dal mondo dei morti in una epifania priva di note terrifiche, poiché l’anima è colma di serenità soprannaturale e beatitudine.

 

Anche nell’ultima cappella di campagna, dove il profumo di povero incenso si confonde a quello della cera stantìa, l’ingresso del sacerdote pronto alla celebrazione del sacrificio ha la stessa radice sacra intuita dal visionario spagnolo, fatta di divino che irrompe nel tempo. “Introibo ad altáre Dei. Ad Deum qui laetificat juventútem meam”, e mentre si accosta all’altare di Dio, al Dio che letifica la sua giovinezza, il sacerdote, se anche non può rivestirsi della gloria dipinta da Zubarán, parla a ogni a creatura dell’universo velandosi con i segni che portano le vestigia della gloria. E diventa davvero lietamente giovane, che sia indegno peccatore, come racconta Graham Greene nel “Potere e la gloria”, o che sia martire, come racconta Robert Hugh Benson, in “Con quale autorità”. 

 

“Uno dei servi, accortosi, accortosi che non aveva la forza di indossare da solo le vesti sacerdotali” narra Benson descrivendo la messa di un sacerdote torturato dai carnefici anglicani “gli pose intorno al collo l’amitto; poi gli mise il camice raccogliendolo intorno ai fianchi col cingolo; gli dette la stola da baciare, gli adattò il manipolo al braccio sinistro e per ultimo lo coprì con la rossa pianeta e il prete fu di nuovo, come la domenica precedente, in rosi paramenti; ma ahimè, quanto cambiato! Quindi il servo gli si inginocchiò accanto e il sacerdote incominciò a recitare le preghiere che servono di preparazione all’atto più grande della religione; accostatosi poi all’altare, si inchinò lentamente, lo baciò e la messa ebbe principio”. 

Alessandro Gnocchi

[Fonte il Foglio, 10 aprile 2014]
_________________________________
Nota Chiesa e post-concilio

1. Il manipolo è un paramento liturgico ormai adoperato soltanto nelle celebrazioni della Santa Messa secondo la forma straordinaria del Rito Romano. Si dice derivi da un fazzoletto (mappula) portato dai romani annodato al braccio sinistro. Poiché la mappula si utilizzava per detergere il viso da lacrime e sudore, gli scrittori ecclesiastici medievali hanno assegnato al manipolo il simbolismo delle fatiche del sacerdozio. Esso tuttavia ricorda anche l'asciugamano che cingeva il braccio del sacerdote ebreo durante il sacrificio. 

Si ricorda anche il doppio senso della parola manipulum (che indica i fasci di grano di chi miete). Così infatti la Vulgata rende il Salmo 125,5-6: «Qui seminant in lacrimis in exultatione metent; euntes ibant et flebant portantes semina sua, venientes autem venient in exultatione portantes manipulos suos» (corsivo nostro).

Era consegnato nel conferimento del suddiaconato con l'eloquente formula, recitata dal sacerdote durante la vestizione: « Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris: ut cum exultatione recipiam mercedem laboris.» « Che io sia degno, o Signore, di portare il manipolo di pianto e dolore: così con orgoglio raccoglierò la mercede del lavoro. » e mantenuto in tutti gli altri gradi del Sacramento dell'Ordine (diaconato, presbiterato, episcopato).
L'abolizione degli Ordini Minori (trasformati in ministeri laicali) dalla Ministeria Quaedam di Paolo II non lo nomina. Tuttavia il suo uso è stato reso facoltativo dal 1967 dall'Istruzione Tres abhinc annos. Anche il Novus Ordo non ne fa cenno e il suo uso può essere considerato facoltativo ma di fatto, nella liturgia riformata, è stato abbandonato. [Maria Guarini, “La questione Liturgica. Il Rito Romano usus antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II”, in corso di riedizione]

Da notare che nella liturgia riformata il servizio all'Altare sostituito dalla tavola non è più previsto. Chi volesse approfondire cosa ho scritto su questo e sue implicazioni può farlo [qui]. Riporto solo un punto essenziale, per sapere cosa si perde. Secondo la Tradizione della Chiesa:

1.      l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech (Sommo ed eterno Sacerdozio di Cristo) e ricorda quello di Aronne 

2.    i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i cohanim ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea); gli ordini maggiori o sacri sono: suddiacono, diacono, sacerdote 

3.    tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti

lunedì 7 aprile 2014

Il grande castigo


Carissimi lettori, noi seguaci di Gesù Cristo dobbiamo avere una visione soprannaturale della vita. Nulla capita per cieco caso, ma tutto ciò che avviene nel mondo è voluto, o perlomeno permesso, da Dio per nostro bene. Noi siamo tanto piccoli al cospetto della Santissima Trinità, pertanto non siamo in grado di comprendere gli arcani decreti divini. Dobbiamo solamente affidarci a Lui come fanno i neonati con le mamme.
Da un punto di vista spirituale la situazione del mondo è disastrosa a causa del dilagante secolarismo. Sembra di vivere ai tempi di Sodoma e Gomorra. Anche la situazione della Chiesa è drammatica a causa della confusione seminata dai modernisti. L'umanità sta andando verso l'abisso, basti pensare al fatto che molti abitanti della terra, anche tra i cristiani, non considerano più come peccaminosi certi atti umani contrari alla Legge naturale che il Signore ha scolpito nei nostri cuori. Pensiamo ad esempio all'aborto, ai rapporti prematrimoniali, agli atti impuri contro natura, ecc. Per salvare il mondo c'è bisogno di una “scossa”, di un qualcosa di grosso che faccia tremare tutto e svegliare le coscienze assopite. La Madonna ad Akita in Giappone (apparizioni riconosciute dalla competente autorità ecclesiastica), ha preannunciato un castigo epocale per il mondo intero. Dopodiché ci sarà il trionfo del suo Cuore Immacolato preannunciato a Fatima.
Quando a Padre Pio venne chiesto quando avverrà il trionfo del Cuore Immacolato, il santo frate cappuccino rispose che lo avrebbero visto i piccoli, cioè coloro che in quegli anni erano bambini. Da allora sono passati tanti anni, e ormai i fanciulli dell'epoca stanno diventando anziani. Pertanto, nel giro di qualche decennio finalmente avverrà il tanto auspicato trionfo della Madonna.
I materialisti stanno costruendo un mondo senza Dio, un mondo che fa orrore perché calpestando gli insegnamenti evangelici è diventato inumano. Ma “Deus non irridetur”, Dio non si lascia prendere in giro dal mondo, prima o poi il castigone verrà davvero. Anche nella Bibbia sono numerosi gli esempi di castighi esemplari inferti dal Signore, pensiamo ad esempio alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, al diluvio universale, all'incenerimento di Sodoma, Gomorra e le altre tre città in cui dilagava l'omosessualità, alla morte inferta ad Onan per aver fatto un atto impuro contro natura, alla cattura e deportazione del popolo di Israele a Babilonia, alla distruzione del Tempio di Gerusalemme e alla diaspora degli ebrei ad opera dei Romani, ecc.
Insomma, Dio è infinitamente buono ma è anche infinitamente giusto, e quando i peccati dei popoli raggiungono un certo livello, scattano i castighi divini. Durante la prima guerra mondiale la Madonna a Fatima disse chiaramente che se l'umanità non si fosse convertita, il Signore avrebbe permesso che gli uomini scatenassero una guerra ancora più disastrosa (la seconda guerra mondiale) e che la Russia avrebbe diffuso nel mondo gli errori del comunismo. Se a quei tempi Dio castigò il mondo con una terribile guerra, chissà che cosa avverrà adesso che pochi arrivano vergini al matrimonio, gli aborti si sono moltiplicati in maniera esponenziale, dilaga la contraccezione (che è un peccato contro natura che grida vendetta al cospetto di Dio), milioni di bambini innocenti vengono assassinati con l'aborto, le famiglie vengono disgregate dalla piaga del divorzio, gli omosessuali si sposano e adottano i bambini orfani o sottratti dai tribunali alle famiglie povere, in televisione imperversano programmi immorali, tra i cristiani si diffondono le mode indecenti, ecc. Insomma, la situazione dell'umanità è disastrosa, ormai il “grande castigo” è inevitabile (lo diceva anche il zelantissimo Don Giuseppe Tomaselli nell'opuscoletto intitolato “Il mondo di oggi sotto la schiavitù di Satana”). I mondani vogliono farsi beffa della Legge eterna di Dio, ma Deus non irridetur!
 

sabato 5 aprile 2014

Stupidario post-conciliare: cinquant'anni di luoghi comuni


ogni potere, soprattutto, quello ecclesiale, viene da Dio!
 

Le più famose cavolate degli ultimi cinquant’anni

 


 


Chiesa povera

La Chiesa è sempre stata povera, evangelicamente parlando, perché la Chiesa è “distaccata” completamente dalle ricchezze mondane e materiali. Le sue uniche e irrinunciabili ricchezze sono l’Eucarestia e il Rosario. Non a caso, S. Francesco d’Assisi, sposo di “Madonna Povertà”, diceva ai suoi frati: «La povertà si ferma ai piedi dell’altare». La povertà evangelica consiste, infatti, nel completo distacco dai beni terreni, che i cattolici, i laici in modo particolare, devono far risplendere alla luce del Vangelo. I «poveri in spirito» non sono i proletari di stampo marxista, ma coloro – indipendentemente dal fatto che abbiano o no beni in denaro – la cui unica vera ricchezza è Dio.

«La povertà è una disgrazia, non un merito», replicò don Camillo. «Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri» (Giovannino Guareschi, “Don Camillo e don Chichì”, p. 51).

Chiesa aperta

Aperta a chi? A che cosa? Al mondo? La Chiesa, prima di tutto, è “refugium peccatorum”, perché solamente in Essa c’è salvezza. La missione della Chiesa è convertire il mondo, non adattarsi o, peggio, inchinarsi ad esso. Nella Sposa di Cristo c’è un posto per ogni peccatore che si riconosca tale e che desideri ritrovare l’amicizia perduta con Dio, ma non può esserci l’apertura alle pretese, molto spesso assurde, del mondo. Perché la Chiesa è “nel” mondo, ma non è “del” mondo.

Chiesa che ascolta e che accompagna

Ascolta chi o che cosa? Accompagna chi e dove? La Chiesa è in perenne ascolto del suo Signore, non certamente la lamentele psicologiche di chi non ha niente di meglio da fare che lamentarsi in continuazione. La Chiesa non è un “centro d’ascolto” in cui ognuno va a sfogarsi per un qualsiasi motivo. E poi, accompagnare chi e dove? La Chiesa è Madre e Maestra, deve insegnare la verità di Cristo, solo così si “accompagnano” i peccatori in paradiso, a godere per l’eternità dell’amore di Dio. Altrimenti, se si perde tempo ad ascoltare tutte le giustificazione che noi peccatori troviamo per i nostri peccati – e ne troviamo tante perché il “principe di questo” è un ottimo “avvocato delle cause perse” – andrà a finire che ci accompagneranno direttamente all’inferno!

Nuova Pentecoste

Espressione che mi ha sempre lasciato perplessa. Il sacramento della Confermazione – la nostra Pentecoste personale – può essere ricevuta solamente una volta, perché imprime il carattere. Coloro che hanno preteso dal Cielo una “seconda pentecoste”, volevano fondare un’altra chiesa, una chiesa nuova, fondata secondo i capricci e le voglie della modernità post e anti cristiana. Alla fine che cosa hanno ottenuto? Una seconda Babele, mille volte peggiore della prima. Il cardinale che inventò quest’espressione, il belga Suenens, ha applicato alla lettera, nella sua arcidiocesi, la “seconda pentecoste”. I risultati? La maggior parte dei “preti pedofili” sono stati individuati proprio in Belgio, la stessa tomba del primate Suenens è stata profanata dalla polizia locale, recentemente è stata approvata l’eutanasia infantile – legge firmata dal sovrano belga Filippo, cresciuto alla scuola di Suenens -, già si parla di poligamia, pedofilia, etc… Inoltre, moltissime chiese sono state trasformate in orinatoi pubblici. «La Chiesa non ha bisogno – ha scritto il grande Georges Bernanons – di riformatori, ma di santi».

Errore ed errante

Da sempre la Chiesa ha distinto il peccato – da condannare sempre e comunque – dal peccatore – da amare e da correggere -, ma ormai non si usano più le parole “peccato” e “peccatore”, sono state sostituite da “errore” e “errante”. Qual è la differenza? Il peccato ha una dimensione principalmente verticale – un’offesa prima di tutto fatta a Dio – mentre l’errore viene visto solamente in senso orizzontale. Ormai tutto ogni delitto che grida vendetta al cospetto di Dio è permesso, soprattutto quando è fatto per “amore”, ma guai ad offendere a o mancare di rispetto agli uomini, soprattutto a certe “categorie protette” (sodomiti, immigrati clandestini, divorziati-risposati, etc…). La misericordia verso il peccatore è diventata misericordia verso il peccato, un permesso a peccare senza se e senza ma. Dio ci ha lasciato la libertà di peccare – ricordandoci che il peccato, in realtà, ci rende schiavi – ma non ce ne ha dato il diritto.

Dialogare

Il significato etimologico di questa parola è “far passare il verbo (il logos)”. Discutere, conversare, deve essere un mezzo, non un fine, per far arrivare Cristo – il Logos – ai nostri interlocutori. Il dialogo non può diventare il fine per giungere alla verità – anzi, la Verità possiede la Chiesa -, perché non si rinunciare al Vangelo per cercare di andare d’accordo con tutti. Il Logos si fece carne, non l’Agape.

Le riforme volute dallo Spirito Santo

Con questa espressione, gli artefici delle eterodossie post-conciliari e degli orrendi abusi liturgici giustificano i propri misfatti. Va chiarito che lo Spirito Santo assiste, educa, guida, propone, ma non impone, né violenta. I clericali non sono angeli, possono disobbedire e fare a modo loro. Chi usa lo Spirito Santo per giustificare le proprie cavolate, ha la “sindrome di Donna Prassede”. «Tutto lo studio di donna Prassede era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per cielo il suo cervello» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXV).

tratto da: http://www.papalepapale.com/strega/?p=2274