martedì 13 maggio 2014

"Mons. Fellay: La conservazione della fede e della nostra identità cattolica tradizionale è invece primordiale e resta il nostro principio primo"



Mons. Fellay in adorazione davanti al SS. Sacramento
Ecco cosa è successo
durante l'incontro
tra Francesco
e Mons. Fellay
 
Il 10 maggio 2014, il sito anglofono Rorate Caeli ha pubblicato, sotto lo pseudonimo “Adfero”, una «informazione esclusiva», le cui fonti non potevano -a suo dire- essere divulgate. Questa «informazione esclusiva», ripresa da diversi media, rivelava che Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, aveva incontrato Papa Francesco. L’11 maggio, l’agenzia di stampa romana I.Media faceva sapere che i due assistenti di Mons. Fellay, i Reverendi Niklaus Pfluger e Alain-Marc Nély, avevano assistito alla Messa privata del Papa.
I reverendi Pfluger e Nély non hanno mai assistito alla Messa privata del Papa, e i giornalisti che lo affermano avrebbero grosse difficoltà ad indicare la data di un tale evento.
Ecco quindi i fatti.
Il 13 dicembre 2013, Mons. Fellay e i suoi assistenti si sono recati a Roma, alla domanda della Commissione Ecclesia Dei, per un incontro informale. Al termine di tale incontro, Mons. Guido Pozzo, Segretario della medesima Commissione, ha invitato i suoi interlocutori a pranzo nel ristorante della Casa Santa Marta, dove sono stati raggiunti da Mons. Augustin Di Noia, Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Notoriamente è in questo ampio ristorante che il Papa consuma quotidianamente i suoi pasti, benché in disparte dagli altri ospiti.
Mons. Pozzo ha voluto presentare Mons. Fellay al Papa al momento in cui quest’ultimo lasciava la sala da pranzo. C’è stato un breve scambio di battute, dicendo il Papa a Mons. Fellay, secondo l’abituale formula di cortesia, «felice di conoscerla»; avendo Mons. Fellay risposto che pregava molto, il Papa gli ha chiesto di pregare per lui. Tale fu questo “incontro” durato qualche secondo.
Nell’intervista rilasciata a Le Rocher (aprile-maggio 2014), Mons. Fellay aveva risposto alla seguente domanda: «C’è stato un approccio ufficiale da parte di Roma per riprendere contatto con voi dopo l’elezione di Papa Francesco?» – «C’è stato un approccio non ufficiale da parte di Roma per riprendere contatto con noi, ma niente di più e non ho richiesto un’udienza come avevo fatto dopo l’elezione di Benedetto XVI. Per me attualmente le cose cose sono molto semplici: restiamo come siamo. Alcuni hanno concluso dai contatti ravvicinati del 2012 che avevo come principio supremo la necessità di un riconoscimento canonico. La conservazione della fede e della nostra identità cattolica tradizionale è invece primordiale e resta il nostro principio primo».
(Fonte: Fraternità San Pio X / DICI 12/05/14)
 
 
 

lunedì 12 maggio 2014

ci siamo





"I cinque segni della [antica] cultura decadente romana:

1) La preoccupazione di accumulare ricchezza invece di costruire ricchezza;

2) Ossessione per il sesso e le perversioni del sesso;

3) L'arte diventa bizzarra e sensazionalistica, invece che creativa e originale;

4) Ampliamento della disparità tra molto ricchi e molto poveri;

5) L'aumento della domanda di poter vivere fuori dello stato. "

- Edward Gibbon

sabato 10 maggio 2014

preghiera da farsi

L'Angelo della Pace ai tre bambini di Fatima:
«Santissima Trinità,
Padre, Figlio e Spirito santo,
Vi adoro profondamente e Vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli stesso è offeso.
E per i meriti infiniti del suo Santissimo Cuore  e del Cuore Immacolato di Maria, Vi domando la conversione dei poveri peccatori».

giovedì 8 maggio 2014

Mariatona?!


Santa Maria prega per noi!
P.  Fanzaga intento ad lanciare la Mariatona
ignora la Marcia per la Vita

di Marco Bongi

Ho voluto appositamente ascoltare ben tre commenti alla stampa di Radio Maria: lunedì, martedì e mercoledì. La speranza era quella di poter udire, da quell'emittente che si presenta come un campione di cattolicità, almeno un commento, un pensiero, una considerazione sul più importante evento che aveva coinvolto, domenica 4 maggio, migliaia di cattolici militanti. Un evento, tra l'altro, riferito e commentato da tutti gli organi di informazione, laici e cattolici, e sicuramente coronato da un notevole successo organizzativo.   Ma l'ineffabile p. Livio Fanzaga, al di là di un fugacissimo cenno al momento di elencare i gruppi salutati da Papa Francesco dopo la recita dell'Angelus, ha ritenuto evidentemente opportuno passare sotto silenzio la manifestazione. Mercoledì 7 maggio anzi, tanto per fare un piccolo esempio, ha dedicato una decina di minuti a dissertare sulla dieta dimagrante di Angela Merkel..., ma sulla marcia contro la legge 194, nulla assoluto. Complimenti davvero!
Non che la cosa ci sorprenda più di tanto, tutti sanno infatti che alcuni ex-collaboratori dell'emittente figuravano fra i principali organizzatori della marcia, non si può tuttavia fare a meno di notare come il direttore di Erba, da molti giudicato, a torto, bonario e caritatevole, in realtà non perda occasione per mostrarsi arrogante ed assolutista.
Già..., perché ammettere, magari anche solo di striscio, che il prof. De Mattei, o anche solo il defunto Mario Palmaro, hanno messo in piedi una iniziativa importante, coraggiosa ed autenticamente Cattolica,  lo avrebbe fatto apparire sicuramente, più ancora di quanto già appaia, piccolo, pavido e sempre più avulso dagli autentici gravissimi problemi che affliggono il nostro mondo contemporaneo.    Più papista del Papa..., più bergogliano dello stesso Bergoglio, che comunque ha rivolto un saluto ai marciatori per la vita, il Fanzaga mostra chiaramente di non conoscere più il significato della locuzione "valori non negoziabili", si affretta, nel tentativo di cavalcare la popolarità, a pubblicare un volume intitolato "Effetto Bergoglio" e si mostra quanto mai benevolo verso la nuova teologia morale pastorale propugnata dal card. Kasper.   Ma l'adulazione sfrenata ed il tradimento sistematico dell'orientamento dottrinale adottato in precedenza dalla radio, non sembra produrre, per adesso, frutti particolarmente significativi. A giudicare almeno dall'insistenza sempre maggiore con la quale si chiedono incessantemente offerte agli ascoltatori, fino a giungere alla "Mariatona", ovvero ad una maratona radiofonica di tre giorni dedicata unicamente all'autofinanziamento, sembra che la situazione economica non sia particolarmente florida. Certamente ci auguriamo che tali problemi vengano superati ma..., non possiamo non ricordare, con il Vangelo (Mc 10, 29-30), che, se si vuole ottenere il centuplo in questo mondo, bisogna però predicare e vivere la legge di Dio!

mercoledì 7 maggio 2014

povera Italia....."nave sanza nocchiere in gran tempesta" (Purgatorio, c. VI)


 
ORWELL

Praticano la tecnica orwelliana
incolpare l’avversario dei propri vizi
rovesciare il senso delle parole
chi mira a una dittatura incolpa gli avversari di essere fascisti
chi distrugge una democrazia dice che sono gli altri ad essere antidemocratici
chi è colluso col sistema finanziario finge di penalizzare le banche mentre regala loro 7 miliardi e mezzo e non pone mezza regola ai loro intrallazzi
i ladri incolpano gli altri di furto
chi tratta i propri elettori come dei burattini deficienti chiama ‘guru’ chi cerca di farli ragionare e decidere da sé
i mafiosi esecrano l’omertà
i piduisti condannano la democrazia parlando di sette
i violentatori di popoli attaccano le violenze verbali delle vittime
se piangi ti deridono
se accusi ti calpestano
se reclami i tuoi diritti ti chiamano terrorista
se sei dell’opposizione ti mettono fuori legge con l’alibi della democrazia.
 
 
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e LEVI
 
Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.”(Primo Levi da “Un passato che credevamo non dovesse tornare più")

martedì 6 maggio 2014

contro Kasper

 

Il card. De Paolis si schiera pubblicamente contro le tesi lassiste del card. Kasper


 
Dopo Carlo Caffarra su “Il Foglio” e Walter Brandmüller su “Die Tagespost” e “Avvenire”, un terzo porporato è intervenuto pubblicamente in forma ampia e approfondita sulla questione della comunione ai divorziati risposati, anche lui contro le tesi possibiliste sostenute dal cardinale relatore Walter Kasper nel concistoro del 20-21 febbraio.
È il cardinale Velasio De Paolis, 79 anni, missionario scalabriniano, canonista illustre, presidente emerito della prefettura degli affari economici della Santa Sede nonché delegato pontificio con pieni poteri sulla congregazione dei Legionari di Cristo, uno di quei solidi “vecchi curiali” nei cui confronti papa Francesco ha manifestato più volte la sua stima.
De Paolis si è schierato contro Kasper nella prolusione con cui lo scorso 27 marzo ha inaugurato il nuovo anno giudiziario del tribunale ecclesiastico regionale dell’Umbria, intitolata: “I divorziati risposati e i sacramenti dell’eucaristia e della penitenza“.
Il discorso di De Paolis, di ben 40 cartelle, è riportato integralmente nel sito web di questo stesso tribunale, di cui è “moderatore” l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, vicepresidente della conferenza episcopale italiana, fatto cardinale lo scorso febbraio da papa Jorge Mario Bergoglio.
È stato proprio Bassetti a invitare De Paolis e a dargli la parola, presentando fin da subito la sua esposizione come “preziosa e molto attuale, per tutti noi un vero arricchimento”.
Ed ecco il passaggio in cui il cardinale De Paolis riassume e respinge le posizioni del cardinale Kasper:
“Che dire della domanda posta dal cardinale Kasper nel concistoro del 21 febbraio 2014? Essa viene spiegata nel modo seguente. La via della Chiesa è una via media tra il rigorismo e il lassismo, attraverso un cammino penitenziale che sfocia nel sacramento della penitenza prima e poi dell’eucarestia. Kasper si domanda se tale cammino è percorribile anche per i divorziati risposati. Egli indica le condizioni: «La domanda è: Questa via al di là del rigorismo e del lassismo, la via della conversione, che sfocia nel sacramento della misericordia, il sacramento della penitenza è anche il cammino che possiamo percorrere nella presente questione? Se un divorziato risposato 1. si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il matrimonio civile, 4. se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede, 5. se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione, dobbiamo o possiamo negargli, dopo un tempo di nuovo orientamento (metanoia), il sacramento della penitenza e poi della comunione?».
“Lo stesso Kasper osserva: «Questa possibile via non sarebbe una soluzione generale. Non è la strada larga della grande massa, bensì lo stretto cammino della parte probabilmente più piccola dei divorziati risposati, sinceramente interessati ai sacramenti. Non occorre forse evitare il peggio proprio qui?» (ossia la perdita dei figli con la perdita di tutta una seconda generazione). Egli poi precisa: «Un matrimonio civile come descritto con criteri chiari va distinto da altre forme di convivenza irregolare, come i matrimoni clandestini, le coppie di fatto, soprattutto la fornicazione, dei così detti matrimoni selvaggi. La vita non è solo bianco e nero. Di fatto, ci sono molte sfumature».
“Al di là delle buone intenzioni, la domanda non sembra che possa avere risposta positiva. Al di là delle differenti situazioni in cui i divorziati risposati vengono a trovarsi, in tutte le situazioni si riscontra sempre lo stesso problema: la illiceità di una convivenza ‘more uxorio’ tra due persone che non sono legate da un vero vincolo matrimoniale. Il matrimonio civile, di fatto, non è un vincolo matrimoniale; secondo le leggi della Chiesa non ha neppure l’apparenza di matrimonio, tanto che la Chiesa parla di attentato matrimonio. Di fronte a questa situazione non si vede come il divorziato possa ricevere l’assoluzione sacramentale e accedere all’Eucaristia. Spesso per legittimare l’accesso all’Eucarestia dei divorziati risposati si danno motivazioni che possono avere una parvenza di bontà e di legittimazione”.
Tra queste motivazioni ingannevoli De Paolis cita la “pastoralità” e la “misericordia”, di cui denuncia gli “equivoci” in due ampi paragrafi che così si concludono, con una trasparente allusione al “chi sono io per giudicare?”:
“Spesso, e giustamente, si dice che noi non siamo chiamati a condannare le persone; il giudizio infatti appartiene a Dio. Ma una cosa è condannare, un’altra è valutare moralmente una situazione, per distinguere ciò che è bene e ciò che è male; esaminare se essa risponde al progetto di Dio sull’uomo. Questa valutazione è doverosa. Davanti alle diverse situazioni della vita, come quella dei divorziati risposati, si può e si deve dire che non dobbiamo condannare, ma aiutare; però non possiamo limitarci a non condannare. Siamo chiamati a valutare quella situazione alla luce della fede e del progetto di Dio e del bene della famiglia, delle persone coinvolte, e soprattutto della legge di Dio e del suo disegno di amore. Altrimenti corriamo il rischio di non essere più in grado di apprezzare la legge di Dio; anzi di considerarla quasi un male, dal momento che facciamo derivare tutto il male da una legge. In un certo modo di presentare le cose verrebbe quasi da dire che se non ci fosse quella legge della indissolubilità del matrimonio staremmo meglio. Aberrazione che mette in luce le storture del nostro modo di pensare e ragionare”.
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/
 

lunedì 5 maggio 2014

marciare e parlare cattolico

Il Card. Raymond L. Burke in piazza San Pietro
in occasione della Marcia per la Vita 2014

Card. Burke: no alla Comunione per i pubblici peccatori


Chi è in situazione di peccato grave e manifesto non può accostarsi alla Santa Comunione. Lo ha ricordato oggi il card. Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Intervenendo al Convegno internazionale dei leaders pro-life di tutto il mondo che si sta svolgendo oggi a Roma al margine della IV Marcia per la Vita. Il cardinale ha dichiarato di non poter fare a meno di “sottolineare il grave scandalo causato da legislatori, giudici e leaders politici che si professano cattolici e si presentano a ricevere la Santa Comunione e, allo stesso tempo, sostengono e persino promuovono leggi che violano la legge morale nei suoi aspetti più fondamentali”. Il cardinale ha poi aggiunto che “la disciplina della Chiesa, dai tempi di S. Paolo, ha ammonito coloro che perseverano ostinatamente in un peccato manifestamente grave a non presentarsi alla Santa Comunione. Questa disciplina non è una punizione, ma il riconoscimento dell’oggettiva condizione dell’anima della persona coinvolta in tale peccato. Essa previene dal commettere sacrilegio violando la incomparabile santità del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Cristo e salvaguarda la comunità cristiana e la comunità più in generale dallo scandalo consistente nel credere che la violazione della legge morale, in ciò che per esempio attiene all’inviolabile dignità della vita umana, all’integrità del matrimonio e della famiglia, e alla libertà di coscienza porta a credere sia priva di peccato e non rompa gravemente la comunione con Nostro Signore”. (F. C.)
 
 
tratto da: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/card-burke-no-alla-comunione-per-i-pubblici-peccatori/

mercoledì 30 aprile 2014

"Il rito autentico, l'educazione, la conversione." : il nuovo editoriale di maggio di Radicati nella Fede.


IL RITO AUTENTICO, L'EDUCAZIONE, 
LA CONVERSIONE.
Editoriale di "Radicati nella fede"
Maggio 2014




  Non c'è nessun fatto puramente esterno a noi che possa garantire il rinnovamento della Chiesa o la rinascita della vita cristiana. 

  Quando parliamo della crisi della fede nei tempi moderni, quando desideriamo il rifiorire della vita cristiana del nostro popolo, dobbiamo avere ben presente che non è possibile affidarci a nessun automatismo garantito da qualcosa che accade solo fuori di noi: la rinascita partirà sempre dal nostro nascere di nuovo alla grazia di Dio. Sì, è dalla conversione personale che dobbiamo sperare il rifiorire della Chiesa tra noi.

   È proprio partendo da un errore di prospettiva che si è pensato di diffondere il cristianesimo a suon di riforme. È stato, crediamo, l'errore degli anni conciliari. Cerchiamo di spiegarci.

   C'era bisogno di un rinnovamento della vita cristiana negli anni ’50 e ’60? Certamente sì. C'era bisogno di una maggiore verità nella vita sacerdotale, nei conventi, nelle associazioni laicali, nelle scuole cattoliche, nelle famiglie? Non facciamo fatica ad ammetterlo: un certo formalismo stava mettendo in pericolo la vita di fede... c'era bisogno di una freschezza data dall'autenticità.

  Ma il grave errore è stato quello di illudersi di trovare l'autenticità e la freschezza della vita cristiana in tutta una serie di riforme, che hanno radicalmente cambiato, se non stravolto, il volto della Chiesa. E non ne è venuto fuori un rinnovamento, una primavera, ma un lungo autunno che ha portato fino all'inverno della fede, inverno che ha ucciso la vita di grazia nei nostri paesi, nelle nostre terre di antica cristianità.

  Ci si è messi a cambiare tutto, a modernizzare la messa e con essa tutti gli altri aspetti della vita cattolica, pensando di fermare così la fuga dalle chiese, con il risultato, ed è sotto gli occhi di tutti, che le chiese hanno terminato di svuotarsi; chi è poi rimasto a frequentarle, non è certamente più autenticamente cattolico degli uomini di un tempo.

  Ne è esempio lampante proprio la riforma della Messa: l'hanno cambiata per renderla meno difficile alla gente, per renderla meno pesante. Ne è nato un rinnovamento? No, ma un impoverimento, uno svuotamento ambiguo di contenuto: è come se lo “ scheletrito” nuovo rito della messa non educasse più, lasciando spazio a tutte le nostre piccole e grandi eresie.

  La strada da percorrere era un'altra, quella di un appassionato lavoro quotidiano per educare le anime a vivere della messa, comprendendone l'inestimabile valore e l'incommensurabile bellezza. Occorrevano preti intelligentemente appassionati, comunità ferventi, capaci di preghiera, studio e sacrificio; occorrevano anime commosse. Ci si è invece affidati alla via ingannevole di una riforma esterna che facilitasse i riti per i preti e per i fedeli... illudendosi che accomodando le cose esterne le anime si convertissero. E tutto è crollato in uno spaventoso impoverimento: per inseguire i fedeli senza fervore, si è banalizzata la messa riducendola quasi a un rito degno di una religione puramente naturale.

  E invece la Chiesa aveva bisogno della santità, e la santità nasce dalla conversione personale.

  Il rito non va cambiato, deve cambiare invece il nostro cuore. Il rito deve essere la roccia sicura su cui posare tutta la nostra vita. Per questo siamo tornati alla Tradizione, per questo custodiamo la “Messa di sempre”. Il rito deve custodire la retta fede, la vera preghiera cattolica, deve metterci nella posizione giusta difronte a Dio: solo così la grazia potrà operare la nostra conversione.

  Sono i santi, commossi per l'opera di Dio, che rinnovano la Chiesa e la vita cristiana, e non i giochi umani dei cambiamenti continui.

  Chi vuole i cambiamenti continui è semplicemente un uomo annoiato; e con gli uomini annoiati in cerca di novità esteriori, fossero anche religiose, non si fa una Chiesa santa.

  Il vero movimento liturgico, quello di Gueranger e di Pio X per intenderci, voleva favorire proprio un'autenticità di preghiera nei sacerdoti e nei fedeli. Voleva che le anime immergendosi nella santa liturgia, pregando veramente con la Chiesa, rinascessero ad una vita cristiana più autentica e intelligente. Invece nel movimento liturgico si operò il tradimento, consumato da chi pensava che facilitare equivalesse ad aiutare a pregare: così non fu, ed è sotto gli occhi di tutti il disastro... i cristiani sanno ormai raramente pregare.

  Nulla di esterno può sostituirsi alla nostra conversione, al sincero fervore personale, all'autentico amore per Cristo. Ma la nostra conversione, operata dalla grazia, scaturirà dalla preghiera della Chiesa che la Tradizione ci ha consegnato, che è la preghiera di Cristo stesso.

  Così è necessario anche per noi che:

  1. si torni alla corretta liturgia secondo la tradizione, perché il tesoro della rivelazione pregata non vada perduto;

  2. che sacerdoti e fedeli intelligentemente commossi diventino autentici missionari, educatori alla preghiera secondo il cuore della Chiesa. Se non ci fosse anche per noi questo secondo punto, cadremmo nello stesso tragico errore dei riformatori conciliari: credere che basti tornare a qualcosa di esteriore (fosse anche la messa antica) perché la vita rinasca.

  Che la Madonna ci aiuti ad essere fedeli al nostro compito.

trasformare la fede in uno spettacolo e in una autocelebrazione non porta da nessuna parte

Il destino amaro della spiritualità in Occidente....
 
Terminata la grande cerimonia della canonizzazione di due papi, riprendiamo insieme ad altri blog un lucido scritto che suonerà a taluni un po' antipatico ma che mette il dito nel grosso problema del nostro mondo cristiano: la spiritualità a cui non viene data esauriente e reale risposta. Il grande spettacolo religioso non è fatto per dare risposte profonde! Il destino della spiritualità in Occidente risulta ancora amaro. Ecco la vera radice della decadenza delle sue forme liturgiche...
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di Massimo Fini

Oggi Papa Wojtyla viene beatificato a soli sei anni dalla sua morte. Un caso unico nella storia della Chiesa che in queste faccende è sempre stata tradizionalmente cauta. Il popolo lo voleva 'Santo subito'.

Ma trascorso lo spirito dell'epoca, avido di fretta, di 'eventi', di spettacolo, io credo che Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa che ha rischiato di distruggere ciò che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente. E questo è, in apparenza, doppiamente paradossale. Perchè nessun Pontefice, almeno nel dopoguerra, è stato così popolare come Papa Wojtyla. Non lo è stato il problematico Paolo VI, non lo fu l'ascetico e ieratico Pio XII. Non ebbe il tempo di esserlo Papa Luciani. Solo Giovanni XXIII gli si può forse avvicinare, ma regnò cinque anni mentre Wojtyla in un quarto di secolo ha avuto più tempo per affermare la propria potente personalità. È inoltre paradossale perchè il Papa polacco, nelle sue strutture più intime e profonde, era portatore di valori spirituali forti, antichi, tradizionali, premoderni, addirittura pretridentini e quindi particolarmente adatto a rilanciare la Chiesa in un'epoca in cui, proprio in reazione ad una Modernità trionfante e dilagante che ha fatto terra bruciata del sacro, si fa sentire, prepotente, il bisogno di un ritorno a quei valori religiosi o comunque a dei valori che la società laica non ha saputo dare. Eppure mentre la popolarità di Wojtyla è andata sempre crescendo, fino all'apoteosi della sua esibita agonia e della sua morte, nello stesso tempo, sono crollate le vocazioni (crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) e la fede, almeno in Occidente, si è intiepidita fino a ridursi, in molti casi, a una vuota forma. Come si spiega questo duplice paradosso? Con una situazione strutturale della società contemporanea estremamente negativa per il magistero spirituale della Chiesa, che però Papa Wojtyla ha contribuito, in modo notevole, ad aggravare con la sua particolare personalità e anche, e proprio, con i modi e i mezzi con cui ha raggiunto la sua straordinaria popolarità.

In linea generale la crisi della Chiesa in Occidente deriva dal fatto che il mondo industrializzato si è da tempo desacralizzato. Quando Nietzsche a metà dell'Ottocento proclama "la morte di Dio" non fa che constatare che il senso del sacro è morto nella coscienza dell'uomo occidentale. Un mondo che, come il nostro, si organizza intorno alla produzione, al consumo, al mercato di oggetti materiali o mercifica e commercializza anche ciò che è spirituale, che fa dell'economia e della tecnica i suoi punti di assoluto riferimento, togliendo all'uomo quella centralità che aveva invece nel Medioevo europeo e cristiano, non può partorire valori, tanto meno religiosi. La Chiesa però non è stata capace di intercettare le contro spinte che nascevano da questa situazione, le esigenze spirituali che, sia pur ancora minoritarie, si rifacevano vive dopo l'orgia della razionalizzazione. Perchè proprio nel momento in cui era necessario fare il contrario la Chiesa ha preferito seguire l'onda e si è a sua volta mondanizzata. Invece di opporsi ai tempi li ha cavalcati, nella speranza di non perdere del tutto il contatto coi propri fedeli. Questo calcolo si è rivelato sbagliato. Una Chiesa che si mondanizza, che partecipa al dibattito pubblico, sociale e politico vi ha forse qualche influenza e un indubbio ritorno mediatico ma quanto guadagna in pubblicità perde in presa spirituale. Del mondo ne abbiamo fin sopra i capelli e non sentiamo certo il bisogno che a esso si aggiunga e si sovrapponga un Ente che ha come compito istituzionale quello di curare le anime, per chi crede alla loro esistenza. Ecco perchè sempre più spesso in Occidente molti si rivolgono verso le religioni orientali, il buddismo, l'islamismo oppure si lasciano attrarre dai fenomeni di quella che viene chiamata la 'New Age', dall'esoterismo, dalla magia, dall'occultismo, dal satanismo o addirittura dall'astrologia, per cercare di soddisfare in qualche modo, un modo povero, confuso, lontanissimo dalla sapienza e dalla raffinatezza psicologica della Chiesa di Paolo, i bisogni spirituali cui la Chiesa, oggi, modernizzandosi e mondanizzandosi, dà sempre meno risposta. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha esasperato questa mondanizzazione della Chiesa. Wojtyla si è occupato troppo di politica e del sociale. È nato come Papa 'politico' con la sua lotta al comunismo e ha proseguito su questa strada proponendosi come uno dei principali mallevadori dell'indipendenza della cattolica Croazia grande, che ha dato origine alla guerra di Bosnia. Sono infinite le occasioni in cui Wojtyla è entrato a piedi uniti in questioni interne dello Stato italiano, dando origine ad un malvezzo che oggi ha raggiunto livelli intollerabili. Per cui in molti lo hanno percepito più come un leader politico che come un padre spirituale.

Bazzicando troppo il mondo Papa Wojtyla ha finito per sposarne, a dispetto del suo tradizionalismo antropologico, anche le convinzioni in campo economico, appiattendosi sul concetto industrialista e prettamente modernista di Sviluppo. Già nell'enciclica Sollecitudo rei socialis, che appartiene ai primi anni del suo pontificato, scriveva:"Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, dà il suo primo contributo alla soluzione dell'urgente problema dello Sviluppo". E, a guardar bene, anche il suo ecumenismo è perfettamente in linea con la globalizzazione economica e col tentativo di 'reductio ad unum' dell'intero esistente al modello di sviluppo occidentale. È vero che l'idea di progresso appartiene al pensiero giudaico-cristiano, ma per lunghi secoli la Chiesa non aveva mai identificato il Progresso con lo Sviluppo, al quale anzi era stata fieramente avversa se si pensa alla battaglia condotta dalla scuola tomista contro l'economia mercantile.

Ma ciò che ha definitivamente offuscato il messaggio spirituale di Wojtyla è stato l'uso a tappeto, spregiudicato e anche abbondantemente narcisistico, dei mezzi di comunicazione della Modernità (Tv, jet, viaggi spettacolari, creazione di 'eventi', concerti, gesti pubblicitari, 'papamobile', 'papaboys'), per cui se è vero che "il mezzo è il messaggio", come diceva McLuhan, ha finito per confondersi con essa. Quando un Papa partecipa, seppure per telefono, alle trasmissioni di Bruno Vespa si mette inevitabilmente al livello degli ospiti di quel salotto mediatico. Ecco perchè la popolarità personale di Papa Wojtyla ha raggiunto le stelle ma ha lasciato la Chiesa con le gomme a terra, nel deserto del sacro. Ai suoi funerali c'era una folla immensa (come ci sarà oggi alla sua beatificazione), soprattutto di giovani attratti dall''evento', dallo spettacolo, dalle riprese televisive, dalla smania di protagonismo, ma se si entra in una chiesa italiana, ma anche francese, ma anche spagnola, cioè di Paesi tradizionalmente cattolici, in un giorno che non sia la canonica mattina di domenica quando i sepolcri imbiancati del ceto medio vanno a rendere un omaggio formale al culto e alla loro superstizione, si trovano solo quattro vecchiette strapenate, terrorizzate dalla vicinanza della morte, ma di quella folla di giovani non c'è traccia.

Una conferma clamorosa che Giovanni Paolo II avesse una scarsa presa spirituale, in contrasto con la sua enorme popolarità, la si ebbe con la guerra in Iraq contro la quale Wojtyla tuonò più volte, senza per altro riuscire a impedire al cattolicissimo Aznar di parteciparvi. Papa Wojtyla è stato popolare come può esserlo oggi una grande popstar, ma dal punto di vista spirituale la sua parola ha avuto il peso di quella di una popstar, o poco più.

 
pubblicato su Il Fatto Quotidiano
http://www.massimofini.it/2011/wojtyla

martedì 29 aprile 2014

"L’Impero del Male non è russo né americano, ma cosmopolita. Il suo leader risiede negli abissi infernali, da dove rinnova la sua folle sfida alla Chiesa" (prof. Roberto de Mattei)


 
 
Editoriale di Radici Cristiane n. 93 - Aprile 2014    

Vivere come si pensa

Scrive Paul Bourget nel suo romanzo “Il demone meridiano”: «Bisogna vivere come si pensa, se non si vuole finire col pensare come si vive». La vita deve essere coerente con le idee, ma le idee devono essere a loro volta coerenti con i grandi principi e le leggi metafisiche e morali, che regolano la vita umana.

di Roberto de Mattei



E' nota la frase con cui lo scrittore francese Paul Bourget conclude il suo romanzo Il demone meridiano (tradotto in Italia dall’editore Marco Solfanelli): «Bisogna vivere come si pensa, se non si vuole finire col pensare come si vive». Questa frase contiene una profonda verità. L’uomo è inclinato al male dal peccato e per giustificare le cattive azioni che pratica o desidera praticare produce sofismi ed errori intellettuali. Se la vita non si conforma al pensiero, è il pensiero che si conforma alla vita. Ma per vivere bene, occorre prima di tutto pensare bene. La vita deve essere coerente con le idee, ma le idee devono essere a loro volta coerenti con i grandi principi e le leggi metafisiche e morali, che regolano la vita umana. Esistono delle norme dell’agire umano, perché Dio ha dato all’uomo una natura e delle leggi conformi con questa natura. Nell’essere umano sono incise non solo le leggi dell’istinto, comuni agli animali, ma le leggi della conoscenza, che devono governare la sua libertà. Tutti gli esseri umani sono governati da leggi, che hanno le loro radici nell’immutabile volontà di Dio. La legge eterna, che è Dio, è il centro e la sorgente di tutte le leggi. L’uomo ha un’intelligenza e una volontà che devono guidare la sua parte inferiore, quella sensibile, che ha in comune con gli animali. Se così non accade, se l’uomo si lascia guidare dai sensi e dalle passioni, queste finiscono per modificare le idee. Per questo la conoscenza deve regolare la vita umana. Il padre Antonino Eymieu, in un libro dedicato a Il governo di se stesso (tr. it. Desclée, Roma 1913) ha spiegato in maniera eccellente le grandi leggi psicologiche che governano l’anima umana. Le idee muovono gli atti, ma gli atti muovono a loro volta i sentimenti e questi influenzano le idee. Per questo bisogna essere uomini di principi, perché il mondo si regge su princìpi e i princìpi e le leggi su cui si regge il mondo hanno il loro centro e il fondamento in Dio primo principio e prima causa di tutto ciò che esiste. Dio è il principio che da nulla dipende, da cui tutto deriva, a cui tutto ritorna, origine di tutte le cose e loro compimento finale. Ciò che vale per i singoli uomini vale per le società umane e anche per quella società umano-divina che è la Chiesa. La Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo per annunciare la sua verità al mondo e convertirlo. Essa ha una dottrina e una legge, assoluta e immutabile, riflesso della Legge eterna, che è Dio. Questa dottrina e questa legge sono contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e vengono trasmesse dal Magistero. Neppure uno iota di questi princìpi può essere mutato. Nel corso della storia è capitato che i cristiani, nella loro vita personale, si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma ovvero un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti immorali in princìpi opposti alle verità cristiane. Nascono così i grandi errori teologici e morali, che, come ha spiegato Plinio Correa de Oliveira in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, hanno la loro origine nelle tendenze sregolate dell’animo umano. Quando gli uomini non pensano come vivono, adeguano le proprie idee alla loro vita. Questa tentazione è penetrata oggi nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della “prassi pastorale”. Significative a questo proposito sono le recenti dichiarazioni del cardinale Walter Kasper in materia di morale coniugale. Poiché «tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso», secondo il cardinale bisognerebbe adeguare la dottrina e la disciplina della Chiesa alle situazioni di fatto in cui oggi vivono molti cristiani, a cominciare dai divorziati risposati. Sono i princìpi a doversi adeguare al comportamento dei cristiani e non la loro condotta a conformarsi ai princìpi. Si deve pensare come si vive e non vivere come si pensa. Il criterio ultimo della verità diviene la realtà sociologica. Tutto ciò che accade non deriva da un’opposizione di natura morale tra le forze del Bene e quelle del Male, ma da spinte immanenti alla storia. Così come la vita nasce da impulsi, necessità, istinti, la storia è frutto di esigenze, tensioni, passioni. Da qui l’esigenza di approfondire e riproporre la dottrina cristiana in modo da cogliere “i segni dei tempi”. I segni dei tempi sono quei fenomeni che caratterizzano un’epoca ed attraverso i quali si esprimono i bisogni e le aspirazioni dell’umanità. In altre parole, l’umanità evolve e i princìpi devono accordarsi al processo di trasformazione della società. A questa teologia evolutiva della storia si accompagna una morale evolutiva. Non esistono gli “assoluti morali”. Tutto muta, perché non esiste una natura umana data, né una legge naturale stabile. La dottrina cristiana si dissolve nella prassi. Il Cristianesimo si trasforma in vita senza verità, o meglio in vita che produce la verità nel divenire dell’esperienza: divenire dei singoli e divenire dei popoli. Fin dalla sua nascita il Cristianesimo ha opposto al mondo la verità del Vangelo. Il mondo, secondo la teologia della storia cristiana, è il campo di battaglia tra i fedeli di Cristo e i seguaci di Satana. E Satana è il «principe di questo mondo» (Gv, 12, 31), intendendo il mondo come il complesso di norme e di abitudini che si oppongono al Cristianesimo. La lotta tra lo spirito del Vangelo e quello del mondo durerà fino alla fine dei tempi e ha conosciuto e conoscerà momenti alterni, ma si concluderà con la vittoria finale di Cristo. Vi sono state epoche in cui Cristo ha vinto il mondo, come la Civiltà cristiana medioevale, ma la Rivoluzione francese ha inaugurato un’era in cui il mondo è sembrato prevalere sulla Chiesa. Oggi è la Chiesa stessa che sembra cedere al mondo, nell’illusione di disarmarlo, cessando di combatterlo. Ma in questo scontro mortale, se la Chiesa non lotta per convertire il mondo, è il mondo a convertire e mondanizzare la Chiesa. I primi apostoli opposero al paganesimo la verità del Vangelo, sfidando l’Impero romano. Gli apostoli del nuovo cristianesimo si piegano all’Impero mondialista, ammainando la bandiera della verità. Oggi un impero ben più totalitario di quello romano estende i suoi tentacoli su scala planetaria. Il fumo di Satana ha invaso il Tempio di Dio ed egli si illude di averlo conquistato. Combattendolo, non dobbiamo stancarci di ricordargli che le porte dell’inferno mai prevarranno. (RC n. 93 - Aprile 2014)

 

Tratto da: http://www.radicicristiane.it/fondo.php/id/1968/ref/1/Vivere-come-si-pensa