sabato 7 giugno 2014

10 domande al card. Braz de Aviz


10 domande al cardinale João Braz de Aviz
 

Eminenza Reverendissima,

ci permettiamo di rivolgerLe le domande che seguono a motivo dei gravi interrogativi posti dal Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata e della Visita apostolica a carico delle Suore Francescane dell’Immacolata, provvedimenti entrambi da Lei disposti.

Si tratta di interrogativi di rilievo universale, che emergono, in coscienza, dal dovere di ciascuno di cercare la verità, particolarmente nelle questioni di fede e di morale.

Siccome lo scandalo suscitato in tanti dal Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata e dalla Visita apostolica delle Suore Francescane dell’Immacolata è pubblico, le domande che ne sono scaturite Le vengono parimenti poste pubblicamente.

 
1)    Perché sono stati commissariati i Frati Francescani dell’Immacolata? Dal Decreto di Commissariamento da Lei emanato non è dato evincere alcuna motivazione. Perché?

2)    Perché Lei non ha tenuto alcun conto della Nota (del 29 maggio 2013) inviatale dal Consiglio generale, unitamente col Procuratore generale, dei Frati Francescani dell’Immacolata con la quale Le si facevano presente – per quanto riguarda la Visita apostolica allora in corso – alcuni fatti gravissimi, e che non hanno alcun precedente in tutta la storia della Chiesa, tra i quali (come vi si legge): “la decisione [del Visitatore] di procedere SOLO attraverso un questionario scritto, evitando del tutto la visita alle comunità e persino dei seminari […]; il contenuto del questionario che, al di là dell’intenzione di suggerire una “tendenziosa” versione della situazione dell’Istituto, era pieno di domande non facilmente comprensibili alla maggioranza dei nostri fratelli […]; I risultati del questionario, da soli, senza verificare che ciò che vi è scritto corrisponde davvero alle convinzioni di ogni frate, sono inaffidabili per le suddette ragioni”?

3)    È al corrente delle disposizioni emanate dal Commissario apostolico, da Lei designato per guidare i Francescani dell’Immacolata, con cui si impone ai Frati, tra l’altro, la chiusura dei seminari, la sospensione delle ordinazioni, e la proibizione di collaborare a pubblicazioni teologiche e di apostolato? Se ne è informato, perché ha avallato tali misure, evidentemente distruttive di fondamentali attività proprie del carisma di tale Istituto, regolarmente approvato dalla Santa Sede?

4)    Perché ha disposto la Visita apostolica nei confronti delle Suore Francescane dell’Immacolata, cioè del ramo femminile dell’Istituto religioso da Lei già commissariato?

5)    Perché ha inviato come Visitatrice apostolica una religiosa così distante per attitudini e per formazione – ma soprattutto per il modo di pensare e di agire – dalle Suore Francescane dell’Immacolata?

6)    Perché non ha dimostrato altrettanta attenzione e severità nei confronti di quegli Istituti religiosi, nei quali un gran numero di membri si è palesemente allontanato dal carisma dei Fondatori e dall’osservanza delle rispettive Regole e Costituzioni?

7)    Che cosa pensa della Teologia della liberazione? Ritiene compatibile con la fede cattolica l’adesione alle tesi della Teologia della liberazione, particolarmente dopo l’esplicita condanna con la Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede, confermata da Giovanni Paolo II (6 agosto 1984), con la quale, tra l’altro, se ne dichiarano “le gravi deviazioni ideologiche” ?

8)    Che cosa pensa della prospettiva sincretista di unificare tutte le religioni in una nuova religione planetaria? È vero che Lei ha partecipato, tenendo la relazione introduttiva, al Primo Forum Spirituale Mondiale, insieme ai rappresentanti di società spiritiste, teosofiche e massoniche?

9)    Non ritiene che ogni progetto di religione planetaria contraddica palesemente il principio che “deve essere [...] fermamente creduto come verità di fede cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e Trino è offerta e compiuta una volta per sempre nel mistero dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio di Dio” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus, 14)? 

10) Che cosa pensa della Massoneria? Ritiene compatibile con la fede cristiana l’adesione di un cattolico ed, a maggior ragione di un ecclesiastico, alla Massoneria?     



Con i più deferenti saluti.

 

Corrispondenza Romana
Riscossa cristiana
Chiesa e postconcilio
Il Cammino dei Tre Sentieri
Vigiliae Alexandrinae
Giudizio cattolico
Conciliovaticanosecondo
Una Fides



 

martedì 3 giugno 2014

nella lampada conciliare di olio non ce n'e più...

L’ATEISMO CONCILIARE
Per secoli  la dottrina cattolica venne insegnata come irreformabile. E tutto ciò per una sola, semplicissima ragione: perché la si sapeva di origine divina e non umana. Ma ora quel tempo è alle nostre spalle, e nessuno – dico nessuno – osa negarlo. Per usare il linguaggio degli antropologi, si potrebbe dire che la dottrina cattolica, per secoli e secoli, è stata tabù. Ma oggi, quasi si trattasse di superstiziose credenze di popoli primitivi, quel tabù non ha più nessun credito, meno che mai presso il moderno clero. Quindi, lo si può toccare, ritoccare, riformare come e quanto si vuole, a proprio piacimento; e lo si può perché, a differenza di ciò che si attardano a immaginare le sciocche credenze primitive, si ritiene che nessuna divinità vi sia posta a guardia.
Già da questo si dovrebbe comprendere come il Concilio Vaticano II, riformando di fatto il dogma cattolico ad uso e consumo dell’uomo moderno, ha inteso deliberatamente sfidare la stessa autorità di Dio. Ora, per sfidare l’ autorità di Dio, non basta aver perso la fede cattolica, bisogna aver perso la consapevolezza della trascendenza dell’Essere. Bisogna, cioè, credere che la vita si risolva interamente qui, in questo breve passaggio terreno, bisogna aver perso (o deposto) definitivamente ogni timor di Dio e vivere e pensare come se Dio non esistesse. Perciò appare chiaro, a chi voglia vedere, che, riformando il “tabù” cattolico (se mi si passa l’ espressione), i vaticanosecondisti non mostrano soltanto d’avere perso la fede cattolica, ma d’avere perso il senso della trascendenza dell’Essere. Che è, poi, ciò che accade inevitabilmente quando si abbandona la metafisica tomista.
* * *
Quanto si è detto può sembrare drastico ed eccessivo; ma solo se non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Giacché è la realtà a dirci che sono gli stessi documenti conciliari – e non la loro cattiva interpretazione – a sfidare nel modo più netto e temerario gli anatemi posti a suggello della fede cattolica. Mi riferisco, in particolare, a Nostra Aetate e Dignitatis Humanae Personae, ove si annuncia un Vangelo diverso da quello cattolico e mi riferisco, inoltre, alla mostruosa riforma liturgica. Ora, nulla appare più evidente dell’incredulità di chi sfida gli anatemi di una tradizione religiosa millenaria come, ad esempio, i notissimi anatemi di San Paolo e San Giovanni apostolo. E se nemmeno San Paolo e San Giovanni apostolo hanno titoli per scomunicare chi annuncia un “Vangelo diverso”, ciò accade per un semplicissimo ed evidentissimo motivo: perché i vaticanosecondisti non credono che gli anatemi di San Giovanni apostolo, San Paolo, unitamente a quelli di 20 concili ecumenici, siano divinamente ispirati. Per essi non c’è nessun Dio a guardia gelosa di quegli anatemi: sono semplici maledizioni scagliate da uomini, a cui, oggi, si sono sostituiti altri uomini (che si immaginano molto più buoni dei primi). E d’altronde come stupirsi di questa mancanza di fede, quando Nostra Aetate e Dignitatis Humanae Personae, negano nel modo più radicale ed evidente le parole che Gesù ci ha lasciate nel Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita, nessuno sale al Padre se non per mezzo di me”? Dinanzi a tanto sfacelo chi parla di ermeneutica della continuità o mente o non sa quel che dice. Dalla parte opposta, chi sostiene che il Vaticano II non esprime più la fede cattolica, come si sente dire spesso, adotta soltanto un gentile eufemismo. In realtà, qui siamo ad un volgare e comunissimo ateismo, ad un livello di ateismo da bar dello sport; e ciò per tre motivi evidenti: che vale la pena riepilogare:
a) perché chi ha lanciato una sfida a tutti gli anatemi della Chiesa mostra palesemente di non credere che Essa è divinamente assistita;
b) perché tale sfida, con Nostra Aetate e Dignitatis Humanae Personae concretatesi nello scandalo di Assisi,  giunge temerariamente a negare la divina verità della parola di Nostro Signore Gesù Cristo, e dunque la Sua Stessa Divinità;
c) perché la sfida in se stessa dimostra che coloro che hanno pilotato il Vaticano II e il postconcilio non avevano il benché minimo timor di Dio e nessunissima intenzione di riportarlo in auge.
* * *
D’altronde, la mancanza di fede che qui si denuncia non dovrebbe nemmeno meravigliare. Se Leone XIII, San Pio X, Pio XI, Pio XII insegnano che il rimedio al male è il ritorno alla metafisica tomista, una ragione c’è. Ed anche chiara.
Non è un mistero che il Vaticano II ha preteso di fare a meno della teologia tomista, che ha voluto precipitarsi in mezzo al vivo divenire del mondo facendo a meno dell’ essere, onde presentare la nostra fede non già come un cadavere ammuffito della ormai morta metafisica ma come un’azione vivente e uno slancio vitale incentrati sull’incontro con una persona. Ma il divenire, considerato in se stesso, non ha alcuna certezza di essere. Il divenire può considerare l’essere, tutto l’essere, solo come “potenza”, cioè come possibile; ed il possibile non è mai certo. La semplice potenza di essere, ossia il possibile, è, infatti, ciò che non si sa se sia o non sia. Il necessario, invece, è ciò che è ed è certamente. Anche il possibile esiste, è ovvio, ma non può esistere da solo, non può, cioè, giungere all’ essere da se stesso. Di conseguenza, se da possibile a possibile non si giunge all’essere, segue che, affinché il possibile sia, è necessario un essere che sia già in atto. La potenza d’essere, cioè, è possibile solo a condizione che le preesista l’atto puro da ogni potenza, cioè da ogni limite, atto eterno e infinito, che è Dio. Ma, in quanto si fonda sulla sola potenza, o possibilità di essere, il nudo divenire considera lo stesso Iddio come un possibile tra i tanti; e poiché, come si è testé detto, da possibile a possibile non si approda all’essere, il solo divenire, col suo semplice slancio vitale, non sa né potrà mai sapere se Dio esiste oppure no.
È vero che per giungere al Dio cattolico occorre, oltre la certezza dell’Essere, la fede in Cristo, ma resta, comunque, che il tomista, a differenza del modernista, sa che l’esistenza di Dio è conoscibile al solo lume della ragione naturale, esattamente come insegna il Concilio Vaticano I.
Partendo dalla nozione razionalmente certa dell’esistenza di Dio, il tomista, conformemente al dogmatico insegnamento del Concilio vaticano I, sa che il dubbio è una tentazione e che perciò è da rigettare come pensiero volontario, o, peggio, come metodo; così come sa che il conseguente agnosticismo è un peccato e non una posizione da difendere, o da insegnare, alla maniera di Benedetto XVI. Se gli accade di dubitare involontariamente della propria fede, il tomista non perde mai la nozione certa dell’esistenza di Dio, non discende mai sotto di essa, per naufragare miserevolmente nel nichilismo contemporaneo. Invece affrontando la fede senza nessuna certezza razionale dell’ esistenza di Dio e tuffandosi spericolatamente nel flusso del divenire del mondo per portarla agli altri, ci si mette proprio nelle condizioni di far subito naufragio. E, infatti, così è accaduto e solo i ciechi non lo vedono: abbandonato il porto sicuro del tomismo, il Vaticano II è subito naufragato nel nichilismo ateo della filosofia moderna, e Nostra Aetate e Dignitatis Humanae Personae stanno lì a testimoniarlo. A tal punto, che il rinnovamento liturgico e il drammatico crollo verticale  delle vocazioni sono da considerarsi come la conseguenza, tragica e inevitabile, del volgare ateismo mondano in cui è annegato, fin da principio, il cosiddetto spirito del concilio.
* * *
Il senso di questo scritto è riassumibile nel giro di poche, chiare e semplici parole: il Vaticano II, riformando la religione cattolica, ha deliberatamente inteso sfidare l’ autorità di Dio, e lo ha fatto perché non crede che la Chiesa Cattolica, nei suoi pronunciamenti, è divinamente assistita.
Non è dunque un caso che, tra i molti cambiamenti avvenuti all’ interno della Chiesa, a seguito dell’ ultimo Concilio, quello più evidente e incontestabile – e che li spiega tutti – è, appunto, la perdita del timor di Dio (e di conseguenza del senso del peccato). Chi è timorato è evidente che crede in Dio; e chi crede in Dio crede nel Suo Divin Figliuolo, nello Spirito Paraclito inviato alla Chiesa e, appunto per ciò, non osa toccar nulla del sacro deposito. Chi, invece, pensa che gli anatemi siano trascurabili e che, di conseguenza, i dogmi, la dottrina, il magistero e la liturgia rientrino senza problemi nella disponibilità dell’uomo, ne fa lo scempio che vuole, come si è visto negli ultimi cinquant’anni.
* * *
Oggi, come si sa, la Chiesa conciliare preferisce insegnare l’amore più che il timore, anche a discapito del timore. L’insegnamento dell’ amore non è, però, una novità: anche prima del concilio, la Chiesa insegnava che non è sufficiente il timore di Dio; è evidente che all’ amore di Dio bisogna corrispondere con l’amore e non con il solo timore.
Nell’ambito della propria vita privata, nessun fedele si sognerebbe mai di applicare l’insegnamento conciliare. Semplicemente dotato di una naturale intelligenza, il gregge sa benissimo che quando timore e rispetto scompaiono, l’amore è già svanito da un pezzo. In nessun ambito umano – salvo che nella illuminata “Chiesa conciliare” – ci si presterebbe a credere che un innamorato, in luogo di difendere l’oggetto del suo amore, lo abbandoni al pubblico ludibrio, unendosi lui stesso al coro di disprezzo degli estranei, com’è avvenuto negli ultimi cinquant’anni. Oggi gli illuminati pastori conciliari insegnano al gregge loro affidato l’amore senza il timore, come se il gregge non sapesse che l’amore senza timore, l’amore che non si cura poco o punto di spiacere all’amato, altro non è che una superficiale declamazione retorica, inesorabilmente smentita, peraltro, dai continui rifacimenti, rimaneggiamenti e lifting a cui sottopone l’Amato ormai da mezzo secolo, umiliandolo pubblicamente in tutti i modi.
È evidente, dunque, che l’amore non sta senza il timore, e che dove si trova l’uno, compare subito anche l’altro. Ciò vale anche per la “chiesa” uscita dal concilio. Di conseguenza, se si volesse individuare chi o cosa essa ami, bisognerebbe necessariamente cercare a chi, nell’ ipotesi in questione, temerebbe immensamente di spiacere. Già! perché è di per sé evidente che se cessa il timore per qualcosa, non per questo cessa il sentimento del timore. La natura umana è così fatta che un assoluto non scompare senza lasciare il posto a un altro. Voglio precisamente dire ciò che sanno tutti, e cioè che quando non si teme un dio, è perché se ne teme un altro. L’assoluto, infatti, non scompare mai, nemmeno se è negato. Ebbene, chiarito ciò, non sembra molto difficile capire quale sia il nuovo assoluto – il nuovo dio – a cui, da cinquant’anni, la Chiesa conciliare si prostra con timore e tremore. Questo dio è il mondo (basta leggere la Gaudium et Spes, per comprenderlo). Ma un dio non viene mai onorato a caso, senza ragione; e che cosa abbia di così speciale questo nuovo dio, ce lo dice lo stesso Vaticano II.
Il nuovo dio, a cui il concilio ha spontaneamente aperto le porte della città santa, e venuto a portare ciò che unisce e a spazzar via ciò che divide (a ripulire l'aria soffocante di sacrestia, stando alla nota metafora conciliare). In altre parole secondo il concetto d' amore proposto apertamente dalla Chiesa conciliare il nuovo dio e venuto a liberare del giogo intollerabile di una Verità assoluta, che, in luogo di ricercare ciò che unisce, discrimina e separa uomo da uomo; giacché, com'e purtroppo noto, per i grandi geni della "Chiesa conciliare" la Verità ha il torto, e non il merito, di escludere l'errore. Quindi, con l'entusiastico consenso di clero e gerarchia conciliare, il nuovo dio e venuto a cancellare (se fosse possibile) proprio quel Segno di contraddizione che Simeone, il giusto, ha atteso tutta la vita. Ed è appunto per insegnare alla Chiesa a non proporre più quel Segno, che il dio del mondo si e astenuto dall' imporre la negazione della Verità cattolica. Anche se ne aveva tutto il diritto, in quanto e dio, si è limitato soltanto a suggerire che, in ambito ecclesiastico, ci si degnasse finalmente di prestare ascolto ai ra­gionevoli pensieri degli uomini più intelligenti. Perciò mai ha impedito che si rendesse onore al Dio creato­re e redentore, alla reale presenza nell' Eucaristia, alla verginità di Maria, alla divinità del Figlio e ai Vangeli che la proclamano, a patto che si coltivasse un dubbio ragione­vole in merito alla effettiva Verità di questi dogmi.
In cambio di questa ragionevole rinuncia alla pretesa origine divina (e assoluta) della dottrina cattolica, il nuovo dio ha elargito alla "chiesa" quelle dottrine umane che ancora le mancavano, arricchendola, cosi, di tutte le eresie che aveva sciocca­mente condannato nel corso della sua lunga storia. E, oggi, la chiesa del concilio, grata di tanto dono, e finalmente in grado di annunciare, dal più alto soglio, che chi ha la cer­tezza della propria fede non porta Dio, ma solo se stesso; il che vuol dire, per converso (anche se non vien detto), che solo chi dubita della propria fede e degno di annunciare Cristo.
E' chiaro a questo punto che nella lampada conciliare di olio non ce n'e più. Che è finito, come finì alle cinque vergini stolte, ma con una differenza sconcertante: che quelle cinque vergini lo chiesero alle altre, mentre clero e gerarchia conciliare nemmeno si degnano di chiederlo a chi ce l'ha, e cioè alla Tradizione.
G. R.

venerdì 30 maggio 2014

Tornare al Sacrificio per salvare il Sacramento - Editoriale di "Radicati nella fede", Giugno 2014.


TORNARE AL SACRIFICIO 
PER SALVARE IL SACRAMENTO.

Editoriale di "Radicati nella fede"
Giugno 2014




 Giugno è il mese del Corpus Domini. È il mese della grande festa dedicata tutta a Gesù eucaristico. Anche noi, come tutte le parrocchie, ci apprestiamo a celebrarla Domenica 22 Giugno, visto che in Italia il Giovedì della solennità non è più giorno festivo. Lo faremo soprattutto con la processione solenne dopo la Messa cantata, portando per le vie del paese l'Ostia Santa.

 Dovrebbe essere questa la processione più importante dell'anno, perchè in essa non si porta una statua venerata della Beata Vergine Maria o di un santo, non si porta una reliquia, ma Gesù stesso, vivo e vero nel SS. Sacramento;  vivo e vero con il suo Corpo Sangue Anima e Divinità. Questa processione dovrebbe essere solennissima, colma di adorazione e di sacro rispetto per il Signore che passa.

 Sicuramente molti sentiranno affiorare delle decise e malinconiche considerazioni: ormai  nei nostri paesi non è più così, non si riesce a fare più il Corpus Domini di una volta; un tempo sì che tutte le strade erano addobbate, le pareti del percorso tutte coperte dai drappi più belli; e vi ricordate poi gli altari delle soste? Si faceva a gara per farli uno più bello dell'altro! E la gente come si inginocchiava...!

 Sì, non è più così. Oggi, se va bene, quella del Corpus Domini è la processione del piccolo resto dei credenti che adorano ancora la SS. Eucarestia. Per la processione della Madonna forse c'è da sperare in qualche cristiano in più, ma per il Corpus Domini...!
 Sono tutte considerazioni realiste, ma sbaglieremmo se ci fermassimo lamentosamente solo ad esse, senza andare più a fondo.

 Perché si è perso lo spirito di adorazione? Perché l'animo di tantissimi battezzati non riconosce più il Signore che passa nell'Ostia Santa?

 Molti tra i “conservatori” diranno che tutto è stato causato da alcuni fattori: dallo spostamento dei tabernacoli nelle chiese, che dagli altari sono stati relegati in qualche altro angolo; dal non fare più la genuflessione; dal ricevere la comunione in piedi e sulla mano; dalla riduzione se non scomparsa del digiuno eucaristico, ecc...
 Tutto vero, ma non siamo ancora alla causa più profonda, quella vera.

 Tutto ha inizio da una disastrosa riforma del rito della Messa, seguita al Concilio Vaticano II.

 Con la scusa di tradurre nella lingua parlata la Messa, nel 1969 questa fu cambiata radicalmente, praticamente rifatta, epurata da tutti gli espliciti riferimenti al Sacrificio Propiziatorio, e questo per piacere ai Protestanti.
 Di fatto la Messa si trasformava sempre più in una Santa Cena, fatta, praticamente, solo perché preti e fedeli si cibino alle “due mense”, della Parola e del Corpo di Cristo; in una parola, la Messa fatta per fare la Comunione.
 Scomparve così nel vissuto del popolo cristiano il fatto centrale e determinante: il Sacrificio di Cristo in Croce. Per questo Gesù ha istituito l'Eucarestia, perché sia perpetuata la Sua offerta sulla Croce, quella offerta che sola cancella i peccati e placa la giustizia divina. Ogni giorno, nelle chiese del mondo, è necessario che sia offerto il Sacrificio di Cristo, perché il mondo si salvi dall'abisso.

 Ma cosa c’entra tutto questo con la presenza di Gesù nell’Ostia, con l’adorazione, con il Corpus Domini? Semplice, se la Messa non è più intesa come l'oblazione di Cristo sull'altare della Croce, ma solo come pasto sacro, è messa in pericolo anche la presenza stessa di Cristo nell'Eucarestia.

 Un grande autore scriveva:

 Ci sono due grandi realtà nella messa, che sono il sacrificio e il sacramento. Queste due grandi realtà si realizzano nello stesso istante, nel momento in cui il prete pronuncia le parole della consacrazione del pane del vino. Quando ha terminato le parole della consacrazione del prezioso sangue, il sacrificio di Nostro Signore è realizzato e Nostro Signore è in quel momento pure presente, il sacramento di Nostro Signore è anch'esso lì. (...) Questa separazione mistica delle specie del pane e del vino realizza il sacrificio della messa. Dunque, queste due realtà sono realizzate dalle parole della consacrazione. Non si può separarle. Ed è ciò che hanno fatto i protestanti; hanno voluto solamente il sacramento senza il sacrificio. Non hanno né uno né l'altro, né il sacramento né il sacrificio. E questo è il pericolo delle messe nuove. Non si parla più del sacrificio; sembra che si prescinda dal sacrificio. Non si parla più che dell'Eucarestia, si fa una «Eucarestia», come se non vi fosse che un pasto. Si rischia bene di non avervi più né l'uno né l'altro. E' molto pericoloso. Nella misura che il sacrificio scompare il sacramento scompare anch'esso, perché ciò che è stato presentato nel sacramento, è la vittima. Se non c'è più il sacrificio, non c'è più vittima.
 

 “Se non c’è più il Sacrificio, non c’è più la Vittima”: parole pesanti ma logicissime, secondo fede. Senza inoltrarci in delicatissime considerazioni sacramentarie, possiamo tranquillamente dire che almeno nel vissuto dei cristiani si è proprio provocato questo: l’offuscamento del carattere sacrificale della Messa ha fatto perdere la coscienza della presenza sostanziale di Cristo nel Sacramento.

 A MESSA ANTICA corrisponde la sottolineatura e del Sacrificio propiziatorio e della presenza sostanziale di Cristo nell’Ostia Santa.

 A MESSA NUOVA corrisponde la sottolineatura del banchetto eucaristico, della santa comunione e... guarda caso... la quasi scomparsa dello spirito di adorazione.

 Non è proprio un caso: se non c’è più il Sacrificio, non c’è nemmeno più la Vittima, non c’è Gesù presente.

 Ecco perché è sbagliato arginare il disastro liturgico con qualche semplice lavoro di “maquillage”, magari riportando i segni esterni dell'adorazione - incenso, candele, balaustre e inginocchiatoi... grandi adorazioni anche notturne... - senza preoccuparsi di tornare al corretto rito della Messa, alla Messa della Tradizione.

 Sbaglia chi si ferma ai segni esterni, giocando con un sentimento vago della tradizione, facendo leva sulla sola estetica che inganna. La questione è tornare alla chiarezza, tutta cattolica, del Sacrificio Propiziatorio espresso nella Messa, quella giusta.

 Il tornare alla Messa giusta sanerà anche la processione del Corpus Domini, e sanerà prima ancora la vita dei cristiani, chiamati a partecipare al Sacrificio di Cristo con tutte le fibre del proprio essere.



mercoledì 28 maggio 2014

Rosario



Leggo sull’inserto «Salute» del «Corriere della Sera» del 23.1.2005 che nel 2002 la rivista British Medical Journal «pubblicò uno studio secondo il quale il rosario (quello canonico, in latino) recitato ogni giorno regolarizza il battito cardiaco e la pressione nelle persone che soffrono di scompenso cardiaco cronico».

Nello stesso articolo si ricorda che «alcun ricerche, condotte con rigore, hanno dimostrato che, fra i pazienti ricoverati in unità coronarica per un infarto, quelli che pregavano ed erano sostenuti da una fede forte approdavano più velocemente alla convalescenza». Suggestione, placebo? Beh, teniamo presente che «suggestione» e «placebo» tengono oggi il posto che nell’Ottocento era dell’«isteria», che serviva a «spiegare» quel che i medici non sapevano spiegare. Padre Pio, a chi gli faceva presente che forse le sue stimmate erano dovute al suo star sempre concentrato sulle Piaghe di Cristo, rispondeva: «Provate voi, a mettervi in un prato davanti a un toro, e concentratevi per vedere quando vi spuntano le corna». Già: la medicina moderna è nata dal dogma illuministico del «corpo» come «macchina», di cui basta riparare o sostituire il pezzo guasto. Ma l’uomo è fatto di anima e corpo, e le due cose non possono separarsi se non, momentaneamente, con la morte. D’altra parte, quelli che sorridono all’idea del rosario (in latino) che regolarizza polso e pressione sono gli stessi che, magari, recitano incomprensibili mantra facendo yoga per, appunto, rilassarsi e indurre benessere fisico-mentale. In latino? Sì: se le religioni monoteistiche hanno una «lingua sacra» (ebraico antico per gli ebrei, arabo antico per i musulmani), non si vede perché i cristiani non debbano avere la loro. I maghi, per esempio, sanno bene che certe loro operazioni non riescono se non vengono pronunciate le parole giuste, da abracadabra a simsalabim. In ogni caso, basta provare.

 

Rino Camilleri

giovedì 22 maggio 2014

"Ho visto affidare il mondo a bestie orrende" (Teresa Neumann)


“È bene, invece, che il popolo sappia, finalmente, che lo Stato ha, da tempo, rinunciato alla propria sovranità monetaria in favore di un ente privato, qual è la Banca d’Italia; ha rinunciato, cioè, ad emettere moneta propria, con la conseguenza che, per il perseguimento dei propri fini istituzionali, è costretto a chiedere, in prestito oneroso, le necessarie risorse finanziarie, indebitandosi nei confronti dell’istituto di emissione. Ed è bene che il popolo sappia anche che questo inutile indebitamento si trasferisce necessariamente ai cittadini mediante la pressione fiscale.

Pertanto, il popolo si ritrova debitore di quella moneta di cui, invece, dovrebbe essere proprietario, anche perché essa acquista valore solo perché i cittadini l’accettano come strumento di scambio e, quindi, solo a causa ed in conseguenza della sua circolazione.

Con l’avvento dell’Euro si determina, poi, un altro trasferimento della sovranità monetaria, questa volta dalla Banca d’Italia (così come dalle altre banche di emissione) ad un ente privato sovrannazionale, qual è la Banca Centrale Europea (BCE), che provvederà ad emettere la nuova moneta addebitandola ai popoli europei, secondo la stessa “filosofia” monetaria utilizzata, fino ad oggi, dalle Banche centrali nei confronti dei rispettivi popoli; ed attuando i princìpi del più sfrenato liberismo, previsto dal Trattato di Maastricht, che sono nettamente inconciliabili con la vigente Costituzione italiana, e che sono riassunti specialmente negli articoli 41, 42, e 43”

 

Estratto dal libro: “La banca la moneta e l’usura” di Sua Ecc.za dott. Bruno Tarquini stampato dalla Casa Editrice “Controcorrente” di Napoli, Via Carlo de Cesare 11 - 80132 Napoli - Tel.: 081 421349 - Fax: 081 5520024.

 

sabato 17 maggio 2014

teofobia




La filosofia dell'ultimo secolo, che agli occhi della posterità appari­rà come una delle epoche più vergognose dello spirito umano, non ha tralasciato nulla per distoglierci dalla preghiera in considerazione di leggi eterne e immutabili. Essa aveva come scopo preferito, direi qua­si unico, di distaccare l'uomo da Dio: e come poteva riuscirci con più sicurezza che impedendogli di pregare? Tutta questa filosofia altro non fu di fatto che un vero sistema di ateismo pratico:* ho dato un nome a questa strana malattia, la chiamo teofobia; guardate bene, voi la vedrete in tutti i libri filosofici del XVIII secolo. Non si diceva con franchezza: non c'è Dio, asserzione che avrebbe potuto comportare qualche inconveniente fisico; ma si diceva: Dio non e qui. Non  è nelle vostre idee, esse vengono dai sensi; non è nei vostri pensieri, che sono solo sensazioni trasformate; non è nei flagelli che vi affliggono, questi sono fenomeni fisici, come altri che si spiegano con le leggi conosciu­te. Egli non pensa a voi; non ha fatto nulla per voi di particolare; il mondo è fatto per l'insetto come per voi; non si vendica di voi, perché siete troppo piccoli, ecc... Infine, non si poteva nominare Dio a questa filosofia senza farla prendere dalle convulsioni. Scrittori anch'essi di quell'epoca, infinitamente al di sopra della massa, e considerevoli per eccellenti punti di vista parziali, hanno decisamente negato la crea­zione (XIII). In che modo parlare a queste persone di castighi celesti senza farle infuriare? Nessun avvenimento fisico può avere causa su­periore relativa all'uomo: ecco il suo dogma. A volte forse essa non oserà articolarlo in generale; ma nella pratica, negherà costantemente il particolare, il che è lo stesso.
 
* La teoria che nega l'utilità della preghiera è ateismo formale o non ne differisce che nel nome (Origene, De Oratione, Vol. I, in-folio, pag. 202)

tratto da : Joseph de Maistre, Le serate di San Pietroburgo, Fede & Cultura, p. 192

 

giovedì 15 maggio 2014

o la Tradizione o il Caos


Pubblichiamo la relazione magistrale che il prof. Roberto e Mattei ha tenuto il 1° maggio u. s. nella cornice della Giornata della buona stampa cattolica a Linarolo (PV) nel ricordo del grande amico, bioeticista e apologeta Mario Palmaro.

 

Corona dell'Impero Austroungarico

L’importanza della Tradizione

nell’ora presente


 

di Roberto de Mattei

 



L’epoca della sicurezza

Cento anni fa, nel maggio del 1914, governava la Chiesa san Pio X e regnava sul vasto Impero austroungarico l’imperatore Francesco Giuseppe.

Nelle cerimonie del venerdì santo si pregava per la Chiesa e per l’Impero: “Oremus et pro christianissimo Imperatore nostro ut Deus et Dominus noster subditas illi faciat omnes barbaras nationes, ad nostram perpetuam pacem” e si aggiungeva: “Onnipotens sempiterne Deus, in cuius manu sunt omnium potestates et omnium iura regnorum: respice ad Romanorum benignus Imperium; ut gentes, quae in sua feritate confidunt, potentiae tuae dextera comprimantur”.

In quel mese di maggio del 1914 san Pio X e l’Imperatore Francesco Giuseppe erano prossimi alla morte, ma soprattutto l’Europa era alla vigiia di un’immensa tragedia: la Prima Guerra Mondiale

Il 28 giugno 1914, l’erede al trono imperiale Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo. I colpi di rivoltella che lo uccisero furono la scintilla che fce detonare la Prima Guerra mondiale. 

La Prima Guerra mondiale, con i Trattati di Pace che ad essa seguirono, fu uno sconvolgimento geopolitico, perché l’Europa con la scomparsa dell’Impero asburgico perse il suo baricentro, ma fu soprattutto una Rivoluzione nella cultura e nella mentalità dell’uomo europeo. Fu la fine di un’epoca.

Bisognerebbe rileggere le pagine con cui si aprono le memorie dello scrittore austriaco di Stefen Zweig (1881-1942), Die Welt von Gestern, Il mondo di ieri (1941).

Scrive Zweig in questo libro: “Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo che fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità.(…).La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quellp che era permesso e quello che era proibito; tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. (…) Ogni famiglia aeva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze e gli obblighi sociali, e vi era sempre una piccolo riserva per gli imprevisti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie ed aziende passvano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccolo riserva per il suo cammino. Tutto nel saldo Impeo appariva saldo e inemovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabiilto.  Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione. (…) era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. (,,,) Anche nella mia più remota infanzia, quando mio padre non aveva ancora quarant’anni, non posso ramentarmi di averlo mai visto correre frettoloso su e giù per una scala o comunque fare qualcosa con visibile fretta[1].

Questa atmosfera di sicurezza e di stabilità in cui era immerso non solo l’uomo austriaco, ma l’uomo europeo, presupponeva una visione del mondo; dietro le istituzioni stabili e apparentemente incrollabili su cui si fondava la società, dalla famiglia alla monarchia, c’era una concezione dell’uomo e della società fondata sull’idea di permanenza, e di stabilita; sul primato di ciò che è, di ciò che stà, su ciò che si trasforma e muta; sul primato dell’Essere sul divenire; sul primato, in una parola dei valori assoluti che bisogna conoscere per poterli vivere; il primato della contemplazione sull’azione.

 

L’epoca dell’incertezza

Cento anni dopo, se dovessimo caratterizzare la nostra epoca, la dovremmo definire come l’età dell’insicurezza e  dell’instabilità.

La perdita della stabilità politica ed ideologica, il disordine economico, sociale, intellettuale,  è stato il filo conduttore del XX secolo, il secolo delle rivoluzioni, delle guerre mondiali, dei totalitarismi delle guerre civili e dei genocidi. Il secolo più cruento della storia occidentale.. Un secolo che si è chiuso con il crollo parallelo del Muro di Berlino e delle Twin Towers simboli della apparente solidità dei due Imperi contrapposti: il russo e l’americano.

I sociologi, per definire la nostra epoca hanno parlato di “società dell’incertezza”. Oggi, scrive Zygmunt Bauman,   in un libro che ha questo titolo, “pochi individui sono così potenti da essere sicuri che la loro casa, per quanto salda e resistente, non sia frequentata dallo spettro di un crollo imminente: nessuna occupazione è garantita, non c’è posizione che non possa indebolirsi, non c’è capacità o abilità la cui utilità sia in grado di durare a lungo[2]. Bauman parla anche di “società liquida”, in cui si dissolve  ogni forma, anche elementare, di aggregazione sociale.

 La “vita liquida” di cui scrive Baumann è la vita precaria ed effimera dell’uomo contemporaneo: una vita, priva di radici e di fondamenti, inevitabilmente consumistica, perché si vive solo nel presente, immersi nella liquefazione di ogni valore e di ogni istituzione. Tutto ciò che viene liquidato viene consumato o, potremmo dire, tutto ciò che viene consumato, viene liquidato: dai prodotti alimentari alle vite degli individui[3]. La società liquida è quella in cui nulla è solido, nulla stà. Tutto è fluido, perché tutto scorre, tutto diviene.

Un futuro Stefan Zweig che volesse scrivere le memorie del nostro tempo, lo definirebbe come l’età dell’insicurezza e dell’instabilità. Nell’epoca in sono vissuto – scriverebbe il futuro storico – nulla era stabile. Le istituzioni politiche erano screditate e vacillanti; la famiglia era frantumata; per i giovani il possesso di una casa, la prospettiva di un lavoro, la possibilità del risparmio, apparivano miraggi. Sposarsi, mettere al modo dei figli creare una famiglia, costituiva un’impresa talvolta eroica. Ma soprattutto i giovani erano privi, o meglio privati, di certezze e di ideali. Tutto veniva messo in discussione; ogni valore era dissacrato. Nubi di incertezza e di preoccupazione avvolgevano il futuro dell’umanità. Ovunque era confusione e squilibrio. Questo era lo stato del mondo all’inizio del XXI secolo.

Ebbene, questo orizzonte di rovine, che è il nostro orizzonte,  non è un dato irreversibile, come ci vogliono far credere i sociologi. Non è un processo: è un progetto. E’ il sogno deforme di un mondo all’insegna del caos, elaborato dalle società di pensiero che vorebbero ricreare il mondo. Dietro l’instabilità sociale e prima di tutto psicologica che caratterizza il nostro tempo c’è una concezione del mondo opposta all’antica: la realtà è fluida, la società è liquida, perché esiste un progetto politico e culturale di liquefazione della società, di dissoluzione della Civiltà cristiana, di attacco alla Chiesa, che è il vero e ultimo nemico perché rappresenta il luogo per eccellenza delle verità immutabili e delle certezze assolute,

Le radici di questo progetto ideologico sono remote, ma quelle prossime, nel ventesimo secolo, rimontano alla Prima Guerra mondiale e alla Rivoluzione russa che si scatena al suo interno,  ad opera dei discepoli di Marx e di Engels.

Ciò che caratterizza la filosofia tradizionale della storia, il pensiero classico e poi quello cristiano che lo perfeziona, è la ricerca della verità come fondamento del reale. Secondo la filosofia tradizionale esiste un ordine oggettivo di verità e di valori morali anteriore alla nostra ragione ed è compito della ragione conoscerlo, per poi conformare a quest’ordine il comportamento. Per Marx e per i suoi discepoli non esiste invece una verità assoluta che possa essere oggetto di conoscenza, neppure la materia, a cui i marxisti riducono tutta la realtà. Il cuore del marxismo, più ancora del materialismo, è la filosofia hegeliana del divenire, capovolta di segno in materialismo dialettico. L’universo è materia in evoluzione e il compito degli intellettuali è quello di partecipare a questa trasformazione del mondo, accelerandola. Comprendere non solo il divenire del mondo, ma il mondo come divenire.

Nella seconda tesi su Feuerbach (1845), Karl Marx afferma che l’uomo deve trovare la verità del suo pensiero nella prassi e nell’undicesima tesi sostiene che il compito dei filosofi non è quello di interpretare il mondo, ma di trasformarlo[4]. La verità è nella prassi. Il filosofo è sostituito dal rivoluzionario e il rivoluzionario deve dimostrare nell’azione, la potenza e l’efficacia del suo pensiero. Sotto questo aspetto Lenin fu il rivoluzionario-filosofo che nel 1917 attuò nella prassi la teoria comunista. Con Lenin la filosofia si fece mondo. La filosofia della prassi non è pragmatismo, attivismo, vitalismo, irrazionalismo. E’ il tentativo di portare alla sua radicale coerenza il processo di secolarizzazione iniziato dall’umanesimo e dal protestantesimo; un processo che ha il suo evento fondatore nella Rivoluzione francese: madre di tutte le tragedie che si sviluppano nei secoli successivi, a cominciare dal comunismo e dal nazionalsocialismo.

“Filosofia della prassi”è il nome che Antonio Gramsci dà a questo processo storico.“La filosofia della prassi - scrive nei suoi Quaderni dal carcere - presuppone la rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la Rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della praxis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale; (...) essa corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese[5]. Noi diamo il nome di Rivoluzione a questo processo e non conosco autore che lo abbia meglio descritto di Plinio Correa de Oliveira[6].

 L’essenza di questo processo rivoluzionario non è in ciò che crea, ma in ciò che distrugge e nega. Engels riassume queste negazioni nel suo volumetto su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato[7]. La famiglia, la proprietà privata e lo Stato sono negate in radice perché non esistono istituzioni sociali radicate nella natura: tutto è prodotto della storia. L’uomo stesso è privo di una sua natura: è materia amorfa, malleabile a piacere. La teoria del gender è in nuce nel marxleninismo e si inserisce in quella visione evolutiva, per la quale l’uomo non ha un’essenza propria: proviene dalle bestie e si divinizza nella materia eterna, da cui tutto viene e a cui tutto ritorna.

La natura dice san Tommaso, è “l’essenza della cosa in quanto ordinata al proprio fine” (essentiam rei secundum quod habet ordinem ad propriam operationem)[8]. La natura è ciò che costituisce un essere e che gli permette di agire secondo il suo fine. La natura contiene in sé un limite: è impossibile ad un essere diventare altri da ciò che esso è. Nella misura in cui l’uomo intende superare o negare i limiti del proprio essere e della propria natura, egli abbandona la capacità di realizzare il fine che gli è proprio. Quando l’uomo perde di vista il proprio fine, tende a diventare ciò che non è: tende verso il vuoto, è risucchiato dal nulla. Il nichilismo è l’esito inevitabile della negazione della legge naturale.

Il nichilismo non è una mèta dichiarata è un esito, un risultato. E’ la conseguenza teorica e pratica non della negazione dell’essere, ma della negazione del fine, che è anche la negazione della causa, perché il fine è il principio, la causa da cui tutto proviene e a cui tutto è ordinato. Il nucleo teoretico ed esistenziale del nichilismo secondo il padre Cornelio Fabro[9] è la mancanza di uno scopo, di un fine: manca la risposta alla domanda del “perché”.  

Nella mente del bambino in cui si dischiude la ragione, affiorano le prime domande, espresse dalla parola perché. C’è una profonda umiltà in questo domandarsi il perché di ogni cosa: questa domanda esprime in maniera spontanea e irriflessa la constatazione che il mondo non è una costruzione del nostro io, ma una realtà oggettiva a cui l’intelligenza deve sottomettersi. Nel bambino una innocenza quasi angelica convive con una logica implacabile. Il suo perché proclama che tutto ciò che esiste ha un fine, ha una causa, ha un significato. Tutto ciò che esiste ha un significato: in questa formula si racchiude il segreto dell’universo. Tutto ciò che esiste ha un senso, ha una ragione d’essere, ha un significato,  in una parola, è ordinato: l’universo è armonia, ordine non incrinato neppure dalla presenza del male, dall’azione del demonio.

Il bene dell’uomo, della società e della storia consiste nel sottomettersi e ordinarsi alla propria causa e al proprio fine, cioè nel riconoscere Dio come Creatore e come legislatore supremo, nel tendere verso di lui, nel lottare per affermare la sua sovranità nella storia e nella società. Il primo nome di Dio è l’Essere perché solo Lui è l’Essere per essenza, l’Atto di Essere allo stato puro, colui che non ha  limiti nel tempo né confini nello spazio: l’infinito, l’eterno, l’immenso. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha un grado di essere. Ogni perfezione della realtà si riduce ad un grado di essere, che rimanda ad un Essere assoluto, senza limiti e senza condizioni.

L’unica alternativa alla Rivoluzione nichilista che ci aggredisce è il ritrovamento della pienezza dell’Essere, in tutte le sue forme, che è anche il ritrovamento della stabilità e dell’equilibrio interiore e dell’ordine politico e sociale. Alla concezione liquida del mondo, fondata sul primato del divenire, dobbiamo contrapporre una visione assiologica dell’universo, fondata sul primato dell’Essere.

L’assiologia è la scienza dei valori. Il valore è propriamente “ciò per cui una cosa vale”. Il valore è dunque ciò che dà significato alla cosa è, in certo senso, il suo significato. In questo senso il valore scaturisce dall’essere stesso della cosa, è il significato più profondo della realtà, il fine che le è proprio, la perfezione della realtà. I valori sono principi che radicano la propria perfezione nel principio supremo di tutto il reale. Al di sopra di tutti i princìpi c’è un principio universale, centro e sorgente di tutte le leggi, senza alcuna eccezione. E’ Dio, il principio primo, la legge eterna, senza principio, senza mutamento, senza fine, su cui si fondano i princìpi ultimi, i valori assoluti, le verità universali.

La vita e la morte dei valori non è legata alla loro accettazione o al loro rifiuto da parte dell’uomo. Essi non sono mai in crisi; vivono anche nella coscienza di chi li rifiuta. I valori autentici sono metastorici, perché non sono un prodotto della coscienza e della storia, si situano al di fuori della storia, la giudicano e non sono giudicati da essa; sono trascendenti e non immanenti il mondo; sono permanenti, perché non mutano; sono universali, perchè sono validi per ogni uomo, in ogni epoca dell’umanità.

 O esistono dei valori, dei princìpi, delle verità che trascendono la storia e la giudicano, oppure questi valori non sono assoluti, ma relativi, prodotti dal divenire storico che è parte della più ampia evoluzione del cosmo. Alla visione assiologica si contrappone ua visione evolutiva che oggi è penetrata all’interno del mondo ecclesiastico. Il cardinale Martini l’ha espresso quando ha affermato che la Chiesa è duecento anni indietro alla storia[10]. La Chiesa dunque non giudicherebbe la storia e il mondo, ma riceverebbe da esso e non da Gesù Cristo la sua verità, il suo criterio di giudizio.       

La Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo per annunciare la sua verità al mondo e convertirlo. Essa ha una dottrina e una legge, assoluta e immutabile, riflesso della legge eterna, che è Dio. Questa dottrina e questa legge sono contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e il Magistero ha la missione di custodirla e di trasmetterla. Neppure uno iota di questi princìpi può essere mutato. Nel corso della storia è capitato che i cristiani nella loro vita personale si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma, overo un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti  immorali in principi opposti alle verità cristiane- Questa tentazione è penetrata nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della prassi pastorale. La dottrina della Chiesa – ci viene detto – non cambia: cambia il modo con cui questa dottrina ci vene comunicata; cambia la prassi pastorale.  La dottrina della Chiesa -  lQuesta tentazione è penetrata oggi nellaQuesta tesi è implicita nella Gaudium et spes ed è in nuce nel discorso Gaudet mater Ecclesiae, con cui l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII inaugurò il Concilio Vaticano II. In quel solenne discorso Giovanni XXIII attribuì al Concilio che si apriva una nota specifica: la sua pastoralità. Nel Vaticano II la pastoralità non fu solo la naturale esplicazione del contenuto dogmatico del Concilio e la applicazione dei suoi decreti, come era sempre stato. La “pastoralità” fu invece elevata a principio alternativo alla “dogmaticità. La specificità del concilio Vaticano II è stato il primato della pastorale, sulla dottrina, l’assorbimento della dottrina nella pastorale, la trasformazione della pastorale in ideologia.  Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno descritto questo processo in La Bella addormentata[11] ed Enrico Maria Radaelli in Il domani del dogma[12].

C’è una verità indiscutibile: le idee hanno conseguenze. Le idee non vivono in un olimpo celeste, ma hanno un rapporto stretto e diretto con la realtà. Le idee generano fatti. I grandi eventi storici sono conseguenze di idee. Non si può spiegare la Rivoluzione francese senza l’Illuminismo o la Rivoluzione russa senza le opere teoriche di Marx e di Lenin. Tuttavia, se è vero che le idee hanno conseguenze sul piano dei fatti, è vero anche il contrario. I fatti producono conseguenze sul piano delle idee. La Rivoluzione francese è un fatto storico che discende dall’illuminismo, ma è a sua volta causa di nuove idee e di nuovi fatti. Il mondo si cambia con le idee e con i fatti e, come ha intuito Plinio Correa de Oliveira, dietro le idee e i fatti ci sono le tendenze profonde dell’animo umano, i sentimenti e le passioni.

        La filosofia tradizionale, a partire da Aristotele, ha sempre affermato il primato delle idee sui fatti, della contemplazione sull’azione, della teoria sulla prassi. Ma la filosofia tradizionale, mentre affermava il principio secondo cui agere sequitur esse, non ha ignorato l’influenza dell’agire sull’essere, della prassi sulla teoria.

        La frase con cui  Paul Bourget  conclude il suo romanzo Le démon du midi lo esprime bene: “Bisogna vivere come si pensa se non si vuole finire di pensare come si vive[13]. Bourget afferma il primato della conoscenza, perché bisogna conformare la vita alle idee; ma nello stesso tempo sottolinea la capacità che ha la vita di influenzare e perfino di capovolgere le idee. Se la vita contraddice il pensiero, lo trasformerà profondamente.

Ciò vale nella vita degli uomini, ma anche nella vita dei popoli e nella stessa vita della Chiesa. Possiamo citare un esempio illuminante.

Nei primi cinque secoli, la Chiesa di Occidente e quella di Oriente professarono l’indissolubilità del matrimonio, senza eccezioni. Ma nel VI secolo, mentre la Chiesa di Roma contrappone la sua dottrina matrimoniale alle pratiche dei popoli barbarici che invadevano l’Occidente, il Patriarchi di Costantinopoli assumono un atteggiamento remissivo nei confronti di Giustiniano e dei suoi successori, che introducono il divorzio nelle leggi civili dell’Impero. In una prima fase storica la Chiesa d’Oriente continuò a professare l’indissolubilità, ma cessò di applicare i canoni disciplinari contro chi la trasgrediva. La Chiesa di Costantinopoli tollera nei fatti ciò che condanna sul piano dei princìpi. La  prassi pastorale iniziò a divenire una regola, finché, dopo lo scisma d’Oriente del 1054, il patriarca Alessio e i suoi successori elevarono questa prassi a principio, legittimando ufficialmente il divorzio.

In quegli anni il divorzio è prassi anche in Occidente, in seguito alla grave crisi morale in cui è immersa la Chiesa. Ma mentre in Oriente la Chiesa asseconda la decadenza morale, in Occidente parte da Cluny una profonda riforma morale che avrà il suo campione in san Gregorio VII.  San Gregorio VII, san Pier Damiani e i monaci di Cluny reagiscono con vigore contro il divorzio, la simonia, il concubinati dei preti, avviando una profonda rinascita morale della società.

La Chiesa d’Oriente, nel corso dei secoli, ha adeguato i suoi principi alla prassi, la Chiesa romana ha conformato la prassi ai princìpi.

Che cosa accade quando si propone di mutare la prassi pastorale senza toccare i princìpi? Accade che la prassi contraddice di fatto la dottrina e questa contraddizione tra la vita e la verità porta inesorabilmente alla alterazione della verità, alla trasformazione della dottrina non per via dogmatica, dall’alto, ma per via fattuale, dal basso. E’ quanto ha proposto il card. Kasper a tutta la Chiesa, nel suo rapporto introduttivo al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio[14].

Con il suo testo Kasper ha proposto al Sinodo dei vescovi e al Papa di legittimare sul piano canonico e dottrinale la prassi diffusa dell’amministrazione della comunione ai divorziati risposati, con la logica conseguenza del riconoscimento delle loro seconde o terze nozze. Tutto il suo discorso è costruito sull'assunto secondo cui “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”.

Da una parte la dottrina della chiesa che proclama l’indissolubilità del matrimonio, dall’altra non il comportamento, si badi, ma le convinzioni vissute; convinzioni, cioè idee, che però nascono da una pratica che contraddice la dottrina della Chiesa: La vita vissuta, la prassi, diviene il metro di valore e poiché la vita di molti cristiani è immersa nel peccato, al punto che oggi non lo si ritiene più tale, la Chiesa dovrà adeguare la sua dottrina a queste convinzioni vissute, a questa prassi morale.

Il card. Kasper, nella sua relazione, non si è chiesto come è nata e come si è sviluppata, negli ultimi decenni, questa prassi antitetica alla dottrina della Chiesa;  non si è domandato quali sono le idee che l’hanno provocata e gli uomini che l’hanno promossa. Egli riduce la storia a un flusso impersonale di eventi e sembra credere che nel rapporto antagonistico tra la Chiesa e la società, la Chiesa debba inseguire le trasformazioni della società secolarizzata, piuttosto che cercare di convertirla.

 L’ideale di una società integralmente cristiana è abbandonata, perché la fede, privata dei suoi preamboli razionali è ridotta a lievito sentimentale di  un mondo che si auto-costruisce indipendentemente dalla filosofia del Vangelo. Il ruolo della Chiesa è dunque di benedire tutto ciò che emerge dalla realtà sociologica, a cominciare dalle convivenze extramatrimoniali. Il pastore-sociologo riduce le concezioni del mondo a espressioni della situazione storico-sociale. E’ la vision di chi afferma il primate della prassi sulla dottrina, del divenire sull’essere, dell’azione sulla contemplazione.

Trasponendo sul piano religioso la II tesi di Marx su Feuerbach dovremmo affermare che è nella prassi pastorale che i vescovi e i teologi devono verificare la verità della loro dottrina, perché il compito dei pastori e dei teologi non è di insegnare la dottrina, ma di adeguarla al mondo, non è di insegnare la verità, ma di apprenderla dalla storia.

 

La Tradizione nella Chiesa

A questa visione del mondo prassista e sociologista dobbiamo contrapporre una visione del mondo assiologica. Questa visione del mondo è racchiusa nella parola Tradizione.

La tradizione è lo sviluppo ordinato, nel tempo, di un principio o di un nucleo di princìpi che in quanto tali sono immutabili, non possono mutare. 

La Tradizione nella Chiesa è, come la Sacra Scrittura, una fonte della Rivelazione, divinamente assistita dallo Spirito Santo[15]. La Tradizione è la Parola di Gesù Cristo che insegnò ai suoi Apostoli prima e dopo la sua  Passione, morte e Risurrezione. Nei 40 giorni tra la Risurrezione e la Ascensione egli apparve spesso a sua Madre e agli apostoli e chiarì bene, fin nei dettagli, il senso della missione della Chiesa da lui fondata, il significato profondo dell’ultima Cena, il significato del Divin Sacrificio che essi avrebbero dovuto perpetuare. La prima Messa, celebrata da san Pietro, seguì meticolosamente le indicazioni di Cristo e fu ritrasmessa da quel rito che chiamiamo tradizionale.

Sappiamo che la Divina Rivelazione si concluse con morte dell’ultimo apostolo San Giovanni. Ma questa Rivelazione non è contenuta solo nei quattro Vangeli e nella Sacra Scrittura, ma anche negli insegnamenti che gli Apostoli ricevettero dalla bocca stessa di Gesù. Si può immaginare fino a che punto la Madonna conservò, memorizzò nel suo Cuore purissimo tutte queste veritàe questi riti  e con quanta fedeltà li trasmise poi agli Apostoli. E san Giovanni non fu solo l’ultimo a ritrasmettere di persona le parole che aveva udito, ma per la sua intimità con la Madonna, fu forse quello che ebbe in maggior misura la luce della Tradizione. Morì alla fine del I secolo e già pochi anni dopo la sua morte, la lex orandi e la lex credendi della Chiesa erano immutabilmente definite.

La Chiesa nel corso dei secoli avebbe esplicitato, chiarito e definito queste verità, ma non le avrebbe mai innovate o trasformate. La missione della Chiesa è custodire, trasmettere e difendere la Tradizione:

Il sensus fidei che abbiamo ricevuto col sacramento del battesimo ci impone la fedeltà a quella Tradizione che solo i Pastori hanno il diritto di chiarire e di insegnare, ma che tutti i battezzati hanno il diritto di custodire e di trasmettere come l'hanno ricevuta.

La Tradizione non è solo la regula fidei della Chiesa, è anche il fondamento della società. La Chiesa infatti è maestra non solo di fede, ma anche di morale. La morale di una società si esprime in usi, costumi, abitudini, in una parola in una tradizione storica e concreta, che riflette quella divina e naturale. Una Tradizione che è giudizio sulla storia in nome non della storia stessa ma di verità che la trascendono. La tradizione storica è rappresentata dai costumi di un popolo che non sono altro che le disposizioni morali di una società. Questa tradizione è custodita dalle famiglie, dalle élites sociali, da chiunque ne senta riecheggiare la voce nel cuore. Abbimo bisogno di uomini della Tradizione, di cattolici inegri e integrali nella vita e nella dottrina e, con l’aiuto di dio, abbiamo bisogno di santi. Abbiamo bisogno di protettori in Cielo.

Abbiamo bisogno di protettori della Tradizione e tra i possibili patroni, vorrei ricordare santa Teresa la Grande. Quella santa Teresa che diceva che avrebbe dato la vita per la più piccola cerimonia della Chiesa. Quante vite avrebbe dato, quanto sangue avrebbe versato santa Teresa, di fronte alla devastazione degli altari, alla eversione dei riti, al seppellimento delle cerimonie nel clima di furore iconoclasta e di odio alla tradizione che ci circonda?

Santa Teresa scriveva anche delle parole che ci devono confortare nei giorni difficili della nostra vita e della nostra storia.

"Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Chi ha Dio di nulla manca. Tutto passa, solo Dio non muta” . Queste parole sono un manifesto della Tradizione.

Ebbene, la frase di Santa Teresa, solo Dio non muta, significa che solo ciò che riflette la legge naturale e divina vive e merita di vivere nella storia; ciò che è innaturale, ciò che si allontana dall’ordine divino è destinato a cadere e a corrompersi.

In questo mondo, che si tratti della vita morale o della vita fisica, ci sono le cose che passano e le cose che restano. La Tradizione è l’elemento incorruttibile  immutabile della società. La Tradizione è ciò che non passa. E solo nella Tradizione è possibile il progresso, perché noi non possiamo progredire e perfezionarci nelle cose che passano, ma possiamo farlo solo in quelle che restano. La Tradizione è ciò che del passato vive nel presente ciò che deve vivere perché il nostro presente abbia un futuro.

Robespierre nel suo odio distruttore di ogni Tradizione diceva “Cosa c’è di comune tra ciò che è e ciò che fu?”. Noi rispondiamo che se nulla ci fosse di comune tra ciò che è e ciò che fu, tra il presente e il passato, non sarebbe possibile né presente né futuro, ma il presente sarebbe destinato ad essere inghiottito nel nulla, perché tutto ciò che è trae la sua origine da un principio, ogni frutto ha un albero e ogni albero ha una radice. E la radice ultima di tutto ciò che è e di ciò che sarà, è Dio stesso, in cui passato, presente e futuro, si fondano in unico infinito atto di essere.

Il cuore della tradizione è in Dio stesso, essere per essenza, immutabile eterno. E' in Dio, e solo in Lui, e in Colei che di Lui è l’eco perfetta, la Santissima Vergine Maria, che i difensori della fede e della Tradizione possono trovare la forza soprannaturale necessaria ad affrontare il nostro tempo di crisi. La Tradizione è ciò che è stabile nel perenne divenire delle cose, è ciò che è immutabile nel mondo che muta, e lo è perché ha in sé un riflesso di eternità

E' per questo che le parole di Santa Teresa risuonano nei nostri cuori come un manifesto, un motto della Tradizione:"Tutto passa, solo Dio non muta".

Sì, solo Dio non muta, solo ciò che in Dio si fonda e si riposa merita di essere conservato, trasmesso, custodito. E nell’epoca di Rivoluzione attuale, dove potrebbero gli uomini e i popoli cercare la stabilità e la pace se non in Colui che ha detto. “Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc, 13, 31).

 

 




[1] Stefan Zweig, Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europaers, tr. It. Il mondo di ieri, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, pp. 9, 27-28.
[2] Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, tr. it. Il Mulino, Bologna 1999, p. 64.
[3] Zygmunt Bauman La vita liquida, tr. It. Laterza, Roma 2006, p. IX
[4] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, tr. it. in Feuerbach-Marx-Engels, Materialismo dialettico e materialismo storico, a cura di Cornelio Fabro, La Scuola, Brescia 1962, pp. 81-86.
[5] A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. III, p. 1860.
[6] Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it., Sugarco, Milano 2009.
[7] Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma
[8] S. Tommaso d’Aquino, De Ente et Essentia, I, 3.
[9]  Cornelio Fabro, L’odissea del nichilismo. Guida, Napoli 1990, pp. 10-11.
[10] Chiesa indietro di 200 anni, Intervista al cardinale Martini di Georg Sporschill SJ e Federica Radice Fossati Confalonieri, in “Corriere della sera”, 1 settembre 2012.
[11] Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro, La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011-
[12] Enrico Maria Radaelli, Il domani – terribile o radioso? – del dogma, Edizioni Pro Manuscripto, Aurea Domus 2012.
[13] Paul Bourget, Le dèmon du midi, Plon, Paris 1914, vol. II, p. 375
[14] Dopo essere stato anticipato dal "Il Foglio"  del 1 marzo, il testo del Card. Walter Kasper è ora pubblicato in, Il Vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014.
[15] Cfr. Roberto de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau, Torino 2012.


tratto da: http://santantoniolinarolo.blogspot.it/2014/05/1-maggio-relazioni.html