giovedì 8 aprile 2010

La crisi c’è perchè il prete oggi fa di tutto, fuorchè il prete!

Pubblichiamo questo lungo e approfondito articolo apparso sul sito http://www.pontifex.roma.it: ci complimentiamo con l'autrice e ci auguriamo che aiuti qualcuno a riflettere sul serio su:

La crisi delle Vocazioni


Si sente molto, oggi, parlare della crisi del Sacerdozio che oramai da ben quarant'anni ha investito la Chiesa. Chiariamo subito un punto fondamentale: in crisi NON è il "Sacerdozio" correttamente inteso il quale, appunto è eterno, ed appartiene al Cristo che in quanto tale non conosce affatto alcuna crisi. In crisi è l'Uomo, in crisi sono le sue scelte, in crisi sono le sue Promesse battesimali, in crisi non è la "chiamata di Dio" la quale non ha mai smesso e non smette di sollecitare l'Uomo alla sua sequela, in crisi semmai è il nostro "ascoltare"... di conseguenza la vera crisi delle Vocazioni è racchiusa nella crisi dell'Uomo, nella sua identità offuscata. Non è un caso che Benedetto XVI nell'incontrare i Vescovi d'Austria ebbe a dire: è necessario e indispensabile recuperare l'identità cattolica da tempo perduta! Naturalmente è importante non generalizzare ed essere anche generosi ed onesti nel riconoscere ...

... la presenza di molti santi sacerdoti fra di noi, tuttavia è fondamentale non sottovalutare questa crisi e con altrettanta onestà dire le cose come stanno senza più paraventi o paraocchi proprio perchè questo Anno Sacerdotale porti veri frutti di conversione sia per i Sacerdoti quanto per i Laici, ognuno in ordine al proprio ruolo e stato. Padre Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità San Carlo (riporto dall'articolo di Paolo Rodari nel suo Blog), ha pubblicato in questi giorni un libro dal titolo inquietante e santamente provocatorio: “Padre. Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della chiesa?” (San Paolo). Uno scritto dedicato ai preti, come uno “schiaffo” che Camisasca dà alla sua categoria perché, l’ha scritto nella prefazione al volume il segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, Jean-Louis Bruguès, “il pronostico è cupo, ma preciso: sono molti i sacerdoti che, in Europa e nell’America del nord, hanno perso il gusto della loro vocazione. La loro vita attraversa gravi difficoltà: la solitudine pesa, il rischio di abbandono li minaccia. Che fare? La risposta è semplice, evidente e nello stesso tempo terribilmente audace: una riforma”.

Frasi come: hanno perso il gusto della loro vocazione ... ci fanno capire che tale crisi sta proprio in questa identità perduta! La "riforma" è auspicabile, ma in quale modo? Perchè, diciamocelo onestamente, abbiamo perso anche la fiducia nella capacità di taluni "formatori" e di taluni "seminari" diocesani dai quali sono usciti non pochi sacerdoti formati forse in tutto fuorchè nel sacerdozio...
Non si perde, infatti, "il gusto alla propria vocazione" così, semplicemente per strada, la si perde se di fatto NON si sapeva neppure di possederla, questo è il dramma!

Non è un caso che il Santo Padre ritorna continuamente a condannare un certo carrierismo ed un frenetico attivismo che coinvolge e stravolge da tempo gli interessi del Sacerdote allontanandolo soprattutto dalla Preghiera... e non è un caso che Benedetto XVI abbia detto nella notte di Natale che per ogni uomo “la liturgia è la prima priorità. Tutto il resto viene dopo”. Occorre “mettere in secondo piano altre occupazioni, per quanto importanti esse siano, per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo”. E non è questa una evidente sollecitazione a riscoprire la propria identità sacerdotale?
Queste parole del Santo Padre sono assai gravi perchè in teoria sono pensieri che dovrebbero già essere corredo naturale del Sacerdote, e invece a quanto pare non lo sono!

Riporto un altro passo dalla penna di Paolo Rodari:

Camisasca non offre ricette per supplire alla crisi vocazionale dell’oggi ma dà delle indicazioni per uscirne. Indicazioni che sono un ritorno all’essenziale, a ciò di cui la vita di un prete deve essere fatta perché sia piena: silenzio, preghiera, liturgia, messa, studio, vita in comune, amicizia, castità e missione. Tante cose, ma il contrario dell“attivismo: una delle minacce più insidiose per la vita del prete”. “L’attivismo – scrive Camisasca – è un’azione di superficie: vede dei problemi, avverte dei bisogni, cerca di rispondere. Spesso il prete che vive così si disperde in una molteplicità di direzioni e di opere”. E ancora: “Dentro l’attivismo, spesso inconsapevolmente, si nasconde l’illusione di salvare gli altri attraverso il nostro ‘fare’. La carità, invece, ci spinge a entrare nell’azione di Dio, a diventare collaboratori di un’opera che ci precede e ci supera”.
Carrierismo...attivismo: è la medesima crisi che attraversano anche i coniugi: la donna in carriera, per esempio, che mina le fondamenta del nucleo familiare perchè senza la donna in casa non si può costruire una famiglia solida…
Genitori dunque insoddisfatti che crescono figli insoddisfatti che alla fine molti ce li ritroviamo sacerdoti, ergo sacerdoti insoddisfatti …
Certo non è il tutto, ma un piccolo aspetto non meno importante di questa situazione! Il concetto di “solitudine” non può diventare il vero problema, anche i coniugi vivono momenti di solitudine pur essendo in due o in tre o in quattro… la solitudine nel sacerdote è già stata spiegata abbondantemente dagli scritti di molti Santi, peccato che non li si ascolta mai, come per esempio la Notte dell’anima di san Giovanni della Croce… assolutamente assente nei Seminari!

Il problema è che quanto più si è voluto dal sacerdote la sua identificazione con il mondo e non più con la Chiesa e il cielo, tanto più egli ha incarnato i problemi del mondo e non certo l’antidoto che è quell’incarnare Cristo, divenire L’ALTER CHRISTI…

E’ necessario che in una eventuale riforma dei seminari si ritorni ad insegnare al seminarista il Mistero che è destinato ad incarnare per essere a sua volta Servo dell’Uomo come lo fu Cristo il quale NON conosce alcuna crisi…

Il vero Prete infatti serve ed è servo dell'Uomo solo nella misura in cui ha capito ed imparato a servire Dio nella Preghiera, nella Liturgia nei Sacramenti e non il contrario!

Per troppi anni, da dopo il Concilio, si è preteso e voluto un prete UOMO… dove il concetto di servizio fosse tutto di livello SOCIALE, l'attivismo, e i risultati non potevano che essere devastanti! Non a caso già nel 1990 l'allora cardinale Ratzinger, al Meeting di Rimini ebbe a specificare la necessità di riscoprire e rivalutare "una Chiesa più divina che umana"...

Perchè uno dovrebbe farsi prete, infatti, se anche da laico può servire il prossimo?

Ecco che il senso liturgico E’ LETTERALMENTE SCOMPARSO…ed è da qui che è maturata la crisi delle vocazioni non certo dalle situazioni di solitudine o altro, è dalla mancanza di LITURGIA, dalla carenza di preghiera e adorazione davanti al Santissimo, la carenza di preti che dicano il Rosario e che davvero portino il Cristo la dove c’è la disperazione… la crisi è subentrata quando l'Uomo ha smesso di OBBEDIRE a Dio ed ha sposato la mentalità del mondo!

La crisi c’è perchè il prete oggi fa di tutto, fuorchè il prete!

Così come c’è la crisi matrimoniale da quando i genitori hanno smesso di fare i genitori e i coniugi hanno smesso di fare i coniugi…

Nel momento in cui il Prete ha cominciato ad inseguire UNA IMMAGINE DI CHIESA preconfezionata dalle opinioni, dalle idee, ha smesso di innamorarsi DEL CORPO AUTENTICO della Chiesa inseguendo le sue immagini di chiesa, la sua concezione di ministero vivendo semmai una sorta di amore platonico con la sua Sposa, così come avviene per molti coniugi che credevano di amarsi, ma in verità amavano una idea dell'Amore vero a tal punto che i propri sogni si sono frantumati generando la crisi!

Chiariamo anche un altro punto brevemente.

Il Concilio è diventato il capro espiatorio per coprire una moltitudine di errori di cui oggi si preferisce non parlare...c'è chi difende il Concilio gridando "viva il concilio" ma di fatto non ha ancora capito che se in esso si scardina Calcedonia, Nicea, Firenze, Trento o il Vaticano I tanto per citarne alcuni, si finisce con l'usare l'ultimo Concilio per generare una CHIESA NUOVA che abbia una teologia NUOVA, una liturgia NUOVA, una catechesi NUOVA dove nuovo non sta per riforma come sarebbe più naturale per la Chiesa, ma starebbe per VIA L'ANTICO, VIA LA VECCHIA TEOLOGIA, VIA IL SACERDOZIO PASSATO...ecc.. anche questo modo di pensare ha contribuito alla perdita dell'identità del sacerdote soprattutto a causa di taluni Formatori i quali hanno trasmesso non "il Deposito della fede" come raccomanda lo stesso san Paolo, ma bensì hanno trasmesso le proprie opinioni, la propria immagine di "nuovo", hanno finito per formare sacerdoti a "loro immagine"...

Vogliamo fare un esempio concreto?

...di recente il Seminario maggiore di Torino ha pubblicato una sorta di "specchietto" sui requisiti che dovrebbero avere i "nuovi" candidati al sacerdozio...in esso è una vera offesa alla ragione oltre che alla fede anche volendo leggerci tutta la buona fede, scrivono:

dal blog del predetto seminario, "Il Tesoro nel Campo", leggiamo:

"Pro Vocazione

Qualcuno a volte ci chiede quali siano i requisiti per entrare in seminario. E quali gli eventuali impedimenti. In modo arbitrario e parziale mi soffermo oggi su alcuni aspetti che mi sembrano normalmente sottovalutati.

In seminario, non cerchiamo persone rigide, bloccate sui propri schemi, disinteressate al confronto e al dialogo.

Non stiamo cercando individui che disprezzino questi nostri tempi, e con essi gli uomini e le donne che li abitano.

Non ci interessano censori e giudici, incompetenti della misericordia di Dio,

sempre pronti a condannare e a trovare nemici della fede e della Chiesa.

Non stiamo cercando giovani nostalgici del Concilio di Trento,

a metà strada tra l'immaginario barocco e il narcisismo del postmoderno. E troviamo poco credibili quelle persone che sono contemporaneamente estimatori sinceri del Papa e spietati detrattori del proprio Vescovo.

Non cerchiamo neppure le avanguardie, proiettate sul futuristico Vaticano III, picconatori o bombaroli, troppo spietati e intelligenti per accontentarsi di questa povera santa Chiesa"

E' solo un passo....ma assai eloquente e DRAMMATICO...il bello è che tale Seminario nasce proprio con un Decreto al Concilio di Trento... ma guai a dimostrare nostalgia o amore per quel Concilio, si perderebbe la candidatura...certamente qui si intende una "nostalgia" negativa, probabilmente per colpire i così detti "tradizionalisti".... ma in questa lista suona davvero male, stona quando la stessa Sacrosanctum Concilium cita Trento, quel Concilio, e più di una volta, per riaffermare valori teologici dottrinali nella continuità liturgica...

Si può essere dunque anche favorevolmente nostalgici in modo positivo dopo tanti anni di negatività del nostro passato ecclesiale...

ma... il problema è che loro stessi sono così diventati censori e giudici, lo stesso curriculum è già in se UN GIUDIZIO...e forse non se ne rendono neppure conto!

Tra l'altro questo dimostra che LA CHIAMATA NON VIENE DA CRISTO MA DA UN CURRICULUM IMPOSTO SECONDO UNO SCHEMA... i requisiti infatti, descritti per il sacerdozio, sono già una Norma, una normativa DELLA CHIESA (vedasi il sito vocazione.org) e non implicano affatto quanto sopra riportato, sarebbe del resto la chiusura alla ragione stessa, al confronto e al dialogo, al dibattito per altro tanto invocato proprio da questo modernismo... i requisiti per entrare in seminario sono principalmente:

- LA FEDE e fiducia in Cristo CHE MI HA CHIAMATO ! nonostante, appunto, le mie debolezze e i miei limiti e pronto a farmi correggere (completamente assente nel curriculum)

- L'UMILTA' di capire se questa chiamata che sento è autentica, ergo MI FACCIO AIUTARE ed entro in un ambiente che sostenga LA MIA MEDIZATIONE...che mi aiuti a scoprire questa identità per la quale dovrei essere pronto a rinunciare a tutto, e che mi aiuti nella DISCIPLINA del sacro (completamente assente nel curriculum)

- LA CARITA' SENZA PREGIUDIZI (assente nel curriculum visto che si pone con uno schema della carità PILOTATO) e la Carità NELLA VERITA', la prima forma della Carità è infatti la Verità....

- AMORE PER LA CHIESA..... requisito INDISPENSABILE per attivare le virtù dell'obbedienza e della pazienza...innamorarsi NON di una immagine di Chiesa preconfezionata dalle proprie idee ed opinioni, ma innamorarsi di questo CORPO che sulla Croce si è reso visibile nella pienezza di questo Amore che chiama alla vocazione....

Insomma...il curriculum si premunisce di NON avere tra le sue file delle PERSONE forse anche un pò rigide, magari anche un pò amanti del barocco e del CANTO GREGORIANO....magari anche un pò nostalgici, persone limitate e difficili PER LA LORO MENTALITA', ma potrebbe esserci dietro una AUTENTICA CHIAMATA che grazie al curriculum verrebbe preclusa...

E' evidente che chi ha scritto questo curriculum è sfuggito che gente così NON entrerà MAI, di propria iniziativa, in questo seminario e di fatti i numeri parlano chiaro....ossia che ben altri seminari che si occupano più di altri requisiti son quelli che SI RIEMPIONO e i loro restano scarni... continuando ad alimentare la divisione, la rottura, l'incomprensione...l'astio verso quei giovani attirati anche dal canto Gregoriano e perchè mai vergognarsene? Non è lo stesso Benedetto XVI ad aver detto di amare questo Canto sacro della Chiesa e non ha forse espresso lui stesso il desiderio di sentirlo cantare nelle Parrocchie?

Dalla Sacramentum Caritatis dice il Pontefice:

Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia.(184)

Cosa significa per tale seminario di Torino essere "estimatori del Pontefice" se non applicando concretamente quanto richiede?

Non si innamora forse un uomo della propria donna anche dal suo aspetto, magari dalla voce canterina, magari da uno sguardo particolare, magari perchè veste elegantemente?

Chi ha scritto questo curriculum dovrebbe rileggersi Osea, il libro della Bibbia...così come il Cantico dei Cantici... e riscoprire magari il valore autentico anche della Bellezza esteriore....chi non fosse convinto di ciò, si rilegga i tanti interventi di Ratzinger sulla Liturgia...

E ancora un altro grave esempio....a Parma sono in crisi di Vocazioni e cosa si inventano? aprire le porte del Seminario Minore alle RAGAZZE....certo non per farle diventare sacerdoti, ma per fare esperienza vocazionale...

DAL SITO DELLA DIOCESI DI PARMA:

In Seminario Minore (v.le Solferino 25, tel. 0521.960628)

Si tratta di gruppi maschili o femminili che vogliono aiutare chi partecipa a vivere il cammino della crescita con proposte concrete di vita comunitaria, di servizio, di spiritualità, di dialogo e accompagnamento personale. L’obiettivo ultimo è l’approdo alla maturità umana e cristiana che corrisponde alla scoperta e alla adesione generosa alla propria specifica, originale, personale vocazione.

I cammini sono segnati da tappe intermedie che tengono conto dei dinamismi di crescita, in particolare di quelli legati all’adolescenza, età delicata, decisiva e difficile.

Per cui ogni giovane è aiutato:

•a scoprire se stesso senza chiudersi in se stesso

•ad aprirsi agli altri senza diventare dipendente o succube degli altri

•a scegliere i valori autentici della vita e del Vangelo senza superficialità, ambiguità o confusione.

I cammini sono pensati per integrare e supportare quelli ordinari, parrocchiali o associativi, dove ogni ragazzo/a è invitato/a a portare la propria testimonianza di cammino e scoperta personale della fede.

I gruppi sono diversificati per età e cadenza degli incontri.

Gruppi maschili

"Venite e vedrete": per ragazzi dalla 5a elementare alla 3a media. Un week-end al mese, campo invernale e campo estivo.

"Seguimi": per giovani dalla 1a alla 5a superiore. Un appuntamento settimanale, il mercoledì, con pranzo insieme, gioco e incontro formativo. A questo si aggiungono esperienze di servizio insieme e alcune settimane nell’anno di vita comunitaria più intensa.

Gruppi femminili

" Se conoscessi il dono di Dio" - arancioni - : per ragazze dalla 4a elementare alla 1a media. Un week-end al mese e campo estivo.

"Se conoscessi il dono di Dio" - blu - : per ragazze dalla 2a media alla 1a superiore. Un week-end al mese; campo invernale, campo estivo, esperienze di servizio.

"Se conoscessi il dono di Dio" - blu-issime - : per ragazze dalla 2a alla 5a superiore. Un appuntamento settimanale, il giovedì, con pranzo insieme, gioco e incontro formativo. A questo si aggiungono esperienze di servizio insieme e alcune settimane nell’anno di vita comunitaria più intensa.

Chiariamo subito l'errore devastante dell'iniziativa...il termine stesso SEMINARIO MINORE, inteso cattolicamente e gestito dalla Diocesi ha come compito NON una sorte di "PSICANALISI" DEL BAMBINO/A E DELL'ADOLESCENTE e la sua formazione "nel mondo", MA LA FORMAZIONE specifica ALLA VITA SACERDOTALE

Nessuno discute l'iniziativa in se e i gruppi di attività della Diocesi aperti a tutti, anzi, ben vengano, ma NON dentro UN SEMINARIO equiparando alla fine i corsi, c'è scritto chiaro, con delle attività che non hanno nulla a che vedere con la formazione al Sacerdozio vero e proprio....

equiparare la VOCAZIONE SACERDOTALE A QUALSIASI ALTRA VOCAZIONE (per quanto lodevole) LA SNATURALIZZA...

il fatto che i ragazzi, come si legge:

"quanto alla difficoltà di molti giovani, oggi, nel ricercare ed accettare la propria vocazione. Molti hanno paura a prendersi dei rischi, hanno paura a sposare il Signore, anche se sentono che è ciò che vogliono. E su questo ha decisamente inciso il mondo di oggi”.

non è solo "paura" o un problema del "mondo di oggi" giacchè in ogni epoca il mondo ha sempre generato i propri problemi, i giovani di oggi sono invece molto più DECISIONISTI di quanto lo fossimo noi alla loro età...quanto piuttosto non si decidono PERCHE' SONO CONFUSI.... a cosa mi serve diventare sacerdote se la vocazione sacerdotale equivale ALLO STESSO PERCORSO DI UNA QUALSIASI VOCAZIONE INTRAPRESA ANCHE DALLE RAGAZZE?

FUGGIRE LE TENTAZIONI E LE OCCASIONI è un modo di EDUCARE IL GIOVANE ALLA RINUNCIA PER UNA CHIAMATA PIU' GRANDE... per questo è indispensabile che all'interno del Seminario, anche e soprattutto Minore, le attività siano rivolte esclusivamente a gruppi maschili!

Un genitore e specialmente donna che diventa appunto madre, sa perfettamente (se veramente cattolica) che tale vocazione è grande, ma sa che senza Sacerdote le verrebbe a mancare il sostentamento per la sua Famiglia, non avrebbe i Sacramenti della salvezza e senza sante Famiglie non ci sarebbero sacerdoti...

Vocazione al Sacerdozio e Vocazione al Matrimonio sono appunto due Sacramenti distinti con percorsi diversi, con problematiche diverse, con supporti ed esigenze diverse, con risoluzioni diverse, è impossibile pertanto che tale attività confluisca e conviva all'interno di un Seminario Minore con la presenza appunto di gruppi femminili...con una identità diversa, con ruoli diversi uno a servizio dell'altro, ma ben separati!

Sta cosa di EQUIPARARE TUTTO con l'uguaglianza è devastante...confonde i giovani...a tal proposito suggerisco la lettura del libro: "Cattivi Maestri" di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro edito dalla Piemme, molto interessante ed illuminante!

All'appello di queste attività, infine, mancano gli incontri DI PREGHIERA, DI ROSARIO E DI ADORAZIONE EUCARISTICA, certamente, nessuno dubita che ciò sarà fatto, ma non viene messo nella lista delle priorità, saranno un RIEMPITIVO perchè il supporto principale è l'aggregazione e l'attivismo:

- il gioco;
- il pranzo insieme;
- la formazione...

Manca tutto il resto e soprattutto manca per i giovani maschi la loro caratteristica vocazionale che non si distingue per nulla dagli incontri al femminile...

E ci lamentiamo ancora della crisi delle VOCAZIONI? E' davvero questa la riforma a cui mira la Chiesa? E' in questo modo che il Prete potrà davvero riscoprire la propria identità?

Il 26.6.2009 così diceva all'Udienza Benedetto XVI ai Sacerdoti:

"In un mondo in cui la visione comune della vita comprende sempre meno il sacro, al posto del quale, la "funzionalità" diviene l’unica decisiva categoria, la concezione cattolica del sacerdozio potrebbe rischiare di perdere la sua naturale considerazione, talora anche all’interno della coscienza ecclesiale.

Non di rado, sia negli ambienti teologici, come pure nella concreta prassi pastorale e di formazione del clero, si confrontano, e talora si oppongono, due differenti concezioni del sacerdozio. Rilevavo in proposito alcuni anni or sono che esistono "da una parte una concezione sociale-funzionale che definisce l’essenza del sacerdozio con il concetto di ‘servizio’: il servizio alla comunità, nell’espletamento di una funzione… Dall’altra parte, vi è la concezione sacramentale-ontologica, che naturalmente non nega il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministro e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento" (J. Ratzinger, Ministero e vita del Sacerdote, in Elementi di Teologia fondamentale. Saggio su fede e ministero, Brescia 2005, p.165).

Anche lo slittamento terminologico dalla parola "sacerdozio" a quelle di "servizio, ministero, incarico", è segno di tale differente concezione. Alla prima, poi, quella ontologico-sacramentale, è legato il primato dell’Eucaristia, nel binomio "sacerdozio-sacrificio", mentre alla seconda corrisponderebbe il primato della parola e del servizio dell’annuncio.
A ben vedere, non si tratta di due concezioni contrapposte, e la tensione che pur esiste tra di esse va risolta dall’interno". (...)
La predicazione cristiana non proclama "parole", ma la Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Cristo, ontologicamente aperta alla relazione con il Padre ed obbediente alla sua volontà. Quindi, un autentico servizio alla Parola richiede da parte del sacerdote che tenda ad una approfondita abnegazione di sé, sino a dire con l’Apostolo: "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Il presbitero non può considerarsi "padrone" della parola, ma servo. Egli non è la parola, ma, come proclamava Giovanni il Battista, del quale celebriamo proprio oggi la Natività, è "voce" della Parola: "Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Mc 1,3).
Ora, essere "voce" della Parola, non costituisce per il sacerdote un mero aspetto funzionale. Al contrario presuppone un sostanziale "perdersi" in Cristo, partecipando al suo mistero di morte e di risurrezione con tutto il proprio io: intelligenza, libertà, volontà e offerta dei propri corpi, come sacrificio vivente (cfr Rm 12,1-2). Solo la partecipazione al sacrificio di Cristo, alla sua chènosi, rende autentico l’annuncio! E questo è il cammino che deve percorrere con Cristo per giungere a dire al Padre insieme con Lui: si compia "non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi" (Mc 14,36). L’annuncio, allora, comporta sempre anche il sacrificio di sé, condizione perché l’annuncio sia autentico ed efficace.

Alter Christus, il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso la forma di servo, è divenuto servo (cfr Fil 2,5-11). Il sacerdote é servo di Cristo, nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo ontologicamente, assume un carattere essenzialmente relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo al servizio degli uomini. Proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando, in questa progressiva assunzione della volontà del Cristo, nella preghiera, nello "stare cuore a cuore" con Lui. È questa allora la condizione imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la partecipazione all’offerta sacramentale dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa.

Il santo Curato d’Ars ripeteva spesso con le lacrime agli occhi: "Come è spaventoso essere prete!". Ed aggiungeva: "Come è da compiangere un prete quando celebra la Messa come un fatto ordinario! Com’è sventurato un prete senza vita interiore!".

"Ognuno di voi sa benissimo quanto sia importante per la Chiesa, soprattutto in tempi tanto avversi, avere ministri idonei, che non possono venire se non da chierici ottimamente formati. Perciò, venerabili fratelli, non desistete mai dal dedicare tutte le vostre cure e i vostri pensieri con indefesso zelo, affinché gli adolescenti chierici, fin dai primi anni, siano tempestivamente educati ad ogni pietà, virtù e spirito ecclesiastico, e siano accuratamente istruiti sia nelle umane lettere, sia nelle più severe discipline, specialmente quelle sacre…’”.
(Lettera sulla disciplina del Clero in Irlanda, Nemo certe ignorat del beato Pio IX del 25 marzo 1852)

E... concludiamo queste riflessioni con un altro capolavoro, di san Pio X:

"Teniamo quindi come cosa certa e definita che il sacerdote, per sostenere degnamente il grado e ufficio, deve essere dedito in maniera esimia alla preghiera. Troppo sovente c’è da dolersi che egli si dedichi alla preghiera più per abitudine che per zelo, che a certe ore stabilite salmeggi con sonnolenza o preferisca preghiere piuttosto brevi o pochine, né poi consacri più alcun frammento della giornata a parlar con Dio, innalzandosi piamente alle cose del cielo. Mentre invece il sacerdote più di tutti gli altri deve obbedire al precetto di Cristo: "Si deve sempre pregare" (Lc 18,1); conformandosi al quale san Paolo tanto inculcava: "Siate perseveranti nell’orazione vegliando in essa, e nei rendimenti di grazie" (Col 4,2): "Orate sine intermissione" (1Ts 5,17). E invero quante occasioni si offrono di elevarsi a Dio ad un’anima desiderosa della propria santificazione non meno che della salute degli altri! Le angustie interiori, la forza e insistenza delle tentazioni, la povertà di virtù, la piccolezza e sterilità delle nostre fatiche, i difetti e le negligenze frequenti, infine il timore dei giudizi divini, tutti questi sono stimoli a farci piangere dinanzi a Dio, col vantaggio di arricchirci di meriti al suo cospetto, oltre che di aver impetrato la grazia, l’aiuto divino. Né solamente per noi dobbiamo piangere. Nella colluvie di colpe che ovunque si diffonde, a noi specialmente si addice di pregare e muovere la divina pietà e di insistere presso Cristo, prodigo benignissimamente di ogni grazia nel mirabile sacramento dell’altare: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo" (Haerent Animo - san Pio X - 4.8.1908).

Dorotea L.