sabato 30 giugno 2018

E' venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo - Editoriale di "Radicati nella fede" - Luglio 2018


Pubblichiamo l'Editoriale di Luglio 2018

E' VENUTA L'ORA
DI DONARE LA PROPRIA VITA 
PER CRISTO


E' VENUTA L'ORA 
DI DONARE LA PROPRIA VITA PER CRISTO
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 7 - Luglio 2018

 “Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, è venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo”, così scrive Léon Bloy in una delle sue opere più interessanti “Celle qui pleure”, “Colei che piange”, tutto un testo forte, deciso, a volte violento, in difesa del messaggio della Madonna a La Salette.

  Non è più tempo di provare che Dio esiste, non è più tempo di perdersi in conversazioni e discorsi accademici, in disquisizioni sulla situazione della fede e della Chiesa. Non è più il tempo delle conferenze, dei conferenzieri, dei teologi, dei pedagogisti, dei pastoralisti. E' venuto il tempo di donare la vita per Cristo.

  Anche noi che ci amiamo definire tradizionali, anche noi che siamo definiti dagli altri come tradizionalisti in modo dispregiativo, sì anche noi, proprio noi, dobbiamo stare attenti a non perderci in dimostrazioni inutili. E' venuta l'ora, è suonata l'ora anche per noi di dare la vita per Cristo.

  Che cosa distingue un vero cattolico, e quindi un vero cattolico tradizionale, dal cattolico di un giorno, dal cattolico liberale, dal cattolico ammodernato? Il fatto che dà la vita per Cristo.

  Dà la vita, e non solo qualcosa, poco o tanto che sia.

  Invece, proprio su questo, proprio sul fatto di dare la vita per Cristo, anche noi, e lo scriviamo con dolore, anche noi ci siamo ammodernati.

  Siamo diventati come tutti, pieni di distinguo, di considerazioni secondarie, di “bisogna vedere, bisogna valutare”, “non si può chiedere troppo” ... “non esageriamo”.

  Che senso avrebbe, ad esempio, lo scandalizzarsi per la confusione seguita ad esempio per Amoris Laetitia se poi non piangiamo di dolore perché noi non diamo a sufficienza la vita per Cristo? Che senso avrebbe desiderare il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, senza vedere che il cuore della Tradizione stessa è proprio il dare la vita per Cristo.

  Che senso avrebbe nausearsi per l'immoralità dilagante e istituzionalizzata nel mondo ateizzato di oggi, se poi non si fosse disposti a dare tutto a Dio. Non c'è una morale del giusto mezzo in questo, la morale cattolica è la morale del tutto a Dio.

  Rimpiangiamo la Cristianità, noi tradizionali rimpiangiamo questo, rimpiangiamo un mondo totalmente cattolico, un mondo che in tutti i suoi aspetti dipendeva totalmente da Dio, ma dimentichiamo che la Cristianità è stata fatta da uomi e donne che hanno dato la vita per Cristo.

  E cosa vuol dire dare la vita per Cristo? Innanzitutto vuol dire rendere possibile sempre, in ogni circostanza, in ogni tempo, in ogni situazione, dentro ad ogni avvenimento; significa rendere possibile l'affermazione del primato di Cristo nella nostra vita e per conseguenza nella vita di tutti.

  San Benedetto esprime così il dare la vita per Cristo, “Nulla anteporre all'amore di Dio”: tutto questo è fatto di scelte, di cose che vengono prima e altre dopo. Il primato di Dio, riconosciuto, diventa opera; nella nostra vita diventa un'azione, una scelta e un'azione: Dio viene prima.

  E l’atto di riconoscere il primato a Dio è fatto con una coscienza dentro: la coscienza che dall'obbedienza a Dio dipende la nostra salvezza e la salvezza del mondo. Chi non riconosce che si tratta di questione di vita o di morte non da veramente il primato a Dio.

  Se la scelta per Cristo non avesse dentro questo senso del dramma, cioè la coscienza del pericolo, ovvero che il mondo può perdersi se non afferma Dio; se non ci fosse chiaramente questo senso del dramma saremmo ancora dei cattolici ammodernati.

  Passate in rassegna tutte le apparizioni mariane di tutti i tempi, considerate tutti i messaggi che la Chiesa ha riconosciuto come vere rivelazioni private, passate in rassegna, ed è sufficiente, La Salette, Lourdes, Fatima, e avrete il senso genuino del dramma. “Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sarò costretta a lasciare cadere il braccio di mio Figlio” (La Beata Vergine Maria a La Salette); e questa chiarezza sull’urgenza dell’obbedienza a Dio è nient’altro che l’eco di tutto il Vangelo.

  Queste considerazioni non sono esercizio di scuola, non sono buone per sorreggere le nostre idee; queste considerazioni sono l'anima di scelte decisive che noi dobbiamo fare, che ciascuno di noi deve fare.

  Vedete, cari amici, in questi anni, e giustamente, ci siamo preoccupati della peste modernista, cioè del fatto che la dottrina della Chiesa è stata intossicata dal Modernismo considerato come la somma di tutte le eresie; il Modernismo fatto di distinguo, di accentuazioni più o meno forti, di sottigliezze intellettuali, di affermazioni del vero e del dogma a fianco a spaventose riduzioni modernizzate del cristianesimo. In questi anni ci siamo preoccupati giustamente del Modernismo come del fenomeno che maggiormente ha sfigurato la vita della Chiesa.

  Ma è arrivato il momento di preoccuparci ancor di più dell'imborghesimento nella Chiesa. Il Modernismo nasce dal mondo borghese. Non si potrebbe immaginare una deriva modernista in tutta la storia del medioevo cristiano; non si potrebbe immaginare una deriva modernista in mezzo al mondo dei poveri. Il Modernismo nasce nei salotti borghesi, ecclesiastici o laici che siano.

  E cosa fa il borghese? Il borghese mette al centro se stesso e il proprio denaro, cioè la riuscita della propria vita o, se volete, la tranquillità della propria vita, acquisita magari a grande fatica. E per salvare questa tranquillità, questa apparente tranquillità, diminuisce senza negarle tutte le verità cristiane, toglie loro l'impatto vitale.

  Il Modernismo nasce dal mondo borghese, è l'eresia dalla borghesia, è l'eresia dei cattolici borghesi. Per questo il pericolo dell'imborghesimento, anche per noi della tradizione, coincide con il pericolo modernista. Si salva dall'imborghesimento chi dà la vita per Cristo, e dare la vita per Cristo è il contrario dell'imborghesimento.

  Ma cos'è questo dare la vita per Cristo? Nel disegno di Dio è innanzitutto dare la vita per la Chiesa, corpo mistico di Cristo.

  Vivere per Gesù Cristo vuol dire fare la Chiesa.

  Occorre fare un salto di qualità su questo: ad esempio, non preoccuparsi solo di trovare la “chiesa giusta con la Messa giusta”, ma preoccuparsi che questa possa esserci. E quando questa chiesa giusta c'è, occorre che questa chiesa giusta possa continuare a vivere anche per te.

  Per questo occorre dare la vita per Cristo, stando al lavoro che Dio ci ha dato.

  E' la differenza che passa tra chi cerca la “Messa giusta” e basta e chi invece, trovato il luogo di Messa, fa di tutto per contribuire perché questo luogo di Messa possa dilatarsi, fortificarsi, ed essere casa accogliente per molte altre anime.

  Troppi di noi, trovata la Messa giusta, non si sono preoccupati minimamente di essere missionari affinché ogni Domenica molti altri fedeli potessero vivere la stessa grazia.

  C'è in noi come una tentazione borghese di salvarsi uno spazio privato, e questo è terribile. Vogliamo un luogo di messa tradizionale per noi, per quando ne sentiamo il bisogno, nella misura in cui lo sentiamo... ma questo non è dare la vita!

  Amici, su questo finora abbiamo troppe volte scherzato, occorre fare sul serio. Troppi sono come inerti, senza forze, debilitati, prima ancora di aver iniziato un lavoro.

  Abbiamo di fronte un'estate, una breve estate ma che può diventare un'estate intensa. Viviamola perché la Tradizione sia affermata, viviamola perché la Tradizione sia incrementata. Non andiamo ovunque a perdere tempo come coloro che non hanno speranza, scegliamo i luoghi dove la Messa cattolica è stata salvaguardata. Preoccupiamoci di vivere l'unico riposo vero che il Signore ci dà, che è quello della sua compagnia; preoccupiamoci di onorare il Signore nel suo giorno, nel giorno di Domenica, con la Messa cantata; preoccupiamoci di dare voce, intelligenza e cuore al momento solenne, al momento che consacra tutta la settimana; preoccupiamoci di intessere rapporti intelligenti e seri con i fratelli nella fede, stiamo in loro compagnia; preoccupiamoci della preghiera; preoccupiamoci dello studio; preoccupiamoci di una buona lettura che ci faccia diventare ogni giorno di più coscienti del dramma e tendenti alla santità. Parliamo tra noi delle nostre letture. Non perdiamo tempo, impariamo a non essere borghesi almeno a partire dall'estate affinché tutto l'anno sia vissuto con la stessa intensità.

 Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, non è più il tempo delle conversazioni sulla Chiesa, è il tempo dell'edificazione della Chiesa. Che ciascuno di noi si ponga la domanda: “Io che cosa faccio di concreto perché Domenica prossima la Messa tradizionale sia cantata con la solennità dovuta a Dio?”. Domandiamoci: “Io cosa faccio perché la dottrina cristiana possa incontrare la mia vita e possa incontrare la vita di molti?”. Domandiamoci per favore che cosa stiamo facendo perchè Cristo sia servito, perchè Cristo sia riconosciuto e amato. Preoccupiamoci, mentre tutti sono distratti sull’unica cosa che conta: dare la vita per Cristo affinchè il Signore possa darci la vita eterna.

  Proprio il senso del dramma dà la capacità di muoversi. Come mai molti tra noi, in questi anni, han fatto così poco e stan facendo quasi niente? Perché non invitiamo? Perché non insistiamo? Perché non urliamo a volte, partendo da casa nostra, affinché altri vengano a servire Dio? Perché non abbiamo più la coscienza che dentro a questo servire c'è la promessa della vita e della vita vera.

  La Madonna a La Salette disse: “Ditelo a tutto il mio popolo”.

  Se non è urgente, se non abbiamo il senso del dramma, se non è più per noi questione di vita o di morte, non diventa vero nemmeno per gli altri.

  E se tutto questo ci sta sembrando troppo esagerato, vuol dire che siamo diventati anche noi borghesi come tutti quanti, borghesi e modernisti, perché in fondo si tratta della stessa cosa.

giovedì 21 giugno 2018

Attacco al sacerdozio, attacco all’Eucarestia


di Roberto de Mattei

 L’Eucarestia è sempre stata il bersaglio preferito di chi odia la Chiesa. L’Eucarestia, infatti, riassume la Chiesa. Essa, come osserva un teologo passionista, «compendia tutte le verità rivelate, è l’unica sorgente della grazia, è anticipazione della beatitudine, riepilogo di tutti i prodigi dell’Onnipotenza» (Enrico Zoffoli, Eucarestia o nulla, Edizioni Segno, Udine 1994, p. 70).
Gli attuali attacchi al Sacramento dell’Eucarestia erano stati previsti dalla Madonna a Fatima nel 1917. Alla Cova da Iria la Vergine esortò i tre pastorelli a pregare «Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli è offeso».
E, prima ancora, nella primavera del 1916, l’Angelo era apparso ai bambini tenendo nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un’ostia. Diede la santa Ostia a Lucia, e il Sangue del calice a Giacinta e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».
Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, nella sua prefazione al bel libro di don Federico Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali (Edizioni Cantagalli, Siena 2017), afferma che questa scena «ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo». 
Secondo il Cardinale, «gli oltraggi che Gesù riceve nell’Ostia santa» sono, in primo luogo «le orribili profanazioni, di cui alcuni ex-satanisti convertiti hanno dato notizia e raccapricciante descrizione»; ma anche «le Comunioni sacrileghe, ricevute non in grazia di Dio, o non professando la fede cattolica». Inoltre: «Tutto ciò che potrebbe impedire la fruttuosità del Sacramento, soprattutto gli errori seminati nelle menti dei fedeli perché non credano più nell’Eucaristia».
Ma il più insidioso attacco diabolico consiste «nel cercare di spegnere la fede nell’Eucaristia, seminando errori e favorendo un modo non confacente di riceverla; davvero la guerra tra Michele e i suoi Angeli da una parte, e Lucifero dall’altra, continua nel cuore dei fedeli: il bersaglio di satana è il Sacrificio della Messa e la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata». Questo attacco segue a sua volta due binari: il primo è «la riduzione del concetto di ‘presenza reale’», con la vanificazione del termine “transustanziazione”.
Il secondo è «il tentativo di togliere dal cuore dei fedeli il senso del sacro». Scrive il cardinale Sarah: «Mentre il termine “transustanziazione” ci indica la realtà della presenza, il senso del sacro ce ne fa intravedere l’assoluta peculiarità e santità. Che disgrazia sarebbe perdere il senso del sacro proprio in ciò che è più sacro! E come è possibile? Ricevendo il cibo speciale allo stesso modo di un cibo ordinario».
Poi ammonisce: «Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo».  
Le osservazioni del cardinale Sarah sono più che giuste, ma vanno inquadrate in un processo di secolarizzazione della liturgia che ha la sua origine nell’equivoco Novus Ordo Missae di Paolo VI del 3 aprile 1969, di cui l’anno prossimo ricorderemo l’infausto cinquantenario.
Questa riforma liturgica, come scrivevano i cardinali Ottaviani e Bacci, presentando il loro Breve esame critico, ha rappresentato «sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino». Alla teologia tradizionale della Messa se ne è sostituita una nuova, che ha rimosso la nozione di sacrificio e ha illanguidito, nella prassi, la fede nell’Eucarestia.
D’altra parte, l’apertura ai divorziati risposati, incoraggiata dall’Esortazione Amoris laetitia, e l’intercomunione con i protestanti, auspicata da molti vescovi, cosa sono se non oltraggi all’Eucarestia? Il sacerdote bolognese don Alfredo Morselli ha ben illustrato le radici teologiche che legano l’Amoris laetitia e l’intercomunione con gli evangelici (https://cooperatores-veritatis.org/2018/05/06/in-principio-era-lazione-il-legame-tra-amoris-laetitia-e-lintercomunione-con-gli-evangelici/). 
Aggiungiamo che l’attacco all’Eucarestia è divenuto oggi un attacco all’Ordine Sacro, per lo stretto legame che unisce i due sacramenti. La costituzione visibile della Chiesa è fondata sull’Ordine, il sacramento che rende il battezzato partecipe del sacerdozio di Cristo; il sacerdozio è esercitato principalmente nell’offerta del Sacrificio eucaristico che esige il prodigio della transustanziazione, dogma centrale della fede cattolica.
Se la presenza di Cristo nel Tabernacolo non è reale e sostanziale e la Messa è ridotta a semplice memoria, o simbolo, di quel che avvenne sul Calvario, non c’è bisogno di sacerdoti che offrano il sacrificio e poiché nella Chiesa la gerarchia è fondata sul sacerdozio, viene meno la costituzione della Chiesa e il suo Magistero.
In questo senso l’ammissione all’Eucarestia dei divorziati risposati e dei protestanti ha un nesso con la possibilità di attribuire il sacerdozio a laici sposati e di conferire gli ordini sacri minori alle donne. L’attacco all’Eucarestia è attacco al sacerdozio.
Non c’è nulla di più grande, di più bello, di più commovente, della misericordia di Dio nei confronti del peccatore. Quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, per l’intercessione del Cuore Immacolato di Maria, a cui è inscindibilmente legato, vuole portarci a godere la felicità eterna in Paradiso e nessuno, neanche il peccatore più incallito, può dubitare di questo amore salvifico.
Per questo non dobbiamo mai perdere la fiducia in Dio, ma conservarla fino all’estremo della nostra vita, perché mai nessuno è stato ingannato da questa ardente fiducia. Il Signore non ci inganna, ma noi possiamo cercare di ingannare Lui e possiamo ingannare noi stessi. E non c’è inganno più grande di far credere che è possibile salvarsi senza pentirsi dei propri peccati e senza professare la fede cattolica.
Chi pecca, o vive nel peccato, se si pente, si salva; ma se presume di ingannare Dio, non si salva. Non è Dio che lo condanna è egli stesso che, accostandosi indegnamente ai sacramenti, mangia e beve il cibo della propria condanna. È san Paolo che lo spiega ai Corinti, con queste gravi parole: «Chi mangia il pane, o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Che ciascuno esamini se stesso, prima di mangiare di quel pane e bere di quel calice; poiché chi mangia e beve indegnamente, se non distingue il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor. 11, 27-29). San Paolo constatava poi che, nella chiesa di Corinto, in seguito a comunioni sacrileghe, molti erano i casi di persone che misteriosamente si ammalavano e morivano (1 Cor 11, 30).
Triste è la sorte di chi non si accosta ai sacramenti perché si ostina a vivere nel peccato. Peggiore è il destino di chi si accosta sacrilegamente ai sacramenti, senza essere in grazia di Dio. Più grave ancora è il peccato di chi incoraggia i fedeli a comunicarsi in stato di peccato e amministra loro illecitamente l’Eucarestia. Sono questi gli oltraggi che feriscono e trafiggono più profondamente il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria.
Sono questi i peccati che esigono la nostra riparazione, la nostra presenza accanto al Tabernacolo, la nostra difesa pubblica dell’Eucarestia contro ogni genere di profanatori. Così facendo ci assicureremo la nostra salvezza e quella del nostro prossimo e accelereremo l’avvento del Regno di Gesù e di Maria sulla società, che non tarderà ad instaurarsi sulle macerie del mondo moderno.

tratto da: https://www.corrispondenzaromana.it/attacco-al-sacerdozio-attacco-alleucarestia/

venerdì 1 giugno 2018

Più che il terrorismo, il Naturalismo.


Pubblichiamo l'editoriale di Giugno 2018

PIU' CHE IL TERRORISMO, 
IL NATURALISMO.


PIU' CHE IL TERRORISMO, IL NATURALISMO.
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 6 - Giugno 2018

 Non il terrorismo, ma il Naturalismo sarà il più grande pericolo portato dall'Islam.

 O meglio, un cristianesimo sempre più sprofondato nel Naturalismo, passerà dolcemente a diventare nella sostanza mussulmano.

  Bastava aprire il giornale alcune domeniche fa, per averne una plastica dimostrazione:
  Parroco di due parrocchie di profonde radici cristiane: “È la strada giusta, vent’anni fa sarebbe stato impensabile”.
  È la strada giusta per che cosa? Per costruire una nuova chiesa? Per elevare un nuovo santuario?
No, niente di tutto questo purtroppo. È la strada giusta per aprire una moschea, un centro islamico, dove un tempo il suono delle campane segnava il ritmo della vita contadina con la sua consacrazione della terra.

  “È una giornata di grande gioia perché è stata intrapresa la strada giusta. Vent’anni fa sarebbe stato impensabile un fatto di questo genere, oggi è una festa di tutta la comunità, senza distinzioni di religione, di nessun genere. Siamo tutti qui a pregare e fare festa insieme”, così parla Don Salvatore Gentile, parroco di Cureggio e di Maggiora, immortalato sorridente e compiaciuto tra gli imam, due venuti dal Marocco e uno dall’Albania.

  Certo, vent'anni fa, forse, sarebbe stato impossibile: il buon parroco di allora non si sarebbe sognato di presenziare all'evento, avrebbe detto ai parrocchiani di non assistervi, e prima ancora avrebbe fatto l'impossibile con le autorità civili ed ecclesiastiche perché la terra affidatagli in custodia non fosse esposta ad una falsa religione.
  E forse vent'anni fa vi avrebbero pensato anche i parrocchiani a non volere una moschea tra le loro case, dove la Croce di Cristo da secoli era stata piantata.

  Vent'anni fa sarebbe stata possibile una reazione... oggi no, su questo ha ragione il parroco della gioiosa islamizzazione.

  Vent'anni fa sarebbe stato inimmaginabile che anche il parroco più vigliacco, più “don Abbondio”, si spingesse fino a lodare e benedire come luogo della comune preghiera una moschea.
  Ma cos'è successo in questi decenni perché nel silenzio assordante e compiacente delle autorità religiose si possano compiere gesti così stupidi e così pericolosi per le anime?

  È successo che il Cristianesimo è stato rivoluzionato, ribaltato, sfigurato, disanimato fino ad essere pronto a confondersi con qualsiasi religione naturale, anche con l'Islam.

  Con tutta una serie di riforme, che hanno trovato nella brutale amputazione della Messa cattolica il loro centro propulsore, il popolo cristiano è stato preparato al misconoscimento della vita soprannaturale.

 È il Naturalismo: si è voluto demolire quello che i nuovi teologi consideravano un inutile “doppione”, cioè che l'uomo è da Cristo sopraelevato alla vita soprannaturale. Così di fatto oggi l'uomo è considerato nella “pura natura”. Ne vediamo gli effetti devastanti nel popolo: è pressoché saltato tutto il lavoro di preparazione ai Sacramenti, che un tempo costituiva il centro della parrocchia; è ammesso chiunque alla Comunione in nome dell'accoglienza; si riscontra un'ignoranza abissale sugli elementi essenziali della fede, una dilagante commistione tra altare e peccato mortale...
... sono gli effetti pratici del Naturalismo tra noi.
  Ma attenti, questo naturalismo “cristiano”, quello dei nuovi teologi e dei nuovi pastori, ha ancora una velleitaria aspirazione al divino, ma è un'aspirazione indipendente dalla grazia.

  Parlano di preghiera ancora, ma è una preghiera umana e la preghiera umana non raggiunge il Cielo.

  Cristo è venuto invece nel mondo, è salito al Calvario, ha compiuto il suo sacrificio, per poterci trasformare in lui. E questa trasformazione è operante in noi nella sua azione salvifica che continua nei suoi Sacramenti, che producono la nostra elevazione allo stato soprannaturale. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, S. Paolo può dirlo perché inondato dalla grazia sacramentale.

  La preghiera vera, quella cristiana, ha bisogno di questa trasformazione: perché raggiunga il cuore del Padre, è necessario che Cristo preghi in me; ma perché Cristo preghi in me è assolutamente necessario che io sia trasformato dalla sua grazia; e perché io sia trasformato dalla sua grazia è assolutamente necessario accedere ai Sacramenti in modo giusto e corretto, con le dovute disposizione, prima tra tutte il dolore dei peccati e il desiderio di essere trasformati in Cristo.

  Senza la trasformazione della grazia non c'è preghiera.

  La preghiera delle false religioni è solo un atto umano, che non è propriamente preghiera, e questo i buoni parroci di un tempo lo sapevano e difendevano il popolo dall'inganno.

  Oggi no, oggi dicono “Siamo tutti a pregare e a fare festa insieme” ... “senza distinzioni di religione di nessun genere”.

  Un popolo condotto così, sarà pronto a passare all'Islam dove troverà un vago e menzognero riferimento a Dio; a un Dio sconosciuto che non cambia l'uomo ma che lo lascia nelle sue passioni: è ciò che le anime carnali aspettavano da tempo, è l'opera del demonio.

  Il Naturalismo è peggio del Terrorismo, perché non fa i martiri, ma i dannati.

  Torniamo alla Messa di sempre in modo esclusivo, rifiutando la “messa amputata”, che è stato il motore propulsore per la naturalizzazione del popolo cristiano. Occorre su questo una rinnovata e violenta coscienza: il regno di Dio soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono.

sabato 5 maggio 2018

la nullità del presente


Gramsci e Don Giussani, ideologia e tradizione, passato e presente

Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa (...) Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente.
(Antonio Gramsci, Quaderni, XXVIII)

Don Giussani, il 27 dicembre 1997, lo commentava così:
Sembra un canone della Chiesa cattolica.

Gramsci dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è infatti tra ideologia e tradizio.

L'ideologia nasce in qualsiasi momento come novità che si impone a prescindere dal passato (e questo non può che diventare un'inevitabile possibilità di andare contro il passato)...


lunedì 30 aprile 2018

La Messa contemplativa - Editoriale di "Radicati nella fede", Maggio 2018.


Pubblichiamo l'editoriale di Maggio 2018

LA MESSA CONTEMPLATIVA


LA MESSA CONTEMPLATIVA
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 5 - Maggio 2018

  La cosa più insopportabile a un cuore cristiano è vedere attentare alla vita contemplativa, che è l'anima della vita cristiana.

  “Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
 Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?».

  Usiamo le parole stesse di San Bruno, fondatore dell'ordine più contemplativo che la Chiesa conosca, i Certosini, per sintetizzare nel concreto la vita contemplativa. Di questa vita contemplativa la chiesa di oggi ha urgentemente bisogno. È la vocazione più elevata che possa esistere nel popolo cristiano, e il popolo cristiano ne ha assolutamente bisogno. Se scomparisse la vita contemplativa, il mondo cristiano perderebbe la sua anima.

  Abbiamo deciso la pubblicazione in italiano de “La vie contemplative, son rôle apostolique” per una felice intuizione, quasi per un istinto interiore. Man mano che sono passati i giorni, sappiamo sempre di più il perché: occorre reagire alla confusione mortale che alberga nel popolo cristiano, avvelenato da un falso cristianesimo naturalista, che utilizzando ancora le parole cattoliche le svuota di vero significato. È una confusione a tutti i livelli, a tutti i livelli della gerarchia e del popolo. È un avvelenamento che sparge morte, la morte del cristianesimo integralmente vissuto.

  L'avvelenamento del naturalismo toglie a Dio il primato; fa parlare ancora di Dio, ma Dio non è più tutto, e il primo. Dio è ridotto ad un interlocutore dell'uomo, che all'occorrenza l'uomo interpella o cita, ma da Dio non parte tutto e tutto non torna più a lui: è l'uomo che è al centro. E quando l'uomo è al centro, l'uomo si smarrisce, perché Dio è tutto, è il suo tutto. “Deus meus et omnia, mio Dio, mio tutto”, è l'espressione sintetica della vera religione sulle labbra di San Francesco.

  La vita contemplativa pone il primato di Dio: essa in sé è giusta, perché pone l'uomo nella giusta posizione. La Chiesa senza vita contemplativa muore nel naturalismo cristiano, che usa ancora i vocaboli della Tradizione riferendoli innanzitutto a un progetto umano. Si tratta del colpo maestro del demonio, l'ultimo inganno per distruggere ciò che ancora resta del cattolicesimo nel nostro tessuto sociale.

  Chi se ne avvede appieno? Chi urla al pericolo? Continuiamo a sentire un silenzio assordante e complice dell'opera di Satana.

  E Satana è il menzognero: anche lui dice che Dio è tutto, ma poi ti dice che Dio passa nel fratello, nel povero, nella comunità, nel pellegrino... ma non perché tu lo riconosca e lo servi in essi, bensì perché tu lo relativizzi: ti fa dire “Dio è tutto, ma siccome è dappertutto e in tutti, continuo a vivere la mia vita umana così com'è, con un po' di benevolenza in più...” e così compie la desacralizzazione della vita cristiana.

  Il primato di Dio è un primato: è vero che passa anche attraverso i fratelli, attraverso il povero e l'afflitto, attraverso chi il Signore ti mette accanto, ma è Dio appunto che si rende presente! E lui è tutto!

  Ebbene, per questo primato di Dio, da sempre la Chiesa ha riconosciuto che alcuni sono chiamati da lui a stargli difronte primariamente, e questo stargli difronte diventa il compito della vita. La Chiesa da sempre ha riconosciuto i contemplativi, eremiti o in comunità, li ha riconosciuti e difesi dal mondo con una legislazione precisa. Ha difeso gli “inutili” secondo il mondo, perché così necessari al mondo stesso. Sono gli uomini e le donne chiamati a fare costantemente memoria di Cristo, di Dio; e riconoscere che questa memoria è il contenuto di sé: “Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio” (Laurentius, monaco eremita).

  La Chiesa di sempre li ha difesi, oggi invece tende a confondere per loro le carte e li mette in pericolo; li espone ad un pericolo ingiusto e mortale, con la scusa che Dio passa attraverso i fratelli.

  Ma questo Contemplativo sarà sempre il definitivo, perché nella vita eterna, quando Dio sarà tutto in tutti, il contenuto della vita tutta dell'uomo sarà l'unione con Dio, carità infinita: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).

  Il contemplativo è perciò profetico: dice a tutti i cristiani, che vivono ancora nel mondo e dentro le occupazioni della vita, che alla fine resterà la contemplazione che è il vertice dell'attività, perché è Dio che opera. Cosa faremo nella vita eterna se non godere dell'unione perfetta con Dio? E come può un popolo senza contemplativi capire ancora la vita eterna?

  Il popolo cristiano aveva nel passato, nel rito della messa, il profetico e definitivo del contemplativo: la messa della tradizione ti blocca difronte a Dio e alla sua azione, ti chiede un grado di contemplazione; la messa della tradizione ti chiede la contemplazione ponendoti il primato di Dio: il silenzio, le genuflessioni, il protendersi verso la sua venuta, lo spirito di adorazione... tutto e richiamo alla contemplazione.

  Era così per tutto il popolo... poi hanno iniziato a dire che Dio passava attraverso i fratelli... e hanno infarcito la messa di parole e dialoghi, acclamazioni e gesti dentro un vortice sempre più banalizzante e disumanizzante, perché l'umano è fatto per la contemplazione, è fatto per Dio.
  E il primato di Dio è scomparso dalla vita del popolo. E i fedeli non hanno più visto Dio nella Messa.

  Ora, dopo la distruzione delle parrocchie, è il turno degli ultimi conventi rimasti, quelli contemplativi, perché gli altri conventi già non ci sono più. E tutto questo perché Dio passa per i fratelli.

  Il cristianesimo c'è dove c'è la messa contemplativa.

  Anche il monachesimo si salverà solo con la messa contemplativa, la messa della tradizione.

  Ecco perché ci è parso importante parlare degli “inutili” in questo bollettino. Gli inutili per il mondo, i contemplativi quelli veri salveranno il cristianesimo ponendo di nuovo il primato di Dio.

  Ma attenti, gli inutili saranno salvati dalla messa cattolica, la messa di sempre, la messa della contemplazione. Saranno salvati da essa, o non saranno più.

venerdì 27 aprile 2018

sotto c’è qualcosa di grosso, ma molto grosso



Nazisti in toga, camice e… clergyman

Che la Gran Bretagna fosse la culla della massoneria moderna, della teoria del Leviatano statale, del malthusianesimo, dell’eugenetica e dell’evoluzionismo, lo sapevamo. Che quest’ultimo, applicato all’uomo, avrebbe presto o tardi portato a esiti simili, ce l’aspettavamo. Che gli Stati europei cercassero di ridurre la spesa sanitaria facendo eliminare i soggetti più deboli, era un dato ormai tristemente noto. Che la cosiddetta “ricerca scientifica” si fosse sbarazzata di ogni paletto etico in nome di fortissimi interessi economici, l’avevamo ben capito. Che la gerarchia cattolica fosse in gran parte composta di cani muti, incapaci di abbaiare (Is 56, 10), era purtroppo un fatto già più che evidente. Che i cosiddetti Paesi “democratici” fossero oppressi da una spietata tirannide che non ha precedenti nella storia, era una consapevolezza molto acuta nell’animo di chi ha una coscienza desta, anziché offuscata dall’ebbrezza di una libertà puramente apparente per cui mezzo il potere manipola e manovra le masse e gli individui. Ma che la ferocia di istituzioni pubbliche affette da delirio di onnipotenza potesse arrivare a tanto ci lascia semplicemente sgomenti: risvegliati a forza dal sogno di un mondo libero e civile, ci accorgiamo di colpo che i nostri più elementari diritti e le nostre stesse vite non soltanto non sono più tutelati, ma sono in gravissimo pericolo.

Intendiamoci: neanche stavolta la massa di lobotomizzati sarà scossa dall’ipnosi collettiva indotta mediante il cinema, il campionato e la canzone, così come non lo è stata dopo le atroci esecuzioni di Eluana Englaro, nel 2009, di Charlie Gard, l’estate scorsa, e di Isaiah Haastrup, neanche due mesi fa. Ma chi è riuscito a conservare il don dell’intelletto e la grazia della fede deve suonare tutte le campane a morto per il decesso della civiltà occidentale, soppressa da un’élite luciferina che pare in possesso di un potere senza limiti. Lo spirito nazista infesta ormai tutta l’Europa, ma in particolare le istituzioni situate a Londra, Strasburgo, Bruxelles e… Roma. È esattamente lo stesso demonio che ha dato vita al Terzo Reich, evocato dai massoni dei Paesi alleati, i quali, per provocare un secondo conflitto mondiale al fine di stabilire un nuovo assetto geopolitico, prima annientarono la Germania, poi lasciarono al folle dittatore ampia libertà d’azione. Dopo la farsa del processo di Norimberga, poi, molti scienziati del regime furono accolti e sostenuti perché continuassero tranquillamente a lavorare ai loro esperimenti su cavie umane.

La teoria della razza pura sarebbe stata impensabile senza l’ideologia evoluzionistica, inventata da Charles Darwin e trasposta a livello antropologico dal cugino Francis Galton. Il delirante progetto di un perfezionamento della specie umana fu sì sperimentato nei laboratori della Germania nazista, ma non proviene di là né là si è concluso: esso ha una matrice schiettamente anglosassone. I medici di Liverpool e i magistrati inglesi “ragionano” esattamente allo stesso modo dei colleghi tedeschi di ottant’anni fa, salvo coprire i loro veri intenti, con vomitevole ipocrisia, con l’oltraggioso pretesto degli interessi del paziente, i quali, non potendosi esprimere il diretto interessato, sono ovviamente interpretati e stabiliti da loro, anche contro la volontà dei genitori, completamente espropriati del figlio e della patria potestà. Se però si arriva al punto di far presidiare come in un lager un bimbo condannato a morte, ma che non muore, allontanandone i parenti, i visitatori e perfino il cappellano, significa che, sotto, c’è qualcosa di grosso, ma molto grosso.

L’Alder Hey Hospital di Liverpool è ben noto per le reiterate denunce di errori e inadempienze a danno dei pazienti, le quali non hanno tuttavia ottenuto, a quanto pare, sostanziali miglioramenti del livello di prestazioni. In questo caso, però, dobbiamo trovarci di fronte a un crimine immane, visto l’impressionante, coordinato accanimento delle istituzioni britanniche nella volontà di sopprimere un piccolo innocente. Qui si deve trattare di qualcosa di talmente inconfessabile da giustificare il rischio di una crisi diplomatica con il governo italiano, che per poterlo sottrarre alle grinfie di quegli indemoniati ha addirittura concesso la cittadinanza ad Alfie Evans. Il bambino deve essere stato segretamente oggetto di una sperimentazione fallita di nuovi vaccini o di un prelievo di organi, il cui traffico illegale, secondo le stime, nella sola Gran Bretagna frutta ogni anno qualcosa come tredici miliardi di sterline. Non si spiega diversamente l’irremovibile quanto irrazionale rifiuto di lasciarlo andare in un altro ospedale disposto ad accoglierlo. Il personale del Bambin Gesù di Roma è sul posto, pronto a trasferirlo; ma, evidentemente, gli esami eseguiti in un’altra struttura sanitaria rivelerebbero immediatamente ciò che in Inghilterra vogliono non si sappia mai.

In questa vicenda da film dell’orrore, tuttavia, ciò che suscita un ancor più profondo sentimento di ribellione, se possibile, è il disgustoso atteggiamento di certi prelati “cattolici” che, anziché urlare di sdegno e condanna per sollevare i fedeli contro tale inaudita barbarie di Stato, l’hanno commentata, in un evanescente linguaggio diplomatico, dando sostanzialmente ragione alle autorità britanniche. In ciò si sono particolarmente distinti il vescovo di Liverpool, tale Malcom Patrick Mac Mahon, appena reduce da un apposito colloquio con il papa (!), e il nostrano Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (?), uomo di spicco del team Bergoglio (anch’egli molto cauto e parco di parole, giusto un cinguettio) guidato da quello che egli stesso ha chiamato lo spirito di Marco (?!?). Siamo lontani anni-luce dalla strenua resistenza opposta al nazismo dal beato cardinal von Galen, il Leone di Münster, o dal focoso cardinal von Faulhaber, che più tardi ordinerà sacerdote Joseph Ratzinger.

Ad ogni modo, non possiamo non riconoscere lo straordinario potere della preghiera e del digiuno: una creatura incurabile continua a sopravvivere al prolungato tentativo di sopprimerla. Questa semplice costatazione della potenza della fede deve incoraggiare azioni concrete ispirate e mosse dalla grazia. Se una manifestazione pacifica, anche solo di qualche centinaio di persone, invadesse pacificamente l’ospedale e portasse via il bambino, che potrebbero fare? Sparare sulla folla? Un popolo non può rimanere inerte a guardare: la storia sacra, così come la storia cristiana, insegna che, quando cade la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, l’ira di Dio si riversa sulle nazioni. Prima che arrivi, conviene prevenire il castigo, se possibile.
Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio, perché veri e giusti sono i suoi giudizi: egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi (Ap 19, 1-2).
 

Lutero ad portas



Ranher il distruttore

Un sacerdote coraggioso

Come smantellare Rahner, emblema della nouvelle theologie



Il sacerdote spagnolo Jaime Mercant Simò, parroco e teologo, ha ampiamente studiato il pensiero teologico del gesuita tedesco Karl Rahner (1904-1984), l’emblema della nouvelle theologie, e ha concluso — riportando tutto nella propria tesi di dottorato — che si tratta di un pensiero agli antipodi di quello cattolico, perché deforma e falsifica la metafisica tomista. In occasione della pubblicazione della tesi di dottorato di padre Mercant (purtroppo al momento è solo in spagnolo), il sito spagnolo Adelante la Fé lo ha intervistato. Abbiamo deciso di tradurre quest’intervista, perché è fondamentale per comprendere quanto Rahner — compresi i suoi discepoli – sia dannoso e pericoloso per tutta la Chiesa.
Lunedì 26 marzo 2018 — Karl Rahner, considerato il “padre” della nouvelle theologie, ha fatto tanto danno alla retta dottrina cattolica e le sue errate concezioni teologiche e filosofiche – agli antipodi del tomismo – si sono purtroppo diffusi in ampi settori della Chiesa, protraendo la sua dannosa influenza fino ai nostri giorni.


P. Jaime Mercant
Un sacerdote coraggioso, padre Jaime Mercant Simò, per il bene della Chiesa e della cosa più sacra che Essa ha, la verità divina, ha studiato a fondo la metafisica deformata di Karl Rahner, scrivendo una tesi di dottorato. La metafisica della conoscenza di Karl Rahner: analisi dello Spirito nel mondo (Gerona: Documenta Universitaria, 2018). La tesi di dottorato, diretta dal prestigioso tomista, il rev. Don Ignacio Andereggen, ha ottenuto il massimo dei voti: eccezionale all’unanimità cum laude. Successivamente, la stessa Università gli ha conferito il premio straordinario di dottorato.
Egli è anche autore di un estratto rielaborato della tesi, in cui considera i problemi più legati alla teologia: Los fundamentos filosóficos de la teología trascendental de Karl Rahner (Roma: Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2017). È parroco di tre parrocchie e cappellano della messa tridentina nella diocesi di Maiorca. Membro della Società Internazionale Tomás de Aquino e dottore in Studi Tomistici all’Università Abat Oliba CEU (Barcellona), specializzato in metafisica e gnoseologia tomistica. In quest’intervista, riprendendo ampiamente dalla sua tesi, analizza per Adelante la Fe chi era Rahner e approfondisce i gravissimi errori che ha commesso.
Chi era il teologo Rahner?
Era un sacerdote gesuita, nato a Friburgo (Germania) nel 1904, che a partire dal Concilio Vaticano II divenne l’idolo intellettuale di tutta la nouvelle theologie. Secondo l’indice di Albert Raffelt, ci sono circa 5012 dei suoi scritti. Sebbene alcuni di questi scritti siano ripetizioni o traduzioni, non si può negare la diligenza che Rahner aveva nello scrivere libri e articoli, nello stesso tempo in cui svolgeva un’ardua attività accademica (lezioni, conferenze, seminari, ecc.). Ora, senza mettere in discussione i suoi doni intellettuali, si può ragionevolmente dubitare che Rahner fosse o no un vero teologo cattolico.
Lui stesso ha proclamato la famosa svolta antropologica trascendentale (transzendental-anthropologische Wende) della teologia, fondendolo con una filosofia antropologica di natura trascendentale. Per Rahner, la teologia deve essere necessariamente antropologia e, per questo motivo, ha elaborato una filosofia della religione, che, di fatto, non è altro che una pseudo-teologia. A questo proposito, consiglio vivamente di leggere l’illuminante libro di mons. Antonio LiviVera e falsa teologia (Roma: Leonardo da Vinci, 2017). Lo stesso Rahner è colui che ha ritenuto che la teologia dovrebbe essere ridotta all’antropologia, perché, secondo lui, “tutta la teologia è necessariamente antropologia trascendentale” (Karl Rahner, Reflexiones fundamentales sobre antropología y protología en el marco de la teología. En Mysterium Salutis. Madrid: Ediciones Cristiandad, 1977, vol. II-I, p. 344).

La tesi con cui P. Mercant “smonta” il pensiero rahneriano.
Perché hai deciso di preparare una tesi sul suo pensiero metafisico?
Per amore della Chiesa e di ciò che Essa ha di più sacro: la Verità divina. Che teologia può risultare se si appoggia ad una metafisica deformata come quella di Rahner? A rigor di logica, non possiamo dire che padre Rahner abbia elaborato una metafisica, ma che con il suo Erkenntnis Metaphysik(metafisica della conoscenza) riduce la metafisica a gnoseologia. Questa metafisica deformata, inoltre, è di natura trascendentale e antropocentrica. Pertanto, è logico notare nella sua teologia i principi del suo trascendentalismo filosofico. A prima vista, sembra che Rahner non possa dire nient’altro, perché è stato un autore ampiamente studiato da molti autori. Tuttavia, voglio chiarire che ci sono stati pochissimi che hanno affrontato le loro opere filosofiche degli anni ‘30 e ‘40. Nella mia tesi di dottorato mi sono concentrato, in particolare, sull’analisi del suo lavoro filosofico capitale Geist in Welt (Spirito del mondo). In quest’opera, Rahner intende reinterpretare la gnoseologia del Dottore Angelico attraverso i postulati della filosofia moderna di Kant, Heidegger e Hegel, anche se costoro non sono nemmeno citati in tutto il libro, mentre è citato in maniera esuberante San Tommaso d’Aquino. Per avere un’idea di quello che sto dicendo, pensi che Rahner fa più di 2300 citazioni e riferimenti al Santo Dottore, anche se la presenza di questo è solo nominale, perché Rahner finisce per distorcerlo nei suoi testi e principi, anche quelli più elementari.
I rahneriani, ignorando il pensiero tomistico, non sono in grado di comprendere la metafisica della conoscenza dell’autore che idolatrano, anche se questi – dobbiamo ammetterlo – sono molto perspicaci quando si tratta di scoprire le fonti moderne degli scritti di Rahner. Per quanto riguarda i critici di Rahner, possiamo dire che quasi tutti, di fronte alla questione della metafisica della conoscenza di Rahner, finiscono a dipendere dell’ottimo lavoro di analisi compiuto da padre Cornelio Fabro nel 1974, La svolta antropologica di Karl Rahner. Per esempio, mi viene in mente l’eccellente tesi di dottorato di padre Luis Rodrigo Ewart sulla cristologia di padre Rahner.
Ewart, nel terzo capitolo del suo, si dedica all’analisi della metafisica della conoscenza di Rahner, ma però avverte che tutto dipende proprio dallo studio fatto da Fabro (cfr. Autocomunicación divina. Estudio crítico de la cristología de Karl Rahner. Toledo: Instituto Teológico San Ildefonso, 2010). E così, in questo modo, hanno lavorato altri. Tuttavia, secondo la mia opinione – anche se Fabro ha detto tutto quello che c’era dire – è conveniente continuare l’analisi e la ricerca del lavoro filosofico di Rahner. Per questa ragione è stato questo il tema della mia tesi di dottorato, e grazie alle indicazioni del mio supervisore della tesi, il prestigioso tomista rev. don Ignacio Andereggen – al quale sono davvero molto grato per tutto –, sono riuscito a procedere autonomamente, anche se non ho mai mancato di tenere Fabro in debito conto.
Quanto Rahner differisce dal retto pensiero tomista?
Temo che Rahner si allontani da San Tommaso d’Aquino assolutamente in tutto. Soprattutto Rahner si allontana da San Tommaso sulla questione dell’essere, perché riduce l’essere tomista – atto e perfezione – all’essere della conoscenza. Rahner identifica l’essere nell’uomo, il conoscere e l’essere conosciuto. Siamo di fronte ad una riduzione antropologica della metafisica. Però Rahner distorce anche l’antropologia tomista, non considerando l’uomo un composto di anima e corpo, ma identifica l’essenza dell’uomo con il suo giudizio; ciò è aberrante, perché neppure l’essenza dell’angelo è identificata con la sua facoltà intellettiva. Solamente in Dio l’essenza divina s’identifica con la sua intelligenza.
D’altra parte, sembra che, per Rahner, lo stesso giudizio di coscienza sia quello che fonda l’essere. Cioè, secondo Rahner, l’uomo inizia ontologicamente ad esistere nell’atto del giudizio, quando viene interrogato dall’essere in generale. Quello che ho esposto è già orrendo di per sé e in sé, perché Rahner infatti afferma che l’uomo è causa del suo stesso essere, è causa della sua stessa esistenza, il che è assurdo, perché va contro il principio elementare metafisico che afferma che ogni entità non può avere una virtus o un potere più grande del suo proprio essere. Inoltre, nemmeno Dio può essere causa sui ipsius, perché Dio è il suo stesso essere incausato. Rahner dimentica che l’essere dell’uomo è ricevuto da Dio, non dal giudizio della sua coscienza. Tutte queste assurdità si verificano quando la metafisica dell’essere è soppiantata da una metafisica della conoscenza, i quali rivelano una certa influenza del gesuita Joseph Maréchal, che ha combinato il tomismo con il trascendentalismo kantiano, sebbene senza raggiungere gli estremi del nostro autore.
Questi sono solo alcuni esempi della distorsione rahneriana dei testi tomistici, perché ce ne sono molti altri. Rahner opera una vera deformazione della dottrina tomistica fino alla piena estensione dei suoi principi. Sebbene la critica che sto facendo può sembrare a molti – specialmente ai rahneriani – estremamente esagerata, sono talmente convinto di ciò che affermo – dopo aver analizzato in extenso la filosofia trascendentale di questo autore – che non intendo retrocedere di un millimetro dalla mia posizione. Mi limiterò a rettificare se si troverà qualche eventuale errore concreto, naturalmente, ma non rinuncerò alla mia conclusione generale, in cui sostengo l’infedeltà del dottor Rahner al Doctor Communis. Ciò che sto dicendo – sia ben chiaro – lo dico con mio grande dispiacere, perché Rahner è stato un prete di un’intelligenza eccezionale, ma l’ha messa al servizio di quell’eccessiva bramosia di novità, anziché a servizio dalla Tradizione.

Rahner e Hans Kung negli anni ’70.
Voglio aggiungere, tuttavia, che la mia critica, sebbene polemica, si concentra sulla dottrina di Karl Rahner, non alla sua persona – non faccio alcun attacco ad hominem –, cercando sempre di non mancare di carità, ma soprattutto non mancare di verità. Infatti, colui che ha screditato la persona di Rahner è stato, ad esempio, il suo vecchio amico Hans Kung che, nelle sue memorie, racconta che Rahner e la scrittrice Luise Risner si scambiarono centinaia di lettere d’amore (cfr. Verdad controvertida: memorias. Madrid: Trotta, 2009, pp. 60-64).
Non ho voluto, naturalmente, abbassare il mio discorso entrando in qualche problema personale, ma ho cercato di fare un’analisi rigorosamente scientifica dei testi filosofici di Karl Rahner, senza nemmeno tentare di fare una valutazione psicologica e retorica, perché avrebbe potuto mostrare un carico gratuito di pregiudizi ideologici. Forse le mie critiche non piaceranno ai rahneriani – ovviamente – ma non dico nulla che non si basi sui testi di Rahner e sui passaggi tommasiani a cui egli stesso si riferisce. Non è difficile prevedere che molti mi attaccheranno senza nemmeno aver letto il mio libro. Forse anche quelli che lo leggeranno, pur vedendo che ho ragione, per il semplice fatto che io critichi il paladino della nouvelle theologie, sarà per loro oggetto di denigrazione, per aver revisionato un tema che, oggi com’è oggi, continua ad essere un tabù nella Chiesa.
In che misura è grave minare le fondamenta dell’Aquinate e reinventare la metafisica?
A questo non rispondo io, ma il magistero pontificio di San Pio X. Nella Pascendi Dominici Gregis, il Papa dice: «Ciò che conta anzi tutto è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso d’Aquino: intorno alla quale tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno vigore, e se è bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ciò trascurato, toccherà ai Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi, che il discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno».

Il filosofo esistenzialista Martin Heidegger. Quando morì, Rahner lo definì “il mio unico maestro”.
Lei sostiene che Rahner è stato influenzato da Kant, Hegel e Heidegger. Può spiegare concretamente questa sua affermazione?
Rahner è eclettico; assimila tutti questi autori moderni, ma in una maniera mescolata e, in qualche modo, contraddittoria. In parte s’ispira a loro, in parte tradisce pure loro. Nella mia tesi di dottorato, lo spiego meglio e più ampiamente. La domanda che lei mi pone è complessa, tuttavia cercherò di essere breve e concreto nella mia risposa, anche se non avrò altra scelta che cadere nella semplificazione.
Possiamo dire che Rahner è kantiano perché adotta il concetto di esperienza come costruzione a priori dello spirito. In più, come Kant, Rahner comprende la sensibilità costituita dalle strutture a priori dello spazio e del tempo. Quindi, per il nostro autore, l’uomo non può conoscere le essenze delle cose che costituiscono la realtà extramentali.
Inoltre, Rahner è hegeliano perché comprende l’uomo come spirito, cioè considerato solo nella sua autocoscienza. Per cui, la teoria tomista dei processi cognitivi dell’anima (abstractio, reditio in seipsum e conversio ad phantasmata) è vista da Rahner come se San Tommaso avesse anticipato nel tempo la teoria dialettica hegeliana dei processi della coscienza dello spirito.
Infine, Rahner è heideggeriano perché considera l’uomo come un Dasein, cioè come un esistente gettato nel mondo, tenendo conto che questo mondo è la totalità delle entità create, ma un mondo immanente nello spirito, un mondo da esso formato, una sua stessa costruzione in cui vi può essere il riflesso.
Naturalmente è difficile vedere come l’adozione dei postulati della filosofia moderna possano servire come fondamento per una sana teologia, come avvertono l’Humani Generis di Pio XII e la Fides et Radio di Giovanni Paolo II.
Lei direbbe che Rahner è uno dei “padri” della cosiddetta “nouvelle theologie”?
Non solo ne è uno dei “padri”, ma ben presto ne è diventato il vero mito di una grandezza enorme. Tutto è cambiato a partire da Rahner, e questo non lo dico io, ma il suo discepolo Johann-Baptist Metz, un altro con un pensiero eterodosso, il quale ha costruito una “teologia politica” che s’ispira alla teologia marxista della liberazione. Lo stesso Metz dice che «Karl Rahner ha rinnovato il volto della nostra teologia. Niente è più come prima» (“Aprender y enseñar la fe. Agradecimiento a Karl Rahner”. Selecciones de teología. 2004, vol. 43, núm. 171, p. 212).

Rahner e Johann-Baptist Metz negli anni ’70.
Certamente, come dice Metz, con Rahner nulla è più come prima, e per questo motivo è conveniente studiare questo autore in profondità, senza paura, con spirito critico e con slancio di sana polemica scolastica, poiché, come dice San Tommaso d’Aquino, non è sufficiente proporre la verità, dobbiamo anche sfidare l’errore, in modo che la verità appaia ancora più limpida (cfr. Summa contra Gentiles, lib. I, cap. 1).
A questo proposito, dobbiamo menzionare la testimonianza di un buon filosofo laico tedesco, Bernhard Lakebrink, che sentenziò, galantemente, come l’esistenzialismo antimetafisico di Rahner era diventato un pericolo mortale per la teologia, e che stava provocando più danni nella Chiesa – specialmente in Germania – del comunismo e della “riforma” protestante (“Metaphisik und Geschichtlichkeit”. Theologie und Glaube. 1970, núm. 60, p. 204).
Quanto è grande l’influenza di Rahner e quali conseguenze ha avuto la corrente rahneriana nella Chiesa fino ad oggi?
L’influenza di Rahner si trova già negli anni del Concilio Vaticano II. Il padre Wiltgen, che seguì il Concilio come prestigioso giornalista, ha riferito quanto seque: «Poiché l’opinione dei vescovi di lingua tedesca era solitamente adottata dall’alleanza europea, e poiché normalmente la posizione dell’alleanza europea era stata adottata dal Concilio, era sufficiente per un teologo imporre le sue opinioni sui vescovi tedeschi in modo che il Concilio li prendesse come propri. Quel teologo esisteva: era padre Karl Rahner, S.J.» (Ralph M. WiltgenEl Rin desemboca en el Tíber. Historia del Concilio Vaticano II. Madrid: Criterio Libros, 1999, p. 93; The Rhine Flows into the Tiber: A History of Vatican II. New York, TAN Books, 1991). Perciò, nei decenni successivi al Concilio, Karl Rahner divenne molto famoso, un’autorità dottrinale alla quale quasi nessuno osava replicare. Dobbiamo riconoscere che Rahner era, sebbene oscuro, un autore estremamente attraente.

Rahner fotografato durante i lavori della commissione teologica del Vaticano II.
In un sondaggio dell’anno 1972, realizzato dalla rivista tedesca Orientierungen della Pontificia Università Gregoriana, risultò che il 48% degli studenti considerava Karl Rahner come il più prestigioso teologo nella storia della Chiesa (cfr. Orientierung, 1972, vol. 36, n. 17, p. 199). A tutto ciò dobbiamo aggiungere gli interminabili elogi che Rahner ricevette durante tutta la sua vita. Per esempio, il teologo protestante tedesco Jürgen Moltmann lo ha definito «l’architetto della più recente teologia cattolica». Il teologo cattolico Hans Urs von Balthasar come «la più vigorosa potenza teologica del nostro tempo». In pratica, tutte le forze viventi della Chiesa e le sue personalità più straordinarie erano tremendamente favorevoli a Rahner, generando così il fenomeno ipertrofico del rahnerismo.
Ora, realisticamente, dobbiamo dire che oggi tutto è cambiato in termini di studio delle opere di Rahner. In generale, gli attuali seminaristi e preti non leggo Rahner, ma non per virtù, ma a causa del degrato intellettuale di cui oggi, purtroppo, la Chiesa è afflitta; incluso anche i molti che ignorano Rahner, il che, credo, è forse più pericoloso che essere rahneriano. Questo non significa, tuttavia, che il rahnerismo stia per estinguersi, al contrario. Il rahnerismo è incorporato ovunque nel mondo d’insegnare e scrivere la filosofia e la teologia che hanno molti autori. Come ha detto un eminente teologo, recentemente scomparso, mons. Gherardini«Il male è già in metastasi, perché i vescovi che hanno in mano la Chiesa sono in gran parte rahneriani, e rahneriane sono non poche cattedre di teologia, come rahneriane sono le idee attuali» (Vaticano II: una explicación pendiente. Larraya: Gaudete, 2011, p. 93; Concilio ecumenico Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, 2011). La cosa più ridicola, secondo me, è che molti ecclesiastici siano rahneriani senza saperlo, come il monsignor Jourdain del Borghese galantuomo di Molière, che parla in prosa senza saperlo.
Concludendo, oso dire che la Chiesa non comincerà ad uscire dalla fortissima crisi che sta soffrendo finché non condannerà le abbondanti serie di preposizioni rahneriani, sia filosofiche che teologiche. Nella mia tesi di dottorato ho cercato di dimostrare come in qualche modo come la “metafisica della conoscenza” rahneriana ha delle conseguenze immediate: prima di tutto, l’elaborazione di una filosofia della religione profondamente influenzata dalla dottrina di Hegel; in secondo luogo, la proclamazione della svolta antropologica trascendentale della teologia; ma anche le peculiari teorie del cristianesimo anonimo e del soprannaturale esistenziale, che finiscono per sottovalutare la divina rivelazione e la necessità della grazia battesimale per raggiungere la salvezza.