venerdì 18 aprile 2014

stat Crux dum volvitur orbis

La mia Bandiera
 
Causa della morte del Divino Redentore, la Croce è per ogni cristiano simbolo glorioso di salvezza. Lungi dal dimenticarla, trascurarla o, peggio, vergognarsene, essa va tenuta in sommo onore e in bella vista…
«Santità, ho un vecchio disegno… antico quanto Roma. L’ideale dei pazzi. Un nuovo Ordine… Un nuovo Ordine religioso, senza abito o distintivo particolare, soggetto direttamente alla Santità vostra. Più libero dei gesuiti, più penitente dei certosini, più povero dei francescani. Uomini e donne che fanno i tre voti e, in più, dichiarano la loro disponibilità a ricevere il martirio, se Dio lo vuole. Il Cristo Crocifisso ne sarà il Patrono». Così dice padre Franklin, il sacerdote protagonista del grande romanzo di Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, che, scritto nel 1906, si mostra proprio oggi di straordinaria e tragica attualità.
La Chiesa, lo vediamo tutti, è a un bivio. Siamo certi della vittoria e del trionfo finali, ma sappiamo bene che, per arrivarvi, dobbiamo passare attraverso la prova. Ebbene, ora più che mai c’è assoluto bisogno di un nuovo Ordine religioso posto sotto la speciale protezione del Crocifisso, affinché la primavera ritorni e il Cuore Immacolato di Maria possa finalmente portare la pace universale promessa a Fatima. Al centro di tutto deve allora stare la Croce. Stat Crux dum volvitur orbis recita il motto dei certosini. La Croce rimane, mentre tutto cambia. La Croce, strumento di atroce supplizio e di morte infamante, è pure il mezzo del nostro riscatto, della nostra Salvezza. Gesù ha fatto della Croce il suo trono: regnavit a ligno Deus, Dio ha regnato dal legno della Croce. Perciò questo nuovo albero di vita, contrapposto a quello del paradiso terrestre, è il simbolo di noi cristiani, il nostro segno distintivo, la nostra bandiera.
Purtroppo, da cinquant’anni a questa parte, il Cattolicesimo sembra aver subito una mutazione, per cui ciò che per secoli era stato considerato sacro e centrale è divenuto improvvisamente imbarazzante e dannoso. Per capirlo basta entrare in una chiesa e assistere (anzi, partecipare) ad una Messa domenicale. Sugli altari trasformati in mense non c’è più il Crocifisso. Quando va bene, se ne può vedere uno, magari piccolo e striminzito, di fianco, quasi si provasse vergogna o paura al guardarlo. La Messa, benché nulla sia cambiato nel Magistero della Chiesa, è ormai percepita e vissuta da sacerdoti e fedeli laici come un pasto in comune, un’assemblea in cui si ricorda il Signore Risorto e non invece quel che veramente è, la ripresentazione, in maniera incruenta, dell’unico e perfetto Sacrificio di Cristo sul Calvario. Ci vuole davvero tanta fede per capire, in una Messa parrocchiale media, di trovarsi in compagnia della Madonna e di san Giovanni sul Golgota, sotto la Croce di Gesù… Ben diversa la situazione nel Rito antico, come ognuno può aver modo di constatare.
Del resto, Cristo Crocifisso è scomparso anche dalla predicazione. Oggi si preferisce parlare di Mistero pasquale e addirittura alla Via Crucis si è voluta aggiungere la XV stazione, che rappresenta la Risurrezione. A quanto pare, secondo i modernisti, l’invito di Gesù a seguirlo rinnegando se stessi e prendendo la propria croce ogni giorno dietro di Lui (cf. Lc 9,23) non dovrebbe più essere ascoltato. Di Croce e Crocifisso non si vuole proprio più sentir parlare. I termini sacrificio, espiazione, corredenzione, sofferenza vicaria (l’offrire i dolori e le penitenze per la conversione delle anime, per la Chiesa, per il Papa, per ottenere grazie, ecc.) sono praticamente dimenticati. Eppure questo è il Cattolicesimo. Regnavit a ligno Deus, Cristo è Re di tutto e di tutti perché ci ha riscattati versando il suo Preziosissimo Sangue sulla Croce. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Ed è proprio vero, perché il Crocifisso, per il solo fatto di venir combattuto e oltraggiato, continua ad essere segno di contraddizione, che ben pochi lascia indifferenti. Sebbene in molti, anche nella Chiesa, tendano a ridurlo a mero simbolo di una cultura più o meno cristiana (ricordate le patetiche argomentazioni per giustificarne la presenza nei luoghi pubblici?), il Crocifisso resterà prima di tutto sempre e solo il segno della Regalità universale di Cristo. Anche papa Francesco ha ricordato questo caposaldo della nostra fede nella sua prima Messa nella Cappella Sistina, il giorno dopo la sua elezione. Papa Bergoglio ci ha ricordato che «quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore». Sicché possiamo ben dire, insieme all’apostolo san Paolo: «Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Testimonianza, quella paolina, di come il culto della Croce fosse presente nei cristiani ben prima della “svolta costantiniana”.
L’auspicio, in questo momento in cui, lo ripetiamo, la Chiesa è ad un bivio, è il ritorno, in tutte le chiese cattoliche di tutto il mondo, degli altari orientati ad Deum, con sopra il Crocifisso che sovrasta. Altri escamotage (comunque non seguiti, lo si è visto in questi anni) possono essere un gesto di buona volontà, ma non rappresentano la soluzione. Tutti devono poter volgere lo sguardo a Colui che hanno trafitto (cf. Zc 12,10), perché da lì, solo da lì viene la Salvezza. «O Crux, ave, spes unica», recita lo stupendo inno Vexilla Regis prodeunt: sì, la Croce è la nostra unica speranza e non dobbiamo trascurarla né sminuirla. Proprio la Croce ha guidato interi eserciti cristiani a battersi, nelle Crociate, contro gli invasori islamici e questo dal Medioevo sino a Vienna, nel 1683. La Croce ha trasformato l’Europa barbara e in decadenza dopo la fine dell’Impero Romano, facendo sorgere la civiltà cristiana e ha portato la luce nelle Americhe nel XVI secolo. Sempre la Croce ha guidato i Cristeros messicani nella lotta armata contro il governo massonico persecutore e gli spagnoli che, nel 1936, hanno deciso di ribellarsi contro la Repubblica atea che si era instaurata nel loro Paese.
Anche oggi non dobbiamo avere paura di essere i nuovi crociati, pronti a combattere prima di tutto contro i nemici interni alla Chiesa, quei nemici che hanno ridotto il Corpo mistico di Cristo in uno stato comatoso. «Sub Christi Regis vexillis militare gloriamur», dobbiamo gloriarci di militare e combattere sotto i vessilli di Cristo Re, per il quale siamo chiamati, se necessario, a dare la vita e il sangue. E il vessillo per eccellenza è la Croce. Rivolto al “suo” Crocifisso, che dai venti conciliari rischiava di venir messo chissà dove, don Camillo dice: «Signore, la patria non è quel pezzo di tela colorata che si chiama bandiera. Però non si può trattare la bandiera della patria come uno straccio. E Voi siete la mia bandiera, Signore». Ecco, il Crocifisso deve essere la bandiera di ogni vero cattolico. La bandiera cui si tributa la massima riverenza e che pertanto deve tornare al centro delle nostre vite e delle nostre chiese. Viva Cristo Re!
tratto da: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2013/07/la-mia-bandiera/

lunedì 14 aprile 2014

Mons. Fellay vs. Card. Kasper

 
Mons. Fellay sulla nuova pastorale matrimoniale del Cardinal Kasper
Cosa accadrà all’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi che si deve riunire dal 5 al 19 ottobre 2914, consacrata alle «sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione»? Questa domanda si pone con una grande inquietudine dopo che, all’ultimo Concistoro (20 febbraio 2014), il cardinale Walter Kasper, alla domanda del Papa Francesco e con il suo forte sostegno, ha presentato il tema del prossimo Sinodo facendo delle aperture presumibilmente pastorali e dottrinalmente scandalose.

Questa presentazione, che avrebbe dovuto inizialmente restare segreta. è stata pubblicata dalla stampa e i dibattiti tempestosi che ha sollevati tra i membri del Concistoro sono finiti per essere ugualmente rivelati. Un professore universitario non ha esitato a parlare di una vera «rivoluzione culturale» (Roberto De Mattei), e un giornalista ha qualificato come un «cambio di paradigma» il fatto che il cardinale Kasper propone che i divorziati «risposati» possano comunicarsi senza che il loro precedente matrimonio sia ritenuto nullo: «attualmente non è il caso, sulla base delle parole di Gesù molto severe ed esplicite sul divorzio» (Sandro Magister).

Dei prelati si sono alzati contro questo cambiamento, come il cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, che si è chiesto: «che ne è del primo matrimonio, celebrato e consumato? Se la Chiesa ammette (i divorziati “risposati”) all’Eucarestia, essa deve comunque dare un giudizio di legittimità sulla seconda unione. È logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, poiché la bigamia va contro la Parola del Maestro. E il primo? È dissolto? Ma i Papi hanno sempre insegnato che il potere del Pontefice non arriva fin là: sul matrimonio celebrato e consumato, il Papa non ha alcun potere. La “soluzione” presentata (dal cardinale Kasper) porta a pensare che il primo matrimonio rimane, ma che c’è pure una seconda forma di coabitazione che la Chiesa legittima (...) la questione di fondo dunque è semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde» (Il Foglio, 15/03/14)

Potremmo aggiungere le gravi obiezioni formulate dai cardinali Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… ma queste obiezioni restano, anch’esse, senza risposta.

Noi non possiamo attendere senza dire nulla  il Sinodo che si terrà il prossimo ottobre nello spirito disastroso che gli vuol dare il cardinale Kasper. Lo studio allegato, intitolato «La nuova pastorale sul matrimonio secondo il cardinale Kasper» mostra i pesanti errori contenuti nella sua presentazione. Non denunziarli sarebbe lasciare una porta aperta ai pericoli sui quali punta il dito il cardinale Caffarra: «ci sarà (così) un esercizio di sessualità umana extra-coniugale che la Chiesa considererà come “legittimo”. Ma con questo si rovina il pilatro della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto ci si potrà domandare: perché non si approva l’unione libera? E perché non allora i rapporti tra omosessuali?» (Ibidem).

Mentre numerose famiglie si sono in questi ultimi mesi coraggiosamente mobilitate contro le leggi civili che ovunque minano la famiglia naturale e cristiana, è propriamente scandaloso vedere queste stesse leggi surrettiziamente sostenute da uomini di Chiesa desiderosi di allineare la dottrina e la morale cattoliche ai costumi di una società decristianizzata, invece che cercare di convertire le anime. Una pastorale che si fa beffe dell’insegnamento esplicito di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio, non è misericordiosa, bensìoffensiva nei confronti di Dio che accorda a ciascuno la sua grazia in maniera proporzionata, e crudele verso le anime che, messe in situazioni difficili, ricevano questa grazia di cui hanno bisogno per vivere cristianamente ed anche per crescere nella virtù, sino all’eroismo.

+ Bernard Fellay
Menzingen, il 12 aprile 2014

 
Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Roberto Dal Bosco
 
 

giovedì 10 aprile 2014

"Malata di acedia, la Chiesa ha finito per concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione dell’intimo male dell’uomo" (A. GnocchI)

riportiamo da Chiesa e post Concilio

Tracce della ghigliottina hegeliana
nella riforma liturgica
di Alessandro Gnocchi

 
Nessun grande uomo, diceva Hegel, sfugge al biasimo del cameriere che ne governa le stanze nascoste. Ugualmente, le rivoluzioni e i loro traumi riformatori non si sottraggono al giudizio del robivecchi che ne frequenta il retrobottega in cui giacciono le vestigia del tempo andato e dell’ordine travolto. Per quanto sia nascosto, c’è sempre un luogo in cui l’individuo d’eccezione e l’evento epocale sono costretti a mostrare la propria natura più intima, fosse solo in un dettaglio.

 La riforma liturgica operata nella Chiesa cattolica alla fine degli anni Sessanta non sfugge alla ghigliottina hegeliana. Anche quel grande balzo verso il mondo, che si può chiamare rivoluzione considerando l’orientamento del pregare invertito rispetto al passato, ha il suo retrobottega rivelatore. Basta andare per canoniche, conventi e sacrestie in cerca di antichi paramenti rituali per averne la prova. Con un po’ di pazienza e tanta disposizione all’umiltà, in questo tour della memoria liturgica si trovano sempre un sacerdote, una suora, più di frequente un vecchio sacrestano, che scovano pianete, dalmatiche, tunicelle, cotte e berrette, sospirando sui tempi in cui la messa era davvero la messa. Ma anche loro, salvo rare eccezioni, non sono in grado di recuperare il manipolo, quell’esile drappo simile a una piccola stola che il celebrante porta sul braccio sinistro.[1] 


Per disegni oscuri, pare quasi si sia voluta cancellare la memoria di questo paramento originato dalla mappula, il fazzoletto di lino che la nobiltà romana portava al braccio sinistro, usato per detergere lacrime e sudore e per dare il segno dell’inizio dei combattimenti nel Circo. “Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris; ut cum exsultatione recipiam mercedem laboris” recita il sacerdote mentre lo indossa durante la vestizione, “O Signore, che io meriti di portare il manipolo del pianto e del dolore, affinché riceva con gioia la mercede del mio lavoro”: e, ancora una volta, ha principio il combattimento contro il mondo e il suo principe, in cui misticamente il sacerdote suda, piange, sanguina e lotta fin sulla croce come alter Christus. Ma serve la dolorosa e virile compenetrazione nel sacrificio, di cui l’esile manipolo è segno e strumento. Là dove, invece, se ne è persa volentieri la memoria per dedicarsi al banchetto festante di una salvezza priva di fatiche non vi è luogo per i segni della battaglia a cui si deve consegnare il proprio corpo.
Lo strazio di padre Pio e della sua carne stigmatizzata, le estasi di San Filippo Neri che affondava i denti nel calice per bere avidamente tutto il suo Signore, le visioni di San Giovanni Crisostomo che assisteva al discendere della folgore sull’altare, e poi tutte le messe fino a quelle del più indegno dei sacerdoti che avesse anche solo un po’ fede nel miracolo della transustanziazione sono sempre state, allo stesso tempo, il cuore e il frutto della battaglia contro il principe di questo mondo.


 

Impone, Dómine, cápiti meo gáleam salútis, ad expúgnandos diabolicós in cursus”, “Metti, o Signore, sulla mia testa l’elmo della salvezza per vincere gli assalti del demonio” prega il sacerdote quando, preparandosi alla celebrazione, indossa l’amitto, altro indumento che richiama la battaglia e il sacrificio caduto in disuso nella messa riformata. Oggi, nella Chiesa postconciliare, si preferisce parlare per parlare, dialogare per dialogare, conversare amabilmente con il mondo inebriati di un illusorio potere seduttivo della chiacchiera. Non serve più un indumento come l’amitto che, oltre all’elmo del guerriero, simboleggia anche la “castigatio vocis” e bandisce dall’atto di religione ogni parola che non sia rituale e, quindi, inesorabilmente di troppo. Si è persa l’attitudine al rito e, dunque, si è persa l’attitudine al comando, e perciò i sacerdoti hanno rinunciato alla veste talare. "Quando gli uomini vogliono apparire senza fallo solenni” scrive Gilbert Keith Chetserton in “ciò che non va nel mondo” commentando la stupidità delle donne che preferiscono i pantaloni “come nel caso di giudici, sacerdoti e re, allora indossano la gonna, il lungo frusciante abito della dignità femminile. Il mondo intero è retto dalle sottane, poiché persino gli uomini le indossano, quando desiderano governare”.


L’idea del comando e della battaglia, delle armi e dell’armatura dello spirito, sono state dismesse da cristiani che amano farsi cullare dall’accidia, il più perverso dei vizi capitali. Quella trappola mortale che gli antichi padri chiamavano akedia o acedia, si è trasmesso di credente in credente fino a infettare il corpo ecclesiale. Ne è sortito un mal d’essere, un’eresia della forma che prelude agli errori più diversi e persino contrari tra di loro, in estremo sberleffo al virile e guerreggiante principio di non contraddizione. Malata di acedia, la Chiesa ha finito per concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione dell’intimo male dell’uomo. Anche quando parla del mondo lascia trasparire la consapevolezza della propria inefficacia a indicare una via di salvezza, quasi a scusarsi di averci provato per tanti secoli. Dubita per prima dei propri fondamenti intellettuali e ascetici e, proprio mentre proclama di aprisi al secolo, si dichiara incapace di conoscerlo, di definirlo e, quindi, di educarlo e convertirlo. Al più, si rende disponibile a interpretarlo.

 

“L’acedia” scrive San Giovanni Climaco nella “Scala del Paradiso”, e sembra descrivere la Chiesa di questi decenni invece che il singolo monaco prostrato davanti alla fatica della religione, “è abbattimento dell’anima, indebolimento della mente, negligenza dell’ascesi, odio della professione, è ritenere beati coloro che vivono  nel mondo, è calunniatrice di Dio, come privo di compassione e di amore per gli uomini. È atonia nella salmodia, debolezza nella preghiera”. Poi, da vero uomo di Dio, e quindi conoscitore dell’essere umano, l’antico padre mostra quali effetti effimeri e traditori produce l’acedia, malattia talmente subdola da presentarsi come illusorio rimedio a se stessa. È “ferrea nel servizio, attiva nel lavoro, manuale, pronta all’obbedienza. (…) L’accoglienza degli ospiti è un suggerimento dell’acedia, ed essa esorta a compiere lavori manuali per fare elemosine, invita calorosamente a far visita ai malati, ricordando colui che dice: Ero malato e siete venuti da me; esorta ad andare da coloro che sono scoraggiati e d’animo debole dicendo di confortare coloro che sono d’animo debole, proprio come lei è d’animo debole. Mentre ce ne stiamo in preghiera ci fa venire in mente incarichi urgenti e attua ogni stratagemma per trascinarci via di lì con un motivo ragionevole, come con una cavezza, proprio lei che è irragionevole”.

 

Ciò che, nel VII secolo era ammonimento per le singole membra, oggi vale per l’intero corpo ecclesiale, preda di quella malattia del fare, un po’ tango y corazón, ispirata al movimentismo mediatico e al minimalismo intimista dell’attuale pontificato. Ma non è con il farsi simile al mondo e impalmandone il linguaggio che lo si seduce, non è esaltando il gesto e la parola di cui il rito è “castigatio” che si conquista il secolo: perché il mondo ha innanzi tutto orrore di se stesso e non è secolarizzandosi che il cristiano lo conquista. “Va” dice Mosè il forte, un altro padre del deserto, al monaco accidioso “entra nella tua cella e siediti, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa”. E nel saggio sui “Sensi soprannaturali” Cristina Campo scrive: “Non impunemente si pratica la torva omeopatia  che consiglia di curare un mondo perdutamente ammalato di squallore, anonimato, profanità e licenza per mezzo di squallore, anonimato, profanità e licenza”. E ancora: “attendersi che la rigenerazione del profano, la ‘consacrazione del mondo’ possa compiersi altrove che nelle regioni vertiginose, sulle vette del Sinai, è puerile. Mangiare tra amici un pasto simbolico, dove e come fantasia lo detti, in memoria di un filantropo dei tempi antichi è insieme la putrefazione del sacro e la perdita del profano (…). Heschel ricorda che se noi cessiamo di chiamare Dio sui nostri altari li occuperanno ineluttabilmente i demoni”.

 

Ma l’altare, la grande prova davanti alla quale è chiamato l’uomo nell’atto di religione, è intimamente legato al dogma, la grande prova a cui l’uomo è chiamato nell’atto di intelligenza. Se fallisce una, cade anche l’altra innescando un circolo che si autoalimenta perversamente. Il benedettino dom Prosper Guéranger, scriveva nelle sue “Institutions liturgiques”: “Venne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo nello stesso tempo dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”. 

 

Il vizio dell’acedia che ammalia il popolo di Dio facendogli perdere il confine tra ortodossia ed eresia ha le sue radici nel dramma religioso dell’agostiniano tedesco, tradotto in aggressione alla liturgia e alla ragione, all’altare e al dogma, alla lex orandi e alla lex credendi. Nulla di strano, se si tiene conto che l’uomo è un essere razionale perché è un essere liturgico e ha come fine ultimo l’adorazione: come non può eliminare il rito dal proprio orizzonte e dunque deve limitarsi a distrarlo dal legittimo oggetto e pervertirlo, allo stesso modo si rapporta con la ragione e, quando non la santifica, la prostituisce. Gli attacchi al Corpo mistico di Cristo passano sempre attraverso la demolizione della liturgia: il genio eretico di Ario si diffuse grazie a inni religiosi, e quello ortodosso di Sant’Ambrogio lo vinse grazie ad altri inni religiosi.

 

Connaturali all’essenza liturgica e razionale dell’uomo, l’altare e il dogma sono la prova su cui misurare la salvezza che una creatura non può darsi da sola: chiedono un atto supremo di fiducia poiché velano ciò che ogni essere umano vorrebbe evidente. Questa velatura, considerata odiosa dall’uomo moderno, è frutto dell’incapacità di cogliere naturalmente l’essenziale da parte di chi ha perduto lo stato di Grazia. Da solo, l’uomo non è più in grado di percepire il senso ultimo delle cose e per questo la liturgia, fino a quando non si è arresa al fascino dei lumi, lo ha sempre aiutato rivestendo la materia di significati ulteriori. Attraverso i drappeggi posti sul limitare tra finito e infinito, l’atto di adorazione conduce l’intelligenza a intuire, quanto meno, la bella ragionevolezza del dogma. E il velo diventa il segno visibile della Grazia e di una santità invisibili agli occhi dell’uomo, mostra l’essenza intima delle cose.

 

Ma serve fede, come dice San Tommaso nel suo sublime inno eucaristico “Adóro te devóte”: Visus, tactus, gustus, in te fállitur,/ Sed audítu solo tuto créditur:/ Credo quidquid díxit Dei Fílius;/ Nil hoc verbo veritátis vérius”, “La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano/ Ma solo con l'udito si crede con sicurezza:/ Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio,/ Nulla è più vero di questa parola di verità”. Solo in queste regioni così rarefatte, eppure così concrete da poter essere toccate, mangiate, bevute, è possibile trovare il punto archimedico in cui dimora la salvezza, la Croce: follia per il mondo, che considera il cristiano un pazzo destinato a vivere a testa in giù. Eppure, è proprio così, come San Pietro nell’istante supremo della sua crocifissione con la testa rivolta verso il basso, che il seguace della Croce ha in ricompensa la visione meravigliosa e infantile in cui il mondo appare veramente come è: con le stelle simili a fiori e le nubi come colline e tutti gli uomini sospesi nel vuoto alla mercé di Dio.

 

Una tale visione produce uno sguardo che sgomenta il mondo, tanto da conquistarlo, senza una parola e un gesto mondani. È il balenìo dipinto con devozione perfetta nel San Francesco di Francisco de Zubarán, su cui dominano due occhi spiritualizzati, uno penetrato dalla luce e l’altro immerso nell’ombra, che appartengono a un altro mondo e non vedono altro. E quando si posano sulle cose materiali lo fanno solo per dirne la bellezza velata e inattingibile a occhi profani. L’immagine dell’uomo in piedi, con la testa coperta dal cappuccio, le mani nascoste nelle maniche dell’abito e lo sguardo al cielo dipinta dal pittore spagnolo non rappresenta il santo da vivo, ma il suo corpo incorrotto dopo la morte, come fu trovato nella cripta di Assisi. Abitualmente, il ritrovamento di Francesco viene dipinto come un episodio narrativo. Zubarán, invece, mostra il santo eretto in un eterno istante liturgico, modellato dalla luce e dall’ombra, dalla Grazia e dal velo. Solo il viso, la cui metà è immersa nell’ombra, appare di carne, ma concorre a testimoniare la manifestazione corporea di qualcuno che torna dal mondo dei morti in una epifania priva di note terrifiche, poiché l’anima è colma di serenità soprannaturale e beatitudine.

 

Anche nell’ultima cappella di campagna, dove il profumo di povero incenso si confonde a quello della cera stantìa, l’ingresso del sacerdote pronto alla celebrazione del sacrificio ha la stessa radice sacra intuita dal visionario spagnolo, fatta di divino che irrompe nel tempo. “Introibo ad altáre Dei. Ad Deum qui laetificat juventútem meam”, e mentre si accosta all’altare di Dio, al Dio che letifica la sua giovinezza, il sacerdote, se anche non può rivestirsi della gloria dipinta da Zubarán, parla a ogni a creatura dell’universo velandosi con i segni che portano le vestigia della gloria. E diventa davvero lietamente giovane, che sia indegno peccatore, come racconta Graham Greene nel “Potere e la gloria”, o che sia martire, come racconta Robert Hugh Benson, in “Con quale autorità”. 

 

“Uno dei servi, accortosi, accortosi che non aveva la forza di indossare da solo le vesti sacerdotali” narra Benson descrivendo la messa di un sacerdote torturato dai carnefici anglicani “gli pose intorno al collo l’amitto; poi gli mise il camice raccogliendolo intorno ai fianchi col cingolo; gli dette la stola da baciare, gli adattò il manipolo al braccio sinistro e per ultimo lo coprì con la rossa pianeta e il prete fu di nuovo, come la domenica precedente, in rosi paramenti; ma ahimè, quanto cambiato! Quindi il servo gli si inginocchiò accanto e il sacerdote incominciò a recitare le preghiere che servono di preparazione all’atto più grande della religione; accostatosi poi all’altare, si inchinò lentamente, lo baciò e la messa ebbe principio”. 

Alessandro Gnocchi

[Fonte il Foglio, 10 aprile 2014]
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Nota Chiesa e post-concilio

1. Il manipolo è un paramento liturgico ormai adoperato soltanto nelle celebrazioni della Santa Messa secondo la forma straordinaria del Rito Romano. Si dice derivi da un fazzoletto (mappula) portato dai romani annodato al braccio sinistro. Poiché la mappula si utilizzava per detergere il viso da lacrime e sudore, gli scrittori ecclesiastici medievali hanno assegnato al manipolo il simbolismo delle fatiche del sacerdozio. Esso tuttavia ricorda anche l'asciugamano che cingeva il braccio del sacerdote ebreo durante il sacrificio. 

Si ricorda anche il doppio senso della parola manipulum (che indica i fasci di grano di chi miete). Così infatti la Vulgata rende il Salmo 125,5-6: «Qui seminant in lacrimis in exultatione metent; euntes ibant et flebant portantes semina sua, venientes autem venient in exultatione portantes manipulos suos» (corsivo nostro).

Era consegnato nel conferimento del suddiaconato con l'eloquente formula, recitata dal sacerdote durante la vestizione: « Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris: ut cum exultatione recipiam mercedem laboris.» « Che io sia degno, o Signore, di portare il manipolo di pianto e dolore: così con orgoglio raccoglierò la mercede del lavoro. » e mantenuto in tutti gli altri gradi del Sacramento dell'Ordine (diaconato, presbiterato, episcopato).
L'abolizione degli Ordini Minori (trasformati in ministeri laicali) dalla Ministeria Quaedam di Paolo II non lo nomina. Tuttavia il suo uso è stato reso facoltativo dal 1967 dall'Istruzione Tres abhinc annos. Anche il Novus Ordo non ne fa cenno e il suo uso può essere considerato facoltativo ma di fatto, nella liturgia riformata, è stato abbandonato. [Maria Guarini, “La questione Liturgica. Il Rito Romano usus antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II”, in corso di riedizione]

Da notare che nella liturgia riformata il servizio all'Altare sostituito dalla tavola non è più previsto. Chi volesse approfondire cosa ho scritto su questo e sue implicazioni può farlo [qui]. Riporto solo un punto essenziale, per sapere cosa si perde. Secondo la Tradizione della Chiesa:

1.      l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech (Sommo ed eterno Sacerdozio di Cristo) e ricorda quello di Aronne 

2.    i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i cohanim ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea); gli ordini maggiori o sacri sono: suddiacono, diacono, sacerdote 

3.    tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti

lunedì 7 aprile 2014

Il grande castigo


Carissimi lettori, noi seguaci di Gesù Cristo dobbiamo avere una visione soprannaturale della vita. Nulla capita per cieco caso, ma tutto ciò che avviene nel mondo è voluto, o perlomeno permesso, da Dio per nostro bene. Noi siamo tanto piccoli al cospetto della Santissima Trinità, pertanto non siamo in grado di comprendere gli arcani decreti divini. Dobbiamo solamente affidarci a Lui come fanno i neonati con le mamme.
Da un punto di vista spirituale la situazione del mondo è disastrosa a causa del dilagante secolarismo. Sembra di vivere ai tempi di Sodoma e Gomorra. Anche la situazione della Chiesa è drammatica a causa della confusione seminata dai modernisti. L'umanità sta andando verso l'abisso, basti pensare al fatto che molti abitanti della terra, anche tra i cristiani, non considerano più come peccaminosi certi atti umani contrari alla Legge naturale che il Signore ha scolpito nei nostri cuori. Pensiamo ad esempio all'aborto, ai rapporti prematrimoniali, agli atti impuri contro natura, ecc. Per salvare il mondo c'è bisogno di una “scossa”, di un qualcosa di grosso che faccia tremare tutto e svegliare le coscienze assopite. La Madonna ad Akita in Giappone (apparizioni riconosciute dalla competente autorità ecclesiastica), ha preannunciato un castigo epocale per il mondo intero. Dopodiché ci sarà il trionfo del suo Cuore Immacolato preannunciato a Fatima.
Quando a Padre Pio venne chiesto quando avverrà il trionfo del Cuore Immacolato, il santo frate cappuccino rispose che lo avrebbero visto i piccoli, cioè coloro che in quegli anni erano bambini. Da allora sono passati tanti anni, e ormai i fanciulli dell'epoca stanno diventando anziani. Pertanto, nel giro di qualche decennio finalmente avverrà il tanto auspicato trionfo della Madonna.
I materialisti stanno costruendo un mondo senza Dio, un mondo che fa orrore perché calpestando gli insegnamenti evangelici è diventato inumano. Ma “Deus non irridetur”, Dio non si lascia prendere in giro dal mondo, prima o poi il castigone verrà davvero. Anche nella Bibbia sono numerosi gli esempi di castighi esemplari inferti dal Signore, pensiamo ad esempio alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, al diluvio universale, all'incenerimento di Sodoma, Gomorra e le altre tre città in cui dilagava l'omosessualità, alla morte inferta ad Onan per aver fatto un atto impuro contro natura, alla cattura e deportazione del popolo di Israele a Babilonia, alla distruzione del Tempio di Gerusalemme e alla diaspora degli ebrei ad opera dei Romani, ecc.
Insomma, Dio è infinitamente buono ma è anche infinitamente giusto, e quando i peccati dei popoli raggiungono un certo livello, scattano i castighi divini. Durante la prima guerra mondiale la Madonna a Fatima disse chiaramente che se l'umanità non si fosse convertita, il Signore avrebbe permesso che gli uomini scatenassero una guerra ancora più disastrosa (la seconda guerra mondiale) e che la Russia avrebbe diffuso nel mondo gli errori del comunismo. Se a quei tempi Dio castigò il mondo con una terribile guerra, chissà che cosa avverrà adesso che pochi arrivano vergini al matrimonio, gli aborti si sono moltiplicati in maniera esponenziale, dilaga la contraccezione (che è un peccato contro natura che grida vendetta al cospetto di Dio), milioni di bambini innocenti vengono assassinati con l'aborto, le famiglie vengono disgregate dalla piaga del divorzio, gli omosessuali si sposano e adottano i bambini orfani o sottratti dai tribunali alle famiglie povere, in televisione imperversano programmi immorali, tra i cristiani si diffondono le mode indecenti, ecc. Insomma, la situazione dell'umanità è disastrosa, ormai il “grande castigo” è inevitabile (lo diceva anche il zelantissimo Don Giuseppe Tomaselli nell'opuscoletto intitolato “Il mondo di oggi sotto la schiavitù di Satana”). I mondani vogliono farsi beffa della Legge eterna di Dio, ma Deus non irridetur!
 

sabato 5 aprile 2014

Stupidario post-conciliare: cinquant'anni di luoghi comuni


ogni potere, soprattutto, quello ecclesiale, viene da Dio!
 

Le più famose cavolate degli ultimi cinquant’anni

 


 


Chiesa povera

La Chiesa è sempre stata povera, evangelicamente parlando, perché la Chiesa è “distaccata” completamente dalle ricchezze mondane e materiali. Le sue uniche e irrinunciabili ricchezze sono l’Eucarestia e il Rosario. Non a caso, S. Francesco d’Assisi, sposo di “Madonna Povertà”, diceva ai suoi frati: «La povertà si ferma ai piedi dell’altare». La povertà evangelica consiste, infatti, nel completo distacco dai beni terreni, che i cattolici, i laici in modo particolare, devono far risplendere alla luce del Vangelo. I «poveri in spirito» non sono i proletari di stampo marxista, ma coloro – indipendentemente dal fatto che abbiano o no beni in denaro – la cui unica vera ricchezza è Dio.

«La povertà è una disgrazia, non un merito», replicò don Camillo. «Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri» (Giovannino Guareschi, “Don Camillo e don Chichì”, p. 51).

Chiesa aperta

Aperta a chi? A che cosa? Al mondo? La Chiesa, prima di tutto, è “refugium peccatorum”, perché solamente in Essa c’è salvezza. La missione della Chiesa è convertire il mondo, non adattarsi o, peggio, inchinarsi ad esso. Nella Sposa di Cristo c’è un posto per ogni peccatore che si riconosca tale e che desideri ritrovare l’amicizia perduta con Dio, ma non può esserci l’apertura alle pretese, molto spesso assurde, del mondo. Perché la Chiesa è “nel” mondo, ma non è “del” mondo.

Chiesa che ascolta e che accompagna

Ascolta chi o che cosa? Accompagna chi e dove? La Chiesa è in perenne ascolto del suo Signore, non certamente la lamentele psicologiche di chi non ha niente di meglio da fare che lamentarsi in continuazione. La Chiesa non è un “centro d’ascolto” in cui ognuno va a sfogarsi per un qualsiasi motivo. E poi, accompagnare chi e dove? La Chiesa è Madre e Maestra, deve insegnare la verità di Cristo, solo così si “accompagnano” i peccatori in paradiso, a godere per l’eternità dell’amore di Dio. Altrimenti, se si perde tempo ad ascoltare tutte le giustificazione che noi peccatori troviamo per i nostri peccati – e ne troviamo tante perché il “principe di questo” è un ottimo “avvocato delle cause perse” – andrà a finire che ci accompagneranno direttamente all’inferno!

Nuova Pentecoste

Espressione che mi ha sempre lasciato perplessa. Il sacramento della Confermazione – la nostra Pentecoste personale – può essere ricevuta solamente una volta, perché imprime il carattere. Coloro che hanno preteso dal Cielo una “seconda pentecoste”, volevano fondare un’altra chiesa, una chiesa nuova, fondata secondo i capricci e le voglie della modernità post e anti cristiana. Alla fine che cosa hanno ottenuto? Una seconda Babele, mille volte peggiore della prima. Il cardinale che inventò quest’espressione, il belga Suenens, ha applicato alla lettera, nella sua arcidiocesi, la “seconda pentecoste”. I risultati? La maggior parte dei “preti pedofili” sono stati individuati proprio in Belgio, la stessa tomba del primate Suenens è stata profanata dalla polizia locale, recentemente è stata approvata l’eutanasia infantile – legge firmata dal sovrano belga Filippo, cresciuto alla scuola di Suenens -, già si parla di poligamia, pedofilia, etc… Inoltre, moltissime chiese sono state trasformate in orinatoi pubblici. «La Chiesa non ha bisogno – ha scritto il grande Georges Bernanons – di riformatori, ma di santi».

Errore ed errante

Da sempre la Chiesa ha distinto il peccato – da condannare sempre e comunque – dal peccatore – da amare e da correggere -, ma ormai non si usano più le parole “peccato” e “peccatore”, sono state sostituite da “errore” e “errante”. Qual è la differenza? Il peccato ha una dimensione principalmente verticale – un’offesa prima di tutto fatta a Dio – mentre l’errore viene visto solamente in senso orizzontale. Ormai tutto ogni delitto che grida vendetta al cospetto di Dio è permesso, soprattutto quando è fatto per “amore”, ma guai ad offendere a o mancare di rispetto agli uomini, soprattutto a certe “categorie protette” (sodomiti, immigrati clandestini, divorziati-risposati, etc…). La misericordia verso il peccatore è diventata misericordia verso il peccato, un permesso a peccare senza se e senza ma. Dio ci ha lasciato la libertà di peccare – ricordandoci che il peccato, in realtà, ci rende schiavi – ma non ce ne ha dato il diritto.

Dialogare

Il significato etimologico di questa parola è “far passare il verbo (il logos)”. Discutere, conversare, deve essere un mezzo, non un fine, per far arrivare Cristo – il Logos – ai nostri interlocutori. Il dialogo non può diventare il fine per giungere alla verità – anzi, la Verità possiede la Chiesa -, perché non si rinunciare al Vangelo per cercare di andare d’accordo con tutti. Il Logos si fece carne, non l’Agape.

Le riforme volute dallo Spirito Santo

Con questa espressione, gli artefici delle eterodossie post-conciliari e degli orrendi abusi liturgici giustificano i propri misfatti. Va chiarito che lo Spirito Santo assiste, educa, guida, propone, ma non impone, né violenta. I clericali non sono angeli, possono disobbedire e fare a modo loro. Chi usa lo Spirito Santo per giustificare le proprie cavolate, ha la “sindrome di Donna Prassede”. «Tutto lo studio di donna Prassede era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per cielo il suo cervello» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXV).

tratto da: http://www.papalepapale.com/strega/?p=2274

lunedì 31 marzo 2014

l'allarme del Prof. de Mattei: "La dottrina cristiana si dissolve nella prassi"


Intervista a Roberto de Mattei sui temi di maggiore attualità del "mondo cattolico"

 

 

1 Partiamo dalla sua estromissione da Radio Maria motivata, a detta del direttore padre Livio Fanzaga, da una posizione critica sempre più accentuata nei confronti del Pontificato di Papa Francesco. Le è stato contestato di non mettere la sua grande preparazione culturale al servizio del Successore di Pietro (eppure ha scritto anche un libro sul Papa: Vicario di Cristo, edito da Fede&Cultura). Al fine viene motivata la sua esclusione per incompatibilità con le finalità di Radio Maria che sono quelle di adesione al Magistero della Chiesa e al sostegno all'azione pastorale del Papa. In altre parole par di capire, leggendo il tenore letterale dal tono piuttosto forte, che Lei non viene più ritenuto, dal direttore di Radio Maria,  in linea con quanto professa il Magistero della Chiesa cioè "non sente cum Ecclesia". Di fatto queste sono le stesse motivazioni addotte per estromettere dalla Radio anche Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Lei quale spiegazione si è dato a tali provvedimenti?

 

Ho collaborato per quattro anni a Radio Maria, su invito di padre Livio, conducendo la rubrica mensile “Radici Cristiane”. Più di una volta mi è capitato di essere oggetto di attacchi da parte dei media laicisti, ma ho sempre avuto il pubblico sostegno di padre Livio. Non ho mai criticato il Papa nella mia trasmissione e, come Lei ricorda, sono autore di un libro dal titolo Vicario di CristoIl Papato tra normalità ed eccezione in cui esprimo tutta la mia devozione senza riserve verso l’istituzione pontificia. Le ragioni del mio allontanamento da Radio Maria, giustificate da presunte critiche al Papa, mi sono ancora oscure. Forse alcune mie iniziative, come la raccolta di firme a sostegno dei Francescani dell’Immacolata, non sono piaciute a certi vertici ecclesiastici, che hanno chiesto a padre Livio la mia testa, dopo quella di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, giudicandoci troppo “indipendenti” dal nuovo corso ecclesiale. Ritengo invece che, come cristiani battezzati, abbiamo il dovere di esprimere, con il dovuto rispetto, tutte le perplessità, i dubbi e gli interrogativi che suscitano in noi certe scelte delle autorità ecclesiastiche. L’obbedienza ha i suoi precisi limiti e non è mai servilismo. E’ stato proprio Papa Francesco, lo scorso 4 luglio a Santa Marta, a dire che se esistesse una «carta d’identità» per i cristiani, certamente la libertà figurerebbe fra i suoi tratti caratteristici.


2 E' curioso notare che a chi si professa legato alla Tradizione e, di conseguenza, alla salvaguardia della Messa tridentina, gli viene subito tolto il diritto di cittadinanza nell'aere cattolico quasi fosse un sovversivo, un piantagrane, un eretico persino. Contro costoro nessuna pietà e ne è la prova, ad esempio, quanto accaduto ad un Ordine tra i più fiorenti e in ascesa come quello dei Francescani dell'Immacolata, ora caduti in disgrazia per il solo voler orientare la loro spiritualità verso il Rito antico e per essersi posti in maniera critica a proposito del Concilio Vaticano II. Cosa ne pensa?


Questo atteggiamento caratterizza il nuovo corso della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Da una parte, in nome della misericordia e del dialogo con i fratelli lontani, si predica la fine dell’epoca delle condanne e degli anatemi. Dall’altra parte, si esercita il pugno di ferro nei confronti di quei fratelli vicini che non vogliono discostarsi dalla Tradizione immutabile della Chiesa. Il caso dei Francescani dell’Immacolata fa riflettere. Nella tragica epoca post-conciliare i seminari si vuotano, le case religiose e i conventi vengono messi in vendita, le vocazioni crollano, ma nessun provvedimento viene preso. Se invece un istituto religioso, vivendo la teologia, la spiritualità e la liturgia tradizionale, aumenta il numero dei suoi componenti e delle sue case, viene duramente colpito. La Congregazione dei religiosi vuole la distruzione dei Francescani dell’Immacolata, perché un ordine religioso che fiorisce in seguito alla sua fedeltà alla Tradizione è per i progressisti uno scandalo.


3 A proposito del Concilio Vaticano II, nonostante le attese e le speranze di tanti, l’epoca che lo seguì non rappresentò per la Chiesa una «primavera» ma, come riconobbero lo stesso Paolo VI e i suoi successori, un periodo di crisi e di difficoltà. Eppure la Chiesa postconciliare lo considera come un dogma inattaccabile, come se la Chiesa fosse alla prese con un nuovo inizio, una nuova vita. Con il suo libro Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta (edito da Lindau) ha riportato una rigorosa ricostruzione di quell’evento... In estrema sintesi qual è la giusta chiave di lettura di quanto è accaduto nella Chiesa con il Vaticano II?

 

Il contributo che ho voluto dare con il volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, pubblicato dall’Editore Lindau non è quello del teologo, ma dello storico. Voglio dire che non mi interessa il dibattito ermeneutico sul Vaticano II e lascio ai teologi il giudizio sulla continuità o discontinuità dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa. Quale che sia il giudizio sui documenti del Concilio, il problema di fondo non è quello di interpretarli, ma di comprendere la natura di un evento storico che ha segnato il Ventesimo secolo e il nostro. Dal punto di vista storico il Concilio Vaticano II rappresenta un insieme, che comprende il suo spirito e i suoi documenti, ciò che accadde nell’aula conciliare e l’atmosfera culturale e mediatica in cui le discussioni si svolsero. Comprende le sue radici e le sue conseguenze, le sue intenzioni e i suoi risultati. E’ un evento. Il Concilio dei testi non può essere separato da quello della storia e il Concilio della storia non può essere separato dal postconcilio che ne rappresenta la realizzazione. La pretesa di separare il Concilio dal post-Concilio è altrettanto insostenibile di quella di separare i testi conciliari dal contesto pastorale in cui furono prodotti.
Oggi c’è la tendenza a fare del Concilio Vaticano II un “superdogma”: l’espressione è dell’allora cardinale Ratzinger. Un po’ come accadeva negli anni Settanta con il mito della Resistenza. La Resistenza, scriveva Augusto Del Noce, cessa di essere un elemento da situare nella storia per diventare la misura della valutazione della storia. Ciò che ieri era, in campo politico, la Resistenza, è divenuto il Concilio Vaticano II: un evento che diviene la misura di valutazione della storia della Chiesa. Dobbiamo operare per fare crollare questo mito.

 

4 Oggi vi è la convinzione che ci si possa ritenere cattolici qualsiasi cosa si pensi e si faccia. Sicché non viene più percepita una morale oggettiva, una verità che è al di sopra dell'uomo, ma tutto è soggettivo e relativo dove ognuno, in estrema sintesi, concepisce la libertà come il poter fare ciò che gli pare. Per un cattolico che vive immerso in una visione della vita siffatta si fa ancora più difficile testimoniare la verità, immerso com'è in una società sorda e che ha preso una strada diametralmente opposta a quella indicata dai Dieci Comandamenti. Come riuscire concretamente a vivere una vita di testimonianza cristiana? Qual è il compito oggigiorno che si richiede a chi si professa veramente cattolico?

 

E’ nota la frase con cui lo scrittore francese Paul Bourget conclude il suo romanzo Il demone meridiano (tradotto in Italia dall’editore Marco Solfanelli): “Bisogna vivere come si pensa, se non si vuole finire col pensare come si vive”. Questa frase contiene una profonda verità. Se la vita non si conforma al pensiero, è il pensiero che si conforma alla vita. Ma per vivere bene, occorre prima di tutto pensare bene. La vita deve essere coerente con le idee, ma le idee devono essere a loro volta coerenti con i grandi principi metafisici e morali che regolano la vita umana. Per questo bisogna essere uomini di principi, perché il mondo si regge su princìpi e i princìpi e le leggi su cui si regge il mondo hanno il loro centro e il fondamento, in Dio primo principio e prima causa di tutto ciò che esiste. Ciò che vale per i singoli uomini vale per le società umane e anche per quella società umano-divina che è la Chiesa. Nel corso della storia è capitato che i cristiani, nella loro vita personale, si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma, ovvero un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti immorali in princìpi opposti alle verità cristiane. Questa tentazione è penetrata oggi nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della “prassi pastorale”. Significative a questo proposito sono le recenti dichiarazioni del cardinale Walter Kasper in materia di morale coniugale. Poiché “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”, secondo il cardinale bisognerebbe adeguare la dottrina e la disciplina della Chiesa alle situazioni di fatto in cui oggi vivono molti cristiani, a cominciare dai divorziati risposati. Sono i princìpi a doversi adeguare al comportamento dei cristiani e non la loro condotta a conformarsi ai princìpi. Si deve pensare come si vive, e non vivere come si pensa. Il criterio ultimo della verità diviene la realtà sociologica. La dottrina cristiana si dissolve nella prassi.
Il nostro compito è invece quello di professare e vivere la verità del Vangelo, amando e osservando la legge che Dio ci ha dato. Questa legge non è estrinseca a noi, ma è incisa nella nostra coscienza. Nella pratica e nella difesa della legge divina e naturale si manifesta il nostro amore a Dio e al prossimo e la nostra vita si realizza pienamente.


5 Purtroppo il valore e la conoscenza del passato (della storia) per comprendere il presente è quasi del tutto sottovalutato e trascurato. Così si corre il rischio di prendere per oro colato quanto ci viene proposto o presentato come vero, senza preoccuparsi di verificarne la veridicità. Ma senza porsi domande, senza il desiderio di ricerca del vero, senza la fatica di investigare e informarsi, si possono rischiare grandi abbagli. Si corre il rischio di dare credito a chi ci propina come verità ciò che verità non sono. E questo anche in ambito religioso. E' d'accordo con questa analisi?

La necessità degli studi storici deve essere compresa soprattutto dai cattolici. Il pensiero cattolico del Novecento annovera grandi teologi, grandi filosofi, grandi moralisti, grandi maestri di vita spirituale, ma nessun grande storico. Grande nel senso che unisca alla vastità della scienza e dell’erudizione la pienezza della fede ortodossa. La ragione principale di quest’assenza dall’orizzonte culturale ecclesiastico sta, a mio avviso, nella perdita del senso storico, che è la comprensione delle vicende umane, nelle loro cause e nelle loro conseguenze, da un punto di vista innanzitutto soprannaturale. Al centro della storia non sono, come troppo a lungo si è creduto, i “rapporti di produzione”, e neppure i problemi geopolitici, ma gli atti liberi dell’uomo, sotto la regia della Divina Provvidenza. Lo storico cattolico sa che nulla è irreversibile nella storia e soprattutto che la storia non crea i valori, ma è sottomessa e giudicata da essi. Il pensiero cattolico del Novecento ha fatto propria invece la concezione hegeliana della storia come “Weltgeist”, cammino necessario dello “spirito del mondo” . La storia va avanti e la Chiesa deve accompagnare questo cammino. Occorre che essa adegui il suo linguaggio, i suoi insegnamenti, le sue pratiche religiose al mondo, rispetto a cui è in ritardo di almeno due secoli. E’ questa la concezione della storia espressa dal cardinale Martini quando, nella sua ultima intervista al « Corriere della Sera », ha affermato che la Chiesa “è indietro di 200 anni”, ovvero l’arco di tempo che la separa dall’evento fondatore della Rivoluzione francese. Questa affermazione è tipicamente evoluzionista, perché implica una filosofia della storia, fondata sull’ineluttabilità del progresso sociale, che è parte di un più vasto movimento perfettivo dell’universo.

 

6 Passiamo al tema dell'evoluzionismo: oggi è molto difficile parlarne, in quanto viene insegnato nella scuole e nei mezzi di comunicazione come un dogma intoccabile scientificamente dimostrato... Dove sta la verità?

L’evoluzionismo è propriamente un nulla. Esso è infatti un insieme composto da una teoria scientifica e da una teoria filosofica. Nessuna delle due si regge da sola. Le due teorie hanno bisogno l’una dell’altra per sopravvivere e si sorreggono a vicenda. La teoria scientifica si basa sul sistema filosofico; la teoria filosofica, per giustificarsi, si fonda a sua volta sulla presunta teoria scientifica. La teoria scientifica presenta come un “fatto” la nascita e la trasformazione dell’universo da una materia primordiale in strutture sempre più complesse, fino alla vita umana. La natura però ci dimostra il contrario. La teoria filosofica, l’“idea”, pretende di spiegare la realtà dell’universo come materia in perenne trasformazione. La ragione, non la fede, ci dimostra anche in questo caso esattamente il contrario. Perciò nell’impossibilità di essere provata dalla ragione la teoria filosofica pretende di fondarsi sul fatto scientifico, che a sua volta presuppone l’idea filosofica secondo cui l’universo non ha altra spiegazione al di fuori della materia.
Qual è la ragione per cui una teoria scientifica nata nell’Ottocento, come è quella darwiniana, è sopravvissuta al crollo dei miti ottocenteschi? La ragione, a mio parere, è semplice. Il relativismo contemporaneo, la filosofia di vita secondo cui non esistono valori assoluti, leggi permanenti, ma tutto cambia, tutto si trasforma, ha il suo fondamento nel dogma evoluzionista, che è l’espressione scientifica o pseudoscientifica del materialismo relativista. Oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo. Se cade l’evoluzionismo cade il relativismo. Il relativismo ha bisogno dell’evoluzionismo. Il socialismo reale è crollato, con il muro di Berlino, vent’anni fa, ma il suo nucleo dottrinale, il cuore ideologico del comunismo, il materialismo dialettico, è sopravvissuto e il suo nome oggi è evoluzionismo.
tratto da: http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=683
 

domenica 30 marzo 2014

"CHIESA PROFETICA?" - Editoriale di "Radicati nella fede" del mese di aprile 2014.


CHIESA PROFETICA?
 Editoriale di "Radicati nella fede"
Aprile 2014



Chiesa profetica?
[Editoriale di "Radicati nella fede" - aprile 2014]

 Quando dichiari di voler tornare alla Tradizione della Chiesa, per uscire dalla terribile crisi della pratica cristiana dei nostri giorni, quando promuovi la liturgia tradizionale, perché le anime ritrovino il cuore della preghiera, quando lavori per la diffusione della Dottrina cristiana di sempre, contro la deriva immorale contemporanea, trovi sempre molti che violentemente, dentro la chiesa, ti combattono in nome di una “chiesa profetica”: “Smettetela di sognare il passato – ci dicono -, siete patetici, la chiesa deve guardare al futuro, deve immaginarsi nel futuro, deve essere profetica! 

 Ma che cos'è questa chiesa profetica? Che cosa fanno consistere realmente con questa affermazione?

 Ormai con chiesa profetica si intende, nel normale sentire, una chiesa tutta proiettata a un futuro indefinito, dove tutto ciò che nel passato era certo potrebbe essere cambiato. Una chiesa che, abbracciando tutta l'attesa dell'uomo, si riprogramma in un gigantesco sforzo di accogliere tutto e tutti per non condannare più nessuno... tranne, naturalmente, i famigerati “tradizionalisti”! 

 Prima la Chiesa condannava, ora accoglie, ti dicono.
  Prima insegnava dall'alto, ora accompagna la ricerca degli uomini con grande umiltà.
  Prima era preoccupata che tutti fossero battezzati e accogliessero la grazia dei sacramenti, ora riconosce che Dio agisce oltre i sacramenti.
  Prima voleva che tutti gli uomini entrassero nell'ovile, ora sa che la salvezza è anche fuori del Cristianesimo. 

 E questa chiesa profetica è fatta dai preti profetici, attorniati dai laici profetici: sempre impegnati nell'ultima frontiera del sociale, preoccupata dei poveri, ma frequentante i salotti radical-chic. Sì, perché questa chiesa profetica piace tanto agli snob, ai ricchi; a quelli che, stanchi del loro benessere, sono preoccupati che la chiesa si preoccupi dei poveri. La televisione in questi anni, a livello nazionale e locale, ha accolto solo i preti così, i preti profetici, i vari don Gallo per intenderci, quelli sempre sul bordo della obbedienza alla Chiesa, quelli innovativi e rivoluzionari, perché profetico per loro è questo. La televisione ha dato a questi preti i programmi televisivi, e questi preti, proiettati nell'ultima rivoluzione del futuro, hanno bombardato di dottrine false gli spettatori, tanto che questi ormai credono che la Chiesa sia veramente questa rivoluzione permanente. 

 E i vescovi, in gran parte, hanno finto in questi anni di “tenere a bada” le spinte in avanti di questi sacerdoti e dei loro fedeli; hanno finto, perché in fondo li hanno sempre appoggiati, hanno dato loro tutto e li hanno praticamente beatificati in morte. Ufficialmente li richiamavano alla prudenza, ma in fondo li hanno sempre lasciati fare e la loro opera, distruttiva della presenza cristiana nella società, è dilagata, fino al punto che oggi sembra impossibile da arginare. E li si è lasciati fare, principalmente non perché preoccupati dei poveri, ma bensì perché pieni dell'illusione di recuperare un posto d'onore nel mondo moderno ormai pagano proprio grazie a questi preti profetici: una vera e propria sudditanza culturale nei confronti della modernità. Così facendo hanno ingannato le anime, diffondendo la distruzione morale e l'affievolimento della fede. 

 Questa chiesa profetica, questi preti profetici, questi fedeli profetici non hanno nulla a che fare con la profezia! 

 I profeti, quelli veri, quelli della Bibbia, hanno parlato in nome di Dio, al popolo, ai re e ai sacerdoti ricordando, a volte violentemente, le conseguenze del peccato. Sempre nei profeti c'è una accusa del peccato e un richiamo alla penitenza e al ritorno a Dio: avete abbandonato Dio, per questo si è abbattuto il castigo su di voi; tornate a Dio ed egli vi libererà. 

 Ma voi avete mai udito questo richiamo nella cosiddetta moderna chiesa profetica? No. Questa vive lo schema rivoluzionario: accusa la Chiesa di un tempo come miope e sorpassata, per programmare una nuova chiesa che finalmente risponda alle esigenze degli uomini: siamo alla pura eresia!
  Ed è anche una eresia scema, perché assunta dai salotti radical-chic! 

 È una chiesa borghese, non è una chiesa di popolo. Il popolo, dopo il martellamento mediatico di questi anni, ha dovuto soccombere a questa chiesa profetica per paura di restare senza nulla. Ma questa è in verità la chiesa dei borghesi che, con la pancia piena, devono distrarsi col sentirsi utili agli altri. I poveri non hanno tempo per questo, i poveri sentono la fatica della vita e guardano il Cielo. 

 E questa chiesa borghese deve impedire che sorgano luoghi dove la Chiesa riviva la sua Tradizione; deve impedirlo, altrimenti il popolo, quello vero, che ha ancora un briciolo di senso della fede, riconoscerà questi luoghi di grazia. E quando questi luoghi di Grazia della Chiesa Tradizionale esistono, sono coperti dalla calunnia della chiesa borghese che dice: state attenti, sono tradizionalisti... la vera chiesa non è la loro, è quella che noi immaginiamo nel futuro.

 La vera novità invece non è nel futuro, ma nel passato, perché è Cristo e la sua Grazia... e i veri poveri non sono quelli dei salotti televisivi e delle raccolte fondi, sono le anime che umilmente cercano Dio.