mercoledì 30 novembre 2016

Il Gloria e il Miserere - Editoriale di "Radicati nella fede", Dicembre 2016.



IL GLORIA E IL MISERERE

Pubblichiamo l'editoriale di Dicembre 2016


IL GLORIA E IL MISERERE
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 12 - Dicembre 2016

 Come si fa a sentire la dolcezza infinita del Natale di Cristo se non si avverte tutto il bisogno di misericordia che abbiamo?
 La tenerezza della bontà di Dio, che scende sulla terra, è avvertita da chi sente il cocente bisogno di essere perdonato e riedificato.
 Per questo il Natale è un grande invito alla conversione.
 Che senso avrebbe contemplare la bontà di Dio per noi, la sua tenerezza per noi nel Dio-Bambino che nasce a Betlemme, dimenticando che Lui è qui per liberarci dal peccato e dalla morte?
 E che senso avrebbe considerare la sua opera di salvezza per noi, non domandando perdono dei nostri peccati?
 Nostro Signore viene nel mondo per liberarci dal peccato e noi gli diremo che non abbiamo peccato? Viene nel mondo l'Eterno, per liberarci dall'abisso del male e noi gli diremo che il nostro peccato non è poi così grave?
 Questo equivarrebbe al rifiuto di Cristo stesso.

 Questo mondo, che non chiede perdono perché ha perso il senso del peccato, non può capire il Natale cristiano e infatti ne fa un gran “pasticcio”.

 Ne siamo sempre più convinti, il mondo non si divide tanto in giusti e ingiusti, ma sopratutto si divide tra chi intona il “Miserere” e chi continua a non farlo.  È questa la grande separazione che passa nel mondo. E oggi passa terribilmente anche dentro la Chiesa.

 Difronte ai fatti che accadono chi ancora domanda perdono per i propri peccati?
 E cosa deve ancora accadere perché si intoni il Miserere?
 Catastrofi naturali, gravi situazioni sociali non ci inducono al dolore dei peccati.
 E il Natale nell'anno dei terremoti e delle leggi più immorali che la storia abbia mai conosciuto, passerà edulcorato nella solita falsificazione.

 È questa la malattia del mondo, che non avendo il senso di Dio ha perso il senso del peccato; è questa la malattia che è entrata potentemente nella Chiesa grazie all'aggiornamento; e la chiesa aggiornata si appresta anch'essa a “pasticciare” per l'ennesima volta col Natale perché non ricorda più che Gesù viene a liberare l'uomo dal tremendo suo peccato.

 È proprio sorto un “nuovo cristianesimo” che non sa cosa sia la compunzione e la penitenza.

 Eppure tutta la Rivelazione parla invece di un invito urgente alla conversione.
  Nostro Signore non dice che questo, e la sua misericordia sta proprio nell'intimare la conversione e nell'ottenerci con la sua Incarnazione - Passione e Morte la grazia necessaria perché il nostro cambiamento accada.

 Per chi si scandalizza del nostro scrivere citiamo solo uno dei tanti passaggi del Vangelo dove l'appello al pentimento risuona:

 “In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»” (Lc 13, 2-4).
 Non si tratta di fare gli “avvoltoi” sulle sofferenze degli altri; piove sui giusti e sugli ingiusti; i santi sono chiamati a portare croci come i peccatori. Si tratta però di rendersi conto che il mondo, anche la natura sono sconvolti dal peccato degli uomini. Si tratta di sentire il dolore del proprio male mentre scorgi il male diffuso nel mondo: umanamente sembri non centrare nulla, ma soprannaturalmente centri eccome, perché il tuo peccato contribuisce sempre al male del mondo intero.

  Eppure tutto accade senza che si intoni il Miserere!
 E quanto deve ancora accadere perché il cuore si risvegli dentro un salutare dolore?

 Quando i Pastori della Chiesa, Vescovi e sacerdoti, torneranno ad essere guide del popolo nella verità, intimando la pubblica penitenza a tutto il popolo? Quando per primi, dopo essere stati l'eco fedele del richiamo di Cristo alla conversione, per primi precederanno il popolo in questa pubblica penitenza?
 Difronte agli avvenimenti dolorosi, che siano terremoti o violenze umane, la Chiesa deve ricordare l'appello alla conversione, deve intonare pubblicamente il suo Miserere, altrimenti tradisce il suo compito, e questo è terribile!

 Nei secoli, in tutti i secoli, ma proprio tutti, il popolo cristiano ha fatto così: guidato dai suoi pastori si è affidato all'intercessione dei santi per chiedere a Dio misericordia... perché ha assaggiato già in questo mondo le conseguenze del suo peccato.

 Ma al popolo cristiano oggi mancano pastori così, che abbiano il coraggio di bandire la pubblica penitenza, e così i pastori finiscono per abbandonare il popolo al suo destino.

 Ma al popolo cristiano rischiano di mancare anche i santi, quelli veri, cui affidare la propria penitenza difronte a Dio: abbiamo cercato nuovi santi, quelli di un cristianesimo facile fatto di esperienza spirituale senza dolore dei peccati, senza compunzione.
 Abbiamo tolto dalla vita dei nuovi santi la penitenza, ingombrante retaggio di una cristianità che fu.

 I pastori ammodernati e i santi edulcorati non fanno penitenza e non fermano il male, e saranno presto rigettati come inutili: ma quanto deve ancora accadere perché ci si risvegli?

 Fare un Natale senza rispettare lo spessore del mistero del male sarebbe banalizzare la venuta di Cristo in mezzo a noi.
 Fare un Natale senza penitenza e domanda di conversione sarebbe misconoscere perché Cristo nasce a Betlemme.

 Non c'è un Gloria senza Miserere, almeno nel cristianesimo.

 L'anno santo è terminato, ma se non ci ha invitati alla penitenza è stato vano: chiediamo alla misericordia di Dio che così non sia.

martedì 29 novembre 2016

"non contro la verità, ma per la verità " (2 Cor. 13: 8)

Dichiarazione pubblica del Vescovo Athanasius Schneider a sostegno dei 4 Cardinali
Riprendiamo nella nostra traduzione dal sito OnePeterFive il testo integrale della dichiarazione di Sua Eccellenza Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell'Arcidiocesi di Santa Maria ad Astana.

" Non abbiamo alcun potere contro la verità, ma per la verità " (2 Cor. 13: 8)

La voce profetica di quattro cardinali della Santa Chiesa Cattolica Romana

Mossi da una "preoccupazione pastorale profonda" quattro cardinali della Santa Romana Chiesa, Sua Eminenza Joachim Meisner, Arcivescovo emerito di Colonia (Germania), Sua Eminenza Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna (Italia), il cardinale Raymond Leo Burke, Patronus del Sovrano militare ordine di Malta, e sua Eminenza Walter Brandmüller, presidente emerito della Pontificia Commissione di Scienze storiche, hanno pubblicato il 14 novembre, 2016, il testo di cinque domande, denominate  dubia  (dal latino = "dubbi"), che il precedente 19 settembre 2016, hanno inviato al Santo Padre e al Cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, insieme ad una  lettera di accompagnamento. I cardinali chiedono a Papa Francesco di chiarire il "grave disorientamento e grande confusione" circa l'interpretazione e l'applicazione pratica, in particolare del capitolo VIII, dell'Esortazione Apostolica Amoris Laetitia  e suoi passaggi in materia di ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti e sull'insegnamento morale della Chiesa.

Nella loro dichiarazione dal titolo "Fare chiarezza. Nodi irrisolti dell'Amoris Laetitia. L'appello di quattro Cardinali al papa" [qui], i cardinali dicono che a "molti - vescovi, sacerdoti, fedeli - questi paragrafi alludono o anche insegnano esplicitamente un cambiamento nella disciplina della Chiesa riguardo ai divorziati che vivono una nuova unione". Nel loro esprimersi, i cardinali si sono limitati a indicare fatti reali nella vita della Chiesa. Fatti dimostrati da orientamenti pastorali di diverse diocesi e dalle dichiarazioni pubbliche di alcuni vescovi e cardinali, i quali affermano che in alcuni casi divorziati risposati cattolici possono essere ammessi alla Santa Comunione, anche se continuano a vivere more uxorio secondo i diritti riservati dalla legge divina ai coniugi sposati validamente.

Con la pubblicazione di una richiesta di chiarezza su una questione che tocca la verità e la santità contemporaneamente di tre sacramenti: matrimonio, penitenza, e Eucaristia, i quattro cardinali hanno fatto solo il loro dovere fondamentale, in quanto vescovi e cardinali, che consiste nel contribuire attivamente affinché la rivelazione trasmessa attraverso gli Apostoli possa essere custodita santamente e fedelmente interpretata. È stato soprattutto il Concilio Vaticano II, che ha ricordato a tutti i membri del collegio dei vescovi, successori legittimi degli Apostoli, il loro obbligo, secondo il quale "per istituzione e comando di Cristo devono essere solleciti per tutta la Chiesa, e che questa sollecitudine, anche se non viene esercitata con atti di giurisdizione, dà un contributo notevole a vantaggio della Chiesa universale. Perché è dovere di tutti i vescovi promuovere e salvaguardare l'unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa". (Lumen gentium, 23; cfr anche Christus Dominus, 5-6).
Nel rivolgere un appello pubblico al Papa, vescovi e cardinali sono mossi da sincero affetto collegiale per il Successore di Pietro e Vicario di Cristo sulla terra, seguendo l'insegnamento del Concilio Vaticano II (cfr  Lumen gentium, 22) : così facendo rendono "servizio al ministero primaziale" del Papa (cfr  Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi, 13).

Ai nostri giorni la Chiesa intera deve riflettere sul fatto che lo Spirito Santo non ha invano ispirato San Paolo a scrivere nella Lettera ai Galati sull'evento [incidente di Antiochia] della sua pubblica correzione di Pietro. Bisogna avere fiducia che Papa Francesco accetterà questo appello pubblico dei quattro cardinali nello spirito dell'apostolo Pietro, quando san Paolo gli ha offerto una correzione fraterna, per il bene di tutta la Chiesa. Possano le parole del grande dottore della Chiesa, san Tommaso d'Aquino, illuminare e confortare tutti noi: "Quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sono tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente" e, citando Agostino [Glossa ordinaria su Galati, 2, 14], prosegue: "Pietro stesso diede l'esempio ai superiori di non disdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via". ( Summa Theol., II-II, 33, 4c).

Papa Francesco spesso richiede un dialogo schietto e senza paura tra tutti i membri della Chiesa nelle questioni riguardanti il bene spirituale delle anime. Nella Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il Papa parla di un bisogno di "discussione aperta su un certo numero di questioni dottrinali, morali, spirituali, pastorali. Il pensiero dei pastori e dei teologi, se fedele alla Chiesa, onesto, realistico e creativo, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza" (n. 2). Inoltre, le relazioni a tutti i livelli all'interno della Chiesa devono essere scevre da un clima di paura e intimidazione, come Papa Francesco ha chiesto in suoi molteplici pronunciamenti.

Alla luce di queste dichiarazioni di Papa Francesco e del principio del dialogo e dell'accettazione della legittima pluralità delle opinioni, favorito dai documenti del Concilio Vaticano II, le reazioni insolitamente violente e intolleranti da parte di alcuni vescovi e cardinali, contrastanti con la calma e prudente richiesta dei quattro cardinali, provocano grande stupore. Tra queste reazioni intolleranti possono leggersi affermazioni come, ad esempio: i quattro cardinali sono stupidi, ingenui, scismatici, eretici, e nemmeno paragonabili agli eretici ariani.

Tali giudizi impietosi e apodittici rivelano non solo intolleranza, rifiuto del dialogo, rabbia irrazionale, ma dimostrano anche una resa a causa dell'impossibilità di dire la verità, una resa al relativismo nella dottrina e nella pratica, nella fede e nella vita. Una simile reazione clericale contro la voce profetica dei quattro cardinali, in ultima analisi ostenta impotenza, di fronte alla verità. Tale reazione violenta ha un solo scopo: far tacere la voce della verità, che è inquietante e fastidiosa per il pacifismo apparente e per la nebulosa ambiguità di questi critici clericali.

Le reazioni negative alla dichiarazione pubblica dei quattro cardinali assomigliano alla confusione dottrinale generale della crisi ariana nel IV secolo. È utile a tutti citare nella situazione di confusione dottrinale odierna alcune affermazioni di sant'Ilario di Poitiers, l' "Atanasio dell'Occidente".
"Voi [i vescovi della Gallia] che ancora rimanete con me fedeli in Cristo non vi siete arresi quando eravate minacciati all'inizio dell'eresia e ora, di fronte all'insorgere dell'assemblea avete infranto tutta la sua violenza. Sì, fratelli, avete vinto, per l'abbondante gioia di coloro che condividono la vostra fede: e la vostra indomita costanza ha guadagnato la doppia gloria di mantenere una coscienza pura e dare un esempio autorevole" (Hil. De Syn, 3.).
"La vostra [dei vescovi della Gallia] fede invincibile mantiene l'onorevole riconoscimento di un'azione consapevole e, la gioia di ripudiare la furbizia, la vaghezza, o l'azione esitante, rimanendo al sicuro in Cristo, preservando la professione di questa libertà. Infatti, poiché tutti abbiamo sofferto il dolore profondo e doloroso a causa delle azioni dei malvagi contro Dio, la comunione in Cristo può essere trovata solo tra noi da quando la Chiesa ha iniziato ad essere tormentata da disordini come l'esilio dei vescovi, la deposizione di sacerdoti, l'intimidazione della gente, la minaccia della fede, e la determinazione del significato della dottrina di Cristo per volontà umana e per il potere. La vostra fede risoluta non pretende di ignorare questi fatti o professa che li si possa tollerare, percependo che con l'atto di assenso ipocrita si troverebbe di fronte al divieto della coscienza "(Hil. De Syn ., 4).
"Ho espresso ciò che io stesso credevo, consapevole che dovevo alla Chiesa, come mio servizio di soldato, inviarvi attraverso queste lettere l'insegnamento fedele del Vangelo, la voce del compito che custodisco in Cristo. È col vostro discutere, provvedere e agire, che la fedeltà inviolabile in cui rimanete può ancora mantenersi con cuore retto, e permette di continuare a mantenere intatto ciò che oggi mantenete intatto» (Hil. De Syn., 92).
Le seguenti parole di San Basilio il Grande, indirizzate ai Vescovi latini, possono essere in alcuni aspetti applicate alla situazione di coloro che ai nostri giorni chiedono chiarezza dottrinale, compresi i nostri quattro cardinali:
"L'unica accusa certa per assicurare una severa punizione è l'attenta conservazione delle tradizioni dei padri. Non siamo attaccati a causa dei beni della ricchezza o  della gloria o di eventuali vantaggi temporali. Siamo nell'arena a combattere per il nostro patrimonio comune, per il tesoro di far risuonare la fede, ricevuta dai nostri padri. Rattristatevi con noi, voi tutti che  amate  i fratelli, quando vengono chiuse le bocche dei nostri uomini di vera fede, e si aprono le baldanzose e  blasfeme  labbra di che proclama ogni iniquità contro Dio. Le colonne e i fondamenti della verità, sono dispersi. Noi, la cui insignificanza ha permesso di essere trascurati, siamo privati del nostro diritto di libertà di parola". (Ep. 243, 2.4).
Oggi quei vescovi e cardinali, che chiedono chiarezza e che cercano di compiere il loro dovere nel custodire santamente e fedelmente l'interpretazione della Rivelazione divina trasmessa in ordine ai sacramenti del matrimonio e dell'Eucaristia, non sono più in esilio come è stato con i vescovi di Nicea durante la crisi ariana. Contrariamente al tempo della crisi ariana, oggi, come ha scritto Rudolf Graber, vescovo di Ratisbona, nel 1973, l'esilio dei vescovi è sostituito da strategie silenziatrici e da campagne di calunnie (cfr Atanasio und die Kirche unserer Zeit, Abensberg 1973, pag. 23).

Un altro campione della fede cattolica durante la crisi ariana fu San Gregorio Nazianzeno. Ha scritto la seguente caratterizzazione indicativa del comportamento della maggior parte dei pastori della Chiesa in quei tempi. Questa voce del grande Dottore della Chiesa dovrebbe essere un avvertimento salutare per i vescovi di tutti i tempi: 
"Sicuramente i pastori si sono comportati scioccamente; ad eccezione di pochissimi, che furono ignorati per la loro insignificanza o hanno resistito per la loro virtù, e che dovevano essere lasciati come seme e radice che spuntassero di nuovo per la rinascita di Israele attraverso l'influsso dello spirito, tutti hanno temporeggiato, differendo tra loro solo in questo: alcuni hanno ceduto subito, e altri successivamente; alcuni erano più importanti campioni e leader nell'empietà, mentre altri si sono uniti nella seconda fase della battaglia, sopraffatti dalla paura, o per interesse, o con lusinghe, oppure, il che è il fatto più giustificabile, per loro stessa ignoranza "( Orat . 21 , 24).
Quando papa Liberio nel 357 firmò una delle cosiddette formule di Sirmio, in cui deliberatamente aveva eliminato l'espressione dogmaticamente definita "homoousios" e scomunicato Sant'Atanasio per mantenere pace e armonia con i vescovi ariani e semi-ariani d'Oriente, i fedeli cattolici e pochi vescovi, in particolare sant'Ilario di Poitiers, rimasero profondamente scioccati. Sant'Ilario trasmise la lettera che papa Liberio aveva scritto ai vescovi orientali, annunciando l'accettazione della formula di Sirmio e la scomunica di sant'Atanasio. Nel suo profondo dolore e sgomento, sant'Ilario aggiunse alla lettera in una sorta di disperazione la frase: “Anathema tibi a me dictum, praevaricator Liberi” (io a te dico anatema, prevaricatore Liberio), cfr Denzinger-Schönmetzer , n. 141. Papa Liberio aveva voluto aver pace e armonia ad ogni costo, anche a scapito della verità divina. Nella sua lettera ai vescovi latini eterodossi Ursace, Valence e Germinio annunciando loro le decisioni di cui sopra, ha scritto che preferiva la pace e l'armonia al martirio (cfr cfr Denzinger-Schönmetzer , n. 142).

In un drammatico contrasto sul comportamento di Papa Liberio sorgeva la seguente convinzione di S. Ilario di Poitiers: 
"Noi non facciamo la pace a spese della verità facendo concessioni al fine di acquisire la reputazione di tolleranti. Facciamo la pace combattendo legittimamente secondo i precetti dello Spirito Santo. C'è il rischio di allearsi furtivamente con l'incredulità sotto il bel nome della pace". (Hil. Ad Cost ., 2, 6, 2).
Il Beato John Henry Newman ha commentato questi insoliti fatti tristi con la seguente affermazione saggia ed equilibrata: "Anche se è storicamente vero, non è in alcun senso falso dottrinalmente, che un Papa, come dottore privato, e molto più i Vescovi, quando non insegnano formalmente, possono sbagliare, come è accaduto nel quarto secolo. Papa Liberio avrebbe potuto firmare una formula eusebiana a Sirmio, e la massa dei Vescovi a Ariminum o altrove, eppure avrebbero potuto, a dispetto di questo errore, essere infallibili nelle loro decisioni  ex cathedra" ( Gli Ariani del IV secolo, Londra, 1876, p. 465).

I quattro cardinali con la loro voce profetica, chiedendo chiarezza dottrinale e pastorale hanno un grande merito davanti alla loro coscienza, davanti alla storia, e davanti agli innumerevoli semplici fedeli cattolici dei nostri giorni, che sono spinti ai margini nella Chiesa, a causa della loro fedeltà all'insegnamento di Cristo sull'indissolubilità del matrimonio. Ma, soprattutto, i quattro cardinali hanno un grande merito agli occhi di Cristo. A causa della loro voce coraggiosa, i loro nomi brilleranno fulgidamente nel Giudizio Universale. Perché obbedirono alla voce della loro coscienza ricordando le parole di San Paolo: "Non abbiamo alcun potere contro la verità, ma solo per la verità" (2 Cor 13: 8). Sicuramente, nell'ultimo giudizio  i suddetti critici per lo più clericali dei quattro cardinali non avranno una risposta facile per il loro attacco violento davanti a un simile atto, degno e meritevole, di questi quattro membri del Sacro Collegio dei Cardinali.

Le parole che seguono, ispirate dallo Spirito Santo, mantengono il loro valore profetico soprattutto in vista del diffondersi della confusione dottrinale e pragmatica per quanto riguarda il sacramento del matrimonio ai nostri giorni: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero". (2 Tim. 4: 3-5).

Possano tutti coloro, che ai nostri giorni ancora prendono sul serio i loro voti battesimali e le loro promesse sacerdotali ed episcopali, ricevere la forza e la grazia di Dio, per poter ribadire insieme a sant'Ilario le parole: "Posso rimanere sempre in esilio, se solo la verità comincia a esser predicata di nuovo!" (De Syn., 78). Questa è la forza e la grazia che desideriamo con tutto il cuore per i nostri quattro cardinali, così come per coloro che li criticano.
23 nov 2016
+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell'Arcidiocesi di Santa Maria in Astana
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

lunedì 28 novembre 2016

nosìsìsìsì....sìnononono .....la confusione avanza inesorabile


 
Pubblichiamo il commento di S. Ecc. Mons. Richard Willamson. Relativo ai cinque “dubia” sottoposti da quattro cardinali a Papa Francesco sul contenuto della sua Esortazione Amoris laetitia.





Eleison Comments CDLXXXIX
FIVE “DUBIA”Commenti settimanali di
di S. Ecc. Mons. Richard Williamson
Vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X

  26 novembre 2016


Quattro cardinali obbligano un Papa a parlare -b Le sue profonde convinzioni provengono dal più profondo dell’Inferno.

Cinque “dubia” Con uno scandalo di una gravità senza precedenti, perfino nel regno dello scandalo diretto da Papa Francesco, Papa cattolico dal 2013, dopo essere stato sollecitato da quattro onorati cardinali sulla sua apparente negazione delle stesse basi degli insegnamenti della Chiesa sulla morale, lo stesso Papa ha appena fornito delle risposte pubbliche con le quali praticamente conferma la libertà dell’uomo dalla legge morale di Dio Onnipotente. Con questa conferma papale relativa alla religione conciliare dell’uomo in contrasto con la religione cattolica di Dio, si profila molto più da vicino uno scisma nella Chiesa universale. Da dopo il Vaticano II, per mezzo secolo i Papi conciliari sono riusciti a rimanere in un certo senso alla testa di due opposte religioni, ma tale contraddizione non poteva durare in maniera indefinita e presto doveva tradursi in una scissione.

Nel 2014 e nel 2015 Francesco ha tenuto dei Sinodi a Roma per consultare i vescovi del mondo su questioni relative all’umana famiglia. Il 19 marzo di quest’anno ha pubblicato la sua Esortazione Apostolica post-sinodale sulla “Letizia dell’Amore”, l’ottavo dei suoi nove capitoli ha sollevato polemiche fin dall’inizio. Il 15 settembre, quattro cardinali in particolare hanno inviato al Papa una lettera privata e perfettamente rispettosa in cui gli hanno chiesto, come Sommo Pontefice, di chiarire cinque “dubia” o punti dubbi della dottrina rimasti poco chiari nell’Esortazione. Ecco l’essenziale dei cinque punti: -

1. Sulla base del § 305 dell’Esortazione, può una persona sposata vivere come marito e moglie con un’altra persona che non è il legittimo coniuge e quindi ricevere l’Assoluzione sacramentale e la Comunione mentre continua a vivere nel suo stato di quasi-sposato?
2. Sulla base del § 304, bisogna ancora credere che ci sono norme morali assolute che vietano atti intrinsecamente cattivi, e che sono vincolanti senza eccezione?
3. Sulla base del § 301, si può ancora dire che una persona che vive in violazione di uno dei comandamenti di Dio, ad esempio in adulterio, si trovi in una oggettiva condizione di peccato grave abituale?
4. Sulla base del § 302, si può ancora dire che le circostanze o le intenzioni relative ad un atto intrinsecamente cattivo per il suo oggetto, non potranno mai cambiarlo in un atto soggettivamente buono, o accettabile come scelta?
5. Sulla base del § 303, possiamo ancora escludere un qualsiasi ruolo creativo della coscienza, tale che la coscienza non può mai legittimare deroghe alle norme morali assolute che vietano gli atti intrinsecamente cattivi per il loro oggetto?

Su queste cinque domande che richiedono semplicemente un sì o un no, la risposta della Chiesa cattolica è sempre stata chiara, dal Nostro Divino Signore in poi, e non è mai cambiata: la Comunione non può essere amministrata agli adulteri; ci sono norme morali assolute; esiste una cosa come il “peccato grave abituale”; le buone intenzioni non possono far sì che il male agisca bene; la coscienza non può rendere legittimi gli atti cattivi. In altre parole, per i cinque quesiti da sì o no, bianco o nero, la risposta della Chiesa è sempre stata: 1 No, 2 Sì, 3 Sì, 4 Sì, 5 Sì.

Il 16 novembre, soli otto giorni fa, i quattro cardinali hanno reso pubblica la loro lettera (cfr. Mt. XVIII, 15-17). Il 18 novembre, in un’intervista rilasciata al quotidiano italiano Avvenire, Papa Francesco ha dato l’esatto contrario delle risposte sì o no: 1 Sì, 2 No, 3 No, 4 No, 5 No (affermando ogni volta che “Queste cose non sono bianco o nero, siamo chiamati a discernere”, solo che così dicendo lui ha cercato semplicemente di confondere le inamovibili questioni di principio con le cangianti questioni dell’applicazione del principio, le quali invece sottostanno alle questioni di principio.)

Tutto il merito ai quattro cardinali per aver fatto emergere luce e verità per molte pecore confuse che desiderano giungere in Cielo: Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner. Essi saranno immersi nel Novus Ordo, ma evidentemente non hanno perso tutto il coraggio o il senso del loro dovere. Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che abbiano agito con le migliori intenzioni nel pressare il Papa ad essere chiaro. E da dove viene questa necessità di chiarezza per la Chiesa? Dal fatto che essa è sull’orlo della scissione.


Kyrie eleison.

giovedì 17 novembre 2016

la suprema medicina per il corpo e per l’anima


Il Metropolita Nicola (Hadjinikolaou) di Mesogaia
e Lavreotiki è il fondatore dell’istituto di bioetica di Atene.
Laureato a Harvard e al Massachusetts Institute
 of Technology (astrofisica, ingegneria biomedica,
 ricerca di laboratorio cardiovascolare),
 è una figura altamente rispettata sia nell’ambiente
ecclesiastico che in quello accademico e scientifico.
Cari fratelli e sorelle,

Come risultato della recente pandemia di febbre suina, è stata sollevata – senza necessità – la questione della possibile trasmissione di malattie attraverso la santa Comunione. Sfruttiamo questa opportunità per esprimere certe verità, che sono richieste per custodire in noi il tesoro senza prezzo della Fede.

La nostra Chiesa trasmette ormai da duemila anni la grazia dei suoi sacramenti, nel modo usuale e benedetto, ‘per la guarigione dell’anima e del corpo’. Non ha mai avuto bisogno di speculare con la logica contemporanea del dubbio irriverente, ma ha vissuto giorno dopo giorno con l’esperienza dell’affermazione di un miracolo supremo. Come potrebbe mai la comunione con Dio essere causa di malattia o pure del danno più lieve? Come potrebbero mai il corpo e il sangue del nostro Signore e Dio inquinare il nostro corpo e il nostro sangue? Come potrebbe mai un’esperienza quotidiana di duemila anni essere negata dal mero razionalismo e dalla fredda superficialità del nostro tempo?

I fedeli – sia sani che malati – hanno ricevuto la santa Comunione per secoli, distribuita dagli stessi cucchiai da Comunione – che non sono mai lavati né disinfettati – e mai niente di sfortunato è successo. I preti che servono negli ospedali, anche in quelli per malattie contagiose, distribuiscono tutti la santa Comunione ai fedeli, quindi consumano i resti del calice con riverenza e tutti godono di lunga vita. La Santa Comunione è tutto ciò che come Chiesa e come popolo abbiamo di sacro. È la suprema medicina per il corpo e per l’anima. Questo è pure l’insegnamento e l‘esperienza della nostra Chiesa.

Tutti quelli che non credono nel miracolo della Risurrezione del Signore, che disprezzano la sua nascita da una vergine, che negano la fragranza emanata dalle sante reliquie, che mostrano disprezzo verso tutto ciò che è santo e consacrato, che cospirano contro la nostra Chiesa e cercano di sradicare la minima traccia di fede dalle nostre anime cercheranno pure naturalmente di usare questa opportunità di insultare il santo mistero dell’Eucaristia.

Sfortunatamente, il problema non è il virus dell’influenza – come i media amano proclamare – né lo è il virus del panico mondiale – sostenuto da interessi medici. Il problema è il virus dell’empietà e della mancanza di fede. E il miglior vaccino è la nostra partecipazione frequente al mistero della santa Comunione, con una coscienza chiara e irreprensibile.
 
 
 
 

lunedì 31 ottobre 2016

Per i tempi di Confusione e Incertezza - Editoriale di "Radicati nella fede", Novembre 2016.


PER I TEMPI 
DI CONFUSIONE E INCERTEZZA

Pubblichiamo l'editoriale di Novembre 2016


PER I TEMPI DI CONFUSIONE E INCERTEZZA
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 11 - Novembre 2016

 Sono tempi di confusione, non di certezze.

  Confusione nel mondo, che si è progressivamente staccato da Gesù Cristo; ma ciò che fa più male, confusione tra i cristiani, nella misura in cui si sono adeguati al mondo.

  E la confusione fa male e stanca. Nella confusione non è possibile per l'uomo nessun lavoro, perché l'uomo confuso è incapace di un lavoro. Può fare episodicamente cose buone e cose cattive, ma non può fare un lavoro.

  I tempi di confusione sono i tempi dell'uomo “episodico”.

  Intendiamoci bene, non tutto è male nel mondo e soprattutto non tutto è male nella Chiesa, questo non lo diremo mai! Ma la confusione è un male in sé: il buono nella confusione non esprime compiutamente un bene... e nella confusione tante cose buone potrebbero esprimersi in un male.

  La confusione è come un clima che tutto avvolge; è uno stato d'animo, una condizione mentale e morale, che tutto rende passeggero. La confusione impedisce la stabilità.

  L'uomo instabile ha bisogno di essere intrattenuto continuamente, per non cadere nell'angoscia del suo nulla.

  Il problema è che, a furia di vivere nella confusione, incominci ad adattarti ad essa. Ciò che ti dava fastidio, diventa la condizione della tua vita, l'orizzonte costante del tuo vivere. Con il tempo addirittura la credi normale questa continua instabilità.

  Chi ama sottolineare la “vita” la cerca. Molti credono che “vivere” voglia dire cambiare continuamente; essere “vitali” vuol dire, per molti, fare cose nuove. Sentirsi vivi viene fatto coincidere con non avere legami per essere sempre pronti ad una nuova esperienza.

  È così forte l'instabile clima della confusione, che moltissimi ci restano dentro, anche tra quelli che vogliono dirsi cristiani e magari tradizionali.

  Sì, anche tra i tradizionali: cerchi per istinto il cristianesimo di sempre, quello della Tradizione, e dopo vuoi viverlo senza troppi legami, per assaporarne al suo interno tutte le esperienze possibili; e così non costruisci nulla!

  Insomma, chi fa consistere tutto nel “vitale” pensa che la confusione sia positiva; chi fa consistere tutto nel riferimento a Dio e alla Rivelazione, cerca invece la stabilità.

  È l'inganno dei tempi di confusione: prendi la confusione dilagante come alibi per non impegnarti fino in fondo.

  Cosa fare allora nei tempi di confusione? Cosa chiederci in questa bufera?

  Intanto ricordare che Dio chiede la stabilità: la vita è vocazione. Dio chiama ad abbracciare lo stato di vita dentro il quale crescere nell'unione con Lui, dentro il quale diventare santi. Diventare preti, entrare in convento, sposarsi comporta una stabilità che, secondo il mondo senza Dio, toglie libertà; ma è in questi vincoli vocazionali che Dio dona l'unica vera libertà che è vivere di Lui.

  E vuol dire ricordare che Dio per primo si è “legato” a una stabilità umana quando è diventato uomo per la nostra salvezza, nascendo a Betlemme. E dentro questo vincolarsi all'umano stabile, si è compiuta la nostra salvezza.

  Ecco perché dobbiamo fuggire lo smodato desiderio di libertà come contrario, proprio contrario al metodo di Dio. Carissimi, è su questo che può sorgere o crollare una vita.

  Così la vita cristiana si sviluppa nell'accettazione della stabilità e questa accettazione produce un modo di muoversi.

  Per queste ragioni riteniamo che sia estremamente importante eleggere un luogo di riferimento, un luogo che abbia la vita dentro; e a quel luogo fare obbedienza.

  La Chiesa è il mistico corpo di Cristo, ma è un corpo! È visibile, incontrabile. La grazia di Dio passa dentro i luoghi dove la vita cristiana si esprime con stabilità, come passa attraverso i segni esterni dei sacramenti.

  Come non sarebbe cattolico pretendere la grazia sottraendosi ai segni fisici dei sacramenti, così sarebbe non cattolico vivere la Chiesa come puro riferimento virtuale, senza un legame a un luogo umano reale.

  La Tradizione non è solo un contenuto di Dottrina, che rimane a livello di discorso, è anche un luogo fisico, dove la dottrina è vissuta nella grazia di Cristo. Chi si accosta ai sacramenti nelle nostre chiese e cappelle, che per miracolo sono concesse alla Tradizione della Chiesa, non dovrebbe mai dimenticarlo: questi sacramenti ci sono perché in quel dato luogo si vive la stabilità per Dio.

  Non fidiamoci dei discorsi che abbracciano tutto e costruiscono niente. Non fidiamoci del mondo virtuale (internet) che ci ha diseducato provocandoci a stare alla finestra giudicando tutto e vivendo niente: preghiamo il Signore perché ci indichi un riferimento possibile; e il Signore, che è fedele, ci farà riconoscere il “nostro” luogo della grazia. Ma quando il Signore ce lo avrà fatto incontrare, allora dopo poniamo sinceramente la nostra obbedienza, perché la nostra vita lì sia edificata.

  Nessun tempo di crisi può essere alibi perché non si faccia questa obbedienza. Nessuna confusione può essere alibi per noi, a meno che la confusione ci piaccia ormai per non seguire niente e nessuno. Ma chi non segue niente e nessuno, non può dire di seguire Cristo. Il riferimento a Cristo passa sempre nel riferimento a quel corpo visibile che è la Chiesa.

  E se proprio dobbiamo seguire le notizie e commenti su internet, che ha pur il merito di informare sulla Tradizione della Chiesa e di suscitarne un dibattito, ascoltiamo coloro che non scrivono solo, ma coloro che hanno un reale riferimento di obbedienza a un luogo ecclesiale, coloro che vivono realmente la corporeità della Chiesa, con stabilità.

  Non è a caso che i nemici della tradizione, dopo il motu proprio di Benedetto XVI che dichiarava la messa antica mai abolita, hanno fatto di tutto perché le messe tradizionali fossero episodiche e non stabili. E hanno fatto di tutto perché mai queste messe fossero sorrette da luoghi stabili di dottrina e vita cristiana: noi stiamo ancora attendendo dopo 8 anni la promessa parrocchia personale!

  La cosa triste è che col passare del tempo tanti amanti la Tradizione questa stabilità non la chiedono più, né nella preghiera a Dio né nella dovuta fatica della militanza anche in rapporto all'autorità.

  È invece la grazia più grande che dobbiamo chiedere in questi tempi difficili e insidiosi di confusione: la grazia di non amarla questa confusione per farla poi diventare l'arma della disobbedienza. Ad Oropa, fedeli a un voto, abbiamo domandato soprattutto questo.

Maledico Lutero e tutti gli eretici


I cattolici, che non hanno nulla da celebrare, se non la luttuosità dell’evento, non possono far altro, in questa temperie, la quale non ha risparmiato l’Urbe, la cui fede fu consacrata dal sangue di innumerevoli martiri, non possono far altro che pregare l’Altissimo, con questa nota preghiera del Dottore della Chiesa S. Pietro Canisio – il quale tanto lottò contro le dottrine riformiste – affinché almeno in loro rimanga e si conservi la vera fede.

 

San Pietro Canisio: preghiera per conservare la vera fede

 
In questo momento di confusione, riportiamo il testo della Preghiera per conservare la vera Fede scritta da san Pietro Canisio S. J. (1521-1597), olandese e primo gesuita della provincia germanica, nonché proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI nel 1925.

Professo davanti a Voi la mia fede. Padre e Signore del Cielo e della terra, mio Creatore e Redentore, mia forza e mia salvezza, che fin dai miei più teneri anni non avete cessato di nutrirmi col sacro pane della vostra Parola e di confortare il mio cuore. Affinché non vagassi errando con le pecore traviate che sono senza Pastore. Voi mi raccoglieste nel seno della vostra Chiesa; raccolto, mi educaste; educato, mi conservaste insegnandomi con la voce di quei Pastori nei quali volete essere ascoltato e ubbidito, come di persona, dai vostri fedeli.

Confesso ad alta voce per la mia salvezza tutto quello che i cattolici hanno sempre a buon diritto creduto nel loro cuore. Ho in abominio Lutero, detesto Calvino, maledico tutti gli eretici; non voglio avere nulla in comune con loro, perché non parlano né sentono rettamente, e non posseggono la sola regola della vera Fede propostaci dall’unica, santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa. Mi unisco invece nella comunione, abbraccio la fede, seguo la religione e approvo la dottrina di quelli che ascoltano e seguono Cristo, non soltanto quando insegna nelle Scritture ma anche quando giudica per bocca dei Concilii ecumenici e definisce per bocca della Cattedra di Pietro, testificandola con l’autorità dei Padri. Mi professo inoltre figlio di quella Chiesa romana che gli empii bestemmiatori disprezzano, perseguitano e abominano come se fosse anticristiana; non mi allontano in nessun punto dalla sua autorità, né rifiuto di dare la vita e versare il sangue in sua difesa, e credo che i meriti di Cristo possano procurare la mia o l’altrui salvezza solo nell’unità di questa stessa Chiesa.

Professo con franchezza, con san Girolamo, di essere unito con chi è unito alla Cattedra di Pietro e protesto, con sant’Ambrogio, di seguire in ogni cosa quella Chiesa romana che riconosco rispettosamente, con san Cipriano, come radice e madre della Chiesa universale. Mi affido a questa Fede e dottrina che da fanciullo ho imparato, da giovane ho confermato, da adulto ho insegnato e che finora, col mio debole potere, ho difeso. A far questa professione non mi spinge altro motivo che la gloria e l’onore di Dio, la coscienza della verità, l’autorità delle Sacre Scritture canoniche, il sentimento e il consenso dei Padri della Chiesa, la testimonianza della Fede che debbo dare ai miei fratelli e infine l’eterna salvezza che aspetto in Cielo e la beatitudine promessa ai veri fedeli.

Se accadrà che a causa di questa mia professione io venga disprezzato, maltrattato e perseguitato, lo considererò come una straordinaria grazia e favore, perché ciò significherà che Voi, mio Dio, mi date occasione di soffrire per la giustizia e perché non volete che mi siano benevoli quelle persone che, come aperti nemici della Chiesa e della verità cattolica, non possono essere vostri amici. Tuttavia perdonate loro, Signore, poiché, o perché istigati dal demonio e accecati dal luccichio di una falsa dottrina, non sanno quello che fanno, o non vogliono saperlo.

Concedetemi comunque questa grazia, che in vita e in morte io renda sempre un’autorevole testimonianza della sincerità e fedeltà che debbo a Voi, alla Chiesa e alla verità, che non mi allontani mai dal vostro santo amore e che io sia in comunione con quelli che vi temono e che custodiscono i vostri precetti nella santa romana Chiesa, al cui giudizio con animo pronto e rispettoso sottometto me stesso e tutte le mie opere. Tutti i santi che, o trionfanti nel Cielo o militanti in terra, sono indissolubilmente uniti col vincolo della pace nella Chiesa cattolica, esaltino la vostra immensa bontà e preghino per me. Voi siete il principio e il fine di tutti i miei beni; a Voi sia in tutto e per tutto lode, onore e gloria sempiterna.


 

martedì 25 ottobre 2016

ad resurgendum

Speranza o certezza nell'Al di là?
La porta del CIelo
Miei cari lettori, non turbatevi e non stancatevi se ripeto che il nostro Cristianesimo, in Europa Occidentale, è gravemente malato. Non faccio che constatarlo di continuo, ad ogni piè sospinto. Ieri ho partecipato ad un evento luttuoso, evento coperto da molti rischi.

Il rischio di una liturgia banale non c'era: la messa era quella tradizionale (la “tridentina”), fatta con molta pietà e raccoglimento.

Il rischio di un sacerdote secolarizzato non c'era: il buon prete che ha celebrato era quanto di meglio si potesse trovare in tutto il Friuli (e non sto scherzando né facendo un complimento o un'esagerazione), uomo pio, umile e con un profondo senso delle tradizioni.

Il rischio di essere in una chiesa-garage non c'era: la chiesa della celebrazione era un piccolo salotto antico, calda e accogliente.

Insomma, questo evento luttuoso era celebrato con una liturgia che sicuramente Dio ha gradito.

Ciononostante, c'è stato qualcosa che, ad un certo punto, mi ha fatto sobbalzare. L'ottimo prete, in un istante della sua appropriata omelia, ha accennato che “bisogna avere speranza nell'Al di là”. Le mie orecchie hanno sentito la frase ma, più delle orecchie, il mio cuore ha assaporato lo spirito con cui veniva detta. Ho sentito la natura troppo mentale di tale frase: partiva dalla mente, come affermazione frutto di logica, e vi ritornava chiudendosi logicamente su se stessa e facendo leva su un dovere morale di tipo religioso. Era qualcosa di molto piatto. Immediatamente il mio cuore ha sussultato e mi sono detto: “Bisogna avere la speranza nell'Al di là? No! Si ha la certezza nell'Al di là!”.

Coincidenza volle che la sera ho avuto modo di sentire un ottimo amico, intellettuale, storico e filosofo ma, soprattutto, uomo spirituale. Costui, senza sapere di questa mia esperienza mattinale, ha toccato lo stesso tasto. Ho capito, allora, che questo tema era molto importante, fondamentale, al punto che si gioca tutto qui.

Ma perché inconsapevolmente quest'ottimo prete ha parlato di una speranza (di ordine intellettuale) mentre io ho reagito proponendo una certezza? È presto detto.

Nei secoli, all'interno del mondo cattolico c'è stato un progressivo allontanamento e diffidenza dall'esperienza mistica con la quale un animo religioso si accosta al Dio ineffabile e ne percepisce la reale presenza. Questo allontanamento, marcato anche dalla condanna al Quietismo nel XVII secolo, ha accentuato l'impegno nel sociale e l'intellettualizzazione del Cristianesimo. Il Cristianesimo è divenuto sempre più un'agenzia morale (ci si deve comportare “bene” per meritare il Paradiso) e un'accademia teologico-intellettuale. Non meraviglia che Kant abbia estremizzato i termini di un discorso che, logicamente, andava nella sua direzione con la sua opera “La religione entro i limiti della semplice ragione”. Sintetizzo per sommi capi un discorso molto complesso ma, ciononostante, il lettore capirà che qui a rimetterci le penne è proprio l'escatologia Cristiana, l'Al di là stesso. Tutto si esaurisce e si motiva nell'Al di qua.

In un quadro di questo tipo non fa meraviglia che anche un ottimo prete ne esca impolverato, che faccia leva su una concezione morale e si muova su un piano logico-intellettuale.

Al contrario, l'Al di là, come Dio stesso, appartiene alla mistica cristiana, al campo delle percezioni interiori, quelle percezioni che, poi, costruiscono le certezze. In origine la speranza cristiana stessa si fonda su tali certezze al punto che la si può così sintetizzare: siccome io Ti sento per grazia, spero nella tua bontà verso di me, nella possibilità che Tu mi accolga eternamente nella tua gioia.

Ma se prescindiamo dall'esperienza del Divino, quindi dalla prospettiva mistico-spirituale, tutto diviene “dovere” morale, convenzione religiosa, cosa che si “deve pensare”. No, il Cristianesimo non è un pensiero, è un'esperienza. Il pensiero viene dopo e, a mio avviso, non è neppure così importante, dal momento che un pensiero può essere benissimo combattuto con un altro pensiero ma l'esperienza si afferma per se stessa e non può essere contraddetta da nulla. Infatti i farisei potevano pure argomentare contro Cristo, al cieco nato, ma costui gli oppose la forza di un'evidenza esperienziale: "Una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo" (Gv 9, 25). Ecco perché un cristiano provato ha la certezza dell'Al di là, non una sua misera e umbratile “speranza intellettuale” appoggiata a concetti e parole.

Ma se si indica diversamente, se il baricentro della vita cristiana sta altrove, si capisce benissimo che si finisce per giungere ad un quadro generale che, in Occidente, non tiene più e trascina tutto dietro di sé. 
La mistica bizantina, al contrario, ci riporta nella retta prassi, non perché è bizantina o perché è orientale ma perché riporta ad un senso autentico del Cristianesimo, ad una prassi antica, a quanto dovrebbe sempre essere. Con essa si può dire: “Io [o Dio] ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).

Se certi ambienti ecclesiali non ci portano fino alle soglie di questa percezione hanno fallito totalmente e non hanno più alcun senso. Al contrario, la Chiesa nella sua vera e intima essenza non può che fondarsi su Dio e sulla sua reale percezione, non può che accompagnare già su questa terra alle soglie del paradiso, dalle fessure delle cui porte intravvediamo luce. Ecco perché sant'Ambrogio si permetteva di contrastare l'imperatore rispondendogli: “O Imperatore voi rendete culto [pagano] a ciò che non conoscete, noi [cristiani], al contrario, rendiamo culto a ciò che conosciamo”. Sicuramente la conoscenza di Ambrogio non era una conoscenza prettamente intellettuale ma intuitivo-spirituale, l'unica che ci permette di avere certezza nelle cose di fede! Si insegna questo nei nostri ambienti e nei nostri seminari? No di certo e i prodotti si vedono dal momento che pure i praticanti sono feriti da lancinanti dubbi e lo stesso papa (ahimé!) giunge a giustificarli affermando  che se non si dubita si è un poco scemotti, vera e propria blasfemìa, questa ...
 
 
 

sabato 22 ottobre 2016

e l'Impero cadde

L'IMPERO ROMANO CADDE A CAUSA DEL DECADIMENTO MORALE (ABORTI, DIVORZI, POCHI NATI, OMOSESSUALITA' SPUDORATA, AUMENTO DELLE TASSE, IMMIGRAZIONE SELVAGGIA... VI RICORDA QUALCOSA?)

Con una piccola differenza: allora i barbari che presero l'Impero non avevano una cultura forte e riconoscevano la superiorità di quella romana, mentre gli odierni immigrati islamici pensano che la cultura superiore sia la loro
Autore: Rino Cammilleri
Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell'Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg. 624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio.
Perché? Perché l'autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause:
a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò
b) una persecuzione fiscale che
c) distrusse l'economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite
d) l'immigrazione massiccia. Che però si trascurò di governare.

NON FU IL CRISTIANESIMO A ERODERE L'IMPERO ROMANO
Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d'oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l'Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L'Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

TUTTO COMINCIÒ COL DECLINO DEMOGRAFICO
Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l'edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant'è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l'omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore d'Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l'aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l'estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n'era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell'altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all'espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c'era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

LA MAZZATA FINALE
Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L'unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all'idea che l'aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l'oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l'Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l'Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?

Titolo originale: L'impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri
Fonte: Il Giornale, 30/09/2016

giovedì 29 settembre 2016

La realtà è di Dio: l'obbligatorietà della Messa. - Editoriale di "Radicati nella fede", Ottobre 2016.


LA REALTA' E' DI DIO:
L'OBBLIGATORIETA' DELLA MESSA.

Pubblichiamo l'editoriale di Ottobre 2016


LA REALTA' E' DI DIO: 
L'OBBLIGATORIETA' DELLA MESSA.
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 10 - Ottobre 2016

 Hanno umanizzato la Messa e poi l'hanno resa facoltativa: potremmo sintetizzare così la tragica parabola discendente del cattolicesimo ammodernato.

 Intanto urge ricordare che la Messa cattolica, quella vera, poggia tutta sulla realtà e non su moti spirituali soggettivi.

 È reale il mondo che non si è fatto da sé; è reale Dio, Creatore e Signore di tutto ciò che esiste. È reale, realissimo, che il mondo, dopo la caduta del Peccato Originale, è salvato da Gesù Cristo. Attenti però: il mondo è salvato da Cristo in modo reale, non retorico cioè per modo di dire; è salvato con una azione storica redentiva: la sua Incarnazione Passione e Morte al Calvario.
 L'azione salvifica di Gesù Cristo poi risponde al realismo della riparazione: Dio è stato offeso in modo inaudito dagli uomini, e solo il Dio fatto uomo può riparare una simile offesa, sostituendosi a noi sulla Croce. La Messa cattolica è la perpetuazione di questa riparazione che salva: Gesù Cristo continua ad offrirsi al Padre in sacrificio propiziatorio affinché per noi ci sia il perdono del Padre; e la propiziazione continua, lungo la storia, su tutti gli altari cattolici del mondo.

  Il cristiano di duemila anni ha vissuto dentro questo realismo che riconosce che tutto è fatto e dipende da Dio; e che tutto può rinascere dopo il peccato solo nel sangue di Cristo offerto.

 È per questo realismo che al centro di tutto il Cristianesimo mise la Messa, e non si sognò mai di renderla facoltativa.
 E il Cristianesimo diffuse la celebrazione della Messa in tutto il mondo facendola diventare il centro della vita degli uomini, delle loro giornate e del loro tempo; la fece il centro della Civiltà umana e non solo della Chiesa. Anche la struttura delle città e dei villaggi fu intorno alle Chiese, perché dentro vi si celebrava quotidianamente la Messa.
 E ogni atto della vita degli uomini fu segnato dalla Messa cattolica.

 Sì, perché la Messa vive di questi due riconoscimenti: Dio Creatore  e Cristo Redentore.

 E il cristiano, ragionevolmente realista, non si è mai sognato che qualcuno, normale di mente, potesse mettere in dubbio che tutta la realtà dipenda da Dio. A tal proposito San Paolo scrive: “Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1,21). Il Concilio Vaticano I cita proprio questo brano di San Paolo per ricordare che l'esistenza di Dio può essere riconosciuta con la ragione e che l'uomo è quindi inescusabile quando professa una laicità atea o agnostica.

 Ma qualcosa di strano è accaduto nel mondo cattolico: hanno voluto umanizzare la Messa, e questo realismo è naufragato nel soggettivismo.

 Hanno, ed è evidente nella riforma liturgica di fine anni '60, incentrato la Messa sull'uomo che prega e non su Dio che salva. Hanno così trasformato l'azione di Cristo, che salva dall'abisso, in un incontro personale dell'uomo che cerca Dio. È il grande inganno: la nuova messa diventa un'azione puramente religiosa che nasce da una fede individuale; e non è più principalmente l'azione di Dio che fa esistere il mondo.
 Padre Pio diceva: “Il mondo può stare anche senza il sole, ma non senza la santa Messa”.

 Una messa ridotta a preghiera dell'uomo può benissimo diventare facoltativa, anzi lo è già ampiamente diventata. Una messa così mutilata può essere una delle tante preghiere inventate dall'uomo che cerca Dio, e diventa spaventosamente facoltativa, destinata solo a chi ne sente il bisogno.

 Ma la Messa di Cristo, che sostiene e salva il mondo, facoltativa non lo sarà mai, anche se preti e fedeli moderni inneggeranno alla libertà di coscienza. Non sarà mai facoltativa per l'uomo e per la Chiesa che riconoscono la realtà.

 Le recenti polemiche sulle mancate messe d'inizio anno nelle scuole di stato, in nome della laicità italiana, rivelano pienamente questa crisi.

 È una crisi che nasce tutta in casa cattolica: il cristianesimo ammodernato ha reso tutto spiritualista e soggettivo, per cui gli alunni che riconoscono ancora Dio devono andare a Messa fuori dall'orario scolastico. E magari uno stuolo di ecclesiastici sosterrà che questo è giusto per rispettare le libertà individuali.
 Però questo non sarà mai il cattolicesimo.

 Il cattolicesimo di sempre dice invece che la virtù di religione nasce dalla giustizia: l'uomo che non si è fatto da sé, e che non si può salvare con le sue forze dalla morte, deve pubblicamente compiere il suo omaggio a Dio, rendendogli un culto pubblico. E la ragione deve riconoscere la fondatezza della Rivelazione cristiana, storicamente verificabile, e quindi riconoscere pubblicamente il Dio di Gesù Cristo. Solo così l'uomo sarà giusto.

 Uno stato che rende invece privato tutto questo, non può essere uno stato giusto. Mina al fondamento la possibilità della civiltà; e rende impossibile la cultura, che nasce dall'intelligenza dell'uomo.

  Il mondo può stare anche senza il sole, ma non senza la santa Messa: e la nostra civiltà e cultura sono già finite perché si sono private di questo sole.

 Come ci piacerebbe poter discutere di questo con tanti, che hanno ormai ceduto al fideismo dei nuovi dogmi laici. Ci piacerebbe poterne parlare con i preti, con i genitori cattolici, con i politici, con tutte le persone di buona volontà che stanno rassegnandosi a questa tragica deriva.

 Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli: è chiaro che Nostro Signore Gesù Cristo posa tutto sul riconoscimento della realtà e della Sua presenza, contro tutte le fantasie delle mode ideologiche del momento.

 La Chiesa è posta nel mondo per riportare gli uomini alla realtà che è Dio, non per osannare le libertà individuali.
 La Chiesa è posta nel mondo per porre la centralità e l'obbligatorietà della Messa

mercoledì 7 settembre 2016

6° PELLEGRINAGGIO DELLA TRADIZIONE A OROPA


Riceviamo e pubblichiamo

6° PELLEGRINAGGIO
DELLA TRADIZIONE
A OROPA

Sabato 8 Ottobre 2016


 Rinnoviamo l'invito al Pellegrinaggio annuale della Tradizione ad Oropa. 

 Sabato 8 ottobre ci ritroveremo nella Basilica Nuova per la S. Messa solenne alle ore 10,30. 

 Non lasciamo cadere questo gesto ricco di valore: solo mendicando la grazia di Dio ai piedi di Maria Santissima la nostra fatica può dirsi cristiana.



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Il Santuario di Oropa si trova in Provincia di Biella a 14 Km dal capoluogo.