martedì 14 agosto 2018

corpore et anima ad caele­stem gloriam assumpta


L'ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA NELLA TESTIMONIANZA DEGLI ANTICHI PADRI E SCRITTORI CRISTIANI

 

Premessa

L'Assunzione di Maria è un dogma definito solennemente da Pio XII il 1° novembre 1950 con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus. La solenne definizione del dogma dell'Assunzione della Beata Vergine Maria non fu un atto improvviso del Magistero, ma la conveniente conclusione di un lungo periodo di riflessione della Chiesa sulle sorti ultime della Theotokos. La definizione dogmatica coronava e proclamava una fede costante e universal­mente professata nella Chiesa da tutto il popolo di Dio.

Altresì la definizione dogmatica dell'Assunzione di Maria Vergine era nei voti di gran parte dei cattolici. Già in seno al Concilio Vaticano I era sorto un movimento in favore della definizione dogmatica dell'Assunzione; tale movimento dal 1869 al 1941 indirizzò alla Santa sede 3019 petizioni in tal senso. Tali petizioni raccolsero l'adesione di 113 cardinali, 18 patriarchi, 2505 Vescovi, 32.000 sacerdoti e religiosi, 50.000 religiose e oltre 8 milioni di fedeli. A questo im­ponente plebiscito "assunzionistico" accennò pure Pio XII nella lettera Deiparae Virginis, in­viata a tutto l'Episcopato cattolico, con la quale chiedeva ai vescovi se 1'Assunzione di Maria potesse essere definita dogmaticamente e se desiderassero, insieme ai loro fedeli, un intervento solenne del supremo Magistero ecclesiastico. Ad ambedue le domande la stragrande maggio­ranza dei vescovi rispose affermativamente e Pio XII procedette alla solenne definizione dog­matica il 1° novembre 1950 con le seguenti parole:

Auctoritate Domini Nostri Iesu Christi, Beatorum apostolorum Petri et Pauli ac Nostra pronuntiamus, declaramus et definimus divinitus revelatum dogma esse: Immaculatam Deipa­ram semper Virginem Mariam, expleto terrestris vitae cursu, fuisse corpore et anima ad caele­stem gloriam assumptam (DS 3903).

 

1. Tracce di un evento straordinario

L'Assunzione di Maria è un mistero che ha il suo involucro storico in un fatto che poté esse­re constatato, narrato e trasmesso dalle prime generazioni cristiane, come attestano le narrazio­ni degli apocrifi sul Transitus Mariae. Sappiamo che un certo Leucio nel II secolo scrisse un apocrifo de Assumptione: arriviamo cosi all'età sub-apostolica e molto vicini alla testimonianza dell'apostolo Giovanni. Questo Leucio era, a detta dello Pseudo-Melitone (1), un eretico reo di aver trasmesso notizie false sulla vita degli apostoli e di aver corrotto con linguaggio empio (fantasioso) la stessa narrazione del transito della beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio. In ogni caso, a parte tutte le obiezioni che possono essere mosse contro testimonianze del genere, dobbiamo ammettere almeno la possibilità di una rivelazione esplicita da parte di Dio attra­verso la mediazione della parola degli Apostoli. Benché questa esplicita rivelazione non possa essere provata direttamente, possiamo ritenere che, almeno virtualmente, essa stia all'origine di tutta la riflessione ecclesiale su Maria.

Ci si stupisce che nel processo di formazione del Nuovo Testamento solo gli scritti più tardivi diano im­portanza a Maria. Si parla di una preoccupazione cristocentrica della primitiva comunità; ma, viene spontanea la domanda: non potrebbe essere che l'evento straordinario dell'Assunzione corporea di Maria al cielo abbia spinto l'attenzione della prima comunità ad indagare il mistero di Colei che era stata la Madre del Signore? Cer­tamente è un'ipotesi da non scartare subito ma da approfondire a livello esegetico e dogmatico, perché o riconosciamo che alla base della tradizione assunzionistica sta un evento, uno dei ma­gnalia Dei, o entriamo nelle nebbie del simbolismo. Certo fu lungo il cammino con cui la Chie­sa, alla fine, riconobbe pienamente la Verità specifica contenuta in germe nel Depositum fidei affidatole, ma questo non vuol dire che da esso si possa estrarre ciò che in realtà non è conte­nuto almeno virtualmente. "L'assunzione nel suo concetto integrale, includente la glorificazio­ne celeste dell'anima e del corpo di Maria, è un mistero che sfugge a tutte le indagini e a tutti i ragionamenti umani: solo la fede può affermarlo e proclamarlo, in base alla Rivelazione. Ma questa essendo contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, la Chiesa, specialmente per mezzo dei suoi teologi, ha potuto indagare in queste fonti, che pure appartengono alla storia, per sco­prirvi — espliciti o impliciti — i dati sul mistero".(2)

2. I fondamenti dogmatici

Alcuni hanno visto l'affermazione implicita della verità dell'Assunzione nelle parole dell'Angelo a Maria: ”Χαῖρε, κεχαριτωμένη· ὁ Κύριος μετὰ σοῦ” (Lc 1, 28) e di Elisabetta: "ευλογημένη Συ εν γυναιξί," (Lc 1, 42). “La pienezza della grazia che assimila perfettamen­te Maria a Cristo, include tutto lo sviluppo della grazia fino al punto di escludere in Maria la corruzione del sepolcro per conformità a Cristo risorto e vincitore della morte" (3). Lo stesso sommo Pontefice Alessandro III pronunciandosi in merito con argomenti fondati sulle suddette basi scritturistiche, affermava: "Maria concepit sine pudore, peperit sine dolore et hinc migra­vit sine corruptione, iuxta verbum Angeli, imo Dei per Angelum, ut plena, non semiplena gra­tiae probaretur" (Epistula ad Soldanum Iconii, apud  Mansi Conc. collect., t. 21, C. 898).

II saluto di Elisabetta "benedetta fra le donne", secondo la tradizionale interpretazione dei Padri, va inteso nel senso della benedizione perpetua in contrapposizione alla maledizione po­stlapsaria dei progenitori. Maria partecipa alla benedizione portata dal suo figlio a compimento della promessa che il Signore fece ad Abramo "in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12, 3). Invero, poiché la maledizione comune all'uomo e alla donna è triplice: male­dizione di colpa, di concupiscenza e di morte, e poiché la benedizione di Maria è singolare tra tutte le donne (anche rispetto ad Eva), singolare e anche il suo essere preservata immune da ogni maledizione di colpa, di concupiscenza e di morte, come bene mette in evidenza San Tommaso d'Aquino dicendo: "Sic ergo immunis fuit ab omni maledictione, et ideo benedicta in mulieribus" (Expos. Salut. Angelicae).

La Munificentissimus Deus sembra aderire a questa argomentazione teologica soprattutto laddove, "partendo dal dogma dell'immacolato concepimento di Maria, giunge a dire che l’immunità totale dalla schiavitù del peccato affermata da quel dogma (dell'Immacolato Concepi­mento di Maria) implica l'esclusione anche dell'ultima conseguenza del peccato, ossia la per­manenza nella morte" (4).

Questo argomento ha molta importanza perché addotto da Pio XII nella costituzione Munifi­centissimus Deus, come uno dei fondamenti dell'asserzione dogmatica.

Quel che avvenne con la proclamazione del dogma dell'Assunzione da parte di Pio XII noi abbiamo modo di comprendere meglio, oggi, alla luce del Concilio Vaticano II, poiché ci pare di poter affermare che in questo caso, più che su singoli e specifici testi biblici o patristici, litur­gici o iconografici, l'Assunzione fu definita divinamente rivelata sulla base di una fede univer­salmente e ininterrottamente professata dal Popolo canto di Dio. Dice a questo proposito il Concilio: «L'universalità dei fedeli che tengono l'unzione dello Spirito Santo non può sbagliar­si nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo, quando “dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici (cfr. S. Agostino, De praed. Sanct., 14, 27; PL 44,980)” mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale" (Lu­men Gentium n. 12). Questo è quello che avvenne in occasione della definizione del dogma dell'Assunzione corporea di Maria. Di fronte al fatto di questa attestazione di fede (consensus fidei) da parte del Corpus Mysticum, si potrà  indagarne i fondamenti, ma non si potrà dal punto di vista dogmatico, di fede, esigere "che la serie dei Padri e delle altre testimonianze della tra­dizione risalga ai tempi apostolici, poiché la tradizione posteriore non può discordare dalla pre­cedente, cosicché, da una dottrina ammessa in un qualunque secolo, noi possiamo legittima­mente dedurre che essa non fu mai negata e che anzi, almeno implicitamente, fu creduta dalla maggioranza dei fedeli".(4)

 

3. Al di la di una tradizione meramente implicita

Circa l'Assunzione di Maria possiamo parlare di una tradizione esplicita risalente apostolica o, per i primi tre o quattro secoli, dobbiamo limitarci meramente ad affermare l'esi­stenza di una tradizione implicita (contenuta, cioè, in altre verità esplicitamente professate e trasmesse)?

ll Padre Faller (6) ebbe a sostenere che, allo stato attuale degli studi, rimaneva aperta la "pos­sibilità di una tale tradizione esplicita", soprattutto "per il fatto che il silenzio delle fonti fin ad oggi note, non è già di cinque secoli..., ma di quasi due secoli, o due secoli e mezzo dalla mor­te di San Giovanni" (7). Il Padre Roschini giunge ad affermare che "il silenzio delle fonti a noi note, nei primi tre o quattro secoli, debba dirsi molto relativo; conseguentemente ci sembra molto probabile (non ancora certa) una tradizione esplicita sull'Assunzione corporea della Vergine SS. risalente agli Apostoli" (8).

Già per il II secolo si può affermare che, accanto a certe tradizioni implicite, probabilmente esistesse una tradizione esplicita in tal senso. La tradizione implicita può dirsi certa nell'inse­gnamento dei Padri del II secolo circa il principio di ricapitolazione, di maternità piena di mi­stero e di una mirabile verginità. Insegnando il principio di ricapitolazione San Giustino (9) e Sant'Ireneo (10) implicitamente asserivano che Maria, la nuova Eva, riparatrice delle rovine portate da Eva (il peccato e la morte come conseguenza di esso), non poteva e non doveva essere soggetta alla stessa rovina di Eva dalla quale Cristo era venuto a salvarci. Inoltre l'Assun­zione è implicita negli insegnamenti di Sant'Ignazio di Antiochia (11), di San Giustino (12) e di Sant'Ireneo (13) circa la sublime maternità e la perpetua verginità di Maria. Il corpo di Maria, consacrato dal misterioso intervento di Dio, non poteva soggiacere allo sfacelo della morte. La preservazione dalla corruzione del parto reclamava la preservazione dalla corruzione della morte.

Secondo il Padre Roschini, da certi indizi si può arguire la probabile esistenza di una tradi­zione esplicita; afferma il Roschini che "il primo nucleo della verità dell'Assunzione è costitui­to dalla scomparsa prodigiosa del corpo di Maria (narrata verso la meta del sec. II da Leucio Carino), scomparsa considerata intimamente connessa con la perenne integrità verginale di Ma­ria" (14). Continua poi cosi il Padre Roschini: "Fin dalla metà del sec. II perciò (circa 50 anni dalla morte di San Giovanni) si ammetteva una scomparsa prodigiosa del corpo di Maria con­nessa con la sua perpetua verginità e incorruttibilità. Su questa fine della vita terrena di Maria, lo stesso Leucio Carino modella il racconto della fine della vita terrena dell'Apostolo San Gio­vanni" (15). A questo punto è necessario rispondere alla possibile obiezione di chi rigetta tale te­stimonianza poiché contenuta in libri apocrifi. Questo è vero, ma nessuno riuscirà mai a dimo­strare che la persuasione della Chiesa circa l'Assunzione corporea di Maria sia nata unicamente come conseguenza delle narrazioni apocrife. Se è vero che tali narrazioni contengono elementi fittizj, è anche vero che essi per lo più suppongono la presenza di una verità fondamentale. Bi­sogna allora domandarsi da dove abbiano tratto tale verità i compositori di tali narrazioni. Se poi non si accetta una tale possibilità, rimane da chiedere a tali scettici perché la Chiesa da que­sti libri abbia precisamente recepito solo quelle verità e non altre che in essi sono narrate.

Se si considera poi il modo con cui la Chiesa ha trattato e considerato tali libri apocrifi, non si riesce a vedere alcuna vera probabilità che la persuasione della Chiesa circa l'assunzione cor­porea della Beata Vergine Maria possa essersi formata unicamente su tali narrazioni. Nel seco­lo III continua certamente la tradizione implicita, non senza tracce di una tradizione anche esplicita, per arrivare al secolo IV quando le testimonianze, anche esplicite, si moltiplicano con San Efrem Siro, San Epifanio, San Gregorio di Nissa, Sant' Ambrogio (per la verità più impli­citamente che esplicitamente) e Timoteo di Gerusalemme; quest'ultimo, prete della chiesa di Gerusalemme, ci ha lasciato un'omelia con ogni probabilità databile verso la fine del IV seco­lo (16). In essa egli afferma esplicitamente che Colui che aveva abitato nel seno della Beata Ver­gine, l'aveva trasferita εν τοις αναληψμοις χωριοις (17), cioè nei luoghi dell'assunzione os­sia nel Paradiso celeste. Abbiamo qui una testimonianza dell'Assunzione di Maria SS. al cielo in anima e corpo. Questa dottrina veniva proposta ai fedeli in via occasionale, e non come nuo­va, ma come a tutti nota.

Nel secolo VI abbiamo inequivocabili affermazioni sull' Assunta da parte di San Gregorio di Tours (+ 573) il quale scrive: "Maria, la gloriosa Madre di Cristo, che secondo l'insegnamento della fede fu Vergine prima e dopo il parto... fu trasportata in paradiso fra il canto dei cori an­gelici, preceduta dal Signore" (18).

Dopo il secolo VI è un moltiplicarsi e un susseguirsi ininterrotto di testimonianze sull'As­sunzione; ricordiamo tra tutti San Modesto di Gerusalemme (+ 614) il quale scrive un sermone intitolato Encomium in dormitionem S. Dominae nostrae Deiparae semperque Virginis Mariae in cui, a chiare lettere, afferma l'assunzione anche con il corpo (19).

Ci pare opportuno compendiare le testimonianze dei Padri servendoci della riflessione di Sant'Andrea di Creta (+720): "Era dunque uno spettacolo nuovo e inaccessibile ai ragiona­menti: una donna che con la sua purezza aveva oltrepassato la natura dei cieli e ascendeva alla santità dei penetrali celesti! Una vergine che superava la natura stessa dei serafini, col miracolo della nascita di Dio e della fede! Come il seno di lei partoriente non si corruppe, cosi la carne di lei morta non andò in rovina. O miracolo dei miracoli! Il parto sfuggì alla corruzione e la tomba non sopporto la corruzione (infatti questa non tocca ciò che è e santo)". (20).

Dunque, potendo affermare la continua e costante professione di fede nella verità dell'As­sunzione di Maria Vergine al cielo in anima e corpo e la sua millenaria celebrazione liturgica sia in Oriente sia in occidente, culminante nella solenne definizione dogmatica, ringraziamo l'Onnipotente per aver fatto brillare davanti al Popolo peregrinante di Dio un segno di sicura speranza e di consolazione e un pegno della glorificazione futura del nostro corpo mortale. La Grazia raggiunse in Maria i vertici della sublimità, eccedendo ogni possibilità umana di cono­scenza e di pensiero: in Lei l'Universo intero trova la garanzia di una eterna e gioiosa giovinez­za.

NOTE

(1) Per lo Pseudo-Melitone cfr. Tischendorf, Apoc. apo­cryphae, Lipsiae 1866, pp. 134 ss.

(2) Spiazzi R., 6 tMaria e la Chiesa dopo il Concilio, Bi­bliotheca Fides, 1970, p. 359

(3) ibidem

(4) ibidem

(5) Si può supporre che da Efeso, dove fioriva la tradi­zione dell'apostolo Giovanni, sia derivato un "nu­cleo" mariano, nel quale, come nota it Padre Faller nel suo scritto (De priorum saeculorum silentio cir­ca assumptionem B. Mariae, Romae 1944), erano racchiuse come un germe le due verità sostanziali della Tradizione:

a)  l'associazione completa di Cristo e di Maria nella vittoria sulla morte,

b)  l'incorruzione del corpo verginale di Maria estesa fino alla preservazione dalla corruzione del sepol­cro.

(6) Balic C., in L' Osservatore Romano, 19 agosto 1950

(7) Faller O., s. j., op. cit., p. 62

  (8) Roschini G. M., L'Assunzione di Maria SS. nei priori secoli dell'era cristiana, in Renovatio, 4
       (1967), p. 589

  (9) S. Giustino, Dialogus contra Tryphonem, PG 6,709 c - 712 a

 (10) S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 22, 4

(11) S. Ignazio Ant., Ad Ephesios, 7, 2 e 18, 2

(12) S. Giustino, op. cit., 84, 2

(13) S. Ireneo, op. cit., III 19, 2-3; III 21, 4; III 19, 1

 (14) Roschini G. M., op. cit., p. 592

(15) ibidem

(16) Questa omelia pronunciata da Timoteo in occasio­ne della festa dell'Hypapante che si celebrava in Oriente nel IV secolo, deve essere stata composta con ogni probabilità verso la fine del IV secolo o all'inizio del V (in ogni caso prima della controver­sia nestoriana come dimostra il fatto di non recare mai il termine Theotokos e di nominare tra gli ere­tici il solo Ario).

(17) Timoteo di Gerusalemme, PG 86, 245 cd

(18) Gregorio di Tours, De Gloria martyrum (cap. IX)

(19) O beatissima dormitio gloriosissimae Deiparae, post partum semper Virginis, quae corporis quo vita continebatur, nullam passa est in sepulcro corrup­tionem, carnem servante qui ex ea flatus est, omni­potente Salvatore Christ. Propterea ut gloriosissi­ma Mater Christi Salvatoris Dei Nostri, qui vitae et immortalitatis largitor est, ab ipso vivificaretur, consors cum eo incorruptilitatis in omnia saecula, qui illam ex sepulcro excitavit et apud se assumpsit, ut ipse solus novit (PG 86, 3288-3293, 3312). Notevole è il fatto che, da come Modestino scrive, appare come in nessun modo volesse proporre qualcosa di nuovo, ma trattasse una verità già a tutti nota che presuppone appartenente alla Tradizione.

(20) Andrea di Creta, Omelia II per la dormizione della Santissima Madre di Dio, in Testi Mariani del primo Millennio, vol. 2, p. 445

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venerdì 10 agosto 2018

8° Pellegrinaggio della Tradizione alla Madonna di Oropa (BI)


Riceviamo e pubblichiamo...


SABATO 13 OTTOBRE 2018

OTTAVO PELLEGRINAGGIO 
DELLA TRADIZIONE 
ALLA MADONNA DI OROPA
"Per essere fedeli al Voto"



La Basilica Nuova di Oropa (Biella)
è ancora inagibile per lavori urgenti;
per questo la Santa Messa solenne sarà celebrata 
anche quest'anno
nella grande Basilica di San Sebastiano in Biella, 
antica chiesa della città.

Al termine della S. Messa 
ci muoveremo pellegrini verso Oropa dove nel pomeriggio reciteremo il Rosario nella Basilica antica 
di fronte all'Immagine miracolosa della Vergine Bruna.

ore 10.30
SANTA MESSA SOLENNE
Basilica di S. Sebastiano
BIELLA

ore 15.30
SANTO ROSARIO
di fronte all'Immagine miracolosa
Basilica Antica
OROPA

Per chi non desiderasse consumare il pranzo al sacco: Ristorante a € 18.
Per il pranzo è’necessario prenotarsi entro il 7 ottobre telefonando a:
349/2848054 oppure 348/2463990

_________________________________

Per la comodità dei fedeli pubblichiamo la mappa con le indicazioni per raggiungere la Basilica di San Sebastiano a Biella e per trasferirsi da Biella a Oropa.

martedì 31 luglio 2018

Gli eterni aspettanti - Editoriale di "Radicati nella fede" - Agosto 2018


Pubblichiamo l'editoriale di Agosto 2018

GLI ETERNI ASPETTANTI


GLI ETERNI ASPETTANTI
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 8 - Agosto 2018

  Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
  Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?

  I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
  il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.

  Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?

  “Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.

  Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!

  Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
  Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
  Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
  Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.

  “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella” Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.

  Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.

  I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.

  Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.

  Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!

  Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.

  Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.

  Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.

  E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!

  Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.

  Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.

  Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

sabato 30 giugno 2018

E' venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo - Editoriale di "Radicati nella fede" - Luglio 2018


Pubblichiamo l'Editoriale di Luglio 2018

E' VENUTA L'ORA
DI DONARE LA PROPRIA VITA 
PER CRISTO


E' VENUTA L'ORA 
DI DONARE LA PROPRIA VITA PER CRISTO
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 7 - Luglio 2018

 “Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, è venuta l'ora di donare la propria vita per Cristo”, così scrive Léon Bloy in una delle sue opere più interessanti “Celle qui pleure”, “Colei che piange”, tutto un testo forte, deciso, a volte violento, in difesa del messaggio della Madonna a La Salette.

  Non è più tempo di provare che Dio esiste, non è più tempo di perdersi in conversazioni e discorsi accademici, in disquisizioni sulla situazione della fede e della Chiesa. Non è più il tempo delle conferenze, dei conferenzieri, dei teologi, dei pedagogisti, dei pastoralisti. E' venuto il tempo di donare la vita per Cristo.

  Anche noi che ci amiamo definire tradizionali, anche noi che siamo definiti dagli altri come tradizionalisti in modo dispregiativo, sì anche noi, proprio noi, dobbiamo stare attenti a non perderci in dimostrazioni inutili. E' venuta l'ora, è suonata l'ora anche per noi di dare la vita per Cristo.

  Che cosa distingue un vero cattolico, e quindi un vero cattolico tradizionale, dal cattolico di un giorno, dal cattolico liberale, dal cattolico ammodernato? Il fatto che dà la vita per Cristo.

  Dà la vita, e non solo qualcosa, poco o tanto che sia.

  Invece, proprio su questo, proprio sul fatto di dare la vita per Cristo, anche noi, e lo scriviamo con dolore, anche noi ci siamo ammodernati.

  Siamo diventati come tutti, pieni di distinguo, di considerazioni secondarie, di “bisogna vedere, bisogna valutare”, “non si può chiedere troppo” ... “non esageriamo”.

  Che senso avrebbe, ad esempio, lo scandalizzarsi per la confusione seguita ad esempio per Amoris Laetitia se poi non piangiamo di dolore perché noi non diamo a sufficienza la vita per Cristo? Che senso avrebbe desiderare il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, senza vedere che il cuore della Tradizione stessa è proprio il dare la vita per Cristo.

  Che senso avrebbe nausearsi per l'immoralità dilagante e istituzionalizzata nel mondo ateizzato di oggi, se poi non si fosse disposti a dare tutto a Dio. Non c'è una morale del giusto mezzo in questo, la morale cattolica è la morale del tutto a Dio.

  Rimpiangiamo la Cristianità, noi tradizionali rimpiangiamo questo, rimpiangiamo un mondo totalmente cattolico, un mondo che in tutti i suoi aspetti dipendeva totalmente da Dio, ma dimentichiamo che la Cristianità è stata fatta da uomi e donne che hanno dato la vita per Cristo.

  E cosa vuol dire dare la vita per Cristo? Innanzitutto vuol dire rendere possibile sempre, in ogni circostanza, in ogni tempo, in ogni situazione, dentro ad ogni avvenimento; significa rendere possibile l'affermazione del primato di Cristo nella nostra vita e per conseguenza nella vita di tutti.

  San Benedetto esprime così il dare la vita per Cristo, “Nulla anteporre all'amore di Dio”: tutto questo è fatto di scelte, di cose che vengono prima e altre dopo. Il primato di Dio, riconosciuto, diventa opera; nella nostra vita diventa un'azione, una scelta e un'azione: Dio viene prima.

  E l’atto di riconoscere il primato a Dio è fatto con una coscienza dentro: la coscienza che dall'obbedienza a Dio dipende la nostra salvezza e la salvezza del mondo. Chi non riconosce che si tratta di questione di vita o di morte non da veramente il primato a Dio.

  Se la scelta per Cristo non avesse dentro questo senso del dramma, cioè la coscienza del pericolo, ovvero che il mondo può perdersi se non afferma Dio; se non ci fosse chiaramente questo senso del dramma saremmo ancora dei cattolici ammodernati.

  Passate in rassegna tutte le apparizioni mariane di tutti i tempi, considerate tutti i messaggi che la Chiesa ha riconosciuto come vere rivelazioni private, passate in rassegna, ed è sufficiente, La Salette, Lourdes, Fatima, e avrete il senso genuino del dramma. “Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sarò costretta a lasciare cadere il braccio di mio Figlio” (La Beata Vergine Maria a La Salette); e questa chiarezza sull’urgenza dell’obbedienza a Dio è nient’altro che l’eco di tutto il Vangelo.

  Queste considerazioni non sono esercizio di scuola, non sono buone per sorreggere le nostre idee; queste considerazioni sono l'anima di scelte decisive che noi dobbiamo fare, che ciascuno di noi deve fare.

  Vedete, cari amici, in questi anni, e giustamente, ci siamo preoccupati della peste modernista, cioè del fatto che la dottrina della Chiesa è stata intossicata dal Modernismo considerato come la somma di tutte le eresie; il Modernismo fatto di distinguo, di accentuazioni più o meno forti, di sottigliezze intellettuali, di affermazioni del vero e del dogma a fianco a spaventose riduzioni modernizzate del cristianesimo. In questi anni ci siamo preoccupati giustamente del Modernismo come del fenomeno che maggiormente ha sfigurato la vita della Chiesa.

  Ma è arrivato il momento di preoccuparci ancor di più dell'imborghesimento nella Chiesa. Il Modernismo nasce dal mondo borghese. Non si potrebbe immaginare una deriva modernista in tutta la storia del medioevo cristiano; non si potrebbe immaginare una deriva modernista in mezzo al mondo dei poveri. Il Modernismo nasce nei salotti borghesi, ecclesiastici o laici che siano.

  E cosa fa il borghese? Il borghese mette al centro se stesso e il proprio denaro, cioè la riuscita della propria vita o, se volete, la tranquillità della propria vita, acquisita magari a grande fatica. E per salvare questa tranquillità, questa apparente tranquillità, diminuisce senza negarle tutte le verità cristiane, toglie loro l'impatto vitale.

  Il Modernismo nasce dal mondo borghese, è l'eresia dalla borghesia, è l'eresia dei cattolici borghesi. Per questo il pericolo dell'imborghesimento, anche per noi della tradizione, coincide con il pericolo modernista. Si salva dall'imborghesimento chi dà la vita per Cristo, e dare la vita per Cristo è il contrario dell'imborghesimento.

  Ma cos'è questo dare la vita per Cristo? Nel disegno di Dio è innanzitutto dare la vita per la Chiesa, corpo mistico di Cristo.

  Vivere per Gesù Cristo vuol dire fare la Chiesa.

  Occorre fare un salto di qualità su questo: ad esempio, non preoccuparsi solo di trovare la “chiesa giusta con la Messa giusta”, ma preoccuparsi che questa possa esserci. E quando questa chiesa giusta c'è, occorre che questa chiesa giusta possa continuare a vivere anche per te.

  Per questo occorre dare la vita per Cristo, stando al lavoro che Dio ci ha dato.

  E' la differenza che passa tra chi cerca la “Messa giusta” e basta e chi invece, trovato il luogo di Messa, fa di tutto per contribuire perché questo luogo di Messa possa dilatarsi, fortificarsi, ed essere casa accogliente per molte altre anime.

  Troppi di noi, trovata la Messa giusta, non si sono preoccupati minimamente di essere missionari affinché ogni Domenica molti altri fedeli potessero vivere la stessa grazia.

  C'è in noi come una tentazione borghese di salvarsi uno spazio privato, e questo è terribile. Vogliamo un luogo di messa tradizionale per noi, per quando ne sentiamo il bisogno, nella misura in cui lo sentiamo... ma questo non è dare la vita!

  Amici, su questo finora abbiamo troppe volte scherzato, occorre fare sul serio. Troppi sono come inerti, senza forze, debilitati, prima ancora di aver iniziato un lavoro.

  Abbiamo di fronte un'estate, una breve estate ma che può diventare un'estate intensa. Viviamola perché la Tradizione sia affermata, viviamola perché la Tradizione sia incrementata. Non andiamo ovunque a perdere tempo come coloro che non hanno speranza, scegliamo i luoghi dove la Messa cattolica è stata salvaguardata. Preoccupiamoci di vivere l'unico riposo vero che il Signore ci dà, che è quello della sua compagnia; preoccupiamoci di onorare il Signore nel suo giorno, nel giorno di Domenica, con la Messa cantata; preoccupiamoci di dare voce, intelligenza e cuore al momento solenne, al momento che consacra tutta la settimana; preoccupiamoci di intessere rapporti intelligenti e seri con i fratelli nella fede, stiamo in loro compagnia; preoccupiamoci della preghiera; preoccupiamoci dello studio; preoccupiamoci di una buona lettura che ci faccia diventare ogni giorno di più coscienti del dramma e tendenti alla santità. Parliamo tra noi delle nostre letture. Non perdiamo tempo, impariamo a non essere borghesi almeno a partire dall'estate affinché tutto l'anno sia vissuto con la stessa intensità.

 Non è più tempo di dimostrare che Dio esiste, non è più il tempo delle conversazioni sulla Chiesa, è il tempo dell'edificazione della Chiesa. Che ciascuno di noi si ponga la domanda: “Io che cosa faccio di concreto perché Domenica prossima la Messa tradizionale sia cantata con la solennità dovuta a Dio?”. Domandiamoci: “Io cosa faccio perché la dottrina cristiana possa incontrare la mia vita e possa incontrare la vita di molti?”. Domandiamoci per favore che cosa stiamo facendo perchè Cristo sia servito, perchè Cristo sia riconosciuto e amato. Preoccupiamoci, mentre tutti sono distratti sull’unica cosa che conta: dare la vita per Cristo affinchè il Signore possa darci la vita eterna.

  Proprio il senso del dramma dà la capacità di muoversi. Come mai molti tra noi, in questi anni, han fatto così poco e stan facendo quasi niente? Perché non invitiamo? Perché non insistiamo? Perché non urliamo a volte, partendo da casa nostra, affinché altri vengano a servire Dio? Perché non abbiamo più la coscienza che dentro a questo servire c'è la promessa della vita e della vita vera.

  La Madonna a La Salette disse: “Ditelo a tutto il mio popolo”.

  Se non è urgente, se non abbiamo il senso del dramma, se non è più per noi questione di vita o di morte, non diventa vero nemmeno per gli altri.

  E se tutto questo ci sta sembrando troppo esagerato, vuol dire che siamo diventati anche noi borghesi come tutti quanti, borghesi e modernisti, perché in fondo si tratta della stessa cosa.

giovedì 21 giugno 2018

Attacco al sacerdozio, attacco all’Eucarestia


di Roberto de Mattei

 L’Eucarestia è sempre stata il bersaglio preferito di chi odia la Chiesa. L’Eucarestia, infatti, riassume la Chiesa. Essa, come osserva un teologo passionista, «compendia tutte le verità rivelate, è l’unica sorgente della grazia, è anticipazione della beatitudine, riepilogo di tutti i prodigi dell’Onnipotenza» (Enrico Zoffoli, Eucarestia o nulla, Edizioni Segno, Udine 1994, p. 70).
Gli attuali attacchi al Sacramento dell’Eucarestia erano stati previsti dalla Madonna a Fatima nel 1917. Alla Cova da Iria la Vergine esortò i tre pastorelli a pregare «Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli è offeso».
E, prima ancora, nella primavera del 1916, l’Angelo era apparso ai bambini tenendo nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un’ostia. Diede la santa Ostia a Lucia, e il Sangue del calice a Giacinta e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».
Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, nella sua prefazione al bel libro di don Federico Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali (Edizioni Cantagalli, Siena 2017), afferma che questa scena «ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo». 
Secondo il Cardinale, «gli oltraggi che Gesù riceve nell’Ostia santa» sono, in primo luogo «le orribili profanazioni, di cui alcuni ex-satanisti convertiti hanno dato notizia e raccapricciante descrizione»; ma anche «le Comunioni sacrileghe, ricevute non in grazia di Dio, o non professando la fede cattolica». Inoltre: «Tutto ciò che potrebbe impedire la fruttuosità del Sacramento, soprattutto gli errori seminati nelle menti dei fedeli perché non credano più nell’Eucaristia».
Ma il più insidioso attacco diabolico consiste «nel cercare di spegnere la fede nell’Eucaristia, seminando errori e favorendo un modo non confacente di riceverla; davvero la guerra tra Michele e i suoi Angeli da una parte, e Lucifero dall’altra, continua nel cuore dei fedeli: il bersaglio di satana è il Sacrificio della Messa e la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata». Questo attacco segue a sua volta due binari: il primo è «la riduzione del concetto di ‘presenza reale’», con la vanificazione del termine “transustanziazione”.
Il secondo è «il tentativo di togliere dal cuore dei fedeli il senso del sacro». Scrive il cardinale Sarah: «Mentre il termine “transustanziazione” ci indica la realtà della presenza, il senso del sacro ce ne fa intravedere l’assoluta peculiarità e santità. Che disgrazia sarebbe perdere il senso del sacro proprio in ciò che è più sacro! E come è possibile? Ricevendo il cibo speciale allo stesso modo di un cibo ordinario».
Poi ammonisce: «Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo».  
Le osservazioni del cardinale Sarah sono più che giuste, ma vanno inquadrate in un processo di secolarizzazione della liturgia che ha la sua origine nell’equivoco Novus Ordo Missae di Paolo VI del 3 aprile 1969, di cui l’anno prossimo ricorderemo l’infausto cinquantenario.
Questa riforma liturgica, come scrivevano i cardinali Ottaviani e Bacci, presentando il loro Breve esame critico, ha rappresentato «sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino». Alla teologia tradizionale della Messa se ne è sostituita una nuova, che ha rimosso la nozione di sacrificio e ha illanguidito, nella prassi, la fede nell’Eucarestia.
D’altra parte, l’apertura ai divorziati risposati, incoraggiata dall’Esortazione Amoris laetitia, e l’intercomunione con i protestanti, auspicata da molti vescovi, cosa sono se non oltraggi all’Eucarestia? Il sacerdote bolognese don Alfredo Morselli ha ben illustrato le radici teologiche che legano l’Amoris laetitia e l’intercomunione con gli evangelici (https://cooperatores-veritatis.org/2018/05/06/in-principio-era-lazione-il-legame-tra-amoris-laetitia-e-lintercomunione-con-gli-evangelici/). 
Aggiungiamo che l’attacco all’Eucarestia è divenuto oggi un attacco all’Ordine Sacro, per lo stretto legame che unisce i due sacramenti. La costituzione visibile della Chiesa è fondata sull’Ordine, il sacramento che rende il battezzato partecipe del sacerdozio di Cristo; il sacerdozio è esercitato principalmente nell’offerta del Sacrificio eucaristico che esige il prodigio della transustanziazione, dogma centrale della fede cattolica.
Se la presenza di Cristo nel Tabernacolo non è reale e sostanziale e la Messa è ridotta a semplice memoria, o simbolo, di quel che avvenne sul Calvario, non c’è bisogno di sacerdoti che offrano il sacrificio e poiché nella Chiesa la gerarchia è fondata sul sacerdozio, viene meno la costituzione della Chiesa e il suo Magistero.
In questo senso l’ammissione all’Eucarestia dei divorziati risposati e dei protestanti ha un nesso con la possibilità di attribuire il sacerdozio a laici sposati e di conferire gli ordini sacri minori alle donne. L’attacco all’Eucarestia è attacco al sacerdozio.
Non c’è nulla di più grande, di più bello, di più commovente, della misericordia di Dio nei confronti del peccatore. Quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, per l’intercessione del Cuore Immacolato di Maria, a cui è inscindibilmente legato, vuole portarci a godere la felicità eterna in Paradiso e nessuno, neanche il peccatore più incallito, può dubitare di questo amore salvifico.
Per questo non dobbiamo mai perdere la fiducia in Dio, ma conservarla fino all’estremo della nostra vita, perché mai nessuno è stato ingannato da questa ardente fiducia. Il Signore non ci inganna, ma noi possiamo cercare di ingannare Lui e possiamo ingannare noi stessi. E non c’è inganno più grande di far credere che è possibile salvarsi senza pentirsi dei propri peccati e senza professare la fede cattolica.
Chi pecca, o vive nel peccato, se si pente, si salva; ma se presume di ingannare Dio, non si salva. Non è Dio che lo condanna è egli stesso che, accostandosi indegnamente ai sacramenti, mangia e beve il cibo della propria condanna. È san Paolo che lo spiega ai Corinti, con queste gravi parole: «Chi mangia il pane, o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Che ciascuno esamini se stesso, prima di mangiare di quel pane e bere di quel calice; poiché chi mangia e beve indegnamente, se non distingue il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor. 11, 27-29). San Paolo constatava poi che, nella chiesa di Corinto, in seguito a comunioni sacrileghe, molti erano i casi di persone che misteriosamente si ammalavano e morivano (1 Cor 11, 30).
Triste è la sorte di chi non si accosta ai sacramenti perché si ostina a vivere nel peccato. Peggiore è il destino di chi si accosta sacrilegamente ai sacramenti, senza essere in grazia di Dio. Più grave ancora è il peccato di chi incoraggia i fedeli a comunicarsi in stato di peccato e amministra loro illecitamente l’Eucarestia. Sono questi gli oltraggi che feriscono e trafiggono più profondamente il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria.
Sono questi i peccati che esigono la nostra riparazione, la nostra presenza accanto al Tabernacolo, la nostra difesa pubblica dell’Eucarestia contro ogni genere di profanatori. Così facendo ci assicureremo la nostra salvezza e quella del nostro prossimo e accelereremo l’avvento del Regno di Gesù e di Maria sulla società, che non tarderà ad instaurarsi sulle macerie del mondo moderno.

tratto da: https://www.corrispondenzaromana.it/attacco-al-sacerdozio-attacco-alleucarestia/

venerdì 1 giugno 2018

Più che il terrorismo, il Naturalismo.


Pubblichiamo l'editoriale di Giugno 2018

PIU' CHE IL TERRORISMO, 
IL NATURALISMO.


PIU' CHE IL TERRORISMO, IL NATURALISMO.
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 6 - Giugno 2018

 Non il terrorismo, ma il Naturalismo sarà il più grande pericolo portato dall'Islam.

 O meglio, un cristianesimo sempre più sprofondato nel Naturalismo, passerà dolcemente a diventare nella sostanza mussulmano.

  Bastava aprire il giornale alcune domeniche fa, per averne una plastica dimostrazione:
  Parroco di due parrocchie di profonde radici cristiane: “È la strada giusta, vent’anni fa sarebbe stato impensabile”.
  È la strada giusta per che cosa? Per costruire una nuova chiesa? Per elevare un nuovo santuario?
No, niente di tutto questo purtroppo. È la strada giusta per aprire una moschea, un centro islamico, dove un tempo il suono delle campane segnava il ritmo della vita contadina con la sua consacrazione della terra.

  “È una giornata di grande gioia perché è stata intrapresa la strada giusta. Vent’anni fa sarebbe stato impensabile un fatto di questo genere, oggi è una festa di tutta la comunità, senza distinzioni di religione, di nessun genere. Siamo tutti qui a pregare e fare festa insieme”, così parla Don Salvatore Gentile, parroco di Cureggio e di Maggiora, immortalato sorridente e compiaciuto tra gli imam, due venuti dal Marocco e uno dall’Albania.

  Certo, vent'anni fa, forse, sarebbe stato impossibile: il buon parroco di allora non si sarebbe sognato di presenziare all'evento, avrebbe detto ai parrocchiani di non assistervi, e prima ancora avrebbe fatto l'impossibile con le autorità civili ed ecclesiastiche perché la terra affidatagli in custodia non fosse esposta ad una falsa religione.
  E forse vent'anni fa vi avrebbero pensato anche i parrocchiani a non volere una moschea tra le loro case, dove la Croce di Cristo da secoli era stata piantata.

  Vent'anni fa sarebbe stata possibile una reazione... oggi no, su questo ha ragione il parroco della gioiosa islamizzazione.

  Vent'anni fa sarebbe stato inimmaginabile che anche il parroco più vigliacco, più “don Abbondio”, si spingesse fino a lodare e benedire come luogo della comune preghiera una moschea.
  Ma cos'è successo in questi decenni perché nel silenzio assordante e compiacente delle autorità religiose si possano compiere gesti così stupidi e così pericolosi per le anime?

  È successo che il Cristianesimo è stato rivoluzionato, ribaltato, sfigurato, disanimato fino ad essere pronto a confondersi con qualsiasi religione naturale, anche con l'Islam.

  Con tutta una serie di riforme, che hanno trovato nella brutale amputazione della Messa cattolica il loro centro propulsore, il popolo cristiano è stato preparato al misconoscimento della vita soprannaturale.

 È il Naturalismo: si è voluto demolire quello che i nuovi teologi consideravano un inutile “doppione”, cioè che l'uomo è da Cristo sopraelevato alla vita soprannaturale. Così di fatto oggi l'uomo è considerato nella “pura natura”. Ne vediamo gli effetti devastanti nel popolo: è pressoché saltato tutto il lavoro di preparazione ai Sacramenti, che un tempo costituiva il centro della parrocchia; è ammesso chiunque alla Comunione in nome dell'accoglienza; si riscontra un'ignoranza abissale sugli elementi essenziali della fede, una dilagante commistione tra altare e peccato mortale...
... sono gli effetti pratici del Naturalismo tra noi.
  Ma attenti, questo naturalismo “cristiano”, quello dei nuovi teologi e dei nuovi pastori, ha ancora una velleitaria aspirazione al divino, ma è un'aspirazione indipendente dalla grazia.

  Parlano di preghiera ancora, ma è una preghiera umana e la preghiera umana non raggiunge il Cielo.

  Cristo è venuto invece nel mondo, è salito al Calvario, ha compiuto il suo sacrificio, per poterci trasformare in lui. E questa trasformazione è operante in noi nella sua azione salvifica che continua nei suoi Sacramenti, che producono la nostra elevazione allo stato soprannaturale. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, S. Paolo può dirlo perché inondato dalla grazia sacramentale.

  La preghiera vera, quella cristiana, ha bisogno di questa trasformazione: perché raggiunga il cuore del Padre, è necessario che Cristo preghi in me; ma perché Cristo preghi in me è assolutamente necessario che io sia trasformato dalla sua grazia; e perché io sia trasformato dalla sua grazia è assolutamente necessario accedere ai Sacramenti in modo giusto e corretto, con le dovute disposizione, prima tra tutte il dolore dei peccati e il desiderio di essere trasformati in Cristo.

  Senza la trasformazione della grazia non c'è preghiera.

  La preghiera delle false religioni è solo un atto umano, che non è propriamente preghiera, e questo i buoni parroci di un tempo lo sapevano e difendevano il popolo dall'inganno.

  Oggi no, oggi dicono “Siamo tutti a pregare e a fare festa insieme” ... “senza distinzioni di religione di nessun genere”.

  Un popolo condotto così, sarà pronto a passare all'Islam dove troverà un vago e menzognero riferimento a Dio; a un Dio sconosciuto che non cambia l'uomo ma che lo lascia nelle sue passioni: è ciò che le anime carnali aspettavano da tempo, è l'opera del demonio.

  Il Naturalismo è peggio del Terrorismo, perché non fa i martiri, ma i dannati.

  Torniamo alla Messa di sempre in modo esclusivo, rifiutando la “messa amputata”, che è stato il motore propulsore per la naturalizzazione del popolo cristiano. Occorre su questo una rinnovata e violenta coscienza: il regno di Dio soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono.

sabato 5 maggio 2018

la nullità del presente


Gramsci e Don Giussani, ideologia e tradizione, passato e presente

Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa (...) Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente.
(Antonio Gramsci, Quaderni, XXVIII)

Don Giussani, il 27 dicembre 1997, lo commentava così:
Sembra un canone della Chiesa cattolica.

Gramsci dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è infatti tra ideologia e tradizio.

L'ideologia nasce in qualsiasi momento come novità che si impone a prescindere dal passato (e questo non può che diventare un'inevitabile possibilità di andare contro il passato)...


lunedì 30 aprile 2018

La Messa contemplativa - Editoriale di "Radicati nella fede", Maggio 2018.


Pubblichiamo l'editoriale di Maggio 2018

LA MESSA CONTEMPLATIVA


LA MESSA CONTEMPLATIVA
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 5 - Maggio 2018

  La cosa più insopportabile a un cuore cristiano è vedere attentare alla vita contemplativa, che è l'anima della vita cristiana.

  “Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
 Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?».

  Usiamo le parole stesse di San Bruno, fondatore dell'ordine più contemplativo che la Chiesa conosca, i Certosini, per sintetizzare nel concreto la vita contemplativa. Di questa vita contemplativa la chiesa di oggi ha urgentemente bisogno. È la vocazione più elevata che possa esistere nel popolo cristiano, e il popolo cristiano ne ha assolutamente bisogno. Se scomparisse la vita contemplativa, il mondo cristiano perderebbe la sua anima.

  Abbiamo deciso la pubblicazione in italiano de “La vie contemplative, son rôle apostolique” per una felice intuizione, quasi per un istinto interiore. Man mano che sono passati i giorni, sappiamo sempre di più il perché: occorre reagire alla confusione mortale che alberga nel popolo cristiano, avvelenato da un falso cristianesimo naturalista, che utilizzando ancora le parole cattoliche le svuota di vero significato. È una confusione a tutti i livelli, a tutti i livelli della gerarchia e del popolo. È un avvelenamento che sparge morte, la morte del cristianesimo integralmente vissuto.

  L'avvelenamento del naturalismo toglie a Dio il primato; fa parlare ancora di Dio, ma Dio non è più tutto, e il primo. Dio è ridotto ad un interlocutore dell'uomo, che all'occorrenza l'uomo interpella o cita, ma da Dio non parte tutto e tutto non torna più a lui: è l'uomo che è al centro. E quando l'uomo è al centro, l'uomo si smarrisce, perché Dio è tutto, è il suo tutto. “Deus meus et omnia, mio Dio, mio tutto”, è l'espressione sintetica della vera religione sulle labbra di San Francesco.

  La vita contemplativa pone il primato di Dio: essa in sé è giusta, perché pone l'uomo nella giusta posizione. La Chiesa senza vita contemplativa muore nel naturalismo cristiano, che usa ancora i vocaboli della Tradizione riferendoli innanzitutto a un progetto umano. Si tratta del colpo maestro del demonio, l'ultimo inganno per distruggere ciò che ancora resta del cattolicesimo nel nostro tessuto sociale.

  Chi se ne avvede appieno? Chi urla al pericolo? Continuiamo a sentire un silenzio assordante e complice dell'opera di Satana.

  E Satana è il menzognero: anche lui dice che Dio è tutto, ma poi ti dice che Dio passa nel fratello, nel povero, nella comunità, nel pellegrino... ma non perché tu lo riconosca e lo servi in essi, bensì perché tu lo relativizzi: ti fa dire “Dio è tutto, ma siccome è dappertutto e in tutti, continuo a vivere la mia vita umana così com'è, con un po' di benevolenza in più...” e così compie la desacralizzazione della vita cristiana.

  Il primato di Dio è un primato: è vero che passa anche attraverso i fratelli, attraverso il povero e l'afflitto, attraverso chi il Signore ti mette accanto, ma è Dio appunto che si rende presente! E lui è tutto!

  Ebbene, per questo primato di Dio, da sempre la Chiesa ha riconosciuto che alcuni sono chiamati da lui a stargli difronte primariamente, e questo stargli difronte diventa il compito della vita. La Chiesa da sempre ha riconosciuto i contemplativi, eremiti o in comunità, li ha riconosciuti e difesi dal mondo con una legislazione precisa. Ha difeso gli “inutili” secondo il mondo, perché così necessari al mondo stesso. Sono gli uomini e le donne chiamati a fare costantemente memoria di Cristo, di Dio; e riconoscere che questa memoria è il contenuto di sé: “Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio” (Laurentius, monaco eremita).

  La Chiesa di sempre li ha difesi, oggi invece tende a confondere per loro le carte e li mette in pericolo; li espone ad un pericolo ingiusto e mortale, con la scusa che Dio passa attraverso i fratelli.

  Ma questo Contemplativo sarà sempre il definitivo, perché nella vita eterna, quando Dio sarà tutto in tutti, il contenuto della vita tutta dell'uomo sarà l'unione con Dio, carità infinita: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).

  Il contemplativo è perciò profetico: dice a tutti i cristiani, che vivono ancora nel mondo e dentro le occupazioni della vita, che alla fine resterà la contemplazione che è il vertice dell'attività, perché è Dio che opera. Cosa faremo nella vita eterna se non godere dell'unione perfetta con Dio? E come può un popolo senza contemplativi capire ancora la vita eterna?

  Il popolo cristiano aveva nel passato, nel rito della messa, il profetico e definitivo del contemplativo: la messa della tradizione ti blocca difronte a Dio e alla sua azione, ti chiede un grado di contemplazione; la messa della tradizione ti chiede la contemplazione ponendoti il primato di Dio: il silenzio, le genuflessioni, il protendersi verso la sua venuta, lo spirito di adorazione... tutto e richiamo alla contemplazione.

  Era così per tutto il popolo... poi hanno iniziato a dire che Dio passava attraverso i fratelli... e hanno infarcito la messa di parole e dialoghi, acclamazioni e gesti dentro un vortice sempre più banalizzante e disumanizzante, perché l'umano è fatto per la contemplazione, è fatto per Dio.
  E il primato di Dio è scomparso dalla vita del popolo. E i fedeli non hanno più visto Dio nella Messa.

  Ora, dopo la distruzione delle parrocchie, è il turno degli ultimi conventi rimasti, quelli contemplativi, perché gli altri conventi già non ci sono più. E tutto questo perché Dio passa per i fratelli.

  Il cristianesimo c'è dove c'è la messa contemplativa.

  Anche il monachesimo si salverà solo con la messa contemplativa, la messa della tradizione.

  Ecco perché ci è parso importante parlare degli “inutili” in questo bollettino. Gli inutili per il mondo, i contemplativi quelli veri salveranno il cristianesimo ponendo di nuovo il primato di Dio.

  Ma attenti, gli inutili saranno salvati dalla messa cattolica, la messa di sempre, la messa della contemplazione. Saranno salvati da essa, o non saranno più.