domenica 31 ottobre 2010

si ritorna a parlare di castità e purezza

Proponiamo qui di seguito un brano del Discorso tenuto dal Santo Padre Benedetto XVI in occasione dell'incontro con i ragazzi e i giovanissimo dell'Azione Cattolica del 30 ottobre scorso
 
Una grande questione. E’ molto importante, direi fondamentale imparare ad amare, amare veramente, imparare l’arte del vero amore! Nell’adolescenza ci si ferma davanti allo specchio e ci si accorge che si sta cambiando. Ma fino a quando si continua a guardare se stessi, non si diventa mai grandi! Diventate grandi quando non permettete più allo specchio di essere l’unica verità di voi stessi, ma quando la lasciate dire a quelli che vi sono amici. Diventate grandi se siete capaci di fare della vostra vita un dono agli altri, non di cercare se stessi, ma di dare se stessi agli altri: questa è la scuola dell’amore. Questo amore, però, deve portarsi dentro quel "di più" che oggi gridate a tutti. "C’è di più"! Come vi ho già detto, anch’io nella mia giovinezza volevo qualcosa di più di quello che mi presentava la società e la mentalità del tempo. Volevo respirare aria pura, soprattutto desideravo un mondo bello e buono, come lo aveva voluto per tutti il nostro Dio, il Padre di Gesù. E ho capito sempre di più che il mondo diventa bello e diventa buono se si conosce questa volontà di Dio e se il mondo è in corrispondenza con questa volontà di Dio, che è la vera luce, la bellezza, l’amore che dà senso al mondo.

E’ proprio vero: voi non potete e non dovete adattarvi ad un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri, incapace di castità e di purezza. Questa non è libertà. Molto "amore" proposto dai media, in internet, non è amore, ma è egoismo, chiusura, vi dà l’illusione di un momento, ma non vi rende felici, non vi fa grandi, vi lega come una catena che soffoca i pensieri e i sentimenti più belli, gli slanci veri del cuore, quella forza insopprimibile che è l’amore e che trova in Gesù la sua massima espressione e nello Spirito Santo la forza e il fuoco che incendia le vostre vite, i vostri pensieri, i vostri affetti. Certo costa anche sacrificio vivere in modo vero l’amore - senza rinunce non si arriva a questa strada - ma sono sicuro che voi non avete paura della fatica di un amore impegnativo e autentico, E’ l’unico che, in fin dei conti, dà la vera gioia! C’è una prova che vi dice se il vostro amore sta crescendo bene: se non escludete dalla vostra vita gli altri, soprattutto i vostri amici che soffrono e sono soli, le persone in difficoltà, e se aprite il vostro cuore al grande Amico che è Gesù. .

ed ora un bellissimo articolo...   
Dalla parte di Ruby
di Lucio Brunelli

L’Italia che ha pianto Sarah ora ride di Ruby.

Strano destino quello che lega queste due ragazzine. Entrambe minorenni, entrambe graziose, entrambe brutalizzate dai media e non solo dai media.

Sarah, diventata il nome di un gioco di società, un Cledo di massa per investigatori da bar. Ruby, diventata il nome di un barzelletta, Bunga Bunga, e giù risate.

Entrambe violate nella loro intimità.

Ad entrambe è stata negata quella pietas senza la quale la soglia minima della umana dignità svanisce. E tutto, anche i sentimenti, anche l’amore diventa merce, come ha detto il Papa ieri davanti a centomila giovanissimi dell’Azione Cattolica in piazza san Pietro.

Ruby ha una storia drammatica. Figlia di immigrati poveri venuti dal Marocco in cerca di fortuna, è cresciuta con la voglia di uscire dal ghetto.

La nostra civilissima società le ha offerto come modelli alternativi quello delle veline, del denaro facile, del sesso come moneta di scambio per emergere.

Ha passato un anno nella comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da padre Eligio a Badolato, in Calabria. Ne è fuggita, come tante altre ragazze.

I familiari l’hanno ripudiata.

E la ragazza è finita nel gorgo dei festini a luci rosse per vip e meno vip. Non vogliamo fare del buonismo inutile e giustificare scelte di vita che implicano sempre la libertà della singola persona.

Ma forse quando la Chiesa parla di ‘emergenza educativa’ non sono solo prediche. Il vuoto è reale, e fa paura.

E’ addirittura credibile, Ruby, quando dice che Silvio Berlusconi (dopo averla usata, anche lui, nel divertimentificio delle cene Bunga-Bunga con amici compiacenti) è stato per lei come la Caritas, uno dei pochi che ha cercato di fare qualcosa per lei, ha tentato un affido, per quanto pasticciato.

Per Sarah c’è stato un moto, almeno all’inizio sincero, di commozione e pietà.

Scattato di fronte all’orrore di una delitto consumato nell’ambito di una famiglia in cui la ragazza uccisa trovava spesso rifugio da chissà quali altri ferite. Ma il primo sentimento buono è presto decaduto in curiosità morbosa, compravendita di immagini e documenti, reality show, pellegrinaggi dell’orrore.

Per Ruby non c’è stata mai un attimo di pietà.

Foto di lei mezza nuda e in pose ambigue sono state gettate in pasto al pubblico di internet e dei giornali on line con l’unico accorgimento ipocrita del volto oscurato. Pedaggio pagato (e nemmeno da tutti) alla normativa che tutela i minorenni.

Una macchia sfuocata sul volto, quel tanto che basta per non incorrere in sanzioni, ma le immagini del corpo svestito di una ragazzina no, lì non c’era alcun obbligo di legge.

Una cosa, non una persona.

Certo, fuor di ogni moralismo, il comportamento privato del premier è deprimente.

Tutti gli adulti, ha detto ieri il cardinale Bagnasco parlando in generale, sono chiamati seriamente in causa, hanno il dovere di dare ai giovani un esempio, di dire loro parole vere e alte.

Se questi adulti ricoprono un incarico pubblico hanno obiettivamente una responsabilità in più. Che certi comportamenti non siano un’esclusiva del premier, non è un buon alibi. Se poi anche le cene con ragazzine e donnine a pagamento sono rivendicate come un proprio irrinunciabile stile di vita, non si sa più che dire. Ma non si costruisce un’alternativa vera, anche sul piano politico, speculando su queste miserie. Ridendo del dramma di Ruby.

Battute le abbiamo fatte tutti. I video esilaranti di Elio e le storie tese li abbiamo scaricati tutti. Ma ora basta. O scopriremo troppo tardi di essere diventati troppo simili, nel fondo, al cinismo di quel potere che tanto oggi sembra indignarci.

dall'Eco di Bergamo del 31 ottobre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

Susan Boyle: The Woman I Was Born To Be

Susan Boyle: Non dovevo nascere.
Per i medici ero nulla.
di Lorenzo Fazzini


Se sua mamma non avesse giudicato «impensabile» il mettere fine alla sua nona gravidanza, oggi non avremmo il piacere di ascoltare una delle voci più splendide del panorama musicale internazionale. I Dreamed I Dream, il brano tratto dal musical Les Misérables ispirato al romanzo di Victor Hugo, non l’avrebbe resa celebre, nell’aprile 2009, se l’opinione dei dottori che avevano in carico sua madre avesse surclassato il desiderio materno di mettere al mondo un’altra figlia. Susan Boyle, la 49enne inglese, nuova star della musica pop internazionale, ha rivelato in una recente biografia che il personale medico aveva suggerito a sua madre di non farla nascere e di ricorrere all’aborto. Motivo: la gravidanza era a rischio.

Ma Bridget Boyle, immigrata irlandese a Blackburn, paesino nel West Lothi, a quel tempo già mamma di 8 figli, rifiutò categoricamente tale possibilità «perché era una cattolica devota». E così diede alla luce Susan la quale, al momento del parto, soffrì di asfissia perinatale, malanno che causò alla bambina un leggero danno celebrale. Ma ciononostante, dopo una vita passata a subire scherni e derisioni (non ultima, quella dello show della presentatrice Usa Oprah Winfrey), la bimba che non doveva nascere è diventata una delle più grandi cantanti di oggi: perfino l’attrice Demi Moore è una sua fan sfegatata ed è entrata nel Guinnes dei primati per la sua rapidissima celebrità. SuBo, come l’hanno ribattezza i media inglesi, ha rivelato tutto questo nella sua autobiografia The Woman I Was Born To Be, appena pubblicata in Inghilterra (Bantam, 328 pp, £ 18.99),  pochi giorni dopo la performance dell’artista davanti a Benedetto XVI a Londra.

Nel libro la cantante rivela che, al momento della sua nascita, i medici non salutarono la nuova arrivata con il tradizionale «Congratulazioni, una bellissima bambina!» rivolto alla madre, bensì in tutt’altra maniera: «I dottori mi guardarono in modo sprezzante, dal momento che sospettavano avessi avuto danni celebrali a causa di una mancata ossigenazione del cervello. Così dissero a mia madre: “Doveva darci ascolto. Adesso dovrà acccettare il fatto che Susan non diventerà mai niente di buono”».

Mai profezia fu meno azzeccata visto che Susan è una star da 9 milioni di dischi venduti in sole 6 settimane. Ma lei non porta rancore. «Sono sicura che i dottori avessero le loro migliori intenzioni ma penso che non dovessero dire quelle cose dal momento che nessuno può prevedere il futuro. Quello che i medici non sapevano è che io sono una sorta di combattente e che durante tutta la mia vita ho cercato di dimostrare loro che avevano torto».

E alla Bbc, qualche mese fa, Susan Boyle, di cui è conosciuta la profonda fede cattolica, spiegava: «La mia storia dimostra che non si deve guardare all’apparenza, ma bisogna considerare la persona nella sua interezza emotiva, fisica, mentale e spirituale. Spero che dicendo questo io riesca a dimostrare che i sogni non sono impossibili». Proprio nei mesi scorsi un altro cantante molto noto, Andrea Bocelli, aveva raccontato che a sua madre i medici avevano suggerito di abortire perché il bambino che portava in grembo avrebbe subito delle menomazioni a causa di un attacco di appendicite da lei subito. Sebbene completamente cieco, Bocelli è diventata una star della canzone pop e della lirica.

 

catholics

Nel1973 la televisione britannica sceneggiò un romanzo di Brian More e ne fece un film oggi praticamente introvabile. Narra la storia di un lontano Monastero irlandese su un’isola deserta dove un giorno arrivarono i richiami della Roma conciliare che non tollerava si continuasse, in quei luoghi, a officiare impunemente la messa tradizionale. In un incalzare di dialoghi e ragionamenti viene a galla tutta la ribellione dei monaci e il tormento interiore dell’Abate, diviso tra il dovere dell’obbedienza e la sincera fedeltà alla Messa cattolica che aveva sempre celebrato. (tratto da http://www.rinascimentosacro.org/)

Un film per i baby-boomers cattolici
di Joseph Haschka

Un giovane Martin Sheen interpreta un sacerdote inviato da Roma presso un Monastero irlandese situato su di una solitaria isola dal vento. La sua missione è di esigere che i monaci smettano di celebrare la Messa in latino. La Gerarchia vaticana sta cercando di modernizzare la Messa in tutto il mondo – vale a dire la si celebra oramai in lingua volgare – oltre a promuovere una nuova teologia dell’eucarestia non molto chiara. Il problema è che i sacerdoti del Monastero sono stati visti celebrare la Messa sulla terraferma alla maniera tradizionale. Per di più, la cerimonia è stata ripresa dalla televisione, e sta rievocando una struggente nostalgia della vecchia Messa tra i fedeli. A Roma i prelati non sono affatto contenti di questo.

Il meraviglioso attore Trevor Howard interpreta il saggio e spiritualmente tormentato abate del Monastero, il quale deve trovare un modo per rispettare il dettame di Roma, evitando una ribellione tra i monaci, che ritengono il messaggio dell’emissario vaticano un abominio, e considerano il prete stesso sconcertantemente alla moda. Tutte le interpretazioni degli attori sono meravigliose, soprattutto quella di Howard. I personaggi che ritraggono il gregge dell’abate sono stati scelti con puro genio. Il paesaggio costiero è quello forte e selvatico dell’Irlanda di San Patrizio ,ovviamente.

Come ho detto avreste dovuto nascere prima del 1960, come me, per capire che cosa è stato tutto quel polverone. Ricordo bene l’orrore con cui mia madre considerava la Messa volgare. Oggi lei cercherebbe la messa in latino in quei rari luoghi – una sorta di sottobosco dottrinale – dove viene ancora celebrata. Mamma, questa recensione è dedicata a te.

 Buona visione.
Prima parte

Seconda parte


Terza parte

giovedì 28 ottobre 2010

sinite parvulos venire ad me


EDUCARE I BAMBINI AL SENSO RELIGIOSO

*Ogni mamma cristiana, già molto prima della nascita, si preoccupa dell’anima del suo bambino. In quel periodo in cui è una cosa sola con il piccolo essere che porta in sé, la madre può esercitare un’azione invisibile sull’anima del suo tesoro, mediante lo spirito di preghiera e d’offerta, accumulando su di lui le benedizioni divine.

* Ogni mamma cristiana, già molto prima della nascita, si preoccupa dell’anima del suo bambino. In quel periodo in cui è una cosa sola con il piccolo essere che porta in sé, la madre può esercitare un’azione invisibile sull’anima del suo tesoro, mediante lo spirito di preghiera e d’offerta, accumulando su di lui le benedizioni divine.

* Le mamme e i papà cristiani consacrano subito il neonato al Signore che lo ha dato, o meglio, affidato loro. Cosa sarà in seguito questo fanciullo? Non è destinato forse a diventare un eletto? E la missione più importante dei suoi genitori non è quella di aiutarlo a realizzare la sua vocazione soprannaturale di figlio o di figlia di Dio?

*Si battezzi il fanciullo più presto possibile. Le preoccupazioni per le feste familiari non minimizzino nel vostro pensiero la grandezza del primo sacramento che dovrà ricevere il neonato. Pensate che nel momento in cui l’acqua bagna la sua fronte e vengono pronunciate le parole sacramentali, il vostro bimbo diventa tabernacolo vivente della SS.ma Trinità. Inoltre forze soprannaturali — il germe delle virtù teologali — vengono misteriosamente deposte nella sua anima.

* Appartiene ai genitori l’onore e la gioia della prima educazione religiosa dei loro figli. Bisogna però tutto prevedere: padrino e madrina hanno dalla Chiesa la missione di supplemento e complemento ed occorre tenere ben presente questo principio nella loro scelta.

* II fanciullo, che capisce più presto di quanto non si pensi, può subire fin dai primi mesi la felice influenza della mamma, in preghiera accanto alla sua culla. Imiterà spontaneamente i gesti, imparerà a poco a poco a giungere le mani e ad inviare un bacio all’immagine di Gesù e di Maria. Insieme a quelli di papa e di mamma, questi saranno i primi nomi che imparerà a balbettare.

* Da quando il piccolo incomincia a parlare, la mamma gli può fare ripetere nel suo linguaggio balbettante qualche breve invocazione. D’altra parte per poco che mamma lo aiuti, imparerà molto presto a parlare spontaneamente con Dio.

* II concetto che i figli avranno della preghiera, nella vita futura, dipende in massima parte dal come i genitori insegnano loro a pregare. Se la preghiera è fatta senza gusto ne slancio, in un clima di noia, i bimbi, divenuti adulti, assoceranno ad ogni atto religioso l’idea di un peso insopportabile.

* L’ideale è che la preghiera diventi per il fanciullo come un bisogno e insieme una gioia. In alcuni momenti potrà richiedergli uno sforzo: per esempio, quando la sera ha piacere di dormire; dovrà però essere uno sforzo accettato sempre con generosità.

* II fanciullo, appena ha compreso e gustato la preghiera personale, diventa capace di una vera unione con Dio sì da conversare con Lui.

* Sviluppare lo spirito di fede nel fanciullo significa abituarlo a vedere Dio e a tenerne conto in tutte le manifestazioni della vita. La mamma deve impregnarne le giornate con la presenza divina. Bisogna assolutamente evitare di relegare i contatti con Dio all’inizio e al termine del giorno; bensì approfittare di ogni circostanza e disposizione dei vostri bambini per innalzarne a Dio l’anima, perché Lui, il Creatore, che li vede continuamente e teneramente li ama, senta l’amore del loro cuoricino.

* Da una parte bisogna guardarsi dal trattare Dio come un piccolo compagno, cosa che prestissimo porterebbe alla mancanza di rispetto e all’abolizione del senso del divino; non bisogna d’altra parte mai presentare Dio come un Essere assai lontano, inaccessibile, con gli occhi puntati sulla debolezza umana, sempre pronto a spiarne le mancanze piccole e grandi. Sarebbe una caricatura, un vero tradimento. Quanto male si può causare con quelle frasi che assomigliano Dio a un orco o a un castigamatti: " Hai disubbidito, sei caduto, ti sei fatto male. Bene, Dio ti ha punito! ".

* Né tanto meno presentare il Signore come un ricco mercante col quale si negozia un affare importante. E necessario qui ribattere a lungo la criminale asserzione di certi genitori incoscienti, che vogliono aspettare che i figli raggiungano i 18 anni per lasciar loro scegliere liberamente la religione: quasi che si attendessero i 18 anni per dargli una patria e un nome! Come se — cosa questa assai importante — a diciotto anni un uomo non sia moralmente già orientato. Perché privare questo fanciullo di tutte le ricchezze che gli arrecherebbe una fede chiara nella vita? Perché privare Dio dell’amore di questo fanciullo? Ciò che interessa non è forse aiutare il fanciullo a formarsi delle convinzioni e acquistare una pietà personale conforme a quello che è il piano divino?

* Alcuni basandosi sulla " libertà di coscienza " vorrebbero che i genitori stessero muti dinanzi ai tentennamenti dell’istinto religioso. " Quando sarà più grande sceglierà da sé ", a parte il fatto che il fanciullo non attenderà quell’età per scegliere, e sceglierà arbitrariamente, secondo il suo latente egoismo e il mimetismo volontario, un simile ragionamento non regge: perché, difatti, anche nell’età adulta, si può parlare veramente di una scelta? Si sceglie forse di nutrirsi di pesci o di elementi sani? La natura ha già scelto. Bisogna invece parlare di " impegno ragionato ": in questo senso, libertà di coscienza o libertà religiosa per l’adulto significa: possibilità lasciata alla ragione, padrona di se stessa, di esaminare la sorgente della sua fede senza tuttavia dubitarne. Infatti, la fede del fanciullo con l’età si disincaglierà dalla fede dei genitori in cui aveva poggiato la sua esistenza, per trovare le ragioni che lo convincano a credere, nella riflessione personale, nell’esperienza e nello studio: come il frutto che, liberandosi progressivamente dell’involucro, mostra la sua polpa gustosa. L’umanità sarebbe ben indietro se dovesse riesaminare tutto a ogni generazione. Allora bisognerebbe negare l’unità, la continuità e l’universalità della coscienza umana.

* Spiegare al fanciullo appena può comprenderle, le principali preghiere della Chiesa: il " Padre Nostro " e l’" Ave Maria ", chiarendogliene il senso. Si stia attenti a che vengano recitate correttamente, senza borbottii. Vigiliamo ancora sul senso del sacro e facciamo pregare anche " bene ": bei segni di croce, genuflessioni ben fatte, preghiera ben detta, con tutto il cuore.

* Non considerare mai la preghiera come esercizio di recita. Grave errore, per esempio, approfittare della visita di una persona amica per far ripetere al bimbo le preghiere come una fiaba: " Fa’ vedere alla signora come sai pregare ". Queste forme hanno valore soltanto se sono l’espressione di un sentimento intimo, e per aiutare questa espressione nulla è indifferente o secondario.

* Non limitare la preghiera alle formule comuni. Via via che il fanciullo cresce, incoraggiare anche la preghiera silenziosa, nel segreto dell’anima con Dio.

* Conviene dirigere il bimbo ad una grande confidenza nella Vergine Santa, che ci ha dato Gesù e che ci conduce a Lui.

* Instillare nel fanciullo anche una devozione pratica all’Angelo Custode, la cui protezione è tanto più efficace quanto più spesso è invocato ( e Dio sa se i nostri bambini ne hanno bisogno!).

* Al fanciullo piacciono le storie. Non conviene quindi che, il più presto possibile, la mamma gli racconti le migliori? La vita di Gesù non è forse la più commovente? Se si vuole però trarne massimo frutto per l’educazione, insensibilmente bisogna aiutare il fanciullo a esprimere la sua emozione in una preghiera, in una regola di condotta, in un proposito.

* Coi fanciulli non si è mai sufficientemente cauti. Giacché v’è chi non sa esporre loro tutta la vita di Gesù, compresa la risurrezione, vi sono di quelli che si fermano all’adolescenza o alla croce. Per i primi Gesù è un bimbo come loro che mai è diventato grande; per i secondi è un Dio morto.

* II mistero della morte è un punto molto utile per formare lo spirito religioso del fanciullo: vi sono fin troppe occasioni per spiegarglielo. Invece di presentare la morte come fatale baratro nero in cui la vita umana cadrà, non è meglio, seguendo l’esempio della Chiesa, presentarla non come fine, ma come principio: la nascita a vita nuova, meravigliosamente bella, buona, gioiosa ed eterna? L’arcano della tomba non deve affatto atterrire, che non è che un involucro materiale che l’anima, sempre viva, respinge, come la farfalla si libera dalla crisalide da cui nacque per slanciarsi nell’azzurro primaverile del cielo; e poi solo i cattivi devono temere l’al di là, i buoni non possono che desiderarlo.

* La bella rivista L’Anneau d’Or propose ai lettori questa domanda: " Come aiutare i fanciulli a capire la morte? ". Attraverso le risposte ricaviamo due esperienze. A proposito del fanciullo di fronte alla morte ecco l’esperienza della mia infanzia riguardo al fatto della vita dei morti. Si ritarda indefinitamente col pretesto di non impressionare il fanciullo e questo, secondo me, è un errore: il colpo sarà assai più forte allorché il primo morto sarà un essere a lui caro. Eravamo ancora bambini di 6 o 7 anni, e la mamma ci conduceva a visitare qualche suo conoscente defunto, che noi del resto avevamo appena sentito nominare. Ci preparava con molta naturalezza: " II signor X è morto. La sua anima è col buon Dio o forse in purgatorio. Andiamo a suffragarlo e a pregare anche per la sua famiglia che soffre ". Si guardava dall’aggiungere: " Non avrai paura, no? " o altri suggerimenti inopportuni. Così noi siamo stati abituati molto presto a guardare senza il minimo sforzo dei morti sconosciuti. Al ritorno la mamma aveva tempo d’intrattenerci con molta semplicità sulla vita e la morte di qualcuno. Parlandoci poi di colui che avevamo visto poco prima, raccontava come era vissuto e come si era preparato a morire.

* Una volta o l’altra bisognerà ben parlare del demonio che è una triste realtà. Ma attenti: non drammatizziamo. Diffidiamo delle immagini medioevali o delle rappresentazioni spaventose dei diavoli con le corna, i piedi caprini, la coda ardente. Certamente: l’inferno eterno è una verità; nostro Signore l’ha affermato decisamente nel Vangelo. Evitiamo però i particolari che non hanno fondamento e servono soltanto a impressionare l’immaginazione, così da creare in alcuni vere fobie che si cambieranno in scrupoli all’età della pubertà. Soprattutto, evitiamo di minacciare l’inferno ai nostri fanciulli per peccati leggeri. Presentiamo la religione nella sua vera luce: una calda vita d’unione con Dio che ci ama e chiama ad una meravigliosa opera d’amore, avendo ciascuno il suo insostituibile compito per quel servizio che Egli solo può stabilire nel grande insieme, di cui si vedrà tutta l’armonia nell’eternità.

* Non bisogna esitare a dare al fanciullo, ormai cresciuto, il senso della comunità cristiana di cui fa parte. Narrargli la storia degli apostoli, dei martiri e dei santi; anche le belle storie delle missioni . Parlargli del Sommo Pontefice, del Vescovo, ispirandogli con l’esempio e con la parola un grande rispetto ai sacerdoti e al loro sacro ministero.

* Mostriamo con fatti ed esempi come la fede cristiana sia un perfezionamento per l’essere umano: grandi uomini, sapienti, eroi, erano cristiani. Ispirare al fanciullo la bellezza del suo titolo di battezzato, senza disprezzo per quelli che non lo sono ancora. Insegnargli invece che, attraverso la preghiera, il sacrificio e l’offerta delle piccole azioni, può esercitare una grande influenza sul mondo intero: " Signore, che tutto il mondo ti ami! "

* Spiegare al fanciullo come non bisogna stupirsi se si scoprono ombre, contraddizioni e ore difficili nella storia della Chiesa: sovente la barca di Pietro è assalita dalla tempesta nel mare. D’altra parte persecuzioni e abbandoni sono stati predetti. Ma Cristo è l’eterno vincitore. Egli dirà l’ultima parola.

* Dare inoltre al fanciullo una fede personale più ardente e salda che sia possibile, un buon bagaglio di risposte apologetiche a portata di mano che gli permetteranno di non essere mai messo nel sacco; perché un fanciullo che non sa rispondere ad una obiezione rischia di cadere in un complesso d’inferiorità che, secondo i temperamenti, può avere ripercussioni sul sentimento del valore della religione. Suggerirgli che faccia metter per iscritto l’obiezione quando non può rispondere, onde possa chiedere spiegazioni a qualcuno più competente.

* Preferire i racconti come quello riferentesi a S. Teresina di G.B. che ottenne la conversione del condannato Pranzini in punto di morte. Imparerà a conoscere la grande efficacia della preghiera.

* Ecco ad esempio la risposta di un giovane apprendista a un vecchio che lo importunava:
- Come, tu vai ancora dal Parroco?
- Sicuro e per tre ragioni: prima perché mi garba; seconda perché riguarda me; terza perché non vi interessa! La risposta non è forse molto " scientifica " ma è servita almeno a chiudere la bocca all’interlocutore.

* Forse i vostri fanciulli non sono ancora in condizione di sottomettersi alle prescrizioni dei " doveri cristiani "; per l’età non sono tenuti all’astinenza, alla messa domenicale, alla comunione pasquale; darete loro però le basi fondamentali d’una religione inferiore, senza di cui l’esteriore non conta: la loro anima, in fondo, viene così conquistata dal Cristo; in seguito, secondo il loro progresso, dovranno soltanto sviluppare la religione con l’esercizio esterno, senza quella dolorosa piega — conservata da molti cristiani — che separa la vita personale da un cristianesimo fatto solo di ricordi.

* A quale età bisogna cominciare a condurre i fanciulli a Messa? Ciò dipende da ciascun fanciullo e da circostanze esterne. Bisogna evitare che il fanciullo si annoi così da disgustarsene. Non dimentichiamolo: una presenza prolungata immobile e silenziosa è contro la sua natura. Ma se i genitori gli hanno spiegato in modo conveniente il senso della Messa, i gesti del sacerdote, le varie parti del Santo Sacrificio; se guidano la sua preghiera, gli atteggiamenti, le intenzioni, anche il fanciullo di sette anni, o anche meno, può assistervi con frutto.

*Un momento delicato è quello della predica. Confessiamo che le prediche comprensibili dai fanciulli sono rare. Un fanciullo prima della pubertà non è in grado di seguire, in modo anche generico, il concatenamento delle idee di un discorso. Che fare quindi in questo tempo? La cosa più semplice, se non può uscire e prendere parte a una riunione speciale per fanciulli, come si fa in molte parrocchie, è di dargli una raccolta di immagini religiose che possano occupare spirito e cuore.

* La prima confessione è un avvenimento importante nella vita di un fanciullo. Ci si guardi dal presentarla come uno spauracchio. Nulla di più nocivo che il ripetergli frasi simili: " Vedrai cosa ti farà il signor Parroco quando ti confesserai! ". Bisogna incoraggiare i fanciulli insistendo sulla gioia di ricevere il perdono di Dio.

* La mamma, in questa circostanza, deve agire con somma discrezione: aiuti il bambino a preparare il suo primo esame di coscienza, non sveli però al confessore i peccati e i difetti del suo bambino prima della confessione " onde assicurarsi che dica tutto ". Si lasci compiere al confessore la sua missione. Egli ha le grazie di stato a questo scopo.

* II confessore è tenuto al segreto sia per i piccoli che per i grandi, non gli si domandi quindi: " Cosa ha detto il mio bimbo? ".

* La mamma stessa dovrà essere così rispettosa della coscienza del bimbo da non domandargli: " Che ti ha detto il Curato? Quale penitenza ti ha imposto? ". Si richiede molta riservatezza. I fanciulli, temendo un qualche accordo tra confessore e genitori, molto presto perderebbero ogni confidenza sia con questi che con quello.

* È opportuno invece un accordo col sacerdote per quanto riguarda la prima Comunione. Normalmente il fanciullo che ha sufficiente comprensione della Presenza reale dovrebbe potersi comunicare. Va bene certamente incoraggiare il bimbo a comunicarsi; la cosa principale però è che ami Gesù nell’Ostia e che vada volentieri alla Sacra Mensa. Non si proibisca mai la Comunione con la scusa che non è stato buono: la Comunione è un rimedio, non una ricompensa.

* Per curare la formazione religiosa del bimbo ci si faccia aiutare dalla Parrocchia: lo mandi volentieri al Catechismo, e lo incoraggi a far parte del gruppo dei Chierichetti o del coro, a frequentare l’Oratorio e le iniziative della propria comunità cristiana.

mercoledì 27 ottobre 2010

molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo

James Bird: martire in odio alla liturgia cattolica
di Cristina Siccardi

Giacomo Bird nacque nel 1574, in Inghilterra, da famiglia aristocratica, il cui padre era stato magistrato della città. Il piccolo fu educato nel Protestantesimo, che, all’età di 15 anni abbandonò per entrare nella Chiesa Cattolica. Durante la perquisizione nella casa di un certo Hathe, dove si era recato per cercare il sacerdote Norton, venne arrestato come persona sospetta e condotto davanti al giudice. Venne interrogato e gli fu chiesto da quanto tempo fosse cattolico, egli rispose che lo era da quattro anni e per tale ragione venne condannato a morte come traditore. Tuttavia gli fu data un’opportunità: se rinunciava alla Chiesa cattolica sarebbe stato graziato; ma il giovane rifiutò categoricamente, così come si rifiutò di partecipare ad una liturgia anglicana, meritando così di «pervenire alla celebrazione della liturgia celeste», come recita il martirologio romano.

Il santo Padre Benedetto XVI il 18 settembre 2010, nell’omelia tenuta in Westminster, ha spiegato l’importanza della Santa Messa come Santo Sacrificio e per la quale molti hanno scelto di morire, piuttosto che di vederla profanata e oltraggiata: «La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo. Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.

Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca. Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio».

Suo padre insistette, ma egli rispose:
«Ti ho sempre ubbidito volentieri e ubbidirei volentieri anche adesso se potessi farlo senza offendere Dio». Si trovava sul patibolo e Giacomo volle sapere la ragione vera della sua condanna, gli fu detto: «Prometti piuttosto di frequentare la chiesa [anglicana] e allora avrai la grazia della regina». Il diciannovenne rispose: «Vi sono riconoscente: se posso salvarmi la vita entrando in una chiesa protestante, è segno che sono ucciso unicamente per la causa della religione e della fede».

Il martire venne così impiccato e squartato il 25 marzo 1593, 58 anni dopo il martirio di san Tommaso Moro, e fu beatificato da Pio XI il 15 dicembre 1929.


sabato 23 ottobre 2010

lettera morta

In questi giorni è ricorso il quarto anniversario della Lettera Circolare
sulla traduzione in volgare dell'espressione “pro multis” contenuta nella formula della Consacrazione del Prezioso Sangue, nel Canone della S. Messa

Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Roma, 17 ottobre 2006

Alle loro Eminenze / Eccellenze
I Presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali

Eminenza / Eccellenza,

Nel luglio del 2005 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d'accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, ha scritto a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali per chiedere il loro parere autorevole sulla traduzione nelle diverse lingue volgari dell'espressione pro multis nella formula della consacrazione del Prezioso Sangue durante la celebrazione della Santa Messa ( Prot. N. 467/05/L del 9 luglio 2005).

Le risposte ricevute dalle Conferenze Episcopali sono state studiate dalle due Congregazioni ed è stato inviato un rapporto al Santo Padre.

Secondo le Sue direttive, questa Congregazione si rivolge ora a Vostra Eminenza / Eccellenza nei seguenti termini:

1. Un testo corrispondente alle parole pro multis, tramandato dalla Chiesa, costituisce la formula che è stata in uso nel rito romano, in latino, fin dai primi secoli.

In questi ultimi trent'anni circa, alcuni testi in lingua volgare hanno adottato una traduzione che interpreta [il pro multis]come "per tutti", o equivalente.

2. Come ha dichiarato la Congregazione per la Dottrina della Fede (Sacra Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio de sensu tribuendo adprobationi versionum formularum sacramentalium, 25 Ianuarii 1974, AAS 66 [1974], 664), non vi è alcun dubbio circa la validità delle Messe celebrate usando una formula debitamente approvata e contenente una formulazione equivalente a "per tutti". In effetti, la formulazione "per tutti" corrisponderebbe senza alcun dubbio ad una corretta interpretazione dell'intenzione del Signore espressa nel testo. È un dogma di fede che Cristo è morto sulla Croce per tutti gli uomini e le donne (cfr. Gv 11, 52; II Cor 5, 14-15; Tito 2, 11; I Gv 2, 2).

3. Tuttavia, vi sono molti argomenti a favore di una traduzione più precisa della formula tradizionale pro multis:

a. I Vangeli Sinottici (Mt 26, 28; Mc 14, 24) fanno specifico riferimento ai “polloi" (termine greco che sta per molti) per i quali il Signore offre il Sacrificio, e questo termine è stato messo in risalto da alcuni esegeti in relazione alle parole del profeta Isaia (53,11-12). Sarebbe stato del tutto possibile nei testi evangelici dire "per tutti" (vedi, per esempio, Lc 12,41); invece, la formula data nel racconto dell'istituzione è "per molti", ed è così che queste parole sono state fedelmente tradotte nella maggior parte delle versioni moderne della Bibbia.

b. Il rito romano in latino, nella consacrazione del Calice ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus.

c. Le anafore dei vari riti orientali, in greco, in siriaco, in armeno, nelle lingue slave, ecc., nelle loro rispettive lingue contengono parole equivalenti al latino pro multis.

d. "Per molti" è una traduzione fedele di pro multis, mentre "per tutti" è piuttosto una spiegazione che appartiene propriamente alla catechesi.

e. L'espressione "per molti", pur restando aperta all'inclusione di ogni persona umana, riflette anche il fatto che la salvezza non è data meccanicamente: senza che la si voglia, o vi si partecipi; al contrario: il credente è invitato ad accettare nella fede il dono che gli è offerto, e a ricevere la vita soprannaturale che è data a coloro che partecipano a questo mistero e lo vivono nella loro esistenza affinché siano annoverati fra i “molti” ai quali il testo si riferisce.

f. Sulla scia dell’Istruzione Liturgiam authenticam, dovrebbe essere fatto uno sforzo per essere più fedeli ai testi latini delle edizioni tipiche.

4. Alle Conferenze Episcopali di quei paesi in cui la formula "per tutti" o il suo equivalente è attualmente in uso, si chiede di iniziare presso i fedeli, nei prossimi uno o due anni, la catechesi necessaria su questo argomento, al fine di prepararli all’introduzione di una precisa traduzione in lingua volgare della formula pro multis ( e cioè “per molti”) nella prossima traduzione del Messale Romano che i Vescovi e la Santa Sede approveranno per i loro paesi.

Con l'espressione della mia alta stima e del mio rispetto, Vi prego di credere, Eminenza / Eccellenza, alla mia devozione in Cristo.

+ Card. Francis Arinze, Prefetto


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Leggendo la circolare della Congregazione per il Culto Divino a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali (17 ottobre 2006) circa l’uso della corretta espressione “per molti”, invece della errata espressione “per tutti”, nel Canone della S. Messa, viene subito da ringraziare il Santo Padre per un provvedimento tanto opportuno quanto salutare.

Grazie a Dio, continuando così, sarà possibile recuperare quelle parti della dottrina, della liturgia, della catechesi e della pastorale che in questi anni del post Concilio sono state colpevolmente o dolosamente stravolte.

Tuttavia, proprio per l’importanza di un documento di tal fatta, riteniamo sia opportuno mettere a fuoco alcuni elementi che lo stesso documento propone in maniera forse inavvertita, mentre invece rivestono molta importanza.

Al n° 2 è detto che “… non vi è alcun dubbio circa la validità delle Messe celebrate usando una formula debitamente approvata e contenente una formulazione equivalente a “per tutti”. E questo perché l’espressione “per tutti” corrisponderebbe senza alcun dubbio ad una corretta interpretazione dell'intenzione del Signore espressa nel testo.”

Questa precisazione si presenta come una sorta di excusatio non petita, che la Congregazione sembra sia stata costretta o abbia sentito il dovere di inserire nel testo al fine di venire incontro alle obiezioni certo già sollevate e che verranno sollevate ulteriormente a partire da adesso.
Essa, peraltro, svolge la funzione di vanificare in parte (o forse anche in toto) il rimanente contenuto del documento.

Se l’uso di “per tutti” è “senza dubbio” conforme all’intenzione del Signore, così come Egli la esprime nel testo, perché la Congregazione va cercando il pelo nell’uovo ?
È essa stessa a dirlo, ed è sempre essa stessa a sostenere che è più corretto usare “per molti” invece di per tutti. Proprio perché “per molti” implica la precisazione che “la salvezza non è data meccanicamente: senza che la si voglia o vi si partecipi”, come è detto in questa stessa lettera, al punto “e”.
A questo si aggiunga che se la Congregazione ha sentito il bisogno di ribadire la “validità delle Messe… ecc.” è sicuramente perché il problema della loro eventuale invalidità si poneva a ragion veduta.

Non si tratta certo di questioni di poco conto.

Non solo. Ma come non notare con preoccupazione che questo documento della Congregazione, che ribadisce la corretta dottrina della Chiesa, sia indirizzato, non ai semplici fedeli, ma ai Vescovi e ai Cardinali, che dovrebbero essere i primi ad insegnarla ai fedeli.

Forse i Vescovi e i Cardinali non sapevano che la “salvezza non è data meccanicamente” ?

Non è una domanda retorica.

È una domanda seria.

Perché dalla risposta potrebbe derivare che: o per 40 anni ai fedeli sia stata insegnata una dottrina equivoca, e proprio tramite il momento culminante del Culto (la Consacrazione nel corso della S. Messa), oppure che la Congregazione oggi si trastulla con una cosa di poco conto.

E se per 40 anni i Vescovi avessero davvero insegnato, tramite la S. Messa, recitata a voce alta e in volgare, una dottrina equivoca, crede la Congregazione che basti una circolare come questa per riparare il danno provocato ?

In realtà, non è possibile supporre che i Vescovi non sapessero che il “per tutti” ha una connotazione equivoca e fuorviante, quindi è evidente che hanno, non tanto avallato, quanto “voluto” quella traduzione. Hanno cioè insegnato una dottrina equivoca a ragion veduta.

E, fino ad oggi, per 40 anni, tale traduzione e il suo uso liturgico conseguente sono stati approvati dalla stessa Congregazione che oggi si lamenta.

La cosa è davvero grave e avrebbe richiesto un intervento di ben altra portata che la semplice “circolare”. Forse occorrerebbero più encicliche per prendere seriamente in considerazione tutti gli elementi equivoci presenti nella nuova Messa, perché non è certo solo questo il punto in cui si forza e si tradisce la dottrina cattolica.

Facciamo un solo esempio per tutti.

Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.

Tradotto, recitato e cantato con:

Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che Dio ama !

Da dove è venuto fuori questo totale stravolgimento del testo evangelico (Luca, 2, 14) ?

Gli Angeli, proprio in forza dell’Incarnazione del Verbo, annunciano la pace in terra agli uomini di “buona volontà”, cioè agli uomini la cui volontà, la cui intenzione, è “buona”, cioè conforme alla Volontà di Dio. Tutti gli altri, che non sono di buona volontà, non possono godere della pace che apporta l’Incarnazione del Verbo.

Scrivere, recitare e cantare, invece, “pace in terra agli uomini che Dio ama”, significa capovolgere l’insegnamento evangelico, stravolgere la dottrina, banalizzare la liturgia.

Dio ama tutti, è implicito nella sua stessa essenza, Egli è il Sommo Bene, è Amore, ma gli uomini si salvano, ricevono e godono la “pace” non perché Dio li ama, ma perché devono essere loro ad amare Dio: chi non ama Dio non gode di alcuna “pace”.

È questo che insegna il Vangelo.

Come si vede ci troviamo al cospetto di un capovolgimento simile a quello del “pro multis”, che non significa “per tutti”.

Ma questi capovolgimenti, che corrispondono ad una vera e propria sovversione della dottrina, non possono essere addebitati a qualche svista o a qualche particolare lettura esegetica, come per esempio nei famosi “polloi” (il greco “multis”) che per anni ci è stato spiegato fossero le “moltitudini” e quindi i “tutti”.

No. Questi capovolgimenti rispondono ad una precisa strategia “culturale” (come si usa dire oggi).

Il Figlio di Dio non può essersi incarnato per la salvezza “di molti” (quelli disposti a seguirlo e a conformarsi alle leggi di Dio),… è inaccettabile.

Ci troveremmo al cospetto di una vera e propria discriminazione.

Senza contare la violazione di ogni minima regola di civile convivenza e di democrazia. … Quindi la dottrina insegnata fino a quel punto dev’essere corretta; anche a costo di cambiare le parole in bocca a Nostro Signore.

Lo stesso dicasi che la “pace” apportata da questa Incarnazione.

L’amore di Dio è tale, è talmente onnicomprensivo, che non può produrre alcun discrimine. Data l’Incarnazione non può ammettersi alcunché di diverso di una “pace” data a tutti, indipendentemente dalla volontà di ognuno, una “pace” automatica e necessaria, come è automatico e necessario l’amore di Dio. D’altronde, sarebbe assurdo supporre che Dio non ami tutti: e, se li ama tutti, è impossibile che certuni possano ricevere la “pace” e certi altri no.

Quanto poi al fatto che certe cose sono scritte nei Vangeli, si tratta di un particolare a cui si può ovviare facilmente: se non hanno sbagliato gli Angeli, hanno sbagliato di certo gli estensori dei Vangeli, magari senza accorgersene.

Ironia a parte, è esattamente questo il contesto “culturale”, religioso, liturgico e dottrinale in cui si cala questa circolare della Congregazione per il Culto Divino. Il contesto cioè composto dalle migliaia di Vescovi, preti, teologi, liturgisti e catechisti. È su questo terreno che vengono gettati i semi della correzione.

Verranno i frutti ?

Ce lo auguriamo, e preghiamo per questo, fidando fortemente nell’aiuto di Dio.

Ma intanto non possiamo evitare di far notare che il richiamo con cui si conclude questa circolare (Alle Conferenze Episcopali… si chiede di iniziare presso i fedeli, nei prossimi uno o due anni, la catechesi necessaria su questo argomento,…) ci sembra un po’ anacronistico.

Davvero si è convinti che gli stessi Vescovi che hanno volutamente insegnato una dottrina equivoca, da adesso, sulla base della circolare, saranno in grado di catechizzare i fedeli spiegando loro che in questi 40 anni si sono sbagliati ?

Ci sbaglieremo, ma a noi sembra che il meglio che possa accadere è l’apertura di un “dibattito”, dove ognuno finirà col dire la sua, senza che si possa mai giungere a niente di serio.

D’altronde, sappiamo per esperienza, che neanche la pubblicazione di un’enciclica sull’Eucarestia (Ecclesia de Eucharistia) e di una conseguente istruzione su come evitare le distorsioni e gli abusi nella celebrazione della S. Messa (Redemptionis Sacramentum), sia servito a un granché; a dimostrazione del fatto che è necessario un lavoro di maggiore incisività, un lungo e faticoso processo di decontaminazione innanzi tutto delle menti e dei cuori dei preti, dei religiosi e dei chierici in genere.

Una circolare come questa sembra davvero una goccia nel mare.

Tant’è.

Ma riconosciamo che per fare una cosa grande si deve necessariamente partire con una cosa piccola, sicuramente. E siamo i primi a pregare perché le cose vadano sempre più e sempre meglio nella giusta direzione, per il bene della Chiesa e per la salvezza delle ànime dei fedeli

Prendiamo atto allora di questa circolare e insieme della volontà di voler porre mano al recupero del vero insegnamento cattolico, e ringraziamo il Santo Padre per questo.

Da parte nostra, nel nostro piccolo, ci prodigheremo perché si tengano presenti anche i diversi aspetti implicati in una operazione come questa, soprattutto da parte dei laici, che oggi più di ieri hanno il compito di rimanere vigili e critici per la salvaguardia della Tradizione della Santa Chiesa.

Preghiamo la Santa Vergine perché, come ci ha assistiti in questi 40 anni, continui ad assisterci ancora, aiutandoci ad agire sempre e solo alla maggior gloria di Dio.

commento tratto da http://www.unavox.it/

venerdì 22 ottobre 2010

Newman, il Papa e il Duca di Norfolk

da un articolo di Massimo Introvigne
“In viaggio con il beato Newman.
La visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna”

Commentando le famose – e per qualche aspetto controverse – parole del beato nella Lettera al Duca di Norfolk secondo cui «se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa» (Newman 1999, 237), il cardinale Ratzinger commenta che la frase va inquadrata nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla «tradizione medioevale [che] giustamente aveva individuato due livelli del concetto di coscienza, che si devono distinguere accuratamente, ma anche mettere sempre in rapporto l’uno con l’altro. Molte tesi inaccettabili sul problema della coscienza mi sembrano dipendere dal fatto che si è trascurata o la distinzione o la correlazione tra i due elementi» (Ratzinger 1991, 89).

Il Medioevo parlava di sinderesi e coscienza; il cardinale Ratzinger precisa questi due termini come «anamnesi della creazione» (ibid.) e «anamnesi della fede» (ibid.). La prima, l’anamnesi della creazione, deriva dal fatto che con la creazione «è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero» (ibid.). La seconda, l’anamnesi della fede, nasce dalla redenzione a opera di Gesù Cristo «il cui raggio a partire dal Logos redentore si estende oltre il dono della creazione» (ibid.) la cui memoria è custodita dalla Chiesa e, nella Chiesa, dal Papa. Cronologicamente, l’anamnesi della creazione viene prima: «si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza» (ibid.) e fonda la possibilità anche dell’anamnesi della memoria. Come la creazione precede storicamente la redenzione, così perché ci sia una coscienza formata e illuminata dalla Chiesa e dal Papa occorre prima che ci sia una coscienza. In questo senso «siamo ora in grado di comprendere correttamente il brindisi di Newman prima per la coscienza e solo dopo per il Papa» (ibid.). I due brindisi stanno in sequenza, non in contrapposizione.

Se invece si ritiene che l’appello alla coscienza sia solo una giustificazione per seguire il proprio arbitrio – «Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge» (Crowley 1938, cap. I, v. 40), secondo la celebre formula dell’esoterista inglese Aleister Crowley (1875-1947), il quale non solo dava a questa proposizione un fondamento specificamente magico, ma in essa catturava l’essenza stessa della magia come primato del potere – il passaggio successivo non può che essere l’abolizione della coscienza. Per fare quel che si vuole non c’è bisogno della legge, né della coscienza. Il relativismo liberale evolve così naturalmente verso il relativismo aggressivo delle ideologie del secolo XX fino all’affermazione del gerarca nazional-socialista Hermann Göring (1893-1946), citata dal cardinale Ratzinger: «Io non ho nessuna coscienza! La mia coscienza è Adolf Hitler [1889-1945]» (Ratzinger 1990, 432). La nozione relativista della coscienza porta ultimamente all’eliminazione della coscienza.

Il cattolico, nota il cardinale Ratzinger, non adotta certamente la formula di Göring mettendo il Papa al posto di Hitler. Questa sarebbe una versione caricaturale del cattolicesimo: «una simile concezione moderna e volontaristica dell’autorità può soltanto deformare l’autentico significato teologico del papato» (Ratzinger 1991, 89). Il cattolico dirà al contrario di avere una coscienza, e di trovare in essa una memoria del bene originario e l’apertura alla «possibilità» (ibid.) di una rivelazione di Dio, che di quel bene è fondamento. Nel momento in cui accetta per fede che Dio si è rivelato in Gesù Cristo, è pronto ad accogliere la tesi che il Papa è «garante della memoria» (ibid.) della rivelazione cristiana. Il Magistero del Papa entra così nella coscienza, per così dire, dall’interno: «tutto il potere che egli [il Papa] ha è potere della coscienza» (ibid.).

Il cardinale Ratzinger cita come prova del carattere tutt’altro che soggettivo e arbitrario dell’idea di coscienza nel beato Newman precisamente la sua conversione dalla Comunione Anglicana alla Chiesa Cattolica del 1845. «Proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame alla coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi che si trattava proprio del contrario. Da Newman abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza – così ci insegnava Newman – non si identifica affatto col diritto di “dispensarsi dalla coscienza, di ignorare il Legislatore e il Giudice, e di essere indipendenti da doveri invisibili”. In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla Rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e “la sua [del Papa] raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza” (J. H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk, Coscienza è libertà, a cura di V. Gambi, Paoline, Milano 1999, p. 226)» (Ratzinger 1990, 433-434).

«Questa dottrina sulla coscienza – continuava nel 1990 il cardinale Ratzinger – è diventata per me sempre più importante nello sviluppo successivo della Chiesa e del mondo. Mi accorgo sempre di più che essa si dischiude in modo completo solo in riferimento alla biografia del Cardinale, la quale suppone tutto il dramma spirituale del suo secolo. Newman, in quanto uomo della coscienza, era divenuto un convertito; fu la sua coscienza che lo condusse dagli antichi legami e dalle antiche certezze dentro il mondo per lui difficile e inconsueto del cattolicesimo. Tuttavia, proprio questa via della coscienza è tutt’altro che una via della soggettività che afferma se stessa: è invece una via dell’obbedienza alla verità oggettiva. Il secondo passo del cammino di conversione che dura tutta la vita di Newman fu infatti il superamento della posizione del soggettivismo evangelico, in favore d’una concezione del Cristianesimo fondata sull’oggettività del dogma […]. E solo così, attraverso il legame alla verità, a Dio, la coscienza riceve valore, dignità e forza» (ibid., 434).

Quando a proposito della conversione al cattolicesimo ricordiamo che il beato Newman fu «mosso dal seguire la propria coscienza, anche con un pesante costo personale» (Benedetto XVI 2010g), o che san Tommaso Moro (1478-1535), giustiziato per ordine del re Enrico VIII (1491-1547), di cui era stato Lord Cancelliere ma che non aveva voluto seguire nella sua rivolta contro il Papa, «fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al proprio sovrano, di cui era “buon servitore”» (Benedetto XVI 2010h), non ci riferiamo a opzioni o semplici preferenze soggettive ma a un rapporto con la verità oggettiva – «quella verità [che ultimamente] è nient’altro che Gesù Cristo» (Benedetto XVI 2010g) – così forte da rendere disposti a sacrificare affetti, amicizie e perfino la proprio stessa vita. E la questione della coscienza ha un diretto collegamento con il rapporto fra fede e ragione. Il beato Newman, insegna Benedetto XVI, fu insieme «intellettuale e credente, il cui messaggio spirituale si può sintetizzare nella testimonianza che la via della coscienza non è chiusura nel proprio “io”, ma è apertura, conversione e obbedienza a Colui che è Via, Verità e Vita» (Benedetto XVI 2010v).

giovedì 21 ottobre 2010

Ciò che nel passato era incontestato oggi ormai dev’essere giustificato: il Concilio e i suoi pretesi frutti.

Il ritorno alla Tradizione è ineluttabile

Intervista con Don Niklaus Pfluger,
primo assistente generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
rilasciata a The Angelus, la rivista del distretto della FSSPX negli Stati Uniti, - ottobre 2010
pubblicata sul n° 223 di DICI del 16 ottobre 2010

The Angelus – Come primo assistente del Superiore Generale della Fraternità San Pio X, Lei ha occasione di viaggiare molto. Come distribuisce il suo tempo tra spostamenti e soggiorno presso la Casa Generalizia in Svizzera?

Don Niklaus Pfluger - In realtà i due assistenti del Superiore Generale si trovano molto spesso in viaggio. Dopo il Capitolo generale del 2006, abbiamo dovuto conoscere i sacerdoti, i loro priorati e le diverse comunità sparse nel mondo. In questi ultimi anni, ci siamo assentati dalla Casa Generalizia per circa i due terzi del tempo. Per esempio, nel 2008, don Alain-Marc Nély ed io siamo rimasti a Menzingen rispettivamente 111 e 112 giorni.

The Angelus – Quanti ritiri predica ogni anno e a chi?

Don Niklaus Pfluger - Da sei a otto. Nel 2010 ce ne saranno perfino nove. Quattro ci sono già stati in Inghilterra, Canada, Stati Uniti e Messico. Ne predicherò un altro in Francia per una comunità di sacerdoti amici della Fraternità. I rimanenti quattro riguarderanno dei religiosi: carmelitani, benedettini e oblati della Fraternità

The Angelus – Ha la percezione che la Fraternità si sviluppi?

Don Niklaus Pfluger – Numericamente, sicuro. L’apostolato nelle scuole e nelle missioni è in crescita in tutto il mondo, e bisogna aggiungere l’apostolato condotto con le pubblicazioni e la catechesi su internet. In certe regioni il numero dei fedeli aumenta: negli Stati Uniti, in Francia, In Italia, in Polonia, in Asia e in Africa. In questi due ultimi posti, il numero delle ordinazioni è stato perfino superiore alla media. In definitiva, ogni anno si aprono nuove case, e questo implica proprio un aumento dell’attività pastorale.
Una gran parte di questa crescita deriva dalle famiglie, cioè dai ragazzi e dalle ragazze che sono lì stati cresciuti. Del pari, a partire dal Motu Proprio Summorum Pontificum, del 2007, numerosi cattolici hanno abbandonato il Novus Ordo per la Tradizione e la Messa tridentina. Questa particolarità mi ha colpito negli Stati Uniti, dove ho potuto visitare diverse cappelle in agosto. Vi sono anche dei sacerdoti isolati che hanno abbandonato la celebrazione della nuova Messa per lavorare con noi.
La disaffezione che deriva dalla crisi all’interno della Chiesa e della società, aumenta ogni anno. In tal modo si apre un più ampio campo d’azione in cui può lavorare la Fraternità, e di conseguenza abbiamo bisogno di un maggior numero di vocazioni sacerdotali e religiose, soprattutto nei paesi di missione.

Cinque anni fa sarebbe stato impensabile mettere in questione il Concilio

The Angelus – Lei pensa che l’influenza della Fraternità San Pio X aumenti allo stesso modo?

Don Niklaus Pfluger – È un aspetto del tutto diverso del nostro sviluppo, ma è certo che l’influenza della Fraternità sulla Chiesa universale aumenta regolarmente. E non si tratta solo del caso di molti di quei giovani sacerdoti conservatori che hanno iniziato a celebrare la Messa tridentina nel mondo intero. Per loro, la Fraternità rappresenta una speranza reale e un riferimento stabile in mezzo al caos teologico e pastorale attuale.
I colloqui teologici con Roma indicano che, quali che siano le ragioni, noi siamo presi sul serio dal Papa. Cinque anni fa sarebbe stato impensabile mettere in questione il Concilio. Oggi, Roma fa marcia indietro e tenta di darne una nuova interpretazione allo scopo di salvarlo. Ciò che nel passato era incontestato oggi ormai dev’essere giustificato: il Concilio e i suoi pretesi frutti. Questa è una novità. Senza la Fraternità San Pio X sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa. La Fraternità è sempre stata una pietra d’inciampo, ma ormai dobbiamo essere presi sul serio e non è possibile ignorarci.
Gli avvenimenti degli ultimi mesi, e soprattutto dell’anno scorso in Europa, ce lo dimostrano. Di tanto in tanto, certi vescovi modernisti danno l’impressione di odiarci, noi e la Tradizione. Questo significa che facciamo loro paura. Che talvolta i media ci attacchino violentemente – penso al servizio televisivo «Les Infiltrés» in Francia o alla campagna di stampa del 2009 – dimostra che non possono più ignorare la Tradizione e che invece sono obbligati a prenderci sul serio.
Infine, benché in genere non se ne parli, vi sono molti membri della Fraternità nel mondo, religiosi e laici, che con la grazia di Dio avanzano nella via della santità. Si tratta di una presenza particolare di Dio nella nostra epoca.

The Angelus – Quali sono i compiti più difficili per la Fraternità San Pio X?

Don Niklaus Pfluger – La perseveranza. Mantenere lo spirito di fortezza e di perseveranza. Le minacce principali non vengono dall’esterno, ma da noi stessi. La crisi continua e diventa più violenta. Si produce un effetto di usura. Ne deriva un doppio rischio: che si perda il coraggio e la speranza, che sorgano la rassegnazione e il disfattismo, e che le persone perdano lo slancio e la motivazione e forse anche il fervore dei primi tempi. Di conseguenza, talvolta si sentono esprime dei sentimenti del tipo: «Voi non potete far niente».
Oppure, cosa ancora peggiore, si tenta di accomodare la verità, di normalizzarla; di voler fare la pace ad ogni costo, di volersi accontentare del compromesso. È dunque importante prendere coscienza del nostro dovere – sia da parte dei laici, sia da parte dei sacerdoti – ed è necessario riscoprire l’entusiasmo e lo spirito di fede degli inizi della Fraternità e del suo fondatore. Noi siamo un’opera della Chiesa! Noi non stiamo salvando la Messa e la fede solo per noi stessi, noi abbiamo un compito nella Chiesa e per la Chiesa. Noi siamo missionari; la situazione critica della Chiesa e delle anime non può lasciarci indifferenti.

L’illusione secondo la quale ci si addormenterebbe modernisti e ci si sveglierebbe cattolici!

The Angelus – Certuni suppongono che la Fraternità stia andando verso un compromesso con Roma. Sa che cosa ha potuto far nascere un tale timore?

Don Niklaus Pfluger – Sono timori senza fondamento. Si tratta soprattutto di lagnanze provenienti da persone che sono all’esterno e che pensano di poter giudicare le questioni interne alla Fraternità. Questi timori non provengono da uno spirito di fede. Gli autori di queste illazioni – soprattutto persone vicine alle idee sedevacantiste – non vogliono ammettere che qualcosa è cambiato. Oppure hanno semplicemente una cattiva visione della soluzione di questa terribile crisi della fede. Pensano che la Chiesa moderna ridiventerà cattolica dall’oggi al domani: è l’illusione secondo la quale ci si addormenterebbe modernisti e ci si sveglierebbe cattolici. Come se fosse facile! Il ritorno verso l’ortodossia, una vera riforma, è un cammino lungo e arduo. Ci sono voluti dei decenni perché i decreti del Concilio di Trento fossero applicati in una certa misura. Le regioni che si erano votati all’arianesimo, in Oriente e in Occidente, hanno impiegato un certo tempo per ridiventare cattoliche.
Noi non facciamo dei compromessi. Mons. Fellay, quando tratta con Roma, non ha né un piano, né una strategia, né una politica segreta, riguardo alle verità di fede. Noi dobbiamo rispondere ad una nuova situazione. Noi dobbiamo dire a questa «Chiesa conciliare»: «Fermatevi! Non potete continuare così. Vi è un grande problema all’interno della Chiesa. Il Concilio è la causa di questa apostasia e non la soluzione della crisi». Certuni vogliono rinchiudersi in una sorta di ghetto, aspettando che passi la crisi. È un segno di debolezza della fede, non è la posizione cattolica. Come ci dice Nostro Signore nel suo discorso della montagna, la luce dev’essere messa sopra il lucerniere e non nascosta sotto il moggio.
In realtà, solo una piccola minoranza di sacerdoti e di fedeli ha paura. La grande maggioranza ha fiducia nelle autorità della Fraternità e nel Superiore Generale. All’inizio del mese di luglio si sono riuniti a Ecône, per diversi giorni, tutti i superiori della Fraternità. Grazie a Dio, abbiamo avuto la gioia di constatare la nostra profonda unità sulle questioni essenziali, cosa che non è facile in tempi così torbidi come quelli che viviamo.

The Angelus – Si accusa spesso la Fraternità San Pio X di essere «fondamentalista». Cosa risponde?

Don Niklaus Pfluger – Il problema non è il fondamentalismo in se stesso, quanto piuttosto da quale fonte esso trae i suoi principi e in che direzione va. Un musulmano fondamentalista è chiaramente un problema perché dobbiamo temere degli atti terroristici. Un cristiano fondamentalista, in se stesso, non è un problema perché la nostra religione è una religione d’amore.
Allora, se ci si tratta da «fondamentalisti», questo significa che il mondo moderno, cioè il liberalismo, ha voltato le spalle a Dio e trova i suoi principi e i suoi valori in se stesso. È principalmente per questo che il mondo si allontana dalla cristianità, che la combatte – o meglio – non la comprende. Esso chiama «fondamentalismo» ciò che è semplicemente fondamentale e radicale.
Quando un cristiano lascia il suo fondamento radicale, che è Cristo, non diventa come un fondamentalista musulmano, piuttosto come il sale che ha perduto il suo sapore. Numerosi cattolici moderni sono il migliore esempio di questa «cristianità che ha perso i suoi principi». Il mondo odierno non ha alcun bisogno di combatterli e non verranno perseguitati. Essi si staccano dalla loro fede come le foglie morte che cadono dall’albero. Tutto il contrario dei cristiani missionari e convinti che sono l’orgoglio della Chiesa. Noi li chiamiamo martiri poiché hanno testimoniato la loro fede in Nostro Signore Gesù Cristo.

Dio non ha salvato il mondo con le risorse del mondo,ma con una mangiatoia e una croce.

The Angelus – Qual è il modo migliore per la Fraternità per reagire in un mondo ostile alla fede cattolica?

Don Niklaus Pfluger – Ce l’ha insegnato Cristo stesso: «Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo». Vi è una tensione, ma questa tensione è anche la soluzione. Gli Apostoli lo capirono. Poiché la loro fede era debole non furono capaci di sopportare l’odio del mondo contro il loro Maestro, la sua Passione e la sua Croce. Per paura dei Giudei si rinchiusero a doppia mandata. Ma dopo la Pasqua e la Pentecoste, la loro fede in Nostro Signore divenne incrollabile, andarono verso il mondo, e Pietro, il primo papa, convertì 3000 Giudei e pagani con un solo sermone. San Giovanni riassume questa esperienza della fede capace di muovere le montagne con questa sentenza: «Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo. E ciò che ci fa ottenere la vittoria sul mondo è la nostra fede».
La Fraternità San Pio X deve fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto fino al Concilio Vaticano II: andare nel mondo intero, predicare e battezzare. In più, noi non dobbiamo temere né il mondo, né i Giudei, né i media. Sodoma e Gomorra non sono un’invenzione della lobby omosessuale del XX secolo, le ritroviamo già nell’Antico Testamento. Si crede veramente che i tempi fossero più facili duemila anni fa? Dio non ha salvato il mondo con le risorse del mondo, ma con una mangiatoia e una croce. San Benedetto non ha incendiato Roma, ma ha rinnovato il mondo cristiano con la sua divisa Ora et labora. È una sciocchezza voler convertire il mondo con l’intelligenza umana, con le sue astuzie e i suoi argomenti furbi. Alla fine dobbiamo comprendere – e credere! – che non esistono altri mezzi per salvare questo mondo malefico, pieno di vizi e di menzogne, se non la fede in Gesù Cristo. È questa la nostra forza! E se non siamo molto forti è perché non è forte la nostra fede!

The Angelus – Scorge dei segni che indicherebbero che Roma cerca una sorta di restaurazione?

Don Niklaus Pfluger – Cosa si intende per «Roma»? Il Papa, la curia, i cardinali, certi prelati? Difficile dirlo. Subito si impone una distinzione. Noi possiamo fare una valutazione solo dall’esterno, e vediamo dei segni evidenti: la liberalizzazione della Messa tridentina, il ritiro del decreto di scomunica del 1988, che era ridicolo, la volontà del Papa di discutere di questioni teologiche con noi. Tutto questo non è perfetto, ma è un fatto, è reale.
Anche se si prova a presumere – e non bisognerebbe mai farlo – certe intenzioni del Papa, è ciò che ha fatto che è evidente. Gli attacchi contro Benedetto XVI da parte dei vescovi, dei media e anche dei parlamenti, hanno rivelato che il mondo non ha apprezzato affatto queste misure. Perfino l’imperfetto documento Dominus Iesus sull’unica Chiesa ha provocato la collera dei vescovi ecumenisti della Germania e della Svizzera.
Diciamo di più, il Papa ha lanciato un dibattito che non si fermerà più. Anche se i colloqui teologici dovessero interrompersi domani, anche se venisse pronunciata una nuova scomunica contro la Tradizione, anche se non sopraggiungesse alcun risultato tangibile, il ritorno alla Tradizione in seno alla Chiesa è ineluttabile. I guasti provocati da questo Concilio sono troppi vasti. È come il «crepuscolo degli dei»: sacerdoti e fedeli di buona volontà che vogliono rimanere cattolici si avvicinano sempre più alla Tradizione. Lentamente, certo, un piccolo numero, ma sicuramente. I modernisti lo sanno, e anche il mondo. È questo che spiega questi attacchi contro il Papa e la Chiesa.

The Angelus – Come ha potuto sapere dalla stampa, vi sono molte chiese e molti monasteri in corso di demolizione o messi in vendita. Si tratta di un’evoluzione positiva dal punto di vista della Fraternità San Pio X?

Don Niklaus Pfluger – Certamente no! Ogni indebolimento o declino della vita cattolica è una cattiva notizia e ce ne dispiace. Ma «se il chicco di grano non cade nella terra e muore…», noi viviamo in un tempo di tal fatta. È la promessa di un avvenire nuovo e migliore. A suo tempo l’Anticristo completerà la sua opera, ma prima che questo accada il Cuore Immacolato di Maria trionferà.
La nostra felicità consiste piuttosto nel vedere l’espansione della cristianità e lo sviluppo della vita cattolica nel mondo di oggi. Ogni sacerdote che scopre la Messa tradizionale, ogni ritorno alla vera fede è un segno di speranza. Un prete conciliare forse si dispiacerà constatando che altri sacerdoti hanno più successo, sono più convincenti e apostolici. Questo dovrebbe essere un incoraggiamento, piuttosto che vedere la candela che si consuma all’interno della gerarchia ufficiale della Chiesa. Nella parabola degli operai della vigna, il Signore condanna l’invidia degli operai della prima ora che non hanno saputo riconoscere il momento di grazia. È un serio avvertimento per tutti noi.

The Angelus – I fedeli della Fraternità negli Stati Uniti sono molto più numerosi di 10 o 20 anni fa. Come lo spiega?

Don Niklaus Pfluger – Non solo il numero è più elevato, ma lo sviluppo è più rapido. Il Superiore del Distretto degli Stati Uniti, don Arnaud Rostand, che è Europeo, mi ha detto che da un po’ di tempo in America è presente lo stesso zelo e lo stesso entusiasmo che c’era in Europa negli anni 70 e nei primi degli anni 80. Io spero che potremo fare fruttificare questo entusiasmo, questa generosità e questa lealtà dei cattolici americani. Penso al risveglio delle vocazioni di frati e suore, alla formazione di vere parrocchie e di priorati, al consolidamento delle scuole. Vi è un grande potenziale sul piano quantitativo e qualitativo. Globalmente si tratta di un accrescimento molto incoraggiante.

Oggi, nessun’altra comunità religiosa è tanto perseguitata quanto quella cristiana

The Angelus – Pensa che in avvenire i governi adotteranno un’attitudine antireligiosa?

Don Niklaus Pfluger – Un’attitudine antireligiosa e la persecuzione dello Stato sono già di attualità, è il pane quotidiano del cristiano. Il cardinale di Colonia ha recentemente dichiarato che nel mondo di oggi nessun’altra comunità religiosa è tanto perseguitata quanto quella cristiana. Quando i papi del Concilio hanno creduto che il mondo sarebbe divenuto più dolce e più gentile se la Chiesa si fosse adattata con l’aggiornamento, hanno dato prova di coltivare un’ingenua illusione. Come dice il proverbio: «Dai un dito al diavolo e si prenderà tutta la mano». È esattamente ciò che è accaduto.
Forse l’odio crescente e la lotta contro Dio sono gli ultimi sussulti dell’ateismo? In ogni caso, lo Stato non è in grado di fare checchessia contro «la rivincita di Dio». Dopo l’11 settembre 2001, Dio è di nuovo in auge negli Stati Uniti e la religione dev’essere presa sul serio. Anche in Europa questo è sempre più evidente. Alcuni mesi fa, uno dei giornali più liberali della Germania ha pubblicato un articolo sull’argomento, dal titolo: «Mio Dio! Ritorna la religione». Cito l’inizio del testo, che riflette bene questa incapacità dell’ateismo:
«Da Karl Marx fino a John Lennon, i profeti della modernità sono stati unanimi: la religione era condannata. Alan Posener si chiede perché questo non sia accaduto. Quando nel 1966 John Lennon disse che i Beatles erano più popolari di Gesù, il pubblico inglese reagì con un’alzata di spalle. Sembrava così evidente che si trascurava di fare commenti. Dopotutto, i profeti dei tempi moderni ritenevano che la religione fosse essenzialmente una superstizione, secondo Karl Marx “lo spirito di una condizione senza spirito”. Sigmund Freud rifletteva sull’“avvenire di un’illusione” e pensava che sarebbe sparita insieme alla repressione sessuale che aveva generata. In breve, più modernità significava meno religione.
«La cristianità non doveva durare più del culto dei Beatles, diceva Lennon, e sarebbe presto “deperita”. E quello che valeva per i cristiani relativamente illuminati, era ancora più valido, agli occhi dell’uomo moderno, per i musulmani passatisti e psico-rigidi. Poi, due aerei hanno colpito il cuore di Manhattan e dal fondo di questa palla di fuoco Osama Bin Laden ha proclamato la vittoria di Allah. La religione era tornata. Bruscamente gli intellettuali dovettero fare i conti con concetti che avevano relegato negli angoli più oscuri delle più piccole facoltà: sunnismo e shiismo, sharia, fatwa e jihad.
«Con l’11 settembre, l’islam non è il solo a tornare. Il nemico mortale di Osama alla Casa Bianca, il presidente George W. Bush, era un cristiano born again. Egli apriva ogni riunione con i suoi più stretti collaboratori con una preghiera… All’inizio del millennio, sarebbe stato quasi indecente che un intellettuale tedesco confessasse la sua fede cattolica. Cinque anni più tardi, tutti concordano nel sostenere che l’ateismo è “intellettualmente povero”, come ha sottolineato lo scrittore cattolico, Martin Mosebach, che così ha lanciato un attacco contro il secolo de Lumi e ha tracciato un filo rosso dalla Rivoluzione Francese a Himmler e all’olocausto…»

«La spina dorsale della maggior parte dei vescovi è come la camera d’aria di una ruota di bicicletta»

The Angelus – Se i vescovi cattolici di numerosi paesi non si pronunciano chiaramente su alcuni problemi relativi alla legge naturale, come l’aborto e l’insegnamento cattolico sulla sessualità, si tratta di una coincidenza oppure della conseguenza dell’evoluzione della Chiesa?

Don Niklaus Pfluger – Talvolta tale silenzio potrebbe essere effettivamente la conseguenza di un’attitudine modernista: una nuova fede genera una nuova moralità. Evidentemente, noi lo deploriamo. La loro fede «illuminata e moderna» è così banale, fragile e ridicola. Questi seguono un Messia di cui non credono nemmeno che sia risuscitato dai morti, che la sua tomba sia realmente vuota e che Egli sia il vero Dio! Mi torna in mente una vecchia battuta: un gesuita chiama il suo Superiore Generale e gli dice: «Ascolti, abbiamo trovato la tomba di Gesù, e non è vuota». Segue un lungo silenzio. Finalmente il Superiore Generale gli chiede: «Vuoi dire che è veramente esistito?». La fede moderna adattata al mondo è senza convinzione e senza forza. Ma è possibile che vi siano molti altri vescovi che semplicemente non hanno il coraggio di proclamare la verità. Il potere dei media, al pari della paura dell’opinione pubblica, sono quindi più grandi della lealtà verso Cristo e dell’amore per la verità. Un noto critico tedesco del periodo postconciliare, il Professore George May, un giorno ha detto: «la spina dorsale della maggior parte dei vescovi è come la camera d’aria di una ruota di bicicletta». È davvero urgente pregare per il Papa e la Chiesa!

The Angelus – Quale sarebbe il mezzo più efficace per rafforzare la credibilità della Chiesa?

Don Niklaus Pfluger – La fede vivente. La Chiesa riguadagnerà la sua credibilità solo se i suoi membri vivranno la fede. La fede non è semplicemente un passatempo o un giuoco intellettuale. È la vita, l’impegno, l’azione. «Il Signore vuole vedere delle opere», dice la grande Santa Teresa d’Avila. L’albero deve dare dei frutti, se no è maledetto. Una cristianità senza opere, senza frutti e senza virtù non è degna di questo nome. San Tommaso d’Aquino spiega, molto giustamente, che il cristiano dev’essere la luce del mondo, e per pervenirvi egli dev’essere prima il sale della terra, il che significa che deve acquisire le virtù e deve poi applicarle concretamente. È questa la fede profonda e vivente; una fede che non è solo un patrimonio, un’eredità, ma che è coronata dall’«amore missionario», come scriveva Mons. Lefebvre.