martedì 22 gennaio 2013

candidati

Candidatus 

Ci siamo, tra un mese si vota per il rinnovo del Parlamento. A giorni saremo invasi dai “santini”, le nostre cassette per le lettere traboccheranno di promesse, di volti sorridenti, rassicuranti, sbarbati e puliti. Tornano i candidati. Dilagano (a dire bugie) in TV.

Nell’antica Roma gli aspiranti al Senato e a qualsiasi altra carica dovevano indossare una tunica bianca  (candida) per essere riconosciuti, interpellati e pesati.

Noi li abbiami già pesati e li abbiamo già trovati mancanti.

La res publica non poteva e non può essere affidata a gente che si è dimostrata inaffidabile. 


 Recordamini, cives, 

quanta virtute maiores nostri 

libertatem patriae tuiti sint.




lunedì 21 gennaio 2013

XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013. Resoconto di Cristina Siccardi – (prima parte)


 
XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013.
resoconto di Cristina Siccardi
(prima parte)

Il dibattito sul Concilio Vaticano II è entrato nel vivo e mentre gli argomenti declamatori hanno perso consistenza di fronte all’anacronismo degli ottimistici entusiasmi di un’utopica primavera della Chiesa degli anni Sessanta (quando si volle gettare la Chiesa in un imprudente dialogo con il mondo), chi osa, con coraggio, profonda Fede e amore per la Chiesa, mettere sotto esame il più problematico Concilio della storia offre l’opportunità ai credenti di comprendere le mosse di una rivoluzione che ha reso sismica la zolla su cui poggia la cattolicità. In questi giorni, dal 4 al 6 gennaio 2013, si è tenuto, fra Versailles e Parigi, l’XI Congresso Teologico Internazionale, organizzato dalla dotta e valorosa testata Courrier de Rome, in collaborazione con D.I.C.I., sotto la Presidenza di S.E. Monsignor Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Tema della tre giorni è stato: Vatican II, 50 ans après: quel bilan pour l’Église? Ossia: «Vaticano II, 50 anni dopo: quale bilancio per la Chiesa?».
I relatori che si sono susseguiti al tavolo dei lavori hanno offerto una disamina ampia e approfondita sulle diverse problematiche sorte nel XXI Concilio. Le tesi proposte hanno realisticamente affrontato, sia da un punto di vista storico, che filosofico, che dottrinale, il problema dello scollamento fra la Chiesa della Tradizione e coloro che si sono lasciati trascinare dalle seduzioni filosofico-culturali del mondo moderno.

Il primo giorno del Congresso, quando è stato proposto il punto di vista storico, l’Abbé François Knittel, priore di Strasburgo, ha compiuto una panoramica in merito ai rapporti fra la FSSPX e la Santa Sede, Accettare il Vaticano II e la Nuova Messa: da Paolo VI a Benedetto XVI. I problemi di carattere disciplinare della Fraternità Sacerdotale San Pio X sorti sotto i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo II vengono ad assumere, secondo la spiegazione di Knittel, una prospettiva nuova sotto Benedetto XVI, il quale chiede alla FSSPX una regolarizzazione mentre si compiono alcuni importanti passi: liberalizzazione della Messa di sempre del 2007 e revoca delle scomuniche dei quattro Vescovi consacrati da Monsignor Marcel Lefebvre nel 1988.
Il problema, dunque, si è spostato dal punto di vista disciplinare a quello dottrinale; infatti vengono aperti i colloqui dottrinali tra la Santa Sede e la FSSPX nell’ottobre 2009, che si chiuderanno nell’aprile 2011.
«Sembra chiaro che, le proposte romane si sono gradualmente spostate dalla materia canonica e disciplinare», esistenza della Fraternità, dei seminari, dei priorati..., «a quella dottrinale. Ma l’accettazione del Concilio e la Messa di Paolo VI, come richiesto dalle attuali autorità della Chiesa, sono prerequisiti non negoziabili». Dunque per avere un riconoscimento canonico ed un ritorno “alla piena comunione” le autorità romane chiedono, per il momento, l’accettazione sine qua non del Vaticano II e della Nuova Messa.
Padre Knittel ha spiegato che non si tratta di una lotta statica, ma dinamica e in divenire e, pertanto, diviene basilare gettare uno sguardo sia al passato più lontano che a quello più vicino, restando «fedeli a ciò che Dio si aspetta da ciascuno di noi hic et nunc. Tuttavia, col trascorrere del tempo, siamo esposti a molti pericoli: pericolo per i giovani di ignorare il passato, quando essi non erano né attori né testimoni; pericolo per i più adulti di dimenticare il passato e di limitare la valutazione o, al contrario, di congelare il passato che si dissocia dai più recenti sviluppi».
A volte c’è bisogno di fermarsi, di esaminare tutto il “dossier”, di abbracciare in un colpo d’occhio il passato e il presente per cogliere le sfumature, il progresso, le battute d’arresto, le accelerazioni, le decelerazioni, la logica. Questo è ciò che ci proponiamo di fare oggi circa l’accettazione del Concilio Vaticano II e la riforma liturgica. Per fare un simile esame ci si può avvalere di varie fonti, fra le quali: i discorsi di Paolo VI e di Benedetto XVI sulla riforma liturgica e l’accettazione del Concilio; le proposizioni presentate alla Fraternità San Pio X dal 1975 fino a giugno 2012; le iniziative relative alla celebrazione romana della Messa tradizionale dal 1980 al 2011.
Per la Fraternità, ha detto Knittel, come per la Chiesa fino al Concilio Vaticano II, la Tradizione è il Depositum Fidei, vale a dire l’insieme di verità che costituiscono la Rivelazione, chiusasi con la morte di san Giovanni Evangelista. Pertanto la Tradizione è un insieme di verità intellettualmente accettabili ed eterne, la cui mutabilità consiste nell’immutabilità dell’oggetto, benché possano essere approfondite. In questa concezione la Tradizione è la continua ripetizione dell’esperienza di fede fatta dalla Chiesa apostolica. Ma la prospettiva ha avuto un mutamento: la continuità non risiede più nell’oggetto eterno ed immutabile, ma nel soggetto che prova e produce l’esperienza religiosa. Così il solo ricercare, tramite l’esegesi dei testi conciliari, la continuità o meno con la Tradizione viene ritenuto da alcuni un metodo che mette in discussione l’assistenza dello Spirito Santo. Tuttavia, rimane questa la via lecita da praticare per comprendere le sfasature, le ambiguità e fare spazio alla chiarezza.
«Il Vaticano II e la Messa nuova sono stati la nuova anima della Chiesa conciliare e l’accettazione dell’uno e dell’altro erano la conditio sine qua non per una regolarizzazione canonica. Sono passati dieci anni e le cose non sono cambiate. Il ragionamento delle autorità romane è sempre lo stesso: da quando c’è stato il nuovo Concilio e la promulgazione della nuova Messa ogni cattolico deve accettare l’uno e l’altra.
Senza mettere in discussione l’autorità, la Fraternità afferma che la correttezza di una legge dipende anche dalla ragione finale del bene comune. Ma oggi non c’è dubbio sulla crisi universale che affligge la Chiesa dopo il Concilio. Dottrina, catechismo morale, liturgia, educazione cattolica, università, disciplina ecclesiastica: tutto è sconvolto». Non è forse perché gli insegnamenti delle riforme conciliari e post-conciliari hanno errato qualcosa? Dunque, si è chiesto l’Abbé Knittel, come «lavorare alla salvezza delle anime in questo contesto?». In primo luogo, rifiutando di aderire alle questioni controverse del Concilio e rifiutando di riconoscere la legittimità della nuova Messa. Questo rifiuto rispettoso cerca e spera correzioni nella dottrina, nella disciplina canonica e tradizionale. «A coloro che sono stati sedotti dal miraggio delle novità e che dubitavano dei principi tradizionali, è importante mostrare, non da un ragionamento, ma dai fatti, la fertilità inesauribile di questi principi tradizionali. Non bisogna infatti dimenticare che questo era e rimane la missione della Fraternità Sacerdotale San Pio X nella Chiesa».

Con l’intervento del Professor Roberto de Mattei si è preso atto che la storia è una scienza che dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione nelle discipline ecclesiastiche. Certamente il pensiero cattolico del Novecento annovera grandi teologi, grandi filosofi, grandi moralisti, grandi maestri di vita spirituale, ma nessun grande storico ha saputo unire la vastità della scienza e dell’erudizione alla pienezza della fede ortodossa.
«Eppure la storia - mi riferisco soprattutto alla storia della Chiesa - può portare immensi benefici alla restaurazione culturale e morale di un popolo. Basti pensare alla benefica influenza, nel XIX secolo, della monumentale Histoire universelle de l’Eglise catholique di René Francois Rohrbacher in 28 volumi, con sette edizioni dal 1842 al 1901, e traduzioni in italiano, inglese e tedesco. Quest’opera ha avuto una influenza sul pensiero cattolico dell’Ottocento non minore delle opere del conte Joseph de Maistre. Il presidente dell’Ecuador Garcia Moreno la lesse due volte durante il suo soggiorno a Parigi e anche grazie ad essa si fece definitivamente e irrevocabilmente cattolico.
Opere di questo genere oggi mancano e la ragione principale di quest’assenza dall’orizzonte culturale ecclesiastico sta, a mio avviso, nella perdita del senso storico, che è la comprensione delle vicende umane, nelle loro cause e nelle loro conseguenze, da un punto di vista innanzitutto soprannaturale. Dom Guéranger, il grande abate di Solesmes, che appartiene alla stessa scuola ultramontana di Rohrbacher, definisce lo storico cattolico come colui che “juge les faits, les hommes, les institutions au point de vie de l’Eglise; il n’est pas libre de juger autrement, et c’est là qui fait sa force”».
Con il Modernismo si fece strada una nuova concezione della storia, la quale ha capovolto la prospettiva di dom Guéranger, affermando che sono le scienze umane, la storia e le sue discipline ausiliari, come la filologia, l’archeologia, la sociologia, ad illuminare la fede e ad offrire una migliore comprensione di essa. Mons. Louis Duchesne, maestro di Alfred Loisy all’Institut Catholique, è stato l’iniziatore di un nuovo metodo che si è progressivamente esteso all’esegesi e a tutte le discipline ecclesiastiche. «È il cosiddetto metodo storico-critico, a cui oggi tutti si rifanno, contrapponendolo al metodo apologetico tradizionale». Il professor de Mattei ha proseguito spiegando che il metodo storico-critico, ovvero la ricerca accurata delle fonti, il rigore filologico e la obiettività nell’accertamento dei fatti, venne già utilizzato da Eusebio di Cesarea e ha avuto eccellenti rappresentanti fino al barone Ludwig von Pastor, al Cardinale Hergenrother, all’eccellenza degli Annali Ecclesiastici del Cardinale Baronio. «Oggi però, con questo termine, si intende affermare una concezione secolarizzata della storia: proprio quella che dom Guéranger criticava nella sua polemica con Albert de Broglie e che san Pio X ha condannato nella Pascendi».
Lo storico cristiano deve manifestare la propria fede, deve leggere i fatti alla luce di essa e dell’intervento della Divina Provvidenza nelle falde della storia umana oppure deve scimmiottare gli scienziati acattolici? Per essere veramente cristiano deve respingere l’approccio naturalista che allontana la presenza del soprannaturale dalla storia e riduce la realtà ad una pura dimensione fenomenica e sensibile. «Lo storico cattolico non è colui che va a Messa la domenica e poi nella sua professione si adegua alle regole imposte dalla corporazione universitaria. È invece colui che nella sua opera cerca la verità dei fatti, e di questi fatti dà un’interpretazione unitaria, alla luce della fede cattolica».
La perdita del senso soprannaturale fa smarrire la teologia della storia cristiana, conducendo a derive protestantizzanti con conseguenze disastrose, come è accaduto, per esempio, a Jacques Maritain, il quale fonda il suo «“umanesimo integrale” su di un postulato storico radicalmente erroneo: quello della irreversibilità del mondo moderno, nato dalla Rivoluzione francese. Lo storico cattolico sa che nulla è irreversibile nella storia e soprattutto che la storia non crea i valori, ma è sottomessa e giudicata da essi. Il pensiero cattolico del Novecento ha fatto propria invece la concezione hegeliana della storia come Weltgeist”, “il cammino razionale, necessario dello spirito del mondo”. La storia si trasforma in un percorso irreversibile, in cui il dato cronologico del novum coincide con quello qualitativo del melius». L’idea immanentista provoca uno sconcertante ribaltamento di superbia umana: la Chiesa non ha più un ruolo guida, ma deve accompagnare e, dunque, adeguarsi, al cammino della storia. «È questa la concezione della storia espressa dal cardinale Martini quando, nella sua ultima intervista, ha affermato che la Chiesa “è indietro di 200 anni”, ovvero l’arco di tempo che la separa dall’evento fondatore della Rivoluzione francese». Ecco che l’essenza del Concilio Vaticano II sta nel tentativo di conciliare la Chiesa con il mondo moderno nato proprio dalla Rivoluzione francese; tentativo fallimentare «perché fondato su di un postulato erroneo, smentito dalla stessa storia: la tesi della irreversibilità della modernità».
De Mattei, come d’altra parte nel suo libro Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, formula un giudizio storico sull’Assise nel suo insieme, a differenza del giudizio teologico di Monsignor Brunero Gherardini che, in qualità proprio di teologo, separa i documenti del Concilio dall’evento, considerandoli nella loro formulazione, «sicut litterae sonant ed ognuno ha una diversa portata teologica e un diverso grado di autorità e di cogenza. Se la grandezza del teologo sta nella sua capacità di distinguere, il valore dello storico sta nella sua capacità di ridurre ad unum, cioè di cogliere l’essenza, il momento unitario, della molteplicità degli eventi nel loro fluire. La confusione dei due livelli, quello storico e quello ermeneutico, sarebbe un grave errore di ordine epistemologico.
Concordo con la scuola di Bologna, quando afferma che il Concilio Vaticano II non può essere ridotto alle sue decisioni dottrinali, ma la mia distinzione tra la dimensione fattuale e quella dottrinale del Concilio, non ha nulla a che vedere con quella proposta da Giuseppe Alberigo nella sua Storia del Concilio Vaticano II: Mentre io distinguo tra storia e teologia, e affermo il primato della teologia sulla storia, Alberigo, sulla scia della scuola di Le Saulchoir, assorbe la teologia nella storia e fa della storia stessa un locus theologicus. Per lo storico bolognese, come per il suo maestro Chenu, l’essenza della Chiesa si attua in forma storica e il compito di individuare la mutevolezza delle forme spetta agli storici. L’atto magisteriale è destinato ad essere storicizzato e relativizzato, all’interno di un processo dialettico in cui l’ “evento” prevale sulla dottrina, lo “spirito” sul documento. Lo “Spirito” non è la terza persona della Santissima Trinità, ma una sua versione secolarizzata: è lo spirito del mondo, immanente alla storia. Il principio di immanenza sostituisce quello di trascendenza, perché la trascendenza impedisce all’uomo di vivere la propria fede all’interno del mondo».
Il Concilio Vaticano II è stato presentato come una «nuova Pentecoste» che ha sostituito la metafisica alle leggi della pastoralità e dell’aggiornamento, divenute così fondanti da accantonare la dimensione dottrinale e provocando delle aspettative psicologiche entusiastiche già nella costituzione apostolica Humanae salutis (25 dicembre 1961), con la quale Giovanni XXIII convocò il Concilio al fine di interpretare «i segni dei tempi» (Mt. 16,3) e come rivelò nel discorso Gaudet Mater Ecclesia dell’11 ottobre 1962, il Papa si oppose a quei «profeti di sventura» che «annunziano sempre il peggio quasi incombesse la fine del mondo» e fra le «“profezie di sventura” Papa Roncalli considerava il Terzo segreto di Fatima, di cui, dopo averlo letto, vietò la diffusione giudicandolo certamente inadatto a comprendere i segni dei tempi», tempi moderni nei quali venne bandita la parola «inferno», un concetto che, nello spirito di «balzo in avanti», appariva a teologi come Küng, Rahner, von Balthasar, Schillebeeckx una rappresentazione nefasta, mitologica «o, pur ammettendone la realtà, lo considerarono “vuoto”. La negazione o il ridimensionamento dell’inferno era peraltro la conseguenza di una concezione implicita nella Gaudet Mater Ecclesiae, secondo cui: “Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di abbracciare le armi del rigore”». La medicina si è dimostrata mortifera sia per la fede che per la morale.
La pianificazione di carattere strettamente umano e non soprannaturale che è stata compiuta durante il Concilio Vaticano II ha prodotto cattivi frutti anche a causa di ciò che è stato volutamente omesso: Jean Madiran fu il primo a portare alla luce, sulla rivista «Itinéraires» del febbraio 1963, l’esistenza di un accordo segreto, avvenuto a Metz, nell’agosto 1962, tra il Cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano e il nuovo Arcivescovo ortodosso di Yaroslav, Monsignor Nikodim, i quali decisero che durante il Vaticano II non si sarebbe parlato del tema principe di quegli anni: il Comunismo. E l’Ostpolitik venne a patti proprio con le autorità sovietiche. De Mattei ha ricordato, a questo proposito, la bella figura del Cardinale Alois Stepinac che, anche nelle ore più buie della sua prigionia e del suo isolamento, non dubitò mai del crollo del Comunismo. Scrisse: «Io probabilmente non vedrò la caduta del comunismo nel mondo, a motivo della mia salute scossa, ma sono assolutamente certo di questa caduta. Tutto ciò che viene costruito contro la natura che Dio ha creato e istituito, deve crollare per intrinseca necessità. Anche qui si potrebbe dire ciò che Gesù dice nel Vangelo: “Ogni piantagione che non ha piantato il Padre mio celeste, sarà sradicata”. Poiché il comunismo nega Dio e lo espone al ridicolo, è ben certo che non lo ha piantato Dio, ma satana. E satana ha perduto la battaglia sul Calvario, e perciò sono sicuro che la perderà anche sul Calvario del Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, la quale oggi sale sul suo Golgota». Ha domandato lo storico italiano a Versailles: «Ma oggi dobbiamo chiederci: erano profeti coloro che ritenevano, come gli artefici dell’Ostpolitik, che occorreva trovare un compromesso con la Russia sovietica, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell’umanità e avrebbe portato a compimento il progetto della modernità; o era profeta il Beato Stepinac e tutti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna? La caduta del Muro di Berlino è la risposta a questa domanda.
Condivido il giudizio di Plinio Corrêa de Oliveira sulla mancata condanna del comunismo: “È’ duro dirlo. Ma l’evidenza dei fatti indica, in questo senso, il Concilio Vaticano II come una delle maggiori calamità, se non la maggiore della storia della Chiesa”».
Propizio il paragone che ha poi fatto fra il paganesimo del IV secolo e quello di oggi: «A Ponte Milvio Costantino aveva sconfitto, in nome della Croce, il paganesimo morente. A Roma, il Concilio Vaticano II abbraccia il neo-paganesimo del XX secolo, senza rendersi conto che è anch’esso morente. Sotto questo aspetto il Concilio Vaticano II può essere definito come il ralliement della Chiesa a quel mondo moderno che il suo Magistero aveva sempre condannato».
Il 12 ottobre 1963, Monsignor Franić, vescovo croato di Spalato, suggerì ai Padri conciliari che, nello schema De Ecclesia, al nuovo titolo di Chiesa «pellegrinante» fosse aggiunta la denominazione tradizionale di «militante», ma la sua proposta fu rifiutata. «L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini. La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, dialogante e immersa nella Storia».
La Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, ha rinunciato alla sua dimensione militante, così alla «teologia agostiniana e ignaziana delle due città, che si combattono nella storia, quella di Dio e quella di Satana, è succeduta una teologia vittimista e catacombale, per la quale si deve cessare di difendere le verità in cui si crede: ma cessando di combattere per queste verità, si cessa di credere in esse, si cessa di amarle, perché chi ama combatte per difendere ciò in cui crede. In realtà la Chiesa che soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro tempo». Tuttavia il combattente cattolico continua ad esistere perché la Chiesa militante non può essere soffocata: è la verità che avanza coraggiosamente di fronte alle menzogne che arretrano miseramente, nonostante l’apparente successo di numeri. «La gioia nella lotta caratterizza il combattente cattolico del XXI secolo, un combattente che guarda al futuro senza dimenticare il passato; che nei momenti di difficoltà ricorre al Magistero vivente della Tradizione; quella Tradizione che oggi illumina i nostri passi, come illuminò i passi di Atanasio l’invitto campione della fede durante la terribile crisi ariana del IV secolo. Atanasio era mosso soprattutto dal suo sensus fidei che, come ci ricorda il beato Newman, durante i settant’anni della crisi ariana fu mantenuto dai semplici fedeli più che dai vescovi i quali, tranne poche eccezioni, quali Atanasio, Ilario di Poitiers, Eusebio di Vercelli, non testimoniarono la fede ortodossa».
Roberto de Mattei ha chiuso la sua conferenza auspicando l’intervento di protettori della Tradizione come sant’Atanasio e come santa Teresa d’Avila, la quale affermava che avrebbe affrontato mille morti per la più piccola cerimonia della Chiesa. Il suo insegnamento possa, quindi, essere di sprone per coloro che non si arrendono e sanno che tutto ciò che non è di Dio è destinato a perire, proprio come la santa dichiarava: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Chi ha Dio di nulla manca. Tutto passa, solo Dio non muta». La Tradizione è ciò che non passa, è ciò che del passato vive nel presente, ciò che deve vivere perché il presente abbia un futuro e «noi siamo convinti che nel nostro futuro sia scritta, grazie all’intervento di Dio, la restaurazione della Chiesa e della Civiltà cristiana. La nostra presenza, la nostra voce, la nostra testimonianza ne è la prova».

(continua)

sabato 19 gennaio 2013

tanto per non dimenticare


Riprendiamo l'elenco di alcune delle 65 proposizioni moderniste formalmente condannate dalla Chiesa con il Decreto "LAMENTABILI", approvato da San Pio X:

Proposizione condannata: 2. L'interpretazione della Chiesa dei Sacri Libri non deve, è vero, essere disprezzata; essa però  soggiace al giudizio piú accurato ed alle correzioni degli esegeti. 
Proposizione condannata: 4. Il magistero della Chiesa non può determinare il genuino senso delle Sacre Scritture nemmeno  con definizioni dogmatiche. 
Proposizione condannata: 5. Siccome nel deposito della fede si contengono solamente le verità rivelate, in nessun modo spetta  la Chiesa di sentenziare sulle asserzioni delle discipline umane. 
Proposizione condannata: 9. Di troppa semplicità e ignoranza danno segno coloro che credono che Dio veramente è l'autore  della Sacra Scrittura. 
Proposizione condannata: 11. L'ispirazione divina non si estende a tutta la Sacra Scrittura al punto che essa preservi da  qualunque errore tutte le singole parti. 
Proposizione condannata: 12. L'esegeta, se voglia utilmente darsi agli studi biblici, deve prima di tutto mettere da parte qualsiasi opinione preconcetta sulla origine soprannaturale della Sacra Scrittura e non  interpretare questa altrimenti che gli altri documenti puramente umani. 
Proposizione condannata: 13. Le parabole evangeliche furono redatte artificiosamente dagli stessi Evangelisti e dai cristiani  della seconda e terza generazione, dando cosí motivo al poco frutto della predicazione di Cristo  presso gli Ebrei. 
Proposizione condannata: 14. In parecchie narrazioni gli Evangelisti riferirono non tanto quello che era vero, quanto quello che, sebbene falso, stimavano piú proficuo ai lettori. 
Proposizione condannata: 15. Gli Evangeli furono accresciuti di continue addizioni e correzioni fino alla definitiva stesura del  canone, perciò nei medesimi della dottrina di Cristo non rimase se non tenue ed incerta traccia. 
Proposizione condannata: 16. Le narrazioni di Giovanni non sono storia propriamente, ma una mistica contemplazione del  Vangelo; i discorsi contenuti nel suo Vangelo sono meditazioni teologiche intorno al mistero  della salute, prive di verità storica. 
Proposizione condannata: 17. Il quarto Vangelo esagerò i miracoli non solamente perché apparissero piú straordinari, ma  anche perché fossero piú adatti a significare l'opera e la gloria del Verbo incarnato. 
Proposizione condannata: 20. La rivelazione non potrebbe essere altro che la coscienza acquisita dall'uomo della sua relazione con Dio. 
Proposizione condannata: 21. La rivelazione costituente l'oggetto della fede cattolica non fu terminata con gli Apostoli. 
Proposizione condannata: 22. I dogmi che la Chiesa propone come rivelati non sono caduti dal Cielo, ma sono una  interpretazione dei fatti religiosi che la mente umana si acquistò con laborioso sforzo. 
Proposizione condannata: 23. Può esistere in realtà una opposizione fra i fatti raccontati nella Sacra Scrittura e i dogmi della Chiesa fondati sopra di essi, sicché il critico può rigettare come falsi alcuni fatti che la Chiesa  crede certissimi. 
Proposizione condannata: 24. Non è da riprovarsi l'esegeta che costruisce delle premesse, dalle quali segue che i dogmi sono  storicamente falsi o dubbi, purché non neghi direttamente i dogmi stessi. 
Proposizione condannata: 25. L'assentimento della fede poggia in ultima analisi su una congerie di probabilità. 
Proposizione condannata: 26. I dogmi della fede sono da ritenersi soltanto secondo il senso pratico, cioè come norma   obbligatoria dell'agire, non però come norma del credere. 
Proposizione condannata: 27. La divinità di Gesú Cristo non si prova dai Vangeli, ma è un dogma che la coscienza cristiana  dedusse dalla nozione di Messia. 
Proposizione condannata: 28. Gesú, quando esercitò il suo ministero, non parlava allo scopo di insegnare che Egli era il  Messia; né i suoi miracoli erano volti a dimostrarlo. 
Proposizione condannata: 29. Si può concedere che il Cristo che ci presenta la storia è molto inferiore al Cristo che è oggetto della fede. 
Proposizione condannata: 35. Cristo non sempre ha avuta la coscienza della sua dignità messianica. 
Proposizione condannata: 36. La resurrezione del Salvatore non è propriamente un fatto di ordine storico, ma un fatto di ordine meramente soprannaturale né dimostrato né dimostrabile, che la coscienza cristiana ha dedotto sensibilmente da altri fatti. 
Proposizione condannata: 37. La fede nella Resurrezione di Cristo in principio non versava tanto sul fatto stesso della  resurrezione quanto sulla vita di Cristo, immortale presso Dio. 
Proposizione condannata: 38. La dottrina della morte espiatoria di Cristo non è evangelica, ma solamente paolina. 
Proposizione condannata: 52. Era alieno dalla mente di Cristo di costituire la Chiesa sulla terra, come società duratura per  lunga serie di secoli; anzi, nella mente di Cristo, il regno del Cielo, unitamente alla fine del mondo, doveva essere prossimo. 
Proposizione condannata: 53. La costituzione organica della Chiesa non è immutabile; ma la società cristiana, non meno della  società umana, va soggetta a continua evoluzione. 
Proposizione condannata: 54. I dogmi, i Sacramenti, la gerarchia, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell'intelligenza  cristiana, le quali ingrandirono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con  incrementi esterni. 
Proposizione condannata: 55. Simon Pietro non ha sospettato mai che da Cristo gli fosse affidato il primato nella Chiesa. 
Proposizione condannata: 56. La Chiesa Romana diventò capo di tutte le Chiese, non per ordinazione della Divina  Provvidenza, ma per circostanze puramente politiche. 
Proposizione condannata: 57. La Chiesa si mostra ostile ai progressi delle scienze naturali e teologiche. 
Proposizione condannata: 58. La verità non è piú immutabile dell'uomo stesso, giacché essa si evolve in lui, con lui, e per lui. 
Proposizione condannata: 59. Cristo non insegnò un determinato corso di dottrina applicabile a tutti i tempi né a tutti gli  uomini; invece iniziò piuttosto un certo movimento religioso adattato e da adattarsi ai diversi luoghi e tempi. 
Proposizione condannata: 63. La Chiesa si dimostra incapace a tutelare efficacemente l'etica evangelica, perché ostinatamente  si attacca a dottrine immutabili, inconciliabili con gli odierni progressi. 
Proposizione condannata: 64. Il progresso delle scienze richiede che si riformino i concetti della dottrina cristiana intorno a Dio, alla creazione, alla rivelazione, alla persona del Verbo incarnato, alla redenzione. 
Proposizione condannata: 65. Il cattolicesimo odierno non potrà accordarsi con la vera scienza se non si trasforma in un cristianesimo adogmatico, cioè in un protestantesimo latitudinario e liberale. 

venerdì 18 gennaio 2013

nessun fedele potrebbe pretendere di ricevere la comunione in mano, in quanto nessuno può reclamare un diritto che di fatto non esiste

Comunione sulla mano:
 
un diritto del fedele?

  
 
No. Diritto è riceverla in bocca. Santo e riverente anche in ginocchio. Un articolo di p. Francesco M. Budani, FI introduce una questione scottante, lasciata spesso in balia dell'equivoco. Con l'auspicio che si faccia chiarezza.


 

 

Il 25 marzo 2004 la Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha promulgato l’istruzione Redemptionis Sacramentum, riguardo alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia. Il suo alto valore normativo risulta con una certa evidenza dal tono globale ed è esplicitato dalle parole conclusive:
 

Questa Istruzione, redatta, per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata approvata dallo stesso Pontefice il 19 marzo 2004, nella solennità di san Giuseppe, il quale ne ha disposto la pubblicazione e l’immediata osservanza da parte di tutti coloro a cui spetta.
 

Premura del beato Giovanni Paolo II che ne dispose la redazione, era evidentemente di correggere prassi non pienamente accettabili e di porre argine a veri e propri abusi circa la Santissima Eucaristia, e ciò spiegando i modi corretti da adottare in relazione ad Essa. È un’istruzione ricca che merita di essere letta e studiata interamente, ma al momento un tale studio esula dalle finalità e dalle capacità di chi scrive. Pertanto ci soffermeremo brevemente su due punti in particolare, la prassi della Comunione sulla mano e la purificazione dei vasi sacri.

 
A riguardo della prassi della Comunione sulla mano afferma che:

 
[92.] Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.
 

E immediatamente dopo, aggiunge che:
 

[93.] È necessario che si mantenga l’uso del piattino per la Comunione dei fedeli, per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada.
 

Da quanto affermato nei due punti consecutivi (92 e 93) sembra che si possa affermare con una certa sicurezza che:
 

Vi è un diritto del fedele a ricevere la comunione in bocca.
 

Vi è un permesso di riceverla in mano. Si tratta quindi di una facoltà concessa, una grazia, che per natura sua è ancora lontana dal costituire un diritto e che, in quanto tale, può essere limitata o addirittura revocata dall’autorità competente senza detrimento alcuno per la giustizia. Infatti, a comprova di ciò, il documento subito impone delle limitazioni, come ad esempio quella di badare con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro.
 

Inoltre, questa licenza data ai fedeli è soggetta al giudizio ultimo del Sacerdote che si trova a distribuire il Sacramento. Infatti, il documento aggiunge che “se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli”.
 

A questo punto ci si potrebbe domandare cosa voglia dire il documento con l’espressione “pericolo di profanazione”. Andando al senso proprio delle parole, il vocabolario Treccani dona di profanazione due definizioni affini entrambe attinenti al caso:
 

1. Azione con cui si compromette, si offende o si annulla il carattere sacro di una cosa, un luogo, una persona: la p. del tempio, degli altari, di una sacra immagine; la p. di una Vestale. 2. In senso estens. e fig., mancanza di rispetto verso chi o verso ciò che merita riguardo, venerazione.
 

Torniamo ora a quanto affermato dall’istruzione: subito dopo aver ammonito di non distribuire la santa Comunione in mano in caso di pericolo di profanazione, essa aggiunge che è necessario l’uso del piattino per evitare che la sacra Ostia o qualche suo frammento cada. Ora, forti del senso proprio del termine profanazione sopra esposto, notiamo che la perentorietà dell’avviso di cui al n.93, e il luogo dove è posto, lascia intendere che se non si evita la possibile caduta di una sacra Ostia o di qualche suo frammento possa in certe circostanze essere una profanazione. Infatti, un’incuria o anche un semplice disinteresse della sorte dei suoi piccoli frammenti non sarebbe come offendere il carattere sacro di essi? Di fatto un vecchio detto popolare recita che l’indifferenza è il maggior disprezzo. Ciò non sarebbe una mancanza di rispetto verso Gesù realmente presente anche nel più piccolo frammento?

 
Per fare un esempio pratico, adatto al nostro caso, può succedere che il sacerdote si trovi a dover distribuire particole friabili, ossia ricche di frammenti: in tali casi, secondo la diretta esperienza dello scrivente, è davvero molto elevato il pericolo che un frammento rimanga sulla mano del comunicando senza che questi se ne accorga, oppure che voli via nel breve tragitto che l’Ostia santa percorre dalla pisside alla mano o dalla mano del comunicante alla bocca. Questo non solo perché l’uso del piattino, pur essendo necessario, realisticamente non sempre è possibile ma anche perché, quando c’è, resta comunque particolarmente difficoltoso usarlo in modo appropriato con coloro che ricevono la santa Comunione in mano, essendo le mani poste più in basso del mento e ben più ingombranti e rimanendo comunque congiunte a due lunghe braccia protese. Non di rado il piattino viene infatti urtato o il ministrante rinuncia semplicemente di sottoporlo.
 

Da quanto esposto, dunque, sembrerebbe che per quanto riguarda il caso suddetto delle ostie poco compatte e ricche di frammenti, ci si possa trovare nel reale pericolo di una profanazione di ciò che di più santo e adorabile abbiamo: la santa Eucaristia, che anche nella più piccola parte contiene Cristo tutto e integro, in corpo, sangue, anima e divinità.
 

Tuttavia, al di là dei casi specifici che si possono verificare, si deve notare che il giudizio ultimo pratico sulla possibilità di distribuire la comunione sulla mano, secondo quanto si evince dalla istruzione, compete alla coscienza del singolo sacerdote, il quale è tenuto a valutare di volta in volta i singoli casi concreti. Qualsiasi ingerenza o imposizione in merito, potrebbe dunque sembrare ed essere recepita come un’illegittima violazione del foro interno. D’altronde, nessun fedele potrebbe pretendere di ricevere la comunione in mano, in quanto nessuno può reclamare un diritto che di fatto non esiste, e nessun superiore può imporre questa prassi in modo indistinto, chiedendo quasi una sospensione del giudizio, poiché nessuno può violare il sacrario della coscienza di un uomo che appartiene solo al Signore.
 

 

p. Francesco M. Budani, FI

 

mercoledì 16 gennaio 2013

il grande Padre Agostino risponde a chi gioca con le parole

dice il "custode" della Fede:
"... i protestanti non si oppongono completamente al cattolicesimo, ...."

dice S. Agostino:
“In molti punti, gli eretici sono con me, in qualche altro no; ma a causa di questi pochi punti in cui si separano da me, non serve loro a nulla di essere con me in tutto il resto” (S. AUG., In Psal. 54, n. 19; PL 36, 641)."

lunedì 14 gennaio 2013

pensieri fini, finalmente!

 
 

 
Massimo Fini

Il Passaparola di Massimo Fini , giornalista e scrittore

C’è un fenomeno che potremmo chiamare trasformista, se il trasformismo non avesse in realtà delle origini… nasce nel 1882, quando la sinistra di De Pretis si allena con la destra di Marco Minghetti, per avere un governo stabile e governare il Paese.

Quello che succede oggi, con questi che passano da un partito all’altro, creano nuovi partiti fittizi, non è trasformismo in senso classico del termine, è semplicemente opportunismo, essendosi creato un vuoto politico con il governo tecnico, tutti cercano di inserirsi e di riprendere e di riposizionarsi per poter poi arrivare in Parlamento e continuare a fare le solite cose, si tratta poi della solita gente, cambiano partito, ne creano, etc., ma è come se tu mescolassi dei bussolotti, ma poi quello che viene fuori è la solita poltiglia che conosciamo da trent'anni. Si ripresentano con casacche cambiate, ma sono gli stessi che sono responsabili della situazione in cui è arrivata l’Italia oggi, e ripeto non solo negli ultimi vent'anni di Berlusconi, ma anche negli ultimi trent'anni, per cui la responsabilità pro quota è di tutti quelli che hanno avuto posizioni di potere in questi trent'anni.

Il trasformismo

"I programmi, diceva Max Weber, hanno un valore semplicemente folkloristico, sono parole, promesse, poi la Storia dimostra che nessuno rispetta mai i propri programmi, sono come dei piazzisti che vengono a elemosinare il tuo voto, facendoti una serie di promesse e poi una volta che hanno ottenuto quello che volevano fanno quello che vogliono.

Sono oligarchie, minoranze organizzate che formano una oligarchia dominante che si auto perpetua! Ed è per quello che non cambia mai niente in questo Paese, l’unica vera classe rimasta su piazza è oggi la classe politica.
Io ho scritto un libro in questo senso, si chiama “Sudditi, Manifesto contro la Democrazia” in cui credo di avere dimostrato abbastanza bene che l’uno vale l’altro e tutti insieme sono una classe che si autotutela i propri interessi!
Il trasformismo ha una origine che potrebbe essere anche nobile, questo è puramente opportunismo, cioè io so che non verrò più eletto nel PDL e vado nel partito di Monti, io so che non ho posto nel Partito di Bersani e vado in un altro partito, ma per mantenere la mia posizione di privilegio.
Io vorrei dire qualche cosa su questa trasmissione di Santoro con Berlusconi, dove purtroppo Berlusconi è uscito come un gigante perché Santoro è un confusionario che non c’entra mai il punto e Travaglio invece di fare il giornalista ha fatto a sua volta l’uomo di spettacolo ed è venuto fuori una sorta di show in cui Berlusconi va a nozze dicendo delle palle sesquipedali ma non è stato contrastato efficacemente, è stato proprio un boomerang, un autogol, del resto è noto che Berlusconi è sempre stato favorito dai suoi avversari.
No, questo non c’entra con il trasformismo, ma con la nostra cretineria e con la cretineria della cosiddetta opposizione e forse con quella degli italiani che dopo anni e anni di televisione sono ridotti a un livello sotto culturale impressionante.
Qualche cosa in questo senso cambia, per esempio l’esempio siciliano, dove il 54% non è andato a votare e il 18% ha votato 5 Stelle, se questa cosa si ripetesse a livello nazionale, vuole dire che due cittadini su tre non credono più a questo sistema, al sistema della democrazia dei partiti. I partiti in realtà sono delle lobby, sono delle associazioni molto simili alla mafia, gli manca l’omicidio e non sempre, ed è la partitocrazia, contro cui i Radicali combattevano in anni lontani e anche io nel mio piccolo, per lo meno dagli anni '80.
Adesso che c’è una crisi economica, la gente si rende conto che il voto è semplicemente un andare a legittimare il ceto politico di sempre, dargli l' autorizzazione non a governarci, ma a comandarci per altri 5 anni. Per cui io spero per le prossime elezioni ci sia un'astensione altrettanto forte o forse più forte, e un successo di 5 Stelle, perché è vero che Grillo ha un suo programma, etc., ma è innanzitutto un movimento antipartiti.
La democrazia così come si è venuta sviluppando in Italia e non solo, la democrazia rappresentativa, non è la democrazia, è una sua parodia, è una truffa, tradisce profondamente il pensiero liberare, perché che cosa voleva il pensiero liberale? I padri fondatori John Locke, Mill e Tocqueville, che cosa volevano? Il pensiero liberale voleva che ognuno potesse esprimere le proprie capacità, potenzialità, meriti, e quindi è antitetico alle lobby, perché le lobby chi premiano? Premiano i propri adepti, e del resto la cosiddetta scuola elitista italiana dei primi del '900, cioè Vilfredo Pareto, Mosca e Michael, l’ha detto in modo inequivocabile e definitivo: cioè 100 che agiscono sempre, dice Mosca, d’accordo tra di loro, prevarranno su mille che invece questo accordo non hanno, cioè sul cittadino libero, che non vuole infeudarsi a queste lobby e mafie, e questo è la democrazia rappresentativa.
Non solo in Italia, per la verità, in Italia in modo particolarmente eclatante, perché non vengono rispettate neanche i minimi fondamentali della democrazia rappresentativa, che ha però questo vizio, ripeto, di origine di creare mafie alias partiti, legati poi a mafie economiche.


Oggi siamo tutti repressi


La Costituzione purtroppo è una dichiarazione, nobile, di intenti ma in realtà c’è tutto e il contrario di tutto, per cui tu puoi manipolare come vuoi la Costituzione.
Facciamo un esempio: l’articolo 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come risoluzione dei conflitti internazionali e basta chiamarla invece che guerra, missione di pace. L’articolo 11 è bello mi pare abbastanza fondamentale, perché ammette la difesa, ma non l’attacco agli altri. Noi siamo da 11 anni in Afghanistan a fare i servi degli americani, facendo guerra all’Afghanistan, in realtà, nessuno dice niente su questo, anzi mi piacerebbe che 5 Stelle su questa cosa si soffermasse. Noi spendiamo oltre un miliardo l’anno per tenere i soldati in Afghanistan a uccidere gente o ogni tanto a farsi uccidere. Ora, non è che con un miliardo tu risolvi una economia, però per esempio alcune cose potresti tamponarle, per esempio il problema degli esodati. Siamo lì, con arroganza, inutili, perché non combattiamo i Talebani e anzi li paghiamo perché non ci attacchino, perché questa è la situazione, non solo noi, anche altri contingenti, e spendiamo questi soldi del tutto inutilmente, solo per fare un piacere all’amico americano, solo per fare i servi dell’amico americano, sono 60 anni che ci comportiamo in questo modo, invece di guardare agli interessi nazionali, siamo sempre lì in ginocchio davanti agli americani.
Ora è vero che ci hanno salvato dal nazifascismo, però come dice la Littizzetto, ogni tanto i comici hanno battute fulminanti: "Quando è che scade il mutuo?". Sono passati 65 anni mi pare! Noi, in Italia abbiamo una serie di Basi Nato, ovunque, ma anche una serie di basi americane che sono totalmente extraterritoriali. Quando è successa la cosa del Cermis i piloti che hanno fatto 14 morti non abbiamo potuto giudicarli, sono stati “non giudicati” negli Stati Uniti, insomma, hanno potuto e possono fare quello che vogliono.
E’ una situazione di sudditanza politica, militare, economica, alla fine anche culturale, che riguarda tutta l’Europa e l’Italia in particolare.
Adesso dei paesi stanno prendendo le distanze, Germania e Francia per esempio, che non sono andati a fare la guerra in Iraq, qui non si alza orecchio, non si alza una minima voce!
L’unico settore che non è stato toccato è quello delle armi, della difesa. Noi abbiamo anche l’OTO Melara,che per esempio, è il massimo produttore di mine anti-uomo, in Afghanistan quando saltano su una mina anti-uomo, saltano su una mina italiana, però qui allora che cosa fai? Metti a rischio dei posti di lavoro? E allora no, uccidiamo come è stato di recente, 9 ragazze, bambine, che raccoglievano nel bosco legna sono saltate su una mina anti-uomo e sono morte e questo non ci fa nessuna impressione.
Poi se allo stadio uno dice negher al calciatore allora sì, guai al mondo, ma non è lì il problema!
L’invasione del modello dei paesi occidentali nell’Africa Nera ha distrutto l’economia, la socialità, l’equilibrio e ridotto alla fame quelle popolazioni, questa è la vera responsabilità.
Oggi siamo tutti repressi, perché tutto deve essere Politically_correct e alla fine la repressione è come una pentola tenuta troppo a lungo sotto pressione e alla fine esplode.

Recuperare valore pre-politici
Secondo me è legato a una società che comprime in modo troppo totalizzante, istinti naturali e questi istinti devono trovare, ripeto, un qualche sfogo, in forme il meno possibile cruente, ma non puoi.. lo Stato oggi entra in tutte le questioni della vita dell’individuo.
Quindi non è in realtà la difficoltà economica che crea queste forme di impazzimento, pensate a quello che succede in America, ma è proprio la repressione totale della naturale aggressività, è importante che ci sia una parte, una quota, perché fa parte della vitalità. Noi perché siamo così tremebondi con gli immigrati balcanici o magrebini, perché abbiamo perso vitalità, loro l’hanno mantenuta, ora questo non vuole dire che si debba andare a sbudellare la gente, ma che la aggressività fa parte della vitalità e una quota di aggressività deve essere mantenuta, sennò ci trasformiamo in una società totalmente svirilizzata, uno, due la violenza esplode poi in forme ancora peggiori naturalmente.
Una buona scazzottata, come un tempo si faceva, è una forma di sfogo, l'educazione sentimentale di noi ragazzini è stata che sulla strada ogni tanto si faceva a cazzotti e non è mai morto nessuno, c’erano delle regole, chi cadeva per terra non si toccava, etc.. E’ l’errore dell’illuminismo, che non considera l’uomo per quello che è, ma per quello che dovrebbe astrattamente essere, le società precedenti erano più realiste e concrete. Poniamo una cosa che ci riguarda in realtà da vicino, in Tunisia in due giorni di rivolta violenta, ma non armata, hanno cacciato il dittatore e la sua cricca. Qui non siamo in grado di reagire in questo modo anche perché siamo un popolo vecchio. L’età media dei tunisini è 32 anni, la nostra è 44,5 , ma sopportare, come sopportiamo noi è una presa in giro costante e continua, un insulto al cittadino, signifiac aver perso vitalità.
Una società come questa è riuscita a fare stare male anche chi sta bene. Il massimo uso di droghe, psicofarmaci è nei centri benestanti. Negli Stati Uniti 599 americani su 1000 fanno uso di psicofarmaci, eppure è il paese più ricco e potente, vuole dire che un americano su due non si trova bene nella pelle in cui vive, vuol dire che c’è qualche cosa di sbagliato in questo modello di sviluppo. Questo è quello che sostengo da tanti anni, cioè che è il modello di sviluppo che è sbagliato.
E’ una questione di recuperare, questo secondo me è fondamentale, valori che sono pre-politici come l’onestà, lealtà, dignità soprattutto. Pensate ai recenti scandali, quelli dei consiglieri regionali, sono già dei miracolati, gente che non sa fare assolutamente nulla, prendono un mucchio di soldi e poi si vendono per una cena in un bel ristorante o per fare una vacanza gratis, ma questo neanche l’ultimo clochard… si vergognerebbe come un cane! Questi lo fanno invece perché hanno perso un fattore decisivo che si chiama dignità.
Che è la prima cosa che si dovrebbe recuperare, ma non è una cosa che si recupera per diktat! Il popolo italiano, con tutti i suoi difetti negli anni ‘50, alla borghesia dava credito, per il buon contadino non parliamone, se tu violavi la stretta di mano eri espulso dalla comunità.
E così per il mondo proletario.
Adesso manca addirittura la sanzione sociale nei confronti del disonesto, che è considerato uno dritto, un furbo e chi invece è onesto è un pirla, è proprio un ribaltamento no? Una persona normale si vergognerebbe di farsi pagare una cena dal denaro .
Il passaparola… per me sarebbe prendere delle mazze da baseball e cacciare questi con la forza, sennò non ne usciremo mai, in mancanza di questo dico: o astensione o 5 Stelle.

 

giovedì 10 gennaio 2013

et cetera tolle?

 
 
danze, nenie e applausi nel "tempio" cattedrale di Liverpool
 

mercoledì 9 gennaio 2013

non expedit

Sectae tributum solvere
 

Roma, 8 Gennaio 2012 - L'ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato la propria disponibilità ad inserire nel proprio programma politico il riconoscimento delle coppie di fatto e dei diritti degli omosessuali. Egli spera che questo (con)tributo ai piani massonici gli valga probabilmente da salvacondotto per la prossima campagna elettorale. Un altra dimostrazione - se mai ve ne fosse stato bisogno - del fatto che i politici odierni rispondono alle Logge più che agli elettori. Non expedit.
 
tratto da: http://opportuneimportune.blogspot.it/2013/01/sesto-cerchio.html#!/2013/01/sectae-tributum-solvere.html

martedì 8 gennaio 2013

et vitam venturi saeculi

La nostra casa è il cielo

di Roberto de Mattei su Radici Cristiane n. 80 
 
Viviamo in un mondo di illusioni e di inganni, ma la menzogna maggiore ci viene propinata quando ci vogliono fare credere che questa vita, la vita terrena, sia l’unica e la sola vera. Ci vogliono espropriare dell’unica vera vita, che è la vita eterna, quella che professiamo nell’ultimo articolo del Credo apostolico, quando affermiamo: «Credo vitam aeternam. Amen»: Dei dodici articoli del Credo, undici ci indicano la condizione dei cristiani nel tempo, l’ultimo, il dodicesimo, ci mostra la loro ricompensa, che è l’eternità.
L’errore che consiste nel credere che la vita di quaggiù sia la vera vita, ha scritto mons. Gaume, è l’errore più radicale di tutti gli altri, perché non riguarda aspetti particolari o secondari, ma il nostro modo di essere, prende tutte le facoltà della nostra anima, confonde la nostra ragione e la nostra volontà, corrompe tutta la nostra esistenza.
Quest’errore non è solo teorizzato direttamente dagli evoluzionisti e dai pseudo scienziati atei, come Richard Dawkins o i nostri Odifreddi e Galimberti, ma viene inculcato in maniera più insidiosa dai mass media, dalla pubblicità, dalla pressione psicologica dei luoghi comuni. È un ateismo non teorico, ma pratico, una prospettiva secolarista radicalmente distorta perché non ci indica nulla che vada oltre i piaceri e le pene, i beni e i mali della vita terrena. Era l’errore degli uomini che vissero al tempo del diluvio universale di cui il Vangelo dice che «Edebant et bibebant» (Mt. 24,38; Lc. 18, 27-28), mangiavano e bevevano. Pensavano solo ai piaceri e ai bisogni del corpo, a mangiare, a bere, a sposarsi, a divertirsi, a fare affari. Erano immersi nelle occupazioni del mondo. E tanto più l’uomo si occupa di questo mondo, tanto meno si occupa dell’altro.
La nostra casa invece è il cielo e il primo passo che dobbiamo fare per occuparci del cielo, è quello di respingere la filosofia di vita egoistica del nostro tempo, incentrata solo sulla soddisfazione dei nostri piaceri e dei nostri bisogni.
Quando recitiamo il Credo dobbiamo pronunziare con forza le ultime parole «Credo vitam aeternam», perché queste parole sono la nostra risposta al secolarismo e al laicismo che voglio convincerci che la vita eterna non esiste, che il Cielo è vuoto, secondo il titolo dell’ultimo insulso libro di Galimberti.
«Credo vitam aeternam»: in queste parole la Chiesa professa la sua fede nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza della vita eterna. Ce lo insegna la Chiesa, ce lo dimostra la ragione, ce lo attesta la storia di tutti i popoli; l’anima è immortale: ha avuto un inizio, non avrà mai fine. Vivrà in eterno.
Immagine vivente del Dio vivente, l’uomo è vita. Per lui la vita non è solamente il primo e il più prezioso dei beni, ma è il suo essere. La vita è tutto, l’uomo la ama come se stesso. Amiamo il bambino perché rappresenta la vita che nasce. Rispettiamo l’anziano perché in lui cogliamo la vita che declina. Tutto ciò che pensa e fa l’uomo lo fa per amore alla vita.
La cultura di morte contemporanea vuole spegnere la vita nel suo nascere, con l’aborto e l’infanticidio; vuole spegnerla al suo tramonto, con l’eutanasia; vuole estinguere non solo la vita del corpo, ma prima di tutto la vita dell’anima, e questo la fa diffondendo una mentalità evoluzionista e materialista. Ciò che ci viene proposto è un modello di uomo e di donna che cura al massimo il proprio corpo ma che dimentica la propria anima, che cerca ogni forma di piacere, ma che è incapace di dare un senso alla propria vita, che cerca la felicità sulla terra, ma si avvia alla infelicità, alla depressione, al suicidio.
Chi ci parla oggi del Cielo? Del Cielo non dovrebbero parlarci solo i sacerdoti, dovrebbe essere la società intera a ricordarcelo, in ogni occasione, come quando si faceva il segno della Croce prima di consumare il pasto e il linguaggio quotidiano conosceva formule come “grazie a Dio”, “se Dio vuole”, che esprimevano la convinzione dell’esistenza di una realtà soprannaturale e di una vita eterna dell’uomo.
Il Credo ci ricorda che il fine dell’uomo è il Cielo e Dio vuole che il maggior numero di anime raggiungano il Cielo ed evitino l’inferno, come dice la preghiera insegnata dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno e portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».
Le religioni secolari hanno negato la vita eterna proponendo il paradiso terrestre della società senza classi marxista. Poi, dopo il crollo del Muro del Berlino, la cultura postmarxista vorrebbe convincerci che non esiste paradiso né celeste né terrestre, ma il nulla è la regola suprema della vita e della morte:
Noi diciamo Credo la vita eterna per indicare che non abbiamo alcun dubbio sull’esistenza di una vita ultraterrena: una vita che sarà piena di tutti beni dell’anima e del corpo e di cui godranno i gusti, secondo i propri meriti. Questa vita eterna felice si chiama cielo. Il cielo è “la terra dei viventi,” perché l’uomo che muore entra nella terra di coloro che vivono: terra viventium.
La terra è una valle di lacrime, dove tutto declina e muore, il cielo è una terra felice dove tutto vive e nulla muore. A York, in Inghilterra, Francis Ingleby (1551-1586), oggi beato, condannato a morte da Elisabetta I perché era un sacerdote cattolico, quando la sentenza fu pronunciata esclamò: “Credo vivere bona Domini in terra viventium”.
Quali sono i “beni del Signore” che i “viventi” godranno in Paradiso? Il bene primo e incomparabile a qualsiasi altro è la visione di Dio faccia a faccia e il suo possesso. Nel Cielo non solo vedremo Dio, fonte di ogni bellezza, non solo possederemo Dio, origine di ogni bene, ma diverremo simili a Lui. Questa sarà la nostra suprema gioia. Ma un giorno avremo anche la gioia di rivedere i nostri cari, e di godere con i cinque sensi del nostro corpo risorto, che avrà le caratteristiche della luminosa chiarezza, della agilità, della sottigliezza, della impassibilità.
Oggi ci raccontano che il Paradiso, come l’inferno, non è un luogo, ma una “condizione”. Così non pensano san Tommaso d’Aquino né i Padri della Chiesa che insegnano che il Cielo è la sede beata dei Giusti. L’inferno che la Madonna mostra ai tre pastorelli di Fatima è un luogo, non una condizione. Ed è a un luogo, non ad una condizione, che si riferisce Gesù, quando dice al Buon Ladrone «Oggi sarai con me in Paradiso».
Si dice, ed è vero, che il Regno di Dio, che è il cielo, comincia sulla terra, nella nostra anima. Quando è in grazia di Dio, la nostra anima è realmente un riflesso del cielo. Ma l’uomo è un essere sociale: nasciamo e cresciamo in una famiglia, viviamo e moriamo in una società e di esse dobbiamo fare una anticipazione della felicità che godremo in Paradiso. Dobbiamo cristianizzare il mondo per fare in modo che questa valle di lacrime sia una valle felice, e non disperata, anche nella sofferenza.
Si può essere felici affrontando le difficoltà, abbracciando i sacrifici, soffrendo e lottando per quei grandi ideali che riempiono di gioia l’anima degli uomini. I santi non sono mai stati lugubri o tristi, ma allegri e gioiosi. Vi sono due note che distinguono chi cerca il cielo: una è lo spirito militante, l’altra è l’allegria che nasce dalla pace dell’anima di chi combatte nel tempo per conquistare la felicità eterna in cielo.

(RC n. 80 – Dicembre 2012)