venerdì 2 agosto 2013

pissidi moderne in quel ... di Rio






 
 
 
Il Signore un giorno chiederà conto degli innumerevoli sacrilegi compiuti da milioni di fedeli, migliaia di sacerdoti, centinaia di Vescovi, decine di Cardinali e forse anche da qualche Papa.

martedì 30 luglio 2013

“Cercavo avidamente di conoscere il dogma, questa Roccia...”: è questo che l'autorità deve servire nella Chiesa, e per far questo non deve “fluttuare in mezzo alle opinioni”.



Editoriale di "Radicati nella fede" del mese di agosto 
[Anno VI, agosto 2013, n° 8]

 Non se ne può veramente più. Ad ogni cambio di Papa, ad ogni cambio di Vescovo, si scatena tutta una corsa per prevedere le mosse del nuovo pontefice o del nuovo prelato. Si scatena tutta una corsa per classificarli tra i conservatori o i progressisti, cogliendo tra le loro parole quella sfumatura che farebbe intuire la loro linea. E tra coloro che così fanno, che sono i più, c'è poi una corsa ad adeguarsi meschinamente, per poter essere annoverati tra coloro che piacciono al nuovo Papa o al nuovo Vescovo. È la corsa della corte, dei “cicisbei” di corte, che devono adeguarsi ai gusti del principe. Perdonateci questo linguaggio un po' duro, non vi sembri irriverente verso l'autorità, non vuole esserlo. È solo per parlare chiaro di fronte a questo adeguarsi umano, troppo umano, verso chi comanda; un adeguarsi che non fa alcun onore all'Autorità nella Chiesa.



 Siamo in un clima asfissiante, fomentato dai giornalisti, che il più delle volte non capiscono nulla della Chiesa e del suo mistero.



 Ma i giornalisti soffiano su un fuoco non acceso da loro: è la crisi del Dogma che ha innescato l'incendio. In una Chiesa non più preoccupata di custodire le verità di fede, che non mutano, non più preoccupata a perpetuare l'insegnamento di sempre, per consegnarlo alla generazione successiva, ci si mette nella condizione di dover rivoluzionare tutto ad ogni cambio di Papa e di Vescovo... per piacere loro.



 Ve la immaginate nei diciannove secoli passati di storia della Chiesa questa frenesia di adattamento? Forse che ad ogni cambio di Papa o di Vescovo i cattolici, preti e fedeli, si domandavano se era ancora valido che Cristo sia l'unico redentore? O che il Battesimo è necessario alla salvezza? O che fuori della Chiesa non ci sia salvezza? Ve lo immaginate nel passato un riformare continuamente i riti della Messa secondo i gusti dell'autorità? Certo che no! I Papi passavano, più o meno bravi, più o meno capaci, più o meno coraggiosi, più o meno santi, ma tutti custodivano semplicemente il deposito della fede, che Cristo ha loro affidato con tutta la Chiesa; e i fedeli non attendevano nulla di nuovo su questo: attendevano anzi che il Papa li difendesse di fronte ad ogni pericoloso cambiamento ereticale.



 Così i Vescovi di tutti i secoli, affrontavano il tratto di mare della storia preoccupati di custodire e favorire la fede e la vita cristiana del loro gregge. Tutto qui.


 Oggi no, il clima è cambiato: il Modernismo terribile ha intaccato le verità di fede, le ha svuotate, le ha sottoposte a continui nuovi significati, per cui non c'è più nulla di certo... se non adattarsi ai gusti di chi comanda: che tristezza! Questa non è la Chiesa.



 Una grande artista francese, convertitasi e diventata monaca benedettina all'inizio del '900, madre Geneviève Gallois, così si esprimeva sulla crisi modernista, parlando della sua vocazione religiosa:



 Cercavo avidamente di conoscere il dogma, questa Roccia, questo Acciaio infrangibile, questo Assoluto, sul quale mi sedevo con uno stupore meravigliato, perché non si piegava e  non portava con esso, la necessità di cercare altre cose. La verità era là, inflessibile e totale: due cose che non avevo mai incontrato nelle opinioni fluttuanti nelle quali fluttuavo.



 Erano i tempi del Modernismo, del Sillonismo, del Femminismo, dell'Altruismo, del miglioramento del Proletariato, ecc... Sotto il pretesto della fraternità si faceva (e si fa ancora) una insalata di tutte le religioni, torturando il dogma per adattarlo a tutte le opinioni.



 In ognuna di queste divagazioni vi è una particella di verità, ma una particella staccata dal suo contesto e snaturata; la Verità così cucinata è più perniciosa dell'errore evidente. Il Padre Besse (il benedettino che la guidò nella conversione, ndr) mi diceva: “Il Modernismo ha adottato la terminologia del cattolicesimo svuotandola della sua sostanza”.



 La Religione non diventava che una sociologia, una morale umana, tendente a stabilire in questo mondo il migliore Modus vivendi possibile. Dio non sarebbe così che il distributore delle nostre comodità e l'esecutore delle nostre concezioni. È mettere la religione con i piedi in alto e la faccia a terra. Rimettiamola nella sua posizione normale: il viso alzato verso Dio che è il nostro unico scopo.” (Realité unique et éternelle, ed. Du cloitre 1980, pp.37-38)



 Definizione più sintetica e precisa della crisi Modernista, che spaventosamente perdura nella Chiesa, non si può avere.



 Cercavo avidamente di conoscere il dogma, questa Roccia...”: è questo che l'autorità deve servire nella Chiesa, e per far questo non deve “fluttuare in mezzo alle opinioni”.



 Se non c'è questo sguardo mistico sulla verità rivelata, questo sguardo che è il solo cattolico, si finisce schiavi dei flutti menzonieri delle opinioni, condannati a scrutare quali novità porterà l'autorità di turno. Se non c'è il dogma, se non c'è la stabilità della fede nelle verità rivelate, la vita cristiana assomiglia alla vita di una corte che si adatta al principe per piacergli: ed è la tragedia, ed è il ridicolo. Carissimi, viviamo una vita stabilmente poggiata sulla roccia, sull'acciaio infrangile della rivelazione, domandando all'Autorità della Chiesa che semplicemente ce la custodisca.

lunedì 29 luglio 2013

il partito della sciabola


“Non occorre che un acciarino per bruciare una fattoria. Occorrono degli anni per costruirla. Ci vogliono mesi e mesi, c’è voluto lavoro e ancora lavoro per far crescere una messe. E non ci vuole che un acciarino per dar fuoco a una messe. Ci vogliono anni e anni per far crescere un uomo, c’è voluto pane e ancora pane per nutrirlo, e lavoro e lavori di ogni genere. E basta un colpo per uccidere un uomo. Un colpo di sciabola e la cosa è fatta. Per fare un buon cristiano occorre che l’aratro abbia lavorato venti anni. Per disfare un cristiano occorre che la sciabola lavori un minuto. 
E’ nel genere dell’aratro lavorare vent’anni. E’ nel genere della sciabola lavorare un minuto; e di fare di più: di essere la più forte. Di farla finita. Allora noi altri saremo sempre i meno forti. Andremo sempre meno veloci. Noi siamo il partito di quelli che costruiscono. Loro sono il partito di quelli che demoliscono. Noi siamo il partito dell’aratro. Loro sono il partito della sciabola”.


Da Charles Péguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco

sabato 27 luglio 2013

misericordia io voglio...

Misericordia

"In cosa consiste la misericordia umana? Soprattutto nel prestare attenzione alle miserie dei poveri. E in cosa consiste la misericordia divina? Senza alcun dubbio nel concedere il perdono dei peccati...
E' Dio in questo mondo che soffre di freddo e di fame nei poveri, come dice lui stesso (Mt 25,40)... Che tipo di persone siamo, noi che vogliamo ricevere quando Dio dà e, quando chiede, non vogliamo dare? Quando il povero ha fame, è Cristo che è nel bisogno, come dice lui stesso: “Avevo fame e non mi avete dato da magiare” (V. 42). Non disprezzare dunque la miseria dei poveri, se vuoi sperare con fiducia il perdono dei peccati... Ciò che lui riceve in terra, lo rende in cielo.
Vi domando, fratelli, cosa volete, cosa cercate quando venite in chiesa? Cosa, se non la misericordia? Date quella della terra e riceverete quella del cielo. Il povero ti chiede e tu chiedi a Dio: lui chiede un pezzo di pane e tu la vita eterna... Ecco perché, quando venite in chiesa, fate l'elemosina ai poveri secondo le vostre possibilità".

                                         San Cesario di Arles, monaco e vescovo, Discorso 25; SC 243

giovedì 25 luglio 2013

1000 anni fa nasceva l'autore della Salve Regina


 

Storia di un santo deforme 

con un’anima splendida


Il 18 luglio 1013 nasceva Ermanno di Reichenau, il monaco “contratto” che non poteva stare comodo neanche sdraiato. Le cure dei confratelli e la grande fede ne fecero un uomo «veramente vivo»

«Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime..». È la preghiera che ancora si canta nelle chiese, alla fine, quando restano i vecchi a trascinare le vocali come a trattenere chi già corre a riaccendere il telefonino. Chi l’ha scritta, quasi mille anni fa, sapeva che cos’è una valle di lacrime. La Salve Regina fu infatti, quasi sicuramente, composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno lo storpio. Lo chiamavano anche “il contratto”. I documenti che ne danno notizia parlano di un uomo deforme, con gli arti come attorcigliati a impedirgli non solo di camminare normalmente ma anche di trovare pace disteso o seduto nella sedia costruita apposta per lui. Ermanno, che nella vita non è mai stato comodo se non, probabilmente, quando è sopraggiunta la morte, fu monaco e fine studioso. La preghiera alla Madonna entrata nella storia liturgica della Chiesa è solo uno degli aspetti del suo studio e della sua fede poderosamente intrecciati. Poi ci sono le cronache della storia del mondo, lo studio delle costellazioni, la costruzione di astrolabi. Ancora oggi chi cerca notizie su di lui nelle biblioteche trova i trattati scritti nelle notti insonni nell’abbazia di Reichenau, in un’isoletta nel lago di Costanza. A essere in grado di scrivere ci arrivò probabilmente dopo un lungo allenamento per addomesticare le mani a rispondere alla mente. Nacque il 18 luglio del 1013, esattamente mille anni fa, ed era uno dei 15 figli di Eltrude e Goffredo conte di Althausen di Svevia.

Fu il gesuita inglese Cyril Martindale ad appassionarsi alla sua storia dopo il ritrovamento nella biblioteca di Oxford di un volume in latino che ne riferiva la vita. Quelle pagine, racconta Martindale in un volume molto amato da don Luigi Giussani (Santi, Jaca Book) non parlavano di un handicappato abbandonato, ma di un piccolo affidato alle amorevoli cure dei monaci e diventato presto un compagno prezioso per i religiosi. Misteriosamente in Ermanno la malattia non genera cinismo bensì un’umanità ricca, rigogliosa, coinvolgente. Così la biografia parla di un uomo «piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti». Quello che doveva essere un peso diventa presto l’orgoglio del monastero e la sua fama arriva fino all’imperatore Enrico III e a papa Leone IX, che visitarono Reichenau rispettivamente nel 1048 e nel 1049.

Vincere il dolore e la pigrizia non è semplice. Ermanno stesso lo fa capire nell’introduzione a uno dei suoi volumi più complicati, quello in cui spiega come si costruiscono gli astrolabi, marchingegni antenati degli orologi, utilizzati per localizzare o calcolare la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle, ma anche per determinare l’ora conoscendo la longitudine. «Ermanno – scrive –, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca è stato indotto dalle preghiere di molti amici a scrivere questo trattato scientifico». Tra gli amici c’è Bertoldo, incaricato di aiutarlo nelle incombenze quotidiane e testimone dei momenti cruciali della sua vita. È a lui che Ermanno affida i suoi pensieri nei giorni della pleurite che lo condurrà alla morte. E l’amico si commuove e si tura le orecchie quando il piccolo monaco, già assaporando la pace della liberazione dal corpo, si dice stanco di vivere.

«La Vita, come la scrisse Bertoldo – osserva Martindale –, è così piena di vita pulsante, Ermanno ne esce veramente vivo! Non perché sapesse scrivere sulla teoria della musica e della matematica, né perché seppe compilare minuziose cronache storiche e leggere tante lingue diverse, ma per il suo coraggio, la bellezza dell’anima sua, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare e a fare a botta e risposta, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”. (…) Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità».

Laura Borselli, Luglio 15, 2013
Fonte: Tempi.it


martedì 23 luglio 2013

dove dobbiamo andare per ascoltare di nuovo queste cose?


Grazie Padre Seraphim!



"Noi ortodossi facciamo così: tornate anche voi cattolici a fare così
e saremo di nuovo un grande famiglia"



 

giovedì 18 luglio 2013

L’essenza del cristianesimo è il dogma

Conferenza di Mons. Antonio Livi 

 Roma, 25 Giugno 2013


Papi (chiesa Agia Sophia, Ocrid)
L’essenza del cristianesimo è il dogma.

L’essenza del cristianesimo è il dogma, ossia la formalizzazione della verità rivelata attraverso l’intervento normativo (lex credendi) e pastorale (lex orandi, lex operandi) del magistero ecclesiastico, intervento che nella storia della Chiesa non è mai mancato. Anche ai nostri giorni, ogni cattolico giustamente desideroso di sapere che cosa veramente si deve credere per essere autentici Christifideles può conoscere facilmente i termini essenziali del dogma, che si trovano esposti in forma divulgativa ma rigorosa nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto dal beato papa Giovanni Paolo II. Senza dogma non ci sarebbe più alcun  riferimento preciso e pubblico a quella che è giustamente chiamata “la fede della Chiesa”. Senza dogma non si saprebbe a quale oggettiva “fides quae creditur” si riferisca la soggettiva “fides qua creditur”: ognuno, infatti, penserebbe di credere alla verità salvifica donataci con la Parola di Dio, ma in realtà si tratterebbe soltanto di credenze basate, non già su solidi motivi teologici, ma su scelte sentimentali e quindi incomunicabili e irresponsabili, tanto se sono individuali quanto se sono di gruppo. Oggi il maggior nemico del dogma – e quindi del cristianesimo – è l’ideologia del relativismo, nata e sviluppatasi in ambito protestantico (dopo Lutero) ma penetrata sempre più profondamente nella vita e nella prassi della Chiesa cattolica. La prima vittima del relativismo, all’interno della Chiesa, è la teologia, che cessa di compiere la sua funzione propria, che è appunto l’interpretazione scientifica del dogma (vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012). Già nel 1950 il papa Pio XII avvertiva i fedeli, con l’enciclica Humani generis,  che la teologia cattolica rischiava di subire l’influsso del relativismo, ingenerando quello che egli denominava «relativismo dogmatico», dal quale deriva il relativismo nel campo morale» (cfr Acta Apostolicae Sedis, 42 [1950], pp. 566-567). Da allora a oggi la degenerazione della teologia ha assunto aspetti  ancora più deleteri, malgrado le direttive dottrinali emanate dal concilio ecumenico Vaticano II con la costituzione dogmatica Dei Verbum  e con il decreto Optatam totius (1965), e poi da Giovanni Paolo II con l’enciclica Fides et ratio (1998).

Che senso ha parlare di “dittatura del relativismo”.

Essendo il relativismo essenzialmente una insieme di falsità, esso non può insinuarsi nelle menti dei cattolici per via di autentica persuasione razionale: è penetrato e continua a penetrare per via di seduzione sofistica e soprattutto di imposizione violenta, operata attraverso il potere mediatico e finanziario, ossia attraverso la politica come è praticata dai regimi sostanzialmente dittatoriali. Per questo parlo di “dittatura del relativismo”. L’espressione «dittatura del relativismo» è del card. Joseph Ratzinger, che la utilizzò nell’omelia durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice; si trattò di in un importante discorso dal carattere programmatico, in quanto pronunciato nell’imminenza della sua elezione al soglio pontifico (2005). Poi l’espressione è restata una costante nel magistero di Benedetto XVI, e oggi (2013), quando il timone della Barca di Pietro è passato nelle mani di papa Francesco, tutti nella Chiesa debbono farsi carico dell’eredità che il grande papa tedesco ci ha lasciato. Tutti debbono rendersi conto che il relativismo, con la sua pervasività mediatica e la sua effettiva dittatura istituzionale, legislativa e  burocratica, è il maggior attentato alla verità cattolica, che per questo e per tanti altri motivi necessita di una efficace difesa scientifica.

Anche un intellettuale come Marcello Veneziani, che rifiuta l’etichetta di “filosofo cattolico”, ha osservato giustamente come sia inevitabile che l’abolizione teoretica delle norme fondamentali del diritto naturale (operata dal relativismo a favore del positivismo giuridico) porti alla tirannia di chi detiene il potere nelle società moderne, come avviene in Italia soprattutto con il potere giudiziario: «Quando cadono i principi fondamentali di una civiltà, quando si respinge ogni verità oggettiva, e non c'è più una morale condivisa, una religione rispettata, un comune amor patrio a cui rispondere, allora l'unico criterio supremo che stabilisce i confini del bene e del male e le relative sanzioni è la Legge. In teoria, la legge è un argine al male. Ma in una società relativista che non crede più in niente, chi amministra la Legge, chi decide e sentenzia in suo nome, dispone di un potere assoluto, irrevocabile e autonomo che spaventa. Risponde solo a se stesso, in quanto è la stessa magistratura a interpretare la legge. L'unica differenza che c'è tra il potere dei magistrati e il potere degli ayatollah è che questi decidono e agiscono nel nome di una religione millenaria, radicata e largamente condivisa dal popolo su cui esercitano la loro autorità. I magistrati, invece, sono la voce e il bastone di una setta che dispone del monopolio della forza, cioè il potere di revocare libertà, diritti e proprietà secondo la loro indiscutibile interpretazione della Legge. I confini tra le prove e gli indizi vengono superati a loro illimitata discrezione, e così quelli tra testimoni e imputati, se i primi non confermano i dettami del magistrato; le garanzie e i diritti elementari non contano rispetto ai loro responsi sovrani e non contano nemmeno gli effetti pubblici, politici, economici, che essi producono con le loro sciagurate sentenze. Possono sfasciare imprese e perfino economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone. È possibile, ad esempio, che l'uso delle intercettazioni sia lecito in alcuni casi e illecito in altri, sono loro a stabilire i confini, così le intercettazioni a volte sono la base su cui fondare i processi e le gogne mediatiche, a volte sono esse stesse il capo d'accusa in altri processi. L'arbitrio nel nome della Legge è il peggiore degli arbitri perché è ammantato di oggettività e di obbligatorietà, non è sottoposto a nessun vincolo se non la legge da loro stessi interpretata e amministrata. Talvolta il dispotismo giudiziario viene esteso ad altri enti, come le agenzie delle entrate quando possono usare poteri enormi in materia di controllo, sanzione, pignoramenti e interessi di mora. Gli effetti anche in quel caso sono devastanti. […] Se in una società incarognita e nichilista come la nostra che ha perso i confini del bene e del male, dove tutto è soggettivo e ognuno si stabilisce le regole di vita, dai a qualcuno un potere smisurato, l'abuso di potere è pressoché inevitabile» (in Il giornale, 24 giugno 2013, p. 12).

Difendersi dall’irrazionalità antiteistica con la razionalità teocentrica

Il relativismo attenta alla fede cattolica, sia dall’esterno, con la propaganda dell’ateismo (e del secolarismo e con la polemica antidogmatica (in Italia ne sono alfieri Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais, Giulio Giorello, Piergiorgio Odifreddi; in America, Richard Rorty) ; sia all’interno, con l’imposizione (anche dall’alto: vedi cardinal Ravasi sull’Osservatore romano) di una teoria eretica circa la fede, la quale non richiederebbe alcuna certezza, ma anzi l’umiltà di non avere certezze da offrire agli altri (con il pretesto che ciò significherebbe mancare di rispetto verso chi non crede, presentandosi come superiori o migliori). Araldo di questa sciocca retorica sui media (sia laicisti che cattolici) è Enzo Bianchi, che relativizza il dogma cattolico e dogmatizza la “fede nell’uomo”: distoglie i cristiani dall’Assoluto vero e impone loro il falso Assoluto dell’umanesimo ateo.

Ora, la difesa scientifica della verità cattolica (obiettivo dell’Unione da me fondata) richiede di smentire sistematicamente le pretese di ragione, di razionalità e di ragionevolezza del relativismo. La razionalità sta tutta dalla parte della verità cattolica: sia perché è dimostrabile e dimostrato che essa è razionalmente credibile (cfr Razionalità della fede nella rivelazione, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010), sia anche perché l’accettazione dei misteri rivelati, ossia la fede dei credenti in Cristo, poggia su ragioni personali che hanno tutte il crisma della piena razionalità, anche se appartengono alla coscienza del singolo. I credenti hanno dunque il diritto e il dovere di proclamare la dottrina rivelata da Dio come assolutamente vera, anzi come l’unica verità che salva. Ma tutto ciò comporta che ci siano anche delle verità naturali, con carattere assoluto, che rendono possibile comprendere e accettare la rivelazione divina: sono quelle verità che Tommaso d’Aquino ha chiamato «praeambula fidei». Esse coincidono con quelle evidenze naturali, innegabili, che io chiamo, con un termine moderno, il “senso comune”. Esse consentono di individuare nella conoscenza umana una gerarchia, una struttura consequenziale, per cui una verità presuppone un’altra come sua condizione di possibilità, fino ad arrivare, appunto, alle verità originarie del senso comune. Contro di esse, nessuna tesi può essere presa per vera ma è da considerarsi falsa; senza di esse, una tesi può essere solo ipotetica, ossia è da considerarsi come mera opinione soggettiva o di gruppo. L’opinione, questa sì, è il campo del relativo. Ma il relativo non annulla l’assoluto, anzi, lo presuppone. Ecco allora fissare le leggi fondamentali della logica aletica. Ora, dunque, la logica aletica fa comprendere che le certezze del senso comune e i primi principi sono di fatto alla base del pensiero umano, e quindi sono la premessa, almeno implicita, di ogni tesi, di ogni affermazione, di ogni ragionamento. Ma la volontà di negare l’evidenza può portare a negare che ci sia una verità assoluta in qualche ambito della conoscenza umana. Di qui la contraddittorietà intrinseca a ogni forma di relativismo. Nega ciò che afferma e afferma ciò che nega in ogni momento del ragionamento. Nega che si possa sostenere e annunciare una verità assoluta riguardo a Dio (che è l’Assoluto), e allo stesso tempo sostiene con  l’assolutezza tipica del fanatismo politico e religioso tesi ideologiche di per sé opinabili. Ma la contraddizione sta proprio nell’affermazione assoluta della relatività (storica, economica, culturale) di ogni pretesa di verità, il che costituisce logicamente un self-denying principle. Così la logica aletica viene confermata dalla logica pragmatica. Ad esempio, il beato papa Giovanni Paolo II, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace dell’anno 2002, diceva: «Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro : tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti» (§ 6-8).
 
 
 

martedì 9 luglio 2013

Una cosa è essere Cattolico ed Ortodosso: altra cosa è essere liturgicamente scismatici, antitradizionali e grotteschi

Comparazione tra la Liturgia Ortodossa e quella che abusivamente si celebra
nelle chiese cattoliche ma non è cattolica 
 

 
 
e per i nostri fratelli ortodossi un esempio di vera Liturgia cattolica



Il Principe degli Apostoli interceda per la riconciliazione delle Chiese tra di loro
e della Chiesa Cattolica con la sua Tradizione


 

sabato 6 luglio 2013

Il Vaticano esorcizzato: "Nel consacrare lo Stato Città del Vaticano a San Michele Arcangelo, gli chiediamo che ci difenda dal Maligno e che lo getti fuori" (Papa Francesco)

 

La splendida nuova statua di san Michele e le parole di Papa Francesco

S. Michele Arcangelo, autore Giuseppe Antonio Lomuscio. Giardini Vaticani
..... il gesto di Papa Francesco, di porre nuovamente sotto la protezione dell'Arcangelo San Michele e di San Giuseppe Custode di Gesù la Città del Vaticano, ha buoni motivi....e sono condivisi da Benedetto XVI, visto che per l'occasione è uscito dalla sua clausura.
Riporto un estratto eloquente del discorso pronunciato oggi dal Pontefice, il quale ha voluto - lo sappiamo dalle parole del Card. Lajolo - che all'inaugurazione del monumento prendesse parte anche il Papa emerito Benedetto, e che lo stemma e il nome di entrambi venissero raffigurati sul basamento della statua.
A proposito della statua: davvero bella e significativa: moderna - per es. nell'uso delle asperità del bronzo per differenziare Lucifero da san Michele (che non porta armature) - eppure pienamente comprensibile e "tradizionale" nella composizione. Per vedere altre opere dell'autore andate al suo sito
L'intero testo di Papa Francesco lo trovate qui.
 
Nei Giardini Vaticani ci sono diverse opere artistiche; questa, che oggi si aggiunge, assume però un posto di particolare rilievo, sia per la collocazione, sia per il significato che esprime. Infatti non è solo un’opera celebrativa, ma un invito alla riflessione e alla preghiera, che si inserisce bene nell’Anno della fede. Michele – che significa: "Chi è come Dio?" – è il campione del primato di Dio, della sua trascendenza e potenza. Michele lotta per ristabilire la giustizia divina; difende il Popolo di Dio dai suoi nemici e soprattutto dal nemico per eccellenza, il diavolo. E san Michele vince perché in Lui è Dio che agisce. Questa scultura ci richiama allora che il male è vinto, l’accusatore è smascherato, la sua testa schiacciata, perché la salvezza si è compiuta una volta per sempre nel sangue di Cristo. Anche se il diavolo tenta sempre di scalfire il volto dell’Arcangelo e il volto dell’uomo, Dio è più forte; è sua la vittoria e la sua salvezza è offerta ad ogni uomo. Nel cammino e nelle prove della vita non siamo soli, siamo accompagnati e sostenuti dagli Angeli di Dio, che offrono, per così dire, le loro ali per aiutarci a superare tanti pericoli, per poter volare alto rispetto a quelle realtà che possono appesantire la nostra vita o trascinarci in basso. Nel consacrare lo Stato Città del Vaticano a San Michele Arcangelo, gli chiediamo che ci difenda dal Maligno e che lo getti fuori.
Cari fratelli e sorelle, noi consacriamo lo Stato Città del Vaticano anche a San Giuseppe, il custode di Gesù, il custode della Santa Famiglia. La sua presenza ci renda ancora più forti e coraggiosi nel fare spazio a Dio nella nostra vita per vincere sempre il male con il bene. A Lui chiediamo che ci custodisca, si prenda cura di noi, perché la vita della Grazia cresca ogni giorno di più in ciascuno di noi.
Papa Francesco e Papa Benedetto all'inaugurazione della statua di s. Michele


Testo preso da: La splendida nuova statua di san Michele e le parole di Papa Francesco http://www.cantualeantonianum.com/2013/07/la-splendida-nuova-statua-di-san.html#ixzz2YFaFlIxM
http://www.cantualeantonianum.com


mercoledì 3 luglio 2013

Ciò che di più bello c'è al mondo


Il testo del saluto di don Stefano Coggiola 
a don Alberto Secci
in occasione del suo XXV° di Sacerdozio



 Nella festa di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, quest'anno vi è per noi tutti un motivo particolare per esprimere la gratitudine al Signore e alla Vergine Maria: il XXV° di sacerdozio di don Alberto.

 Carissimo don Alberto, permettimi di rivolgerti alcune parole partendo dalla frase che hai scelto per l'immaginetta di questo tuo anniversario, immaginetta che distribuirai al termine della Messa ai cari fedeli qui presenti:  “...questo piccolo resto disprezzato possedeva un tesoro: la messa cattolica che è ciò che di più bello c'è al mondo”. Sono commoventi e drammatiche parole prese da un libro che ti sconvolse anni fa, “La Riforma liturgica Anglicana” di M. Davies: dalla Riforma della Messa – si legge in quest'opera - entrò l'eresia nella Chiesa d'Inghilterra nel XVI secolo. Una straordinaria attualità; un testo, quello di Davies, che ti fu di grande aiuto, testo fondamentale, chiarissimo: l'ambiguità del rito porta all'eresia di fatto. Non è forse quello che è successo e che è sotto gli occhi di tutti, don Alberto? Non è forse per questo motivo che oggi tu, insieme a ciascuno di noi, sei grato al Signore per averti permesso di vivere la Tradizione della Chiesa?

 Venticinque anni fa nella Collegiata di Domodossola celebravi la tua prima Santa Messa. L'allora arciprete, don Mauro Botta, rivolgendoti un saluto lesse l'atto di Battesimo e le note marginali, in esso riportate, riguardanti la tua Cresima, l'ordinazione diaconale e quella sacerdotale.

 Così diceva: “ [...] Era l'anno del Signore 1963. Il 26 del mese di gennaio nella parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio, presso la cappella dell'Ospedale, è stato presentato alla Chiesa un fanciullo nato il 19 del mese di gennaio alle ore 18.15 figlio di Secci Francesco e di Carboni Anna cui si ministrò il Battesimo da don Giuseppe Pirazzi e si impose il nome Alberto... Le note marginali dicono: Secci Alberto cresimato a Sagliano Micca da mons. Vittorio Piola il 21.10.1973; ordinato diacono il 24.10.1987; ordinato sacerdote il 25.6.1988 da mons. Aldo Del Monte nella Cattedrale di Novara. [...]”.

 Un'anagrafe ecclesiale scarna sì, ma essenziale, dei doni di grazia che il Signore ti ha fatto e delle date precise in cui ti ha prediletto: dal dono della fede nel giorno del Battesimo a quello del Sacerdozio cattolico.

 Nel biellese, lo sappiamo bene, hai trascorso gli anni dell'infanzia in una buona parrocchia, guidata da un vecchio buon parroco con una fortissima devozione alla Madonna, lì sicuramente ci fu, e tu lo sai bene, il primo germe della vocazione: il servizio all'altare, il mese di maggio, il santuario di Oropa... accanto alla fedeltà della tua mamma al suo compito quotidiano, alla Messa, al senso del dovere e dell'ordine del papà e a tante altre cose che segnarono positivamente la tua infanzia cattolica.

 Un'intensa e agguerrita militanza cattolica, la preghiera, il rosario, la Messa quotidiana, l'amore alla Chiesa e alla sua storia, la lettura dei grandi autori spirituali ti portarono all'evidenza della vocazione Sacerdotale: Cristo è tutto, la Chiesa è il suo Corpo: come non dare la vita per questo?

 Alle date che abbiamo ascoltato poco fa mi permetto, non senza commozione, di aggiungere quella del 10 luglio 2007, un martedì, giorno a partire dal quale hai iniziato a celebrare esclusivamente la Santa Messa di sempre. Tu stesso hai raccontato con semplicità quella decisione a chi ti domandò come avvenne l'incontro con la santa Messa tradizionale e cosa ti portò, nonostante le difficoltà, ad abbracciare in esclusiva questo rito:  “[La Messa tradizionale] È come se ci fosse sempre stata. Ricordo di non aver mai sopportato un certo modo di celebrare, di aver avvertito il ridicolo di molte liturgie, questo da sempre. Era come sapere che si era in un momento confuso, di guado drammatico, ma che si sarebbe tornati a casa. Tutto in chiesa ti parlava della liturgia antica, solo lei mancava, e si aspettava. Da vicario parrocchiale e più ancora da parroco feci tutto quello che al momento mi sembrava possibile: altare ad orientem, canto gregoriano con i fedeli, comunione in bocca, uso costante dell'abito talare, incontri di dottrina per gli adulti, catechismo tradizionale per i bambini. Ma non bastava, c'era il cuore della Messa in questione, ma come fare, ero già “inquisito” da anni per quel poco che avevo fatto! Nel 2005 introdussi nella Messa di Paolo VI prima l'offertorio poi il canone della Messa di sempre. Aspettai con pazienza il più volte annunciato Motu Proprio, che sembrava non arrivare mai, e il 10 luglio 2007 iniziai, era un martedì, a celebrare solo la Messa di sempre. Devo dire che il colpo finale lo diede mio fratello: in una gita in montagna il giorno prima mi disse “non so cosa stai aspettando”... era il segno che dovevo iniziare”.

 La ricorrenza del tuo XXV° di sacerdozio, allora, carissimo don Alberto, è giusto che sia un mettere al centro la santa Messa di sempre, la sua unicità, la sua bellezza e, mettere al centro la santa Messa tradizionale significa mettere al centro Gesù Cristo, la sua Passione e la sua Morte redentrici.

 Non possiamo leggere senza emozione ciò che dice il concilio di Trento sul rito tradizionale della Messa: «E poiché le cose sante devono essere trattate santamente, e questo è il sacrificio più santo, la chiesa cattolica, perché esso potesse essere offerto e ricevuto degnamente e con riverenza, ha stabilito da molti secoli il sacro canone, talmente puro da ogni errore, da non contenere niente, che non profumi estremamente di santità e di pietà, e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono, formato com’è dalle parole stesse del Signore, da quanto hanno trasmesso gli apostoli e istituito piamente anche i santi pontefici».

 E' con questa certezza che possiamo affermare della Messa tradizionale che essa è “...ciò che di più bello c'è al mondo”! Quando cadrà sotto i nostri occhi l'immaginetta del tuo anniversario, immaginetta che conserverò gelosamente nel breviario, e che, sicuramente, verrà conservata dai fedeli nel messalino, rileggendo queste dolci parole, tornerò e torneremo con la mente e il cuore all'importante compito che la provvidenza ci ha assegnato: conservare la santa Messa, conservare, nonostante la nostra piccolezza, la santa Tradizione della Chiesa.

 Caro don Alberto rimani forte nella fede, fedele al vero sacrificio della Messa, al vero e santo sacerdozio di Nostro Signore, per il trionfo e la gloria di Gesù in cielo e in terra. Si degni Dio, per intercessione di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, di accordarti la grazia della fedeltà al sacerdozio che hai ricevuto e che desideri fortemente esercitare per l’onore di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.


tratto da: http://radicatinellafede.blogspot.it/2013/07/mariani-cioe-cattolici.html

FESTA DI NOSTRA SIGNORA
DEL SACRO CUORE DI GESU’.
CRONACA DI UNA GIORNATA DI GRAZIA
                        
di Cristina Siccardi
Domenica 30 giugno è stata una giornata indimenticabile, quelle di cui Nostro Signore si compiace. Vocogno, che si trova nella Valle Vigezzo, chiamata la «valle dei pittori», una delle più smaglianti delle Alpi, dove il Creato si sbizzarrisce in una farandola di colori e di poesia, è la naturale congiunzione tra il Passo del Sempione ed il Gottardo e si apre sulla splendida balconata della catena del Monte Rosa. Proprio qui si è tenuta la meravigliosa Festa di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù e coloro che erano presenti hanno tangibilmente constato che, quando si rende davvero onore al Sacrificio del Figlio di Dio, intorno all’altare, tutto si coagula.
vmLa chiesa del paese si è riempita alle 10,30 per una bellissima Santa Messa in terzo che ha reso lode alla Madonna e che è stata parallelamente occasione per esprimere la gratitudine al Signore e alla Beata Vergine Maria per il 25° di Sacerdozio di don Alberto Secci, che fu ordinato il 25 giugno del 1988 e per l’occasione i suoi fedeli gli hanno donato un prezioso Calice.
«Guardate», ha detto don Alberto, indicando la meravigliosa statua di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, «Maria Santissima tocca il cuore di Gesù Bambino e nel contempo Gesù indica il volto della Madre. È così, essi sono inseparabili. Chi guarda Gesù deve guardare a Maria Vergine, chi guarda a Maria deve guardare a Gesù. Il passo del Vangelo che abbiamo letto ci ricorda il miracolo di Cana: i miracoli del Figlio ebbero inizio quando la Madre decise… La Madonna è corredentrice e corresantificatrice… il Cattolicesimo è mariano, sì siamo mariani perché Nostro Signore è venuto al mondo grazie a Lei».
Il coro ha cantato come un coro d’angeli e il tenore professionista ha innalzato le note dell’Ave Maria di Schubert. Mentre l’incenso saliva verso l’alto, i raggi del sole penetravano dalla vetrata sopra il presbiterio e andavano ad illuminare i tre sacerdoti e tutti i chierichetti, mentre i fedeli, lo si percepiva concretamente, non stavano ad osservare, ma davvero “partecipavano” con l’anima, in devoto rispetto all’Altissimo, rispetto cadenzato dalle sedute, dallo stare in piedi, dallo stare in ginocchio, dai silenzi perfetti, tutto all’unisono. Davvero un cuor solo ed un’anima sola, frutto del preziosissima opera di don Alberto e di don Stefano Coggiola.
vpTerminata la Santa Messa è iniziata la processione con canti e preghiere lungo le antiche e suggestive vie di Vocogno, dalle case dai tetti di pietra e dai graziosi comignoli, dove un tempo i piccoli spazzacamini ne facevano il loro povero e nobile lavoro.  Tutti sono stati impegnati ad innalzare le lodi a Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, la cui alta e pesante statua troneggiava sulle spalle dei portatori.
Conclusa la processione, i presenti sono andati a festeggiare Don Alberto con un rinfresco allestito nel locale «La Perla», che si affaccia sui monti così verdeggianti da sembrare giganteschi smeraldi, e poi nuovamente e con letizia in chiesa, alle 15,30 per i vespri, la benedizione e l’atto di Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Nessuno era stanco, nessuno si è allontanato. Tante famiglie, tante persone, tanta voglia di ricevere le grazie che soltanto la vita autenticamente cattolica può offrire.
Poi, terminate le funzioni, mentre il sole lentamente calava dietro le Alpi, i bambini giocavano nel giardino prospiciente la chiesa e le persone parlavano amabilmente fra di loro, stabilendo anche nuove amicizie: nessuno aveva voglia di lasciare alle spalle quella giornata così ricca di vita interiore, così ricca di Tradizione. Insomma, ci siamo accorti che non è necessaria una macchina del tempo per recuperare le gemme della vita piena della Chiesa, ma che sono indispensabili sacerdoti in grado di ripristinare e riallacciare i tralicci fra il Cielo e la terra.