lunedì 31 marzo 2014

l'allarme del Prof. de Mattei: "La dottrina cristiana si dissolve nella prassi"


Intervista a Roberto de Mattei sui temi di maggiore attualità del "mondo cattolico"

 

 

1 Partiamo dalla sua estromissione da Radio Maria motivata, a detta del direttore padre Livio Fanzaga, da una posizione critica sempre più accentuata nei confronti del Pontificato di Papa Francesco. Le è stato contestato di non mettere la sua grande preparazione culturale al servizio del Successore di Pietro (eppure ha scritto anche un libro sul Papa: Vicario di Cristo, edito da Fede&Cultura). Al fine viene motivata la sua esclusione per incompatibilità con le finalità di Radio Maria che sono quelle di adesione al Magistero della Chiesa e al sostegno all'azione pastorale del Papa. In altre parole par di capire, leggendo il tenore letterale dal tono piuttosto forte, che Lei non viene più ritenuto, dal direttore di Radio Maria,  in linea con quanto professa il Magistero della Chiesa cioè "non sente cum Ecclesia". Di fatto queste sono le stesse motivazioni addotte per estromettere dalla Radio anche Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Lei quale spiegazione si è dato a tali provvedimenti?

 

Ho collaborato per quattro anni a Radio Maria, su invito di padre Livio, conducendo la rubrica mensile “Radici Cristiane”. Più di una volta mi è capitato di essere oggetto di attacchi da parte dei media laicisti, ma ho sempre avuto il pubblico sostegno di padre Livio. Non ho mai criticato il Papa nella mia trasmissione e, come Lei ricorda, sono autore di un libro dal titolo Vicario di CristoIl Papato tra normalità ed eccezione in cui esprimo tutta la mia devozione senza riserve verso l’istituzione pontificia. Le ragioni del mio allontanamento da Radio Maria, giustificate da presunte critiche al Papa, mi sono ancora oscure. Forse alcune mie iniziative, come la raccolta di firme a sostegno dei Francescani dell’Immacolata, non sono piaciute a certi vertici ecclesiastici, che hanno chiesto a padre Livio la mia testa, dopo quella di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, giudicandoci troppo “indipendenti” dal nuovo corso ecclesiale. Ritengo invece che, come cristiani battezzati, abbiamo il dovere di esprimere, con il dovuto rispetto, tutte le perplessità, i dubbi e gli interrogativi che suscitano in noi certe scelte delle autorità ecclesiastiche. L’obbedienza ha i suoi precisi limiti e non è mai servilismo. E’ stato proprio Papa Francesco, lo scorso 4 luglio a Santa Marta, a dire che se esistesse una «carta d’identità» per i cristiani, certamente la libertà figurerebbe fra i suoi tratti caratteristici.


2 E' curioso notare che a chi si professa legato alla Tradizione e, di conseguenza, alla salvaguardia della Messa tridentina, gli viene subito tolto il diritto di cittadinanza nell'aere cattolico quasi fosse un sovversivo, un piantagrane, un eretico persino. Contro costoro nessuna pietà e ne è la prova, ad esempio, quanto accaduto ad un Ordine tra i più fiorenti e in ascesa come quello dei Francescani dell'Immacolata, ora caduti in disgrazia per il solo voler orientare la loro spiritualità verso il Rito antico e per essersi posti in maniera critica a proposito del Concilio Vaticano II. Cosa ne pensa?


Questo atteggiamento caratterizza il nuovo corso della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Da una parte, in nome della misericordia e del dialogo con i fratelli lontani, si predica la fine dell’epoca delle condanne e degli anatemi. Dall’altra parte, si esercita il pugno di ferro nei confronti di quei fratelli vicini che non vogliono discostarsi dalla Tradizione immutabile della Chiesa. Il caso dei Francescani dell’Immacolata fa riflettere. Nella tragica epoca post-conciliare i seminari si vuotano, le case religiose e i conventi vengono messi in vendita, le vocazioni crollano, ma nessun provvedimento viene preso. Se invece un istituto religioso, vivendo la teologia, la spiritualità e la liturgia tradizionale, aumenta il numero dei suoi componenti e delle sue case, viene duramente colpito. La Congregazione dei religiosi vuole la distruzione dei Francescani dell’Immacolata, perché un ordine religioso che fiorisce in seguito alla sua fedeltà alla Tradizione è per i progressisti uno scandalo.


3 A proposito del Concilio Vaticano II, nonostante le attese e le speranze di tanti, l’epoca che lo seguì non rappresentò per la Chiesa una «primavera» ma, come riconobbero lo stesso Paolo VI e i suoi successori, un periodo di crisi e di difficoltà. Eppure la Chiesa postconciliare lo considera come un dogma inattaccabile, come se la Chiesa fosse alla prese con un nuovo inizio, una nuova vita. Con il suo libro Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta (edito da Lindau) ha riportato una rigorosa ricostruzione di quell’evento... In estrema sintesi qual è la giusta chiave di lettura di quanto è accaduto nella Chiesa con il Vaticano II?

 

Il contributo che ho voluto dare con il volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, pubblicato dall’Editore Lindau non è quello del teologo, ma dello storico. Voglio dire che non mi interessa il dibattito ermeneutico sul Vaticano II e lascio ai teologi il giudizio sulla continuità o discontinuità dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa. Quale che sia il giudizio sui documenti del Concilio, il problema di fondo non è quello di interpretarli, ma di comprendere la natura di un evento storico che ha segnato il Ventesimo secolo e il nostro. Dal punto di vista storico il Concilio Vaticano II rappresenta un insieme, che comprende il suo spirito e i suoi documenti, ciò che accadde nell’aula conciliare e l’atmosfera culturale e mediatica in cui le discussioni si svolsero. Comprende le sue radici e le sue conseguenze, le sue intenzioni e i suoi risultati. E’ un evento. Il Concilio dei testi non può essere separato da quello della storia e il Concilio della storia non può essere separato dal postconcilio che ne rappresenta la realizzazione. La pretesa di separare il Concilio dal post-Concilio è altrettanto insostenibile di quella di separare i testi conciliari dal contesto pastorale in cui furono prodotti.
Oggi c’è la tendenza a fare del Concilio Vaticano II un “superdogma”: l’espressione è dell’allora cardinale Ratzinger. Un po’ come accadeva negli anni Settanta con il mito della Resistenza. La Resistenza, scriveva Augusto Del Noce, cessa di essere un elemento da situare nella storia per diventare la misura della valutazione della storia. Ciò che ieri era, in campo politico, la Resistenza, è divenuto il Concilio Vaticano II: un evento che diviene la misura di valutazione della storia della Chiesa. Dobbiamo operare per fare crollare questo mito.

 

4 Oggi vi è la convinzione che ci si possa ritenere cattolici qualsiasi cosa si pensi e si faccia. Sicché non viene più percepita una morale oggettiva, una verità che è al di sopra dell'uomo, ma tutto è soggettivo e relativo dove ognuno, in estrema sintesi, concepisce la libertà come il poter fare ciò che gli pare. Per un cattolico che vive immerso in una visione della vita siffatta si fa ancora più difficile testimoniare la verità, immerso com'è in una società sorda e che ha preso una strada diametralmente opposta a quella indicata dai Dieci Comandamenti. Come riuscire concretamente a vivere una vita di testimonianza cristiana? Qual è il compito oggigiorno che si richiede a chi si professa veramente cattolico?

 

E’ nota la frase con cui lo scrittore francese Paul Bourget conclude il suo romanzo Il demone meridiano (tradotto in Italia dall’editore Marco Solfanelli): “Bisogna vivere come si pensa, se non si vuole finire col pensare come si vive”. Questa frase contiene una profonda verità. Se la vita non si conforma al pensiero, è il pensiero che si conforma alla vita. Ma per vivere bene, occorre prima di tutto pensare bene. La vita deve essere coerente con le idee, ma le idee devono essere a loro volta coerenti con i grandi principi metafisici e morali che regolano la vita umana. Per questo bisogna essere uomini di principi, perché il mondo si regge su princìpi e i princìpi e le leggi su cui si regge il mondo hanno il loro centro e il fondamento, in Dio primo principio e prima causa di tutto ciò che esiste. Ciò che vale per i singoli uomini vale per le società umane e anche per quella società umano-divina che è la Chiesa. Nel corso della storia è capitato che i cristiani, nella loro vita personale, si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma, ovvero un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti immorali in princìpi opposti alle verità cristiane. Questa tentazione è penetrata oggi nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della “prassi pastorale”. Significative a questo proposito sono le recenti dichiarazioni del cardinale Walter Kasper in materia di morale coniugale. Poiché “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”, secondo il cardinale bisognerebbe adeguare la dottrina e la disciplina della Chiesa alle situazioni di fatto in cui oggi vivono molti cristiani, a cominciare dai divorziati risposati. Sono i princìpi a doversi adeguare al comportamento dei cristiani e non la loro condotta a conformarsi ai princìpi. Si deve pensare come si vive, e non vivere come si pensa. Il criterio ultimo della verità diviene la realtà sociologica. La dottrina cristiana si dissolve nella prassi.
Il nostro compito è invece quello di professare e vivere la verità del Vangelo, amando e osservando la legge che Dio ci ha dato. Questa legge non è estrinseca a noi, ma è incisa nella nostra coscienza. Nella pratica e nella difesa della legge divina e naturale si manifesta il nostro amore a Dio e al prossimo e la nostra vita si realizza pienamente.


5 Purtroppo il valore e la conoscenza del passato (della storia) per comprendere il presente è quasi del tutto sottovalutato e trascurato. Così si corre il rischio di prendere per oro colato quanto ci viene proposto o presentato come vero, senza preoccuparsi di verificarne la veridicità. Ma senza porsi domande, senza il desiderio di ricerca del vero, senza la fatica di investigare e informarsi, si possono rischiare grandi abbagli. Si corre il rischio di dare credito a chi ci propina come verità ciò che verità non sono. E questo anche in ambito religioso. E' d'accordo con questa analisi?

La necessità degli studi storici deve essere compresa soprattutto dai cattolici. Il pensiero cattolico del Novecento annovera grandi teologi, grandi filosofi, grandi moralisti, grandi maestri di vita spirituale, ma nessun grande storico. Grande nel senso che unisca alla vastità della scienza e dell’erudizione la pienezza della fede ortodossa. La ragione principale di quest’assenza dall’orizzonte culturale ecclesiastico sta, a mio avviso, nella perdita del senso storico, che è la comprensione delle vicende umane, nelle loro cause e nelle loro conseguenze, da un punto di vista innanzitutto soprannaturale. Al centro della storia non sono, come troppo a lungo si è creduto, i “rapporti di produzione”, e neppure i problemi geopolitici, ma gli atti liberi dell’uomo, sotto la regia della Divina Provvidenza. Lo storico cattolico sa che nulla è irreversibile nella storia e soprattutto che la storia non crea i valori, ma è sottomessa e giudicata da essi. Il pensiero cattolico del Novecento ha fatto propria invece la concezione hegeliana della storia come “Weltgeist”, cammino necessario dello “spirito del mondo” . La storia va avanti e la Chiesa deve accompagnare questo cammino. Occorre che essa adegui il suo linguaggio, i suoi insegnamenti, le sue pratiche religiose al mondo, rispetto a cui è in ritardo di almeno due secoli. E’ questa la concezione della storia espressa dal cardinale Martini quando, nella sua ultima intervista al « Corriere della Sera », ha affermato che la Chiesa “è indietro di 200 anni”, ovvero l’arco di tempo che la separa dall’evento fondatore della Rivoluzione francese. Questa affermazione è tipicamente evoluzionista, perché implica una filosofia della storia, fondata sull’ineluttabilità del progresso sociale, che è parte di un più vasto movimento perfettivo dell’universo.

 

6 Passiamo al tema dell'evoluzionismo: oggi è molto difficile parlarne, in quanto viene insegnato nella scuole e nei mezzi di comunicazione come un dogma intoccabile scientificamente dimostrato... Dove sta la verità?

L’evoluzionismo è propriamente un nulla. Esso è infatti un insieme composto da una teoria scientifica e da una teoria filosofica. Nessuna delle due si regge da sola. Le due teorie hanno bisogno l’una dell’altra per sopravvivere e si sorreggono a vicenda. La teoria scientifica si basa sul sistema filosofico; la teoria filosofica, per giustificarsi, si fonda a sua volta sulla presunta teoria scientifica. La teoria scientifica presenta come un “fatto” la nascita e la trasformazione dell’universo da una materia primordiale in strutture sempre più complesse, fino alla vita umana. La natura però ci dimostra il contrario. La teoria filosofica, l’“idea”, pretende di spiegare la realtà dell’universo come materia in perenne trasformazione. La ragione, non la fede, ci dimostra anche in questo caso esattamente il contrario. Perciò nell’impossibilità di essere provata dalla ragione la teoria filosofica pretende di fondarsi sul fatto scientifico, che a sua volta presuppone l’idea filosofica secondo cui l’universo non ha altra spiegazione al di fuori della materia.
Qual è la ragione per cui una teoria scientifica nata nell’Ottocento, come è quella darwiniana, è sopravvissuta al crollo dei miti ottocenteschi? La ragione, a mio parere, è semplice. Il relativismo contemporaneo, la filosofia di vita secondo cui non esistono valori assoluti, leggi permanenti, ma tutto cambia, tutto si trasforma, ha il suo fondamento nel dogma evoluzionista, che è l’espressione scientifica o pseudoscientifica del materialismo relativista. Oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo. Se cade l’evoluzionismo cade il relativismo. Il relativismo ha bisogno dell’evoluzionismo. Il socialismo reale è crollato, con il muro di Berlino, vent’anni fa, ma il suo nucleo dottrinale, il cuore ideologico del comunismo, il materialismo dialettico, è sopravvissuto e il suo nome oggi è evoluzionismo.
tratto da: http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=683
 

domenica 30 marzo 2014

"CHIESA PROFETICA?" - Editoriale di "Radicati nella fede" del mese di aprile 2014.


CHIESA PROFETICA?
 Editoriale di "Radicati nella fede"
Aprile 2014



Chiesa profetica?
[Editoriale di "Radicati nella fede" - aprile 2014]

 Quando dichiari di voler tornare alla Tradizione della Chiesa, per uscire dalla terribile crisi della pratica cristiana dei nostri giorni, quando promuovi la liturgia tradizionale, perché le anime ritrovino il cuore della preghiera, quando lavori per la diffusione della Dottrina cristiana di sempre, contro la deriva immorale contemporanea, trovi sempre molti che violentemente, dentro la chiesa, ti combattono in nome di una “chiesa profetica”: “Smettetela di sognare il passato – ci dicono -, siete patetici, la chiesa deve guardare al futuro, deve immaginarsi nel futuro, deve essere profetica! 

 Ma che cos'è questa chiesa profetica? Che cosa fanno consistere realmente con questa affermazione?

 Ormai con chiesa profetica si intende, nel normale sentire, una chiesa tutta proiettata a un futuro indefinito, dove tutto ciò che nel passato era certo potrebbe essere cambiato. Una chiesa che, abbracciando tutta l'attesa dell'uomo, si riprogramma in un gigantesco sforzo di accogliere tutto e tutti per non condannare più nessuno... tranne, naturalmente, i famigerati “tradizionalisti”! 

 Prima la Chiesa condannava, ora accoglie, ti dicono.
  Prima insegnava dall'alto, ora accompagna la ricerca degli uomini con grande umiltà.
  Prima era preoccupata che tutti fossero battezzati e accogliessero la grazia dei sacramenti, ora riconosce che Dio agisce oltre i sacramenti.
  Prima voleva che tutti gli uomini entrassero nell'ovile, ora sa che la salvezza è anche fuori del Cristianesimo. 

 E questa chiesa profetica è fatta dai preti profetici, attorniati dai laici profetici: sempre impegnati nell'ultima frontiera del sociale, preoccupata dei poveri, ma frequentante i salotti radical-chic. Sì, perché questa chiesa profetica piace tanto agli snob, ai ricchi; a quelli che, stanchi del loro benessere, sono preoccupati che la chiesa si preoccupi dei poveri. La televisione in questi anni, a livello nazionale e locale, ha accolto solo i preti così, i preti profetici, i vari don Gallo per intenderci, quelli sempre sul bordo della obbedienza alla Chiesa, quelli innovativi e rivoluzionari, perché profetico per loro è questo. La televisione ha dato a questi preti i programmi televisivi, e questi preti, proiettati nell'ultima rivoluzione del futuro, hanno bombardato di dottrine false gli spettatori, tanto che questi ormai credono che la Chiesa sia veramente questa rivoluzione permanente. 

 E i vescovi, in gran parte, hanno finto in questi anni di “tenere a bada” le spinte in avanti di questi sacerdoti e dei loro fedeli; hanno finto, perché in fondo li hanno sempre appoggiati, hanno dato loro tutto e li hanno praticamente beatificati in morte. Ufficialmente li richiamavano alla prudenza, ma in fondo li hanno sempre lasciati fare e la loro opera, distruttiva della presenza cristiana nella società, è dilagata, fino al punto che oggi sembra impossibile da arginare. E li si è lasciati fare, principalmente non perché preoccupati dei poveri, ma bensì perché pieni dell'illusione di recuperare un posto d'onore nel mondo moderno ormai pagano proprio grazie a questi preti profetici: una vera e propria sudditanza culturale nei confronti della modernità. Così facendo hanno ingannato le anime, diffondendo la distruzione morale e l'affievolimento della fede. 

 Questa chiesa profetica, questi preti profetici, questi fedeli profetici non hanno nulla a che fare con la profezia! 

 I profeti, quelli veri, quelli della Bibbia, hanno parlato in nome di Dio, al popolo, ai re e ai sacerdoti ricordando, a volte violentemente, le conseguenze del peccato. Sempre nei profeti c'è una accusa del peccato e un richiamo alla penitenza e al ritorno a Dio: avete abbandonato Dio, per questo si è abbattuto il castigo su di voi; tornate a Dio ed egli vi libererà. 

 Ma voi avete mai udito questo richiamo nella cosiddetta moderna chiesa profetica? No. Questa vive lo schema rivoluzionario: accusa la Chiesa di un tempo come miope e sorpassata, per programmare una nuova chiesa che finalmente risponda alle esigenze degli uomini: siamo alla pura eresia!
  Ed è anche una eresia scema, perché assunta dai salotti radical-chic! 

 È una chiesa borghese, non è una chiesa di popolo. Il popolo, dopo il martellamento mediatico di questi anni, ha dovuto soccombere a questa chiesa profetica per paura di restare senza nulla. Ma questa è in verità la chiesa dei borghesi che, con la pancia piena, devono distrarsi col sentirsi utili agli altri. I poveri non hanno tempo per questo, i poveri sentono la fatica della vita e guardano il Cielo. 

 E questa chiesa borghese deve impedire che sorgano luoghi dove la Chiesa riviva la sua Tradizione; deve impedirlo, altrimenti il popolo, quello vero, che ha ancora un briciolo di senso della fede, riconoscerà questi luoghi di grazia. E quando questi luoghi di Grazia della Chiesa Tradizionale esistono, sono coperti dalla calunnia della chiesa borghese che dice: state attenti, sono tradizionalisti... la vera chiesa non è la loro, è quella che noi immaginiamo nel futuro.

 La vera novità invece non è nel futuro, ma nel passato, perché è Cristo e la sua Grazia... e i veri poveri non sono quelli dei salotti televisivi e delle raccolte fondi, sono le anime che umilmente cercano Dio.
 

mercoledì 26 marzo 2014

per amore della Chiesa......

c'è una cosa che non mi convince
Importante premessa su cui si è ovviamente tutti concordi:
  • l'amore per la Chiesa richiede anzitutto amore per la Verità
  • non è amore alla Chiesa quello che richiedesse di addomesticare la Verità
  • può capitare, in certe particolarissime circostanze, che in nome della Verità occorra opporsi all'autorità della Chiesa:

    Lettera ai Gàlati 2,11: «Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto»

    Luca 22,32: «e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
  • Anche di Lutero si può dire che agì «per amore della Chiesa», della quale lamentava la corruzione che vedeva.
    Anche di Cavour si può dire che agì «per amore della Chiesa», della quale lamentava le ricchezze e la presenza capillare nella società.

Episodio 1:
  • il passionista p. Enrico Zoffoli (1915-1996) ha pubblicato numerosi libri per documentare con rigore le eresie del Cammino Neocatecumenale.

    Pochi giorni prima di morire riceve la visita di Kiko Argüello, fondatore del Cammino.
    Kiko gli dice: «lei ha scritto quelle cose per amore della Chiesa».

    P. Zoffoli lo corregge immediatamente: «per amore della Verità!»
  • Il sig. Argüello aveva tentato di insinuare che per un ingenuo e sproporzionato "amore per la Chiesa", sarebbe stata distorta la Verità.

Episodio 2:
  • Gnocchi e Palmaro fanno dei rilievi critici a papa Bergoglio («Questo papa non ci piace» e articoli e libro successivi).
  • Il 1° novembre 2013 il papa, avendo saputo della malattia incurabile di Palmaro, gli telefona. La telefonata si conclude così:

    Palmaro: “Santità, forse lei saprà che le ho dedicato alcuni rilievi assai severi. Voglio però confermarle che la mia fedeltà al successore di Pietro resta intatta”.

    Il Pontefice gli rispose: “Penso che abbia scritto per amore verso la Chiesa. E comunque le critiche fanno bene”.
  • L'espressione di cortesia «le critiche fanno bene» non significa automaticamente l'avervi dato ascolto.
  • L'espressione «per amore verso la Chiesa» mi lascia perplesso:
    - era un modo per dire tali critiche sono fondate e perciò hanno fatto bene alla Chiesa?
    - o era anche questa un'espressione di cortesia?
    - oppure era un modo per suggerire che in nome di un ingenuo e sproporzionato "amore per la Chiesa" Palmaro avrebbe preso lucciole per lanterne?

Io sono convinto che quei rilievi critici di Gnocchi e Palmaro abbiano fatto bene alla Chiesa proprio perché fondati sulla Verità.

L'amore che non parte dalla Verità, nel migliore dei casi sfocia nella tifoseria.

E la Chiesa e il Pontefice non hanno mai avuto bisogno di scodinzolanti tifosi.
 
 

martedì 25 marzo 2014

"La riforma liturgica è fallita perché è nata non dalla Tradizione della Chiesa, ma da un colpo di mano del partito intellettuale" (Don Gianni Baget Bozzo)

       La riforma liturgica: una riforma problematica

di don Gianni Baget Bozzo
 

LA LITURGIA:
questo è il tema su cui il fallimento della riforma conciliare è apparso più chiaro.
L’enciclica Mediator Dei aveva già previsto tutti i danni che sarebbero derivati dalle tendenze liturgiche franco-tedesche legate all’opera di Ernest Jungmann e di Otto Casel.
[…]
Pio XII comprese l’errore dell’arcaismo di Jungmann, per cui la liturgia andava riformata arcaicamente sul modello della Chiesa primitiva; e comprese l’errore di Casel, che vedeva nella liturgia la celebrazione del Cristo risorto e non del Cristo redentore.
In ambedue i casi si trattava di separare la Chiesa dalla sua Tradizione, svolta nel tempo e nella storia.
Al centro della Mediator Dei stava la dottrina della Messa come rinnovazione del sacrificio di Cristo, il ruolo sacerdotale costitutivo del prete, il valore della preghiera personale e di tutte le forme di culto dell’Eucaristia distinte dalla Messa.
Nessuno pensava che la riforma aperta dalla Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, che in molte parti ricalcava laMediator Dei con qualche attenuazione delle formule, determinasse la fine di un rito unitario della Chiesa latina. Soprattutto in questo caso si nota il processo che dal testo conciliare giunge sino alla variazione liturgica. E di qui l’elemento centrale è stata la perdita totale del latino come lingua liturgica, che avviene non nella Costituzione conciliare ma nelle successive riforme.
L’effetto di tutte le successive riforme, quelle del ’65 e del ’70, è stato la graduale dissacrazione della liturgia e la riduzione del culto a una attività sociale.
[…]
Il fondamento dell’unione dell’uomo con Dio è la piena distinzione tra l’uomo e Dio. Per questo la pienezza della è data dalla Rivelazione cristiana, che pone l’unione tra Dio e l’uomo a partire dalla piena distinzione tra Dio e l’uomo.
[…]
La perdita del sacro è un effetto avvenuto nel culto pubblico cattolico e ciò è accaduto proprio secondo le linee di previsione che erano contenute della Mediator Dei. Tutto è stato pensato, a cominciare dalla trasformazione dell’altare in mensa, con l’accento passato dalla rinnovazione del sacrificio della Croce alla comunione dei fedeli con il Corpo del Signore.
L’atto redentore è un atto unico, l’atto del solo Cristo: un atto intertrinitario in cui il Figlio offre la sua umanità e l’umanità del mondo in sacrificio al Padre in un atto di assoluta adorazione.
Qui solamente il Mistero trinitario è manifestato nella sua verità. Il sacerdote celebrante viene immerso come persona nel Mistero trinitario, anche se in rappresentanza di tutti i cristiani, ma è egli solo a rendere presente l’atto unico del sacrificio del Verbo incarnato. Tutti partecipano all’oblazione del sacrificio, il sacerdote soltanto lo compie. Questi sono i temi della Mediator Deiche sono andati perduti nel momento in cui l’altare è divenuto mensa.
[…]
I due temi fondamentali della Mediator Dei vengono rapidamente cancellati e in pochi anni dopo il Concilio il Sessantotto ha già creato la possibilità delle eucarestie selvagge.
Il prete non è più il sacerdote, ma il presbitero della cominità, il “presidente dell’assemblea”. E in realtà qui è avvenuta la grande regressione: dalla persona alla comunità.
[…]
E così avviene l’evento disastroso centrale nella vita della Chiesa; un evento non voluto, non previsto, non desiderato: la sostituzione della Chiesa a Cristo. Una volta si diceva: Cristo sì la Chiesa no, ma oggi sembra prevalere il principio contrario: la Chiesa sì, Cristo no.
[…]
Tutto era scritto nella sostituzione dell’altare con la mensa, così che sembrava innocente un ritorno all’evento originario. Ma non era il ritorno alle origini il principio di tutte le eresie che avevano diviso la Chiesa cattolica, negando, in favore delle origini, l’opera dello Spirito Santo nel tempo intermedio tra la prima e la seconda venuta del Cristo? No, nessuno avrebbe previsto che una sostituzione così semplice comportasse una potenzialità eversiva così grande come la riduzione della Chiesa e una comunità orizzontale, a una comunità sociale, fondata sulla sua auto glorificazione.
Ma se al sacrificio della Croce, atto intertrinitario in cui viene comunicata la vita divina agli uomini con un gesto unico del Figlio incarnato, si sostituisce la pluralità dell’atto di partecipazione umana al dono di Dio, si trascina la Chiesa verso il basso.
[…]
Il Cristianesimo diviene espressione dell’amore fraterno, della non violenza e dell’assistenza. E’ una sottile forma gnostica di riduzione della Chiesa a una sorta di purezza meta mondana, di separazione dalla sua carnalità storica e temporale.
Questo culto dell’innocenza assoluta è il sostituto di una fede in chi è venuto a redimere i peccati del mondo. E la Chiesa dovrebbe sapere di essere fatta per gli uomini, non per pseudo angeli delle opere buone che divengono immediatamente compatibili con il mondo, con tutto ciò che di mondano il mondo approva. Il mondo nella sua realtà è cosa migliore di questi eretici della disincarnazione di Dio e della angelizzazione dei cristiani.
[…]
C’è una sottile fessura tra l’ultima grande enciclica di Pio XII sulla liturgia e la Sacrosanctum Concilium. Per quella fessura è passata l’autodistruzione della Chiesa; era di lì che era passato quel “fumo di Satana nel tempio di Dio” di cui parlava Paolo VI, in un momento di pienezza del carisma papale.
[…]
La riforma liturgica fu applicata in modo autoritario e violento, fu un atto di imposizione della gerarchia sui fedeli, che non domandavano la rivoluzione nella liturgia. Nessuna obiezione venne ascoltata. Già operava il “principe di questo mondo” e il fiume anticristico fluiva per passi insensibili.
Tutto sembrava così innovatore, intelligente, comprensibile: rendere persuasivo il Mistero, quale tentazione ! E tuttavia bisogna dire che, vedendo quello che è accaduto, i timori del movimento di Econe sembravano giustificati proprio sul punto della potenzialità rivoluzionaria della riforma.
Il risultato è stato il compimento della rivoluzione moderna quando il moderno finiva. E il risultato è che la liturgia della Chiesa postconciliare è una liturgia morente, priva del sacro, del canto, priva di bellezza, di grandezza.
Quando si celebra la Messa tradizionale, si sente in essa la Chiesa vibrare. Il sacerdote appare veramente come alter Christus, come colui che esprime la differenza tra il Cristo e il popolo, esprime l’essenza del sacro. E per vivere il Mistero della divinoumanità, della divinizzazione del cristiano, occorre che la differenza tra Dio e l’uomo, tra il Cristo e il crisitano, sia espressa; il sacerdote come persona sacra esprime la differenza tra il Cristo e il cristiano. Esprime la sacralità, la differenza che è alla base dell’unione. La dissacrazione della Messa è divenuta la dissacrazione del prete.
[…]
La riforma liturgica venne realizzata con un metodo autoritario, perché in essa era implicito il principio moderno di rivoluzione. Sembra strano pensare alle scipite figure dei liturgisti come ad agenti rivoluzionari, ma così fu. Lutero almeno fece le cose in modo forte e proprio. Ma con la riforma liturgica questo è avvenuto senza che vi fosse coscienza della tragedia spirituale che si consumava.
[…]
La nuova liturgia è fatta per il “noi”, non per l’”io”. E questo è caratteristico del pensiero rivoluzionario moderno: mettere il “noi” al posto dell’ “io”.
Nella liturgia riformata c’è posto solo per il “noi”. Mentre nell’eterno compare l’io (e la liturgia terrestre è comunione con la liturgia celeste), nella nuova liturgia esso è assente.
L’io nella liturgia tradizionale appare subito nella dimensione in cui compare nel Cristianesimo: il senso del peccato. Ciò è visibile fin dal doppio Confiteor della Messa tradizionale, che indica la persona. L’io del Confiteor mostra che il Confiteor del popolo è un Confiteor dell’io, non del noi.
[…]
La comunità è una invenzione clericale: coloro che vengono a Messa cercano Dio, non il “noi”. Se avessero la Messa tradizionale vi si inserirebbero subito, ove si fosse un clero capace di introdurre al Mistero.
[…]
La riforma liturgica è fallita perché è nata non dalla Tradizione della Chiesa, ma da un colpo di mano del partito intellettuale.
[…]
Giovanni Paolo II avrebbe dovuto chiedere perdono a tutti coloro che si sono sentiti offesi dalla riforma di Paolo VI e che si trovano oggi emarginati.
[…]
E’ la riforma che svuota le parrocchie e i seminari, che lascia senza autorità i vescovi.
La liturgia è il punto in cui la teologia antropologica poteva ferire il popolo, nella sua dimensione più originaria il sacro.
Gianni Baget Bozzo, L’Anticristo – il principe delle tenebre opera nella storia da piccole fessure… , Mondadori, Milano 2001 pp.46-55
 
tratto da: http://www.missagregoriana.it/?p=1592

martedì 18 marzo 2014

Putin sfida l'ipocrisia e la violenza dell'Occidente

Storico discorso del Presidente Vladimir Putin che presenta al Parlamento la mozione per l’integrazione della Crimea e della città di Sebastopoli         
 
 
 
DISCORSO DI PUTIN- Putin ha affrontato il tema del diritto dell’autoproclamazione d’indipendenza dei popoli sul piano internazionale sottolineando che in seno all’Onu non vi è “nessun divieto all’autopprcalamazione della indipendenza: il diritto internazionale non vieta l’autoindipendenza” afferma Putin riferendosi alla risoluzione presa dal Consiglio di Sicurezza per il Kosovo. Inoltre Putin ricorda anche le posizioni espresse alll’epoca dagli Stati Uniti che avevo stabilito che “le dichiarazioni d’indipendenza possono violare le regole ma ciò non significa che violano il diritto internazionale”.
Per questo il presidente russo afferma che la situazione in Crimea s’inserisce propri in questo ambito e Putin si chiede perché se ciò è valso per gli albanesi del Kosovo, perché “ciò non pò valere per i cittadini della Crimea”.
“Colgo l’occasione per ringraziare le forze armate della Crimea e quelle dell’Ucraina che non hanno ceduto allo scontro - prosegue Putin. Si parla di un’aggressione della Russia in Crimea, ma io non ricordo un’aggressione senza un colpo di fuoco”.
Il caso dell’Ucraina è lo specchio di ciò che è accaduto dopo il crollo del sistema bipolare: è sparito l’equilibrio. L’asse è ora basato sul principio del più forte. Gli Stati Uniti con questo principio mostrano di voler essere i più forti. Adottano e costringono risoluzioni per spiegare le loro azioni nel mondo. E nel caso contrario agiscono violando le loro risoluzioni Onu: ad esempio per i bombardamenti nel 1989 di Belgrado, seguiti da un vero intervento armato, dalla ex Jugolsavia, all’Iraq, passando all’Afghanistan fino alla violazione dello spazio aereo della Libia”.
“Le persone sono stanche della tirrania della povertà. Anziché la diffusione della democrazia della libertà c’è stato una serie di violazioni: dalla primavera all’inverno arabo. Ci sono state azioni contro l’integrazione di paesi nello spazio europeo sia per la Russia che per l’Ucraina. Vogliamo rapporti paritari e trasparenti ma non vediamo nessun passo in avanti verso di noi: ci hanno messo sempre di fronte agli atti compiuti. Tra questi: l’allargamento della frontiera della Nato ad est. Facile da dire che non ci riguarda. Come lo dispiegamento missilisitico”, commenta Putin che poi torna a criticare il fatto che sono mancate “anche le promesse sull’accesso economico internazionale” in quanto “ora parlano di sanzioni”.
 
Noi vogliamo difendere la nostra indipendenza ma c'è un limite a tutto. I nostri partenr occidentali hanno superato il limite e in Ucraina si sono comportati in maniera grezza. Hanno perso il senso della misura e la Russia si è trovata davanti ad un limite. La Russia ha i proprio interessi nazionali come li hanno tutti gli altri paesi e devono essere rispettati”.
“Ma siamo anche grati a tutti coloro che hanno avuto comprensione per la Crimea. Ringraziamo la Cina, la cui dirigenza ha esaminato la situazione nella sua pienezza storica e politica. Apprezziamo la moderazione dell’India” prosegue Putin che poi si è rivolto al popolo americano ricordando “che sono sati orgogliosi dei loro diritti dalla dichiarazione d’indipendenza in poi. E quindi quello della popolazione Crimea non è lo stesso?”.
“Voglio anche rivolgermi alla Germania. Nel caso dell’unione della Germania, noi appoggiavamo la volontà dei tedeschi di essere uniti. Mi rivolgo infine al popolo dell’Ucraina; non siamo mai intervenuti sulle loro decisioni. Ma è colpa loro della spaccatura del paese. Noi non vogliamo dividere l’Ucraina, non ne abbiamo bisogno”, rassicura il presidente russo in merito ai timori di ulteriori annessioni nella prte dell’Ucraina occidentale.
“Quello che è dell’Ucraina continuerà ad essere dell’Ucraina. Sarà come è stata per secoli, la patria dei popoli che hanno vissuto lì”, garantisce Putin che poi afferma come la “Crimea è un nostro successo comune e un fattore di stabilità e questo elemento strategico deve essere sotto la stabilità della Russia. Altrimenti sia noi Russi che Ucraini potremmo perdere la Crimea”.
“La prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato non porta a nulla alla Crimea. Noi non siamo contrari ad una cooperazione con la Nato: siamo contrari a basi della Nato ai confini del nostro territorio. Siamo più favorevoli che la Nato sia ospite nostra a Sebastopoli, sostiene Putin riferendosi alla base militare ucraina nella città portuale della Crimea.
“Oggi ci fa male quello che accade in Ucraina: siamo un popolo unico. Kiev è madre delle città delle Russie. L’antica russia è la nostra fonte comune e noi non possiamo vivere gli uni senza gli altri. La Russia difenderà sempre i loro interessi con mezzi diplomatici, economici e di giustizia. Tuttavia dev’essere prima di tutto l’Ucraina a voler difendere questi interessi e potrà essere una garanzia per la stabiltà del suo paese”,afferma Putin parlando ovviamente degli interessi strategici e della dipendenza economica dell’Ucraina alla Russia.
“L’Ucraina è uno dei principali partner e quindi vogliamo solo successi per il paese e siamo pronti a dare un contributo ma i cittadini devono fare ordine nel loro paese”.
“Cittadini di Sebastopoli siete stati voi a decidere del destino della Crimea. In questi gorni vi siamo stati vicini con sinceri sentimenti di fraternità. La forza della politica estera della Russia si è basata sulla forza di milioni di persone. Grazie per questo patriottismo. Dobbiamo restare uniti nel futuro per superare i contrasti esteri” ha esordito Putin ricordando che “le dichiarazioni occidentali sono state aggresssive e noi risponderemo. Non aspireremo a scontri e faremo il necessario per creare rapporti civili e di buon vicinato”.
Infine Putin si è avvicinato alla conclusione del suo discorso ribadendo la costituzionalità e la regolarità del voto referendario: “Il referendum è stato regolare e la Russia ora dovrà prendere delle decisioni sia per questioni interne che esterne: ma la posizione della maggiornaza è evidente e in base anche ai sondaggi, il 95% della popolazione ritiene che la Russia deve difendere gli interessi della popolazione e minoranze della Crimea. Più dell’83% della poplazione ritiene che lo deve fare anche andando contro a interessi di altri paesi, l’85% della popolazione è convinto che la Crimea è parte della terra della Russia e infine il 92% è a favore dell’unificazione della Crimea alla Russia.E così sia la popolazione della Crimea che quella russa sostengono l’annessione della Crimea e Sebastopoli alla Federazione Russa”.
Uno slancio di patriottismo di Putin costantemente interrotto dagli applausi del Parlamento: “La questione va oltre alle discussioni politiche: in quanto la questione è in mano ai popoli. In questo senso presento al Parlamento la promozione di prevedere l’integrazione di due nuove entità: la Crimea e la città di Sebastopoli. Propongo di ratificare l’ingresso e non dubito del vostro sostegno”.

"Non dobbiamo insorgere, ma servire la verità e non piegarci al mondo... La Chiesa non è la barca personale di qualcuno, né del papa, né del patriarca, né del vescovo. Nessuno può far tacere lo Spirito nella Chiesa, nei fedeli. Dovremo patire molto, ma sarà breve la prova e poi non ci sarà più ateo o incredulo... questa è una grande consolazione" (Discorsi di Padre Paisios)

Discorsi di padre Paisios

tratto da: Non dobbiamo insorgere, ma servire la verità e non piegarci al mondo... La Chiesa non è la barca personale di qualcuno, né del papa, né del patriarca, né del vescovo. Nessuno può far tacere lo Spirito nella Chiesa, nei fedeli. Dovremo patire molto, ma sarà breve la prova e poi non ci sarà più ateo o incredulo... questa è una grande consolazione
Padre Paisios fu monaco atonita.
È ritenuto una persona particolarmente carismatica.
Pochi anni prima della sua morte (1994) un monaco cattolico lo venne a trovare e tra i due si tenne un colloquio sul futuro dell'Europa. Riporto il dialogo come è stato registrato.


Paisios: "Oggi la situazione delle Chiese è molto grave. Non lo capiscono, ma è così. Ci aspettano molte prove. Fra pochi anni ci sarà una grande prova: i pii saranno duramente provati; ma durerà poco, per fortuna; poi non ci sarà più nemmeno un infedele. L'Europa diventerà una grande potenza, avrà un capo ebreo; non solo, ma cercheranno anche un capo spirituale per avere più forza e sarà il papa, il quale metterà assieme tutti, cattolici, protestanti, figli del diavolo (è una setta americana presente pure in Grecia), mussulmani... Li metterà insieme lasciando a ciascuno libertà... Viviamo in tempi di Apocalisse, siamo come al tempo di Noè; lo prendevano in giro... Oggi nessuno ci crede, ma siamo al colmo. I pii avranno grandi prove, ma il tempo sarà breve. Queste cose sono chiaramente annunciate da Ezechiele e Zaccaria....".

- "Padre, lei crede che il papa possa giungere a questo punto?".

Paisios: "Certo, avverrà questo. Ci sarà una grande catastrofe, ma poi tempo di pace e più nessun infedele, anche gli ebrei si convertiranno. Fra poco succederà questo. Voi come vi comporterete quando il papa farà così?".

- "Il nostro superiore dice che se il papa non segue l'evangelo non lo si può seguire...".

Paisios: "L'unione verrà, ma prima avremo la tribolazione e la catastrofe. Noi intanto dobbiamo mirare in alto, sì, la pietà...".

"Anche qui in Grecia alcuni preti vogliono vestire come la gente del mondo o le monache avere la veste più corta o a mezza manica... Una volta è venuto un prete, l'ho portato fuori vicino all'ulivo e ho tolto tutte le foglie dell'ulivo e gli ho detto: Sta ora a vedere che ne sarà di quell'ulivo! È come se si cava un sasso da un muro di una casa. Lì per lì non succede niente, ma pian piano entra acqua esce un sasso dopo l'altro e infine la casa va in rovina".
....
"L'apocalisse parla chiaro... parla di anticristo e di Babilonia, che è Roma".

- "Padre, sono d'accordo con quanto lei pensa, ma sul fatto della grande prova che verrà fra pochi anni, non capisco bene....".

Paisios: "Non dico fra 2-3 anni esattamente, ma certamente presto presto, siamo al colmo, al tempo di Noè...".

- "... Poi per il papa, lei crede che giunga a questo punto? Il nostro superiore dice che, a parte tutto il peccato,  è vescovo di Roma: noi crediamo nella sua benedizione".

Paisios: "Certo è capo, è vescovo, non vi dico di fare insurrezioni, ma la verità non si può camuffare... Se mio padre è ubriaco o audultero, non posso passarlo sotto silenzio. Bisogna cercare le vie dello Spirito per aiutarlo a capire, ma con pietà: come, se e quando Dio lo vuole... Non ci si può nascondere che c'è molta massoneria e sionismo a Roma, c'è grande corruzione, c'è la mentalità del mondo... Guarda, lo crederesti che il patriarca Atenagora era un massone? Nemmeno io lo credevo, ma mi hanno portato i documenti con i suoi gradi di massone e i certificati della pensione che recepiva come massone. Non dobbiamo insorgere, ma servire la verità e non piegarci al mondo... La Chiesa non è la barca personale di qualcuno, né del papa, né del patriarca, né del vescovo. Nessuno può far tacere lo Spirito nella Chiesa, nei fedeli. Dovremo patire molto, ma sarà breve la prova e poi non ci sarà più ateo o incredulo... questa è una grande consolazione".

Cronache dal monte Athos, Valleripa 1986, pp. 237-243.

Per una sintetica biografia e una breve sintesi del pensiero di padre Paisios vedi la voce Paisios da me in gran parte arricchita.

 

lunedì 17 marzo 2014

sic rebus stantibus

PAPATO A TEMPO, APOSTASIA E AUTODISTRUZIONE

    di Francesco Colafemmina
 
 

Cerco di leggere il meno possibile notizie e commenti che concernono la Chiesa Cattolica. Cerco, sinceramente, di limitare il senso di pena che sento montare in me, non tristezza o lamento gratuiti, ma pura pena. Ed è pur vero che non sono nessuno e che l’arma rivoluzionaria di questo nuovo-vecchio establishment clericale è un’arma psicologica che mira a spegnere ogni dissenso, facendolo tralignare in superbia o carenza di misericordia. Un geniale metodo per combattere il cattolicesimo con le sue medesime armi. Dunque scrivo queste righe senza alcuna pretesa, semplicemente come una disillusa riflessione sulla storia – presente e futura – della Chiesa.
Povertà, misericordia, carità, tenerezza, tutti validi strumenti per erodere la dottrina, per distruggere la Chiesa, come l’abbiamo conosciuta, trasformandola in una sorta di setta evangelica. Per appiattirla sul mondo e le sue esigenze, per adeguarla alla mentalità dominante fra i fedeli che non amano essere “educati” o “guidati”, che sono assetati non di istanze superiori, ma di analogie dal basso. E’ una strategia vecchia come il cucco, la stessa – per dire – adottata da Giuseppe II d’Austria quando commissionò a Mozart “Le Nozze di Figaro”. Aristocratici e servitori uniti da brame, desideri, bassezze morali capaci di colmare ogni distanza sociale. E’ la medesima strategia di Francesco, Papa di una Chiesa in piena apostasia. Il gesto “popolare” come cavallo di Troia della dottrina, della struttura, dei contenuti etici e teologici del Cattolicesimo. Tutto svuotato attraverso il continuo ricorso a questi quattro principi: povertà, misericordia, carità, tenerezza (e semplicità ossia celebrazione dell’informalità). Non c’è nulla di severo, nessuna condanna. Ieri, ad esempio, il predicatore degli esercizi spirituali quaresimali ha annunciato che l’uomo si è costruito un’immagine erronea di Dio, fondata sul terrore, sulla paura, sulla condanna, in sintesi sul “farisaismo”.
Ecco, la Chiesa si autodemolisce. Resta l’appiccicosa e melensa lagna della misericordia e della tenerezza. Lagna perché alla misericordia si dà il senso di una porta sempre aperta, di una lettura consumistica della pietà e della pazienza divina che annienta il senso stesso del peccato e della redenzione. Si evocano solo il candore e l’assenza di pretese. Concetti che arrestano ogni accusa, perché come fai ad accusare qualcuno che si mostra candido e tenero, indifeso, autentico, veramente cristiano, povero, umile, praticamente un santo… Ma quando un “santo” non è affatto scomodo, non è un punto interrogativo per il mondo, non una pietra d’inciampo per il potere e la sua voce (i media), non un fastidioso pungolo per non credenti e cattolici pigri, non un temibile nemico per vecchi volponi di curia, bensì l’esatto contrario, allora c’è da chiedersi se questa “santità” non sia piuttosto un instrumentum regni funzionale proprio a quel “potere” che dovrebbe essere ostile ad ogni forma di santità, uno strumento strategico, insomma, ben pianificato dal collegio cardinalizio, ma viziato da una vetustà ideologica di fondo.
Come si allontana ogni dissenso, ogni critica, per demolire il Cattolicesimo dall’interno? Semplicemente riproponendo le solite amenità degli anni ’60. Amenità che ritroverete comodamente in uno straordinario Guareschi, quello di “Don Camillo e don Chichì”. Anche in quel caso il prete “innovatore” si chiamava Francesco (la povertà francescana era un must dell’ideologia conciliare).
Un anno fa fummo in molti a restare basiti dinanzi all’elezione di Francesco. Io forse più di altri. In un mio romanzo rimasto incompiuto proseguivo una sorta di “visione geopolitica” della Chiesa avviata ne “La serpe fra gli ulivi”. Nel mio primo romanzo, in una breve digressione, ricostruivo – era il 2009 – quel che sarebbe accaduto dopo Ratzinger. Una cordata di Cardinali (espressione della imponente quanto parassitaria massa di diplomatici vaticani), mossi dalla volontà di adeguare la Chiesa al nuovo paradigma unipolare sintetizzato dal relativismo e dall’anti-etica della società dei consumi promossa da Stati Uniti ed Europa, avrebbe continuato ad affondare la nave di Pietro nel fango degli scandali, con uno scopo ben preciso:
“In realtà questi furfanti travestiti da uomini di Chiesa, le cui bocche stillavan miele ma i cui cuori erano anneriti dalla perfidia, preparavano il loro pontificato: quello in cui sarebbe stato eletto il vero Apostata, l’autentico Antipapa. Lo coltivavano blandendolo attentamente. Ne soddisfacevano ogni possibile desiderio, ogni ambizione, purché egli restasse nel silenzio: un cardinale tra i tanti.  Al momento opportuno, quando la Chiesa sarebbe stata screditata, maltrattata, umiliata dalle Nazioni e dai loro statisti massoni ed illuminati, quando il Papa santo e retto sarebbe stato cancellato dal cuore dei cristiani assieme al suo altissimo magistero, soltanto allora avrebbero attuato il loro piano. Il nuovo papa sarebbe stato latinoamericano [...]“
Nel nuovo romanzo che cominciai a scrivere nell’agosto del 2010 prevedevo l’elezione proprio di Bergoglio, nell’anno 2013. E prevedevo che questo nuovo pontefice avrebbe pian piano demolito la Chiesa dall’interno, cominciando dagli elementi di contesa con il “mondo”: vita, morte, sessualità. Prevedevo – non ci voleva certo una gran fantasia – che la demolizione sarebbe iniziata a partire dalla morale sessuale. Mi sbagliavo! E il mio errore è imputabile ad un certo candore, questa volta tutto mio. Solo oggi comprendo che gli strateghi dell’adattamento della Chiesa al mondo non potevano certo partire dal tema della “sessualità”, questo perché il mondo non tollera ingerenze in questo campo, né divieti, né concessioni. Non riconosce affatto in merito a tale aspetto della vita umana l’autorità della Chiesa. La riconosce invece laddove si parla di matrimonio, ossia di organizzazione della società. E’ dunque dal matrimonio, dal sacramento del matrimonio, che parte oggi la demolizione o l’adeguamento della Chiesa al mondo. Tutto il resto seguirà. Lo si attua a partire dall’introduzione della regola della società dei consumi: la possibilità di tornare indietro, la sostituzione del “per sempre” con il provvisorio. E la “pretesa democratica” dell’accesso al sacramento dell’Eucaristia. Il tutto introdotto attraverso la “misericodia” e la “cura pastorale”, come se la “dottrina” non fosse già pastorale.
La famiglia è il centro dell’attacco che parte dall’esterno della Chiesa ed oggi viene ampiamente condiviso dalla Chiesa stessa. Sarà questo uno degli elementi centrali del breve pontificato di Francesco. Il prossimo, ad esempio, potrà occuparsi del celibato dei sacerdoti. Ma perché – vi domanderete – parlo di un pontificato “breve”? Perché è ormai una voce sempre più fondata quella che pone la scadenza del pontificato di Francesco nell’anno 2017, nel corso dell’ottantesimo compleanno di Bergoglio. D’altro canto non fu il Cardinal Hummes ad annunciare a Tornielli poco prima del Conclave dello scorso anno: “basterebbero quattro anni di Bergoglio per cambiare le cose”? E non è stato lo stesso Bergoglio ad annunciare a De Bortoli che di “papi emeriti” ce ne saranno altri nel futuro?
Ebbene, il primo anno è già passato. Non sappiamo cosa accadrà nei prossimi tre, possiamo tuttavia con adeguata certezza affermare che la Chiesa cambierà volto. O più semplicemente imploderà. Le forze centrifughe di Bergoglio e compagni non hanno infatti fatto ancora i conti con l’episcopato mondiale e con i sacerdoti, ossia con l’oggetto principale degli strali quotidiani del Papa. Un Papa che ogni giorno demolisce la Chiesa invece di proteggerla, che pone se stesso come unico modello cui conformarsi – implicitamente – mentre il resto della cattolicità sarebbe più opportunamente da revisionare se non proprio da rottamare. Che sostiene di non essere nessuno per giudicare un peccatore, ma nella realtà tuona ogni giorno contro certi suoi fantasmi di vita cattolica che si sente pienamente autorizzato a disprezzare o condannare. E le progressive aperture ai divorziati risposati, ai conviventi, e a tutte le categorie che vanno sotto il nome di “periferie esistenziali”, finiranno per accrescere lo iato fra un Papa amato dalla gente perché dice ciò che la gente vuol sentirsi dire (“fate quel che vi pare, tanto io non vi giudico, non vi condanno, non vi ordino nulla!”), e un clero sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, perché lasciato scoperto dinanzi ad un aggiornamento che sembra denunciare la presunta “ipocrisia” e il presunto “farisaismo” della Chiesa di ieri. Questa implosione che tecnicamente definirei apostasia si esplicherà in tempi forse neppure così lunghi. Non coinciderà certo con la fine della Chiesa, perché basteranno anche poche fiammelle a mantenere acceso e vivo il Corpo Mistico, tuttavia verranno minati tutti gli elementi chiave del Cattolicesimo: dal ministero petrino alla morale sessuale, ai sacramenti. Tutto è destinato a trascolorare in un vago quanto provvisorio miscuglio.
Questa, si badi, non è una analisi disfattista, ma una semplice constatazione dei fatti. A noi non resta che pregare e continuare a vivere quanto più possibile da cattolici, cercando sempre più di disinteressarci ai fatti papali o vaticani in genere. Ne va della nostra fede!
 
 
 
 

sabato 15 marzo 2014

la meglio gioventù


Morire al grido di “Viva Cristo Re”


Cristo_martirio_un_dios_prohibido
 
E’ disponibile il dvd di UN DIOS PROHIBIDO, un film che narra il martirio di 51 religiosi clarettiani uccisi nel 1936 dai rossi durante la guerra civile spagnola:
http://www.claret.org/it/notizie/24-12-2013/un-dios-prohibido-ora-dvd
http://www.undiosprohibido.com/
 
I Martiri Clarettiani di Barbastro 
I 51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita. 
 
I Fatti
Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse. Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto. 
 
La Testimonianza
Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio: 
«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.
Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!” Risponde la plebaglia rabbiosa “Muoia! A morte!” Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero “Viva Cristo Re”. Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.
I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte. 
Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo. 
Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti, 
Faustino Pérez.»
 
Elenco dei Martiri
P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote 
AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista 
BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista 
BAIXERAS JUAN, 2 22 anni, studente seminarista 
BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista 
BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista 
BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista 
BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista 
BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore 
CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista 
P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote 
CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista 
CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista
CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore
CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono 
CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista 
CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista 
P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote 
CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore 
DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista 
P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote 
ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista 
ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista 
FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista
FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista 
GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista 
ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista 
LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista 
LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista 
MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore 
P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote 
MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista 
MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore 
NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista 
ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista 
ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote 
PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote 
PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista
PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote
PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista 
RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista
RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista 
ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista 
ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista 
RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista 
SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista 
SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote 
SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista 
TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista 
VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista 
VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista
 
 
 
 

martedì 11 marzo 2014

in morte di Mario Palmaro

Requiem aeternam dona ei, Domine...
 
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La prima cosa che sconvolge della malattia è che essa si abbatte su di noi senza alcun preavviso e in un tempo che noi non decidiamo. Siamo alla mercé degli avvenimenti, e non possiamo che accettarli. La malattia grave obbliga a rendersi conto che siamo davvero mortali; anche se la morte è la cosa più certa del mondo, l’uomo moderno è portato a vivere come se non dovesse morire mai.
Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il Crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa. Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.
D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età.
Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia. Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello” (Mario Palmaro).

 

Alla famiglia e all'amico e collega Dott. Alessandro Gnocchi

le nostre più sentite condoglianze

sabato 8 marzo 2014

si avvicina la tempesta....la Vergine piange



Terribile segno ! Ognuno può crederci o meno, ma è indubbio che il Signore mandi segnali ai fedeli. Come successe all’arrivo di Napoleone Bonaparte in Italia, quando, come fu testimoniato ampiamente e descritto da Rino Cammilleri, la Madonna iniziò a muovere gli occhi in quadri e cappelle dello stato pontificio.

Icone russe e ucraine avrebbero iniziato a piangere


 
Dipinti ed icone religiose stanno piangendo in Ucraina e Russia. Segno che qualcosa sta per accadere? Annunciano un disastro?
Dio ci mette in guardia contro un enorme cataclisma che potrebbe iniziare in Russia e Ucraina? Non è escluso.


In entrambi i Paesi, in una decina di monasteri delle icone hanno cominciato a piangere.

Nella tradizione ortodossa (così come in Occidente quando le statue religiose piangono veramente lasciano presagire eventi gravi), ciò è un chiaro segno dall’alto, ovvero che è un invito al popolo al pentimento e un allarme riguardo l’approssimarsi di momenti difficili.
Le icone che ora stanno piangendo si trovano tra gli altri, nei monasteri di Rostov-on-Don, Odessa, Rivne, Novokuznetsk. In passato fenomeni simili in Russia e Ucraina, ebbero luogo prima della Rivoluzione di Ottobre e della caduta del regime zarista, e poco prima del crollo dell’Unione Sovietica.
Segnalazione di Gianni Toffali

http://www.fronda.pl/a/zapowiedz-kataklizmu-ikony-na-ukrainie-i-w-rosji-placza,35046.h
http://eccechristianus.wordpress.com/2014/03/05/anuncian-un-desastre-iconos-de-rusia-y-ucrania-estan-llorando/