mercoledì 17 giugno 2015

importante intervista di mons. Schneider



Mons. Athanasius Schneider:
“Travisati i documenti
del Concilio Vaticano II”

Mons. Athanasius Schneider, segretario Generale della Conferenza Episcopale del Kazakhstan, è il vescovo ausiliare di Astana (Kazakhstan) e vescovo titolare di Celerina. Nato Anton Schneider (il 7 aprile 1961), a Tokmok, nell’allora Unione Sovietica, ha assunto il nome religioso Atanasio dopo essere entrato nell’ordine dei Canonici Regolari della Santa Croce di Coimbra. Studioso e docente di patristica, Mons. Schneider, da qualche anno, fa sentire la sua voce profetica per cercare di svegliare l’Occidente dal torpore spirituale che sta vivendo, a seguito, specialmente, di false interpretazioni dei perenni insegnamenti della Chiesa e della teologia cattolica. Ha concesso una intervista esclusiva per l’Italia a www.lafedequotidiana.it

Monsignor Schneider, nel suo libro “Dominus Est – Riflessioni di un Vescovo dell’Asia Centrale sulla sacra Comunione”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, lei ha incoraggiato la Chiesa a sostenere la pratica della Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. Ci spiega brevemente le motivazioni teologiche e storiche di tale modalità?

“Le motivazioni teologiche si appoggiano sulla verità della fede della presenza vera, reale e sostanziale del Corpo e del Sangue di Cristo sotto le specie del pane e del vino, e questa presenza contiene anche la divinità di Cristo a causa dell’unione ipostatica, cioè contiene “totum et integrum Christum“, come ha detto il Concilio di Trento. C’è anche la verità che Cristo è presente in ogni parte o frammento del pane. Poi c’è la verità della transubstanziazione. Tutte queste verità sono state dogmaticamente definite dal Magistero della Chiesa. Se prediamo sul serio la verità nella quale crediamo, dobbiamo mostrare la nostra fede con il nostro comportamento esteriore. La fede deve riflettersi nelle opere concrete, la teoria e la prassi, la fede e il culto, la lex credendi e la lex orandi devono concordare vicendevolmente. Altrimenti la nostra fede diviene zoppicante e col tempo prenderà la forma di una fede gnostica. Alla fine la fede concreta nella presenza reale, la fede nella presenza della divinità, la fede nella presenza di Cristo nei minimi frammenti, la fede nella transustanziazione svanisce. C’è una legge inesorabile della psicologia umana: i gesti ripetuti e divenuti poi abituali, determinano con il tempo il modo di pensare. Quindi, se io tratto ciò che è il più sacro, il più sublime, ciò che è il mistero per eccellenza, ciò che è Dio onnipotente stesso (totus et integer Christus) quasi con lo stesso gesto come io prendo l’alimento ordinario e con un modo sprovvisto di un inequivocabile gesto d´adorazione, io non solamente contraddico la profondità della mia fede, ma commetto oggettivamente un atto d’informalità, indegno della maestà infinita di Cristo (anche se questa maestà è umilmente nascosta nella specie del pane). Questo pericolo reale rappresenta una vera motivazione pastorale. Qui entrano ancora altri due aspetti d’importanza eminentemente pastorale: – il fatto sempre più diffuso della perdita dei frammenti eucaristici, i quali cadono sulla terra e in seguito sono calpestati; – il furto dilagante delle ostie sacre. Tutto ciò si verifica a causa del gesto così insicuro, banale e mai esistito nella Chiesa, cioè l’uso odierno di distribuire la santa Comunione sulla mano (l’uso dei primi secoli era notevolmente diverso)”.

In teologia sembra avanzare l’antropocentrismo a discapito del cristocentrismo. Cosa comporterà questo nel prossimo futuro della Chiesa?

“L’antropocentrismo, in ultima analisi, comporta:

– lo svanimento e la perdita della fede soprannaturale;

– l’eliminazione della grazia Divina e dei mezzi della grazia;

– l’eliminazione del senso soprannaturale dei sacramenti, dando loro un significato puramente sociologico;

– l’eliminazione della preghiera personale e delle concrete opere di penitenza e ascesi;

– l’eliminazione, col tempo, dell’adorazione di Dio, cioè della Santissima Trinità e favorisce l’adorazione dell’uomo e della terra (del clima, dell’oceano etc.);

– la dichiarazione pratica e anche teorica che questa terra è il giardino del paradiso, cioè il paradiso sulla terra (teoria dei Comunisti);

– l’apostasia.

L’antropocentrismo comporterà una spaventosa codardia davanti al mondo e la collaborazione dei fedeli e dei chierici con le ideologie anticristiane. Si verificheranno oggi queste parole del Nostro Divino Maestro e dell’apostolo san Paolo: “Quando si dirà: Pace e sicurezza, allora d’improvviso li colpirà la rovina” (1 Tess. 5,3), “Senza de Me non potete far nulla” (Gv 15,5) e “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8)”.

Recentemente, in una bellissima quanto documentata conferenza, Lei ha parlato del Concilio Vaticano II e dei suoi documenti. Può spiegarci quello che non è stato ancora attuato alla luce dei documenti conciliari e quali sono le false e pericolose interpretazioni che alcuni teologi progressisti danno dell’ultimo concilio.

“Il contributo più originale e specifico del Concilio Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità nel capitolo 5 di “Lumen gentium” e nella chiamata universale missionaria all’evangelizzazione (il Decreto “Ad gentes“), la quale si manifesta nella collaborazione dei fedeli laici con i pastori della Chiesa nel testimoniare e nel difendere la purezza e l’integrità della fede cattolica nell’odierno mondo fino al martirio, se necessario (il Decreto “Apostolicam actuositatem“). La seguente affermazione conciliare rimane una delle più belle, necessarie e attuali: “I cristiani, comportandosi sapientemente con coloro che non hanno la fede, s’adoperino a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e con fortezza apostolica, fino all’effusione del sangue” (Dichiarazione “Dignitatis humanae“, n. 14). Questi contributi più essenziali dell’ultimo Concilio sono stati purtroppo offuscati e soffocati in larga misura dalla gran parte di chi ha occupato le cattedre teologiche, cioè dai nuovi scribi, e purtroppo anche da parte di non pochi rappresentanti del clero e persino dell’alto clero. Sono state diffuse interpretazioni completamente arbitrarie e interpretazioni erronee di alcune espressioni non sufficientemente chiare o ambigue in alcuni testi conciliari. Si sono creati dei miti conciliari. Questa situazione si spiega, da un lato, dal carattere pastorale e non-definitivo di una considerevole parte dei testi conciliari e, dall’altra parte, di una mancata refutazione dettagliata e sistematica di queste interpretazioni erronee da parte del Magistero. Ci vuole un sillabo degli errori di interpretazioni conciliari”.

L’idea di cambiamenti sulla morale matrimoniale crede che sia un reale pericolo che possa verificarsi in occasione del prossimo sinodo dei vescovi a Roma o è solo un pericolo auspicato dai media anti-cristiani?

“Alcuni fatti hanno dimostrato che c’è un pericolo del cambiamento della comprensione e dell’applicazione pratica delle verità Divine sul matrimonio e sulla sessualità umana nell’ambito ecclesiale stesso. Esempi sono stati lo svolgimento del sinodo nel mese di ottobre 2014 con momenti di manipolazione all’interno dello stesso sinodo, la Relatio post disceptationem, il nuovo questionario mandato alle diocesi, le affermazioni pubbliche del Segretario del Sinodo, di alcuni cardinali, di rappresentanti di alcune conferenze episcopali. Questi ecclesiastici usano, sorprendentemente, lo stesso linguaggio e lo stesso modo di argomentare dei mass-media anti-cristiani. Essi hanno, riguardo a questa tematica, la forma mentis del mondo e non del Vangelo. Rimane l’impressione che nelle stesse file del clero ci siano dei collaboratori con la dittatura mediatica e politica della nuova ideologia anti-cristiana “.

Sembra che la società si sia sempre più omosessualizzando e, recentemente, anche in Irlanda, sono stati riconosciuti i matrimoni gay. Quali saranno i pericoli per la Chiesa in questo campo?

“Una delle caratteristiche essenziali della Chiesa è la testimonianza e – se necessario – il martirio della verità. Gesù ha solennemente confessato davanti ai potenti del Suo tempo: “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37). E questo rimane sempre la missione della Chiesa e di ogni cristiano. Avere paura, davanti alla prepotenza ideologica del mondo, sarebbe una contraddizione alla missione essenziale della Chiesa e dei cristiani. Le parole di Gesù con le quali Egli incoraggiava all’inizio della predicazione del Vangelo l’apostolo Paolo, sono dirette anche a noi oggi, in primo luogo ad ogni vescovo e poi anche ad ogni fedele: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché Io sono con te” (At 18,9). Ed anche queste parole di San Pietro, nella sua Prima Lettera, cioè nella prima enciclica papale, sono attuali più che mai: “E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male” (1 Pt 3,13-17)”.

Eccellenza, in che senso è possibile dialogare cristianamente con gli esponenti delle altre religioni e dell’Islam in particolare?

“Il comandamento dell’amore al prossimo vale per tutti e non c’è un’eccezione. Dobbiamo amare persino i nostri nemici e tutti coloro che ci sono ostili. Dobbiamo amare tutti coloro che si trovano nell’errore della fede e della morale. Anzi, dobbiamo avere in modo speciale misericordia verso queste persone, perché da Dio siano liberati dall’errore e dal peccato, giacché l’errore e il peccato sono la più grande miseria e infelicità dell’uomo. Quindi dobbiamo e possiamo dialogare con tutti, e specialmente con i musulmani, seguendo il metodo di san Paolo e di tutti i Santi: “Operando la verità nella carità (veritatem facientes in caritate)” (Ef 4,15)”.

Matteo Orlando


tratto da: http://www.lafedequotidiana.it/athanasius-schneider-travisati-documenti-del-concilio-vaticano-ii/

martedì 16 giugno 2015

5° PELLEGRINAGGIO DELLA TRADIZIONE A OROPA




5° PELLEGRINAGGIO
DELLA TRADIZIONE
A OROPA

Sabato 3 Ottobre 2015



domenica 14 giugno 2015

Fu già errore dei pelagiani...

Della necessità di pregare per salvarsi
di sant'Alfonso M. de Liguori
 
Fu già errore dei pelagiani il dire, che l’orazione non è necessaria a conseguire la salute. Diceva l’empio loro maestro Pelagio, che l’uomo in tanto solamente si perde, in quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa! diceva Santo Agostino: Pelagio d’ogni altra cosa voleva trattare, fuorché dell’orazione (De natura et orat. c. XVII), ch’è l’unico mezzo, come teneva ed insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che scrisse già S. Giacomo: Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso (Gc 1,5).

Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, né mai stancarsi (Lc 18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt 26,41). Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, orate, come vogliono comunemente i teologi, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo diceva, che questi testi s’intendevano non già dell’orazione, ma solamente della necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il bene operare: ma questo fu suo errore e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessio, non potersi negare senza errare nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constando evidentemente dalle Scritture, essere l’orazione l’unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salute (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9).

La ragione è chiara. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene. Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compire, ma niente potete fare. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia, neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l’Apostolo: Da per noi neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5). Se dunque non possiamo neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci significano tante altre Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6). Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie leggi, e le pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I: Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare. Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: Se alcuno avrà detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo, l’uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la grazia della giustificazione, sia scomunicato (Sess. 6, can. 3).

L’autore dell’Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così conservare il loro essere; ma l’uomo poi l’ha formato in tal stato, che esso solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l’uomo è affatto impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia.

Ma questo aiuto della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo concede se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: Crediamo che niuno giunga a salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi la salute, se non è da Dio aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera (De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto dall’altra che tale soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute? E’ vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione alla fede, alla penitenza, dice S. Agostino, che Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo tiene poi per certo che le altre grazie (e specialmente il dono della perseveranza) non si concedono se non a chi prega (De Dono pers. c. 16).

Ond’è che i teologi comunemente con san Basilio, san Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo: Dopo il battesimo poi è necessaria all’uomo una continua orazione, affine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente (3 p. q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l’Angelico, della necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell’agone non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi (1 Tm 2,5). All’incontro senza l’aiuto divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto divino solo per l’orazione si concede; dunque senza orazione non v’è salute.

Che poi l’orazione sia l’unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo conferma più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo che il Signore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi, vuol donarcele non per altro mezzo che per l’orazione (2, 2.ae, q. 83, 2). E lo stesso scrisse S. Gregorio: Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che Dio avanti i secoli dispone loro di dare (Lib. i. Dial. cap. 8). Non già, dice S. Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha stabilito il Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie i alla salute per mezzo della preghiera, dicendo: "Chiedete ed otterrete, cercate, e troverete" (Matth. 7,7).

Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18). Il Signore, dice S. Agostino, bene desidera e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuol dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli si protesta con dire: Chiedete ed otterrete. Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Siccome l’umore è necessario alle piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l’orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: siccome il corpo senza dell’anima non può vivere, così l’anima senza l’orazione è morta, e manda cattivo odore (De or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama anche l’orazione cibo dell’anima perché senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza l’orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l’anima (De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri, denotano l’assoluta necessità, ch’essi insegnano d’esservi in pregare per conseguire la salute.

giovedì 11 giugno 2015

4° Convegno "Summorum Pontificum"




 
Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum Giovani e Tradizione4° Convegno sul Motu proprio Summorum Pontificum di S.S. Benedetto XVI
“Un tesoro per tutta la Chiesa”

Roma, Pontificia Università San Tommaso (Angelicum),
13-14 giugno 2015
*****
Programma:
Sabato 13 giugno 2015
Ore 8,00: Accoglienza e iscrizioni in segreteria
Chiesa dei Ss. Domenico e Sisto (Angelicum)
Ore 8,30 Santa Messa Prelatizia di S.E.R. il Sig. Card. Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta
Servizio liturgico: Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum
Coro liturgico: Suore Francescane dell’Immacolata
Aula Minor
Ore 9,30: Canto del Veni Creator
Apertura dei lavori: Don Marino Neri (Segretario del sodalizio Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum – Moderatore del convegno)
Ore 9.40: Prolusione: P. Vincenzo M. Nuara O.P., Moderatore del Sodalizio Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum e Presidente onorario dell’Associazione Giovani e Tradizione
Sessione mattutina
Ore 10,00: Intervento:  S.E. R. il Sig. Card. Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta: “La Tradizione come fondamento della liturgia cattolica”
Ore 10.30: 1^ Relazione:Lex orandi-lex credendi nel Motu proprio Summorum Pontificum: un approccio teologico”, Prof. Dom. Cassian Folsom, O.S.B. (Pontificio Ateneo Sant’Anselmo- Roma)
Ore 11.10: pausa
Ore 11.30: 2^ Relazione: “Giustizia, religione, vero culto : la prospettiva di San Tommaso d’Aquino”, Prof. Giovanni Turco (Università degli Studi- Udine)
Ore 12.10: 3^ Relazione: “Il culto in spirito e verità: liturgia e simbolismo”, Don Marino Neri (Università degli Studi- Pavia)

Ore 13.00: pausa pranzo (Sala delle Colonne)

Sessione pomeridiana
Ore 15.30: Intervento: S.E. R. il Sig. Card. Gerhard Ludwig  Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei : “La Tradizione come principio proprio della teologia cattolica”
Ore 16.00: 4^ Relazione: “Dove il cielo si apre: l’altare paleocristiano in  liturgia e arte”, Prof. Mons. Stefan Heid (Pontificio Istituto di Archeologia cristiana – Roma)
Ore 16.45: pausa
Ore:17.00: 5^ Relazione: “La dimora di Dio tra gli uomini: i tesori dell’altare”, Mons. Marco Agostini (Segreteria di Stato – Città del Vaticano)
Ore 17.40: 6^ Relazione: “Il Tesoro dell’altare: l’ineffabile maestà della santa Comunione” S.E.R. Mons. Athanasius Schneider (Vescovo ausiliare della diocesi della SS. Madre di Dio in Astana)
Ore 18.15: Conclusioni

Chiesa dei Ss. Domenico e Sisto (Angelicum)
Ore 18,30: Canto del Te Deum e Benedizione eucaristica
Presiede: S.E. R. il Sig. Card. Walter Brandmüller, Presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze storiche
Servizio liturgico: Fraternità Sacerdotale San Pietro
Coro liturgico: Suore Francescane dell’Immacolata
Domenica 14 giugno 2015 (III domenica dopo Pentecoste)

Ore 11.00: Basilica papale di San Pietro in Vaticano, Cappella del SS. Sacramento, Solenne Santa Messa Pontificale al Faldistorio
Celebrante: S.E.R. il Sig. Card. Velasio De Paolis, Presidente emerito della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede
Cerimoniere: Don Gilles Guitard ICRSS
Servizio liturgico: Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote
(Coro della Cappella Musicale Ludovicea di Trinità dei Monti in Roma diretta dal M° Ildebrando Mura che eseguirà la “Missa quatuor vocum” di Domenico Scarlatti)

N.B. I Chierici che desiderano assistere al Solenne Pontificale si dovranno trovare  in Sacrestia della Basilica alle ore 10.40 con l’Abito corale proprio

Sede del convegno:
Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) P.U.S.T.
Largo Angelicum, 1 – 00184 ROMA – te. +39.06.67021 – www.pust.it
Organizzazione: www.giovanietradizione.org cell. +39.330.702501
Indirizzi email: info@giovanietradizione.org; amiciziasacerdotale@gmail.com

Relazioni col pubblico: Dott. Angelo Pulvirenti – Dott. Alessandro Laudani
Portavoce del convegno: Don Marino Neri

N.B. Le iscrizioni al convegno si possono effettuare anche on-line sul sito web dell’ Associazione Giovani e Tradizione.
Quota di partecipazione (light lunch incluso): E. 20.00
LAUS DEO
 
 

mercoledì 10 giugno 2015

magni faustique


 
Breve di S. S. il Papa San Pio X

MAGNI FAUSTIQUE

Con cui il giorno 8 marzo 1913 per celebrare il sedicesimo centenario dell’editto del 313, con il quale Costantino il Grande riconobbe ufficialmente il Cristianesimo in tutto l’impero si indice un Giubileo universale e si fissano le modalità per conseguire l’indulgenza plenaria.

Il Papa Pio X. A tutti i fedeli cristiani che leggeranno questa Nostra Lettera, salute e Apostolica Benedizione.

La celebrazione del grande e fausto evento in forza del quale, mille e seicento anni fa, fu finalmente concessa la pace alla Chiesa, mentre riempie di gioia il cuore di tutti i cattolici, e li invita a compiere opere di pietà, spinge Noi anzitutto ad aprire il tesoro dei doni celesti, perché si possano trarre da tale solennità ricchi e preziosi frutti nel Signore. Ci pare infatti giusto ed assai opportuno festeggiare l’editto promulgato a Milano dall’Imperatore Costantino il Grande, poco dopo la vittoria contro Massenzio, propiziata dal glorioso vessillo della Croce; esso, ponendo fine alle crudeli persecuzioni contro i Cristiani, li mise in possesso di quella libertà il cui prezzo fu il sangue del divino Redentore e dei Martiri. Allora, finalmente, la Chiesa militante riportò il primo di quei trionfi che le arrisero sempre dopo le persecuzioni di ogni genere in ogni tempo, e da quel giorno assicurò sempre maggiori benefici alla società umana. Gli uomini infatti, abbandonato a poco a poco il superstizioso culto degli idoli, abbracciarono sempre più la regola della vita cristiana nelle leggi, nei costumi e nelle istituzioni, e con ciò avvenne che sulla terra si diffondessero insieme la giustizia e la carità. Riteniamo pertanto conveniente, in questa felice circostanza nella quale si rievoca un fatto di tale importanza, supplicare insistentemente Dio, la Vergine Sua Madre e tutti i Beati, in special modo gli Apostoli, affinché tutti i popoli, ristabilendo la maestà e l’onore della Chiesa, si raccolgano nel grembo di questa Madre e si adoperino con tutte le forze a cacciare gli errori con i quali gli sconsiderati nemici della Fede cercano di condurli dalla sua luce nelle tenebre; tributino onore e rispetto al Pontefice Romano; e infine guardino con animo fidente alla religione cattolica come sostegno e difesa di tutte le cose. Allora, quando gli uomini terranno di nuovo gli occhi fissi alla Croce, sarà lecito sperare che in questo segno di salvezza anche i nemici del nome Cristiano e le sfrenate passioni del cuore potranno essere completamente vinti. Ordunque, affinché le umili preghiere che in questa secolare solennità si leveranno in tutto il mondo cattolico ridondino al maggior bene spirituale dei fedeli, abbiamo stabilito di arricchirle con unIndulgenza Plenaria in forma di Giubileo, esortando vivamente tutti i figli della Chiesa ad unire alle Nostre le loro suppliche e le loro opere di pietà, in modo che da questo beneficio del Giubileo, che viene loro offerto, possa derivare il maggior vantaggio possibile sia per le loro anime, sia per la religione.

Per questo, confidando nella misericordia di Dio Onnipotente e nell’autorità dei Beati Apostoli Pietro e Paolo, per quel potere di legare e di sciogliere che a Noi, benché immeritevoli, è stato dato per volontà divina, uditi anche i Venerabili Fratelli di Nostra Romana Chiesa i Cardinali Inquisitori Generali, con la presente Lettera concediamo e accordiamo l’Indulgenza Plenaria di tutti i peccati, in forma di Giubileo generale, a tutti e singoli i fedeli di Cristo di entrambi i sessi, sia che abitino in questa Nostra alma Città, sia che vengano ad essa, i quali durante l’anno in corso, dalla Domenica in Albis (a partire dalla quale inizieranno le solennità secolari in memoria della pace della Chiesa) fino alla festa dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine, Madre di Dio, inclusa, visitino due volte ciascuna le Basiliche di San Giovanni in Laterano, di San Pietro, Principe degli Apostoli, e di San Paolo fuori le Mura, e qui sostino per qualche tempo a pregare Dio, secondo la Nostra intenzione, per la Chiesa cattolica e per la prosperità e la gloria di questa Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie e la conversione di tutti i peccatori, per la concordia dei Principi Cristiani e per la pace e l’unità di tutto il popolo dei fedeli, e che durante questo periodo di tempo, dopo la rituale penitenza, si accostino alla santa Comunione, ed inoltre versino un’elemosina, ciascuno secondo le proprie possibilità, o agli indigenti 0, se preferiscono, alle opere pie.

A coloro che non potranno venire a Roma concediamo ed accordiamo la stessa Indulgenza Plenaria, a condizione che nello stesso periodo di tempo essi visitino sei volte la Chiesa o le chiese del loro paese che verranno designate una volta per tutte dall’Ordinario, e che compiano scrupolosamente le altre opere di pietà sopra indicate. Concediamo inoltre il privilegio di poter applicare questa Indulgenza Plenaria, come suffragio, anche alle anime di coloro che lasciarono questa vita in grazia di Dio. Concediamo poi che i naviganti e i viandanti possano legittimamente conseguire la stessa Indulgenza una volta che, tornati al proprio domicilio o giunti in un dato luogo di sosta, abbiano compiuto le opere sopra citate e visitato sei volte la chiesa cattedrale, 0 la maggiore, o la chiesa parrocchiale del proprio domicilio, o del luogo in cui abbiano sostato. Concediamo parimenti e consentiamo che i Regolari di entrambi i sessi, anche viventi in clausura perpetua, e tutti gli altri, sia laici, sia ecclesiastici secolari o regolari che siano in carcere o in prigionia o impediti da qualche infermità del corpo o da altra forza maggiore e non possano assolvere le dette prescrizioni o alcuna di esse, possano averle commutate dal loro Confessore in altre opere di pietà, o rimesse ad altro tempo prossimo; il Confessore prescriverà quelle opere che gli stessi penitenti potranno compiere, con la facoltà altresì di dispensare dalla Comunione i fanciulli che ad essa non fossero ancora stati ammessi.

Oltre a ciò diamo facoltà a tutti e a ciascuno dei fedeli in Cristo, così laici come ecclesiastici secolari o regolari, di qualsiasi Ordine od Istituto, anche di particolare menzione, di scegliersi a questo scopo un sacerdote Confessore, secolare o regolare, fra gli approvati, e che tale facoltà sia estesa anche ai monaci, ai novizi, alle monache di clausura, purché il Confessore sia stato approvato per i monaci. Tale Confessore nel detto periodo di tempo potrà assolvere coloro che accedono alla confessione presso di lui con il proposito di conseguire il presente Giubileo e di adempiere a tutte le altre opere necessarie per lucrarlo; per questa volta soltanto, e nel foro della coscienza, egli potrà assolverli da scomuniche, sospensioni e da altre sentenze ecclesiastiche e censure per qualsiasi causa comminate od inflitte legittimamente dall’uomo, anche quelle riservate agli Ordinari locali ed a Noi o alla Sede Apostolica, anche nei casi speciali licet modo riservati; potrà assolvere anche coloro che non si intendono compresi in un’altra concessione per quanto ampia, e li potrà assolvere da tutti i peccati e da tutti gli eccessi per quanto gravi ed enormi, anche quelli, come detto prima, riservati agli Ordinari, a Noi e alla Sede Apostolica, previa imposizione di una penitenza salutare, o di altre pene da imporsi secondo la legge, e, nel caso di eresia, previa abiura e ritrattazione degli errori. Il Confessore avrà facoltà di dispensare da tutti i voti, anche giurati e riservati alla Sede Apostolica, e di commutarli in altre opere pie e salutari (eccettuati sempre i voti di castità, di religione e di obbligazione accettata da un terzo, o quelli nei quali si tratti del pregiudizio di terzi, come pure i voti penali che sono denominati preservativi dal peccato, se la futura commutazione non sia tale che raffreni dal commettere il peccato in misura inferiore della precedente materia del voto). Il Confessore potrà inoltre dispensare i penitenti costituiti in Ordini sacri, anche regolari, per qualche occulta irregolarità compiuta nell’esercizio di attività dello stesso Ordine, e purché in esecuzione di ordini superiori. Non intendiamo peraltro con questo documento dispensare da qualsivoglia altra irregolarità, dovuta a colpa o ad errore, palese od occulta, o contratta in qualsiasi modo per incapacità o inabilità, o concedere qualche facoltà di dispensare su quanto detto, o di riabilitare o reintegrare nello stato precedente, anche nel foro della coscienza. Noi non intendiamo neppure derogare alla Costituzione, emanata con specifiche disposizioni dal Nostro Predecessore di felice memoria Benedetto XIV che comincia con le parole «Sacramentum Poenitentiae», né intendiamo infine che la presente Lettera possa o debba in alcun modo favorire coloro che siano stati da Noi e dalla Sede Apostolica o da qualche Vescovo o Giudice ecclesiastico nominativamente scomunicati, sospesi, interdetti o altre volte colpiti da sentenze e censure, o pubblicamente denunciati, se entro il tempo predetto non avranno assolto i prescritti obblighi e non avranno raggiunto la conciliazione, quando ciò sia richiesto, con le parti. Se poi non avranno potuto ottemperare entro il termine stabilito, concediamo che a giudizio del Confessore possano essere assolti nel foro della coscienza esclusivamente allo scopo di conseguire le Indulgenze del Giubileo, con l’obbligo tuttavia di ottemperare non appena possibile.

Perciò, in nome della santa obbedienza, a tenore della presente Lettera, decisamente ordiniamo e comandiamo a tutti gli Ordinari di ogni località, e ai loro Vicari e Funzionari, o in loro mancanza a coloro che hanno cura d’anime, che, una volta ricevuta una copia 0 anche un esemplare a stampa della presente Lettera, lo pubblichino, o curino che venga diffuso nelle loro chiese e diocesi, nelle province, nelle città, nei paesi, nelle regioni e nelle località, anche nel corso della predicazione della parola di Dio, quando sia possibile, e designino, come detto precedentemente, la chiesa o le chiese da visitare.

Nonostante le Costituzioni e le Disposizioni Apostoliche, particolarmente quelle che riservano la facoltà di assoluzione, in certi casi espressamente definiti, al Pontefice Romano pro tempore, acciocché nessuno possa sostenere simili o dissimili concessioni di indulgenze e di facoltà se non ne sia fatta esplicita menzione o speciale deroga; sull’esempio della regola di non concedere indulgenze approssimativamente, nonostante gli statuti, le consuetudini, i privilegi e gli indulti di qualsiasi Ordine, Congregazione od Istituto approvati anche con giuramento, conferma Apostolica o con qualsiasi altro potere, ancorché concessi, approvati e rinnovati in qualunque modo agli stessi Ordini, Congregazioni, Istituti e a persone che ne fanno parte; a tutti questi motivi e a ciascuno singolarmente, quantunque di essi si debba fare una speciale, specifica, chiara menzione non soltanto per clausole generali ed importanti o per qualche altra speciale normativa che deve essere rispettata; tenuto conto che con la presente Lettera a tutto questo è stato sufficientemente, nominativamente ed espressamente adempiuto, ed è stata osservata la formalità imposta dalla tradizione, allo scopo di realizzare quanto premesso, deroghiamo nonostante ogni altra disposizione contraria.

Infine, perché la Nostra presente Lettera, che non può essere indirizzata ad ogni singola località, possa venire più facilmente a conoscenza di tutti, vogliamo che alle copie di essa, anche a stampa, purché sottoscritte da un pubblico Notaio e munite del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, sia attribuita in qualunque luogo e presso qualunque popolo la stessa autorità che avrebbe la presente se fosse esibita o resa pubblica.

Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, l’8 marzo 1913, anno decimo del Nostro Pontificato.

Fonte: “Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740 – 250 anni di storia visti dalla Santa Sede” a cura di Ugo Bellocchi – vol. VII, Pio X (1903-1914) – © Copyright 1999 Libreria Editrice Vaticana, pp. 503-506 – 00120 Città del Vaticano.

 

venerdì 5 giugno 2015

piuttosto che alcuni aspetti dottrinali e morali?


Intenzione di preghiera affidata dai Vescovi italiani all'Apostolato della Preghiera per il giugno 2015: "Perché venga annunciato il cuore del messaggio cristiano, piuttosto che alcuni aspetti dottrinali e morali".
Sembrerebbe dunque che il cuore del messaggio evangelico (quale che sia non si sa) non abbia niente a che fare con la dottrina e la morale. Incredibile a leggersi, a udirsi, a pensarsi!

mercoledì 3 giugno 2015

profeta di sventure? si!


Pio XII : Vorreste una chiesa così?

 
Romani ! La Chiesa di Cristo segue il cammino tracciatole dal divin Redentore. Essa si sente eterna; sa che non potrà perire, che le più violente tempeste non varranno a sommergerla. Essa non mendica favori; le minacce e la disgrazia delle potestà terrene non la intimoriscono. Essa non s'immischia in questioni meramente politiche od economiche, nè si cura di disputare sulla utilità o il danno dell'una o dell'altra forma di governo. Sempre bramosa, per quanto da lei dipende, di aver pace con tutti (cfr. Rom. 12, 18), essa dà a Cesare ciò che gli compete secondo il diritto, ma non può tradire nè abbandonare ciò che è di Dio.
Ora è ben noto quel che lo Stato totalitario e antireligioso esige ed attende da lei come prezzo della sua tolleranza o del suo problematico riconoscimento. Esso, cioè, vorrebbe :
 una Chiesa che tace, quando dovrebbe parlare;
 
una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla;
 
una Chiesa che si distacca dal fondamento inconcusso sul quale Cristo l'ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa;
 
una Chiesa che non resiste alla oppressione delle coscienze e non tutela i legittimi diritti e le giuste libertà del popolo;

una Chiesa che con indecorosa servilità rimane chiusa fra le quattro mura del tempio, dimentica del divino mandato ricevuto da Cristo: Andate sui crocicchi delle strade (Matth. 22, 9); istruite tutte le genti (Matth. 28, 19).
Diletti figli e figlie! Eredi spirituali di una innumerevole legione di confessori e di martiri!
È questa la Chiesa che voi venerate ed amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginarvi un Successore del primo Pietro, che si pieghi a simili esigenze?
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, X,
 Decimo anno di Pontificato, 2 marzo 1948 - 1° marzo 1949, pp. 389 – 391 . In occasione dell’arresto e del processo al Cardinale Mindzenty

domenica 31 maggio 2015

Perché la mistica non finisca in politica - Editoriale di "Radicati nella fede", giugno 2015.



PERCHE' LA MISTICA 
NON FINISCA IN POLITICA

Pubblichiamo l'editoriale del numero di Giugno 2015



PERCHE' LA MISTICA NON FINISCA IN POLITICA
Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VIII n° 6 - Giugno 2015


  Cambierà qualcosa nella Chiesa? Vedremo la fine della crisi modernista? Vedremo il ritorno di tutta la Chiesa alla sua Tradizione?

  Umanamente dovremmo rispondere di no.

  Da troppo tempo questa crisi va avanti, perché umanamente sia prevedibile una rinascita. La presenza dei cattolici secondo il gusto del mondo è così estesa e la Tradizione così umanamente esigua, da portare, secondo un calcolo umano, allo scoraggiamento.
 Per questo, secondo una previsione umana, possiamo dire che non vedremo il ritorno alla Tradizione.

  Eppure noi preghiamo e lavoriamo ogni giorno perché la Tradizione torni ad essere patrimonio comune di tutta la Chiesa. Facciamo la Tradizione per questo, la facciamo perché tutti tornino ad essa, e la Chiesa si liberi dal veleno modernista nella sua dottrina e nella sua pastorale.

  Sarebbe logico abbracciare la Tradizione, passare alla Messa antica, solo per un gusto personale? Che senso avrebbe fare la Tradizione senza desiderare che questa torni a regnare sulla Chiesa tutta? Sarebbe un gioco senza senso! e noi non vogliamo giocare.

  Ma questo desiderio, umanamente infondato, come non è un'utopia?

  Non è un'utopia irrealizzabile perché è in gioco la potenza di Dio. È Dio che conduce la storia, è sua l'onnipotenza; “nulla è impossibile a Dio”.

  Carissimi, occorre evitare la tentazione del Naturalismo pratico, che può regnare anche in coloro che si dicono Cattolici secondo la Tradizione.

  Il naturalismo pratico, quando pensa alle vicende della storia, del mondo o della Chiesa fa lo stesso, calcola in sostanza solo le forze umane in atto. A parole può ancora dire che Dio può tutto, ma questo potere non entra mai nella logica delle sue scelte e azioni.

  Quando questo naturalismo pratico entra nell'azione dei cattolici è devastante: li fa agire secondo il possibile umano e non secondo il possibile di Dio.

   Sono tanti quelli che amano la Tradizione, che la sentono corrispondente alla verità della fede, e poi agiscono non secondo questa verità, ma secondo il calcolo umano del possibile e realizzabile! Dicono: “Come è vera e bella la Tradizione della Chiesa - e poi aggiungono - ma ormai non può più tornare il suo glorioso passato; siamo dunque prudenti e accontentiamoci di qualcosa di meno realizzabile ora”. Per questi cattolici il possibile e il realizzabile non è poggiato sulla Verità di Dio, ma sul fattibile umano.

  Non c'è posto nel loro calcolo per la grazia, sono dei naturalisti.

  Non c'è posto per Dio, non c'è posto per il miracolo, che in verità è la normalità della Storia.

  I cattolici di duemila anni, quelli veri, non hanno pensato e agito così.
  Hanno riconosciuto la Verità di Dio, l'hanno desiderata per la loro vita, hanno faticato e lottato perché il mondo intero la riconoscesse e accogliesse. Per questo il Cristianesimo si è diffuso nel mondo intero.
  Hanno posato la loro azione sulla verità della grazia e della onnipotenza di Dio, non hanno calcolato umanamente il realizzabile.

  I martiri hanno fatto così.

  Loro, che sono i santi per eccellenza, sono morti per affermare la verità di Dio, fidandosi che un giorno Dio avrebbe portato a compimento l'opera. Sono morti senza vedere il trionfo della fede; sono morti sul serio, in una solitudine abitata solo da Dio, lasciando a Dio il futuro. Hanno vissuto dell'unica preoccupazione seria, quella di santificare il presente nella fedeltà assoluta a Nostro Signore Gesù Cristo.

  E che dire di tutti quei cristiani, pensiamo al quelli del Giappone, che per secoli hanno resistito fedeli al Signore, con un Pater e Ave, senza più sacramenti, consegnando la loro fede ai figli, lasciando a Dio il futuro, certi che un giorno un missionario sarebbe tornato con i sacramenti che salvano. Fedeli a Dio nel presente, senza calcolo umano, lasciando a Dio l'esito della loro testimonianza.

  Cari amici, anche noi dobbiamo fare così, fedeli a Dio nel presente, custodendo la Tradizione che è la natura stessa del Cattolicesimo, lasciando a Dio il futuro. È l'unica posizione ragionevole.
 È qui dentro, in una posizione radicalmente anti-naturalista, certa realmente della potenza della grazia, che ha senso e valore il nostro sacrificio, unito a quello di Cristo.

  L'alternativa è il pasticciare: volere un po' di Tradizione, venendo continuamente a patti con mille compromessi in chiesa e in casa, accondiscendendo al peccato o all'errore che ci circonda, sottraendoci al sacrificio del richiamo, dicendoci che non possiamo pretendere tutto. Tanti fanno così: un po' di tradizione e tanto cedimento alle mode del momento, lasciando a Dio la responsabilità della testimonianza. È l'esatto contrario che occorre fare: la nostra testimonianza dev'essere totale, lasciando alla grazia di Dio i frutti.

  Occorre non essere cattolici naturalisti. Il naturalista è sciocco e miope, dice di credere in Dio e poi sottrae a lui la signoria sulla realtà e il tempo.

  Occorre essere mistici, cioè cattolici. I mistici vedono Dio all'opera e partono da questo.

  Occorre restare mistici, mentre intorno a noi la mistica muore nella politica. Anche quella ecclesiastica.


giovedì 28 maggio 2015

«A sacerdote empio corrisponde popolo apostata» (R. de Mattei)



La moglie di Lot e Sodoma in fiamme
Irlanda 
la responsabilità
di un’apostasia

di Roberto de Mattei
 
Nel suo capolavoro L’anima di ogni apostolato, dom Jean-Baptiste Chautard (1858-1935), abate trappista di Sept-Fons, enuncia questa massima: «A sacerdote santo corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio» (L’anima di ogni apostolato, Edizioni Paoline, Roma 1967, p. 64) . Se è vero che c’è sempre un grado di vita spirituale in meno tra il clero e il popolo cattolico, dopo il voto di Dublino dello scorso del 22 maggio, si dovrebbe aggiungere: «A sacerdote empio corrisponde popolo apostata».
L’Irlanda è infatti il primo paese in cui il riconoscimento legale dell’unione omosessuale è stato introdotto non dall’alto, ma dal basso, per via di referendum popolare; ma l’Irlanda è anche uno dei Paesi di più antica e radicata tradizione cattolica, dove è ancora relativamente forte l’influenza del clero su una parte della popolazione.
Non è una novità che il “sì” alle nozze gay fosse appoggiato da tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra; non stupisce che tutti i media abbiano sostenuto la campagna LGTB, né che vi sia stato un massiccio intervento finanziario straniero a favore di questa campagna; è scontato il fatto che, avendo votato il 60 % della popolazione, solo il 37,5 % dei cittadini abbiano espresso il loro sì e che il governo abbia mischiato abilmente le carte, introducendo nel gennaio 2015 una legge che consente l’adozione omosessuale, prima del riconoscimento dello pseudo-matrimonio gay. Ciò che desta il maggiore scandalo sono i silenzi, le omissioni e le complicità dei sacerdoti e vescovi irlandesi nel corso della campagna elettorale.
Un esempio basti per tutti. Prima delle elezioni, l’arcivescovo di Dublino Diamund Martin ha dichiarato che egli avrebbe votato contro il matrimonio omosessuale ma non avrebbe detto ai cattolici come votare (LifeSiteNews.com, 21 maggio). Dopo il voto ha dichiarato alla televisione nazionale irlandese che «non si può negare l’evidenza» e che la Chiesa in Irlanda «deve fare i conti con la realtà». Quanto è accaduto ha aggiunto mons. Martin, «non è soltanto l’esito di una campagna per il sì o per il no, ma attesta un fenomeno molto più profondo», per cui «è necessario anche rivedere la pastorale giovanile: il referendum è stato vinto con il voto dei giovani e il 90 per cento dei giovani che hanno votato sì ha frequentato scuole cattoliche» (www.corriere.it/esteri/. 15_maggio).
Questa posizione riflette, in generale e tranne poche eccezioni, quella del clero irlandese, che ha adottato la linea che in Italia auspica il segretario generale della CEI mons. Nunzio Galantino: evitare ad ogni costo polemiche e scontri: «non si tratta di fare a chi grida di più, i “pasdaran” delle due parti si escludono da sé» (“Corriere della Sera”, 24 maggio). Il che significa, accantoniamo la predicazione del Vangelo e dei valori della fede e della Tradizione cattolica, per cercare un punto di incontro e di compromesso con gli avversari.
Eppure il 19 marzo 2010, nella sua Lettera ai cattolici di Irlanda, Benedetto XVI aveva invitato il clero e il popolo irlandese a ritornare «agli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente», «che nel passato resero grande l’Europa e che ancora oggi possono rifondarla» (n. 3) e a «trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale» (n. 12), che non è tramontata, anche se ad essa si è opposto «un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici» (n.4).
Nella Lettera ai cattolici di Irlanda, Benedetto XVI afferma che negli anni Sessanta, fu «determinante» «la tendenza da parte di sacerdoti e di religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo». Questa tendenza è la medesima che riscontriamo oggi. Essa è stata la causa di un processo di degradazione morale che dagli anni del Concilio Vaticano II ha travolto come una valanga costumi e istituzioni cattoliche. Se oggi gli irlandesi, pur restando in maggioranza cattolici, abbandonano la fede, la ragione non è solo la perdita di prestigio e di consensi della Chiesa in seguito agli scandali sugli abusi sessuali.
La vera causa è la resa culturale e morale al mondo da parte dei loro pastori, che accettano questa degradazione come un’evidenza sociologica, senza porsi il problema delle proprie responsabilità. In questo senso il loro comportamento è stato empio, privo di pietà, offensivo nei confronti della religione, anche se non formalmente eretico. Ma ogni cattolico che ha votato sì, e dunque la maggioranza dei cattolici irlandesi che si sono recati alle urne, si è macchiata di apostasia. L’apostasia di un popolo la cui costituzione si apre ancora con un’invocazione alla Santissima Trinità.
L’apostasia è un peccato più grave dell’empietà, perché comporta un esplicito rinnegamento della fede e della morale cattolica, ma la responsabilità più pesante per questo peccato pubblico risiede nei pastori che con il loro comportamento l’hanno incoraggiato o tollerato. Le conseguenze del referendum irlandese saranno ora devastanti. Quarantotto ore dopo il voto si sono riuniti a Roma, sotto la guida del cardinale Reinhard Marx, i principali esponenti delle conferenze episcopali tedesca, svizzera e francese per pianificare la loro azione in vista del prossimo Sinodo. Secondo il giornalista presente ai lavori, «matrimonio e divorzio», «sessualità come espressione dell’amore» sono i temi di cui si è discusso (“La Repubblica”, 26 maggio 2015).
La linea è quella tracciata dal cardinale Kasper: la secolarizzazione è un processo irreversibile al quale bisogna adattare la realtà pastorale. E per l’arcivescovo Bruno Forte, lo stesso che nello scorso Sinodo chiedeva «la codificazione dei diritti omosessuali», e che è stato confermato dal Papa segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, «si tratta di un processo culturale di secolarizzazione spinta nel quale l’Europa è pienamente coinvolta» (“Corriere della sera”, 25 maggio 2015).
C’è una questione finale che non si può eludere: il silenzio sepolcrale sull’Irlanda di papa Francesco. Durante la messa per l’apertura dell’Assemblea Caritas, il 12 maggio scorso, il Papa ha tuonato contro «i potenti della terra», ricordando loro che «Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per Lui in ogni persona e se hanno operato perché l’ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo».
Il 21 novembre 2014, commentando il brano del Vangelo in cui Gesù caccia i mercanti dal Tempio, il Papa lanciò il suo anatema, contro una Chiesa che pensa solo a fare affari e che fa «peccato di scandalo». Francesco inveisce spesso contro la corruzione, il traffico di armi e di schiavi, la vanità del potere e del denaro. Riferendosi l’11 giugno 2014 ai politici corrotti, a coloro che sfruttano il «lavoro schiavo», e ai «mercanti di morte», il Papa ammonì «che il timore di Dio faccia loro comprendere che un giorno tutto finisce e che dovranno rendere conto a Dio». Il «timore di Dio» apre il cuore degli uomini «alla bontà, alla misericordia, alle carezza» di Dio, ma «è anche un allarme di fronte alla pertinacia nel peccato».
Ma l’iscrizione nelle leggi del vizio contro natura, non è incomparabilmente più grave dei peccati che così frequentemente ricorda il Papa? Perché nei giorni precedenti al voto il Santo Padre non ha lanciato un appello vigoroso e accorato agli irlandesi ricordando loro che la violazione della legge divina e naturale è un peccato sociale di cui il popolo e i suoi pastori dovranno un giorno rendere conto a Dio? Con questo silenzio, non si è fatto anch’egli complice di questo scandalo?

venerdì 22 maggio 2015

idee chiare e distinte

Card. Robert Sarah:
“Se si considera l’Eucarestia come un pasto da condividere, da cui nessuno può essere escluso, allora si perde il senso del Mistero”
“Se si pensa che anche nel rito del Battesimo non si menziona più la parola ‘fede’, quando ai genitori viene domandato cosa si chiede per il bambino alla Chiesa di Dio, si comprende l’entità del problema …. I bambini fanno disegni e non imparano nulla, non vanno a messa….”
 “E’ sbagliato per la Chiesa usare il vocabolario delle Nazioni Unite. Noi abbiamo un nostro vocabolario.”
“Il problema non è che ci sono pochi preti, quanto capire se quei preti sono davvero sacerdoti di Cristo…”.