venerdì 3 agosto 2012

dogmi ambrosiani....



Qui sopra riproduciamo la foto di un avviso che si trova all'ingresso del Duomo di Milano: da notare l'affermazione categorica che "Ricevere la Santa Eucaristia sulla mano per fare la Comunione al Corpo di Cristo è stato il modo seguito da tutte le Chiese per circa mille anni": possiamo dire che il Beato Schuster oggi non avrebbe più da meravigliarsi se qualcuno gli chiedesse la differenza tra i dogmi romani e quelli ambrosiani. Comunque che un'affermazione storicamente discutibilissima sia spacciata per un'assodata certezza alla porta del Duomo di Milano o è frutto di ignoranza o di malafede. Non sappiamo che cosa augurarci che sia. Intanto gustiamo quest'articolo di Mons. Nicola Bux...

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L'uso di dare la Comunione in bocca può risalire a Gesù?

di Mons. Nicola Bux
Il Santo Padre, non solo pronunziò il noto discorso del 22 dicembre sull' interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II, che invitava a compiere nel senso della riforma in continuità con la tradizione della Chiesa (Ecclesia semper reformanda), ma lo ha pure messo in pratica nella liturgia. In primis, facendo ricollocare il Crocifisso dinanzi a sè sull'altare, in modo che la preghiera del sacerdote e dei fedeli sia "rivolta al Signore".
Qui però, mi soffermo sulla seconda 'innovazione' di Benedetto XVI: l'amministrazione della S.Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca. Dico 'innovazione', rispetto al noto indulto che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano.Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità-alto medioevo, la Chiesa d'Oriente e d'Occidente abbia preferito amministrarla in tal modo. Allora, Gesù ha dato la Comunione agli Apostoli sulla mano o chiedendo di prenderla con le proprie mani?
Visitando la mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune 'Ultime Cene' in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli Apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po' come la postura di Gesù e degli apostoli a tavola nel Cenacolo di Leonardo, che 'aggiorna' alla maniera occidentale l'uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa. Però, riflettendo ulteriormente, l'uso di dare la S.Comunione direttamente in bocca al fedele, può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere, avevano ed hanno ancor oggi l'usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all'amata o all'amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo ancora inesperto.Si capisce così il testo di Giovanni 13,26-27: "Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: 'E' quello a cui darò un pezzetto di pane intinto'. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone il satana entrò da lui". Mons.Athanasius Schneider ha compiuto ottimi approfondimenti nel suo libro Dominus est, Lev 2009.
Che dire però dell'invito di Gesù: "Prendete e mangiate"..."Prendete e bevete" ?
Prendete (in greco: lavete; in latino: accipite), significa anche "ricevete". Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino, ma, se durante il Mistico Convito - come lo chiama l'Oriente - ossia l'Ultima Cena, i due gesti consacratori avvennero, come sembra, in tempi diversi della Cena pasquale - quando gli Apostoli, forse aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7) quali esperti diremmo così nel culto, li unirono all'interno della grande preghiera eucaristica - la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l'anafora, dando origine al rito di Comunione. Agli inizi, le comunità cristiane erano piccole e i fedeli facilmente identificabili. Con l'estendersi della cristianità, nacquero le esigenze di precauzione: affinchè le sacre specie fossero amministrate con riverenza e evitando la dispersione dei frammenti, che contengono il Signore realmente e interamente. Pian piano prende forma la Comunione sotto le due specie, date consecutivamente o per intinzione.
Infine in occidente, ordinariamente sotto la sola specie del pane, perchè la dottrina cattolica, garante san Tommaso, insegna che il Signore Gesù è tutto intero in ciascuna specie (Catechismo della Chiesa Cattolica 1377).
Però, dai sostenitori della Comunione sulla mano, si fa appello a san Cirillo di Gerusalemme, il quale, chiedendo ai fedeli di fare della mano un trono al momento di ricevere la Comunione, vuol dire che consegnava la specie del pane sulla mano. Ritengo sommessamente che l'invito a disporre le mani in tal modo, possa essere inteso non al fine di riceverla in esse, ma a protenderle, anche inchinando il capo, in un unico atto di adorazione, oltre che per prevenire la caduta di frammenti. Infatti, per l'innato senso del sacro, molto forte in Oriente, si affermava sempre più la riverenza verso il Sacramento con le precauzioni nell'assumere la Comunione in bocca, per molteplici ragioni, tra cui quella di non poter garantire mani pure e in specie la salvaguardia dei frammenti. Questo nella Catechesi Mistagogica 21.
Ciò rende più comprensibile la sentenza di sant'Agostino: "nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando". Non si deve mangiare il Corpo del Signore senza averlo prima adorato. Benedetto XVI l'ha richiamata significativamente proprio nel suaccennato discorso sull'interpretazione del Vaticano II e poi nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis 67.
Ancora Cirillo o i suoi successori, nella Catechesi Mistagogica 5,22, invita a "Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo". Di modo che, l'apostolo fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra - simile alla nostra genuflessione - protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve in bocca la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, risalente tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C., un Evangelario greco miniato composto sicuramente in ambiente siriaco.
Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente sulla bocca.
Il Santo Padre, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto. Perchè non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il Sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio come quello odierno.
tratto da: http://www.scuolaecclesiamater.org/2012/07/luso-di-dare-la-comunione-in-bocca-puo.html

giovedì 2 agosto 2012

"Che poi la Messa fosse in latino e il popolo non parlasse latino, questa era parte del mistero della messa, perchè la Messa non parlava al nostro vicino, ma parlava a Dio"

La Santa Messa e il diluvio del Modernismo
“Vedete, è la cosa più normale che ci sia, non abbiamo fatto nulla perchè iniziasse tutto questo, abbiamo continuato a dire Messa a Cahirciveen nel modo in cui lo abbiamo sempre fatto, nel modo in cui siamo stati educati a fare. La Messa! la messa in latino, il sacerdote con le spalle con le spalle rivolte ai fedeli, affinchè sia lui che i fedeli guardino l’altare dove c’è Dio. Offrire a Dio il sacrificio quotidiano della messa. Il pane e il vino che diventano il corpo e il sangue di Gesù Cristo, nel modo in cui Gesù disse ai suoi discepoli di fare durante l’Ultima Cena. “Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue: fate questo in memoria di me”. Dio ha mandato il suo Figlio per redimerci. Suo Figlio è venuto sulla terra ed è stato crocifisso a causa dei nostri peccati e la messa è la commemorazione della crocifissione, del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù Cristo a causa dei nostri peccati. La Messa significa il sacerdote e i fedeli che pregano Dio, che assistono al miracolo per il quale Gesù Cristo viene di nuovo fra di noi, il corpo e il sangue sotto forma del pane e del vino là, sull’altare. E la Messa è detta in latino poichè il latino è la lingua della Chiesa, la Chiesa che è una e universale, così il cattolico poteva andare in ogni chiesa del mondo, qui come a Timbuctu, o in Cina, e ascoltava la stessa messa, l’unica messa che c’era un tempo, la Messa in latino. Che poi la Messa fosse in latino e il popolo non parlasse latino, questa era parte del mistero della messa, perchè la Messa non parlava al nostro vicino, ma parlava a Dio. Dio onnipotente! Abbiamo fatto così per quasi duemila anni e in tutto questo tempo la chiesa è stata un luogo dove si stava tranquilli, rispettosi, era un posto silenzioso perchè Dio era lì, Dio era sull’altare, nel tabernacolo, in forma di ostia e di calice di vino. Era la casa del Signore, dove ogni giorno si compiva il miracolo quotidiano. Dio veniva fra di noi. Un mistero. All’opposto questa nuova messa non è mistero, ma una barzelletta, una cantilena, non parla a Dio, parla al nostro vicino: è per questo è in inglese, in tedesco, in cinese e in ogni altra lingua che la gente parla in chiesa. Dicono che è un simbolo, ma un simbolo di cosa? E’ uno spettacolo, ecco cos’è. la gente l’ha capito. L’ha capito eccome. E’ per questo che salgono sul monte Coom, è per questo che vengono con gli aerei e le navi, le macchine strapiene, le tende piantate nei campi, che Dio li aiuti, ed è per questo che restano anche se viene giù il finimondo, e quando la campana del Santo risuona al momento dell’Elevazione, quando il sacerdote si inginocchia e alza l’ostia – Sì, quel Salvatore benedetto -, tiene in alto l’ostia, Dio onnipotente, la comunità si inginocchia alle spalle del sacerdote, si inchina ad adorare il suo Signore, sì, padre, se voi vedeste questa gente, le teste scoperte, la pioggia battente sulla faccia, quando vedono l’Ostia innalzata, quel pezzo di pane non lievitato che, grazie al mistero e al miracolo della messa, è ora il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, il nostro Salvatore, ebbene allora provereste vergogna, padre, vergogna per voler spazzare via tutto ciò e mettere al suo posto ciò che avete messo ora – canzoni, chitarre, abbracci con il vicino, recite e assurdità, tutto per attirare la gente in chiesa nello stesso modo in cui un tempo la si attirava nelle sale parrocchiali per una partita di bingo!”

Tratto da “Cattolici” di Brian Moore (Lindau 2012)

Citazione a cura di Luca Fumagalli




mercoledì 1 agosto 2012

"ho avvertito molto forte la presenza del diavolo in quelle stanze" (un'esorcista uscendo dalla sede del Partito radicale)




Danilo Quinto (ex tesoriere dei radicali - ndr) si converte e subito viene trasformato in impostore: "Ho portato 45 milioni di euro in 10 anni: vi racconto come li sperperava".
ll re è nudo. Nudo come quella volta che ricevette un attonito Gaetano Quagliariello, facendosi trovare in ammollo nella vasca da bagno a piagnucolare: «Vorresti dimetterti proprio ora e lasciarmi così? Non ti rendi conto del dolore che mi dai?», e l'attuale senatore del Pdl non riuscì a dire nulla, «capii solo che dovevo sottrarmi e scappare», avrebbe confessato anni dopo. È devastante il ritratto di Marco Pannella che esce dalle 208 pagine del libro Da servo di Pannella a figlio libero di Dio, scritto da Danilo Quinto, per dieci anni tesoriere del Partito radicale, edito da Fede & Cultura e dedicato alla «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana», così il sottotitolo, «una famiglia allargata dove tutto ciò che era privato diveniva anche pubblico, dove ci si accoppiava e ci si cornificava fra di noi, dove il massimo della gratificazione era salutare Pannella baciandolo sulle labbra quando si presentava alle riunioni mano nella mano con l'ultimo dei suoi fidanzati ventenni e lo imponeva come futuro dirigente o parlamentare».
Anche Quinto a un certo punto della propria vita ha capito che doveva svincolarsi dall'abbraccio soffocante del suo attempato pigmalione e fuggire. Alla fine c'è riuscito. Ma a che prezzo: «Tre gradi di giudizio nel tempo record di quattro anni, con una sentenza della Cassazione che, pur riducendomi la pena di oltre la metà e concedendomi il beneficio della non menzione, mi condanna a 10 mesi per appropriazione indebita, consentendo a Pannella di darmi pubblicamente dell'impostore, dell'estorsore e del millantatore. Peggio di Luigi Lusi, insomma».Il leader radicale dimentica di aggiungere che dev'essere anche un vero cretino, questo Quinto, che dal 1995 al 2005 ha procurato al partito finanziamenti per ben 45 milioni di euro, ne ha maneggiati 19.651.357 di entrate e 20.976.086 di uscite, eppure si sarebbe degnato di mettersi in tasca solo un misero 0,32% di questo fiume di denaro, cioè 206.089,23 euro, «spese effettuate con la carta di credito, facenti parte del mio stipendio, sulle quali ho persino pagato le tasse, tutte regolarmente contabilizzate, oggetto di ricevute e dichiarate nei bilanci approvati dai vari congressi», ma sulle quali la magistratura in primo grado ha evitato di ordinare una perizia nonostante l'imputato non si rifugiasse nella prescrizione, e sarebbe arrivato a sgraffignare l'astronomica somma di 2.151,77 euro nell'ultimo anno in cui era in carica, e oggi è costretto a vivere della sua povertà: «Non possiedo una casa e neppure un'auto, non ho un conto corrente, sono indebitato fino al collo, ho dovuto abbandonare Roma e rifugiarmi nella natia Bari, mantengo la famiglia con un contratto a progetto da 1.200 euro al mese che scadrà il 31 dicembre, non avrò mai diritto alla pensione».Peccato che Pannella si sia accorto solo dopo vent'anni che il suo collaboratore di fiducia era «un impostore dedito ad attività truffaldina», nonostante la conclamata bravura nel reperire tutti i mesi i soldi per pagare gli stipendi ai 150 dipendenti del Partito radicale. Una resipiscenza sopraggiunta peraltro solo il giorno in cui Quinto ha avviato una causa per vedersi riconosciuto dai giudici il dovuto, e cioè 6 milioni di euro, poi ridotti a 2: «Vent'anni di lavoro occasionale per 13-14 ore al giorno, senza contratto, senza contributi versati all'Inps, senza ferie, con presenza in sede anche il sabato, la domenica, a Natale, a Capodanno, a Pasqua. Aggiunga il mancato riconoscimento del rapporto subordinato, il mancato adeguamento dello stipendio al ruolo dirigenziale e la mancata corresponsione del Tfr». La causa è pendente davanti alla Corte d'appello di Roma.Quinto, 56 anni, giornalista, un esame mancante alla laurea in giurisprudenza, s'è persuaso che il re nudo sia la personificazione di Satana e assicura d'averne avuto una controprova il giorno in cui, dimessosi dall'incarico di tesoriere, andò a ritirare le sue poche cose nella storica sede romana dei radicali, in via di Torre Argentina, dove ha lavorato, ma sarebbe più esatto dire vissuto, dal 1987: «Mi ero fatto accompagnare da padre Francesco Rivera, un esorcista. All'uscita mi disse: “Sai, Danilo, ho avvertito molto forte la presenza del diavolo in quelle stanze. Ringrazia Dio che ti ha salvato”».
La salvezza s'è presentata a Quinto con le sembianze di Lydia Tamburrino, un soprano originaria di Cassino cresciuta alla scuola di Franco Corelli, Placido Domingo e Montserrat Caballé, una credente dalla fede adamantina che l'allora tesoriere del Pr conobbe in una villa sull'Appia Antica, a una proiezione privata del film Diario di Matilde Manzoni di Lino Capolicchio, regista col quale la cantante lirica aveva esordito a Lucca in Bohème. «Fu un colpo di fulmine. Quando annunciai a Pannella che stavo per sposarmi, ammutolì. Come osavo? Non avevo chiesto il suo permesso! “È una che conosciamo?”, borbottò. Alla mia risposta, commentò con tono di scherno: “Ah, allora potrà fare degli spettacoli per noi”. Da quel despota che è, già considerava anche Lydia di sua proprietà. Non credo proprio, lo raffreddai. Lì cominciò la guerra per annientarmi».
Profumo d'incenso e odore di zolfo, si sa, non vanno d'accordo. Forse Pannella aveva fiutato il pericolo che quella donna incarnava. Infatti sarebbe stata lei a convincere il marito che non doveva più lavorare per il Partito radicale, a farlo riaccostare alla confessione dopo 30 anni, a riportarlo a messa tutte le domeniche. «Al nostro matrimonio religioso non venne nessuno degli amici con i quali avevo condiviso un ventennio di vita, a parte l'ex segretario Sergio Stanzani, che si presentò all'aperitivo e solo per un quarto d'ora».
Avrà temuto le ire del capo.
«Sergio era succube di Pannella. Quando nel 1995 fu deciso che gli esponenti radicali dovevano denudarsi pubblicamente al teatro Flaiano di Roma, era terrorizzato: “Se non lo faccio, Marco non mi candiderà alle prossime elezioni”. Gli consigliai di andarsene in vacanza per evitare il ricatto. Ma il richiamo manipolativo del capo era troppo forte. Che tristezza vedere un uomo di 72 anni nudo in palcoscenico contro la sua volontà, con le mani sul pene, rannicchiato dietro un albero stilizzato. Se ci pensa bene, il corpo è al centro di tutta l'ideologia pannelliana, che vuole decidere come disporne e decretarne la morte, come garantirne la trasformazione nel corso della vita per assecondare le più disparate identità sessuali, come abusarne con sostanze che lo devastano. In una parola, non rispettarlo, consumarlo».
I digiuni estremi bene non fanno.
«Estremi ma furbi. Il suo medico di fiducia mi svelò che quando Pannella decise di bere la propria urina davanti alle telecamere del Tg2, la sera prima la fece bollire e conservare in frigo per attenuarne il sapore».
In compenso nel 2002 persino il presidente della Repubblica si preoccupò delle condizioni di salute del guru e chiamò in diretta Buona domenica per indurlo a sospendere lo sciopero della sete.
«Povero Carlo Azeglio Ciampi! Conservo il nastro di una riunione di partito - c'era questa mania di far registrare tutto, degna del Kgb - in cui Pannella gli dà della testa di cazzo. Un déjà vu. Marco è stato il grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, salvo definirlo “don Rodrigo, eversore e fuorilegge” quattro anni dopo, invitandolo a “fare un passo indietro, fino al limite della galera”».
Se è per quello, costrinse con accuse false il povero Giovanni Leone alle dimissioni e poi andò a chiedergli scusa poco prima che morisse.
«Ora coccola Giorgio Napolitano e ne loda “la davvero straordinaria, quotidiana, pubblica, sapiente opera e fatica”. Però negli ultimi giorni ha cambiato musica. Siccome, stando a Italia Oggi, il mio libro avrebbe stoppato la campagna per la sua nomina a senatore a vita, si lamenta a Radio Radicale perché il capo dello Stato non è un liberale, è un ex comunista di cultura togliattiana. Lui fa sempre così: quando vuole ottenere qualcosa, minaccia».
Pannella è iscritto alla massoneria?
«Non penso. Però mantiene con essa rapporti strettissimi. Del resto Giorgio Gaber nel monologo L'abitudine diceva: “Io, se fossi Licio Gelli, mi presenterei nelle liste del Partito Radicale”. Il capo della P2 fu sul punto d'essere candidato dal Pr come una qualsiasi Cicciolina. A questo scopo suo figlio Maurizio ebbe una serie d'incontri con Pannella in un albergo romano di via Veneto. Posso testimoniare che Gelli junior è stato un grande finanziatore del partito».
Che altro può testimoniare?
«Che Radio Radicale ripianava i debiti della Lista Pannella col denaro ricevuto dallo Stato. Non poteva farlo, era contro la legge. Con una convenzione ad hoc e senza gara d'appalto, Radio Radicale dal 1998 incassa 10 milioni di euro l'anno per mandare in onda le sedute parlamentari che potrebbero essere trasmesse gratis dalla Rai. In più la legge sull'editoria le garantisce altri 4,3 milioni di euro in quanto organo della Lista Pannella, che peraltro non ha eletti in Parlamento. Ho denunciato tutto questo allo stesso procuratore della Repubblica che mi ha rinviato a giudizio. A tutt'oggi non mi è stata neppure comunicata l'archiviazione dell'esposto. Come se non l'avessi mai presentato».
Perché i radicali erano indebitati?
«Pannella spende patrimoni per le sue carnevalate. La sola campagna Emma for president del 1999 per candidare la Bonino al Quirinale ci costò 1,5 miliardi di lire. All'annuncio che Marco voleva la sua cocca sul Colle, lei svenne o fece finta di svenire, non s'è mai capito bene, durante una riunione notturna in un albergo di Monastier, nel Veneto. Ha sperperato un mare di quattrini nel disegno megalomane e fallimentare del Partito Transnazionale, che aveva 20 sedi nel mondo, da Baku, nell'Azerbaigian, a New York, dove mi spedì a lavorare per sei mesi. Fu lì che vidi i solidissimi rapporti esistenti fra la Bonino, frequentatrice con Mario Monti del Gruppo Bilderberg, e lo spregiudicato finanziere George Soros, il quale nel 1999 prestò un miliardo di lire ai radicali. E fu lì che lessi il fax inviato da Pannella alla stessa Bonino quando la fece nominare commissaria europea nel 1994: “Cara principessa, ora tutti s'inchineranno ai tuoi piedi”».
Oltre che spendaccione, che tipo è Pannella?
«Un pusillanime. Nell'ultimo colloquio che abbiamo avuto, teneva gli occhi bassi. Riaffermando la mia fede cristiana, riconquistavo la libertà, e questo gli metteva paura. Pur sapendo quale vendetta mi attendeva, ho provato molta pena per lui. Qualche tempo dopo Lydia lo ha incontrato per strada nei pressi di via del Tritone. Pannella le ha voltato le spalle fingendo di guardare le vetrine d'un negozio di strumenti d'acconciatura per donna. E dire che allora non portava la fluente coda di capelli bianchi che oggi tiene annodata lungo la schiena. Non ha avuto il coraggio di girarsi neppure quando mia moglie ha recitato ad alta voce, perché lui sentisse, il Padre nostro e l'Ave Maria».
Solo pusillanime?
«Intelligente. Grande manipolatore. Ha attraversato 50 anni di politica italiana stando sempre nel ventre caldo della vacca, la partitocrazia, fingendo d'esserne fuori e di combatterla. La sede vera del Partito radicale è casa sua, in via della Panetteria, vicino alla Fontana di Trevi, frequentata assiduamente dai tre o quattro uomini che ha amato nel corso della sua vita. L'approvazione e l'esaltazione dell'omosessualità e della bisessualità non solo è connaturata al mondo radicale, ma rappresenta lo strumento attraverso il quale si formano le carriere politiche».
Eppure cita in continuazione le Sacre Scritture.
«E che cosa sa fare il diavolo, se non cercare malamente d'imitare Dio? Da anni usa una sua foto, scattata durante un incontro con Papa Wojtyla al quale partecipavano il dc Flaminio Piccoli e molti altri parlamentari, per vantarsi d'aver avuto un filo diretto con Giovanni Paolo II. Sostiene persino che il Pontefice ascoltava le sue concioni a Teleroma 56. Mi dispiace che Giovanni Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, sia andato a farsi intervistare da Radio Radicale per confermare quest'amicizia inesistente. Fa il paio con la stoltezza di don Gianni Baget Bozzo, pace all'anima sua, che lo venerava e diceva di lui: “Pannella in realtà è una figura interna alla cristianità italiana, non è un politico: è un profeta”».
Lei sta demolendo la persona alla quale ha consacrato metà della sua vita.
«Lo so, e mi considero per questo un grande peccatore, che ha alimentato l'opera di devastazione che Pannella ha compiuto sull'identità cristiana di questo Paese. Ha confuso la libertà col desiderio. Ha portato l'Italia a non distinguere più il bene dal male. Ha distrutto milioni di vite umane con l'ideologia abortista. Per questa ragione combatte la Chiesa. Nella sua intelligenza luciferina, sa che gli sopravviverà».
Questo è sicuro.
«Prigioniero di un delirio d'onnipotenza, a 82 anni sta evitando i conti con una categoria che non gli appartiene: la morte. Dovrebbe pregare, come fa mio figlio che di anni ne ha appena 7».
Stefano Lorenzetto (Fonte: Il Giornale)

martedì 31 luglio 2012

"Se la fede della Chiesa è quella di sempre, perché avere paura della messa di sempre?"

 Il Summorum Pontificum,
un'arma a doppio taglio.
Non vogliamo fare una critica al documento del Santo Padre, state tranquilli, vogliamo solo dire che può essere usato differentemente, a seconda delle intenzioni che si hanno.
Di fatto abbiamo assistito a un fenomeno strano, in questi cinque anni: al Summorum Pontificum si sono richiamati tutti o quasi, sia quelli che volevano il ritorno della Tradizione nelle chiese della cattolicità, sia quelli che volevano arginarla, perché non desse fastidio al nuovo corso di violenta modernizzazione, ormai introdotto da quasi mezzo secolo.

Tutto questo noi lo constatammo già nel luglio del 2007. Entusiasti iniziammo a celebrare nel Vetus Ordo (la messa tradizionale), lieti della liberalizzazione miracolosamente operata da Benedetto XVI, e le curie intervennero per dire che quello che facevamo non era l'intenzione vera del Santo Padre. Vi risparmiamo tutti i “tira e molla” di quel tempo, con le diatribe su cosa fosse “messa privata” e su cosa non lo fosse: si arrivò a pretendere che i sacerdoti avessero la libertà di celebrare la messa “antica”, da soli, a porte chiuse, con al massimo un inserviente ben preparato... più “privata” di così si muore, è il caso di dirlo!... si arrivò ad esigere i dati di tutti i richiedenti e assistenti alla messa tradizionale, alla faccia della “privacy”, si tentò di vietare catechismo e predicazione. Tutto questo veniva fatto richiamandosi ai vari cavilli giuridici del documento papale, ai cavilli giuridici, non alla sostanza.
Poi ci si risolse a screditare dietro le quinte i fedeli della tradizione, con le parole magiche... ”sono dei disobbedienti”, senza specificare oltre.

In una Chiesa dove regna il caos su tutto, dove pochissimi accettano ancora tutte le verità del Credo senza esclusione, dove i comandamenti sono accolti o rifiutati a piacimento, dove i parroci non possono chiedere quasi più nulla ai fedeli, pena l'essere sottoposti al giudizio pubblico, dove il Papa è criticato per gusti personali (simpatico-antipatico), dove anche nei confessionali la legge morale è sovente inventata dal sacerdote di turno, più o meno “aperto” alle nuove esigenze umane, è molto strano che gli unici “disobbedienti” siano i sacerdoti e i fedeli amanti della Tradizione!

Non è che la questione dell'obbedienza la si tiri fuori solo per fermare il ritorno alla Tradizione? Quanti fedeli sono stati spaventati così, sibilando loro “attento, sono dei disobbedienti”? Ma quelli che così hanno sibilato, si sono poi curati delle loro anime? ...temiamo di no, l'unico desiderio loro era quello di staccarli dalla Tradizione.

C'è una cosa che resta il punto centrale del motu proprio Summorum Pontificum, la sostanza: “La messa tradizionale non fu mai abolita” questo è il punto chiaro. Da qui bisogna partire per capirci. Non è una concessione, la messa tradizionale, è una realtà, fa parte della vita della Chiesa. È quindi questione di giustizia non fermarla, la messa di sempre, non impedirne i frutti, né con i mezzi espliciti dei divieti, né con quelli subdoli dell'instillare i dubbi.

Non fu mai abolita. E allora, lasciatela libera di operare il bene di sempre in tutti i campi della vita. Non fu mai abolita, è stata la messa di secoli e secoli di cristianità, ha fatto i santi della Chiesa... ma allora di cosa avete paura? Sì, di cosa avete paura? Se la fede della Chiesa è quella di sempre, perché avere paura della messa di sempre? A meno che qualcuno pensi che la fede cambi a seconda delle epoche, ma questa è un'altra storia, si chiama modernismo, è un'eresia bella e buona, anzi è l'insieme di tutte le eresie.

E allora, disobbediente è chi pensa che bisogna modernizzare la fede: e questa è la disobbedienza, la sola gravissima, quella non contro le leggi umane, ma contro la fede."
 
 
Editoriale di "Radicati nella fede", foglio di collegamento della chiesa di Vocogno e della cappella dell'Ospedale di Domodossola dove si celebra la Messa tradizionale.


domenica 29 luglio 2012

il richiamo della bellezza



tutto bene e una sola perplessità: che c'entra l'Hatikvà, l'inno nazionale israeliano. alla fine?

giovedì 26 luglio 2012

segni dei tempi

Chiude 30Giorni,

la storica rivista cattolica

diretta da Andreotti





di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO – 30Giorni, la storica testata cattolica legata a Cl e diretta da Giulio Andreotti chiude i battenti. In questi decenni si era distinta per importanti battaglie a favore della Chiesa: è stata tra le prime voci a rivendicare la libertà religiosa nei Paesi islamici, il dialogo con il mondo laico, i ponti con la Cina e Israele fino alle riflessioni sulle eresie contemporanee, la gnosi e il pericolo di un neo pelagianesimo.

La sospensione delle pubblicazioni è stata annunciata da uno scarno comunicato apparso sul sito della testata. «Purtroppo alcuni accadimenti degli ultimi mesi, in particolare la morte di don Giacomo Tantardini, rendono impossibile continuarne la realizzazione». All’origine della dolorosa decisione presa dalle venti persone che vi lavorano (tra giornalisti e personale amministrativo) e il senatore Andreotti non ci sono solo questioni legate a problemi economici. Perché con la scomparsa di don Giacomo, figura storica nel mondo ciellino, già anima del settimanale Il Sabato (chiuso alla metà degli anni Novanta) , è venuto a mancare un punto di riferimento fondamentale per l’elaborazione editoriale del giornale. I più importanti filoni culturali anche se venivano sviluppati e ampliati all’interno della testata, erano frutto di sue fortunate intuizioni. 30Giorni era diffusa in quattro lingue e veniva distribuita gratuitamente a monasteri e istituti religiosi del Terzo Mondo, grazie a una onlus creata apposta da don Giacomo.

La direzione del senatore Andreotti, grande amico del sacerdote romano, ha arricchito il giornale di notevoli contributi diplomatici e stranieri come l’intervista a Shimon Peres o editoriali affidati all’ex segretario di Stato americano Colin Powell. «Vogliamo ringraziare di cuore tutti coloro che ci hanno accompagnato con la loro stima e il loro affetto» scrivono i vicedirettori sul sito del giornale. La speranza è di riuscire a trovare nuovi editori disposti a scommettere su un progetto editoriale destinato a rafforzare i legami tra la Chiesa di Roma e le periferie cattoliche, le diocesi nei territori di missione, le comunità più lontane.

martedì 24 luglio 2012

Dignità e Sovranità di una Nazione


Pubblichiamo questi due articoli in questo frangente drammatico per la nostra Italia. Il primo di Langone mette il dito sulla piaga delle divisioni tra le varie destre italiane chiedendone una unificazione strategica e non solo tattica, il secondo auspica Roberto de Mattei in Parlamento.  Ci limitiamo a registrare questi flebili segni di vita di una realtà politica di cui si sente la necessità per un ritorno di dignità e di sovranità nazionale e per stornare il pericolo che operazioni come “Bonino al Quirinale” possano andare in porto.

RIPARTIAMO DA ITACA, NON DA PREDAPPIO
di Camillo Langone

Purché non sia nostalgia. La mia paura è che l’indispensabile rifondazione culturale della destra italiana si rattrappisca in una sorta di rifondazione missina. Non tanto perché missino io non lo sono mai stato: non ne faccio una questione personale. Ma perché, molto evidentemente, di tutto l’Italia ha bisogno fuorché di un ritorno agli anni settanta, anche se solo nei termini di un vintage intellettuale.
Purtroppo invece leggo la lista dei promotori e dei partecipanti di “Ritorno a Itaca”, il convegno pro-destra tenutosi  l’altro giorno ad Acquasanta Terme, e mi sembrano davvero poche le persone che non abbiano trascorso qualche remoto anno nel Fronte della gioventù. Nonostante il toponimo cattolico e lo svolgimento dei lavori in un monastero benedettino, in quella località delle Marche mio arei sentito spaesato e in tanti devono averla pensata come me, siccome l’appello di Marcello  Veneziani “a tutte le destre” è stato raccolto da una destra sola, quella con Benito nell’album dei ricordi. Dov’era la destra cattolica? Dov’erano Giovanni Cantoni e Giovanni Lindo Ferretti, Angela Pellicciari e Costanza Miriano? Dov’era Alleanza Cattolica e Antonio Socci, il giurista Francesco D’Agostino e Magdi Allam? E Roberto Dal Bosco gran disvelatore del nichilismo buddista? E dov’era la destra libertaria di Oscar Giannino, degli economisti dell’Istituto Leoni e ei ragazzi del Tea Party? Non pervenuti nemmeno loro.

Su quel palco piceno mi sarebbe piaciuto vedere Giancarlo Gentilini, leghista e Patriota, e Pier Carlo Bontempi, sommo architetto della tradizione, e Ida Magli, una che di euro e di Europa aveva già capito tutto nel 1997, e Claudio Risé con i suoi maschi selvatici, e un poeta di sicuri sentimenti nazionali come Aurelio Picca… Niente da fare. Non poteva andare altrimenti perché l’appello di Veneziani aveva un titolo includente ma un testo escludente che si rivolgeva esplicitamente solo alla destra di Storace, a quel poco che resta di Futuro e Libertà e alla componente aennina all’interno del Pdl. Dando la sensazione, più che di un ritorno a Itaca, di un ritorno a Predappio. La nostalgia è la grande malattia dell’intero centrodestra(ha colpito non solo gli amici di Veneziani) e per diagnosticarla anziché Omero serve Jack London e il suo Richiamo della foresta. Tutti improvvisamente smaniano di tornare all’origine, sulle posizioni di quando erano giovani (o meno vecchi), quindi c’è chi parte per Forza Italia, chi per Alleanza Nazionale. E’ un fenomeno comprensibile, visti i chiari di luna, però patetico (Premio Disperazione a Carmelo Briguglio che ieri ha proposto di rifare An e di rimetterci a capo Gianfranco Fini). Purtroppo per loro, al posto della grande foresta i ritornanti troveranno solo radi boschetti, defogliati dal tempo. Se non addirittura singoli alberi, assediati dalla vecchiaia e dal cemento, incapaci di fornire qualsivoglia riparo. Contenti loro.

Concludo qui la lista delle inevitabili critiche, che poteva perfino essere più lunga, per venire alla pras construens: l’inevitabile condivisione della necessità, anzi dell’urgenza, di una rifondazione culturale della destra. Per uscire dall’intellettualismo e dal settarismo di Acquasanta, mantenendo però il medesimo format, propongo di intitolare il prossimo convegno “ritorno alla Nazione”. Allora sì. Sul tema della sovranità(“politica, monetaria, internazionale” come precisato da Veneziani a Borgonovo su queste pagine) possono confluire tutte le destre possibili e immaginabili, e forse pure quelle inimmaginabili che al momento se ne stanno ben nascoste perché intenzionate a combattere Monti e la finanza mondialista ma non a partecipare ai raduni dei vecchi camerati.

In fondo lo slogan giusto esiste già da qualche tempo, si tratta solo di dargli una bella lucidata. Verrà rilanciato in un libro in uscita a settembre per Mondadori, firmato proprio da Veneziani e felicemente intitolato Dio, patria e famiglia. E se qualcuno storce il naso di fronte alla grande triade delle cose permanenti (per citare Eliot) faccia la cortesia di accomodarsi altrove: abbiamo scoperto che è di sinistra.
tratto da "Libero" del 18 luglio u.s.



 

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Vi immaginate Roberto De Mattei

in Parlamento?

Quando a maggio c'è stata la marcia per la vita, sono rimasto positivamente sorpreso dal successo ottenuto dall'iniziativa nonostante i media progressisti l'avessero tenuta sotto silenzio. Ma ancor di più mi ha fatto piacere notare che gli organizzatori chiedevano esplicitamente l'abrogazione della legge sull'aborto, non come fanno certi politici che si limitano a chiedere dei torbidi compromessi. Vi confesso che in quei giorni ho pensato con speranza che dal movimento della marcia per la vita potesse nascere un nuovo movimento politico che difendesse davvero i valori cristiani.

Purtroppo, è di questi giorni la notizia che anche i leader democristiani dell'UDC (Casini e Cesa) hanno fatto delle sconvolgenti aperture sulle coppie di fatto, giungendo a dire di voler riconoscere giuridicamente persino le coppie omosessuali.

Visto che i partiti di sinistra sono su posizioni progressiste avverse al Magistero della Chiesa, e che anche nel PDL ci sono degli esponenti "liberal", penso che sia giunto il momento che qualcuno dia vita a un nuovo movimento politico che promuova davvero i valori cristiani. Secondo me gli organizzatori della marcia per la vita potrebbero far nascere questo movimento, che certamente raccoglierebbe le simpatie di molti cattolici delusi dagli attuali partiti. Il leader potrebbe essere scelto da militanti e simpatizzanti mediante un congresso fondativo. A mio avviso questo incarico potrebbe essere svolto dal prof. Roberto De Mattei, il quale ha una buona dialettica, una vasta cultura e una profonda conoscenza della Dottrina Cattolica. Chiunque sarà il leader, l'importante è che sia una persona con la "schiena dritta", cioè che non si spaventi di fronte alle critiche dei progressisti, e che non svenda i propri valori religiosi in cambio di qualche poltrona.


tratto da: http://cordialiter.blogspot.it/2012/07/vi-immaginate-roberto-de-mattei-in.html

venerdì 20 luglio 2012

"in attesa che sia reso possibile un dibattito aperto e serio mirante ad un ritorno delle autorità ecclesiastiche alla Tradizione" (Dichiarazione del Capitolo generale della FSSPX)


Dichiarazione

del Capitolo generale

della FSSPX


Alla fine del Capitolo generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, riuniti accanto alla tomba del suo venerato fondatore Mons. Marcel Lefebvre, e uniti al suo Superiore generale, noi partecipanti, Vescovi, superiori e anziani di questa Fraternità, teniamo a far salire al cielo le nostre più vive azioni di grazia per i quarantadue anni di protezione divina così meravigliosa sulla nostra opera, in mezzo ad una Chiesa in piena crisi e ad un mondo che si allontana di giorno in giorno da Dio e dalla sua legge.

Noi esprimiamo la nostra profonda gratitudine a tutti i membri di questa Fraternità, sacerdoti, frati, suore, terziari, alle comunità religiose amiche, come ai cari fedeli, per la loro dedizione quotidiana e le loro ferventi preghiere in occasione di questo Capitolo, che ha conosciuto un franco confronto e svolto un lavoro molto fruttuoso. Tutti i sacrifici, tutte le pene accettate con generosità hanno certamente contribuito a superare le difficoltà che la Fraternità ha incontrato in questi ultimi tempi. Noi abbiamo ritrovato la nostra profonda unione nella sua missione essenziale: conservare e difendere la fede cattolica, formare dei buoni sacerdoti e lavorare per la restaurazione della Cristianità. Abbiamo definito ed approvato le necessarie condizioni per una eventuale regolarizzazione canonica. Si è stabilito che, in questo caso, sarà convocato prima un Capitolo straordinario deliberativo. Ma non dimentichiamo che la santificazione delle anime comincia sempre in noi stessi. Essa è opera di una fede vivificata ed operante attraverso la carità, secondo le parole di San Paolo: «Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità» (II Cor. XIII, 8), e anche: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, al fine… di renderla santa e immacolata» (Cfr. Ef. V, 25 ss.).
Il Capitolo ritiene che il primo dovere della Fraternità nel servizio che intende rendere alla Chiesa, sia quello di continuare a professare, con l’aiuto di Dio, la fede cattolica in tutta la sua purezza e integrità, con una determinazione proporzionata agli attacchi che questa stessa fede oggi non cessa di subire.
È per questo che ci sembra opportuno riaffermare la nostra fede nella Chiesa cattolica romana, la sola Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza né possibilità di trovare i mezzi che conducono ad essa; nella sua costituzione monarchica, voluta da Nostro Signore, che fa sì che il potere supremo di governo su tutta la Chiesa appartenga solo al Papa, Vicario di Cristo sulla terra; nella regalità universale di Nostro Signore Gesù Cristo, creatore dell’ordine naturale e soprannaturale, alla quale ogni uomo e ogni società devono sottomettersi.
Per tutte le novità del Concilio Vaticano II che restano viziate da errori, e per le riforme che ne sono derivate, la Fraternità può solo continuare ad attenersi alle affermazioni e agli insegnamenti del Magistero costante della Chiesa; essa trova la sua guida in questo Magistero ininterrotto che, con la sua azione di insegnamento, trasmette il deposito rivelato in perfetta armonia con tutto ciò che la Chiesa intera ha sempre creduto, in ogni luogo.
Parimenti, la Fraternità trova la sua guida nella Tradizione costante della Chiesa, che trasmette e trasmetterà fino alla fine dei tempi l’insieme degli insegnamenti necessari al mantenimento della fede e alla salvezza, in attesa che sia reso possibile un dibattito aperto e serio mirante ad un ritorno delle autorità ecclesiastiche alla Tradizione.
Noi ci uniamo agli altri cristiani perseguitati nei diversi paesi del mondo, che soffrono per la fede cattolica, spesso fino al martirio. Il loro sangue versato in unione con la Vittima dei nostri altari è la prova del rinnovamento della Chiesa in capite et membris, secondo il vecchio adagio «sanguis martyrum semen christianorum».
«Infine, ci rivolgiamo alla Vergine Maria, anch’ella gelosa dei privilegi del suo Figlio divino, gelosa della sua gloria, del suo Regno sulla terra come in Cielo. Quante volte ella è intervenuta in difesa, anche armata, della Cristianità, contro i nemici del Regno di Nostro Signore! Noi la supplichiamo di intervenire oggi per scacciare i nemici interni che tentano di distruggere la Chiesa più radicalmente dei nemici esterni. Che ella si degni di conservare nell’integrità della fede, nell’amore per la Chiesa, nella devozione al successore di Pietro, tutti i membri della Fraternità San Pio X e tutti i sacerdoti e i fedeli che operano con le stesse intenzioni, affinché ella ci difenda e ci preservi tanto dallo scisma quanto dall’eresia.
Che San Michele Arcangelo ci trasmetta il suo zelo per la gloria di Dio e la sua forza per combattere il demonio.
Che San Pio X ci faccia partecipi della sua saggezza, della sua scienza e della sua santità per discernere, in questi tempi di confusione e di menzogna, il vero dal falso e il bene dal male.» (Mons. Marcel Lefebvre, Albano, 19 ottobre 1983).

Ecône, 14 luglio 2012

Fonte: DICI

martedì 17 luglio 2012

"Non siamo noi che rompiamo con Roma" (Mons. B. Fellay)

Il mutismo dottrinale non è la risposta

all’«apostasia silenziosa»

DICI: Come si è svolto il Capitolo generale? In quale atmosfera?
Mons. Fellay: In un’atmosfera molto calda, perché il mese di luglio è particolarmente torrido, nel Vallese! Ma in un clima molto diligente, in fondo, poiché i membri del Capitolo hanno potuto dialogare in tutta libertà, come si conviene in una tale riunione di lavoro.

DICI: Sono state trattate le relazioni con Roma? Vi erano delle questioni proibite? I dissensi che si sono manifestati in questi ultimi tempi in seno alla Fraternità, hanno potuto essere placati?
Mons. Fellay: Questa non è una domanda sola! A proposito di Roma, siamo veramente andati al fondo delle cose, e tutti i capitolari hanno potuto prendere visione dell’intero dossier. Niente è stato messo da parte, non ci sono tabù tra noi. Era mio dovere esporre con precisione l’insieme dei documenti scambiati col Vaticano, cosa che si era rivelata difficile per il clima deleterio di questi ultimi mesi. Tale esposizione ha permesso una discussione franca che ha chiarito i dubbi e dissipato le incomprensioni. Questo ha favorito la pace e l’unità dei cuori, cosa che è molto gratificante.
DICI: Come vede le relazioni con Roma dopo questo Capitolo?
Mons. Fellay: Per quanto ci riguarda tutte le ambiguità sono state eliminate. Molto presto faremo pervenire a Roma la posizione del Capitolo, che ci ha dato l’occasione di precisare la nostra tabella di marcia insistendo sulla conservazione della nostra identità, unico mezzo efficace per aiutare la Chiesa a restaurare la Cristianità. Poiché, come ho già detto recentemente, «se vogliamo far fruttare il tesoro della Tradizione per il bene delle anime, dobbiamo parlare e agire» (si veda l’intervista in DICI n° 256 dell’8 giugno 2012). Noi non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla perdita generalizzata della fede, né di fronte alla caduta vertiginosa delle vocazioni e della pratica religiosa. Non possiamo tacere di fronte all’«apostasia silenziosa» e alle sue cause. Poiché il mutismo dottrinale non è la risposta a questa «apostasia silenziosa» che perfino Giovanni Paolo II constatava nel 2003.
In questi frangenti, noi intendiamo ispirarci, non solo alla fermezza dottrinale di Mons. Lefebvre, ma anche alla sua carità pastorale. La Chiesa ha sempre considerato che la migliore testimonianza a favore della verità fosse data dall’unione dei primi cristiani nella preghiera e nella carità. Essi erano «un cuore solo e un’anima sola», ci dicono gli Atti degli Apostoli (4, 32). Il bollettino interno della Fraternità San Pio X si intitola Cor unum, che per tutti noi è un ideale comune, una parola d’ordine. Così noi ci allontaniamo decisamente da tutti coloro che hanno voluto approfittare della situazione per seminare la zizzania, ponendo i membri della Fraternità gli uni contro gli altri. Tale spirito non viene da Dio.
DICI: Cosa Le fa pensare la nomina di Mons. Ludwig Müller a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede?
Mons. Fellay: L’ex Vescovo di Ratisbona, dove si trova il nostro seminario di Zaitzkofen, non ci apprezza, non è un segreto per nessuno. Dopo l’atto coraggioso di Benedetto XVI in nostro favore, nel 2009, ha dato prova di non voler collaborare nella stessa direzione e ci ha trattati come dei paria! Fu lui che allora dichiarò che il nostro seminario avrebbe dovuto essere chiuso e i nostri studenti sarebbero dovuti andare nei seminari delle loro regioni d’origine, prima di affermare senza mezzi termini: «I quattro Vescovi della Fraternità San Pio X dovrebbero dimettersi tutti»! (si veda l’intervista rilasciata a Zeit on line l’8 maggio 2009).
Ma più importante e più inquietante per noi è il ruolo che deve assumere a capo della Congregazione della Fede, che ha il compito di difendere la Fede e la cui missione propria e di combattere gli errori dottrinali e le eresie. In effetti, diversi testi di Mons. Müller sulla reale transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, sul dogma della verginità di Maria, sulla necessità per i non cattolici di una conversione alla Chiesa cattolica… sono più che discutibili! Senza alcun dubbio, un tempo essi sarebbero stati oggetto di un intervento del Sant’Uffizio, da cui è sorta la Congregazione della Fede che egli oggi presiede.
DICI: Come si presenta l’avvenire della Fraternità San Pio X? Nella sua battaglia per la Tradizione è sempre sulla linea di cresta?
Mons. Fellay: Più che mai noi dobbiamo conservare effettivamente questa linea di cresta fissata dal nostro fondatore. È una linea difficile da mantenere, ma assolutamente vitale per la Chiesa e il tesoro della sua Tradizione. Noi siamo cattolici, noi riconosciamo il Papa e i Vescovi, ma innanzi tutto dobbiamo conservare inalterata la fede, fonte della grazia del Buon Dio. Di conseguenza bisogna evitare tutto ciò che potrebbe metterla in pericolo, senza tuttavia sostituirci alla Chiesa cattolica, apostolica e romana. Lungi da noi l’idea di costituire una Chiesa parallela, esercitando un ministero parallelo!
Mons. Lefebvre è stato molto chiaro su questo, già trent’anni fa: egli ha solo voluto trasmettere ciò che aveva ricevuto dalla Chiesa bi-millenaria. È tutto quanto noi vogliamo, seguendo le sue orme, poiché è solo così che potremo aiutare efficacemente a «restaurare tutte le cose in Cristo». Non siamo noi che rompiamo con Roma, con la Roma eterna, maestra di saggezza e di verità. Ciò nonostante sarebbe irrealistico negare l’influenza modernista e liberale che si esercita nella Chiesa a partire dal Vaticano II e dalle riforme che ne sono derivate. In poche parole, noi conserviamo la fede nel primato del Pontefice romano e nella Chiesa fondata su Pietro, ma rifiutiamo tutto ciò che contribuisce all’«autodistruzione della Chiesa», riconosciuta dallo stesso Paolo VI già nel 1968.
Si degni la Madonna, Madre della Chiesa, affrettare il giorno della sua autentica restaurazione!

Fonte: DICI n°258

traduzione di http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/07/16-luglio-intervista-mons-fellay-dopo.html

lunedì 16 luglio 2012

de Mattei vs. Cavalcoli

Il prof. R. de Mattei interviene nel dibattito sul Concilio



(su Riscossa Cristiana del 13-07-2012) Il dibattito che si è riaperto sul Concilio, dopo la pubblicazione dell’articolo di Paolo Pasqualucci (Il “discorso critico” che la gerarchia non vuol fare. Recensione a: Brunero Gherardini, “Concilio Vaticano II . Il discorso mancato. Ed. Lindau”) e i successivi interventi di Mons. Brunero Gherardini, di P. Giovanni Cavalcoli e di Cristina Siccardi, si arricchisce ora del contributo del prof. Roberto de Mattei, che ci ha inviato la seguente lettera, che volentieri pubblichiamo:
Caro direttore,
associandomi ai recenti interventi di Mons. Brunero Gherardini e della dott.ssa Cristina Siccardi nel dibattito da Lei aperto su Riscossa Cristiana, osservo:
Il rev. padre Giovanni Cavalcoli è un valente teologo, ma sul punto continua a produrre articoli e lettere in cui ripete un unico ritornello: quello secondo cui i documenti del Concilio Vaticano II che hanno come oggetto la fede (o la morale) sono infallibili, o quasi, a causa dell’autorità da cui promanano e della materia di cui trattano. Non basta però ripetere mille volte un’opinione perché sia vera. E l’opinione teologica di padre Cavalcoli è in contrasto con l’insegnamento della buona teologia.
Nessun Concilio, infatti, si occupò di questo argomento come il Vaticano I. La promulgazione del dogma dell’infallibilità avvenuta con la costituzione Pastor Aeternus del 18 luglio 1870, fu preceduta da un’ampia discussione e da una lunga relazione finale in cui mons. Vincenzo Gasser, vescovo di Bressanone, chiarì bene requisiti e limiti dell’infallibilità di un Papa e, di conseguenza, di un Concilio a Lui unito[1].
Perché una dottrina possa essere considerata infallibile – spiegò il Relatore – devono verificarsi tre requisiti, nel soggetto, nell’oggetto e nel modo d’insegnamento:1) che il Papa, con o senza il Concilio a lui unito, parli come capo della Chiesa universale; 2) che la materia in cui si esprime riguardi la fede o i costumi; 3) che su quest’oggetto intenda pronunziare un giudizio definitivo.
Con queste precisazioni mons. Gasser intendeva rispondere alle numerose obiezioni, soprattutto di carattere storico, dei Padri conciliari “anti-infallibilisti”. Essi citavano i casi dei Papi Onorio e Liberio, o del Concilio di Costanza, che, di fatto, si allontanarono dalla fede ortodossa per negare con ciò il dogma dell’infallibilità. Ma ad essi venne opportunamente risposto che i Papi e i Concili che avevano errato non lo avevano mai fatto “ex cathedra”, esercitando la prerogativa della infallibilità. In questi casi, non si verificarono dunque tutte le condizioni richieste per l’infallibilità[2]. Se nei casi dei Papi Liberio ed Onorio, nei documenti, suggellati da approvazione pontificia del Concilio Costantinopolitano I o di Costanza, vi era stato errore, ciò era dovuto appunto alla fallibilità (o non infallibilità) di quei documenti.
Non è sufficiente l’autorità che promana un documento (Papa e/o Concilio), e l’oggetto del Magistero (fede e morale) per definirlo infallibile (o quasi): è necessario anche un terzo elemento, il modo di insegnamento. È sufficiente che manchi uno dei tre requisiti indicati dalla costituzione Pastor Aeternus perché il Magistero non possa essere considerato infallibile, ma fallibile senza che questo significhi necessariamente sbagliato. Coloro che vogliono “infallibilizzare” gli atti del Magistero ragionano esattamente come i negatori dell’infallibilità. Tra questi sembra essere anche il rev. padre Cavalcoli.
Roberto de Mattei
[1] Mansi, vol. 52, coll. 1204-1232; cfr. in particolare col. 1214.
[2] Umberto Betti, La costituzione dommatica Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, Pontificio Ateneo Antoniano, Roma 1961, pp. 644-646.


tratto da: http://www.corrispondenzaromana.it/il-prof-r-de-mattei-interviene-nel-dibattito-sul-concilio/