sabato 14 settembre 2013

Ci si rende conto che da cinquant’anni la Chiesa orante viene forzata dai suoi più alti Pastori, dal Trono più alto, a pregare meno, ad adorare meno.

 
 
Pubblichiamo dopo Chiesa e post Concilio anche noi  il paragrafo 15, che riepiloga la questione liturgica, della magistrale analisi della Lumen Fidei, di Enrico Maria Radaelli, dal sito Aurea Domus, dove è possibile consultarla nella sua versione integrale. 
Siamo sempre più convinti che  dalla presente e sempre più evidente crisi della Chiesa in tutte le sue espressioni si uscirà solo per mezzo (e sarebbe l'ipotesi meno traumatica, ma umanamente improbabilissima) o con il ripristino (dopo un trauma universale) del Rito Romano Tradizionale.


15. LEX MINUS CREDENDI, LEX MINUS ORANDI.
LA CHIESA, FORZATA DA CINQUANT’ANNI A FARE
MENO VERITÀ, MENO BELLEZZA, MENO ADORAZIONE.

Non si può tralasciare poi di accennare, se pur sommariamente, a quanto tutto questo processo “dedogmatizzante”, cui porta la prima Enciclica di Papa Francesco (o Benedetto XVI?), dia un contributo forte e incisivo di analogo processo decisamente “deadorante” nel Rito liturgico: si sa che lex credendi, lex orandi, ossia: “come si crede si prega”, e infatti il persistente dimezzamento della tonalità autoritativa di magistero e il rovesciamento della corretta teologia da deiforme ad antropocentrica di cui esso è veicolo, qui ora visti col ribaltamento della “teologia dell’Annuncio” in “teologia dell’Incontro”, naturale conseguenza della sopravista « dislocazione della divina Monotriade », portano a una ricaduta diretta sul modus orandi, accentuando il rinsecchimento della già decaduta adorazione attuale, dovuta tutta al Novus Ordo Missæ.
Del tema, nei suoi termini generali, parlo in diversi miei lavori (specie in RADAELLI 2007, 2011 e 2013), ma non si può non ostensire anche qui l’insistenza fuori luogo – e fuori legge divina, o ius divinum – con cui l’attuale magistero novatore astringe fino a proibizione de facto, anche dopo il Motu proprio Summorum Pontificum, la celebrazione del Rito Perenne detto ‘di san Pio V’, o Tridentino, o Gregoriano, oggi molto impropriamente e volutamente detto ‘Extraordinario’, ossia il Rito che veniva serenamente celebrato in tutto l’orbe cattolico fino al Vaticano II compreso.
La “dedogmatizzazione”, unita alla conseguente “deadorazione”, non è altro che la trasformazione del ferro in argilla, della pietra in sabbia, un’apertura delle Porte di bronzo attraverso cui possa meglio infiltrarsi nella Chiesa il « fumo di satana » di cui si avvide anche Paolo VI, principale artefice di quelle trasformazioni e di quell’apertura.

Va fatta chiarezza: tale Rito è – e non può non essere, come pure sempre è stato e sempre sarà – per diritto di istituzione divina il Rito Ordinario – l’unico Rito Ordinario – di santa Romana Chiesa.
Di ‘istituzione divina’, si è detto, la cui pienezza e solidità dogmatica non pochi e santi Papi (san Damaso, san Gregorio Magno, san Pio V, per dire solo i più celebri) contribuirono a far risplendere e a fortificare, ma i loro interventi ecclesiastici restarono sempre estremamente rispettosi dell’intangibilità assoluta, in ogni sua parte, del nucleo sostanziale di Rito essenzialmente divino: divino nella sostanza soprannaturale e miracolosa, divino nella forma sacrificale-propiziatoria, divino nel linguaggio misterico-universale.
Paolo VI, con l’istituzione del suo Novus Ordo, sapendo di non poter abrogare il Rito Perenne, lo proibì però per tutto l’orbe, così “obrogandolo”, direbbe Cicerone, ossia abrogandolo de facto non potendolo abrogare de iure; ma, così facendo, non solo compì un atto che non gli era permesso, dunque dittatoriale, inammissibile, ma anche si smentì, perché contemporaneamente insisteva nel sostenere che la sua artificiale costruzione (così anche il cardinale Ratzinger nella sua Premessa a GAMBER 1992) fosse la naturale trasformazione del Vetus Ordo secondo le esigenze moderne. Ma come si fa a proibire ciò che si dice star proseguendo?
Il fatto è che invece, in primo luogo tale celebrazione non può essere in alcun modo e da nessuno essere abrogata; in secondo, non può essere in alcun modo e da nessuno nemmeno obrogata; in terzo poi essa dev’essere invece, piuttosto, positivamente e con ogni mezzo, sia imperativo che sollecitativo ed educativo, da tutti i Pastori dell’Orbe celebrata e fatta celebrare cum populo, nella Chiesa, quale Rito la cui forma è sicuramente, fortemente e in ogni sua parte sempre appoggiata al dogma come nessun’altra mai potrebbe (v. BACCI-OTTAVIANI 1969).

Contro lo ius divinum, oltre il Novus Ordo si schierarono prima l’Instructiones de Constitutione (14-6-1971) in cui si disponeva che « in tutti i Paesi “dal giorno in cui i testi tradotti [del nuovo Messale] saranno usati per le celebrazioni in lingua vernacolare, sarà permessa solo la forma riveduta della Messa e [del Breviario], anche per coloro che continuano ad usare il Latino », poi la Notifica Conferentia Episcopalium (28-10-1974), dove si richiede che i vescovi di tutto il mondo debbono assicurarsi che tutti i sacerdoti e fedeli di Rito Romano, « nonostante il pretesto [sic!] di una qualche consuetudine, anche di lunga data, accettino rigorosamente l’Ordinario della Messa nel Messale Romano »; la sacra Congregazione per il Culto divino pubblicò nel ’74 un’ulteriore Notifica che specificava che poteva essere celebrato solo il Novus Ordo e che il Gregoriano, invece, era proibito.

Fu una vessazione generale, il cui fine era annientare il Rito celebrato per duemila anni (persino dai quasi 2.500 Padri del Vaticano II): tra il Vetus Ordo e il Novus, nessuno doveva più poter confrontare tra loro i due Riti, anche perché Papa Paolo VI si era autoconvinto che quello steso a tavolino (così più volte anche il card. Ratzinger, in RATZINGER 1992 e 2001) non fosse altro che la naturale continuazione del Perenne, e che dunque di Riti ce ne fosse solo uno. Ma allora, se fosse stato realmente così, perché proibirlo? I Papi san Damaso, san Gregorio, san Pio V, e tutti gli altri che apportarono abbellimenti e rinforzi liturgico-dogmatici, mai si sognarono di proibire la celebrazione del Rito Perenne nelle forme in cui di volta in volta lo avevano trovato, perché era naturale per tutti i sacerdoti della Chiesa adeguarsi a tali naturali abbellimenti e rinforzi che non raddoppiavano il Rito, ma lo maggioravano in fede, in bellezza e in adorazione (Papa Ghisleri proibì unicamente i riti che, non superando i 200 anni di consuetudo celebrationis, non garantivano la loro assimilazione al Perenne, dunque si trattava di un divieto il cui fine era esattamente l’opposto di quello di Papa Montini).

Che il Rito perenne non possa essere né abrogatoobrogato – e ciò sia nella celebrazione sine populo che anche e specialmente cum populo – è convinzione comune, valga per tutte quella del noto liturgista Klaus Gamber, che nel suo La riforma della liturgia romana (GAMBER 1979) osserva: « Nessun documento della Chiesa, neppure il Codice di Diritto Canonico, dice espressamente che il Papa, in quanto Supremo Pastore della Chiesa, ha il diritto di abolire il Rito tradizionale. […] Di certo non è compito della Sede Apostolica distruggere un Rito di Tradizione apostolica, ma suo dovere è quello di mantenerlo e tramandarlo ».
Anche il cardinale Ratzinger prende posizione, se pur come dottore privato: « Dopo il concilio Vaticano II si è ingenerata l’impressione che il papa potesse fare qualunque cosa in materia liturgica, soprattutto se agiva su incarico di un concilio ecumenico. È accaduto così che l’idea della liturgia come qualcosa che ci precede e che non può essere “fatta” a proprio arbitrio sia andata ampiamente perduta nella coscienza diffusa dell’Occidente », e già qui si può notare una larvata ma chiara critica all’operato montiniano, « Difatti però – prosegue –, il concilio Vaticano I non ha per nulla inteso definire il papa come un monarca assoluto, ma, al contrario, come il garante dell’obbedienza alla parola tramandata: la sua potestà è legata alla tradizione della fede e questo vale anche nel campo della liturgia. […] Anche il papa può essere solo umile servitore del suo giusto sviluppo e della sua permanente integrità e identità » (Ratzinger 2001, p. 162).
Insomma, in parole povere: SEMPER lex plus adorandi, UNQUAM lex minus adorandi, sempre una legge più adorante, mai una legge meno adorante.

Il Motu proprio Summorum Pontificum non modificò tale situazione di – bisogna pur dirlo – dittatoriale e deadorante brutalità se non apparentemente: già il fatto di indicare come ‘ordinario’ un Rito che al massimo potrebbe assurgere a ‘straordinario’, e viceversa ‘straordinario’ il Rito che divina natura sua è e non può non essere che ‘ordinario’, e nulla può spodestarlo dalla sua divina ordinarietà, dovrebbe mettere sull’avviso ogni anima che avversi con sano sentire cattolico un magistero modernista; ma poi il secondo fatto affermato, che un sacerdote abbia la libertà di celebrare il Rito Perenne (Romano, Ambrosiano o altro che sia) unicamente sine populo, giacché altrimenti debbono essere aperte complesse procedure la cui positiva conclusione può essere in ogni momento dall’Autorità impugnata e sospesa, è cosa che ancor più giustifica ogni e più ragionevole allarme, come si è potuto vedere in ormai troppe occasioni, in cui i Pastori novatori hanno portato a una deadorazione analoga all’ecumenica loro già attuata dedogmatizzazione: primo fu il monastero benedettino di Le Barroux, poi la Fraternità San Pietro, poi Campos (dove si concelebra e si amministra la comunione anche sulla mano), poi l’Istituto Buon Pastore, ora è la volta dei Frati Francescani dell’Immacolata: in ognuna di queste realtà i modernisti hanno imposto vessazioni di ogni tipo per limitare, circoscrivere e abbruttire in ogni modo l’adorazione col Vetus Ordo, imponendo regole cui la coscienza cattolica dovrebbe ribellarsi e cui di fatto si ribella, rimanendo però con le mani legate dall’obbedienza.
Obbedire bisogna, pena la caduta della virtù necessaria al cattolicesimo (e anche le più gravi sanzioni canoniche).
E allora come si fa? Come suggerisco ancora dal tempo de Il Mistero della Sinagoga bendata (v. RADAELLI 2002), la strada è indicata da san Tommaso: è quella della ragione e della “correzione fraterna” (v. TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II 33), è la via misericordiosa della dimostrazione insistente e documentata dell’inalienabilità del Rito Perenne, sine populo o cum populo che sia, per via della sua origine apostolica, il cui livello divino è superiore a ogni legge ecclesiastica, e tale natura preserva e garantisce – e deve preservare e garantire in ogni situazione e momento – chiunque voglia servirsene, giacché chi si appella al diritto divino, allo ius divinum, si appella a ciò da cui ogni altro diritto – canonico compreso – riceve i suoi munera.
La resistenza dovrebbe fondarsi in specie sul concetto, da far rilevare al massimo, che il diritto divino cui ci si appella è il medesimo su cui è costituito quell’Ordine sacerdotale che conferisce ai Pastori il munus sanctificandi, il potere cioè di celebrare i divini Misteri. La medesima radice deve ricordare a tutti che non ci si può allontanare da essa senza pregiudizio, perché la medesima radice lega l’Ordine al Sacrificio come l’effetto alla causa e dunque una modificazione della causa porterebbe a una medesima modificazione sull’effetto.
Oltre a ciò, l’obbedienza può appellarsi alla Bolla Quo primum di Papa san Pio V, mai revocata – né mai revocabile – e al motu proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, anch’esso tutt’ora legge positiva della Chiesa, per abrogare il quale un Papa dovrebbe emanare una legge di eguale livello, salvo comunque poi scontrarsi con la natura perenne e inabrogabile del Rito in se stesso, confermato dalla Bolla irreformabile Quo primum che codifica il Messale Tridentino, la quale Bolla non permette ad alcuno, fosse pure un Papa, poi in nessun modo, fosse pure l’atto più solenne di un governo papale, e in nessun tempo, fosse pure fra mille anni, di essere minimizzato, dimezzato, « dimidiato », come diceva Romano Amerio con termine plastico, perché imporre di adorare meno è, come mostro in Sacro al calor bianco. La Messa di san Pio V e la Messa di Paolo VI alla luce della Filosofia dell’Æsthetica trinitaria (RADAELLI 2008), l’atto più contro natura di tutti gli atti contro natura che l’uomo possa mai compiere.
Ma c’è un fatto che dovrebbe essere infine ricordato, superiore a ogni altro, ed è che oltre all’obbedienza giuridica si dovrebbe tutti aver presente quell’obbedienza alla verità che tutti muove: fedeli e Pastori, di cui qui si sono voluti ricordare le origini muovendosi su un territorio strettamente filosofico, obbedienza che dovrebbe facilitare la ricomposizione di ogni dissidio, nel rispetto del Bene a tutti superiore.

Una Lettera enciclica sulla Fede non può non toccare questi argomenti, almeno per la realtà posta dal vincolo “Lex credendi, lex orandi”, cui non ci si può sottrarre: la teologia che si diceva, “dell’Incontro”, con i suoi forti risvolti poi anche pseudoecumenici e protestantizzanti, si riversa e si compenetra nella liturgia comunitaria e antropocentrica – ecumenista e pseudoprotestante – di Paolo VI, e il linguaggio narrativo (tecnicamente: “epidittico”) del nuovo magistero dedogmatizzato trasuda senza soluzione di continuità nel linguaggio affabulatorio e sempre meno orante della nuova Messa, così da trasformare tristemente quell’adagio in Lex MINUS credendi, lex MINUS orandi. Ma è ammissibile tutto ciò?
Ci si rende conto che da cinquant’anni la Chiesa orante viene forzata dai suoi più alti Pastori, dal Trono più alto, a pregare meno, ad adorare meno?
Ci si rende conto che da cinquant’anni la Chiesa orante viene costretta da quei suoi più alti Pastori e da quel suo Trono più alto a celebrare con meno dogmaticità, ossia, come rilevarono nello studio sopracitato i cardinali Bacci e Ottaviani, con meno garanzie di fedeltà alle verità rivelate?
La nuova antropologia cattolica si è aperta un varco che nella prassi liturgica comunitaria esprime la nuova teorica teologica “dell’Incontro”. L’una e l’altra sono fondate su una universale quanto occultata adulterazione del reale, su quella « dislocazione della divina Monotriade » di cui si parlava, ed è proprio da lì che dovrebbe partire la resistenza all’una e all’altra, mostrando con riverenza e rispetto ai Pastori – fossero anche Sommi – che, ancora una volta, è la Fede il fatto su cui si gioca tutto. Non la carità: la Fede.
Tanto che nostro Signore chiedeva: « Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra? » (Lc 18,8): non chiedeva se avesse trovato carità, e quanta, ma fede, fede, fede.

venerdì 13 settembre 2013

Apollonio, i cristiani e l'altra gente

tratto da: IL RACCONTO DELL'ANTICRISTO -
di Vladimir Sergeevic Soloviev

" L'indomani mattina giunsero da Gerusalemme dei pellegrini cristiani loro amici e raccontarono ciò che era accaduto a Sion. Dopo il pranzo di corte, tutti i mèmbri del concilio erano stati convocati nell'immensa sala del trono (dove si supponeva sorgesse il trono di Salomone) e l'imperatore, rivolgendosi ai rappresentanti della gerarchia cattolica, aveva dichiarato che il bene della Chiesa esigeva da essi l'immediata elezione di un degno successore dell'apostolo Pietro, ma che nelle presenti circostanze di tempo l'elezione doveva avvenire con procedura sommaria. La presenza di lui, l'imperatore, capo e rappresentante di tutto il mondo cristiano, valeva largamente a compensare l'omissione delle formalità rituali, e che in nome di tutti i cristiani, egli proponeva al Sacro Collegio di eleggere il suo diletto amico e fratello Apollonio, affinché lo stretto legame esistente fra loro rendesse duratura e indissolubile l'unione della Chiesa con lo Stato per il bene comune. Il Sacro Collegio si ritirò in una camera particolare per il conclave e dopo un'ora e mezzo ritornò col nuovo papa Apollonio. Frattanto mentre si procedeva all'elezione, l'imperatore con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza, cercava di persuadere i rappresentanti degli ortodossi e degli evangelici a mettere fine ai vecchi dissidi in vista di una nuova grande epoca storica del cristianesimo, rendendosi garante con la sua parola che Apollonio avrebbe saputo abolire una volta per sempre gli abusi storici del potere papale. Convinti da queste sue parole, i rappresentanti dell'ortodossia e del protestantesimo avevano steso l'atto di unione delle Chiese e quando Apollonio comparve nella sala con i cardinali tra le grida di giubilo di tutta l'assemblea, un vescovo greco e un pastore evangelico gli presentarono il loro documento. «Accipio et approbo et laetificatur cor meum», disse Apollonio apponendo la sua firma. «Io sono del pari un vero ortodosso e un vero evangelico, come sono un vero cattolico» — aggiunse egli, scambiando un amichevole abbraccio col Greco e col Tedesco. Poi si avvicinò all'imperatore, il quale lo abbracciò e lo tenne a lungo tra le braccia. In quel momento dei puntini luminosi cominciarono a volteggiare in tutte le direzioni nel palazzo e nel tempio; essi ingrandirono e si mutarono in ombre luminose di esseri strani; fiori mai veduti sulla terra cadevano dall'alto, riempiendo l'aria di un profumo arcano. Si diffondevano dall'alto deliziosi suoni di strumenti musicali fino allora sconosciuti che andavan dritto all'anima e afferravano il cuore, mentre voci angeliche di invisibili cantori glorificavano i nuovi sovrani del cielo e della terra. Frattanto uno spaventoso rumore sotterraneo echeggiava nell'angolo nord-ovest del palazzo centrale, sotto il kubbet-el-aruach vale a dire sotto la cupola delle anime, dove secondo la tradizione musulmana, si trova l'entrata dell'inferno. Quando gli astanti, su invito dell'imperatore, si mossero verso quella parte, tutti intesero chiaramente innumerevoli voci acute e penetranti — mezzo fanciullesche e mezzo diaboliche — che esclamavano: «È giunta l'ora, liberateci o salvatori, o salvatori!». Ma quando Apollonio stringendosi verso la rupe, per tre volte gridò verso il basso qualcosa in una lingua sconosciuta, le voci tacquero e il rumore s'interruppe. Frattanto una folla immensa di popolo proveniente da tutte le parti, aveva circondato Haram-es-Scerif. Al calar della notte l'imperatore, col nuovo papa, aveva fatto la sua apparizione sulla gradinata orientale, sollevando «una tempesta di entusiasmo». Egli salutò affabilmente in tutte le direzioni, mentre Apollonio traeva da grandi canestri, postigli innanzi dai cardinali segretari, e lanciava in aria senza interruzione magnifiche candele romane, razzi e fontane di fuoco che accendendosi al tocco delle sue mani si trasformavano in perle fosforescenti e in luminosi arcobaleni; tutto questo toccando terra si mutava in innumerevoli fogli di carta di vari colori, con indulgenze plenarie senza condizioni per tutti i peccati passati, presenti e futuri. L'esultanza popolare sorpassò ogni limite. A dire il vero alcuni affermavano di aver visti coi propri occhi quei fogli d'indulgenza trasformarsi in rospi e serpenti estremamente schifosi. Nondimeno l'enorme maggioranza della gente andava in visibilio e la festa popolare si protrasse ancora alcuni giorni; durante questo tempo il nuovo papa-taumaturgo arrivò a compiere dei prodigi così sbalorditivi e incredibili che sarebbe del tutto inutile darne una narrazione. Nello stesso tempo sulle alture deserte di Gerico i cristiani si dedicavano al digiuno e alla preghiera.....



giovedì 12 settembre 2013

funerali dei cristiani di Maaloula uccisi dai terroristi siriani che gli USA andrebbero a rafforzare con i loro missili e bombardieri

 
FRATELLI CRISTIANI DI MAALOULA, SIAMO CON VOI!
 
CHRISTUS VINCIT SEMPER!
 
SANGUIS MARTYRUM SEMEN CHRISTIANORUM!
 

mercoledì 11 settembre 2013

forse che anche questi non credono in Cristo Risorto?







 
le Loro Beatitudini Kiril, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, e Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Constantinopoli

domenica 8 settembre 2013

que viva Beatriz!

Intervento parlamentare della deputata

Beatriz Escudero: da vedere!


fonte: ProLife News
E’ davvero impressionante il video della deputata Beatriz Escudero che risponde all’interpellanza presentata dal Gruppo Socialista al Governo spagnolo sull’ipotesi di riforma della legislazione sull’aborto del 2010.

“Signori: basta parlare di arretratezza, voi veramente pensate che una società che voglia difendere il diritto di tutti sia una società arretrata? Il diritto alla vita, signori, è il principale dei nostri diritti. Non avremmo diritto alla libertà di espressione, nè diritto alla libertà sessuale, nè diritto di poter decidere del nostro corpo, se non avessimo quel diritto fondamentale, quel valore supremo che è il diritto alla vita. I Diritti possono essere difesi solo a partire dalla verità“.
E ancora aggiunge: “Come potete spiegare alla società spagnola che difendete gli embrioni dei polipi e dei calamari, delle mucche e dei cavalli, perchè sapete che soffrono?”

Vale la pena dedicare otto minuti per vederlo, e pochissimi secondi per condividerlo e farlo girare su internet, suggerendolo agli amici. Perché?

Innanzitutto è un tentativo di riconsiderare quelli che ormai sono tabù intoccabili del ’68. Da allora, la legislazione e la società occidentale hanno preso una china inarrestabile: divorzio, aborto, eutanasia, coppie di fatto, droga. La direzione si può e si deve cambiare, poco a poco, con preparazione e coraggio.

E poi è un esempio di buona comunicazione: contenuti, ironia, testa alta. Apprezzo soprattutto l’incipit, in cui la deputata ribalta la situazione rispetto a come la presentano i giornaloni: non è reazionario chi difende la vita, bensì chi si ostina a rimanere al ’68; non è retrogrado chi vuole costruire una società giusta, umana, bella, bensì chi la vuole distruggere.

Vale veramente la pena vederlo, è molto incisivo.
Buona visione.


Read more: http://sursumcorda-dominum.blogspot.com/2013/09/intervento-parlamentare-della-deputata.html#ixzz2eJFHMZ5k

giovedì 5 settembre 2013

uno stallo ecclesiale esige una soluzione sopranaturale

tratto dall'ottimo Blog: http://traditioliturgica.blogspot.it/
 
Un lettore mi scrive:

Secondo lei cosa si dovrebbe fare? 
Mettiamo che in futuro (volesse il Cielo!) venga eletto papa un sacerdote tradizionale. Cosa dovrebbe fare: sconfessare i documenti conciliari (che hanno dato l'input a tutta la rivoluzione che vediamo?) dovrebbe imporre dall'altro la liturgia antica? Ma come potrebbe "abrogare" i documenti del Concilio? Il Papa in teoria può farlo? Concretamente se al posto di Francesco ci fosse un sacerdote tradizionale, in questa miserevole e difficile situazione cosa potrebbe fare, con tutta l'opposizione clericale che potrebbe fare un immenso scisma? Sarebbe difficile abrogare ad esempio il Novus Ordo, non sarebbe diciamo opportuno, perché verrebbe visto come un'imposizione etc. So che tutte queste nostre ipotesi e ragionamenti ipotetici non servono a nulla concretamente, dato che noi laici non possiamo farci nulla, ma perlomeno queste ipotesi potrebbero magari edificarci o aiutarci a farci comprendere di più la realtà.

Il giovane lettore che mi scrive, vedendo nel cattolicesimo attuale tutta una serie di mal funzionamenti e contraddizioni, pone questa raffica di domande, sollecitato dalle mie riflessioni che cercano, al contrario, di porre delle basi coerenti e in continuità sostanziale con la tradizione antica.
Le sue domande possono essere quelle di un qualsiasi lettore cattolico con sensibilità tradizionale.
Spiace dirlo ma, purtroppo, sono domande ingenue.
Forse si poteva iniziare a farle all'indomani della morte di Giovanni XXIII o all'inizio del pontificato di Paolo VI. Oggi la situazione è cambiata e, mano a mano che il tempo passa, è in continuo cambiamento. Francamente temo sia una situazione sostanzialmente alla deriva.
Oggi nel mondo cattolico si può pressapoco dire che:

- 1/10 ha una sensibilità prossima a quella del mio lettore, 
- 6/10 sono piuttosto indifferenti a tutto e abbastanza avversi a qualsiasi imposizione, 
- 3/10 sono fiermente avversi alla sensibilità tradizionale e paladini del nuovo in quanto nuovo o comunque di un nuovo in rottura col passato.

Con una composizione così anomala com'è possibile fare leva sul principio di autorità per "imporre" qualsiasi cosa? Se il papa attuale ha la fama che ha, ciò è principalmente dovuto non tanto alla sua decantata simpatia quanto al fatto che risulta simile a quei 9/10 che compongono la maggioranza del cattolicesimo attuale.
E se il papa precedente risultava antipatico questo derivava proprio dallo stesso fatto ma rovesciato: i 9/10 del cattolicesimo di fatto non lo amavano sentendolo estraneo a sé. Gli stessi suoi timidi tentativi d'instaurare qualcosa di tradizionale, parallelamente a quanto esiste e senza minimamente toccare quanto c'è, ha generato un'onda di mal celato fastidio, in qualcuno pure di terrore.
Un prete mi diceva chiaramente: "Se questo papa tedesco m'impone di celebrare la messa antica io lascio il sacerdozio". Penso non fosse affatto l'unico a pensarlo.
Le dimissioni del papa tedesco (secondo diversi imposte) hanno finalmente allontanato questo spettro e con esso pure la "riforma della riforma" del rito moderno cattolico...

Il problema di fondo, a mio modesto avviso, non è, come dissi, una questione di latino o di lingua vernacolare. Il problema è che qui si sta instaurando un cattolicesimo completamente nuovo dimentico non solo delle sue radici antiche (che lo assimilerebbero meglio al mondo ortodosso) ma anche di quelle moderne; un cattolicesimo indifferente all'oggettività della verità e al senso della tradizione (1). Se dall'alto giunge ancora qualche insegnamento è come un seme che cade in un deserto: i 9/10 non sono in grado di farlo fruttificare e non gl' interessa proprio.
E poi che senso ha decantare che Cristo è il redentore del mondo quando lo stesso clero che lo afferma pone di fatto azioni che rivelano un agnosticismo pratico? Quest'affermazione, in un contesto che non la supporta, non è che un fantasma retorico!

I 9/10, quest'ampia base, stanno di fatto trascinando tutto il cattolicesimo in una nuova realtà, impensata fino ad alcuni decenni fà.
Quello che mi ha stupito è che, la mia opinione è condivisa pure da qualche semplice cattolico praticante, nonostante parta da altri punti di vista e abbia  molte meno informazioni di me.

Non sono d'accordo con il mio lettore quando dice che "noi laici non possiamo farci nulla". Ognuno dal canto suo fà qualcosa se coltiva quant'è positivo. Non si tratta di andare a contestare in piazza. Si tratta di espandere una corretta mentalità, nei limiti e nelle possibilità consentite ad ognuno, o almeno di viverla. In questo modo almeno in certi ambienti, forse, la tendenza si rovescerà. E se altri correranno in una direzione opposta e dispersiva la responsabilità, alla fine, sarà unicamente loro.

Credo che, alla fine, non è personalmente importante se sta nascendo un nuovo cattolicesimo (cosa che di fatto accade) ma se si è nella linea della tradizione che ci pone in comunione con i testimoni antichi della fede. Solo da qui si può vedere cosa fare e come comportarsi.

__________

1) Lo stesso papa Ratzinger, passato per molto conservatore, nel dialogo con i "lefebvriani" sottolineava che nella tradizione l'elemento importante non è tanto il contenuto oggettivo del messaggio, come si diceva fino a poco tempo fà, ma la continua presenza del soggetto che lo trasmette. Non è importante dire, ad esempio, che Dio è uno e trino ma è importante che esista una realtà ecclesiale che afferma una confessione di fede.

Tuttavia, questo cambio di prospettiva può armonizzare anche i contrari: se è più importante il soggetto che trasmette, oggi si può tranquillamente dire il contrario di ieri in nome della tradizione e non sentire alcuna contraddizione. Ma se, viceversa, è importante l'oggettività del contenuto, la situazione si rovescia! Questo cambio di prospettiva - che sta alla base dell'identità di una Chiesa intera - sinceramente mi sgomenta e continua a darmi la prova che il Cattolicesimo si sta preparando per essere qualcosa di totalmente nuovo, fatte salve le solite apparenze esterne.


 
 
Nel frattempo da Anguera (Bahia - Brasile) giunge una voce che alcuni dicono essere di Maria SS. Noi non vogliamo di certo sostituirci al giudizio della Chiesa su questi fatti di cui ignoriamo moltissimo. Diciamo solo che l'unica soluzione allo stallo ecclesiale di cui sopra potrà essere un intervento del Cielo come qui sotto descritto
MESSAGGIO n.3.866 - 27 agosto 2013
Cari figli, non temete. Il mio Signore è al vostro fianco. Vivete nel tempo peggiore di quello del diluvio e i miei poveri figli camminano come ciechi alla guida di altri ciechi. Datemi le vostre mani, perché desidero condurvi a Colui che è la vostra unica Via, Verità e Vita. Camminate sempre nella verità del mio Gesù. Siete importanti per la realizzazione dei miei piani. Date il meglio di voi nella missione che il Signore vi ha affidato. Voi che state ad ascoltarmi, non perdetevi d’animo. Il Signore vi ricompenserà generosamente per tutto quello che fate a favore dei miei piani. Il Signore ha riservato per i Suoi eletti quello che gli occhi umani non hanno mai visto. Ecco i tempi delle grandi e dolorose tribolazioni. È necessario che tutto questo accada, ma la vittoria finale sarà del Signore. Il trionfo definitivo del mio Cuore Immacolato porterà pace alla Terra. Gli uomini vedranno la mano potente di Dio agire. Egli asciugherà le vostre lacrime e conoscerete un grande tempo di pace. Inginocchiatevi in preghiera. Restate con il Signore. Cercatelo nell’Eucarestia. Egli è la vostra forza. Ascoltatelo nel Vangelo. Le Sue parole orientano e conducono alla santità. Coraggio. Non perdetevi d’animo. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.

martedì 3 settembre 2013

l'ombra di Pietro per Peter

Miracolo di Benedetto?
 
Un ragazzo statunitense di 19 anni attribuisce la sua guarigione repentina da un tumore al torace all’imposizione della mano di Benedetto XVI.
di Marco Tosatti
 
Un ragazzo statunitense di 19 anni attribuisce la sua guarigione repentina da un tumore al torace all’imposizione della mano di Benedetto XVI. Peter Srisch aveva 17 anni quando gli è stata diagnosticata una forma di tumore aggressivo al torace. “Ha subito un esame ai raggi X e questo ha rivelato un tumore della grandezza di una palla da softball nel torace” racconta sua madre, Laura Srisch a KUSA. “E’ stato diagnosticato come un quarto stadio del linfoma non-Hodgkins”.  
Mentre si cercava di curarlo, una fondazione la “Esprimi un desiderio” gli ha permesso di realizzare il suo sogno: “La prima cosa che Peter ha detto – racconta la madre – è stata: mi piacerebbe incontrare il Papa a Roma”.  
Peter è venuto a Roma, e ha incontrato Benedetto. “Quando gli ho parlato sono rimasto colpito dalla sua umanità. E’ stata per me un’esperienza di umiltà vedere quanto era umile”. Benedetto ha ascoltato Peter che gli raccontava del suo cancro; e ha ricevuto dal ragazzo una fascia da polso con sopra scritto: “Pregando per Peter”. Poi il Papa ha appoggiato la sua mano destra sul torace, proprio dove avrebbe dovuto essere il tumore. “Non sapeva dove era collocato il tumore, ma ha messo la sua mano proprio lì”. 
A un anno di distanza, Peter è guarito completamente, è al secondo anno di università e spera di diventare sacerdote.  
 

venerdì 30 agosto 2013

Se tocchi la Messa crolla il papato


Prendiamo e pubblichiamo dal blog "Radicati nella fede
l'editoriale del mese di settembre 2013.



SE TOCCHI LA MESSA CROLLA IL PAPATO

  Gran parte del cattolicesimo cosiddetto “conservatore” sta commettendo un errore gravissimo: per salvare ciò che resta della presenza cattolica nel mondo, per rendere più forte la missione della Chiesa nella società secolarizzata, per tentare un sussulto di orgoglio cattolico di fronte alla stanchezza dilagante di molti settori ecclesiali, sta puntando tutto sul Papa. Inoltre gestisce questa attenzione sul Papa esattamente come fanno giornali, televisione e siti internet, che esaltano la figura umana del pontefice sottolineando con orgoglio l'attenzione popolare sulla sua persona. Si comportano esattamente come fa il mondo senza fede o non preoccupato della fede, che parla dei raduni oceanici intorno al vicario di Cristo, dei suoi gesti eclatanti, delle scelte controcorrente che sembra fare.

 No, non è dal Papa che occorre partire, per salvare la vita cattolica tra di noi, non è proprio dal Papa, bensì dalla Santa Messa, dalla Santa Eucarestia.

 Per spiegarci ricorriamo ad un autore spirituale tra i più importanti del '900, Dom Chautard, abate della Trappa di Sept-Fons. In un suo testo in cui spiega la vocazione cistercense, Les cisterciens Trappistes, l'ame cistercienne, ad un certo punto l'abate benedettino racconta di un suo colloquio con il primo ministro francese Clemenceau, il famoso “Tigre”. Si era negli anni delle soppressioni degli ordini religiosi, e Dom Chautard era incaricato del delicato compito di salvare la presenza monastica in Francia. Così si trovò a colloquio con il radicale e anticlericale “Tigre”.

 Crediamo molto utile tradurre e trascrivere ciò che l'abate riferisce del loro parlare:

 “Mi accingerò - è Dom Chautard che parla a Clemenceau - a rispondere alla vostra domanda: Che cos'è un Trappista? Perché vi siete fatto Trappista? E per non allargarmi oltre misura, mi accontenterò di questo argomento: una religione che ha per base l'Eucarestia, deve avere dei monaci votati all'adorazione e alla penitenza.

 “L'Eucarestia è il dogma centrale della nostra religione. Lo si è chiamato il dogma generatore della pietà cattolica.

 “Non lo è il papato, come sembrate credere.
 “Il papato non è che il porta parola di Cristo. Grazie ad esso i fedeli custodiscono intatto il dogma e la morale insegnata da Gesù Cristo. Esso è la protezione che ci mantiene sulla strada tracciata in modo preciso dal nostro divino fondatore. Ma è solo Cristo che resta Via, Verità e Vita.
 “Ora, il Cristo non è un essere scomparso dove non sappiamo, né un essere lontano al quale pensiamo. Egli è vivente; abita in mezzo a noi; è presente nell'Eucarestia. Ed è per questo che l'Eucarestia è la base, il centro, il cuore della religione. Da là parte ogni vita. Non da altrove.

 “Voi non ci credete. Ma noi ci crediamo, noi. Crediamo fermamente, risolutamente, nel fondo del nostro essere, che nel tabernacolo di ognuna delle nostre chiese, Dio risiede realmente sotto l'apparenza dell'Ostia.

 E' chiaro, il dogma centrale del cristianesimo è la Santa Eucarestia, tutto parte da lì, non da altrove... e se diminuisce la fede nel dogma centrale, nella Santa Eucarestia, tutto crolla nel cristianesimo, nella Chiesa. E non è stato forse così in questi anni? Pensiamo alle nostre chiese, con dentro Cristo “abbandonato”. Si è fatto di tutto per nascondere il tabernacolo, e quando non lo si è nascosto in qualche antro secondario, con la scusa che lì i fedeli avrebbero adorato meglio, quando lo si è lasciato centrale nella chiesa, lo si è coperto con tutto e di più: con i tavoli per celebrare la nuova Messa e con tutto un ciarpame di cose che rivelano solo, oltre il cattivo gusto, il disordine mentale del cattolicesimo di questi anni, che non ha certo fatto dell'Eucarestia il dogma centrale della fede. Pensiamo alla quasi scomparsa nelle chiese della genuflessione e del raccoglimento: in chiesa bisogna custodire il silenzio, sempre, perché Dio è presente nel tabernacolo: è Lui che fa vera la nostra preghiera, e non il nostro agitarci e il nostro fare baccano.

 Ma Dom Chautard nel suo lungo discorso a Clemenceau, arriva a parlare della Messa, ascoltiamolo:
 “La Messa, è il sacrificio divino del Calvario che si riproduce ogni giorno in mezzo a noi. Tutti i giorni, il Cristo offre a Dio la sua morte per le mani del prete, esattamente come in cielo nella Messa di gloria egli presenta a suo Padre le cicatrici gloriose delle sue piaghe per perpetuare l'efficacità redentrice della croce. Tutti i giorni, alla Messa, il Cristo rinnova l'opera immensa della redenzione del mondo.

 “E a questo avvenimento, il più grande che possa accadere sulla terra, più importante che il rumore degli eserciti, più salutare che la più feconda delle scoperte scientifiche, voi pensate che potremmo assistervi senza un fremere di tutto il nostro essere... non ci si abitua alla Messa. O allora che sarebbe la nostra fede?
(…) All'Amore crocifisso, noi cerchiamo di rispondere con un amore crocifiggente... Voi vi scandalizzate del nostro genere di vita; lo trovate contro natura. Sì, lo sarebbe se noi non avessimo la fede nell'Eucarestia. Ma crediamo al divino Crocifisso e l'amiamo; e vogliamo vivere come lui, noi che per la comunione partecipiamo alla sua vita.

 Carissimi, ma è ancora questa la fede realmente vissuta nella maggioranza delle nostre chiese. La Messa è ancora intesa così? Come il sacrificio divino del Calvario? Chi parla con questa chiarezza della Messa? Al di là dei cosiddetti “tradizionalisti”, c'è ancora qualcuno che si esprime in questo modo parlando dell'Eucarestia?

 È avvenuto uno spaventoso mutamento nella fede e nel vissuto di quasi tutti i cattolici, e si chiama protestantizzazione: come dicevano i Cardinali Ottaviani e Bacci a Paolo VI nel loro Breve esame critico: “il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.”

 Anche qui è ribadito ciò che è stato detto da Dom Chautard: il centro del cattolicesimo è l'Eucarestia, è la Messa; il Concilio di Trento fissando definitivamente i canoni del rito aveva eretto una barriera per salvare l'integrità del magistero...

 Così è drammaticamente avvenuto che toccando i canoni del rito tutto è andato insieme, nulla sta più in piedi nel “nuovo” cattolicesimo. Martin Lutero lo aveva detto, non perdete tempo ad attaccare il papato, combattete la Messa cattolica e il papato crollerà con essa.
 Per questo, per amore alla Chiesa tutta, della sua dottrina e della sua disciplina, per amore del Papa Vicario di Cristo in terra, siamo chiamati semplicemente a custodire il rito della Messa così come fissato da Trento e da San Pio V. Non c'è nulla di più urgente perché la Chiesa, il Papa, possano vivere.

giovedì 29 agosto 2013

10/11 ottobre 2013: Presentazione degli Atti del 3° convegno sul “Summorum Pontificum”

10/11 ottobre 2013: Presentazione degli Atti del 3° convegno sul “Summorum Pontificum”

Roma – Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Largo Angelicum) – Aula 11
Saluti e introduzione: P. Vincenzo M. Nuara O.P.
Modera: Don Marino Neri
Intervengono: S.E.R. Il Sig. Card. Raymond Leo Burke
Prof. Giovanni TurcoDott. Sandro Magister
 
11 OTTOBRE 2013 ORE 15,30
ROMA – BASILICA DI SAN CLEMENTE
SOLENNE PONTIFICALE IN RITO ROMANO ANTICO
CELEBRANTE: S.E.R. IL SIG. CARD. RAYMOND LEO BURKE
 
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