giovedì 24 ottobre 2013

Mons. Schneider: «opzione preferenziale per il Povero» per eccellenza, ovvero Gesù Sacramentato, spesse volte esposto al disprezzo e all’indifferenza nelle nostre chiese e basiliche


Sua Ecc. Mons. Schneider
alla Fondazione Lepanto
di Fabrizio Cannone
 
Il 30 settembre u.s. Sua Ecc. Mons. Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare di Astana in Kazakistan, ha tenuto una seguitissima conferenza presso la Fondazione Lepanto in cui ha presentato il contenuto della sua ultima preziosa opera, Corpus Christi. La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa (Libreria Editrice Vaticana, 2013, pp. 100, euro 9).
Mons. Schneider ha colpito i numerosi presenti per il suo portamento davvero episcopale e degno di un Successore degli Apostoli, portamento in cui è facile scorgere la perfetta coerenza dell’uomo con l’insegnamento che appassionatamente ha profuso sulla retta ricezione dell’Eucaristia.
Dopo un sentito Sia lodato Gesù Cristo, il prelato ha iniziato la sua conferenza spiegando che lo spirito cristiano autentico è spirito di adorazione e di preghiera. Solo Cristo, ha detto, può adorare degnamente e perfettamente Dio e noi lo possiamo solo ad imitazione del Figlio. Tutta la Tradizione, secondo Schneider, dà una importanza capitale alle norme liturgiche le quali debbono essere rispettate da tutti senza eccezione: popolo e celebranti. Nell’Antico Testamento per esempio esistevano delle norme codificate per il culto divino e il Nuovo Testamento, benché fondato sul concetto della giusta libertà dei figli di Dio, possiede uno spirito liturgico chiaro e preciso.
Nella storia gli gnostici, gli albigesi, i calvinisti e certi protestanti hanno contrapposto le norme del culto con il suo spirito, ma si tratta di una falsa contrapposizione: le norme esterne di legge restano fondamentali e senza norme non esiste un vero spirito di adorazione legittima.
D’altra parte la Chiesa di Roma, a detta del Prelato, ha sempre rifiutato l’innovazione liturgica come tale, e ciò in nome della Tradizione Apostolica (così si espressero sia i Papi del medioevo che lo stesso Concilio di Trento). La bolla Quo Primum tempore di san Pio V è affatto contraria alle innovazioni arbitrarie e lo stesso afferma la Sacrosanctum Concilium (n. 50 del Concilio Vaticano II). Non si può negare però che dopo la svolta conciliare furono introdotte ovunque delle novità del tutto sconosciute prima come l’orientamento del celebrante verso l’assemblea, la comunione data da laici e da donne, le letture di laici all’ambone, le chierichette, le danze profane, etc.
Secondo il Vescovo è urgente ripristinare alcuni elementi liturgici che si sono persi nell’ultimo mezzo secolo come il silenzio, la genuflessione, l’incenso, il canto sacro: tutte cose che si trovano come tali nel libro dell’Apocalisse. Tutto ciò deve riportare ad un culto teocentrico e non più antropocentrico, come avviene comunemente oggi, con il celebrante che diventa il solo protagonista del rito.
In tale contesto di risacralizzazione non più procrastinabile, la santa Comunione, che è il Corpo di Cristo, deve essere ricevuta in modo degno e pio, e non come un qualunque cibo. Mons. Schneider parla di «opzione preferenziale per il Povero» per eccellenza, ovvero Gesù Sacramentato, spesse volte esposto al disprezzo e all’indifferenza nelle nostre chiese e basiliche. Davvero oggi Cristo Eucaristico è alla periferia esistenziale della Comunità. Il Presule auspica da parte della Santa Sede delle nuove norme che rimettano ordine nella liturgia, nel culto e nella preghiera cristiana.

 

mercoledì 23 ottobre 2013

Il Figlio dell'uomo troverà la fede sulla terra?

 



Il Signore nel Vangelo secondo Luca (18,1-8) di questa domenica  ci pone una domanda che ci sorprende: è un monito e anche un enigma: «Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà la fede sulla terra?». Perché il Signore lo chiede a noi? Forse lui non lo sa? E’ una domanda che particolarmente oggi ci interroga profondamente: abbiamo la fede e potremo conservarla? 
Le insidie soggettiviste del momento attuale sono una minaccia alla fede. Sembra che credere in Dio fermamente e senza dubbi non sia più possibile. Data la nostra debolezza, Dio dovrebbe rassegnarsi ad un uomo ammalato e incapace, e così dovrebbe salvarlo con i suoi dubbi, con il suo ateismo di fondo. 
Questa è la minaccia del relativismo che pretende di trasformare dal di dentro la fede; la minaccia dell’uomo che pretende di adattare Dio alle sue debolezze e non vuole più aprire il cuore e la ragione al mistero infinito e all’amore di Dio. 
L’uomo rassegnato, che dice di non poter credere, è in verità un uomo che vuole fare Dio a sua immagine. Come fare per credere e credere nella verità? Dobbiamo pregare, pregare senza mai stancarci. 
La preghiera però esige le formule di preghiera, le preghiere basilari (Pater, Ave Maria, Angelus, S. Rosario, ecc.), coma la professione della fede esige le formule della fede, il Simbolo. Come non è possibile credere ignorando o cambiando le formule dogmatiche, quantunque strumentali all'atto di fede, così non è possibile pregare rettamente trascurando le preghiere e pensando di ridurre tutto al "cuore" o di poter pregare in modo sufficiente con una sola preghiera "fatta bene", come si suol dire. Tanti cattolici diventano sempre più buddisti: pregano se stessi, contemplano se stessi.
Credo per pregare e prego per credere fermamente fino alla fine. Fino alla venuta del Figlio dell'uomo. 

la prima pastorale è confessare la stessa Fede

Cristo senza dottrina né verità      
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Articolo pubblicato sul quotidiano Il Foglio di martedì 22 ottobre 2013
che fa seguito agli altri due articoli: il primo, “Questo Papa non ci piace”, che ha provocato la cacciata dei due Autori da “Radio Maria”; il secondo, “Orgoglioso lamento cattolico” quasi in risposta alla “defenestrazione”.
 Impaginazione e neretti sono curati da www.unavox.it
 
 
 
 
 
 
 
 
 





     
 
Povera bisnonna Antonia, che ha passato una vita fatta di pateravegloria, rosari, messe alle cinque di mattina, segni di croce a ogni santella, catechismo imparato a memoria e precetti morali da praticare scrupolosamente e insegnare con zelo. Povera bisnonna Antonia, e poveri i suoi ottantaquattro anni trascorsi a “dire preghiere” e a osservare “prescrizioni” nella speranza di abbracciare un giorno Gesù, a cui dava del Voi, come usavano le generazioni perbene.
Povera bisnonna Antonia e povera la sua fede che, non fosse per il candore ingenuo e inerme delle vecchine di campagna, oggi potrebbe essere presa per una cristiana ideologica, moralistica, farisaica, senza cuore. Eppure, quella donnina sempre vestita di nero che parlava solo dialetto e un latino tutto suo, aveva mostrato quanto amore per Dio e per gli uomini sgorghi da una vita passata  a “dire preghiere”.
Al marito, che in punto di morte le chiedeva perdono per quante gliene aveva fatte e lei aveva sopportato nel silenzio e nella pazienza, la povera bisnonna Antonia aveva risposto di non avere paura, “Quando sarete di là, vedrete quanto bene avranno fatto le preghiere che vostra moglie ha detto per voi”.

La durezza dell’omelia di Santa Marta in cui papa Francesco stigmatizza una fede che passa “per un alambicco e diventa ideologia” e in cui giudica le coscienze di chi, oggi, si ostina a vivere un cristianesimo come quello dei suoi vecchi, finisce per travolgere il passato che continua a vivere nel presente.
Risulta difficile ipotizzare che il bersaglio non sia quel sentire tradizionale a cui si intende impedire di diventare un movimento capace di aggregare uomini e idee. Lo ha felicemente spiegato la gioiosa macchina da guerra degli ermeneuti del giorno dopo. Ma lo aveva inequivocabilmente anticipato il papa stesso, nell’intervista a “Civiltà Cattolica”, fulminando un “uso ideologico” del rito tradizionale riportato in onore da Benedetto XVI, uno “specialista del Logos” ormai archiviato dagli ermeneuti del suo successore.
Anche se parla delle ideologie di ogni segno, è chiaro a chi miri papa Bergoglio dicendo: “quando un cristiano diventa discepolo dell’ideologia, ha perso la fede: non è più discepolo di Gesù, è discepolo di questo atteggiamento di pensiero (…). E per questo Gesù dice loro: ‘Voi avete portato via la chiave della conoscenza’. La conoscenza di Gesù è trasformata in una conoscenza ideologica e anche moralistica, perché questi chiudevano la porta con tante prescrizioni”.

Non passa omelia, non passa intervista, non passa bagno di folla in cui il Papa non scrolli le spalle davanti a una fede che si oggettiva nel rigoroso rapporto con la ragione. “Nomina nuda tenemus”, sembra questo il messaggio di Francesco, lo stesso del francescano Gugliemo di Occam di cui Umberto Eco produsse un gradevole bigino con “Il nome della rosa”.
La fede non cerca più un intelletto che ritiene inabile a conoscere veramente, produttore di oggettivazioni che rischiano di divenire un ostacolo all’incontro con Cristo. Come se ci si trovasse in una zona di rimozione forzata dei precetti permeabili all’intelligenza, un vicolo cieco nel quale non amava sostare un cristiano innamorato della ragione come Gilbert Keith Chesterton: “Per quanto un uomo può essere orgoglioso di una religione fondata sull’umiltà, io sono molto orgoglioso della mia religione. Sono particolarmente orgoglioso di quelle sue parti che sono molto comunemente chiamate superstizioni. Sono fiero di essere stato nutrito da dogmi antiquati ed essere schiavo di una fede morta, come i miei amici giornalisti ripetono con tanta insistenza, perché so benissimo che sono le eresie ad essere morte e che soltanto il dogma razionale vive abbastanza a lungo da essere chiamato antiquato”.
Ma dove non c’è ragione c’è contraddizione e risulta difficile mettere al riparo le idee, e chi le sostiene, dall’aggressione che si sostituisce all’argomentazione.

Chi critica errori dottrinali, confusioni, silenzi sui grandi temi della teologia e della morale, viene marchiato come un derelitto senza fede, un fariseo che non prega, un ipocrita che non crede in Cristo e lo usa per alimentare un’ideologia.
E’ la “nuova Chiesa della misericordia”, bellezza.
E’ la chiesa che proclama di accogliere tutti e di non volere giudicare nessuno, ma che si mostra senza pietà per i suoi figli innamorati e insieme perplessi. Adotta schemi politici cari al Novecento, secondo cui il positivismo giuridico si mangia la verità e la legge naturale. Se fra l’intuizione di Dio e la vita quotidiana viene tolto di mezzo l’apparato razionale che contraddistingue l’uomo, il potere finisce per autolegittimarsi a prescindere da ciò che dice e che fa. Jean Bodin e Niccolò Macchiavelli lo avevano ben spiegato.

La strumentalizzazione del Nazareno per altri scopi, va detto, è un problema antico. Il cardinale Giacomo Biffi ha denunciato tempo fa che “Gesù è diventato un pretesto che i cristiani usano per parlare d’altro”. Ma è da decenni che questo “altro” è rappresentato da ecologismo, promozione della legalità, ecumenismo mediatico, lotta alle narcomafie, protezione della foresta amazzonica e altre amenità. A tutto discapito della dottrina morale, della bioetica, del rigore liturgico e dottrinale. Con il rischio di trovarsi al cospetto di un Cristo senza dottrina e senza verità, un personaggio buono per tutte le stagioni, un contenitore da riempire con quanto desideri ogni consumatore della religione fai da te.

Un simile fenomeno non è giustificabile in nome della cosiddetta pastoralità. Perché non può esistere pastorale che non sia preceduta dalla dottrina, a meno che non se la sia divorata e non sia divenuta dottrina essa stessa finendo per mortificare il robusto rapporto con la ragione e la legge naturale. Per duemila anni la Chiesa ha difeso la vera fede dall’eresia: a spada tratta, con impegno assoluto e a prezzo del sangue. Papi e cardinali, teologi e religiosi sapevano bene come una tesi eterodossa fosse la peggior malattia che potesse minacciare il Corpo Mistico. “La Chiesa e le eresie”, dice il magnifico duellante cattolico inventato da Chesterton nel romanzo “La sfera e la croce”, “hanno sempre combattuto sulle parole perché sono le uniche cose per le quali valga la pena di battersi”.
Da ciò si ricava quanto sia sorprendente e irrazionale, perché estraneo alla storia della Chiesa, che oggi chi solleva domande e obiezioni dottrinali sia tacciato di essere rigido, moralista, eticista, senza bontà. Un’accusa che, a ben guardare, potrebbe essere trasferita su papi del recente passato. Paolo VI, nel 1968, scrive l’enciclica “Humanae vitae” per ribadire la condanna morale della contraccezione: un rigido eticista senza bontà. Giovanni Paolo II redige nel 1995 una summa della bioetica nella “Evangelium Vitae”: ma così facendo dimostra di insistere su tesi dure e difficili, che allontanano invece che avvicinare gli uomini alla Chiesa. Benedetto XVI spiega al Bundestag, in un memorabile discorso, che quando le leggi civili contraddicono la legge naturale, non sono più leggi ma solo simulacri cui si deve disobbedienza: un intollerante che chiude la porta della Chiesa in faccia allo stato laico e se ne va con la chiave in tasca.

Ma l’artificio dialettico che trasforma quanti vogliono difendere la dottrina cattolica in farisei spietati, privi di un cuore che palpita per il Cristo ferito e crocifisso, è debole. Gesù non invita i farisei ad andarsene perché professano una fede sbagliata, ma a essere i primi a osservare la legge. Mentre qui pare proprio che l’obiettivo finale, oltre il giudizio temerario sull’intimità della coscienza, sia il principio stesso, ritenuto un ostacolo al dialogo col mondo. Invece, fede e ragione, legge e carità possono solo stare insieme o si dissolvono entrambe: nell’irrazionalità di un fideismo luteraneggiante o nel gelo di un razionalismo volterriano, che oggi vanno volentieri a braccetto verso il nulla.
Portato nel perimetro della Chiesa, tutto questo produce un cattolicesimo senza dottrina, emotivo, empatico, pneumatico. Si sarebbe tentati di dire alla Enzo Bianchi, se persino lui non fosse stato oscurato dalla stella mediatica di papa Bergoglio. Parafrasando Zygmunt Bauman, ciò segna la nascita di un cattolicesimo liquido, che diguazza nelle zone grigie evocate da Carlo Maria Martini. Una religione che, nell’incapacità di dare risposte, impone con prepotenza dubbi e domande e partorisce un cattolicesimo che “sa di non sapere”, di gusto prearistotelico. Qui dentro si trovano le coordinate dell’incontro con il mondo moderno da cui escono plotoni di cattolici che non credono nel Credo perché non lo conoscono, ma accorrono festanti in piazza San Pietro o a Copacabana.

Scriveva il cardinale Ratzinger che la fede in Cristo e il mettersi alla sua sequela dentro una visione morale rigorosa, esigente e seria, sono la stessa cosa: non si oppongono, ma l’una non è possibile senza l’altra e, proprio per questo richiedono rigore, fatica, ascesi. Al contrario, una volta varato il cattolicesimo liquido, la vita diventa più facile per tutti, dal confessore al penitente: un assessore e un commercialista, un ginecologo e un politico possono discettare di tangenti, di aborto e di tasse concludendo con l’unica consolante morale di non fare i moralisti.
Così, finisce la significanza del cattolicesimo come fatto anche civile, politico, pubblico. Il diritto, che nel Novecento ha galoppato tenuto per le briglie da Hans Kelsen e dal suo positivismo, si affranca definitivamente da qualsiasi influsso razionale del cattolicesimo. Se a Cristo si giunge senza preambula fidei, senza argomentazioni apologetiche, senza le cinque vie di San Tommaso, fra mondo moderno e Chiesa l’incomunicabilità è totale.
Si dissolve l’idea di regalità sociale di Cristo, che il calendario liturgico riformato si è affrettato a relegare nel dimenticatoio dell’ultima domenica del tempo ordinario, mentre in quello precedente era collocata nel mese dedicato alle missioni. Evapora persino la più modesta prospettiva di uno stato pluralista ma rispettoso della legge naturale, nel quale tutte le religioni sono tollerate, ma uccidere l’innocente non nato o ammalato è delitto per tutti.

Eppure, è questo il panorama evocato quando un papa duetta con la stampa volterriana convenendo che “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”. E poi, richiesto di precisare la sua lezione sull’autonomia della coscienza precisa: “E qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”. Ma la coscienza non può essere una guida arbitraria e bizzosa, senza alcun riferimento alla verità. Non si può parlare di verità come relazione invece che come assoluto, quando la legge naturale si fonda proprio su degli assoluti morali, cioè l’esistenza di atti che sono sempre e comunque intrinsecamente malvagi.
La verità per il cattolico è Cristo stesso: via, verità, e vita.
Vladimir Solov’ev chiude i suoi “Fondamenti spirituali della vita” con un capitolo sull’immagine di Cristo come verifica della coscienza in cui spiega che “Il compito finale della morale individuale e sociale consiste nel fatto che Cristo sia formato in tutti e in tutto. (…) Si può non uccidere mai, non rubare, non infrangere nessuna legge criminale ed essere tuttavia disperatamente lontani dal regno di Dio”.
La coscienza non è uno strumento infallibile, può sbagliare. E quando è erronea, il soggetto agente è normalmente colpevole poiché, di solito, non ha fatto tutto il possibile per formarsi correttamente e riconoscere l’errore. La coscienza erronea diventa argomento di esclusione della colpa del soggetto solo quando l’errore è invincibile: questa condizione può, forse, riguardare un indigeno della Papuasia, ma difficilmente si può riferire a uomini nati cresciuti e vissuti a contatto con la Chiesa, con l’annuncio del Vangelo, con la sua dottrina, come è il caso dell’intervistatore volterriano cresciuto dai gesuiti. Secondo la dottrina cattolica è dovere dei pastori formare le coscienze, insegnando a chiunque la verità tutta intera. Se invece la nascondono per “giustificare con l’ignoranza” il singolo che pecca, si assumono una grave responsabilità: lo spiegava con forza lo “specialista del Logos” Joseph Ratzinger in un libro del 1997, “Cielo e Terra”.

Per quanto siano estemporanee le omelie di papa Francesco, si sbaglierebbe a non riconoscere una coerenza del pensiero che esprimono. C’è un solido legame tra l’esaltazione della coscienza, l’enfasi su un cristianesimo a scarso tasso dottrinale e quanto dice sulla preghiera. “La chiave che apre la porta alla fede è la preghiera” ha spiegato nell’omelia dedicata ai cristiani ideologici. “Quando un cristiano non prega, succede questo. E la sua testimonianza è una testimonianza superba… è un superbo, è un orgoglioso, è un sicuro di se stesso. Non è umile. Cerca la propria promozione… Quando un cristiano prega, non si allontana dalla fede, parla con Gesù… Dico pregare, non dico dire preghiere, perché questi dottori della legge dicevano tante preghiere… Una cosa è pregare e un’altra cosa è dire preghiere… Questi non pregano, abbandonano la fede e la trasformano in ideologia moralistica, casuistica, senza Gesù”.
Una fede ipodottrinale, risolta in un semplice incontro, finisce per vedere nell’aspetto formale della Chiesa un ostacolo al proprio manifestarsi. E sarebbe difficile dimostrare che papa Bergoglio, fin dalla sera della sua elezione, non abbia mostrato con le parole e i fatti la sua avversione alla forma e alla formalità. Da qui scende la contrapposizione tra il “dire preghiere” e il “pregare”, che è ben più di un calembour perché mette in discussione l’armonia tra lex orandi e lex credendi. “Dire preghiere” è sempre stato un pregare con la Chiesa, tanto per la vecchina con il rosario in mano, quanto per il cardinale Newmann o un monaco di clausura. Ognuno per la sua parte e la sua competenza, ma tutti insieme, membri dello stesso Corpo Mistico, come in coro, senza sapere l’uno dell’altro ma sicuri di essere lì insieme, nello stesso momento, a pregare nello stesso modo come vuole la lex orandi e a confessare la stessa fede, come vuole la lex credendi.
Ma serve disciplina, serve l’ascesi che l’attuale pontefice salta a pie’ pari volgendosi subito alla mistica. “Colui che smette di pregare con regolarità” scrive il cardinale Newman in un sermone sulla preghiera del 1829 “perde il mezzo principale per ricordarsi che la vita spirituale è obbedienza al Legislatore, non un semplice sentimento o gusto”. E poi ancora, nel 1835, dice che chi “desidera portare nel suo cuore la presenza di Cristo deve solo ‘lodare Dio’ e far sì che le parole del santo salterio di Davide le siano familiari, un servizio quotidiano, sempre ripetute e tuttavia sempre nuove e sempre sacre. Preghi e soprattutto permetta l’intercessione. Non dubiti del fatto che la forza della fede e della preghiera agisce su tutte le cose con Dio”.
Suona impietoso il giudizio di chi disprezza il “dire preghiere” senza immaginare che, in fondo a quelle formule di cui nessuno può mutare uno iota, c’è chi vede le piaghe di Cristo e magari arriva a toccarle e baciarle. In quelle parole considerate pietre d’inciampo a una fede autentica, è invece racchiusa una sapienza che apre al senso più profondo degli attimi terribili che ogni creatura dovrà vivere fin sulla soglia dell’ultimo respiro. Sono ritmi celesti che incantano l’anima e la strappano al mondo e la nutrono con quell’anticipo di vita soprannaturale che è la cerimonia.
“Penso di poter parlare a nome di molti altri convertiti” scriveva Chesterton “quando dico che l’unica cosa che può suscitare in qualche modo nostalgia o rimpianto romantico, un vago sentore di mancanza per la propria casa in uno che la casa l’ha trovata veramente, è il ritmo della prosa di Cranmer”. Il “Libro delle Preghiere comuni” anglicano del XVI secolo aveva ancora una musicalità tale da essere una sirena. “La ragione” continuava il convertito inglese “può essere riportata in una frase: ha stile, tradizione, religiosità; venne redatto da cattolici rinnegati. E’ efficace, ma non in quanto primo libro protestante, bensì in quanto ultimo libro cattolico”.
I cattolici della Cornovaglia e del Devon si fecero massacrare, pur di non accettare il “Book of Common prayer”. Mette i brividi il solo pensare come li possa giudicare il pensiero dominante della Chiesa di oggi, dove viene celebrata la Messa su un Messale che somiglia da vicino a quello di Cranmer. Forse “cultori di format ideologici in versione cristiana”, come quei bigotti mendicanti di tradizione ridotti a clandestini dal cattolicesimo della tenerezza, come i sans papiers de l’Église.

martedì 22 ottobre 2013

misericordia e odio (intervista di don Pierpaolo Maria Petrucci, Superiore del Distretto Italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X).


"Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei più servo di Cristo”
 
 
Rev. don Pierpaolo,
a distanza di qualche giorno dalla "bufera" mediatica relativa ai funerali dell’ex comandante Erikh Priebke, tra gli autori della terribile strage delle Fosse Ardeatine le chiediamo, allo scopo di fugare definitivamente le polemiche e le strumentalizzazioni, qualche considerazione conclusiva. Non sono mancate infatti, in quei giorni caldi, informazioni superficiali ed approssimative. Cerchiamo dunque di fare chiarezza.
 D.   -  Quando e da chi vi è stato chiesto di celebrare le esequie del defunto?
R. Lunedì mattina l’avvocato incaricato dalla famiglia di occuparsi del funerale ci ha telefonato per chiedere la nostra disponibilità alle esequie fissate a martedì 15 ottobre, con tutte le autorizzazioni necessarie delle autorità civili. La cerimonia doveva celebrarsi in privato ed essere un atto puramente religioso, senza alcuna enfasi o strumentalizzazione mediatica ed ideologica. Per questo occorreva la massima discrezione che noi abbiamo scrupolosamente osservato.
 D.  - Per quale motivo, di fronte al divieto imposto dal Vicariato di Roma, Lei ha consentito alla celebrazione?
R. Il rifiuto del vicariato di accordare il funerale ad un battezzato che ha ricevuto i sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia, qualunque siano state le sue colpe ed i suoi peccati, non è conforme alla legge della Chiesa e alla dottrina cattolica. Dopo aver appreso che Priebke era stato battezzato e riceveva i sacramenti, questo atto ci è parso subito una grave ingiustizia nei confronti del defunto e della famiglia. Il nostro ha voluto essere anche un gesto di riparazione nei confronti di una simile leggerezza.
 D.   -  Quasi tutti gli organi di informazione hanno riferito che Erik Priebke non si sarebbe mai pentito dei suoi comportamenti tenuti durante la II Guerra Mondiale. Nel comunicato stampa della Fraternità si parla invece di un cattolico morto dopo essersi riconciliato con Dio. Ci può spiegare come stanno realmente le cose?
R.  Sembra che vi sia una volontà di coltivare l’odio da parte di certa stampa che si attribuisce il diritto di stabilire chi può essere perdonato e chi no, dettando leggi alla Chiesa per imporre i suoi criteri su chi ha il diritto al funerale religioso ed esponendo al linciaggio mediatico coloro che non vogliono piegarsi.
Erich Priebke, battezzato protestante, nel dopoguerra si convertì al cattolicesimo con la moglie e fece battezzare i suoi figli.[1] Nella sua vita sarà seguito da diversi sacerdoti. Durante la prigionia agli arresti domiciliari chiede ed ottiene nel 2002 la possibilità di recarsi ad ascoltare la S. Messa. Fino alla fine della sua vita riceverà regolarmente i sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia.
Al suo ritorno in Italia, in occasione della pubblica udienza di fronte al Tribunale Militare di Roma
tenutasi in data 3 aprile del 1996 egli legge una lettera davanti alle famiglie delle vittime in cui manifesta il suo cordoglio deplorando l’orribile atto di obbedienza che aveva dovuto compiere in quelle circostanze:[2] “Sento dal profondo del cuore il bisogno di esprimere le mie condoglianze per il dolore dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine …. Come credente non ho mai dimenticato questo tragico fatto, per me l’ordine di partecipare all’azione fu una grande tragedia intima… io penso ai morti con venerazione e mi sento unito ai vivi nel loro dolore”
Nella sua ultima intervista, rilasciata nel luglio scorso, in mezzo a considerazioni storiche certamente discutibili, vi sono considerazioni morali di massima importanza. Sono quelle che interessano un sacerdote. Alla domanda del giornalista che gli chiede se giustifica l’antisemitismo, Priebke risponde: “ No (…) ripeto antisemitismo significa odio indiscriminato (…) da vecchio privato della libertà, ho sempre rifiutato l’odio. Non ho neppure voluto odiare chi mi ha odiato. Parlo solo di diritto di criticare e ne spiego i motivi”. Egli rigetta il culto della razza come “una causa di errori senza ritorno”. Parlando dello sterminio di massa afferma: “La mia posizione è di condanna tassativa per fatti del genere. Tutti gli atti di violenza indiscriminata contro le comunità, senza che si tenga conto delle effettive responsabilità individuali, sono inaccettabili, assolutamente da condannare”. Non vedo il motivo di mettere in dubbio la sincerità di tali propositi.
D.  - Alla luce di quanto sopra esposto Lei ritiene il comandante Priebke un "pubblico  peccatore" a cui dovrebbero essere negati i funerali pubblici?
Secondo il Codice di Diritto Canonico attuale il funerale ecclesiastico si può negare soltanto a coloro che “prima della morte non diedero alcun segno di pentimento”.[3] Non vedo quindi come Erich Priebke potesse essere considerato indegno delle esequie.
Mai nella Chiesa come oggi si parla della carità, dell’amore del prossimo, soprattutto sotto questo pontificato. Quando poi si tratta di mettere in pratica queste virtù per coerenza al Vangelo, anche quando non è politicamente corretto e occorre sfidare le opinioni comuni ed i media, allora le cose cambiano…
La Chiesa però non può piegarsi al mondo se non vuole meritare il rimprovero di ipocrisia che Gesù ha indirizzato ai farisei nel Vangelo.
La misericordia di Dio va al di là delle appartenenze politiche, anche quelle più condannabili come dei peccati anche più gravi, purché vi sia il pentimento, unica condizione fondamentale. La Chiesa si basa sugli atti esterni. Un cattolico che manifesta pentimento per i suoi peccati ha diritto alle cerimonie funebri. L’intima coscienza dell’uomo nessuno di noi può giudicarla ma solo Dio a cui spetta l’ultima sentenza. La religione cattolica è quella della misericordia e del perdono e non quella dell’odio e della vendetta.
D. - Abbiamo visto comunque qualche personalità ecclesiastica di rilievo riconoscere il diritto di Priebke al funerale ecclesiastico.
R. Si, abbiamo sentito qualche voce nel deserto e questo fa loro onore. Mi ha fatto molto piacere leggere le dichiarazioni del Card. Cottier così come l’intervista del card. Montezemolo, nipote del colonnello ucciso alle Fosse Ardeatine. Mi ha commosso poi la testimonianza di alcuni parenti delle vittime che mostrano solidarietà, dopo il perdono accordato da tempo e si uniscono alla preghiera per il defunto. Questa sola è l’attitudine cristiana.
D.   -  Priebke era un fedele della FSSPX o almeno ne frequentava saltuariamente le cappelle?
R. No, non lo avevo mai incontrato né ha mai frequentato la Fraternità San Pio X, avevo letto che era stato battezzato, e che aveva ricevuto il permesso di lasciare gli arresti domiciliari per andare a Messa. Sapevo poi che era seguito regolarmente da un sacerdote.
 D.   -  Molti giornali hanno altresì riferito che le esequie non sarebbero state realmente celebrate o comunque che sarebbero state sospese. Come sono andate realmente le cose in quelle ore convulse?
R. La salma è arrivata verso le 17,30 ma i famigliari e gli amici invitati alla cerimonia non sono riusciti ad entrare a causa dei manifestanti. Dopo vari tentativi effettuati l’avvocato ha deciso di sospendere il funerale poiché in quelle condizioni stimava non poter adempiere l’incarico che la famiglia gli aveva affidato.
Verso le 19.20, alla presenza di una ventina di persone ho allora celebrato la messa per il defunto in assenza del corpo.
Nel frattempo la bara era stata posta in una stanza al pian terreno dove era stata allestita una camera ardente. In tarda serata, per compiere il mio dovere sacerdotale, ho proposto all’avvocato di benedire la salma con la cerimonia delle esequie che la Chiesa accorda alla fine della Messa. Alla sua presenza e con poche altre persone si è svolta quindi questa cerimonia. Di questo ho avuto modo di parlare anche in una recente intervista concessa ad Andrea Tornielli della Stampa.
D.   - Fra le reazioni più negative alla Sua decisione, troviamo soprattutto quelle provenienti da alcuni settori del mondo cattolico. In special modo ci ha stupito il tono poco caritatevole espresso dal direttore di Radio Maria, emittente, che più di ogni altra dovrebbe insegnare cosa sia la misericordia. Anche il Vescovo di Albano Laziale ha rilasciato dichiarazioni molto dure contro la Fraternità San Pio X giungendo a sostenere che essa non fa parte della Chiesa Cattolica. Cosa ci può dire in proposito?
R.  L’appartenenza alla Chiesa non è soltanto qualcosa di puramente giuridico. San Tommaso d’Aquino spiega che la prima condizione per far parte del Corpo Mistico di Cristo è la fede. Purtroppo, dopo il concilio Vaticano II, nuove dottrine sono state insegnate dalle autorità ecclesiastiche in contraddizione con l’insegnamento costante della Chiesa. La nostra Fraternità, regolarmente riconosciuta dalla Chiesa il 1 novembre 1970, è stata poi ingiustamente combattuta per la sua opposizione a questi cambiamenti. Cambiamenti che danno poi origine a comportamenti contrari alla dottrina cattolica, come il negare il funerale ad un battezzato che muore riconciliato con Dio, per conformarsi al politicamente corretto
Pur nel rispetto dell’autorità, la Fraternità San Pio X si è sempre opposta a questi errori, convinta che il più grande servizio che si possa rendere alla Chiesa non è il servilismo ma la proclamazione integrale dell’insegnamento cattolico e la denuncia di tutto ciò che gli si oppone, anche se proclamato da una parte della gerarchia.
Affermare che non siamo cattolici, soprattutto da parte di sacerdoti che dovrebbero conoscere la dottrina della Chiesa, è una pura menzogna che forse richiederebbe una pubblica riparazione.
D’altro canto mi accorgo che molti cattolici e anche molti vescovi ci giudicano senza conoscerci, partendo spesso da pregiudizi e luoghi comuni. Il Vescovo di Albano, che ogni sacerdote del nostro Priorato cita tutti i giorni nel canone della Messa in quanto vescovo del luogo, è sempre benvenuto tra noi e potrà verificare se davvero non facciamo parte della Chiesa come forse imprudentemente ha affermato.
D.    -  Altri commentatori, evidentemente poco informati, hanno accostato la Sua decisione alle posizioni di  mons. Richard Williamson o di don Floriano Abrahamowicz. Cosa può dirci in proposito?
R. Come superiore di Distretto della Fraternità San Pio X in Italia tengo a precisare che, sia Mons. Williamson che don Floriano Abrahamowicz sono stati espulsi dalla nostra Fraternità proprio per via di alcune loro posizioni incompatibili con la vocazione della Fraternità. Le loro affermazioni non rappresentano in alcun modo il pensiero ufficiale della Fraternità San Pio X. Ogni accostamento è quindi puramente gratuito. Ci tengo inoltre a precisare che alcuni propositi scambiati sui giornali per mie dichiarazioni sono altrettanto non rappresentative del nostro pensiero. La misericordia di Dio non esclude nessuno quando c’è vero pentimento.
D. - Come avete vissuto quel pomeriggio nella comunità?
R.  Il giorno del funerale abbiamo assistito purtroppo a manifestazioni di odio gratuito, come la presa d'assalto di un carro funebre con sputi e calci sotto gli occhi di un sindaco in fascia tricolore! Sono rimasto stupefatto di fronte ad uno striscione che alcuni manifestanti esibivano con la scritta “Il Padre Eterno ti ha forse perdonato ma noi no”. Questo funerale è stata l’occasione di uno scontro aperto fra dottrine opposte: l’insegnamento di Gesù Cristo e della Chiesa centrato sulla misericordia ed il perdono da una parte e ideologie che non sanno e non vogliono perdonare dall’altra. La legge immutabile dell'Amore e della Carità e quella dell'odio, della vendetta, dell' "occhio per occhio, dente per dente".
La legge di Cristo è quella che ci proponiamo indegnamente di seguire, ben lontani da ogni polemica ideologica.
D.  -  Non sono mancati infine giornali che hanno cercato di accreditare l'immagine di una comunità San Pio X di Albano poco integrata con la popolazione locale che non gradirebbe la presenza del Priorato sul territorio. E' davvero così?
 
R.  La nostra Fraternità è presente qui ad Albano dal 1974. Ha formato diverse generazioni di bambini alla prima comunione ed alla cresima e svolge opere di misericordia nei confronti dei malati e dei poveri a cui distribuisce regolarmente viveri e vestiti. Abbiamo quindi molti amici nella popolazione che ci hanno espresso anche la loro solidariètà in questa vicenda. Rifiuto di credere che la folla inferocita che martedì scorso si è abbandonata all’odio fazioso davanti alla bara di un morto possa essere rappresentativa degli abitanti di Albano.
Per concludere vorrei citare una frase di San Paolo che scrive nella sua epistola ai Galati :“Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei più servo di Cristo”. Penso che questo debba essere il programma e l’ideale di un uomo di Chiesa: agire sempre in conformità all’insegnamento di Cristo, senza mai cercare compromessi con lo spirito del mondo.
 


[1] Erich Priebke Autobiografia, Associazione uomo e libertà, Roma 2003, p. 150, 160,  161, 170
[2]  Intervista esclusiva rilasciata a Francesco Giorgino, dopo la condanna di Priebke all’ergastolo. Vae victis http://www.youtube.com/watch?v=oRu_eeHHe0A&hd=1 al minuto 1,50.
[3] Can. 1185

lunedì 21 ottobre 2013

500.000 contatti!


GRAZIE A TUTTI!


domenica 20 ottobre 2013

non abbiate paura ...un mondo nuovo ha inizio

"Dinanzi agli sconvolgimenti che scuotono qui e là i diversi Continenti, dinanzi al ritmo incalzante del sovvertimento di cose e di valori che insidiano le certezze e persino la vita delle nazioni, faccio mia la speranza di S. Agostino, dinanzi all'assalto dei Vandali alla città di Ippona, quando un gruppo allarmato di cristiani della sua chiesa lo cercò: "Non abbiate paura, cari figli! - li rassicurò il santo Vescovo - questo non è un mondo vecchio che si conclude, è un mondo nuovo che ha inizio". Una nuova aurora sembra sorgere nel cielo della storia, invitando i cristiani ad essere luce e sale di un mondo che ha enorme bisogno di Cristo, Redentore dell'uomo." (B. Giovanni Paolo II, Lisbona 10 maggio 1991 - Osservatore Romano 12  maggio 1991)
 
 

giovedì 17 ottobre 2013

"Sta esplodendo tutto" (Mons. Fellay)

Lefebvriani in fuga dalla rivoluzione
di Francesco, il “vicario dell’anticristo”

di Matteo Matzuzzi

                        
“Cari fratelli, quello che abbiamo davanti a noi, il Papa Francesco, è un vero modernista”. Bernard Fellay, superiore della Fraternità San Pio X e successore di Marcel Lefebvre – il vescovo che disse no a Paolo VI che lo pregava di rientrare in comunione con la chiesa di Roma – chiude ogni porta al dialogo con il Vaticano, e questa volta pare in maniera definitiva. Lo fa parlando negli Stati Uniti, nell’ambito di una conferenza che si è tenuta a Kansas City. Con questo Pontefice non si può discutere, non si può trovare un compromesso. Lui, il Papa gesuita, “sta rendendo diecimila volte peggiore la situazione della chiesa, che è già un vero disastro”. Ringrazia il Cielo per non aver firmato, l’anno scorso, l’accordo con la Santa Sede teso a rimarginare la ferita figlia del Concilio. “Francesco – dice Fellay – fa di tutto per scappare da ciò che è troppo chiaro e troppo certo, ha la passione per il ‘più o meno’, per il ‘circa’. Ma la Fede è così perché Dio è così”. La critica è totale, la chiusura netta: “Se l’attuale Pontefice continuerà nel modo in cui ha iniziato, dividerà la chiesa. Sta esplodendo tutto, la gente dirà che è impossibile che lui sia il Papa, e lo rifiuterà”. Per Bernard Fellay, è come se sul Soglio di Pietro sedesse Carlo Maria Martini: l’ex arcivescovo di Milano, gesuita come Bergoglio, voleva la rivoluzione nella chiesa, “ed è questo che anche Francesco vuole. Lo ha detto agli otto cardinali che ha scelto per aiutarlo a riformare la chiesa”. La china è ormai irreversibile, Bergoglio “ha tagliato le corde del paracadute con cui Benedetto XVI aveva cercato di frenare la crisi della chiesa, la sua caduta. Ha messo un razzo che porterà la chiesa sempre più in basso”.
Il superiore della Fraternità precisa comunque che la decisione di chiudere il dialogo con il Vaticano non deriva dallo stile disinvolto del Papa argentino, dalle sue frasi sul Vetus Ordo e il motu proprio Summorum Pontificum (“è stata una scelta prudenziale di Ratzinger legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa sensibilità”, diceva Bergoglio nell’intervista ai confratelli gesuiti della Civiltà Cattolica), dal suo insistere sull’ecumenismo “che tanti disastri ha arrecato alla chiesa e alle nazioni cattoliche”. No, la decisione di interrompere i negoziati risale al giugno del 2012, quando il documento inviato da Roma arrivò sul tavolo di Fellay per la firma dell’accordo a lungo cercato: “Quel giorno dissi che non potevo accettare quel testo, che era impossibile sottoscrivere l’ermeneutica della continuità. E’ una cosa contro la realtà, che non possiamo accettare. Il Concilio non è in continuità con la Tradizione. Benedetto XVI aveva posto come condizione che noi accettassimo il Concilio Vaticano II come parte integrante della Tradizione, ma a quel punto noi abbiamo detto con dispiacere che ciò non corrispondeva alla realtà. Ecco perché non abbiamo firmato quel testo”. Una decisione sulla quale non c’è alcun rimpianto, alla luce del cambio di guida a San Pietro. I discorsi di Francesco sulla coscienza “non hanno niente a che fare con la dottrina cattolica. E’ relativismo assoluto”, spiega Fellay. “La coscienza deve essere formata secondo la legge di Dio, il resto è solo spazzatura”.
Nulla sembra indicare, dunque, che la frattura sia ricomponibile, neppure il ritorno dell’arcivescovo Guido Pozzo alla commissione Ecclesia Dei, l’organismo preposto a trattare con i lefebvriani. Nonostante l’orientamento conservatore di Pozzo (che dopo aver ricoperto per qualche mese la carica di Elemosiniere è stato rimandato all’ufficio dal quale era stato promosso a novembre dell’anno scorso), il riavvicinamento appare improbabile. Se per Papa Benedetto il dialogo con la Fraternità era un tema rilevante nella sua agenda, non così pare essere per il suo successore. E Fellay lo riconosce: “San Pio X diceva che l’essenza per ogni cattolico era di ancorarsi al passato. Il Papa attuale dice esattamente l’opposto. Dimenticare il passato e gettarsi nell’incertezza del futuro”.
 

"la faranno, ma sarà tardi"

Suor Lucia disse che Nostro Signore un giorno si lamentò con Lei perché la consacrazione della Russia non era stata fatta: Ecco le parole ascoltate da suor Lucia “Non hanno voluto ascoltare la mia richiesta!… Come il re di Francia, se ne pentiranno, e la faranno, ma sarà tardi"


FATIMA e PAPA FRANCESCO

 

di Roberto de Mattei

 

C’è stata molta attesa, ma anche grande delusione per la cerimonia svoltasi in San Pietro domenica 13 ottobre. L’attesa nasceva dalla notizia che circolava: Papa Francesco avrebbe consacrato il mondo al Cuore Immacolato di Maria, davanti alla statua della Madonna di Fatima giunta dal Portogallo. Le speranze sembravano avere conferma dal fatto che il Papa aveva chiesto al cardinale José Policarpo, patriarca di Lisbona, di consacrare il suo ministero petrino alla Madonna di Fatima.

L’afflusso dei fedeli è iniziato il sabato, quando la statua della Madonna, giunta in elicottero, è stata venerata dalla folla e poi è stata trasferita al santuario mariano del Divino Amore. La domenica sono stati oltre centomila i fedeli che hanno gremito la piazza antistante la Basilica, per assistere alla cerimonia. Molti speravano che la consacrazione di Papa Francesco comprendesse una menzione specifica della Russia. A Fatima infatti la Madonna ha chiesto un atto solenne e pubblico di riparazione e consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, compiuto dal Papa in unione con i vescovi del mondo. Pio XII nel Radiomessaggio al Portogallo del 31 ottobre 1942, consacrò al Cuore Immacolato di Maria la Chiesa e il genere umano.

Lo stesso Papa Pacelli, il 7 luglio 1952, con la lettera apostolica Sacro Vergente Anno, consacrò tutti i popoli della Russia alla Madre di Dio. La Russia venne esplicitamente nominata, ma mancò l’unione solenne con i vescovi cattolici di tutto il mondo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II sarebbe stata un’occasione straordinaria per adempiere alla richiesta della Madonna. Nel 1965, ben 510 arcivescovi e vescovi di 78 paesi sottoscrissero una petizione in cui si chiedeva che il Papa, in unione con i Padri conciliari, consacrasse al Cuore Immacolato di Maria il mondo intero, ed in modo speciale la Russia e le altre nazioni dominate dal comunismo.

Paolo VI non accolse però la richiesta. Giovanni Paolo II, dopo essere stato drammaticamente ferito nell’attentato del 13 maggio 1981, attribuì alla Madonna di Fatima una miracolosa protezione e il 13 maggio 1982 si recò pellegrino al suo santuario, dove affidò e consacrò alla Madonna «quegli uomini e quelle nazioni che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno». Un’analoga consacrazione fu da lui ripetuta il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, alla presenza della statua della Vergine giunta appositamente dal Portogallo. Il Papa aveva scritto ai vescovi di tutto il mondo chiedendo di unirsi a lui, ma non tutti ricevettero l’invito e pochi lo fecero proprio. Neanche in questa occasione fu espressamente nominata la Russia, ma ci fu solo un riferimento «ai popoli di cui tu ti aspetti la nostra consacrazione e il nostro affidamento».

Un terzo atto di affidamento della Chiesa e dell’umanità alla Vergine Maria, fu pronunciato l’8 ottobre 2000, davanti alla statua della Madonna di Fatima, da Giovanni Paolo, insieme ad oltre 1500 vescovi rappresentanti dell’episcopato mondiale. Benedetto XVI fece divulgare il Terzo segreto di Fatima (il cui testo viene però da molti giudicato incompleto) e il 12 maggio 2010, inginocchiandosi davanti all’immagine della Madonna nella cappella delle Apparizioni di Fatima, elevò a Lei una preghiera di affidamento, chiedendo la liberazione «da ogni pericolo che incombe su di noi».

I devoti di Fatima attendevano da Papa Francesco un passo avanti, rispetto ai suoi predecessori, ma sono stati profondamente delusi. Il Papa ha pronunciato in tono stanco una formula più debole di quelle precedenti, senza usare la parola consacrazione, e senza citare né Fatima, né il Cuore Immacolato, né il mondo, né la Chiesa, e tantomeno la Russia. Il Papa, in una parola, contrariamente a quanto era stato annunciato (cfr. ad esempio http://www.zenit.org/it/articles/l-importanza-di-consacrare-il-mondo-al-cuore-immacolato-di-maria), non ha consacrato il mondo al Cuore Immacolato di Maria. C’è stato un generico accenno a «Dio, che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità, afflitta dal male e ferita dal peccato, per guarirla e per salvarla», ma senza richiamare i pericoli che oggi incombono sull’umanità impenitente.

La Beata Vergine Maria non fu una donna verbosa e sentimentale, e i suoi messaggi, quando sono autentici, vanno dritto all’essenziale. Le sue parole sono un dono del Cielo per confermare gli uomini nella fede o per dar loro orientamento e conforto nelle difficoltà. A Lourdes, nel 1858, Maria suggellò il dogma dell’Immacolata Concezione, promulgato quattro anni prima da Pio IX. A Fatima, nel 1917, annunziò un grande castigo per il mondo, se non si fosse pentito per i propri peccati. In questa profezia che Benedetto XVI ha definito «incompiuta», la Madonna ha voluto farci comprendere come il mondo vive un’ora tragica della sua storia, richiamando ognuno alle proprie responsabilità.

Un insegnamento forte, sulla stessa linea di quello di Fatima, ci viene da un altro messaggio mariano, poco conosciuto, di cui proprio il 13 ottobre 2013 è caduto il quarantesimo anniversario: quello di Akita. Akita è il nome del luogo, in Giappone, in cui avvennero le apparizioni della Madonna alla suora Agnese Katsuko Sasagawa, dell’ordine delle Serve dell’Eucarestia.

Il 13 ottobre 1973, la religiosa ricevette l’ultimo e più importante messaggio nel quale la Madonna descrive il castigo che attende l’umanità con queste parole: «Se gli uomini non si pentiranno e non miglioreranno se stessi, il Padre infliggerà un terribile castigo su tutta l’umanità. Sarà un castigo più grande del Diluvio, tale fino al suo trionfo finale.

 

martedì 15 ottobre 2013

"Ci atteniamo ai fatti": intervista ad Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (su Libero del 12 ottobre u.s.)

Pubblichiamo l'intervista rilasciata dai due giornalisti licenziati da "Radio Maria": corrediamo l'articolo con le immagini dell'Abbazia di San Pietro in Wisques, Pas-de-Calais, Francia dove nei giorni 10 e 11 Ottobre scorsi si è celebrato il passaggio alla vita tradizionale. La vita della Tradizione continua.

 

Intervista a Gnocchi e Palmaro







(di Luciano Capone su Libero del 12-10-2013) Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, due giornalisti cattolici, hanno rotto l’unanimismo mediatico favorevole a Papa Francesco con un articolo su Il Foglio  dal titolo «Questo Papa non ci piace». I due  hanno mosso dure, ma precise critiche ad alcune prese di posizione e agli strappi del Pontefice, pagando le opinioni espresse con un’epurazione da Radio Maria, emittente dove da 10 anni conducevano trasmissioni sulla bioetica e sul Vangelo.
Partiamo dall’articolo, cos’ha fatto e detto il Papa che non  piace a due giornalisti cattolici?
«Ci sono due aspetti problematici: la forma e i contenuti. Francesco ha assunto comportamenti e uno stile che portano alla dissoluzione del pontificato nella sua struttura formale, e che tendono a ridurre il papa a uno dei vescovi, e non al “dolce Cristo in terra” di cui parlava Santa Caterina. Sul piano dei contenuti, nelle interviste a Civiltà cattolica e a Repubblica ci sono non solo ambiguità ma oggettivi errori filosofici e dottrinali. Parliamoci da giornalisti, stiamo dibattendo sul classico caso di una non notizia. Qui ci sono due cattolici battezzati che ascoltano per mesi quanto dice il papa e, per mesi, si trovano a disagio perché quanto sentono stride evidentemente con quanto sostiene la dottrina. Alla fine, visto che fanno il mestiere di scrivere e commentare, scrivono e commentano. Non lo prevede solo una delle regole base dell’informazione, ma lo prevede anche il diritto canonico. La lettera e l’intervista a Scalfari, l’intervista a Civiltà Cattolica sono solo gli ultimi esempi più eclatanti. Hanno fatto il giro del mondo, hanno fatto gridare alla rivoluzione, hanno lasciato di sasso migliaia e migliaia di fedeli, quindi di anime, e nessuno trova niente da dire? La notizia invece è il coro unanime di osanna che va da certi cattolici conservatori fino a Pannella passando per Enzo Bianchi e Hans Kung».
Avete criticato l’intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari. Non andava bene l’intervista o l’intervistatore?
«La scelta di Eugenio Scalfari è singolare e lascia interdetti molti cattolici. Egli infatti non è solo un laico o un non credente, ma uno storico antagonista del cattolicesimo. La Repubblica è il quotidiano simbolo di quella cultura radical chic che ha fatto di divorzio e aborto le colonne di una nuova società nichilista, nella quale non c’è più posto per Cristo e i sacramenti. Diverso sarebbe stato incontrare in modo riservato Scalfari, e parlare con lui in vista del suo bene. E nella speranza della sua conversione».
Quanto all’intervista del Papa a Civiltà cattolica, dite che le frasi sull’aborto contrappongono dottrina e misericordia. Cosa vuol dire?
«La prima forma di carità è la verità. Il buon medico non nasconde al malato la gravità della sua patologia, affinché si curi. Dio desidera senza sosta di perdonarci, ma pretende il nostro pentimento, il riconoscere che abbiamo peccato. Una Chiesa che tacesse sulla morale per non scontrarsi con il mondo mancherebbe di carità verso i peccatori. È facile dire che trecento morti a Lampedusa sono “una vergogna”. Più difficile dire che trecento bambini abortiti legalmente in Italia ogni giorno sono una vergogna ancor più grande».
Per questo ed altro ve la siete presa con i “normalisti”, i cattolici che, a differenza della stampa laica, non avrebbero visto la rivoluzione rispetto al magistero della Chiesa. Ma cos’è cambiato in realtà?
«Ce la siamo presa con quelli che abbiamo definito normalisti per un motivo molto semplice. Questi signori, da sei mesi, non fanno che mettere pezze agli svarioni di papa Francesco. Sulla coscienza, su etica e bioetica, sulla vita religiosa. Fatta salva la buona fede e le buone intenzioni, producono un danno tremendo perché, dicendo che tutto è normale e che non c’è nulla di nuovo, iniettando dosi di cattolicità là dove non ci sono, finiscono per far passare per cattoliche le affermazioni nude e crude del papa. Si illudono, poveretti, di essere mediaticamente più forti di Bergoglio e pensano che le loro correzioni arrivino al destinatario. Ma non hanno capito proprio niente di che cosa è la macchina massmediatica. contemporanea. Non sono loro a correggere il papa, è il papa a fagocitare loro».
Ma se il papa farebbe addirittura affermazioni non cattoliche, perché i normalisti fanno finta di non vedere tutto ciò?
«Perché al centro del problema c’è niente meno che il Papa. Giustamente i cattolici lo considerano la guida della Chiesa nella storia, e non vorrebbero mai doverlo criticare. Per intenderci: se l’intervista a Civiltà Cattolica fosse stata rilasciata da un teologo o perfino da un vescovo, sarebbe stata contestata nelle molte parti che non quadrano».
Ma, interviste a parte, avete criticato anche l’interpretazione che il Papa dà del Concilio Vaticano II. Non è una critica troppo forte?
«Ci atteniamo ai fatti: con il Vaticano II la Chiesa dichiara apertamente di volersi aprire al mondo e di rispondere alle sue aspettative. Un capovolgimento che in questi decenni ha prodotto i suoi risultati: i seminari si sono svuotati, in molti di essi si insegnano dottrine non cattoliche, e in cattedra si mettono, come volle Carlo Maria Martini, i non credenti».
Imputate a Bergoglio anche l’eccessivo feeling con i mass media. Non pensate invece che stia rafforzando l’immagine della Chiesa?
«Qui la risposta è sempre quella di McLuhan: i media creano una finzione che diventa un facsimile del Corpo Mistico, e lui la chiama “un’assordante manifestazione dell’anticristo”».
Ma ieri il Papa nella sua predica ha insistito sul fatto che il Diavolo è una realtà e non una metafora, dicendo che “Chi non è con Gesù, è contro Gesù, non ci sono atteggiamenti a metà”. Non è in contraddizione con la vostra immagine di “Papa progressista”?
«In questi mesi Papa Francesco ha detto molte cose cattoliche. Ma questo è normale: è il Papa. Ma nel nostro articolo abbiamo messo a confronto quanto dice sulla coscienza papa Francesco e quanto nel 1993 ha scritto papa Giovanni Paolo II nell’enciclica “Veritatis splendor”. Ebbene, uno dice esattamente il contrario dell’altro e pensiamo che nessun contorcimento della mente più contorta possa dire che, in fondo, sono la stessa cosa. Fino a oggi, nessuno è entrato nel merito di quanto abbiamo scritto. Nessuno ha trovato da ridire su una sola riga. Un gentile signore ci ha anche invitato pubblicamente ad andare a confessarci. Ma lo sa, questo signore, che ci è capitato di dire queste cose in confessione e di sentirci dire dal confessore che la pensa allo stesso modo, ma non lo può dire a nessuno? E dovrebbe sapere, questo signore, quante lettere e telefonate abbiamo ricevuto da cattolici che non ne potevano più e ci ringraziano per quanto abbiamo scritto».
Queste considerazioni vi sono costate l’epurazione da Radio Maria. Era una decisione che potevano evitare o l’avevate messa in conto prima di esporvi?
«Ci avevamo pensato, ma non era possibile tacere oltre. Eravamo amici di padre Livio Fanzaga prima di questa vicenda e lo siamo anche adesso. Lui è il direttore della radio e lui stabilisce la linea editoriale. Se questa linea prevede che il papa non si possa criticare neanche se parla di calcio, evidentemente due come noi sono fuori posto. Ma ci permettiamo anche di dire che questa linea proprio non la condividiamo. Non si può soffocare l’intelligenza e non si possono censurare a priori domande più che legittime. Questo non fa bene al mondo cattolico e non fa bene alla Chiesa. Se c’è qualche cosa che lascia l’amaro in bocca è che, dopo dieci anni di collaborazione, la telefonata sia arrivata due ore dopo l’uscita dell’articolo, senza neanche un momento per pensarci. Dieci anni in cui abbiamo avuto la libertà di dire tutto quello che ritenevamo opportuno anche su temi scottanti. Ecco, questa immediatezza fa male».
Pensate che la vostra espulsione sia stata decisa altrove?
«Bisognerebbe chiederlo a padre Livio, che è un bravo sacerdote e una persona per bene».
Ma si può stare in una radio cattolica e criticare il Papa?
«Certo che sì, a patto che le critiche non siano contrarie alla dottrina della Chiesa. Se Paolo di Tarso non avesse criticato il primo papa, oggi noi cattolici saremmo tutti circoncisi, perché San Pietro voleva stabilire questa norma. Se Santa Caterina non avesse rimbrottato i papi, oggi Avignone sarebbe ancora la sede del papato».
Il Papa ha dialogato con tantissime persone, anche con diversi atei militanti, vi aspettate una sua telefonata? Che voglia ascoltare le ragioni di due cattolici intransigenti e che magari intervenire per ridarvi la trasmissione in radio?
«Pensiamo che sia molto meglio che il Papa si dedichi al suo ministero: confermare il suo gregge nella vera fede, far tornare i cattolici a conoscere i catechismo e la dottrina, e operare affinché i lontani si convertano».

sabato 12 ottobre 2013

Consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria: preghiamo perchè il Papa compia quest'atto coraggioso

 



  
L'importanza di consacrare il mondo
al Cuore Immacolato di Maria

Intervista con padre Carlos Cabecinhas, rettore del santuario di Fatima, sull'atto che compirà Papa Francesco domenica 13 ottobre

***
Come è nata questa idea del Pontefice?
Padre Carlos Cabecinhas: L’invito del Papa è un grande onore per il Santuario e speriamo che lo sia anche per i tutti i devoti di Nostra Signora del Rosario di Fátima. Su richiesta prima del Santo Padre Benedetto XVI, ribadito poi da Papa Francesco, portiamo a Roma la statua ufficiale Nostra Signora del Rosario di Fátima, quella che viene venerata nella Capelinha das Aparições (Cappella delle Apparizioni). Sarà la prima volta che la statua non si troverà a Fátima durante un grande pellegrinaggio e anniversario, poiché sempre la celebriamo da maggio a ottobre nei giorni 12 e 13. I pellegrini hanno capito l’importanza dell’invito del Papa, anche perché sarà importante per la diffusione del messaggio di Fátima. I fedeli hanno accolto quindi la notizia del trasferimento con gioia.  Durante i due giorni che la statua della Vergine sarà a Roma, nella Cappella delle Apparizioni verrà collocata la prima Statua Pellegrina di Fátima, quella che fu portata in giro per il mondo in pellegrinaggio nel primo decennio degli anni ’40.
Perché Papa Francesco vuole consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria? In che modo le ha comunicato questa decisione?
Padre Carlos Cabecinhas: La richiesta si deve al desiderio del Papa di avere a Roma la statua della Madonna di Fátima per la Giornata Mariana dell’Anno della Fede, una statua che è espressione della devozione mariana del mondo cattolico. Al vescovo della diocesi di Leiria-Fátima, António Marto, fu comunicato che al termine dell’Eucaristia del giorno 13 avverrà la consacrazione del mondo da parte di Papa Francesco.
Il Santo Padre aveva già voluto consacrare il suo pontificato a Maria il 13 maggio scorso...
Padre Carlos Cabecinhas: Sì, è vero. Dopo la sua elezione, Papa Francesco ha espresso questa richiesta al cardinale patriarca di Lisbona, José Policarpo, di consacrare il suo nuovo ministero alla Madonna di Fátima. “Papa Francesco mi ha chiesto due volte di consacrare il suo nuovo ministero a Nostra Signora di Fátima. E' un mandato che si può compiere solo nel silenzio della preghiera. Ma sarebbe bello se tutta la Conferenza Episcopale si associasse alla realizzazione di questa richiesta. Maria ci guiderà in tutti i nostri lavori e anche nel portare a compimento questo desiderio del Santo Padre”, disse il cardinale Policarpo. Il momento della consacrazione a cui era invitato “tutto il popolo di Dio” è avvenuto al termine dell’Eucaristia Internazionale del 96° pellegrinaggio, nell’anniversario della prima apparizione di Maria a Fátima, il 13 maggio scorso, nel Santuario.
Che significato ha la consacrazione a Maria?
Padre Carlos Cabecinhas: Consacrare alla Madonna il ministero papale significa affidarsi con fiducia a Lei, affinché lo aiuti, protegga e guidi; affinché Ella sia il suo esempio di consegna a Dio, di attento ascolto della sua Parola, di disponibilità verso la sua volontà, di docilità verso lo Spirito Santo, di preghiera. Papa Francesco, consapevole della difficoltà e delle esigenze della missione affidatagli, sente la necessità dell’aiuto materno di Nostra Signora. Come Papa, lui continua nella Chiesa il ministero di Pietro, come colui che presiede nella carità la comunione delle Chiese. Se Dio è il vero principio e fondamento dell’unità della Chiesa, il Successore di Pietro ha la missione di rendere visibile, attraverso il suo ministero, Dio, principio e fondamento dell’unità della fede e della comunione ecclesiale. E questa sua missione è un vero e proprio “ministero”, cioè un servizio, nella sequela di Gesù, venuto non per essere servito ma per servire. Il Papa è il “Servo dei servi di Dio”, al servizio nella Chiesa per l’unità, la verità e la carità. Questa missione è impossibile da realizzare con le sole proprie forze, ragione per cui Francesco ha chiesto di consacrare alla Vergine il suo ministero.  
La Vergine di Fátima chiese ai tre pastorelli la consacrazione della Russia e del mondo al Suo Cuore Immacolato. Qual era il contesto storico? 
Padre Carlos Cabecinhas: Nostra Signora ha chiesto la consacrazione della Russia e del mondo al Suo Cuore Immacolato, come cammino per ottenere la pace in un mondo dilaniato dalle guerre che ha visto emergere regimi che professavano un ateismo militante e che mirava ad espellere Dio dall’orizzonte dell’umanità.
La consacrazione è già stata fatta in passato? Quante volte e da chi?
Padre Carlos Cabecinhas: Papa Pio XII consacrò varie volte il mondo a Maria, ma è stato Giovanni Paolo II che nel 1984, davanti alla statua di Nostra Signora di Fátima, a Roma, consacrò il mondo e la Russia al Suo Cuore Immacolato, in unione con i vescovi del mondo intero (la cosa è contesta n.d.r). Dopo, la veggente Lucia confermò che l’atto di consacrazione era in consonanza con la richiesta di Nostra Signora.  Nel 2000, durante il Giubileo dei Vescovi, lo stesso Wojtyla consacrò il nuovo millennio a Maria, sempre davanti alla stessa effigie, a Roma. 
Come è cambiato il mondo dopo la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria? Dopo l’ultima veglia di preghiera e digiuno per la pace in Siria, convocata da Papa Francesco, è evidente che il panorama mondiale sia diverso…
Padre Carlos Cabecinhas: Il Santo Padre è stato veramente ispirato da Dio nel chiedere questo momento universale di preghiera e di digiuno, per la forza della preghiera in sé e perché ciò ha richiamato l'attenzione in tutto il mondo su questa tragedia umana. Quel sabato ho visto con i miei occhi come l'appello del Santo Padre sia stato accolto fermamente dai pellegrini cristiani in questo Santuario. Tutte le messe e i rosari previsti dal programma ufficiale sono stati destinati alla pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo. Il 'pezzo forte' qui a Fatima è stata però la veglia di preghiera, che si è svolta alla presenza di un vasto gruppo di pellegrini provenienti da diversi paesi, nella Cappella delle Apparizioni, presieduta dal Vescovo di Leiria-Fatima.
La veglia è stata un momento davvero intenso che ci ha fatto sentire uniti al Santo Padre a Roma, ma anche con tutte le persone colpite dal flagello della guerra e con tutti i cristiani del mondo che hanno accolto l'invito di Francesco. La preghiera è un'arma potente dalla "efficienza unica" perché garantita da Dio, ed è l'arma dei poveri e dei pacifici che sanno che la violenza non genera mai pace o armonia. La preghiera è l'unica via per l'unità e la pace . Questa è una delle dimensioni irrinunciabili del messaggio di Fatima: la chiamata costante all'orazione, che ci aiuta ad essere consapevoli del potere e dell'importanza che essa possiede.