giovedì 10 giugno 2010

il sacerdote deve tendere alla santità

Reginaldo Garrigou-Lagrange o.p.



SACERDOTE CON CRISTO SACERDOTE E VITTIMA

CAPITOLO II
L'UNIONE DEL SACERDOTE CON CRISTO SACERDOTE

Per il suo sacerdozio, qualunque sacerdote deve intimamente unito a Cristo.

Tutti i fedeli, come viatori, son tenuti, ossia obbligati ad osservare sempre meglio il massimo precetto dell’amor di Dio. Tale precetto infatti non si limita ad un nato grado di carità; per esempio a dieci talenti; ma è detto, senza alcuna limitazione: «Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l'anima tua. tutte le tue forze, e con tutto il tuo spirito: e il tuo prossimo come te stesso » (1). E il viatore deve sempre crescere nella carità, perchè si avvicina a Dio con l'aumentare dell'amore, come se facesse dei passi sulla via dell'amore (2).

Tale perfezione di carità è compresa in questo precetto, non come materia, chè non la si può raggiungere subito, ma come fine al quale tutti devono tendere, ognuno nel proprio stato, chi nel matrimonio, chi in religione, come fratello converso o come religiosa, chi come sacerdote (3). Ed il viatore che non volesse progredire nella carità, commetterebbe già un peccato contro il massimo comandamento, che è formulato senza alcuna limitazione. Non tenderebbe più al fine e si comporterebbe come se l’avesse raggiunto, mentre in realtà non vi sarebbe ancora arrivato. Se tutti i fedeli sono tenuti, per quest’obbligo generale fondato sul supremo precetto, a tendere alla perfezione della carità, vale a dire alla perfezione cristiana, perché la carità ci unisce a Dio e dirige tutte le altre virtù, il sacerdote vi è tenuto con un obbligo speciale perchè ha ricevuto una speciale vocazione.
Si insegna comunemente che il sacerdote anche secolare, deve tendere alla perfezione propriamente detta, in forza della sua ordinazione e del suo ministero, anzi gli si richiede una santità maggiore, per la celebrazione della messa e la santificazione delle anime, di quella che non si richieda ad un religioso che non sia anche sacerdote, per esempio ad un converso o ad un monaco.
Ciò viene confermato da tre argomenti : 1) L'ordinazione sacerdotale; — 2) Il ministero riguardante il Corpo sacramentale di Cristo; — 3) Il ministero riguardante il Corpo mistico di Cristo. Questo è di fede almeno secondo il magistero ordinario ed universale della Chiesa espresso nel Pontificale.
1) L'ORDINAZIONE. Vi si fa menzione nel Pontificale romano, a proposito della ordinazione del presbitero: “Il Signore scelse i settantadue per insegnare con la parola e con l'esempio che i ministri della Chiesa devono essere perfetti nella fede e nelle opere ossia radicati nel duplice amore di Dio e del prossimo” (4).
Ciò appare evidente dai requisiti richiesti per accedere alla ordinazione, e dai suoi effetti.
Fra tali requisiti sono necessari lo stato di grazia, l’idoneità, ed una rettitudine di vita maggiore di quella richiesta per entrare nella vita religiosa. A tale proposito S. Tommaso (5): «Gli ordini sacri esigono come condizione preliminare la santità, ma lo stato religioso è una particolare forma di vita adatta a conseguirla». Perciò, secondo la tradizione, si vede che per entrare in religione basta il grado di principiante, ossia la vita purgativa, mentre per l'ordinazione sacerdotale il grado conveniente è quello dei proficienti, vale a dire la vita illuminativi, all’episcopato poi conviene il grado dei perfetti, o la vita vita unitiva (6). Nell'art. 8 S. Tommaso dice: « Per mezzo dell'ordine sacro l'uomo è deputato al ministero più alto, quale è quello di servire allo stesso Cristo nel sacramento dell'altare, e per esso si richiede una santità interiore più grande di quella che si richieda anche per lo stato religioso», per esempio in un fratello converso, in una religiosa o in un novizio professo.
Anche dagli effetti dell’ordinazione risulta chiaro che il sacerdote deve tendere alla perfezione in modo speciale. Infatti nell’ordinazione si riceve il carattere sacerdotale, come incancellabile partecipazione al sacerdozio di Cristo per validamente consacrare ed assolvere. Un santo laico, come S. Benedetto Giovanni Labre avrebbe potuto pronunciare le parole della consacrazione e non produrre la transustanziazione, né dare l'assoluzione; lo stesso accadrebbe ad un angelo e persino alla Beata Vergine Maria (sebbene ella abbia dato qualcosa di più al Verbo: ossia la natura umana ed abbia offerto con Lui una immolazione non incruenta, ma cruenta). Inoltre nel momento della ordinazione si riceve la grazia sacramentale dell’ordine per esercitare santamente, sempre più santamente le funzioni sacerdotali. Perciò S. Tommaso dice (7): « quelli che sono investiti del divino ministero acquistano una dignità regale e devono essere perfetti nella virtù», come si legge anche nel Pontificale (8). L'ordinazione sacerdotale è certo assai più sublime della professione religiosa. Tale grazia sacramentale è una modalità della grazia abituale e dà diritto a ricevere grazie attuali per celebrare in modo sempre più santo: «Eccoti sacerdote e consacrato per celebrare, bada ora di offrire nel tempo opportuno il sacrificio a Dio con fedeltà e devozione e di mostrarti a tutti irreprensibile. Non hai alleggerito il tuo peso, ma sei ora legato con un vincolo più stretto di disciplina, sei tenuto ad una maggiore perfezione di santità. Il sacerdote deve ornato di tutte le virtù e dare agli altri esempio di vita santa» (9).

2) IL MINISTERO RIGUARDANTE IL CORPO SACRAMENTALE DI CRISTO, mostra anche meglio l'obbligo speciale del sacerdote di tendere alla perfezione. In primo luogo perché il sacerdote celebrando fa le veci di Cristo, è come un altro Cristo. Perciò egli deve unirsi con la mente e con il al sommo sacerdote, che è stato insieme santissima ostia, in modo da essere ministro conscio del suo ufficio e da celebrare degnamente e santamente. Sarebbe ipocrisia, almeno indirettamente volontaria a causa della negligenza, avvicinarsi all'altare senza la ferma volontà di progredire nella carità. È infatti dovere di ogni fedele, di qualsiasi condizione di vita, il progredire nella carità, secondo il massimo comandamento, che è senza, limitazione di sorta «Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore...».
Di questa santità richiesta per la celebrazione messa, o che almeno conviene ad essa in modo assai dente, si parla molto bene nella Imitazione di Cristo (10): «Il sacerdote, rivestito dei sacri paramenti, fa le veci di Cristo per supplicare e pregare Dio umilmente per sé e per tutto il popolo. Porta davanti e dietro il segno della croce, in continuo ricordo della Passione di Cristo. Davanti sulla pianeta, porta la croce per osservare con diligenza gli esempi di Cristo e cercare di seguirli con fervore: è segnato alle spalle con la croce perché sopporti pazientemente per amor di Dio tutte le traversie che gli vengono dagli uomini».

3) IL MINISTERO RIGUARDANTE IL CORPO MISTICO DI CRISTO, ossia, il fatto che il sacerdote deve santificare le anime altrui per mezzo della predicazione della parola divina, del ministero della confessione e della direzione, è una nuova conferma di questa dottrina (11).
È necessario mettere in evidenza parecchie CONSEGUENZE (12):
1) il sacerdote deve considerarsi come ordinato soprattutto per offrire il sacrificio della Messa: nella sua vita tale sacrificio è qualcosa di bene più alto dello studio, o delle opere esteriori di apostolato. Lo studio deve essere ordinato ad acquistare una cognizione sempre più profonda del mistero di Cristo, supremo sacerdote, e l'apostolato deve derivare dall'unione del sacerdote con Cristo, sacerdote principale. Anzi la celebrazione della messa è così intimamente congiunta alla perpetua oblazione di Cristo sempre vivente e sacerdote principale, da superare il ministero degli angeli, custodi delle anime, e viene subito dopo la missione unica della Beata Vergine Maria, che diede al Figlio di Dio la natura umana, e offrì con Lui la sua cruenta immolazione sul Calvario.
I teologi si sono chiesti: in qual modo il ministero dell'uomo sacerdote può superare quello degli Angeli che hanno una natura più sublime della nostra? Molti hanno così risposto: L'’aquila, pur essendo di una specie inferiore all'uomo, ha le ali ed una vista più acuta di quella dell'uomo. Come l'aquila supera l'uomo per le ali e la vista, così il sacerdote che celebra ed assolve supera gli angeli. S. Efrem nella sua opera De sacerdotio (13) dice: Supera la ragione e l'intelletto... il dono della sublime dignità sacerdotale. Il sacerdote si trova a suo agio tra gli angeli… Giacchè tratta familiarmente con lo stesso Signore degli angeli, ed ottiene facilmente, quasi per suo diritto, ciò che vuole, non appena lo chieda».
Perciò l'autore della Imitazione dice (14): «Se tu avessi anche la purità degli angeli. e la santità di Giovanni Battista non saresti degno di ricevere, né di amministrare questo sacramento... Grande è questo mistero, grande è la dignità dei sacerdoti, ai quali è concesso ciò non è dato agli angeli!».
2) Praticamente ne consegue: nel momento della consacrazione il celebrante deve unirsi umilmente ed intimamente al Sacerdote principale. Se si abbassa nella più grande umiltà, in modo che apparisca Cristo, allora viene glorificato ed onorato come facente veramente le veci di Cristo. «Egli deve crescere, io essere abbassato (Gv. 3, 30). E come la umanità di Cristo, spogliata della propria personalità, è stata glorificata ed onorata per la sua unione ipostatica con la persona del Verbo, così il celebrante, non consacrando affatto in nome proprio, viene elevato alla gloria più sublime, perché diviene come un altro Cristo. Se l'umanità di Cristo avesse lasciato la persona sona divina del Verbo, e preso quella umana, proprio per questo avrebbe perduto il valore infinito dei suoi meriti: lo stesso avverrebbe per analogia se il celebrante operasse non in nome di Cristo, ma in nome proprio, perderebbe cioè tutta la sua dignità e non consacrerebbe (15). La unione della dignità e della umiltà del sacerdote è espressa dalle parole di S. Paolo nella II ai Cor. (4, 7): Ora noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, onde la sublimità della virtù sia di Dio e non da noi ». E ugualmente tale unione è espressa dalle parole della liturgia : «O Dio, esaltazione degli umili, che innalzasti alla gloria dei santi il beato Francesco da Paola, concedi, ti preghiamo...».
Il sacerdote esercita pienamente il suo sacerdozio solo mediante la consacrazione e la elevazione del Corpo di Cristo e del suo preziosissimo Sangue.
Da ciò risulta evidente che il celebrante deve unirsi sempre più intimamente a Cristo per la fede viva, illuminata dai doni dello Spirito Santo, per la fiducia illimitata, e l'amore ogni giorno più puro e perfetto.

Diversi modi di celebrare la messa.

Bisogna avere sempre presente alla memoria che Cristo è il sacerdote principale nel Sacrificio della Messa, ed il celebrante deve tendere ad una unione attuale e sempre più intima con Lui. Vi sono però dei modi assai diversi di celebrare, ossia: vi è la messa sacrilega, la messa affrettata, la messa esteriormente corretta, ma senza spirito di fede, la messa celebrata degnamente e piamente, e la messa dei santi. Tutto questo mi è stato detto in un breve colloquio, dal fondatore della congregazione della ««Fraternità sacerdotale » e vale la pena di meditarlo.

Nella messa sacrilega il cuore del celebrante è lontano da Dio, lontano da Cristo, sacerdote principale, e questa celebrazione indegna costituisce un peccato gravissimo. Tale messa conserva tuttavia il suo valore infinito da parte della vittima immolata e del principale offerente; perciò in essa è infinito il valore dell'adorazione, riparazione, della impetrazione, del ringraziamento, in virtù dell'atto teandrico del principale offerente che sempre vivente, intercede per noi.
Ma se i fedeli sono a conoscenza dello stato dell’anima di un tale sacerdote, ne deriva uno scandalo enorme, le cui conseguenze non possono essere misurate. « Corruptio optimi pessima »; così viene falsificata la vita sacerdotale; da questo derivano una falsa carità, una falsa prudenza, l'ipocrisia, i falsi consigli, i pessimi esempi. S. Caterina da Siena, in un suo Dialogo parla spesso di tale scandalo, e dice che la Chiesa le è apparsa come una vergine dalle labbra corrose dalla lebbra. Questi sacrilegi esigono riparazione da parte del sacerdote colpevole, e talvolta tale riparazione viene offerta a Dio da sante anime contemplative che soffrono moltissimo per ottenere la conversione dei sacerdoti miseramente caduti.

La messa affrettata, ossia celebrata con la massima rapidità in quindici minuti, e talvolta con una coscienza dubbia, è, a modo suo, già uno scandalo. S. Alfonso de’ Liguori, da vescovo, proibì questo modo di celebrare la messa nella sua diocesi e scrisse su questo argomento.
Tali sacerdoti hanno perduto il giusto senso della gravità e della serietà della loro vita; ciò è avvenuto perchè per essi non è la messa che ha la massima importanza, bensì la vita esteriore, l'attività esterna, lo pseudo apostolato: infatti la loro vita interiore si riduce quasi a nulla, e al loro apostolato manca l'anima.
Quale differenza tra queste messe e quelle di cui parlava S. Giovanni Fisher, martire inglese, quando diceva ai luterani del suo tempo: «La Messa è il sole spirituale, che sorge ogni giorno per diffondere luce e calore in tutte le anime».
Tali messe affrettate sono invece uno scandalo, perchè vi si recitano meccanicamente, senza alcuno spirito di fede, il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus. Non si pronunciano nemmeno materialmente le parole, per la fretta eccessiva. E le preghiere del Messale vengono pronunciate come parole di nessuna importanza, mentre il loro significato è così profondo, che soltanto in cielo lo comprenderemo appieno..
È un miserabile verbalismo, del tutto opposto alla contemplazione. Se vi sono parole che debbono essere dette con consapevolezza e penetrazione contemplativa, sono proprio queste del Messale: Il Kyrie, il Gloria, íl Credo, il Sanctus, e invece vengono recitate macchinalmente, per finire più presto. Similmente si genuflette rapidamente, senza nessun senso di adorazione. Tali messe così affrettate possono fare un gran male a quelli che si avvicinano alla Chiesa cattolica e cercano un vero sacerdote a cui possano aprire la loro coscienza per trovare la verità. Il Signor von Hügel, che scrisse la vita di S. Caterina da Genova dice: «Certi ecclesiastici non hanno senso religioso più delle mie scarpe»..
Dopo tali messe affrettate si sopprime generalmente il ringraziamento o lo si riduce quasi a nulla.

Poi vi sono le messe esteriormente corrette, ma celebrate senza spirito di fede. Il sacerdote presta sufficiente attenzione al rito esterno, alle rubriche, anzi talvolta è un rubricista, ma celebra come un, funzionario ecclesiastico e non mostra di avere alcun senso religioso. Conosce sì le rubriche e le osserva, ma è evidente che non pensa affatto al valore infinito della messa, né al principale offerente del quale è ministro. Tale celebrante è «un altro Cristo » solo in modo esterno; in forza del carattere che dà validità alla messa, ma non si manifesta in lui una anima sacerdotale: è evidente che fin dal momento della ordinazione non si è avuto in lui un aumento di grazia santificante e di quella sacerdotale. Questa grazia. era un tesoro da far fruttificare, e non si vedono i suoi frutti, invece piuttosto appare la sua sterilità.
E talvolta chi celebra così la messa crede di far bene quello che fa, perchè osserva attentamente le rubriche, ma non aspira a nulla di più alto. Dice il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus, le parole della Consacrazione e della Comunione senza spirito di fede.
Questi sacerdoti, se muoiono in stato di grazia. dopola morte devono assai soffrire in purgatorio per l’incuria loro, e desiderare delle messe celebrate per essi molto bene a scopo di riparazione.

La messa celebrata degnamente e piamente è invece è quella detta con spirito di fede, confidenza in Dio, amore per Lui e per le anime. Si sente in essa il soffio e l’impulso delle virtù teologali che ispirano la virtù di religione. Allora il Kyrie eleison è una vera preghiera d'implorazione, il Gloria in excelsis Deo è adorazione dell'Altissimo; il Vangelo del giorno è letto con fede profonda; le parole della consacrazione sono proferite in unione attuale con Cristo, principale offerente e con una certa cognizione dell'irradiamento spirituale di tale oblazione ed immolazione sacramentale in tutto il mondo e fino nel purgatorio. E l'Agnus Dei è detto chiedendo davvero la remissione dei peccati; il Communio infine è quello che deve essere, ogni giorno sostanzialmente più fervoroso e più fecondo di quello del giorno precedente, per il quotidiano aumento della carità, prodotto dall'Eucaristia. La distribuzione della comunione ai fedeli non è meccanica, ma è una elargizione ad essi di vita sovrabbondante, perchè posseggano sempre più copiosamente la vita soprannaturale. Il sacrificio della Messa viene terminato dalla contemplazione semplice e viva del Prologo del Vangelo secondo Giovanni. Poi si fa il ringraziamento particolare, che in alcuni giorni di festa, può prolungarsi come orazione mentale, se vi è tempo. È infatti proprio il momento più propizio per una intima orazione mentale, perchè abbiamo Cristo sacramentalmente presente in noi e l'anima nostra è sotto il suo influsso attuale, purché rimanga nel raccoglimento.

Cosa si deve dire della messa dei santi? Il sacrificio eucaristico celebrato da S. Giovanni Evangelista in presenza della Beata Vergine Maria era una vera continuazione sacramentale del sacrificio della Croce, la cui memoria era vivissima nella mente della Madre di Dio e del suo figlio spirituale. La messa di S. Agostino dopo le ore di contemplazione espressa nel De civitate Dei o nel De Trinitate, doveva essere una unione intima con Cristo sacerdote.
Lo stesso dicasi della messa di S. Domenico, di San Tommaso, di S. Bonaventura, che hanno scritto preghiere di ringraziamento ancora in uso; e di quella di S. Filippo Neri, che era spesso rapito in estasi dopo la consacrazione per l'intensità della sua contemplazione e dell'amore per Gesù sacerdote e vittima.
Molti fedeli che videro celebrare S. Francesco di Sales, ebbero sempre per lui una grandissima venerazione. Il santo curato d'Ars diceva : «Se comprendessimo che cosa è la messa, moriremmo!». «Il sacerdote dovrebbe essere santo per celebrarla degnamente. Quando saremo in cielo, vedremo che cosa è la messa e come l'abbiamo celebrata spesso senza la riverenza, l'adorazione ed il raccoglimento dovuti».
Come è detto nella Imitazione (16) i santi uniscono sempre l'oblazione personale dei loro dolori a quella di Cristo, sacerdote e vittima. Il Padre Carlo de Foucauld, celebrando la messa fra i maomettani in Africa, si offriva per essi, intendendo preparare così la loro futura evangelizzazione.
La messa dei santi è come una prolusione, o un preludio, quasi un inizio del culto eterno, che già viene espresso alla fine del prefazio dalle parole: «Sanctus, Sanctus, Sanctus».

(1) Lc. 10, 27; Deut. 6, 5.
(2) Cfr. S. Tommaso, Somma Teol. II-II, q. 184, a. 3 ad 2.
(3) Cfr. la nostra opera: Les trois áges de la vie intérieure, v. I, pag. 267.
(4) Così si esprime S. Tommaso (IV Sent., disc. 24, q. 2). L’argomento è sviluppato dal Card. Mercier, La vie intérieure, Ret. Sacerdot., 1919, pag. 200, 140-167.
(5) Somma Teol. II-II, q. 189, a. 1 ad 3.
(6) Cfr. II-II, q. 184, aa. 7-8.
(7) IV Sent., disc. 24, q. 2.
(8) Cfr. Somma Teol. suppl., q. 35, a. I ad 2; De Ordine, c. III, q. 63. a. 3.
(9) Cfr. Imitazione di Cristo, I. IV, c. 5.
(10) L. IV, c. 5.
(11) Cfr. Les trois áges de la vie intérieure, v. I, pag. 303.
(12) Cfr. P. S. M. Giraud, Prêtre et hostie, 5 ed., 1924, v. I, pag. 270.
(13) Opere, Anversa, ed. 1619, pag. 19.
(14) L. IV, cap. 5.
(15) Cfr. P. S. M. Giraud, op. cit., v. I, pag. 279.
(16) L. IV, cap. 9.



mercoledì 9 giugno 2010

Senza Gesù sta morendo la Chiesa

"Dal Concilio vaticano II in poi il declino è stato inarrestabile" scrive l'autrice dell'articolo che segue: sappiamo che qualche volta vale l'adagio "post hoc non propter hoc", ma questa volta ci tocca dar ragione alla Magli. Un articolo bellissimo commentato dalla grande Caterina così: " …sono d’accordo con questa analisi e ne è prova il fatto che è stata molto deludente la Lettera della CEI ai Sacerdoti che ha puntato il tema esclusivamente sulla questione della pedofilia senza minimamente spingere il sacerdote ad un ripensamento agli ABUSI LITURGICI, alla disobbedienza alle richieste del Pontefice circa il come deve essere celebrata la Santa Messa…nessuna correzione fraterna affinchè i Sacerdoti abbandonino il proprio protagonismo e si facciano autentici SERVITORI della Chiesa, del Cristo, della stessa Gerarchia…
Nessuna correzione fraterna affinchè gli inginocchiatoi riappaiano durante la santa Comunione dei fedeli e con essi l’adorazione all’Eucarestia da riceversi alla bocca per comprenderne l’importanza…
Nessuna correzione fraterna per i confessionali VUOTI privi di sacerdoti troppo impegnati nell’assistenza sociale che toccherebbe fare ai laici…
Nessun invito categorico affinchè ritorni splendente IL CROCEFISSO sull’altare…
Ci mancano vescovi capaci di parlare usando parole e pensieri TEMERARI, sembra che la diplomazia e la burocrazia abbiano preso dimora fra le penne di coloro che potendo lanciare messaggi forti, di fatto scrivono in termini languidi su tematiche cavalcate dall’onda mediatica…
Cari Vescovi della CEI, osate di più… usate il linguaggio DEI SANTI quando ammonivano, istruivano, amavano i fedeli e i sacerdoti attraverso lo scritto illuminato davvero dallo Spirito Santo…
Vogliamo lo stile cateriniano, lo stile di sant’Antonio, di san Giovanni Bosco, di sant’Alfonso Liguori…del santo Montfort, del santo Curato d’Ars….di san Pio X, di Leone XIII, lo stile che davvero INFUOCA gli animi risvegliandoli da questo tepore tenebroso…"

Senza Gesù sta morendo la Chiesa
di Ida Magli

«È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Parole del poeta Thomas Eliot, di cui qualche anno fa Luigi Giussani diede questa spiegazione: «La Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’umanità perché ha dimenticato chi era Cristo… ha avuto vergogna di Cristo». Bisogna che coloro che si ritengono cristiani facciano proprio questo grido e lo ripetano ovunque con forza perché soltanto chi è fuori dalla Gerarchia può salvare la Chiesa, armato solo delle parole di Gesù, come dimostra la storia del passato, dai movimenti penitenziali alla predicazione popolare, a San Francesco.

Anche nei giorni scorsi è stata fornita con clamore l’ennesima notizia riguardo alla presunta complicità di un vescovo in un caso di pedofilia; eppure non è la pedofilia, il problema più grave della Chiesa attuale, sebbene siano in molti a crederlo e forse la Chiesa stessa. Il pericolo mortale è quello denunciato da Giussani: la mancanza del Gesù vero nella predicazione e nel vissuto della Chiesa; del Gesù che ha parlato alla mente, al cuore degli uomini, non di sessualità, o di diritti, o di poveri, ma di ciò che li definisce «uomini» al di là da questo, della certezza del proprio essere uomini anche senza di questo. Per trovare un modo nuovo di dire ciò che soltanto Gesù nella storia dell’umanità è riuscito a dire, serve un’invenzione geniale, una volontà che non abbia timore di nulla, se si vuole che il cristianesimo torni a essere vitale in Occidente. Le strutture sulle quali si è retta la Chiesa fino a oggi stanno andando in rovina. La crisi è drammatica nelle sue cifre concrete, anche se ci si ostina a non discuterne pubblicamente. Dal Concilio vaticano II in poi il declino è stato inarrestabile. Il numero complessivo dei sacerdoti si è ridotto di due terzi, senza prendere in considerazione poi l’età media che supera i sessant’anni. Le religiose, che hanno rappresentato fin dall’inizio la presenza più diffusa e più fattiva della Chiesa cattolica e il cui rapporto con i consacrati di sesso maschile è stato sempre di tre a uno, in Europa oggi non si presentano quasi più alla porta dei conventi e si cercano in India, in Africa, nelle Filippine (con le conseguenze di «significato» che questo comporta, ma di cui non è politicamente corretto parlare). Negli Stati Uniti il numero delle religiose è passato dalle 180mila degli anni ‘70 alle 68mila odierne, con un’età media di settanta anni e soltanto il 7% sotto i cinquanta, il che significa che si stanno estinguendo. I religiosi sacerdoti sono passati da 23mila a 14mila con una media di ottanta anni e soltanto il 21% sotto i sessanta. Si tratta di strutture fondamentali, del braccio operativo della Chiesa nel mondo, ma è evidente che sono abbandonate perché non rispecchiano più il rigore di «assoluto», quell’essenza del messaggio evangelico di cui ha sete l’uomo contemporaneo. Più la Chiesa si avvicina alle altre religioni e più Gesù si allontana, perché Gesù non somiglia a nessuno e tanto meno può riassumersi nelle opere di bene, che pure sono riconosciute da tutti come un grande merito della Chiesa.

Su Gesù non si può venire a patti, non si possono instaurare «dialoghi». Gesù non si è difeso, durante il suo processo, non ha «dialogato» con Pilato, sebbene questi lo esortasse a farlo. Non è vero che il dialogo è sempre possibile, come tanti oggi sostengono. È il sistema logico dell’uomo che lo impedisce perché non ammette contraddizioni, perché riconosce nella «forma» ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Nessuno lo sapeva meglio di Gesù, che aveva fondato la sua rivoluzione sulla battaglia contro l’impurità, contro i precetti tabuistici, contro il sacrificio, contro la preghiera rituale, contro tutto quello che «non viene dal cuore dell’uomo» e che assume valore soltanto attraverso la ripetizione. Era impossibile farlo capire né alla sinagoga né a Pilato. Perciò ha taciuto. Ma nel suo grido: «Non ripetete parole» è riassunta l’essenza del suo pensiero, del suo rispetto per l’uomo e per ogni parola che l’uomo pronuncia. Forse qualcuno avrà il coraggio di cominciare da qui.

Da "Il Giornale" 09/06/2010

lunedì 7 giugno 2010

cattolici sempre più perplessi

Intervista a Don Régis de Cacqueray
Le Chardonnet, aprile 2010

A cinque anni dall’elezione di Benedetto XVI e a sei mesi dall’inizio dei colloqui dottrinali fra Roma e la Fraternità San Pio X, la questione romana rimane più che mai di attualità. Prima di esaminare la questione di ciò che la Romanità è o non è, abbiamo quindi chiesto a Don Régis de Cacqueray, Superiore del Distretto di Francia, di fare il punto per mezzo di alcune domande che possono porsi i lettori di Le Chardonnet.

Don Régis, quale dev’essere la reazione dei fedeli cattolici dopo questi ultimi cinque anni di pontificato? Si deve sempre parlare di uno stato di crisi in seno alla Chiesa?

Vi sono degli effetti e vi sono delle cause. Il Vaticano II ha comportato una perdita della fede e una desacralizzazione che si sono estese in tutti i domini. Nel suo libro Lettera aperta ai cattolici perplessi (1976), Mons. Lefebvre ha descritto bene tutte quelle conseguenze che si sono fatte sentire nella vita quotidiana dei cattolici. E per essere esatti non bisogna dimenticare che questa lucida descrizione è stata fatta molto prima del Rapporto sulla fede del cardinale Ratzinger, apparso solo otto anni dopo, nel 1984. Ma la vera differenza tra Mons. Lefebvre e il cardinale Ratzinger sta nel fatto che Mons. Lefebvre non si è accontentato di constatare queste conseguenze; in un altro suo libro, Lo hanno detronizzato (1987), egli ha anche analizzato le cause profonde che hanno prodotto tali conseguenze. Sono le cause ad essere le più importanti, poiché da esse possono sempre scaturire una quantità di conseguenze sempre nuove, sempre peggiori. Ora, il cardinale Ratzinger queste cause non le ha mai analizzate, e v’è proprio da temere che, divenuto papa, dopo cinque anni di pontificato, non abbia acquisito una maggiore lucidità sull’argomento.
Ne sono testimonianza tutti i suoi discorsi regolarmente pubblicati ne L’Osservatore romano e nei quali si riafferma continuamente il triplice principio della libertà religiosa (tratto dalla dichiarazione Dignitatis humanae), della laicità degli Stati (tratto dalla costituzione Gaudium et spes) e dell’ecumenismo (tratto dal decreto Unitatis redintegratio), principi che sono in contraddizione formale con l’insegnamento costante e unanime del magistero pontificio anteriore al Vaticano II. Sono questi principi che costituiscono la radice di tutte le conseguenze attuali e – Dio ce ne scampi – forse anche delle future. Fin tanto che il Papa e i vescovi rimarranno attaccati a questi principi lo stato di crisi persisterà nella Chiesa.

Sembra che Lei giudichi molto severamente il Rapporto sulla fede del cardinale Ratzinger. All’indomani delle consacrazioni di Ecône, in un discorso indirizzato alla Conferenza Episcopale Cilena, nel luglio del 1988, non ha egli reagito quanto meno con forza contro la contestazione progressista? Questo discorso, che presentava tutte le caratteristiche di una vera arringa a favore di una certa continuità nella Tradizione, non preannunciava già il discorso del 22 dicembre 2005, che condanna l’ermeneutica della rottura?

Questo discorso del 1988 [1] costituisce, insieme a Rapporto sulla fede, ciò che a buona ragione si può chiamare «la tesi Ratzinger»: un Concilio ottimo stravolto da gente molto male intenzionata [2]. La falsa tesi del cardinale Ratzinger è che il Vaticano II è buono e dunque non va riformato; bisogna solo rivederne l’applicazione (o la «ricezione», come dicono in molti), ponendo fine a dei semplici abusi. Questa tesi è falsa, poiché, come dimostra molto bene l’articolo del Courrier de Rome del novembre 1988 (p. 4), «certi testi del Concilio sono realmente separati dalla Tradizione e in alcun caso possono essere conciliati con essa. Non si tratta solo, come pensa il cardinale Ratzinger, di “numerose presentazioni che danno l’impressione che col Vaticano II sia cambiato tutto e che ciò che lo precede non abbia più valore”. No. Vi sono dei testi del Concilio che costituiscono un cambiamento rispetto a ciò che c’era prima, tali che impongono una scelta: o il Vaticano II o la Tradizione. Testi come Nostra Aetatae, per le religioni non cristiane, Unitatis redintegratio, per l’ecumenismo, Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, portano effettivamente e con ragione a chiedersi, come fa il cardinale Ratzinger, “se la Chiesa odierna è realmente quella di ieri o se è stata rimpiazzata con un’altra, senza peraltro essersi preoccupati di avvertire i cattolici”».
Nel 1988, all’indomani delle consacrazioni, la differenza tra il cardinale Ratzinger e Mons. Lefebvre stava nel fatto che, per il secondo, all’origine dei cambiamenti osservabili nei fatti vi sono gli stessi testi del Vaticano II, mentre per il primo vi sono solo «numerose presentazioni che danno l’impressione che col Vaticano II sia cambiato tutto». Vent’anni più tardi, il discorso del 22 dicembre 2005 non ha smentito quanto rivolto alla Conferenza Episcopale Cilena: scartando l’ermeneutica della rottura («numerose presentazioni che danno l’impressione che col Vaticano II sia cambiato tutto»), occorre ritornare ad una ermeneutica della continuità (la lettera del Concilio buono, fuori da ogni abuso). Occorre cioè ritornare ai testi, compreso quello sulla libertà religiosa, poiché questi testi sono ritenuti conformi alla Tradizione.
Questi due discorsi, del 1988 e del 2005, alimentano l’illusione che si possa rimediare alla crisi della Chiesa ritornando alla lettera avvelenata del Concilio. Illusione persistente e funesta.

Ma, Don Régis, anche se la giovinezza teologica di Joseph Ratzinger ha potuto essere influenzata dalla nuova teologia, oggi tutti parlano di un papa agostiniano. Con Benedetto XVI si può parlare apertamente degli abusi che si commettono nella Chiesa a livello dottrinale e liturgico. Benedetto XVI vuole indubbiamente prendere le distanze da Giovanni Paolo II, non crede che bisognerebbe concedergli un po’ di tempo? Parigi non s’è fatta in un giorno, e tantomeno Roma!

Ci si ricordi dei primi cinque anni di Giovanni Paolo II. Il Papa polacco, da poco eletto, suscitò l’entusiasmo delle forze conservatrici della Chiesa. A sentire tutte le voci che circolavano, a destra e a manca, si trattava del Papa del ritorno alla sana dottrina della Chiesa, il Papa che avrebbe corretto il Concilio Vaticano II «alla luce della Tradizione»; espressione che ha incontrato il successo che si sa in tutti gli ambienti cattolici tradizionali: eravamo al tempo dell’udienza concessa a Mons. Lefebvre. Ma, allo scadere dei cinque anni arrivò la doccia fredda: quando si vide il Papa raccogliersi da pellegrino sulla tomba di Lutero (1983), poi la visita alla sinagoga di Roma e infine lo scandalo di Assisi (1986).
Si può ricordare che Benedetto XVI non ha atteso cinque anni per dissipare certe illusioni che la sua reputazione di teologo conservatore avrebbe potuto suscitare. Quando si valuta il cammino percorso in così poco tempo, si può dire che egli non sta certo dietro a Giovanni Paolo II. Il Papa bavarese si è già recato tre volte in una sinagoga, in Germania nel 2005, negli Stati Uniti nel 2008 e infine a Roma, ultimamente, lo scorso gennaio. La visita ufficiale alla sinagoga di Colonia è stata peraltro uno dei primi gesti del nuovo Papa, ad appena quattro mesi dalla sua elezione. In quella occasione, Benedetto XVI ha chiaramente lasciato intendere che l’opposizione tra Nuovo e Vecchio Testamento deriva da questioni teologiche ancora discusse [3], come se per i Giudei il rifiuto del principio stesso della salvezza, il rifiuto di riconoscere in Gesù Cristo la Persona divina del Verbo Incarnato, costituisse una opzione in fondo legittima. E questa prima iniziativa del 2005 fu seguita dalla visita alla chiesa scismatica di San Giorgio al Fanar, a Istanbul, il 29 novembre 2006, dalla preghiera nella Moschea blu di Istanbul, il 30 novembre 2006, dalla riunione ecumenica di preghiera a Napoli, il 21 ottobre 2007 [4]. Nel corso di quest’ultima riunione, il Papa esordì dicendo: «L’odierno incontro ci riporta idealmente al 1986, quando il venerato mio Predecessore Giovanni Paolo II invitò sul colle di San Francesco alti Rappresentanti religiosi a pregare per la pace, sottolineando in tale circostanza il legame intrinseco che unisce un autentico atteggiamento religioso con la viva sensibilità per questo fondamentale bene dell’umanità». E aggiunse: «Nel rispetto delle differenze delle varie religioni, tutti siamo chiamati a lavorare per la pace».
Tutto questo non ha niente di sorprendente se si guarda alle dichiarazioni rilasciate dal Papa nell’intervista alla televisione polacca, il 16 ottobre 2005: « Io considero proprio una mia missione essenziale e personale di non emanare tanti nuovi documenti, ma di fare in modo che questi documenti [di Giovanni Paolo II] siano assimilati, perché sono un tesoro ricchissimo, sono l’autentica interpretazione del Vaticano II. Sappiamo che il Papa era l’uomo del Concilio, che aveva assimilato interiormente lo spirito e la lettera del Concilio e con questi testi ci fa capire veramente cosa voleva e cosa non voleva il Concilio» [5].
Una cosa dunque è certa: Benedetto XVI non è prossimo a prendere le distanze da Giovanni Paolo II, quanto meno per quel che riguarda l’essenziale di ciò che provoca la crisi della Chiesa. Per il tramite dei suoi predecessori, è l’eredità di tutto il Concilio che gli s’impone.

Vi è stato, quanto meno, un elemento largamente positivo nel corso di questi primi cinque anni di pontificato: il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007.

Indubbiamente questo Motu Proprio autorizza la celebrazione della Messa e dei Sacramenti secondo il Rito tridentino, ma questo a titolo straordinario. Anche se quest’uso potrà diventare frequente nei fatti, esso non corrisponde alla legge ordinaria e comune, che resta sempre il Novus Ordo Missae di Paolo VI. È un po’ quello che è accaduto nel XIX secolo, all’epoca della legge Falloux, con la famosa questione scolastica. Si accordava ai cattolici la libertà di avere delle loro scuole confessionali, ma a condizione che riconoscessero la rettitudine della scuola laica. Tutti i cattolici liberali, come Montalembert, si sono buttati a capofitto nella novità, ma i veri cattolici hanno resistito. Per loro non si trattava di riconoscere di diritto un semplice regime di tolleranza per la fede cattolica, poiché avrebbe significato riconoscere all’errore, non solo un diritto, ma un diritto preponderante. È un po’ la stessa cosa con questa politica liturgica di Benedetto XVI.
D’altronde, è lo stesso Papa che lo dice, egli non si nasconde: questo Motu Proprio mira solo a stabilire un certo regime di tolleranza liturgica. «questo Motu Proprio è semplicemente un atto di tolleranza, ai fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia. È un gruppo ridotto poiché presuppone una formazione in latino, una formazione in una cultura certa. Ma per queste persone avere l'amore e la tolleranza di permettere di vivere con questa liturgia, sembra un’esigenza normale della fede e della pastorale di un vescovo della nostra Chiesa. Non c'è alcuna opposizione tra la liturgia rinnovata del Concilio Vaticano II e questa liturgia» [6]. Ed è qui che sta propriamente l’errore: contrariamente a ciò che afferma Benedetto XVI, vi è proprio un’opposizione, e un’opposizione radicale, tra la liturgia del Papa San Pio V e quella di Paolo VI. I cardinali Ottaviani e Bacci lo hanno detto con forza nella lettera di presentazione del Breve esame critico presentato al Papa Paolo VI nel 1969: la liturgia rinnovata in seguito al Concilio Vaticano II «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino».
Nel testo stesso del Motu Proprio si legge, all’articolo 1: «Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico». Ci si dice che per la stessa «lex orandi» vi sono due espressioni, di cui una straordinaria rispetto all’altra. Nell’intenzione del Papa è la liturgia di Paolo VI che ha valore di riferimento. Ora, noi sappiamo che la fede del popolo cristiano è regolata dall’espressione della liturgia. È il Messale che condiziona la professione di fede dei fedeli. A cattivo Messale, cattivo credo. E allora, se della «lex orandi» vi sono due espressioni, una buona e l’altra cattiva, si avranno parallelamente due credi: uno buono e l’altro cattivo. E se il cattivo Messale ha valore di riferimento, se costituisce l’espressione ordinaria del credo dei fedeli, questo significa che nell’intenzione del Papa il credo cattivo resta la norma è deve prevalere sul credo buono.
Indubbiamente si riserva un posto alla Messa cattolica, il che non è poco. È finito il regime di persecuzione aperta. E tuttavia questo non è il ritorno alla Tradizione. Nello spirito di Benedetto XVI, se la Messa cattolica è tollerata, lo è a condizione che accetti di coabitare con il Novus Ordo Missae, che resta l’espressione ordinaria della legge liturgica. Con Mons. Lefebvre, noi persistiamo nel credere che la Messa cattolica meriti molto di più che un piccolo posto a fianco della Messa riformata di Paolo VI, la «Messa di Lutero». Per ristabilire il buon credo nella sua totalità, non basta riprendere il Messale buono a fianco di quello cattivo; è necessario riprendere il Messale tradizionale del 1962 come espressione ordinaria della legge della preghiera, con l’esclusione del Messale di Paolo VI.
Nonostante certi vantaggi immediati, non è dunque assolutamente certo che, preso in se stesso, il Motu Proprio di Benedetto XVI sia così ampiamente positivo. Ci troviamo certamente di fronte ad un regime di tolleranza di cui i cattolici potranno di fatto approfittare, per respirare un po’ più agevolmente, e grazie al quale certe anime di buona volontà potranno riscoprire in gran parte il tesoro della tradizione liturgica della Chiesa. Ma bisogna riconoscere che questa situazione non ci può soddisfare pienamente e noi non potremmo approvare, per il presupposto falso che contiene, il principio del liberalismo liturgico.
D’altronde, il Motu Proprio stabilisce, all’articolo 2, che «Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario». Così ogni sacerdote di passaggio può celebrare la nuova Messa in qualsiasi casa dell’una o dell’altra comunità Ecclesia Dei senza che i superiori possano opporvisi. E questa celebrazione della nuova Messa nelle comunità Ecclesia Dei non si limiterà ad essere privata, senza l’assistenza dei fedeli, poiché l’articolo 4 del Motu Proprio prevede anche che «Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà». Ecco perché la Fraternità San Pio X non potrebbe accettare una soluzione puramente canonica prima che Roma si decida a rimettere in questione il principio stesso della nuova Messa di Paolo VI.

Tutti questi fatti sono indubbiamente innegabili, ma allora perché i media danno di Benedetto XVI questa immagine illusoria di un papa conservatore?

Non lasciamoci impressionare dai media. Essi devono piacere alla folla, e la folla molto spesso non si eleva al livello della migliore avvedutezza…
Detto questo, è vero che, nei particolari del suo governo, Benedetto XVI si sforza di restaurare un minimo di disciplina. Non si può negare che la fine del pontificato di Giovanni Paolo II abbia dato luogo a numerosi abusi. Il nuovo Papa è un uomo d’ordine ed ha voluto riprendere le redini del potere. Vi è in lui uno stile di governo che va incontestabilmente a favore di un certo rigore, in particolare nel dominio morale. E questo dispiace profondamente ai poteri di questo mondo, che vogliono spingere fino in fondo la rivoluzione. Si cerca di offuscare l’immagine di una Chiesa il cui capo visibile manifesta malgrado tutto una certa resistenza di fronte alla corruzione del mondo moderno.
Ma sul piano della dottrina (che peraltro deve ispirare tutta la morale) i falsi principi che ispirano questo governo rimangono disgraziatamente gli stessi.
Questa dualità che fa muovere la politica di Benedetto XVI tra una fedeltà indefettibile ai principi rivoluzionari del Vaticano II e un ritorno all’ordine sul piano disciplinare, non deve stupirci, poiché si tratta di una costante del modernismo. Pensiamo a ciò che diceva San Pio X nella Pascendi: i modernisti non sono tutti conseguenti allo stesso grado. Certi ammettono i principi, ma vogliono mettere un freno alle conseguenze che ne derivano. Questo sillogismo è paradossalmente logico… nella logica modernista. Questo, diceva San Pio X, «è come il risultato di due forze che si combattono, delle quali una è progressiva, l’altra conservatrice»; la forza che spinge alla conservazione è l’autorità che reprime gli abusi; la forza che spinge al progresso sono gli imperativi del Concilio.

Non teme che un linguaggio così critico possa indisporre la Santa Sede nei nostri confronti?

Vogliamo conservare la nostra fede e piacere a Dio o vogliamo piacere agli uomini? Il Papa e i vescovi sono imbevuti del Concilio, imbevuti di liberalismo e di modernismo: questi sono i fatti. E contro i fatti non v’è argomento, non vi sono «se» o «ma». Coloro che ragionano con dei «se» o dei «ma» sono gli esitanti o i complici, tutti quelli le cui false inquietudini diminuiscono le forze invece di aumentarle. Noi dobbiamo essere forti, forti nella nostra fede. È San Pietro che lo dice: bisogna che resistiamo al diavolo rimanendo «fortes in fide».
Se amiamo veramente la verità, se siamo pronti a difendere la nostra fede, non possiamo non denunciare gli errori, e denunciarli pubblicamente, come San Paolo, nel momento opportuno ed anche inopportuno. San Paolo non ha temuto di contristare i Corinti, ma lo fece per condurli alla penitenza di cui avevano bisogno. «Contristavi vos ad penitentiam».

Ha un’ultima parola per colorire la nostra intervista?

Non dimentichiamo che la Chiesa vive con il ritmo dell’eternità. Mons. Fellay ce lo ha ricordato molto opportunamente: «Ci si dice: “Voi lo sapete, oggi il Papa vi vuole bene, ma chi verrà dopo di lui? Non si sa! Dunque il momento per accettare è adesso o mai più”. Io ho risposto al cardinale che mi faceva questo discorso: “Eminenza, io credo nello Spirito Santo. Se lo Spirito Santo è capace di illuminare il Papa, potrà illuminare anche i successori” E se lui ci vuol bene, forse il prossimo Papa ci vorrà ancora più bene. Ancora una volta, non si può discutere sulla fede, non si ha il diritto di manipolare la fede» [7].
La durata della crisi può sembrarci lunga, ma la perseveranza non implica giustamente una certa lunghezza di tempi? Nostro Signore ce l’ha detto: è con l’esercizio della pazienza che salverete le vostre anime (Lc 21, 19). E San Paolo aggiunge che è attraverso la pazienza che deve provarsi la nostra speranza (Rm 5, 4).

[1] - Questo discorso è stato analizzato nel numero di novembre 1988 del Courrier de Rome, versione francese del quindicinale Si Si No No, che titolava «Il cardinale Ratzinger dimostra lo stato di necessità nella Chiesa». Lo stesso giornale ritornerà in seguito a più riprese sull’argomento: nei numeri di novembre 1989, aprile 1991, settembre 1991, marzo 1992.

[2] - Editoriale di Le Chardonnet, n° di aprile 1989.

[3] - Cfr. Benoît XVI, «Allocution lors de la visite à la synagogue de Cologne, le 19 août 2005», dans DC n° 2343, p. 892 [Benedetto XVI, Saluto di Sua Santità in visita alla sinagoga di Colonia, 19 agosto 2005 - Reperibile sul sito della Santa Sede: Benedetto XVI: Viaggi].

[4] - Saluto di Sua Santità Benedetto XVI nell’incontro con i capi delle delegazioni che partecipano all’incontro internazionale per la pace, 21 ottobre 2007 – Reperibile sul sito della Santa Sede: Benedetto XVI: Viaggi.

[5] - Intervista di Sua Santità Benedetto XVI alla Televisione Polacca, 16 ottobre 2005 – Reperibile sul sito della Santa Sede: Benedetto XVI: Discorsi.

[6] - Intervista concessa dal Santo Padre Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo per la Francia, 12 settembre 2008 - Reperibile sul sito della Santa Sede: Benedetto XVI: Viaggi].

[7] - Omelia di Mons. Fellay del 15 agosto 2008 a Saint-Malo, riportata in DICI, n° 181.

sabato 5 giugno 2010

heri dicebamus

Quebec: La secolarizzazione continua


 "Non passa una settimana senza che si parli di chiusura, vendita di chiese o di demolizione di monasteri", afferma Luc Noppen, specialista in patrimonio urbano presso l'Università del Quebec a Montreal (UQAM) e autore di diversi libri sull'argomento.
L'ultimo edificio religioso che viene venduto è l'imponente monastero del Preziosissimo Sangue, a Trois-Rivières, che sarà trasformato in un condominio da una società privata. Al momento della vendita del loro convento, le suore del Preziosissimo Sangue non hanno richiesto alcuna clausola speciale, come spesso accde per la vendita di una chiesa o monastero. Luc Noppen non si stupisce: solo 10 anni fa la vendita di una chiesa era una cosa eccezionale, "oggi è parte della nostra vita quotidiana". Jocelyn Groulx, Direttore del Consiglio, del patrimonio religioso del Québec, rivela da parte sua che ogni anno sono circa venti le chiese che sono chiuse in Quebec, "per mancanza di fedeli e di denaro per mantenerle, mentre i sacerdoti sono settantenni".
A Roberval, nella regione amministrativa di Saguenay-Lac-Saint-Jean, Saint-Jean-de-Brébeuf, chiuso dal 26 ottobre 2008, sarà analogamente trasformato in un condominio. Altri undici "condomini" saranno pronti nei prossimi mesi. La trasformazione di questo edificio costruito in stile neo-gotico avrà un costo di circa 1 milione di dollari canadesi. Gli imprenditori hanno promesso di "rispettare il carattere religioso del luogo" ... La chiesa, costruita nel 1930, è stata posta sotto il patrocinio dei Martiri canadesi nella cui schiera è annoverato il Padre Jean de Brébeuf , canonizzato 29 giugno 1930.
Ci sono ancora attualmente circa 3000 chiese e un migliaio di monasteri in Quebec, l'eredità di un passato cattolico che un tempo era l'orgoglio degli abitanti di La Belle Province. Questi, tuttavia, abbandonano la Chiesa sempre di più di anno in anno, soprattutto dopo la "Rivoluzione tranquilla" degli anni '60, caratterizzata dalla separazione tra Stato e Chiesa cattolica, una volta presente in tutte le sfere della società. 

Fonte http://www.dici.org/

venerdì 4 giugno 2010

tutto un mondo venne spazzato via dalla mattina alla sera

La grande crisi
di Francesco Agnoli

Da anni sono convinto che la Chiesa cattolica stia attraversando una grande crisi, a partire soprattutto dagli anni Sessanta.
Ma è solo da poco, cioè dall’elezione di Benedetto XVI, che mi trovo in spiacevole compagnia. Di coloro, intendo, che sino a ieri magnificavano una presunta “nuova Pentecoste” della Chiesa, maledicendo i “profeti di sventura” e coloro che non si accodavano al carro degli entusiasti. Ricordo di essermi sentito dire mille volte: oggi i preti sono pochi, ma buoni, non come un tempo…
Nella mia esperienza, rispondevo, accanto a quelli indubbiamente validi, conosco sempre più preti impreparati, tiepidi, conformisti, disubbidienti e che non di rado sono i primi ad amare poco la Chiesa stessa.
Ecco, oggi mi trovo a leggere che gli acritici laudatori del nuovo corso hanno cambiato idea, e, cavalcando l’onda dell’odio anticristiano, dichiarano al mondo che è tutto da cambiare. Qual è la loro ricetta? Cosa propongono e cosa sbandierano ai quattro venti, certi, a sentir loro, di fare il bene della Chiesa? Ripetono cose vecchie, trite e ritrite, le stesse che dicono da cinquant’anni, cioè dall’inizio di questa gravissima crisi: la necessità di aprire al matrimonio dei preti, al divorzio, all’aborto, ai matrimoni gay, alla contraccezione…
Poi, aggiungono, è necessaria più democrazia, abolire il primato petrino, trasformare la Chiesa in un parlamento in cui la Rivelazione sia perennemente ai voti…
Ecco, codesti venditori di monete false vogliono intraprendere la strada machiavellica della “realtà effettuale”, perché la fede, quella che “sposta le montagne” e “vince il mondo”, trasformando la realtà, la hanno persa da tempo. Per questo la loro diagnosi è errata, a differenza di quella di alcune “vigili sentinelle” che, con vero amore per la Chiesa, da anni ne hanno denunciato le ferite, le macchie, i tradimenti.
Tra codeste sentinelle vi è il gesuita Malachi Martin, già stretto collaboratore del cardinal Bea e di papa Giovanni XIII. Proprio in questa veste Martin ebbe a leggere il terzo segreto di Fatima, di cui parlai due giovedì fa, concordando con chi ritiene che esso riguardi la crisi della Chiesa iniziata negli anni Sessanta. Ebbene Martin è autore di un interessantissimo testo, I Gesuiti (Sugarco 1988), che andrebbe rispolverato. Questo libro è dedicato, significativamente, a “Nostra Signora di Fatima” e mette in luce soprattutto la disgregazione di un ordine religioso, quello dei Gesuiti, che aveva dato alla Chiesa una prova secolare di obbedienza, di coraggio e di intelligenza. Martin afferma che negli anni Sessanta molti gesuiti, col beneplacito dei loro superiori, si sono esercitati a fare a brandelli “non solo i fianchi ma anche la sostanza del cattolicesimo”.
Tra costoro ricorda George Tyrrell, Teilhard de Chardin, Pedro Arrupe e Karl Rahner, definito “l’uomo di punta dell’autocannibalismo cattolico” (a cui Giovanni Cavalcoli ha da poco dedicato il suo “Karl Rahner. Il concilio tradito”, Fede & Cultura).
A questi e a tanti altri gesuiti Martin imputa di aver lottato in tutti i modi contro il cattolicesimo romano, propagandando l’alleanza col marxismo, e una nuova visione dell’omosessualità, dell’aborto, del divorzio, dell’autoerotismo, del celibato ecclesiastico e dell’autorità petrina. Alcuni di loro, racconta Martin, nella loro lotta all’Humanae vitae arrivarono a sostenere la necessità, per la miglior riuscita del loro ministero, di avere “rapporti intimi con donne senza che questi implicassero il matrimonio formale o legale”.
Così la Compagnia di Ignazio, che aveva servito tanti papi senza indugio, che aveva dato centinaia di martiri, pronti a farsi uccidere per la fede e per l’unità della Chiesa, si schierò compatto contro Roma e la sua Tradizione. Tanto che Giovanni Paolo I, il papa dei 33 giorni, aveva già pronta, prima di morire, una riforma, o, se non gli fosse stata possibile, una “liquidazione definitiva della Compagnia”.
In un capitolo intitolato “Tempesta sulla città”, Martin propone una interpretazione degli anni del Concilio: una “gloriosa confusione”, una “confusione euforica” si impadronì allora del mondo cattolico, e “tutto un mondo venne spazzato via dalla mattina alla sera”. Un giorno la gente “scoprì all’improvviso che il latino universale della messa non c’era più” e che al suo posto c’erano “una babele di lingue” e “un nuovo rito che assomigliava all’antica messa come una capanna assomiglia ad una dimora palladiana”.
“Gli altari del sacrificio furono tolti”, le statue e gli inginocchiatoi buttati, insieme alla concezione tradizionale del sacerdozio, ai voti di povertà, castità ed obbedienza, e alle tonache. Al posto delle quali comparvero “maglioni a dolcevita, pantaloni larghi, bluejeans”, “barbe, basettoni, capelli raccolti in code di cavalli”.
I riformatori avevano promesso che le innovazioni avrebbero portato a tempi splendidi; in realtà l’ ordine gesuita, che era continuamente cresciuto dopo l’inizio del Novecento, si assottigliò bruscamente, così come la frequenza della gente ai sacramenti, che diminuì in poco tempo del 30% negli Usa, del 60% in Francia ed Olanda, mentre dal 1965 al 1977 dai 12 ai 14 mila preti lasciarono il loro ministero: “la Chiesa cattolica non aveva mai subito delle perdite così disastrose in un tempo tanto breve”.
Tutto in nome dell’ “aggiornamento”, di un “parossismo innovativo” che personaggi come il cardinale gesuita Martini, incapace di leggere storia e segni dei tempi, continuano a predicare in buona, clericale compagnia.

da "Il Foglio" del  3 giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

che cosa ha detto veramente Mons. Scicluna

Nel caso dell'Omelia tenuta da Mons. Scicluna la mattina di sabato 29 maggio, all’altare della Cattedra nella basilica di San Pietro, durante l'Adorazione Eucaristica di riparazione per i tristissimi casi di abusi commessi da membri del clero, come di solito succede quando il clima è quello della ricerca ossessiva della frase ad effetto, si è sollevato un gran polverone che ha impedito a molti di apprezzare fino in fondo un'omelia bellissima e profondissima. Si tratta infatti di una straordinaria meditazione che ripropone anche in Vaticano alcune verità "dimenticate" e "scomode", quelle cioè del peccato, del giudizio e dell'inferno: da parte di qualche giornalista sprovveduto si è scambiato per un pensiero espresso da Mons. Scicluna ciò che ha detto il Papa san Gregorio Magno e si è creato il caso "Inferno più duro".  Comunque si è ritornati a parlare dell'inferno e questo è una cosa buona. Mons. Scicluna poi non ha fatto altro che enunciare la dottrina di sempre (vedi per esempio il n. 251 del Catechismo i San Pio X che recitava così: "I beni del paradiso per i beati, e i mali dell'inferno per i dannati, saranno uguali nella sostanza e nella eterna durata; ma nella misura, ossia nei gradi, saranno maggiori o minori, secondo i meriti, o demeriti di ciascuno"). Sembra che qualcuno  scopra l'acqua calda...ma son cose che si son sempre professate e insegnate fino ad certo "aggiornamento"  che si disse necessario... poi, una volta aggiornati, si è cominciato a parlare di inferno "forse vuoto", "sperabilmente vuoto", "davvero vuoto".



OMELIA DELL’ADORAZIONE EUCARISTICA IN SAN PIETRO
di Charles J. Scicluna

La lettura del testo evangelico ci dà una descrizione sintetica ma stupenda del rapporto dolce e tenero di Gesù con i bambini. Questa scena, senz’altro centrale ed emblematica per chi è chiamato ad essere discepolo di Cristo, segna i versetti 36-37 del capitolo 9 di Marco e si ripete al capitolo 10 nei versetti 13-16: “E preso un bambino, lo pose in mezzo, abbracciandolo” (Mc 9, 36). “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse… e prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benediceva” (Mc 10, 13.16).

La nostra presenza qui, oggi; la vostra presenza presso l’altare della Cattedra, alla presenza di Gesù eucaristia vuole fare eco dell’amore, della cura e della sollecitudine che la Chiesa, sposa di Gesù, ha sempre avuto per i bambini e per i deboli.

Mettiamoci alla scuola dei Padri della Chiesa, facendo tesoro del lavoro di San Tommaso d’Aquino nella “Catena Aurea”. Possiamo così trovare che per Teofilatto, apprezzato commentatore dei Sacri Testi, il bambino è l’immagine eloquente dell’innocenza. Giovanni Crisostomo commenta che il Signore ne apprezza l’umiltà e la semplicità “perché questo piccolo era puro dall’invidia e dalla vanagloria e da ogni desiderio di superiorità” (Hom. in Matt. 58). Beda il Venerabile ne esalta l’assenza di malizia, la semplicità senza arroganza, la carità senza invidia, la dedizione senza rancore (Comm. in Marc. 3, 39).

Il bambino diventa icona del discepolo che vuole essere “grande” nel Regno dei Cieli. Il Signore Gesù biasima i suoi perché, appena edotti per la seconda volta dell’esigenza della croce (Mc 9, 30-32), si sono persi per strada, lungo la via, in discussioni tra loro su chi fosse il più grande: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Quanti peccati nella Chiesa per l’arroganza, per l’insaziabile ambizione, per il sopruso e l’ingiustizia di chi si approfitta del ministero per fare carriera, per mettersi in mostra, per futili e miseri motivi di vanagloria!

“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato” (Mc 9, 37).
Accogliere il bambino, aprire il cuore all’umiltà del bambino, accoglierlo nel nome di Gesù, significa assumere il cuore di Gesù, gli occhi del Maestro; implica un’apertura al Padre e allo Spirito Santo. Esclama Teofilatto: “Vedi com’è grande l’umiltà! Essa si guadagna la dimora del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.”
“In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso” (Mc 10, 15).
Accogliere il regno di Dio come un bambino significa accoglierlo con cuore puro, con docilità, abbandono, fiducia, entusiasmo, speranza. Il bambino ci ricorda tutto questo. Tutto questo rende il bambino prezioso agli occhi di Dio e agli occhi del vero discepolo di Gesù.

Quanto, invece, diventa arida la terra e triste il mondo quando questa immagine così bella, quando questa icona così santa, è calpestata, infranta, infangata, abusata, distrutta. Esce dal cuore di Gesù il grido di eco profonda: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite!” (Mc 10, 14). Non siate di inciampo sul loro cammino verso di me, non ostacolate il loro progresso spirituale, non lasciate che siano sedotti dal maligno, non fate dei bambini l’oggetto della vostra impura cupidigia.

“Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Mc 9, 42).

Gregorio Magno così commenta queste terribili parole di Gesù: “Misticamente espresso nella macina da asino è il ritmo duro e tediante della vita secolare, mentre il profondo del mare sta a significare la dannazione più terribile. Perciò chi, dopo essersi portato ad una professione di santità, distrugge altri tramite la parola o l’esempio, sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare, piuttosto che il suo sacro officio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe; perché, senza dubbio, se fosse caduto da solo, il suo tormento nell’inferno sarebbe di qualità più sopportabile” (1).

Ma il Signore, che non gode della perdita dei suoi servi e non vuole la morte eterna delle sue creature, subito aggiunge rimedio alla condanna, farmaco alla malattia, sollievo al pericolo di eterna dannazione. Le sue sono le parole forti del chirurgo divino che taglia per guarire, amputa per risanare, pota perché la vite porti molto frutto: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala” (Mc 9, 43). “Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo” (Mc 9, 45). “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo” (Mc 9, 47).

Diversi santi Padri interpretano “la mano”, “il piede”, “l’occhio” come l’amico caro al nostro cuore con cui condividiamo la nostra vita, a cui siamo legati con legami di affetto, concordia e solidarietà. C’è un limite a questo legame. L’amicizia cristiana si sottomette alla legge di Dio. Se il mio amico, il mio compagno, la persona a me cara è per me occasione di peccato, è per me un inciampo nel mio peregrinare, io non ho altra scelta, secondo il criterio del Signore, se non di tagliare questo legame. Chi negherebbe lo strazio di una tale scelta? Non è forse questa una crudele amputazione? Eppure il Signore è chiaro: È meglio per me entrare da solo nel Regno (senza una mano, senza un piede, senza un occhio), che con il mio amico andare “nella Geenna, nel fuoco inestinguibile” (Mc 9, 43; cfr. Mc 9, 45.47).

Questa immagine così forte delle membra del corpo ci mette senza troppa confusione di fronte allo specchio della nostra coscienza. Il riferimento alla mano, al piede, all’occhio ci ricordano le parole sofferte dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani:
“Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rom 7, 21-25).

L’apostolo delle Genti, fattosi testimone del Vangelo della grazia (cfr. Rom 1, 16a), non si arrende alla nostra propensione al peccato. Esorta i romani con parole di fuoco che invitano alla conversione e alla fedeltà: “Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione” (Rom 6, 19).

Il Signore ci insegna quindi un’altra esigenza sublime del discepolato, una medicina preventiva che Gesù eucaristia, fuoco di amore, oggi propone anche a voi giovani impegnati nella formazione al ministero sacro ed ecclesiale: “Ciascuno sarà salato con il fuoco” (Mc 9, 49).
Il fuoco arde, divampa, purifica. È segno eloquente dello Spirito Santo. Nelle parole bellissime del Santo Padre, pronunciate in questa basilica di San Pietro domenica scorsa, solennità di Pentecoste:

“Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr. Es 3, 2). È una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore. Un Padre della Chiesa, Origene, in una delle sue omelie su Geremia, riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così: ‘Chi è presso di me è presso il fuoco’ (Omelia su Geremia I, III). In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio, che nella Bibbia è paragonato al fuoco. Abbiamo osservato poco fa che la fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo. Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere ’scottati’, preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta.

“Cari fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: ‘Non abbiate paura’. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Il dolore che ci procura è necessario alla nostra trasformazione. È la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il fuoco è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime”.

“Ciascuno sarà salato con il fuoco” (Mc 9, 49).
Il sale preserva dalla corruzione e dà sapore. I Santi Padri vedono qui l’immagine della continenza e della saggezza. L’apostolo Paolo esortava i colossesi (Col 4, 6): “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come rispondere a ciascuno”. Il sale quindi è il Signore Gesù Cristo che ha preservato tutto il mondo dalla corruzione e ha concesso ai suoi, a noi, di essere sale e luce della terra (Matt 5, 13).

“Buona cosa il sale, ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” (Mc 9, 49).
È questo l’invito che il maestro Gesù rivolge a tutti noi oggi, in questa solenne adorazione di riparazione e di preghiera di intercessione in sintonia con il Santo Padre Benedetto XVI. Noi sentiamo la chiamata del Signore. Non vogliamo dissipare l’entusiasmo della nostra risposta. Non vogliamo che il nostro sale perda il suo sapore. Ai piedi dell’eucaristia facciamo nostra la preghiera che la Chiesa indirizza a Gesù presente sull’altare durante la santa messa: “Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen” (Messale Romano).

(1) Il testo originale latino della citazione di Gregorio Magno (”Regula pastoralis”, pars I, caput II):
“Indigni autem quique tanti reatus pondera fugerent, si veritatis sententiam sollicita cordis aure pensarent, quae ait: Qui scandalizaverit unum de pusillis istis qui in me credunt, expedit ei ut suspendatur mola asinaria in collo ejus, et demergatur in profundum maris (Matth. XVIII, 6). Per molam quippe asinariam, secularis vitae circuitus ac labor exprimitur, et per profundum maris extrema damnatio designatur. Qui ergo ad sanctitatis speciem deductus, vel verbo caeteros destruit, vel exemplo; melius profecto fuerat, ut hunc ad mortem sub exteriori habitu terrena acta constringerent, quam sacra officia in culpa caeteris imitabilem demonstrarent, quia nimirum si solus caderet, utcumque hunc tolerabilior inferni poena cruciaret”.

domenica 30 maggio 2010

il Concilio e la crisi della vita devota (2)

LA CRISI DELLA VITA DEVOTA E LE RESPONSABILITÀ DEL CONCILIO


2. RESPONSABILITÀ DEL CONCILIO


Dobbiamo addossare al Vaticano II anche la colpa dell’attuale crisi della devozione, in tutte le sue forme, e in particolare in quella rappresentata dalla pietas privata dei fedeli? A prima vista la cosa non sembrerebbe possibile, dal momento che il Concilio ribadisce la necessità e l’importanza della preghiera personale e propugna il mantenimento delle tradizionali pratiche della devozione cattolica. Del resto, avrebbe forse potuto passarle sotto silenzio?

Ciò risulta, in particolare, dagli articoli 11, 12 e 13 della Sacrosanctum Concilium, la costituzione che ha stabilito i princìpi della riforma della liturgia.Tuttavia i testi conciliari mostrano omissioni e sfumature, non prive di ambiguità, che sembrano voler svalutare l’ importanza di queste forme tradizionali di pietà, inglobandole nella liturgia, contro l’ insegnamento tradizionale del Magistero.

La dottrina tradizionale richiamata da Pio XII nella Mediator Dei

Sappiamo che l’enciclica Mediator Dei di Pio XII, del 20 novembre 1947, dedicata alla sacra liturgia, analizzava a fondo il rapporto tra il culto esterno ed il culto interno, mostrando la necessità del loro intimo equilibrio alla luce del concetto che “l’elemento essenziale del culto deve essere quello interno”, al quale appartiene la pietà privata tipica della vita devota. Se così non fosse, la religione diventerebbe “un formalismo senza fondamento e senza contenuto”.

Il culto interno deve naturalmente attuarsi sempre “in intima congiunzione con il culto esterno”. La Mediator Dei condannava perciò l’errore dei panliturgisti, apparso già in alcune componenti del Movimento Liturgico alla fine degli anni venti del secolo XX, secondo il quale errore a contare era soprattutto la cosiddetta “pietà oggettiva”, quella cioè che si attuava nel culto esterno e pubblico, grazie all’efficacia ex opere operato dei Sacramenti e del Sacrificio dell’altare, a scapito del culto privato o pietà sprezzantemente detta “soggettiva”. Incentrando tutta la pietà cristiana “nel mistero del Corpo Mistico di Cristo, senza nessun riguardo personale e soggettivo”, costoro ritenevano, precisava l’enciclica, “che si debbano trascurare le altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e compiute al di fuori del culto pubblico”.

Ai panliturgisti il Papa ricordava che i Sacramenti e il Sacrificio dell’altare, “per avere la debita efficacia esigono le buone disposizioni dell’anima nostra”, tant’è vero che “nessuno può ricevere validamente e tanto meno degnamente e con frutto un Sacramento se non è nelle condizioni necessarie” (Allocuzione ai sacerdoti e predicatori della Quaresima, tenuta il 17.2.1945 a Roma, in La Liturgie, Les Enseignements Pontificaux, Desclée, 1961, pp. 304-306). Non bisogna mai dimenticare, proseguiva, che “l’opera della redenzione, in sé indipendente dalla nostra volontà, richiede l’intimo sforzo dell’anima nostra (internum animi nostri nisum) perché possiamo conseguire l’eterna salvezza”. Questo “intimo sforzo”, al quale il nostro libero arbitrio non può sottrarsi e che la tradizione cattolica ha sempre concepito ed attuato nel giusto equilibrio di ragione, volontà e sentimento religioso, l’enciclica lo illustrava e chiarificava in una pagina esemplare per chiarezza e perspicuità di analisi: “Se la pietà privata e interna dei singoli trascurasse l’augusto Sacrificio dell’altare e i Sacramenti e si sottraesse all’influsso salvifico che emana dal Capo nelle membra, sarebbe senza dubbio riprovevole e sterile; ma quando tutte le previdenze e gli esercizi di pietà non strettamente liturgici (sed cum omnia pietatis consilia et opera, quae cum Sacra Liturgia arcte non coniunguntur) fissano lo sguardo dell’animo sugli atti umani unicamente per indirizzarli al Padre che è nei cieli, per stimolare salutarmene gli uomini alla penitenza e al timor di Dio e, strappatili all’attrattiva del mondo e dei vizi, per condurli felicemente per arduo cammino al vertice della santità, allora sono non soltanto sommamente lodevoli, ma necessari, perché scoprono i pericoli della vita spirituale, ci spronano all’acquisto delle virtù e aumentano il fervore col quale dobbiamo dedicarci tutti al servizio di Gesù Cristo.

La genuina pietà, che l’Angelico chiama “devozione” e che è l’atto principale della virtù della religione col quale gli uomini si ordinano rettamente, si orientano opportunamente verso Dio, e liberamente si dedicano al culto [ST, II-II, q. 82, a. 1], ha bisogno della meditazione delle realtà soprannaturali e delle pratiche spirituali perché si alimenti, stimoli e vigoreggi, e ci animi alla perfezione. Poiché la religione cristiana debitamente praticata richiede soprattutto che la volontà si consacri a Dio e influisca sulle altre facoltà dell’anima. Ma ogni atto di volontà presuppone l’esercizio dell’ intelligenza, e, prima di darsi a Dio per mezzo del sacrificio, è assolutamente necessaria la conoscenza degli argomenti e dei motivi che impongono la religione, come, per esempio, il fine ultimo dell’uomo e la grandezza della divina maestà, il dovere della soggezione al Creatore, i tesori inesauribili dell’amore col quale Egli ci vuole arricchire, la necessità della grazia per giungere alla meta assegnataci, e la via particolare che la divina Provvidenza ci ha preparata unendoci tutti come membra di un Corpo a Gesù Cristo” (Mediator Dei, cit., pp. 30-32).

Il Concilio fa sparire il concetto di “culto interno”

Il Concilio, cosa ha mantenuto di tutto questo? L’articolo 12 della Sacrosanctum Concilium (=SC), pur esprimendosi in termini molto più generici di quelli della Mediator Dei, sembra indubbiamente contenere un forte e tradizionale richiamo alla necessità della preghiera personale.

E tuttavia si cercherebbe invano, nei testi del Concilio, un concetto fondamentale come quello secondo il quale “l’elemento essenziale del culto deve essere quello interno”: at praecipuum divini cultus elementum internum esse debet. Dell’esistenza di un culto esterno ed interno non si parla nemmeno e la nozione di “culto interno” sembra del tutto scomparsa. Non solo. I “distinguo” introdotti nei testi conciliari tendono a svalutare la pietà privata nei confronti della liturgia e a far prevalere la pietà cosiddetta “oggettiva” su quella “soggettiva”, andando quindi proprio nella direzione condannata dalla Mediator Dei.

Cominciamo dall’art. 11 della SC. Esso afferma esser indispensabili “le disposizioni di un animo retto” al fine di ottenere la “piena efficacia” del culto pubblico. Nella nozione di queste “disposizioni” è forse racchiusa quella del culto interno? Lo si può ritenere, pur trattandosi in ogni caso di un riferimento che resta generico, visto che la SC di “culto interno” non parla mai. Tuttavia, si nota, a mio avviso, un’ambiguità di fondo. Secondo l’insegnamento tradizionale, ribadito da Pio XII, nessuno, come si è visto, può ricevere validamente, degnamente e con i dovuti frutti un Sacramento, se non si trova nelle “condizioni necessarie”, condizioni ovviamente costituite ad opera del culto interno, mediante la vita devota. Nel testo della SC si parla, invece, di “piena efficacia” : le “disposizioni di un animo retto”, che vuole “cooperare con la grazia”, non sarebbero condizioni di valida e degna recezione del Sacramento, ma lo sarebbero solo della sua “piena efficacia”.

Non mi sembra che in tal modo la dottrina tradizionale sia qui resa fedelmente. Infatti, un conto è affermare, senza sfumature di sorta, che la disposizione interiore del soggetto è condizione di valida e degna recezione del Sacramento, che solo in tal modo può quindi essere efficace per chi lo riceve; un altro è affermare che è condizione della sua “piena efficacia”. Con la seconda formulazione, si verrebbe di fatto ad ammettere questa interpretazione: che il Sacramento, per esempio l’Eucaristia, è comunque di per sé efficace anche se in modo non pieno e quindi (se ne deve concludere) anche se il credente lo riceve con animo non retto. Si è visto che, secondo la Mediator Dei, i Sacramenti, “per avere la debita efficacia (debitam efficaciam) esigono le buone disposizioni dell’anima nostra (rectae animae nostrae dispositiones)”. La SC, al posto della “debita efficacia”, ci propone la “piena efficacia”. Mi sembra che l’ambiguità nasca proprio dall’uso di questo aggettivo: piena. Il culto interno, anonimamente riproposto nell’art. 13 della SC, risulta pertanto alquanto sminuito rispetto alla concezione tradizionale perché la funzione che ora gli viene attribuita non è più quella di concorrere in modo decisivo all’ efficacia dei Sacramenti, non è più quella di essere “l’elemento precipuo” della Liturgia, senza il quale essa decade a vuoto “formalismo” (vedi sopra), ma è solo quella di contribuire alla “piena efficacia” del culto e quindi dei Sacramenti.

Il culto interno, o ciò che ne resta, sembra perciò ridotto a un semplice ausiliare, utile unicamente per raggiungere la “piena efficacia” dei Sacramenti, i quali manterrebbero comunque un’efficacia, anche se non “piena”, in quanto atti del culto pubblico esterno. Ma come si dovrebbe intendere il concetto di un’efficacia non piena dei Sacramenti? Ad ogni modo, il culto interno viene posto in posizione subordinata rispetto a quello esterno, pubblico; esso viene anzi oscurato in modo sostanziale nella SC, risultando del tutto assente dalla definizione della Liturgia. Per meglio dire: assente dalla sua descrizione, poiché la SC (artt. 6-10) non ha voluto dare una vera definizione della liturgia, semplicemente descritta, invece, tramite immagini nell’insieme tradizionali, nelle quali si sente, però, alitare uno spirito nuovo, quello degli ammodernanti. Nella Mediator Dei, invece, come si è visto, il culto interno era parte integrante della definizione stessa della Liturgia, e quindi del suo concetto, del quale veniva addirittura a costituire “l’elemento precipuo”.

(tratto da Sì Sì No No del 15 febbraio 2009)

continua...

giovedì 27 maggio 2010

un libro di Mons. Marcel Lefebvre e uno su Mons. Marcel Lefebvre



La casa editrice cattolica Marietti 1820  in occasione dell'anno sacerdotale pubblica il libro di Mons. Marcel Lefebvre "Santità e sacerdozio", mente l'editrice Sugarco pubblica il libro di Cristina Siccardi, "Mons. Marcel Lefebvre, Nel nome della verità. Cambiano i tempi e comincia ad allentarsi "la congiura del silenzio" con cui, come osservava San Pio X nell'Enciclica "Pascendi", i modernisti sono soliti trattare i cattolici, riservando  ben altro trattamento ai loro sodali: "questa maniera di fare - ammoniva il Papa - a riguardo dei cattolici è tanto più odiosa perché nel medesimo tempo e senza modo né misura, con continue lodi esaltano chi sta dalla loro; i libri di costoro riboccanti di novità accolgono ed ammirano con grandi applausi; quanto più alcuno si mostra audace nel distruggere l'antico, nel rigettare la tradizione e il magistero ecclesiastico, tanto più gli dàn vanto di sapiente; e per ultimo, ciò che fa inorridire ogni anima retta, se qualcuno sia condannato dalla Chiesa non solo pubblicamente e profusamente lo encomiano, ma quasi lo venerano come martire della verità" (San Pio X, Enciclica Pascendi).

mercoledì 26 maggio 2010

un sillabo dall'America

Quando Benedetto XVI indica la luna i clericali guardano il dito del celibato


Per Lorenzo Albacete lo scandalo pedofilia ha fatto emergere una crisi di identità all’interno della Chiesa. Ecco la “riforma” richiesta dal Papa

Lorenzo Albacete è un sacerdote cattolico americano, editorialista del New York Times Magazine e consigliere teologico degli arcivescovi di Boston e Washington. Collabora con Tempi ed è editorialista de ilsussidiario.net.

In un commento apparso sul quotidiano telematico, dopo aver collegato gli scandali sessuali alla relazione chiesa-mondo, menzionando la “Dichiarazione Hartford” (documento del 1975 elaborato negli Usa dai rappresentanti di diverse confessioni cristiane), Albacete spiega: «Il testo è nella forma di tredici “proposizioni” respinte in quanto incompatibili con la fede cristiana e relative al rapporto Chiesa-mondo. Vorrei sottolinearne alcune: 1. Il pensiero moderno è superiore a tutte le forme passate di comprensione della realtà ed è perciò cogente per la fede e la vita cristiana. 2. Le affermazioni religiose non hanno nulla a che fare con un discorso ragionevole. 3. Gesù può essere compreso solo in rapporto ai modelli contemporanei di umanità. 4. Dato che ciò che è umano è buono, il male può essere correttamente considerato una mancata realizzazione del potenziale umano. 5. Il mondo deve dettare l’agenda alla Chiesa. 6. La questione della speranza dopo la morte è irrilevante o al massimo marginale nella concezione cristiana del compimento dell’uomo».

Riflettiamo: quante di queste proposizioni anticristiane sono oggi predicate da ecclesiastici per i quali il vero peccato della Chiesa sarebbe quello di non consentire ai preti di sposarsi o di non benedire gli anticoncezionali e le unioni gay? Non è forse questo il maggior pericolo di perversione che attraversa la Chiesa e – come accennato da Benedetto XVI nel suo viaggio a Fatima e domenica scorsa in piazza san Pietro – urge il richiamo di Pietro al “guardarci dalle seduzioni del mondo”?

Tempi, 18 maggio 2010

domenica 23 maggio 2010

il Concilio e la crisi della vita devota

Il Santo Padre Benedetto XVI nella Lettera alla chiesa d'Irlanda del 19 marzo individuava nella diminuzione della vita devota una delle cause dello scadimento morale del clero: "Molto sovente - scriveva il Papa - le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari". Fu un fraintendimento del Concilio o il Concilio vi ha messo del suo? Ecco il primo di una serie di contributi per riflessione sul tema.


LA CRISI DELLA VITA DEVOTA E LE RESPONSABILITÀ DEL CONCILIO

1. APPARENTE SCOMPARSA DELLA VITA DEVOTA IN SENSO PROPRIO

È opinione sempre più diffusa che uno dei segni evidenti dell’ odierna crisi della Chiesa sia rappresentato dalla sostanziale assenza di riferimenti al Sovrannaturale e alla Grazia nella prassi ecclesiale quotidiana, ivi compresi documenti ufficiali del Magistero. Quali le cause di questo silenzio? La causa remota è da ricercarsi, ad avviso di molti, nell’antropomorfismo penetrato nella dottrina e nella pastorale della Chiesa a partire dal Vaticano II, il cui “spirito” è notoriamente risultato essere quello di una conciliazione-compromesso dei valori del Cristianesimo con quelli del mondo, anziché quello di un rinnovato slancio missionario per convertire il mondo.

Tra le cause prossime, possiamo annoverare il declino della vita devota presso il clero ed i fedeli, con le sue tradizionali pratiche, pubbliche e private. Grazie a queste ultime, il singolo credente si manteneva in costante contatto giornaliero con il Sovrannaturale, le cui Grazie, indispensabili alla salvezza della sua anima, erano continuamente da lui impetrate, con il dovuto timore e rispetto e nello stesso tempo con fiducia. Tra le varie pratiche (orazioni, meditazioni, mortificazioni, digiuni) la preghiera costituiva l’elemento fondamentale. Onde l’antica massima: “chi non prega, si danna”.

La preghiera nel senso della vera devozione cristiana non è da intendersi come mero omaggio formale, esteriore alla divinità al fine di ingraziarsela per riceverne benefici, incluse le grazie necessarie alla nostra santificazione individuale. Nel senso più autentico, essa è invece da intendersi come manifestazione dell’interiore e più profondo significato di una vita devota, improntata, giusta la celebre definizione di S. Francesco di Sales, a quella pietas che altro non è se non il vero amor di Dio: “La vera e viva divozione, o Filotea, vuole prima di tutto l’amore di Dio, anzi non è altro che vero amor di Dio; ma non è però un amore mediocre. Devi sapere che l’amore divino, in quanto abbellisce le anime nostre, si chiama grazia, perché ci rende simili alla divina Maestà; in quanto ci comunica la forza di operare il bene, dicesi carità; ma quando è arrivato a tal grado di perfezione, che, oltre a farci fare il bene, ce lo fa fare con diligenza, assiduità e prontezza, allora piglia il nome di divozione [...] A dirla in breve, la divozione è un’agilità e vivacità spirituale, con cui la carità opera in noi e noi operiamo nella carità prontamente e con trasporto, cosicché, mentre è ufficio della carità farci osservare i comandamenti di Dio, è poi ufficio della devozione farceli osservare con prontezza e diligenza.

Dunque chi non osserva tutti i comandamenti di Dio, non può esser giudicato né buono né divoto: non buono, perché a essere buono si richiede la carità; non divoto, perché a essere divoto, oltre la carità, ci vuole anche ardore e speditezza a fare le azioni proprie della carità”.
La vita devota è, pertanto, quella che si svolge all’insegna della carità ovvero in spirito di preghiera poiché è guidata dall’intenzione di chi, volendo fare in tutto la volontà di Dio, allo stesso modo di Nostro Signore, per amor di Dio e per la Sua Gloria, impetra ogni giorno l’aiuto di Dio a questo scopo.

Il surrogato: i cosiddetti “movimenti ecclesiali”

Lo spirito di preghiera non può mantenersi senza il pregare effettivo, costituito dalle nostre orazioni quotidiane con le loro connesse meditazioni. In passato, meditazioni e preghiere trovavano la loro perfetta sintesi negli esercizi spirituali condotti secondo il metodo di S. Ignazio di Loyola, riconosciuto e raccomandato dalla Chiesa come il migliore nel suo genere, anche nella versione ridotta ad una sola settimana. Ma oggi, a quanto sembra, sono pochi quelli che si affidano ancora alle pratiche tradizionali della vera devozione cattolica. Quest’ultima trovava il suo humus nella ricca vita liturgica delle parrocchie di un tempo. Oggi, invece, la povertà spirituale della vita parrocchiale è desolante, devastata com’è dalla creatività liturgica e dalle molteplici iniziative “ecumeniche” cui sono costretti i parroci. È comprensibile che i fedeli cerchino di surrogare questo vuoto partecipando ai movimenti carismatici o all’ambiguo cattolicesimo per così dire di gruppo di Comunione e Liberazione o dei Focolarini. La vera devozione privata cattolica è stata sostituita dalla devozione pubblica nel movimento, o nel gruppo-movimento, nel cui ambito si prega e si canta collettivamente, con slancio, per così dire ntusiastico, al fine di ottenere un beneficio, una guarigione o comunque per sentirsi “illuminati” dallo spirito, possibilmente illico et immediate.

Questi “movimenti”, le cui “liturgie” molti aderenti surrogano a quella della Messa, provengono originariamente, come sappiamo, dalla multiforme frangia coribantica del protestantesimo ed è alquanto improbabile che sia possibile ritornare per loro tramite alla vera devozione cattolica. Il rito del Novus Ordo ha di fatto tolto la Santa Croce (il santo sacrificio propiziatorio della misericordia divina per i nostri peccati) dal centro della Messa stessa, con il presentarla quale assemblea che celebra, sotto la presidenza del sacerdote, il memoriale del Mistero Pasquale ovvero della Resurrezione di Cristo. Allo stesso modo, la devozione dei fedeli ha in sostanza perduto il suo fondamentale carattere di pietas individuale e privata, di culto interno orientato all’amor di Dio e quindi all’imitazione quotidiana della S. Croce, con metodo e disciplina approvati dalla Chiesa, per attuarsi oggi sempre più spesso nelle forme del collettivo rappresentato dal “movimento”, il quale dal suo canto persegue un rapporto spurio, chiaramente non-cattolico, con il Sovrannaturale (di frequente sostituito dal preternaturale diabolico).

(tratto da Sì Sì No No del 15 febbraio 2009)

continua...