mercoledì 13 ottobre 2010

timeo Dominum transeuntem

Quando bisogna rispondere alla vocazione del Signore?

Chi sente la vocazione alla vita religiosa, deve rispondere il più presto possibile, come insegnano i santi. Il nemico del genere umano (cioè il diavolo) quando si accorge che una persona è attratta dalla vita consacrata, cerca di fargli cambiare idea in ogni modo. Tra le tentazioni principali che attua, vi è quella di convincere il giovane “chiamato” a ritardare l'entrata in monastero, e nel frattempo tentarlo senza tregue per farlo cadere in peccato (soprattutto nei peccati turpi), fino a quando il tizio non avrà perso la vocazione.

Se un giovane con la vocazione ha un serio impedimento (ad esempio deve accudire i genitori malati), in questo caso è giustificato dal ritardare l'entrata in convento. Ma se non ha una vera giustificazione, per quale motivo continuare a restare nel mondo? Celebri Dottori della Chiesa come San Tommaso d'Aquino o Sant'Alfonso Maria de Liguori, affermano che bisogna rispondere con prontezza alla vocazione divina, poiché altrimenti il Signore potrebbe ritirare la chiamata del giovane che indugia. Guai se uno perde la vocazione! Santa Teresa di Lisieux preferì rinunciare a un viaggio in Terra Santa pur di non rimandare di poche settimane l'entrata nel monastero di clausura. Chissà, non possiamo escludere che se avesse fatto quel viaggio forse avrebbe perso la vocazione e si sarebbe miseramente dannata. Quanti giovani hanno perso la vocazione per aver rimandato l'entrata in convento, e hanno vissuto in maniera scellerata il resto della loro vita!

Se un ragazzo o una ragazza sente attrazione per la vita consacrata, deve scrivere o contattare in altro modo qualche monastero di stretta osservanza per poter fare un ritiro spirituale al fine di accertare la vocazione. Una volta accertata la chiamata del Signore, non deve indugiare, ma gli è appena possibile deve adempiere la vocazione. Perché mettersi nei guai inutilmente indugiando senza giustificato motivo? Nel mondo ci sono tanti pericoli per l'anima, sarebbe insensato voler restare nel secolo pur avendo la vocazione. Chissà se questo non è l'ultimo appello per qualcuno che indugia da troppo tempo.
 

martedì 12 ottobre 2010

l’idea di messa di padre Pio

Padre Pio e la messa
di Francesco Agnoli

Chi oggi visita san Giovanni Rotondo fa un po’ di fatica a ritrovare lo spirito del santo, padre Pio, che vi visse lasciando una impronta fortissima sulla gente e sul territorio. Perché è anzitutto sopraffatto da una mastodontica costruzione pagana, la chiesa nuova, progettata dalla star Renzo Piano, senza un benché minimo afflato religioso (ma con notevole spesa). Eppure i segni del passaggio del santo si trovano.

All’entrata del paese vi è infatti un ospedale immenso, gigantesco, certamente sproporzionato per il paese in cui sorge: è la “Casa sollievo della sofferenza”, che fu voluta proprio da padre Pio, e che è oggi all’avanguardia in molti campi della ricerca, in Italia e non solo. Attualmente il direttore scientifico è quell’Angelo Vescovi, insigne scienziato italiano noto nel mondo per le sue ricerche sulla cellule staminali, che ha più volte proclamato di essere un non credente, ma di condividere, da biologo, la posizione della Chiesa sugli embrioni umani. Il visitatore che arriva a san Giovanni Rotondo, alla destra del grande ospedale citato, trova subito, prima della nuova, la vecchia chiesa, ed in essa un confessionale di legno in cui il santo passava gran parte del suo tempo, pregando e incontrando anime assetate, affrante, disperate o felicemente pentite, in cerca di una direzione spirituale…

Quello che manca è un bel colpo d’occhio dell’altare, su cui padre Pio celebrava la sua celebre messa. Eppure Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro recente volume, “L’ultima messa di padre Pio. L’anima segreta del santo delle stigmate” (Piemme), mettono in luce come proprio la Messa fosse il cuore della spiritualità del santo pugliese. Era lì, in quelle celebrazioni a volte lunghissime, in cui si perdeva in estasi divine, che padre Pio trovava la forza per confessare, per sostenere le tribolazione altrui e quelle della sua vita, causate anche dagli stessi confratelli o dall’accanimento, contro di lui, di alcuni membri della gerarchia (cui egli rimase però sempre obbediente e devoto).

Palmaro e Gnocchi, che hanno avuto occasione di accedere, oltre che al materiale già noto, anche ad archivi sino ad ora inesplorati e preziosi, portano il lettore a penetrare nella spiritualità del santo che portò nel suo corpo, per ben cinquant’anni, le stigmate. Cioè i segni della passione di Cristo. Proprio la sua sofferenza, il suo essere anche fisicamente un altro Cristo, il suo sacrificarsi ogni giorno per la salvezza dell’umanità, hanno fatto di padre Pio il santo che da una parte volle a tutti i costi lenire i dolori di tanti malati, facendo costruire la “Casa del sollievo della sofferenza”, dall’altra il sacerdote che forse più di ogni altro ha penetrato in profondità il senso della messa, intesa non come semplice memoriale, né come mera mensa, ma anche come rinnovazione incruenta del sacrificio della croce.

Mentre celebrava l’Eucaristia, padre Pio saliva veramente, in modo miracoloso, sul Calvario, partecipando nella sua carne ai patimenti di Cristo, e offrendoli per l’umanità. Egli era solito sostenere che “il mondo può stare anche senza il sole, ma non senza la santa messa”, per ricordare ai fedeli che solo il sangue di Cristo lava le nostre colpe, e che prendendo ogni giorno la sua croce, con fiducia, il cristiano diviene veramente seguace del suo maestro. Chi osservi oggi qualche fotografia di padre Pio mentre celebrava, noterà senz’altro lo sguardo dolce e concentrato, serenamente estatico e pieno di tenerezza, con cui il santo guardava l’ostia e il calice. Oggi, sostengono Palmaro e Gnocchi, l’idea di messa di padre Pio è andata in gran parte perduta: alla vita intima dello spirito, alla liturgia divina, all’idea che è Cristo che salva l’uomo salendo sulla croce, molta teologia e molta prassi degli ultimi decenni hanno contrapposto la concezione secondo cui il sacerdote altro non è che un presidente d’assemblea, un organizzatore, un uomo che, come i pastori protestanti, guida la comunità nel ricordo dell’ultima cena, attraverso le letture sacre.

Questo, ovviamente, ha portato ad uno scadimento della liturgia, ad una desacralizzazione della messa, che ha perso spesso la sua capacità di manifestare il divino. I due autori notano inoltre che la morte del santo si colloca nel 1968, epoca di grande crisi della fede e della società. Padre Pio può allora essere visto dal credente come un crocifisso che carica su di sé il male del mondo, come una barriera che si oppone al dilagare del male con la forza della sua santità. Alla sua morte, però, la catastrofe travolge l’Occidente: droga, immoralità, piombo ed odio uccideranno anime e corpi e all’umanità assetata verranno proposti nuovi idoli, mentre verrà tolto un segno divino che aveva parlato a milioni di persone e che con la sua storia continua a ricordare ai credenti che per i nostri tempi Dio aveva scelto un santo sofferente, confessante, orante.

da il "Il Foglio" del 7/10/2010

lunedì 11 ottobre 2010

Mons. Fellay intervistato da "La Porte Latine"




Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X dal 1994, ha voluto concederci un’intervista esclusiva in occasione dei 40 anni dalla fondazione dell’opera di restaurazione iniziata da Mons. Marcel Lefebvre.
Come sua abitudine, Monsignore ha risposto alle nostre domande con formulazioni brevi e precise, ove ogni parola ha la sua importanza.
Voglia egli ricevere l’espressione dei nostri calorosi e rispettosi ringraziamenti per questa intervista e per il maggior lavoro che essa gli ha procurato.


La Porte Latine – Quarant’anni fa, il 1 novembre 1970, Mons. Lefebvre faceva riconoscere dal vescovo di Friburgo la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Come considera questi quattro decenni?

Mons. Fellay – Questi quarant’anni rimarranno nella storia della Chiesa come un periodo doloroso di decadenza, di perdita di influenza sul mondo contemporaneo e sulle nazioni. Indubbiamente è difficile fare un bilancio del tempo in cui si vive, ma non vedo come si possa fare a meno di esprimere un giudizio negativo. In questo contesto, la nostra piccola opera appare come un raggio di luce in mezzo alle tenebre, un'oasi nel deserto, una piccola zattera in pieno naufragio. Per noi, sono tempi indimenticabili e assai fantastici, certo cosparsi di lacrime e di prove, ma in cui domina la gioia.

La Porte Latine – A metà strada di questi quarant’anni, si sono verificati due grandi avvenimenti nella storia della Fraternità: le consacrazioni episcopali nel 1988 e la sparizione di Mons. Lefebvre nel 1991. Vi è quindi stato un prima e un dopo. Si tratta di due periodi da opporre?

Mons. Fellay – Io non vi vedo due periodi, ma una continuità. La nostra cura a rimanere fedeli alle linee forniteci dal nostro venerato fondatore ha svolto probabilmente un qualche ruolo. Del pari, il fatto che le circostanze esteriori siano rimaste, anch’esse, quasi le stesse, ha contribuito enormemente a questa continuità. Nulla ci obbliga o ci spinge ad agire in maniera diversa: al contrario, i giudizi di Mons. Lefebvre erano così profondi che rimangono perfettamente validi. E questo è del tutto rimarchevole!

La Porte Latine – La Fraternità è un’opera che si stabilizza oppure vi sono dei nuovi apostolati che continuano ad aprirsi attraverso il mondo?

Mons. Fellay – Lo sviluppo non è folgorante, per mancanza di sacerdoti. Ma è notevole per alcuni passi avanti, soprattutto nei paesi di missione. Attualmente, l’Africa ci chiama da posti diversi e noi abbiamo della difficoltà a rispondere, poiché non abbiamo tanti operai per la messe. È anche certo che se avessimo più sacerdoti a disposizione potremmo conoscere degli ampliamenti prodigiosi in Asia. Ma peraltro, occorre sottolineare lo sviluppo interno delle opere già esistenti, che è molto costante.

La Porte Latine – Tutti questi anni costituiscono anche un tempo di carità spirituale, vissuta con delle comunità religiose che hanno accompagnato l’ideale di restaurazione della Fraternità. Come accoglie tale sostegno?

Mons. Fellay – Lo riceviamo e lo diamo. Questo mutuo sostegno delle opere tradizionali è molto confortante. In una situazione di quasi persecuzione come la nostra, questa intesa tra noi è vitale.

La Porte Latine – Al tempo stesso, questi quarant’anni sono stati cosparsi da difficoltà note a tutti. Certi sacerdoti, talvolta figure importanti, certi religiosi o fedeli, alcuni con uno strappo, altri per stanchezza, hanno smesso di sostenere la Fraternità. Come bisogna valutare queste separazioni?

Mons. Fellay – Una delle immagini migliori per illustrare la sua domanda sarebbe quella della guerra, o di un assalto durante il quale gli uomini cadono sotto il fuoco a destra e a manca, eppure non c’è altra scelta che continuare nell’assalto. Vi è un aspetto estremamente duro nella guerra, la nostra epoca è senza misericordia per chi cade. La sofferenza è grande tanto per quelli che ci lasciano quanto per noi che li vediamo partire senza modo di trattenerli.

La Porte Latine – Esistono nel contempo dei sacerdoti e delle comunità religiose che, comprendendo il ruolo della Fraternità per la Chiesa, si mettono in contatto con voi?

Mons. Fellay - Sì, abbiamo anche questa consolazione. Non passa un mese senza che alla nostra porta bussi, qui un seminarista, là un sacerdote o un religioso. Qualche volta si tratta di un semplice contatto, altre volte si tratta di un passo decisivo verso di noi. Vi sono anche, ma è più raro, dei vescovi e delle intere congregazioni che ci manifestano la loro simpatia o anche più.

La Porte Latine – Viaggiando in tutti i continenti, Lei sentirà parlare della Fraternità e di Mons. Lefebvre nei modi più diversi. Il fondatore e la sua opera sono sempre oggetto di un certo sospetto o le cose sono cambiate dal 1970?

Mons. Fellay – Non v’è stata una vera evoluzione, a parte alcune eccezioni. Mi sembra che sia sorprendente constatare che, nel mondo intero, la Fraternità viene ricevuta quasi alla stessa maniera, e cioè vilipesa dalla grande maggioranza dei vescovi e apprezzata da un piccolo gregge di anime che vogliono rimanere fedeli. Io credo che si tratti di una buona illustrazione dell’estensione della crisi e della sua profonda unità di natura.

La Porte Latine – Percepisce anche dei cambiamenti a Roma? L’attività dell’opera di Mons. Lefebvre ha avuto un effetto sugli alti organi della Chiesa?

Mons. Fellay – A Roma, un certo cambiamento nei nostri confronti lo si nota, benché non abbia ancora un grande effetto. Mi sembra che il nostro lavoro sia apprezzato da certuni, mentre è detestato da altri. Le reazioni nei nostri confronti sono molto contrastanti. Si vede bene che vi sono due ambiti, uno favorevole e l’altro ostile, cosa che rende le relazioni molto difficili, poiché ci si chiede sempre chi avrà l’ultima parola. Tuttavia, resta il fatto che coloro che vogliono essere fedeli al Papa ci considerano con rispetto e si aspettano molto da noi per la Chiesa. Ma da qui a vedere degli effetti concreti, bisognerà pazientare ancora!

La Porte Latine – Quarant’anni sono, ad un tempo, molto pochi, eppure molto lunghi per un gran numero di fedeli che non hanno alcun ricordo del Vaticano II. Non si rischia, via via che ci si allontana dal Concilio, di vivere su un certo adagiarsi, tra sacerdoti o fedeli che si accontentano della nostra situazione?

Mons. Fellay – Indubbiamente, esiste il pericolo di appartarsi in una certa autonomia pratica. Una gran parte di questa attitudine dev’essere attribuita alla situazione in cui ci troviamo, quella di una Tradizione rigettata. È per questo che cerchiamo di allargare la visuale e l’attenzione dei fedeli parlando loro della Chiesa e di Roma. È molto importante conservare uno spirito romano. Il nostro attaccamento a Roma non dev’essere simbolico, ma molto concreto. Questa situazione è anche una prova per la nostra fede nella Chiesa.

La Porte Latine – Un anno fa sono iniziati i colloqui dottrinali tra gli esperti della Santa Sede e della Fraternità. Sappiamo bene che una grande discrezione circonda queste relazioni e che molti fedeli pregano per una riuscita felice. Senza parlare dell’argomento di fondo, ci si deve attendere prossimamente uno scacco ineluttabile o, al contrario, una incontestabile restaurazione?

Mons. Fellay - Visto l’andamento di questi colloqui, io non penso che sfoceranno in una brusca rottura o in una repentina soluzione. Si scontrano due mentalità, ma la volontà di stabilire una discussione – a livello teologico – è molto reale. È per questo che, seppure lo sviluppo rischia di essere lungo, i frutti potrebbero essere quanto meno promettenti.

La Porte Latine – Da questi colloqui, bisogna attendersi una ferma condanna del Concilio da parte di Roma oppure bisognerà infine accettare il Concilio senza recalcitrare? Come immaginare l’uscita da una tale crisi magisteriale?

Mons. Fellay – Mi sembra che se un giorno arriverà una condanna del Concilio, non sarà domani. Si delinea molto chiaramente una volontà di correzione dell’attuale situazione. Sullo stato presente della Chiesa, particolarmente grave, i nostri giudizi si incontrano in diversi punti, tanto sulla dottrina quanto sulla morale e la disciplina. Tuttavia la tendenza dominante a Roma consiste sempre nell’esonerare il Concilio: non si vuole risalire fino al Concilio, si cercano altre cause, ma soprattutto si esclude il Concilio! Vista la psicologia corrente, sembra che sarebbe più facile superarlo ricordando molto semplicemente l’insegnamento irrefutabile della Chiesa, lasciando a più tardi la condanna diretta. Io credo che nell’attuale contesto una condanna sarebbe semplicemente incompresa.

La Porte Latine – In una recente opera, Concilio ecumenico Vaticano II, un discorso da fare, un teologo romano, Mons. Gherardini, ha delineato un quadro assai allarmante della Chiesa. Egli lascia intendere che una lettura del Concilio nella continuità con la Tradizione non è cosa chiaramente scontata e lancia un appello solenne al Papa perché si effettui un grande lavoro di chiarificazione magisteriale. Come si deve accogliere questo scritto?

Mons. Fellay – Non bisogna considerarlo uno scritto che viene da noi o che sarebbe destinato a noi. No, esso è diretto ai cattolici in genere e alla Gerarchia in carica. Considerata in questa prospettiva, quest’opera riveste una grande importanza, poiché introduce una messa in questione del Concilio così com’è stato ricevuto. Si tocca un tabù. Quando lo facciamo noi, scateniamo nei nostri interlocutori un moto di difesa che blocca ogni discussione. Ma quando il colpo parte dall’interno, esso mette in questione molte cose. Ne ricavo che questo libro è oggettivamente importante e che potrebbe essere una delle scintille suscettibili di scatenare un grande incendio.

La Porte Latine – Vi è un messaggio preciso che vorrebbe indirizzare ai sacerdoti e ai fedeli della Fraternità in Francia?

Mons. Fellay – In occasione dei nostri quarant’anni, la fedeltà! Fedeltà, garanzia del futuro. Fedeltà nelle piccole cose, garanzia di fedeltà nelle grandi. E soprattutto non scoraggiarsi se la battaglia dovrà ancora continuare per molto tempo, che è quello che tutto lascia presagire; al contrario, occorre rincorarsi per avanzare nell’opera di restaurazione della Chiesa.

+ Mons. Bernard Fellay
Menzingen, 7 ottobre 2010
Festa di Maria Santissima del Santo Rosario


"I segreti di Fatima" su Rai Storia

Segnaliamo il bel documentario su "I segreti di Fatima" andato in onda su Rai Storia martedì scorso 5 ottobre:

Il racconto dei segreti di Fatima. La storia, l’origine e le vicende di un mistero della Fede e non solo. Fra gli intervistati Cardinale Tarcisio Bertone Segretario di Stato Vaticano, Padre Jose Dos Santos Valinho nipote di Suor Lucia e Giancarlo Zizola giornalista e scrittore. Un percorso che conduce ad una sola domanda: quello rivelato è davvero il testo del terzo segreto di Fatima? Un segreto che ha attraversato 8 pontificati e quasi un secolo di storia. Un enigma che racchiude tragedie passate e future e che non finisce di creare tensioni, misteri e inquietudini. Ma per tentare di capire questa incredibile storia facciamo un passo indietro per ricostruire cosa accadde in quel 13 maggio del 1917 in uno sperduto villaggio portoghese di nome Fatima. Tre bambini, tre pastorelli portoghesi analfabeti: Lucia di 10 anni e i suoi cugini, Francesco di 9 e Giacinta di appena 7 anni. Sono loro i depositari del segreto dei segreti, i custodi della profezia forse più importante della storia della Chiesa. È il 13 maggio 1917 quando la loro vita cambia per sempre

giornata della tradizione a Verbania

domenica 10 ottobre 2010

ritorna la tiara


Abbiamo visto tutti, dalle riprese TV dell’Angelus di oggi domenica 10 ottobre 2010 , come lo “stratum” di velluto della finestra papale del Palazzo Apostolico reca , da oggi, il nuovo artistico stemma del Papa ( la cui immagine è riprodotta)  donato da un fedele  in occasione del 5° anniversario dell’elezione di Benedetto XVI . Qui di seguito pubblichiamo il Comunicato Stampa dell’azienda Ars Regia che lo ha realizzato:

COMUNICATO STAMPA
Il nuovo stemma papale di Benedetto XVI

Ferrara, 10 Ottobre 2010 – Nel corso della recita dell’Angelus di oggi, domenica 10 Ottobre, si è potuto ammirare per la prima volta il nuovo stemma papale del Santo Padre Benedetto XVI, ornato della tiara secondo l’antico uso.
Questo stemma, interamente ricamato a mano, è stato realizzato dall’atelier ferrarese di paramenti sacri Ars Regia e ripropone lo scudo con gli emblemi del Pontefice e il Pallio ornato di croci rosse.  La parte esterna dello scudo è invece ispirata allo stemma di papa Barberini che si può vedere sui pilastri del Baldacchino berniniano nella Basilica Vaticana.
La differenza rispetto al modello precedente – che alcuni attribuiscono al Cardinal Montezemolo – è che questo stemma reca nuovamente il triregno – la triplice corona del Sommo Pontefice – anziché la mitria, ripristinando l’antico uso, cui non aveva rinunciato nemmeno Giovanni Paolo II. L’innovazione della mitria a tre fasce, che aveva creato qualche perplessità negli esperti d’araldica, si affianca alla foggia tradizionale.
Pietro Siffi, titolare di Ars Regia, commenta: «Altri stemmi con la tiara erano stati da noi realizzati per alcuni paramenti indossati da Benedetto XVI sin dall’Avvento del 2007. Anche il parato pontificale che fu usato per l’inaugurazione dell’Anno Paolino ha tutte le vesti liturgiche con lo stemma papale ornato di tiara».
A quanti attribuiscono a questo nuovo stemma una valenza ideologica, Pietro Siffi replica: «Gli stemmi degli Abati, dei Protonotari, dei Vescovi, degli Arcivescovi e dei Cardinali che si vedono sui portali delle Cattedrali e delle Curie di tutto il mondo recano il galèro, un antico copricapo con fiocchi che ora è caduto in disuso; ma nessuno ha mai tolto il galèro dallo stemma dei Prelati, così come nessuno ha tolto l’elmo o la corona dallo stemma dei nobili e dei sovrani. Anche il Papa non usa la tiara, ma essa rimane nel suo stemma».

http://www.rinascimentosacro.org/

giovedì 7 ottobre 2010

lepanto

Lepanto 1571: la battaglia che salvò l’Europa
di Alessandro Ortenzi

PREMESSA

Poitiers, Lepanto e Vienna. Tre grandi vittorie, splendide e sanguinose. Tre vittorie dell'Occidente, tre vittorie della Cristianità. Tre vittorie contro un mondo di volta in volta arabo o musulmano, ferocemente aggressivo, ma anche giovane, forte e spavaldo. Un mondo però che ogni volta, e proprio nel cuore dell'Europa, si è infranto contro il valore degli Europei, decisi a non cedere la propria terra fino all'estremo sacrificio. Europei ancora in possesso di amore per la propria terra, di Fede, di istituzioni politiche e religiose che non li avevano abbandonati, come da troppo tempo accade oggi. Istituzioni che li spronavano anzi, con Re, Papi e Imperatori. Un Europa, in tre epoche distanti tra loro anche mille anni, nella quale gli Europei accorsero volontariamente, popolo e signori, a difendere la propria civiltà e la propria Religione. Un'epoca nella quale la Cristianità non confondeva ancora la Carità, una virtù Teologale, con una solidarietà che ne è oggi la caricatura: rifugio sentimentale di chi è disposto a sacrificare la propria civiltà per un egoistico bisogno di apparir buono a sé stesso. Un'epoca nella quale gli intrighi politici, per quanto spietati e interessati come lo sono oggi, trovavano un limite in un sistema di valori superiori, di fronte ai quali ogni sacrificio veniva accettato con entusiasmo. L'Europa difendeva il suo modello di civiltà, si direbbe oggi. Sì, ma difendeva anche il suo sangue, le sue chiese, le sue monarchie e repubbliche. Forse non siamo meno coraggiosi dei nostri avi, auguriamocelo almeno. Ma abbiamo perso ogni riferimento a qualsiasi cosa di superiore, abbiamo smarrito il senso di appartenenza a un popolo, ne abbiamo smarrito il giusto orgoglio. Abbiamo smarrito il normale senso di vivere la religione, abituati da secoli di propaganda illuminista e peggio a ritenere la Fede un relitto del Medioevo. Né siamo più capaci di pensarci membri di una comunità. Una vera comunità, con delle radici e una storia che abbiano plasmato noi e che ci vive accanto facendoci amare gli uni gli altri, perché questi riconosciamo simili a noi, perché in essi vediamo noi stessi, i nostri figli e i nostri genitori. L'Occidente di oggi conosce solo disanimate comunità indotte dall'ideologia, tanto più vaste quanto insulse, dove ognuno, prigioniero dell'incomunicabilità cui è costretto, si ripiega su sé stesso. Solo e individualista come la dimensione della vita al giorno d'oggi. Però abbiamo il libero mercato: la libertà di vendere e comprare qualunque cosa a chiunque e da chiunque. La libertà di dimenticare storia, tradizioni e religioni per costellare le nostre città di orribili negozi tutti uguali, di essere condannati a vedere i nostri soldi aumentare o diminuire di valore a seconda di quel che accade alla Borsa di New York, o Tokio o chissà dove. Abbiamo persino letto dei sacerdoti chiamare alla difesa d'Europa in nome della difesa del libero mercato. La battaglia dell'Occidente deve quindi essere una battaglia contro sé stesso o contro chi lo ha ridotto in questo modo. Bisogna riempire il vuoto delle nostre anime coi valori della Tradizione … l'Islam, oggi come oggi, è forte perché ha più valori di noi. Non si accorre a Poitiers, a Lepanto o sotto le mura di Vienna per il libero mercato, né per gli interessi delle multinazionali. Sono necessari coraggio e un amore tanto più profondo quanto più disinteressato. Carlo Martello, San Pio V, Prinz Eugen ne sono gli eroici simboli; ma dietro di sé, essi ebbero tutta la Fede e il Sangue della Nostra Europa.
Per riempire i ranghi delle loro file servono questi valori.

LEPANTO 1571

Fra i molti dipinti di Paolo Veronese che vi sono a Venezia nelle Gallerie dell'Accademia, ve n'è uno che raffigura, in alto, sopra una cortina di nuvole, San Pietro, San Rocco, Santa Giustina e San Marco che implorano la Vergine affinché conceda la vittoria alla flotta che è raffigurata al disotto, mentre combatte con delle navi turche, contro le quali un angelo lancia delle frecce incendiarie. Questo dipinto era un tempo a Murano, a sinistra dell'altare del Rosario nel Duomo e, dipinto probabilmente nel 1572, era un ex-voto, che Veronese dipinse per Pietro Giustinian, l'anziano membro del Maggior Consiglio che da quella battaglia era tornato vittorioso. 430 anni orsono, all'alba del 7 di ottobre 1571, la flotta della Lega Cristiana entrava nel Golfo di Patrasso. Dopo 4 ore di furiosi combattimenti, di terribili corpo a corpo combattuti sui ponti delle imbarcazioni, le navi cattoliche avrebbero colto quella vittoria per la quale i turchi sarebbero stati esclusi per sempre dal Mediterraneo occidentale.

TURCHI A CIPRO

La guerra era stata dichiarata a Venezia dai Turchi all'inizio dell'anno precedente: ma all'intimazione di abbandonare Cipro, la Serenissima aveva risposto con un netto rifiuto. La resistenza veneziana, sotto il comando di Nicolò Dandolo, fu tenace, ma non fu possibile evitare lo sbarco e, nonostante le fortificazioni di Nicosia, ancora oggi visibili, fossero appena state innalzate, e la lunga ed eroica difesa sostenuta soprattutto da Romagnoli e Marchigiani, la città fu presa il 9 settembre 1570.

IN HOC SIGNO VINCES

La minaccia turca era stata chiaramente compresa in tutta la sua gravità da uno dei più grandi Papi che la storia della Chiesa ricordi: San Pio V. Egli si era messo all'opera già all'indomani della dichiarazione di guerra turca, e non tralasciò nulla per creare quell'alleanza di principi e uomini cristiani che sbarrò la strada agli Ottomani. Nacque così la prima Lega Cristiana a capo della quale il Papa pose il già famoso Marcantonio Colonna Duca di Paliano, che l'11 giugno 1570 ricevette dalle sue mani la nomina a Prefetto e Capitano Generale insieme con lo stendardo raffigurante sul fondo di Damasco rosso il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo; in alto il motto In hoc signo vinces. Si trattava ora di convincere a soccorrere Venezia le altre potenze dell'epoca e in particolare Filippo II, i cui interessi fatalmente contrastavano con quelli di Venezia, che era di fatto l'unico stato libero della penisola. Egli possedeva infatti i reami di Na poli, Sicilia e Sardegna e controllava Genova, il Piemonte e la Toscana. Gli Interessi di Spagna e Venezia collidevano in particolare in Lombardia. Qui Milano, Lodi, Como e Pavia erano in mano a Filippo, mentre Bergamo e Brescia, con Vicenza e Verona, erano domini veneziani. Il Re di Spagna tratteneva così Toscana, Genova e il ducato di Savoia dall'intervenire. E' singolare che questo compito toccasse a un Papa che molto meno di tanti altri ebbe interesse a assumere impegni militari, a dimostrazione del fatto che quando la necessità lo impone, alla preghiera e al digiuno possono essere uniti i cannoni.

UN PAPA VOLUTO DA SAN CARLO

Il conclave nel quale era stato eletto, che fu il capolavoro diplomatico di San Carlo Borromeo, ebbe luogo nel 1565, l'anno al quale si possono far risalire gli antefatti di Lepanto. Turchi e barbareschi si gettarono in quell'anno su Malta per scacciarne, come già avevano fatto da Rodi, i Cavalieri dell'Ordine Ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme, che avevano di recente ottenuto l'isola da Carlo V. 500 navi e 50.000 uomini, tra giannizzeri della guardia e corsari di Dorghut Pascià, il leggendario corsaro che perse la vita decapitato da una palla di cannone, assalirono Malta. 700 Ospitalieri, sostenuti da una sprovveduta ma tenace popolazione, riuscirono a resistere fino all'arrivo delle navi spagnole che costrinsero i Turchi a togliere l'assedio. L'anno seguente però, Genova perdette l'isola di Chio: le chiare intenzioni ottomane erano a questo punto evidenti e l'attacco a Cipro ne fu la logica conseguenza. Pio V non risparmiò alcuna energia per dar vita a quella Lega che infine comprese, oltre naturalmente a Venezia, che sostenne anche lo sforzo maggiore, la Spagna di Filippo II, la Repubblica di Genova, il ducato di Savoia, gli Uomini Neri, come erano chiamati dai Turchi gli Ospitalieri di San Giovanni, e il Granducato di Toscana, con in particolare i Cavalieri del Sacro Militare Ordine Marittimo di Santo Stefano Papa e Martire.

UOMINI NERI CONTRO PIRATI

L'ordine che era stato creato da Cosimo I de' Medici, proprio per combattere la pirateria nel Tirreno, è autore, in questo e nel secolo successivo, di straordinarie imprese in tutto il Mediterraneo. Infine Lucca, Mantova, Parma, Urbino e Ferrara. Il 5 agosto 1571 cadde l'ultimo baluardo veneziano a Cipro: Famagosta. Il generale Marcantonio Bragadin, che ne era capitano, l'aveva difesa disperatamente per mesi. Ingannato da Alì Pascià, che gli aveva concesso una resa con onore, una volta consegnata la città fu preso e gli furono mozzati naso e orecchie. Fu quindi torturato per 11 giorni e infine scuoiato vivo il 17 agosto, sulla Piazza di Famagosta, mentre la splendida cattedrale gotica di San Nicolò era trasformata in moschea. La sua pelle fu riempita di paglia e trasportata a Costantinopoli. L'urna che la contiene si trova a Venezia, nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, il Pantheon delle glorie della Serenissima, dove giunse nel 1596 dopo essere stata avventurosamente trafugata dall'arsenale di Costantinopoli.

LA CRISTIANITÀ TUTTA UNITA

Le navi cristiane si riunivano nel frattempo a Messina. Erano 208 galere, vale a dire vascelli a remi e a vela armati con artiglieria pesante sulla piattaforma anteriore e leggera sui fianchi. Il grosso della flotta era costituito dalla squadra veneziana: 105 vascelli al comando del vecchio generale da mar Sebastiano Venier; quindi la squadra di Filippo II Re di Spagna, comandata da Gian Andrea Doria, con 81 navi di cui 14 spagnole; la squadra pontificia schierava 12 navi ed il suo generale Marcantonio Colonna Duca di Paliano era vice comandante dell'intero schieramento. Tre navi erano genovesi, tre dei Cavalieri di Malta e tre addirittura del Ducato di Savoia. Comandante generale era Don Giovanni d'Austria, fratello del Re di Spagna, che aveva ricevuto a Napoli dalla mani del Cardinal Granuela il bastone del comando e il nuovo stendardo: un ricco drappo di seta cremisina con l'immagine del Redentore in croce. Complessivamente 50.000 soldati, archibugieri e corsaletti, e 13.000 marinai. Fra loro anche corsi, tedeschi e 6000 valloni, l'eroico popolo pronto in ogni epoca a difendere l'Europa dai suoi nemici. Le forze cattoliche avevano soprattutto 1800 cannoni, i quali fecero la differenza coi 750 dei Turchi, poco superiori per il numero di navi e in grado di schierare un numero equivalente di uomini.

DUE FLOTTE CONTRO

Il 16 settembre l'Armata Cristiana usciva dal porto di Messina dirigendosi a Corfù. Qui ricevette la notizia che la flotta turca era entrata nel golfo di Lepanto. Si riprese il mare la notte sul 4 per fermarsi presso Cefalonia il 5. Trascorse il 6, finché verso le sette di sera la flotta turca uscì dal golfo. Le flotte si incontrarono all'imboccatura del golfo di Patrasso verso la prima ora di sole della domenica sette ottobre.Dopo mezzogiorno Doria girò il bordo al largo dando l'impressione di fuggire. Al tiro che gli fu rivolto rispose Don Giovanni col cannone di corsia accettando così la battaglia. Furono abbassate tutte le bandiere dei Principi e dei Capitani, tranne quella di Colonna, mentre la Reale spiegò il grande stendardo della Lega e quello della Beata Vergine. Don Giovanni percorse la linea della battaglia, quindi, suonate le trombe, si diede a danzare di gioia sul ponte della Reale. Intanto Gesuiti, Domenicani, Francescani e quanti Preti erano presenti sulle galee, benedicevano le armi cristiane. Più tardi molti di loro le avrebbero a propria volta furiosamente impugnate. I turchi si gettarono sulle navi cristiane mal governando l'artiglieria; intanto la capitana del Papa investì quella turca, mentre era a sua volta investita da quella del Pascià Pertaù. In un indescrivibile furore, mentre la battaglia pareva ormai più terrestre che navale, lo stendardo cristiano restavo intatto e non una sola freccia giungeva a lacerarlo. Don Giovanni e Colonna combatterono davanti a tutti per tre ore invadendo la reale turca. Infine giunsero 400 soldati freschi che irruppero per prua e per fianco. Alì Pascià fu ucciso, sterminati i giannizzeri e, scesa la mezzaluna, prendeva il vento lo stendardo di Gesù Crocifisso. All'ala sinistra era la squadra gialla, quella veneziana. Il loro valore si riassume in quello di Agostino Barbarigo che li capitanava. Ricevuta ben presto una freccia nell'occhio destro, non abbandonò il ponte, e tra i tormenti della ferita mortale continuò a dirigere le operazioni finché 54 delle 56 navi che lo avevano attaccato non furono prese. Scese allora dal ponte e, strappatasi di sua mano la freccia dall'occhio, dopo aver avuto notizia della vittoria, morì rendendo grazie a Dio. All'ala destra Andrea Doria continuava a rifiutare il combattimento. La galea Fiorenza e la San Giovanni del Papa lo abbandonarono e si volsero insieme contro il nemico sostenendo insieme alla squadra azzurra l'assalto di Uluds Alì. Numerosi morirono i cristiani ma le sorti generali della battaglia erano decise. La capitana di Malta fu presa da Alì, il Pascià calabrese di Algeri, che fece sgozzare sul ponte 36 cavalieri, mentre quasi tutti i Cavalieri di S. Stefano morirono sulla Fiorenza del Papa.

QUATTRO ORE DI FUOCO

La battaglia era durata poco più di quattro ore. Erano morti 40.000 turchi e solo 25 galee furono salve. La potenza navale ottomana era finita per sempre. San Pio V, che aveva trascorso le ore della battaglia in preghiera dinanzi all'effigie della Madonna della Salute, nella Chiesa di S. Maria Maddalena, stabilì in segno di ringraziamento alla Vergine al 7 ottobre la festività di Santa Maria della Vittoria che fu estesa da Clemente XI a tutta la Cristianità e definitivamente fissata al 7 ottobre da Leone XIII.

PIO V, PAPA MILITE DELLA FEDE

Il clima di grande santità nel quale Michele Ghislieri, nel 1566, fu eletto Papa, fu quello delle costituzioni emanate da Pio IV: esse prevedevano la clausura assoluta e i 53 cardinali elettori la rispettarono pienamente. Fu San Carlo Borromeo a perorare particolarmente l'elezione di questo cardinale domenicano, che era stato recentemente sollevato dall'incarico di Inquisitore generale. Dopo una parentesi come Vescovo di Mondovì, rimaneva a Roma, dove viveva solitario e penitente, allontanato dal Vaticano e malato al punto da essere prossimo a morire. Antonio Ghislieri era nato a Bosco, nel Ducato di Savoia, nella diocesi di Tortona, il 17 gennaio 1504. Entrò nel convento domenicano di Vigevano a soli 14 anni, per entrare nell'Ordine dei Frati Predicatori col nome di Michele. Si recò quindi allo Studio di Bologna, la vera patria da dove la sua famiglia era stata esiliata tre generazioni prima, dove in breve divenne Lettore di Logica, Filosofia e Teologia, Ordinato a 24 anni, predicò numerose Quaresime nel Capitolo Provinciale della Lombardia.Fu quindi chiamato al duro ufficio di Inquisitore, dapprima a Pavia e quindi a Como, dove, scomunicato il Vicario e il Capitolo, fu aggredito e si salvò a stento. Inquisì ancora il Vescovo di Bergamo, ma non volle mai deporre l'abito domenicano per paura d'esser riconoscibile come inquisitore. Giunse quindi a Roma come Commissario del Sant'Uffizio, rifiutò dapprima il vescovado, e fu eletto Cardinale col titolo di Santa Sabina e nome di Cardinale Alessandrino. Anche quando fu eletto Sommo Inquisitore perseverò con i consueti zelo e ostinazione, sempre vestito da frate tranne nelle occasioni pubbliche, quando vi era obbligato. Fu quindi acclamato come Sommo Pontefice, e incerto se accettare la tiara, gli fu miracolosamente suggerito di accettarla. I digiuni e la preghiera che gli erano abituali, si intensificarono. Si vestì degli abiti del Pontefice precedente, ma sempre con gli indumenti domenicani al di sotto. Dormiva solo alcune ore e su di un pagliericcio. Pellegrinava per le chiese di Roma, scalzo e a capo scoperto. Nel governo della Corte prescrisse la medesima austerità che usava con se stesso. Contro le eresie fu inflessibile e attivo: mandò milizie in Francia perché combattessero gli Ugonotti, e eventi miracolosi accompagnarono quelle lotte, scomunicò Elisabetta regina d'Inghilterra e prescrisse che gli Ebrei potessero risiedere esclusivamente a Roma. Aprì ancora numerose strade e costruì acquedotti, e insieme con le ordinanze per migliorare la moralità del popolo di Roma, istituì la Congregazione dell'Indice. Ma, oltre alla Lega Cristiana vittoriosa a Lepanto, applicando la riforma ecclesiastica secondo i canoni del Concilio di Trento, pubblicò nel 1568 quell'immutabile Missale Romanum, il più grande monumento che abbia lasciato, l'unico vero mezzo con cui celebrare il Sacrificio di Cristo. Morì il 1 maggio 1572, senza aver mai commesso un peccato mortale, come riportarono i suoi confessori. Beatificato da Clemente X, fu santificato nel 1710 da Clemente XI.

(Fonte: la Padania del 7 ottobre 2004)

mercoledì 6 ottobre 2010

Ci vuole molta preghiera per il Papa e per la Chiesa!


Intervista con il rev. Niklaus Pfluger, primo assistente della FSSPX.


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-Ha l'impressione che la FSSPX stia crescendo?

Certamente nel numero. L'apostolato nelle scuole e missioni è in crescita in tutto il mondo, oltre all'apostolato della parola stampata e della catechesi su internet. In alcune regioni, è in aumento il numero dei fedeli: gli Stati Uniti, Francia, Italia, Polonia, Asia e Africa. Negli ultimi due anni abbiamo avuto un numero di ordinazioni sacerdotali, che è superiore alla media. Infine, nuove case sono aperte ogni anno, il che significa che deve essere intensificata l'attività pastorale.

Una particolare crescita è proveniente dalle famiglie, vale a dire, bambini e giovani. Inoltre, dopo il Summorum Pontificum nel 2007, molti cattolici provengono dal Novus Ordo alla Tradizione e alla Messa tradizionale. Questo in particolare mi ha colpito in America, dove ho potuto visitare diverse cappelle in agosto. Ci sono anche singoli sacerdoti che hanno rinunziato alla celebrazione della nuova Messa per lavorare con noi.

La devastazione che è una conseguenza della crisi nella Chiesa e nella società cresce ogni anno. C'è quindi un campo più grande da lavorare per la FSSPX. Di conseguenza, abbiamo bisogno di più vocazioni sacerdotali e religiose, in particolare nelle missioni.


- Che mi dice della crescita in qualità?

Una evoluzione di tipo molto diverso è la crescente influenza della FSSPX sulla Chiesa universale. Questo non è solo il caso per molti sacerdoti giovani, conservatori, che hanno cominciato a celebrare la Messa Tridentina in tutto il mondo. Per loro, la FSSPX è un segno di speranza reale e fornisce stabilità nel caos teologico e pastorale odierno.

Le discussioni teologiche con Roma soprattutto mostrano che, dopo tutto, quale ne sia il motivo, il Papa ci prende sul serio. Cinque anni fa sarebbe stato impensabile discutere il Concilio ufficialmente o anche solo metterlo in questione. Roma sta facendo marcia indietro e sta cercando di fornire una nuova interpretazione al fine di salvare il salvabile del Concilio. Ciò che era incontrastato in passato improvvisamente deve essere giustificato: il Concilio e i suoi frutti presunti. Questa è una novità. Senza la FSSPX, ciò sarebbe stato impensabile fino a poco fa. La FSSPX è sempre stato una pietra d'inciampo. Ma ora dobbiamo essere presi sul serio e non è più possibile ignorarci.

Gli eventi degli ultimi mesi e soprattutto dello scorso anno, in Europa, mostrano che i vescovi modernisti non possono più ignorarci. Ora e allora alcuni di loro danno l'impressione di odiare noi e la Tradizione. Vale a dire, devono aver paura di noi. Che i media ci attacchino vilmente di tempo in tempo - penso alla trasmissione TV Les Infiltrés in Francia o alla campagna di stampa nel 2009 – è un'indicazione che essi non possono più ignorare la Tradizione; sono invece costretti a prenderci sul serio.

E, ultimo ma non meno importante: anche se normalmente non è menzionato, vi sono molti membri della FSSPX in tutto il mondo, religiosi e molti laici, che camminano con la grazia di Dio nella via della santità. Questo è un dono speciale di Dio al nostro tempo.

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- Alcuni hanno accusato la FSSPX di lavorare per un compromesso. Vede ragioni per tali paure?

Quelli sono timori senza fondamento. Sono principalmente le accuse da parte di persone esterne alla Fraternità, che credono di poter giudicare questioni interne della stessa. Sono paure che non testimoniano uno spirito di fede. Gli autori di tali insinuazioni – di solito vicini a idee sedevacantiste – semplicemente non vogliamo ammettere che qualcosa è cambiato.

Oppure semplicemente hanno un'idea sbagliata di come superare questa terribile crisi di fede. Essi pensano che la chiesa moderna ritornerà ad essere nuovamente cattolica in un solo giorno; è l'illusione che uno si addormenti da modernista e si risvegli cattolico. Se fosse così facile! Un ritorno all'ortodossia, una vera riforma, è un percorso lungo e arduo. Ci sono voluti decenni prima che i decreti di riforma del Concilio di Trento fossero applicati in qualche modo. Le regioni che si erano volte all'arianesimo sia in Occidente che in Oriente solo lentamente e gradualmente divennero nuovamente cattoliche.

La FSSPX non fa compromessi. Mons. Fellay non ha alcun piano segreto, strategia o politica per quanto riguarda la Fede nel trattare con Roma. Dobbiamo rispondere a una situazione nuova. Dobbiamo dire a questa "Chiesa conciliare": "Stop! Non è possibile continuare in questo modo. C'è un grosso problema nella Chiesa. Il Concilio è la ragione di questa apostasia e non la soluzione alla crisi." Alcuni vogliono ritirarsi in una sorta di ghetto, pensando di poter aspettare fino a quando la crisi sia finita. Questa non è una posizione cattolica; è piuttosto una debolezza della Fede. La luce deve essere posta su un lucernario e non deve essere nascosta sotto un moggio, dice il Signore nel discorso della montagna.

In realtà è solo una piccola minoranza di sacerdoti e fedeli che ha paura. La grande maggioranza ha fiducia nella direzione della FSSPX e nel Superiore Generale. Ai primi di luglio abbiamo avuto un incontro per diversi giorni tra tutti i superiori della FSSPX a Ecône. Dobbiamo ringraziare Dio per l'unità profonda della FSSPX in tutte le questioni essenziali. Questo non è facile in questi momenti tempestosi.

-Alcuni accusano la FSPX di essere "fondamentalista". Che cosa risponderebbe?

Il problema non è il fondamentalismo in sé, ma piuttosto da quale fonte trae i suoi principi e in quale direzione va. Un fondamentalista musulmano è, ovviamente, un problema perché dobbiamo temere attacchi terroristici. Un fondamentalista cristiano non è, di per sé, un problema perché la nostra religione è la religione dell'amore.

Ciò significa che il mondo moderno, cioè, il liberalismo, è lontano da Dio. Pertanto, essi devono giustificare loro principi e valori da se stessi. Ecco perché il mondo finisce lontano dal cristianesimo, lo combatte o, nel migliore dei casi, non lo comprende. Chiamano "fondamentalista" ciò che è fondamentale e radicale. Quando un cristiano lascia il suo fondamento, che è Cristo, non sarà come i fondamentalisti musulmani, ma piuttosto come sale che perde il suo sapore.

Il miglior esempio di questo "cristianità senza principi" sono molti cristiani moderni. Non è necessario lottare contro di loro, e non saranno perseguitati. Cadono dalla loro fede come foglie secche dall'albero. D'altro canto, cristiani convinti e missionari sono l'orgoglio della Chiesa. Li chiamiamo martiri, perché hanno dato testimonianza della loro fede in Cristo.

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-Vede segni che suggeriscono che Roma è alla ricerca di qualche tipo di restaurazione?

Chi o che cosa è Roma? Il Papa, la curia, i Cardinali, alcuni prelati? È difficile valutare; una distinzione è urgente. Possiamo giudicare le cose dall'esterno, dove vediamo segnali evidenti: il motu proprio sulla liberazione della Messa Tridentina, il ritiro della ridicola scomunica del 1988, la volontà del Papa di discutere questioni teologiche con noi. Tutto questo è insufficiente, certo, ma c'è ed è reale.

Anche se uno cerca — e non lo si dovrebbe mai fare - di ipotizzare recondite intenzioni del Papa, quello che ha fatto è evidente. L'attacco contro Benedetto XVI da parte di vescovi, dei media e perfino del Parlamento ha rivelato che il mondo non ha gradito quei passi. Anche il pur insufficiente documento Dominus Jesus circa l'unicità della Chiesa ha portato i vescovi ecumenici in Germania e Svizzera a schiumare di rabbia.

E c'è di più: il Papa ha lanciato un dibattito che è inarrestabile. Anche se le discussioni teologiche con noi finissero domani, anche se fosse irrogata una nuova scomunica contro la Tradizione, anche se non emergesse alcun risultato tangibile: il ritorno alla Tradizione è inarrestabile all'interno della Chiesa. Il danno che ha fatto questo Concilio è troppo grande. È come il "crepuscolo degli dèi": i sacerdoti e i cattolici di buona volontà che vogliono rimanere cattolici si avvicinano sempre di più alla Tradizione. Forse lentamente e non in grandi numeri, ma è costante ed inesorabile. I modernisti lo sanno e così anche il mondo. Ecco perché vediamo tali attacchi concentrati nei confronti del Papa e della Chiesa.

[..]

- È una coincidenza, o è il risultato degli sviluppi nella Chiesa, che i vescovi cattolici in molti paesi non prendano una posizione chiara in questioni di diritto naturale, come l'aborto o l'insegnamento cattolico in materia sessuale?

Talvolta questo errore può effettivamente essere una conseguenza di un atteggiamento modernista: una nuova fede genera una nuova morale. In realtà, essi sono da compiangere: la loro fede illuminata e moderna è così banale, debole e ridicola. Seguono un Gesù che non credono sia davvero resuscitato dai morti, che la tomba sia effettivamente vuota, e che Gesù sia il vero Dio! Una vecchia battuta mi torna alla mente: un gesuita chiama il Generale dei gesuiti e dice: "Ascolta, abbiamo trovato la tomba di Gesù, ma non è vuota". Segue un lungo silenzio. Alla fine, il Generale dice: "Vorresti dire che è esistito per davvero??".

Il tipo moderno di fede adattata è senza convinzione e potenza. Ma ci possono essere molti altri vescovi che semplicemente non hanno il coraggio di proclamare la verità. Il potere dei media e la paura dell'opinione pubblica sono maggiori della fedeltà a Cristo e dell'amore per la verità. Un noto critico del periodo post-conciliare, in Germania, prof. George May, ha detto "la spina dorsale della maggior parte dei Vescovi è come il tubo interno di una bicicletta". Ci vuole molta preghiera per il Papa e per la Chiesa!

martedì 5 ottobre 2010

speranze

Durante la Visita Apostolica a Palermo
i giovani ringraziano Papa Benedetto XVI per il dono del Summorum Pontificum


GRAZIE SANTO PADRE PER IL DONO DEL

domenica 3 ottobre 2010

bisogna contestualizzare!

Apprendiamo che per il Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, Mons. Rino Fisichella, per cercare di ammansire l'ira e lo sdegno dei cattolici contro il presidente del consiglio bestemmiatore, ha invitato a contestualizzare la cosa, vale a dire a tenere conto del contesto scherzoso in cui la bestemmia è stata proferita. Quindi dovremmo concludere che si può bestemmiare per ischerzo o almeno che non è così grave. Ora non si sa se è più grave bestemmiare o giustificare la bestemmia, ma quel che è certo che se si intende iniziare la nuova evangelizzazione con questi giustificazionismi penosi e scandalosi, siamo messi bene. Mons. Fisichella tende un po' troppo al giustificazionismo e pian piano ieri con il 5° comandamento (vedi il caso Recife) e ora con il 2° comandamento sembra che la nuova evangelizzazione voglia procedere all'abbattimento dei Comandamenti di Dio uno dopo l'altro come tanti birilli.
Nel caso della bestemmia non c'è nulla da contestualizzare o da giustificare. La bestemmia resta tale se pronunciata in pubblico, in privato, se pronunciata in mezzo a tanta gente o da soli, se pronunciata per odio contro Dio oppure alla fine di una barzelletta che fa ridere solo chi la racconta. 
A Mons. Fisichella ci permettiamo di ricordare quello che insegna il Magistero: "Insegnando l'esistenza di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della Sacra Scrittura. L'apostolo Paolo afferma in modo categorico: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio» (1 Cor 6,9-10). Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un'intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti «irrimediabilmente» cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: «Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant'Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?». Per questo, le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto «soggettivamente» onesto o difendibile come scelta" (Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis Splendor, n. 81).
E per quanto riguarda il Presidente del Consiglio prendiamo in prestito quanto ha detto quest'oggi  Papa Benedetto XVI a Palermo: «L’empio, colui che non agisce secondo Dio confida nel proprio potere, ma si appoggia su una realtà fragile e inconsistente, perciò si piegherà, è destinato a cadere».