mercoledì 19 ottobre 2011

una catastrofe antropologica

Chiesa di Santa Sofia a Nicea dove fu celebrato il Concilio
Finalmente un commento non banale ai fatti di sabato scorso a Roma. Troppo flebili e fuori bersaglio sono state le reazioni delle autorità ecclesiastiche preoccupate più dell'impatto mediatico delle immagini che del fatto in sé gravissimo. Ricordiamo di aver letto tra i canoni del Secondo Concilio di Nicea (787 d. C.) che "l'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l'immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto". Volgiamo in negativo il discorso e vediamo che quanto compiuto dall'iconoclasta è qualcosa di ben più di una semplice "offesa alla sensibilità dei credenti" come sostenuto del portavoce della Santa Sede, ma una vera e propria profanazione. Né si può dire, come è stato detto, che si può sperare non intendesse compiere un atto di tal fatta un tale che mentre si accaniva sull'immagine sacra bestemmiava. Del resto impressiona il fatto che tali disordini siano avvenuti nei pressi della Basilica Lateranense, basilica Papale per eccellenza, e della Scala Santa da molto tempo rinomato centro di esorcismi e di liberazione. Il diavolo ha battuto un colpo e gli uomini di Chiesa parlano d'altro....

 

 

 

Gettata in strada e calpestata

l’immagine della Madre di Dio

di Daniele Fazio


Il centro di Roma, il 15 ottobre 2011, giorno della manifestazione internazionale dei cosiddetti Indignados è stato oggetto di una guerriglia urbana devastante, che ha lasciato danni ingentissimi agli arredi urbani, ai palazzi istituzionali e alle proprietà private dei malcapitati cittadini. Per puro caso fortuito non c’è scappato
il morto, perchè i manifestanti o quanto meno, come si dice le frange estremiste di essi, non si sono mostrati affatto tolleranti e miti nei confronti soprattutto delle forze dell’ordine. Ha molto impressionato, poi, la profanazione della parrocchia romana dei Santi Marcellino e Pietro con la distruzione di un Crocifisso e della statua della Madonna di Lourdes (n.d.r. la statua profanata è una statua dell'Immacolata e non della Madonna di Lourdes) di via Labicana.
Sin dal momento in cui arrivavano notizie e le prime cruente immagini delle manifestazione il coro del dissenso da parte degli italiani – dai politici ai singoli cittadini – è stato unanime. Ma indignarsi delle violenze degli Indignados non basta, né tantomeno superficialmente possiamo fermaci alla distinzione tra manifestanti pacifici e black bloc violenti. Questi ultimi cattivi che hanno rovinato una espressione di dissenso giusta e ammirevole. Approfondire la questione significa scoprire che i cosiddetti Indignados sono il frutto ultimo della disgregazione del tessuto sociale e culturale dell’Occidente che allontanandosi dalle sue radici – filosofia greca, diritto romano, cristianesimo –ha perso non solo la fede religiosa, ma anche il retto vivere civile e ora si vuole sempre più attestare su posizioni anarchiche e nichiliste di rifiuto di ogni e qualsiasi autorità legittima, dalla Chiesa alle autorità temporali.
Gli eventi, ma ancora di più l’ideologia degli Indignados, illustrano bene quella che da diverso tempo viene definita catastrofe antropologica. Si è ad una svolta epocale. Siamo giunti alla fine di un percorso di dissolvimento che prevede il rifiuto della verità, la dittatura del relativismo e la guerra contro la distinzione tra bene e male. Ciò incide sul modo di concepire la natura dell’uomo, i suoli legami vitali, rendendolo animale impulsivo e irrazionale, sazio e disperato, tanto che da diverso tempo si parla di post-umano che ha nelle espressioni del mondo digitale il suo principale mezzo tecnico. Il movimento degli indignati, caotico e vuoto, ha come obbiettivo la protesta per la protesta, ragion per cui è facilmente infiltrabile da parte di agenti eversivi e criminali. Ma questo tipo di violenza viene chiamato e favorito proprio dalle idee di fondo che l’ “indignazionismo” presenta. Anche se non tutti gli Indignados sono violenti – ovviamente c’è sempre l’utile idiota e il cattolico confuso - l’ambiente che la loro ideologia genera è collaterale all’espressione della violenza. È nella banalità che il male trionfa.
Il nome Indignados trae spunto da un testo di un ex militante della Resistenza francese, Stéphane Hessel, tradotto in Italia con il titolo Indignatevi, (Add editore, Torino 2011). Il piccolo testo, scarno nelle argomentazioni lancia poche tesi. Innanzitutto, vengono attaccati politici, industriali e Chiesa, che vengono definite “caste”, poi induce a pensare che per superare la crisi economica non occorre far alcun sacrificio, basterebbe cambiare establisciment con uomini vagamente leali e generosi, che possano sostenere gli antichi valori della resistenza francese e soprattutto la battaglia per i nuovi diritti di femministe ed omosessuali.
La prima manifestazione di questo movimento si è avuta a partire dal 15 maggio 2011 in Spagna protraendosi nelle contestazioni al Papa e alla Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Madrid. Rispetto al movimento no global è chiara la presenza in questa nuova espressione rivoluzionaria di una carica assolutamente anticristiana ed antisociale. Non si vuole alcun legame con la politica e i tentativi di riassorbimento da parte della sinistra di tale potenziale finora sono falliti. Ma ancora di più non si vuole alcun legame forte con nessuno, non si rivendica il diritto al pane – come nel fenomeno della “primavera araba”, - ma quello ad avere l’ultimo smartphone e soprattutto s’insiste sui cosiddetti “nuovi diritti” e sul fatto che gli Stati dovrebbero mantenere tutti coloro che non hanno un lavoro. Sono nemici degli Indignados tutti coloro che distinguono finanza buona da finanza cattiva, che richiamano alla responsabilità delle azioni dell’uomo e alla necessità di vivere con sobrietà e nella ricerca della verità per superare la crisi economica, la cui soluzione è etica e spirituale e non meramente materiale.
Come sempre si è verificato nelle tappe della Rivoluzione in Occidente, i rivoluzionari prendono spunto da problemi reali a cui danno delle soluzioni che non risolvono, bensì aggravano ancora di più il problema. Non si vuol curare una febbriciattola con la giusta medicina, ma con un virus letale che elimini non la febbre, ma l’intero organismo. Se, dunque, il motivo principale della protesta indignazionista potrebbe avere un fondo di verità in quanto intercetta il disagio generato dalla crisi economica internazionale, i suoi presupposti e le sue pseudosoluzioni restano dei mali peggiori della stessa crisi.
Che soluzioni possono essere prospettate? Innanzitutto gli autori materiali delle devastazioni devono esser punti con il carcere. Questo se funziona bene, ad esempio, in Inghilterra, in Italia proprio per il cortocircuito vigente nel sistema giudiziario tarda a trovar applicazione. I black bloc sanno benissimo che in Italia al massimo faranno due giorni di carcere e poi verranno rimessi con molta facilità in libertà. Se questa è una soluzione necessaria e immediata che grava sulla classe dirigente di un Paese, la vera risposta, però, sta, non in una retorica cieca, buonista e demagogica in cui si sono prodotti con le loro laiche benedizioni Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo, ma in una vera alternativa culturale ed educativa che rimetta al centro le priorità e i bisogni dell’uomo, spiegando che esiste un diritto naturale, che i diritti si coniugano con i doveri e che si può distinguere il bene dal male ed è realizzante optare per il primo ed evitare il secondo. Tutto questo per i cattolici ha un nome: nuova evangelizzazione. Solo con Cristo l’uomo diventa pienamente uomo.

http://santamariaelemosina.wordpress.com/2011/10/17/le-violenze-romane-e-quella-statua-profanata/

il grande inganno circa la S. Comunione in mano

S. Cirillo di Gerusalemme e la Comunione sulla mano

Archeologite Liturgica – Sacrilegio Dilagante



In UnaVox

[A proposito della questione relativa alla cosiddetta "Comunione sulla mano", riproduciamo un articolo del R. P. Giuseppe Pace, S. B. D., pubblicato nel n° di gennaio 1990 del periodico Chiesa Viva (Editrice Civiltà, via Galileo Galilei, 121, 25123 Brescia).]
La ghianda è una quercia in potenza; la quercia è una ghianda divenuta perfetta. Il ritornare ghianda per una quercia, posto che lo potesse senza morire, sarebbe un regredire. Per questo nella Mediator Dei (n. 51) Pio XII condannava l'archeologismo liturgico come antiliturgico con queste parole: «… non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del Depositum Fidei affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò».


Di una tale ossessione morbosa - di archeologite - sono preda quei pseudoliturgisti che stanno desolando la Chiesa in nome del Concilio Vaticano II; pseudoliturgisti che talora giungono al punto di spingere con l'esortazione e con l'esempio i loro sudditi a violare quelle poche leggi sane che ancora sopravvivono, e da loro stessi formalmente promulgate o confermate.
Sintomatico a questo riguardo è il caso del rito della Santa Comunione. Qualche vescovo infatti, dopo aver proclamato che il rito tradizionale, di collocare le sacre Specie sulle labbra del comunicando, è tuttora in vigore, permette tuttavia che si distribuisca la santa Comunione in cestelli che si passano i fedeli dalla mano dell'uno a quella dell'altro; o lui stesso depone le sacre Specie nelle mani nude - e sempre pulite? - del comunicando. Se si vuole convincere i fedeli che la santissima Eucarestia non è che del pane comune, magari anche benedetto, per una refezioncella simbolica, certo si è imbroccata la via piú diretta: quella del sacrilegio.
I fautori della Comunione in mano fanno appello a quell'archeologismo pseduoliturgico condannato apertis verbis da Pio XII. Dicono infatti e ripetono che in tal modo la si deve ricevere, perché in tal modo si è fatto in tutta la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente dalle origini in poi per mille anni.


È vero e certo che dalle origini in poi per quasi duemila anni i comunicandi dovevano astenersi da qualsiasi cibo e bevanda, dalla vigilia fino al momento della santa Comunione, in preparazione alla medesima. Perché quelli dell'archeologite non restaurano un tale digiuno eucaristico? che certamente contribuirebbe non poco a mantenere vivo nella mente dei comunicandi il pensiero della santa Comunione imminente, e a disporveli meglio.
È invece certamente falso che dalle origini in poi per mille anni ci sia stata in tutta la Chiesa, in Oriente e in Occidente, la consuetudine di deporre le sacre Specie nelle mani del fedele.


Il cavallo di battaglia di quei pesudoliturgisti è il seguente brano delle Catechesi mistagogiche attribuite a san Cirillo di Gerusalemme: «Adiens igitur, ne expansis manuum volis, neque disiunctis digitis accede; sed sinistram velut thronum subiiciens, utpote Regem suscepturæ: et concava manu suscipe corpus Christi, respondens Amen». (Andando quindi [alla Comunione] accostati non con le palme delle mani aperte, né con le dita disgiunte; ma tenendo la sinistra a guisa di trono sotto a quella che sta per accogliere il Re; e con la destra concava ricevi il corpo del Cristo, rispondendo Amen).
Giunti a questo Amen, si fermano; ma le Catechesi mistagogiche non si fermano lí, ed aggiungono:

«Postquam autem caute oculos tuos sancti corporis contactu santificaveris, illud percipe… Tum vero post communionem corporis Christi, accede et ad sanguinis poculum: non extendens manus; sed pronus [in greco: 'allà kùpton, che il Bellarmino traduce genu flexo], et adorationis ac venerationis in modum, dicens Amen, sancticeris, ex sanguine Christi quoque sumens. Et cum adhuc labiis tuis adbaeret ex eo mador, manibus attingens, et oculos et frontem et reliquos sensus sanctifica… A communione ne vos abscindite; neque propter peccatorum inquinamentum sacris istis et spiritualibus defraudate mysteriis». (Dopo che tu con cautela abbia santificato i tuoi occhi mettendoli a contatto con il corpo del Cristo, accostati anche al calice del sangue: non tenendo le mani distese; ma prono e in modo da esprimere sensi di adorazione e venerazione, dicendo Amen, ti santificherai, prendendo anche del sangue del Cristo. E mentre hai ancora le labbra inumidite da quello, toccati le mani, e poi con esse santifica i tuoi occhi, la fronte e tutti gli altri sensi… Dalla comunione non staccatevi; né privatevi di questi sacri e spirituali misteri neppure se inquinati dai peccati). (P. G. XXXIII, coll. 1123-1126).


Chi potrà sostenere che un tale rito fosse sia pure un po' meno che per mille anni consueto nella Chiesa universale? E come conciliare un tale rito, secondo il quale è ammesso alla santa Comunione anche chi è inquinato di peccati, con la consuetudine certamente universale sin dalle origini che proibiva la santa Comunione a chi non era santo?: «Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem seipsum homo: et sic de pane illo edat, et de calice bibat. Qui enim manducat et bibit indigne, indicum, sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini». (Perciò chiunque abbia mangiato di questo pane e bevuto del calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Si esamini dunque ognuno: e cosí [trovatosi senza peccati gravi] di quel pane si cibi e di quel calice beva. Colui infatti che ne mangia e ne beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non discernendo il corpo del Signore ). (I Corinti, 11, 27-29).


Un tal stravangante rito della Santa Comunione, la cui descrizione si conchiude con l'esortazione di fare la santa Comunione anche se inquinati di peccati, non fu certo predicato da San Cirillo nella Chiesa di Gerusalemme, né poté essere lecito in qualsivoglia altra Chiesa. Si tratta infatti di un rito dovuto alla fantasia, oscillante tra il fanatismo e il sacrilego, dell'autore delle Costituzioni Apostoliche: un anonimo Siriano, divoratore di libri, scrittore instancabile, che riversa nei suoi scritti, indigerite e contaminate dai parti della sua fantasia, gran parte di quelle sue stesse letture; che al libro VIII di dette Costituzioni apostoliche, aggiunge, attribuendo a san Clemente Papa, 85 Canoni degli Apostoli; canoni che Papa Gelasio I, nel Concilio di Roma del 494, dichiarò apocrifi: «Liber qui appellatur Canones Apostolorum, apocryfus (P. L., LIX, col. 163).
La descrizione di quel rito stravagante, se non necessariamente sempre sacrilego, entrò nelle Catechesi mistagogiche per opera di un successore di san Cirillo, che i piú ritengono sia il vescovo Giovanni, cripto-ariano, origeniano e pelagiano; e perciò contestato da sant'Epifanio, da san Gerolamo e sant'Agostino.

Come può il Leclercq affermare che: «… nous devons y voir [in detto rito stravagante] une exacte représentation de l'usage des grandes Eglises de Syrie»? Non lo può affermare che contraddicendosi, dato che poco prima afferma trattarsi di: «… une liturgie de fantasie. Elle ne procède et elle n'est destinée qu'à distraire son auteur; ce n'est pas une liturgie normale, officielle, appartenant à une Eglise déterminée» (Dictionaire de Archeologie chretienne et de Liturgie, vol. III, parte II, col. 2749-2750).

Abbiamo invece delle testimonianze certe della consuetudine contraria, e cioè della consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando, e della proibizione ai laici di toccare dette sacre Specie con le proprie mani. Solo in caso di necessità e in tempo di persecuzione, ci assicura san Basilio, si poteva derogare da detta norma, ed era concesso ai laici di comunicarsi con le proprie mani (P. G., XXXII, coll. 483-486).
Non intendiamo, è chiaro, passare in rassegna tutte le testimonianze invocate a dimostrare che nell'antichità vigeva la consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando laico; ne indichiamo solo alcune sintomatiche, e peraltro sufficienti a smentire quanti affermano che per mille anni nella Chiesa universale, sia d'Oriente che d'Occidente, fu consuetudine deporre le sacre Specie nelle mani dei laici.

Sant'Eutichiano, Papa dal 275 al 283, a che non abbiano a toccarle con le mani, proibisce ai laici di portare le sacre Specie agli ammalati: «Nullus præsumat tradere communionem laico vel femminæ ad deferendum infirmo» (Nessuno osi consegnare la comunione ad un laico o ad una donna per portarla ad un infermo) (P. L., V, coll. 163-168).
San Gregorio Magno narra che sant'Agapito, Papa dal 535 al 536, durante i pochi mesi del suo pontificato, recatosi a Costantinopoli, guarí un sordomuto all'atto in cui «ei dominicum Corpus in os mitteret» (gli metteva in bocca il Corpo del Signore) (Dialoghi, III, 3).



Questo per l'Oriente; e per l'Occidente, si sa ed è indubitabile che lo stesso san Gregorio Magno amministrava in tal modo la santa Comunione ai laici.
Già prima il Concilio di Saragozza, nel 380, aveva lanciato la scomunica contro coloro che si fossero permessi di trattare la santissima Eucarestia come se si fosse in tempo di persecuzione, tempo nel quale anche i laici potevano trovarsi nella necessità di toccarla con le proprie mani (SAENZ DE AGUIRRE, Notitia Conciliorum Hispaniæ, Salamanca, 1686, pag. 495).

Innovatori indisciplinati non mancavano certo neppure anticamente. Il che indusse l'autorità ecclesiastica a richiamarli all'ordine. Cosí fece il Concilio di Rouen, verso il 650, proibendo al ministro dell'Eucarestia di deporre le sacre Specie sulla mano del comunicando laico: «[Presbyter] illud etiam attendat ut eos [fideles] propria manu communicet, nulli autem laico aut fœminæ Eucharistiam in manibus ponat, sed tantum in os eius cum his verbis ponat: "Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et ad vitam æternam". Si quis hæc transgressus fuerit, quia Deum omnipotentem comtemnit, et quantum in ipso est inhonorat, ab altari removeatur» ([Il presbitero] baderà anche a questo: a comunicare [i fedeli] di propria mano; a nessun laico o donna deponga l'Eucarestia nelle mani, ma solo sulle labbra, con queste parole: "Il corpo e il sangue del Signore ti giovino per la remissione dei peccati e per la vita eterna". Chiunque avrà trasgredito tali norme, disprezzato quindi Iddio onnipotente e per quanto sta in lui lo avrà disonorato, venga rimosso dall'altare). (Mansi, vol. X, coll. 1099-1100).
Per contro gli Ariani, per dimostrare che non credevano nella divinità di Gesú, e che ritenevano l'Eucarestia come pane puramente simbolico, si comunicavano stando in piedi e toccando con le proprie mani le sacre Specie. Non per nulla sant'Atanasio poté parlare dell'apostasia ariana (P. G., vol. XXIV, col. 9 ss.).

Non si nega che sia stato permesso ai laici di toccare talora le sacre Specie, in certi casi particolari, o anche in alcune Chiese particolari, per qualche tempo. Ma si nega che tale sia stata la consuetudine della Chiesa sia in Oriente che in Occidente per mille anni; e piú falso ancor affermare che si dovrebbe fare cosí tuttora. Anche nel culto dovuto alla santissima Eucarestia è avvenuto un sapiente progresso, analogo a quello avvenuto nel campo dogmatico (con il quale non ha nulla a che fare la teologia modernista della morte di Dio).
Detto progresso liturgico rese universale l'uso di inginocchiarsi in atto di adorazione, e quindi l'uso dell'inginocchiatoio; l'uso di coprire la balaustra di candida tovaglia, l'uso della patena, talora anche di una torcia accesa; e poi la pratica di fare almeno un quarto d'ora di ringraziamento personale. Abolire tutto ciò non è incrementare il culto dovuto a Dio nella santissima Eucarestia, e la fede e la santificazione dei fedeli, ma è servire il demonio.



Quando san Tommaso (Summa Theologica, III, q. 82, a 3) espone i motivi che vietano ai laici di toccare le sacre Specie, non parla di un rito di recente invenzione, ma di una consuetudine liturgica antica come la Chiesa. Ben a ragione il Concilio di Trento non solo poté affermare che nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevevano la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé; ma addirittura che tale consuetudine è di origine apostolica (Denzinger, 881). Ecco perché la troviamo prescritta nel Catechismo di san Pio X (Questioni 642-645). Ora tale norma non è stata abrogata: nel Nuovo Messale Romano, all'articolo 117, si legge che il comunicando tenens patenam sub ore, sacramentum accipit (tenendo la patena sotto la bocca, prenda il sacramento).
Dopo di che non si riesce a capire come mai gli stessi promulgatori di tanto sapiente norma, ne vadano dispensando le diocesi una dopo l'altra. Il semplice fedele di fronte a tanta incoerenza, non può che concepire una grande indifferenza nei riguardi delle leggi ecclesiastiche liturgiche e non liturgiche.

tratto da: http://muniatintrantes.blogspot.com/2011/10/s.html

domenica 16 ottobre 2011

oremus pro Pontifice nostro Benedicto!

"Come già ho fatto poc’anzi durante l’omelia della Messa, approfitto volentieri di questa occasione per annunciare che ho deciso di indire uno speciale Anno della Fede, che avrà inizio l’11 ottobre 2012 – 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II – e si concluderà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’universo. Le motivazioni, le finalità e le linee direttrici di questo “Anno”, le ho esposte in una Lettera Apostolica che verrà pubblicata nei prossimi giorni. Il Servo di Dio Paolo VI indisse un analogo “Anno della fede” nel 1967, in occasione del diciannovesimo centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, e in un periodo di grandi rivolgimenti culturali. Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del Concilio, legata alla felice memoria del Beato Papa Giovanni XXIII, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede, l’esigenza di rafforzarla e approfondirla a livello personale e comunitario, e farlo in prospettiva non tanto celebrativa, ma piuttosto missionaria, nella prospettiva, appunto, della missione ad gentes e della nuova evangelizzazione" (Benedetto XVI, all'Angelus di Domenica 16 ottobre 2011)

sabato 15 ottobre 2011

hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza

L'abbé Barthe presenta lo stato dell'arte circa la riconciliazione tra Santa Sede e la FSSPX


- Ho sentito dirle lunedì 10 ottobre, su Radio Courtoisie, che il riconoscimento della FSSPX le pareva, in sé, ineluttabile, ma proprio per la prossimità dell'evento i granelli di sabbia che potrebbero fermare il meccanismo appaiono più chiaramente.
Abbé Claude Barthe - Sì. I superiori dei distretti che hanno partecipato alla riunione di Albano, il 7 ottobre, presieduta dal Vescovo Fellay, hanno preso conoscenza del preambolo proposto alla FSSPX prima della discussione sulla forma canonica del riconoscimento. Di colpo, più o meno informati, un certo numero di membri della FSSPX ostili ad una ufficializzazione della loro società, fanno presente il rischio di questa nuova fase della vita della FSSPX. Non si può negare che qualsiasi cambiamento comporti un rischio. Ma la stagnazione è a volte peggio, il che mi sembra essere il caso qui. Pretendono dunque, se ho ben compreso, da una parte che il preambolo richiama il Catechismo della Chiesa cattolica come "interpretazione" del Concilio, e dall'altra altra parte che la situazione proposta alla FSSPX sarà molto meno vantaggiosa di quella che essa era stata proposta in precedenza.

- Questo è vero?
Abbé Claude Barthe - Per quanto concerne la soluzione canonica, se fosse vero, perché non avrebbero accettato la proposta precedente, ripetuta tre volte tra il 2000 e il 2009? In realtà, la proposta attuale è assolutamente simile alla precedente. È anzi ancora meglio a causa della situazione molto più favorevole. La prelatura personale era già stata proposta dal Cardinale Castrillón: costruita su misura, è certamente la più gratificante e più "autonoma" soluzione per mons. Fellay e l'insieme di tutte le 'società' che saranno sotto la sua giurisdizione personale. E soprattutto, in ogni caso, il fatto che la FSSPX abbia propri vescovi le dà, indipendentemente dai dettagli dell'accordo legale, una considerevole libertà liturgica e disciplinare. In realtà, deve essere chiaro: il problema della forma canonica è inesistente.

- Ma il preambolo dottrinale?
Ne serviva ben uno, dal momento che la FSSPX aveva ottenuto la discussione dottrinale. Si può immaginare che questo preambolo sia un testo diplomatico che non impegna a nulla e che permette a ciascuno di non perdere la faccia. Sul lato della FSSPX, nella misura in cui la frase liberatrice inserita nel comunicato della Santa Sede e il Vescovo Fellay, pubblicato il 14 settembre, si trova necessariamente, nella sostanza, nel preambolo, ciò rafforza particolarmente la giurisprudenza stabilita dal 1988, precisando che sono lasciati "a una discussione legittima lo studio e la spiegazione teologica di espressioni o formulazioni specifiche presenti nei testi del Concilio Vaticano II e del Magistero che ne è seguito". Sul lato della Congregazione per la Dottrina della Fede: il Catechismo della Chiesa cattolica e l'interpretazione del Concilio? Concedo a priori ai membri della Congregazione che essi non sono caduti a testa in giù: sanno come lei e me che il CCC non è magisteriale. Tuttavia, è vero che può servire come una garanzia del fatto che il Vaticano II è interpretabile in un senso di continuità. Cosa che la FSSPX contesta. Ma poiché il preambolo è, a dire dei protagonisti, modificabile, ci si può necessariamente interdere su dei termini che presentano al meglio il vero perno di tutto questo "concordato": una reciproca "tolleranza" tra persone che si accordano in buona fede. Qui anche, bisogna dirlo: il problema del preambolo dottrinale è inesistente in sé.

-Quindi, il caso è risolto?
Abbé Claude Barthe - Macché! Quanti processi storici sono affondati a causa di eventi minori. Perché questo che si dispiega oggi è un processo storico fondamentale nel dopo Concilio, e questa proposta per il riconoscimento ufficiale è un elemento tra gli altri, mentre la Chiesa d'Occidente, a 50 anni dell'apertura del Concilio Vaticano II, è in un vero e proprio stato di fallimento dal punto di vista della fede del popolo cristiano, della disciplina, delle vocazioni sacerdotali, della trasmissione catechistica, ecc. Il fatto di dare una voce ufficiale alla FSSPX, insieme al Motu Proprio, con l'aggiunta di tutto il movimento intellettuale crescente, soprattutto in Italia, per far tabula rasa di ciò che ha rappresentato l'evento del Concilio Vaticano II - che, per dirlo in un'espressione, certo troppo sintetica, ha consacrato una regressione teologica e liturgica impressionante rispetto al pontificato di Pio XII - costituisce, hic et nunc, un'occasione storica di estrema rilevanza. I due protagonisti, il Papa e mons. Fellay, chiaramente ne hanno una chiara coscienza.


Fonte: Riposte catholique (traduzione Messa in Latino)

venerdì 14 ottobre 2011

acque sempre più mosse

 Le acque sono sempre più mosse, ma più si muovono e più si fa chiarezza. Come è sempre accaduto nella storia della Chiesa. E' l'immobilismo a far paura, ad essere nemico dell'unico ovile con il suo unico Pastore. "Non si è affatto conclusa la stagione post-conciliare", ha scritto Andrea Morigi su "Libero", dell'11 ottobre 2011, "se Papa Bendetto XVI richiama la necessità di distinguere fra due interpretazioni contrapposte, quella 'della discontinuità e della rottura' e quella della 'riforma, della continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato' ". Però, se non si è conclusa la stagione post-concliare, dopo quasi cinquant'anni, significa che qualcosa di importante, ma anche di grave, è successo nella stagione conciliare (1962-1965). Allora ben vengano gli studi, le ricerche, gli approfondimenti, le scoperte... attraverso i testi, i protagonisti, i documenti, i fenomeni storici, sociologici, culturali, mediatici dell'epoca in questione. Morigi pone di fronte, l'una contro l'altra, le posizioni di chi è con la Tradizione e di chi è progressivamente nemica di essa, dunque, a suo parere, è corretta la posizione del "compromesso". Eppure non ci è stato insegnato così dalla Chiesa: i suoi Dottori, i suoi santi insegnano che l'unico metodo valido per rimanere saldi e fedeli alla Verità portata da Gesù Cristo è proprio la Tradizione, quella linea aurea che lega omogeneamente il passato, il presente, il futuro. Il Beato Cardinale John Henry Newman si convertì per ben tre volte (da superstizioso a calvinista, da calvinista ad anglicano, da anglicano a cattolico), approdando a Santa Romana Chiesa, proprio solo e grazie alla Tradizione dottrinale e liturgica. A dimostrarlo resta il suo immenso e straordinario patrimonio biografico e bibliografico. Dice ancora Andrea Morigi: "Insegnare al Papa come si fa il Papa, del resto, è un esercizio tipicamente moderno". Non è vero affatto: la storia sacra insegna. La grande Caterina da Siena fu davvero buona maestra, basta leggere il suo epistolario per compredere l'amore per la Sposa di Cristo e, dunque, aiutò il Papa, così come fecero sant'Atanasio, sant'Eusebio da Vercelli, santa Ildegarda di Bingen, santa Maria Maddalena de' Pazzi, san Francesco di Assisi, san Francesco di Sales e diremmo anche santi come il Curato d'Ars, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco, Pio da Pietrelcina... insomma, la comunione dei santi, tutti protagonisti della Tradizione, è sempre vicino al Papa per sostenerlo, incoraggiarlo, aiutarlo fra tanti lupi famelici... E' interessante, ma soprattutto importante per le anime, proseguire le indagini e capire veramente che cosa successe in quel XXI Concilio Vaticano II. (Cristina Siccardi).

Ecco, dunque, la proposta di leggere questo invitante articolo del Professor Roberto de Mattei, uscito ieri su "il Foglio".

Una brusca sveglia per la chiesa
“Bella Addormentata” dopo il Concilio

Tra meno di un anno celebreremo il mezzo secolo che ci separa dal Concilio Vaticano II, ma le polemiche che in questi giorni hanno accompagnato l’attribuzione del premio Acqui Storia al mio libro “Il Concilio Vaticano II una storia mai scritta” (Lindau 2010) confermano come quell’evento rappresenti un nodo storico ancora da sciogliere, soprattutto per il mondo cattolico.
“Tutti constatano la crisi, ma nessuno vuol dire che è stato il Concilio Vaticano II a produrla: non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali”, scriveva nel 2001 don Gianni Baget Bozzo, aprendo il suo saggio “L’Anticristo”. Oggi però le domande sul tappeto sono troppo numerose e urgenti perché si possa continuare a schivarle. E non eludono il problema anzi lo affrontano di petto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro ultimo libro dall’immaginifico titolo “La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi.Perché si risveglierà” (Vallecchi, 2011, pp. 246, euro 12,50): un eccellente contributo per comprendere quanto accadde a Roma tra l’11 ottobre del 1963 e l’8 dicembre del 1965, e soprattutto cosa avvenne nella chiesa dopo quel fatidico triennio.


La Bella Addormentata è la chiesa che, malgrado i peccati dei suoi membri, resta splendente e immacolata, perché non è, in sé, mai peccatrice. Essa però oggi pare addormentata, perché negli ultimi decenni, gli errori e i tradimenti dei suoi membri sembrano averla immersa in un sonno che assomiglia alla morte.


Come altro definire se non sonno, la paralisi che attanaglia oggi sacerdoti e religiosi davanti agli attacchi crescenti di chi vorrebbe liquidare o stravolgere le dottrine e le strutture stesse della chiesa? Il peccato di silenzio e di omissione è un sonno dell’anima, che ha la sua radice nel mutato atteggiamento della chiesa davanti al mondo, proposto dal Vaticano II: un Concilio che si propose come solamente pastorale, e non dogmatico, come se tutti i precedenti concili dogmatici non fossero stati anch’essi pastorali.


Il fatto è che il termine pastorale non era altro che la trascrizione, all’interno della Chiesa, della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta. Attraverso il primato della prassi si pretendeva portare nella chiesa la stessa rivoluzione con cui, pochi anni dopo, il Sessantotto investì la società occidentale. La rivoluzione ci fu, ma nel linguaggio e nella mentalità, più che nella dottrina. La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Gnocchi e Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico.


Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Il latino è stato abbandonato, l’apologetica dileggiata e denigrata, lo stile definitorio sostituito da un nuovo linguaggio pastorale, tanto vago e confuso quanto il primo era nitido e netto. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali: gli indici di ascolto in luogo di indicatori del grado di evangelizzazione, la popolarità in luogo di misura della santità.


La assunzione del linguaggio mediatico proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. La Chiesa ha come fine l’annuncio della Verità, costi quel che costi, mentre nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione. Ma il messaggio si diffonde talvolta tanto più ampiamente quanto nasconde o deforma una verità e il successo della comunicazione prevale sulla verità del messaggio comunicato. E siccome il mezzo è il messaggio, in ultima analisi, spiegano lucidamente gli autori del volume, la scena è dominata da mezzi di comunicazione che comunicano se stessi. In termini filosofici non interessa quello che Kant avrebbe chiamato la cosa in sé, il “noumeno”, ma il fenomeno. E’ vero solo ciò che è comunicato e nella misura in cui questo messaggio viene diffuso.


Quali sono stati i frutti di questo cambiamento pastorale? I più evidenti e clamorosi stanno nella crisi del sacerdozio. In Francia, per fare un esempio, alla vigilia del Concilio erano ordinati quasi mille sacerdoti ogni anno. Nel 2010 i sacerdoti ordinati sono stati 88, meno del dieci per cento di quanto avveniva. Ma al di là dei numeri, ciò che è evidente e palpabile è la crisi della spiritualità, che si esprime con la sostituzione del primato dell’azione a quello della contemplazione. La gran parte dei pastori oggi è affetta dal morbo del “fare”, ovvero da un frenetico attivismo che fa dimenticare la preghiera e l’adorazione.


L’abatino con lo spiderino rosso che si presenta al don Camillo di Guareschi o il don Alfio di Verdone in “Io, loro e Lara”, ma anche il parroco che ognuno di noi incontra nella chiesa accanto, incarnano un tipo umano che è figlio – legittimo o illegittimo, questo è un altro discorso – del Concilio Vaticano II. Essi mostrano tutta la tragedia di un cattolicesimo che, spiegano bene Gnocchi e Palmaro, “ha mutato secoli di metafisica in povera antropologia”. Il volume si chiude con quella nota di ottimismo soprannaturale che deve caratterizzare il pensiero e l’azione di ogni cattolico. Chi sarà il principe azzurro che risveglierà la Bella Addormentata?


Forse proprio il popolo dei fedeli, le pecorelle abbandonate “a cui toccherà chiedere che la Tradizione e la dottrina della chiesa, che la Messa e i sacramenti siano rispettati e resi al popolo come Dio vuole”. Che questa sia la strada giusta da seguire ce lo conferma un recente discorso tenuto lo scorso 18 settembre da Giovanni Franzoni a un convegno teologico madrileno. Franzoni, classe 1928, ex prete, ex abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, è uno dei pochissimi Padri conciliari ancora sopravvissuti (insieme, in Italia, al suo amico mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea).


In quel discorso dopo aver ricostruito gli umori, le attese, le delusioni dei progressisti, durante e dopo l’assise conciliare, egli giunge a questa conclusione: “Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili”.


Per Franzoni, insomma, come per la scuola di Bologna e perfino per alcuni appartenenti alla “balena bianca ecclesiale”, la regola di fede è il Concilio Vaticano II. La strada suggerita da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e seguita da Gnocchi e Palmaro nel loro bel libro è quella, opposta, della rilettura, quando necessario critica, del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione.


Roberto de Mattei - "Il Foglio" 13-10-2011

giovedì 13 ottobre 2011

«quod Ecclesia semel docuit, semper docuit»

Circa il falso ecumenismo


[…] la differenza tra cattolici ed acattolici, per quanto si vogliano fratelli, sta sul piano della fede. Bisogna avere il coraggio di dirlo e di dirlo sempre. Usare tattiche scivolose quanto cortesi, sfumare tutti i contorni in un incerto crepuscolo che abolisca gli aspetti imbarazzanti, non è fare dell'ecumenismo. Esso è tale quando, coll'esercizio di ogni virtù, con tutti i sacrifici personali, con tutta la consistente pazienza, con la più affettuosa delle carità, mette dei termini chiari. Forse che sarebbe un ritorno alla unità piena tra i credenti, quello in cui il cammino venisse percorso lastricato di equivoci e di mezze verità? Ora è chiaro che si deve passare questo ponte - primato romano - e che, se non lo si passa coscientemente, non si raggiunge lo scopo unico e vero dell'ecumenismo. E si delinea il vero pericolo in tale entusiasmante materia. Ecco da chi è rappresentato il pericolo di fare dell'ecumenismo una accozzaglia di dottrine troncate. Ci sono scrittori che, abusando del nome di teologi o della dignità della ricerca, sgranano ad una ad una le verità della fede cattolica, sfaldano, ignorandolo, il Magistero. Essi fanno dubitare di sapere che la verità di Dio è una e perfetta, che negata in un punto - tale è la sua interna logica ed armonia - è giocoforza negare tutto. Non comprendono che Dio ha affidato tutto ad un Magistero, il quale è tanto sicuro e divinamente garantito che si può affermare «quod Ecclesia semel docuit, semper docuit». Forse hanno anche dimenticato che la visibilità della Chiesa e la sua realtà umana non la compromettono affatto, dimostrando la mano di Dio in quello che, affidato a mani umane, non reggerebbe oggi e sarebbe morto da tempo immemorabile. I nostri fratelli ci attendono, ma ci attendono nella luce del giorno, non tra le incerte ombre della notte!

(Cardinale Giuseppe Siri, da «Renovatio», XII (1977), fasc. 1, pp. 3-6)
 

domenica 9 ottobre 2011

comunicato ufficiale della Fraternità San Pio X

Il 7 Ottobre 2011 si è tenuta una riunione dei responsabili della Fraternità San Pio X ad Albano Laziale, durante la quale il Superiore Generale, Mgr. Bernard Fellay, ha esposto il contenuto del Preambulo Dottrinale che gli era stato consegnato dal Cardinal William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso del loro incontro il 14 Settembre scorso.
Durante questa giornata, i ventotto responsabili della Fraternità San Pio X presenti alla riunione – Direttori di Seminario e Superiori di Distretto del mondo intero – hanno manifestato una profonda unità nella volontà di mantenere la Fede nella sua integrità e integralità, fedelmente alla lezione che gli (loro n.d.r.) ha lasciato, sull’esempio di San Paolo, Mgr. Marcel Lefebvre: tradidi quod et accepi (I Cor XV,3), “vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto”.
In seguito a questa riunione di lavoro, lo studio del Preambolo Dottrinale – di cui il contenuto resta confidenziale – proseguirà a livello del Consiglio Generale della Fraternità San Pio X, ove un esame approfondito da parte del Superiore Generale e dei suoi due Assistenti, Don Niklaus Pfluger e Don Alain Marc Nely, permetterà di presentare, in un lasso di tempo ragionevole, una risposta alle proposte romane.

sabato 8 ottobre 2011

in attesa di un Tea Party


GLI SPOT DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE MARCHIANO COME PARASSITA CHI NON PAGA LE TASSE




Ma l'italiano può chiedersi: il 50 x cento di quello che guadagno sudando, in cosa lo spende lo Stato? Ad esempio in aborti (quasi mezzo milione di euro al giorno!!!) e allora chi è il vero parassita che impedisce alla società di crescere e svilupparsi?


di Alfredo De Matteo
Il Ministero dell'Economia e l'Agenzia delle Entrate hanno commissionato la produzione di una campagna contro l'evasione fiscale che prevede la messa in onda di spot televisivi, comunicati radio e affissioni nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti di Roma e Milano, a partire dal mese di agosto fino a tutto settembre. Lo slogan di uno dei messaggi ideati vuole far passare il concetto che senza entrate non è possibile fornire servizi pubblici e recita così: «Se tutti pagano le tasse le tasse ripagano tutti». Gli spot televisivi puntano invece sulla metafora del parassita: il video inizia col mostrare in sequenza fotografica l'immagine di alcuni parassiti animali (quelli dei ruminanti, del legno, dei pesci, dei cani, dell'intestino) per poi concludere con quella di un parassita della società, ossia di un evasore fiscale. Il messaggio si chiude con l'esortazione a chiedere sempre il rilascio dello scontrino o della ricevuta fiscale.
Tale campagna pubblicitaria, che ha come obiettivo di "stanare" e mettere all'indice i furbi (o presunti tali) con la speranza di recuperare parte dei soldi evasi, ci sembra sgradevole, fomentatrice dell'odio sociale e, soprattutto, molto ipocrita. Innanzitutto, c'è da dire che la pressione fiscale per essere equa (e sostenibile) non deve andare oltre una certa percentuale del reddito mentre lo Stato toglie al contribuente in media il 48,6% del suo guadagno; così facendo "strozza" il cittadino e gli impedisce di vivere convenientemente. In secondo luogo, sarebbe opportuno analizzare meglio e più in profondità il motivo per cui lo Stato abbisogna di entrate sempre più cospicue, ossia in quale modo lo Stato amministra i soldi pubblici e, conseguentemente, quali servizi rende ai cittadini. Non ci soffermeremo sulla carenza e la precarietà, che pur sussiste, di molti servizi di pubblica utilità come i trasporti, l'assistenza sanitaria, l'istruzione e via dicendo, bensì sullo sperpero di montagne di denaro utilizzato per erogare servizi non solamente inutili e costosi ma soprattutto dannosi e immorali e che servono solamente a soddisfare le richieste di una cerchia molto ristretta di persone: ci riferiamo soprattutto all'odiosa pratica dell'aborto legalizzato e ai tentativi di rendere normale l'omosessualità.
Dall'entrata in vigore (1978) della criminale legge 194 i cittadini italiani pagano di tasca loro l'uccisione cruenta dei bambini nel grembo materno e mai nessun governo fino ad ora ha mai osato mettere in agenda quantomeno l'eventuale taglio della spesa pubblica con la quale si finanzia il genocidio dei non nati. Si richiedono sforzi economici da parte di tutti per affrontare il difficile momento di crisi attraverso contributi di solidarietà, prelievi straordinari e balzelli di ogni tipo, eppure il presunto diritto di uccidere l'innocente a spese della collettività non può venire meno, nemmeno in parte. Proviamo a fare qualche calcolo: ogni aborto costa in media 1.300 euro e grazie alla legge 194 ogni giorno, solo in Italia, vengono effettuate circa 315 interruzioni di gravidanza con un costo giornaliero di circa 410.000 euro e annuo di circa 149.650.000 euro. Se prendiamo in considerazione il trentennio di applicazione della norma con i suoi 5 milioni di aborti arriviamo alla cifra astronomica di 6.500.000.000; tutti soldi dei contribuenti utilizzati indebitamente dallo Stato che con la ratifica di leggi inique e contrarie alla legge naturale perde la sua autorità e legittimità morale e si trasforma in una entità oppressiva e malvagia.
Che dire poi della vergognosa attenzione del mondo politico e istituzionale nei confronti dell'ideologia del gender? Nel corso degli ultimi anni si sono susseguiti numerosi i tentativi di introdurre nell'ordinamento giuridico il reato di omofobia, grazie a Dio tutti falliti; tuttavia, il Parlamento è stato più volte impegnato nella discussione di un argomento che non interessa a nessuno tranne che ai pervertiti delle aule parlamentari e della società e agli opportunisti di mestiere. E chi paga il conto? Noi, naturalmente. E i soldi pubblici spesi da Comuni e Regioni per sponsorizzare numeri verdi per gay, lesbiche e trans e per accogliere con riverenza politicamente corretta le sfilate oscene degli omosessualisti? Sempre noi!
Dunque, valanghe di soldi buttati al vento per finanziare l'immoralità e la perversione nonché per attentare alla salute pubblica e sperperare così altro denaro. Infatti, come è ampiamente documentato la cosiddetta "sindrome post aborto" è molto diffusa tra le donne che hanno fatto ricorso all'Ivg e si manifesta con sintomi psichiatrici molto rilevanti e duraturi: ansia cronica, forti stati depressi, tendenze suicide, propensione all'alcolismo e alla tossicodipendenza. Tutto ciò si ripercuote sulle casse dello Stato togliendo risorse altrimenti impiegabili. D'altra parte, la stessa diffusione del comportamento omosessuale espone soprattutto gli adolescenti all'Aids e ad altre malattie sessualmente trasmissibili con perdite esorbitanti in termini di vite umane e di risorse.
Pertanto, chi è il vero parassita che impedisce alla società di crescere e svilupparsi?
Fonte: Corrispondenza Romana, 01/10/2011

venerdì 7 ottobre 2011

la Bella Addormentata do Gnocchi e Palmaro. Chi sarà il Principe che la risveglierà? Lo sappiamo già. E' il giorno che tanto attendiamo ........ che ignoriamo

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
La Bella addormentata.
Perché dopo il Vaticano II  la Chiesa è entrata in crisi.
Perché si risveglierà


Recensione del libro a firma di Cristina Siccardi


 
Nel leggere il libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, edito da Vallecchi, non si può che rimare sconcertati e addolorati nel constatare che la Chiesa è stata scossa nelle sue fondamenta fino a rischiare la profanazione della sua sacralità. Ma la Bella, oggi addormentata, da chi è stata insidiata? È lui, il grande nemico di sempre, vigile e ruggente, diabolico per essenza, Satana.
Il testo spiega in modo lineare e alla portata di tutti la patologia che ha colpito la Chiesa, facendone una diagnosi esplicita e puntuale. La crisi ecclesiale è da decenni che si manifesta, ma tutti tacevano e le poche voci coraggiose venivano subito silenziate, come esponenti di un mondo tradizionalista da perseguitare e demolire come qualcosa di pericolosissimo e settario. Quale giustificazione, allora, i cattolici davano alle cattive pieghe della Chiesa? «si imputava l’origine di tutti i mali alla mancata applicazione del Concilio o, quanto meno, all’annacquamento della sua carica innovativa: in una parola, al tradimento» (1) e i traditori più colpevoli avevano un volto preciso a causa del loro marchio di cattolicità: Monsignor Marcel Lefebvre, Romano Amerio, padre Cornelio Fabro, don Divo Barsotti, padre Pio da Pietrelcina…
Tuttavia la Verità è più forte della menzogna. Gnocchi e Palmaro lo dimostrano con questo loro compendio che sintetizza, in maniera mirabile, a volte con toni ironici, a volte con accenti gravi, ciò che è accaduto negli ultimi tempi: gli studi di grandi personalità come il teologo di Santa Romana Chiesa, Monsignor Brunero Gherardini (2), e del professor Roberto de Mattei (3) sono stati determinanti per rompere, finalmente, la calotta ghiacciata, una calotta costituita dal «superdogma» (4) del Concilio Vaticano II, così compatta e così dura che sembrava infrangibile. Ma di fronte all’evidenza di un’apostasia generalizzata, di una decadenza dei costumi, di un’ignoranza religiosa, nell’a b c della dottrina cattolica, divenuta ormai crassa, di una sete di Fede di credenti ormai insoddisfatti o, addirittura, angosciati, i perché e i punti interrogativi, ormai, sono non soltanto doverosi, ma scontati. Le voci della passata generazione che erano state scandalose e per le quali ci si copriva le orecchie per non sentirle sono state sostituite provvidenzialmente da quelle di intellettuali contemporanei. E allora, come dice don Massimo Vacchetti: «Alla vigilia dei cinquant’anni della convocazione conciliare occorre superare la stagione ideologica che ne ha caratterizzato la recezione, ricomporre le ferite inferte in questi anni e restituire al popolo cattolico quelle certezze di pensiero e di fede su cui, solo, è possibile camminare lieti di ciò che ci attende, grati per ciò che ci ha preceduto» (cfr. http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=2774).
La
Chiesa, e nessuno può negarlo, si è progressivamente secolarizzata e ciò non è, secondo Gnocchi e Palmaro, un problema di interpretazione del Concilio Vaticano II, ma un problema intrinseco a quei documenti che l’Assise ha prodotto. Ha affermato padre Serafino Lanzetta, teologo dei Francescani dell’Immacolata: «Fino a poco tempo fa, il solo pensare di potersi porre in modo critico dinanzi al Vaticano II, appariva come una cripto-eresia per la coltre di silenzio che necessariamente doveva regnare, ammantandolo solo di lodi […]. Il Vaticano II è un problema? Sì, nel senso che le radici dell’estro postconciliare non sono solo nel postconcilio. Il postconcilio non dà ragione di sé. Per amore della Chiesa e per il futuro delle fede nel mondo, bisogna esaminare la radice del problema» (5).
A stupire, nello scenario intellettuale, non sono più soltanto coloro che seguono la cosiddetta Scuola di Bologna, dove si inneggia alla “benefica” rivoluzione maturata nella Chiesa grazie al Concilio Vaticano II, ma anche la «Balena Bianca ecclesiale votata a un conservatorismo invaghito del presente» (6), si tratta di una lettura neocentrista secondo la quale le ragioni della crisi della Chiesa e, dunque, della Fede sarebbero sorte successivamente al Concilio a causa dell’interpretazione rivoluzionaria dei documenti. Pertanto, la soluzione consisterebbe nel separare il Concilio dal postconcilio. Si tratta, in definitiva, di una posizione di compromesso, un escamotage per far finta di nulla, negando l’evidenza dei fatti. Si sceglie, in pratica, la linea del Peppone di Don Camillo che, ascoltando i terrificanti racconti del parroco a riguardo della Russia sovietica, afferma: «Lasciatemi in pace, preferisco tenermi la mia idea di Russia, voi tenetevi la vostra» (7).
Fenomeni che nella Chiesa non si erano mai visti, come la rivolta liturgica o l’ecumenismo, sono chiari frutti del giacobinismo conciliare. Entrambi sono da ricondurre ad esigenze protestantizzanti: l’assemblea, la Parola e il memoriale della cena per quanto riguarda la Messa, escludendo il Santo Sacrificio, mentre l’istanza ecumenica nacque da alcuni missionari protestanti all’inizio del Novecento, i quali promossero iniziative atte a dialogare fra le innumerevoli confessioni riformate.
Il Vaticano II fu il primo Concilio ad essere esclusivamente pastorale e non dogmatico, deviando l’attenzione dalla Fede e dalla sua ortodossia, un effetto che riconduce, inevitabilmente, al clima culturale progressista degli anni Sessanta, quando l’ortoprassi prese il posto della filosofia autentica, ovvero quando ci si pose domande non più sull’esistenza (Chi chiamo? Da dove veniamo? Da chi andremo?), ma sulla contingenza esperienziale, personale e terrena.
Fu così che molti, nella Chiesa, «pensarono che quel treno, veloce e moderno, non potesse essere perduto: bisognava salirci sopra a tutti i costi» (8). Un treno che oggi è deragliato, ma che all’epoca nessuno voleva perdere perché troppo allettante era il pensiero di quei teologi che volevano, come stilisti d’avanguardia, disegnare e confezionare un abito alla moda alla Sposa di Cristo, un abito nuovo e con esso un linguaggio à la page. I novatori erano così volenterosi e tronfi delle loro idee che misero persino in dubbio il potere del Papa. Fu così che acquisirono un potere del tutto straordinario e dottrinalmente ingiustificato le Conferenze episcopali, che nacquero i consigli pastorali, le assemblee parrocchiali…
Il libro di Gnocchi e Palmaro offre anche un’interessante disamina sul potere che i media ebbero all’interno dell’Assise: furono loro, oltre che i teologi modernisti, ad influire su quei vescovi che non erano né progressisti, né fortemente legati alla Tradizione. Così accadde che padre Antoine Wenger de «La Croix», Raniero La Valle su «Avvenire d’Italia», Henri Fesquet di «Le Monde», don René Laurentin de «Le Figaro», il redentorista americano Francis X. Murphy sul «New Yorker Magazine» ed altri abbiano avuto influenza nelle decisioni conciliari. E fu così che nel Concilio non si parlò dei problemi e degli errori del mondo (per esempio il comunismo, l’indifferentismo religioso, la secolarizzazione o il modernismo nella Chiesa), bensì di come la Chiesa poteva avvicinare i «lontani», come poteva spalancare il proprio portone al mondo… e l’imprudenza fu immensa, visto che il fumo di Satana (come lo ebbe a definire Paolo VI nel 1972) poté entravi con tutta la sua virulenza.
D’altra parte gli esiti del Concilio sono stati obiettivamente visti dai vincitori di quell’Assise: «Abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all’esito del Concilio», lascia scritto il «partigiano» (9), Giuseppe Dossetti, «Si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione di un’esperienza storica vissuta nel mondo politico, anche da un punto di vista tecnico assembleare che qualcosa ha contato. Perché nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare […] ha capovolto le sorti del Concilio stesso» (10). Di fronte a queste dichiarazioni non si può restare indifferenti. Ma proprio da qui presero le mosse personaggi come Enzo Bianchi, che fondò la Comunità di Bose l’8 dicembre 1965, guarda caso, giorno della chiusura del Concilio. Eppure, la realtà ecumenica di Bose, che ha oltrepassato le più rosee speranze dei primi missionari protestanti di cui si è parlato, nonostante l’ampio successo mediatico, non ha a tutt’oggi alcun riconoscimento ecclesiastico. Il fatto che la comunità del “profeta” Bianchi «non possa essere contemplata dentro la struttura di questa Chiesa significa solo che la struttura di questa Chiesa deve mutare: troppo gerarchica, costantiniana, fondata sul potere, vecchia» (11).
Il lettore vedrà snocciolarsi, pagina dopo pagina, le ragioni di una problematicità conciliare chiara ed evidente, così netta che, se il cattolico seriamente intenzionato a comprendere la realtà dei fatti, non potrà che arrivare ad una convinzione tanto cruda quanto amara: la Chiesa è stata ingannata e allora, come disse Paolo VI, il Papa che vide la sciagura, ma non l’arrestò: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza» (29 giugno 1972). Tuttavia la Sposa di Cristo troverà la forza di risvegliarsi dal lungo letargo causato dal sonnifero conciliare e a risvegliarla saranno coloro che non usano la Chiesa per i propri fini, siano essi materiali o ideologici, ma coloro che la amano veramente, perdutamente, persino pronti a perdere se stessi per Lei.


Cristina Siccardi


Note
1. A. Gnocchi - M. Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011, p. 15.
2. B. Ghereradini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009. B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011.
3. R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010.
4. «La verità é che questo particolare Concilio [Vaticano II] non ha definito alcun dogma, e ha deliberatamente scelto di rimanere a un livello modesto, come un concilio meramente pastorale; eppure molti lo considerano quasi come fosse un super-dogma, che priva di significato tutti gli altri concili» (Cardinale Joseph Ratzinger, Santiago del Cile 1988).
5. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 16-17.
6. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 20.
7. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., pp. 30-31.
8. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 57.
9. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 109.
10. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., p. 110.
11. A. Gnocchi - M. Palmaro, op. cit., pp. 120-121.

A. Gnocchi - M. Palmaro, La Bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011, pp. 243, € 12,50.