venerdì 1 febbraio 2013

"Hanno detto e fatto l'esatto contrario di quello che la Chiesa ha detto e fatto per diciannove secoli... ma... con quale autorità?", Editoriale di “Radicati nella fede”, febbraio 2013 [anno VI, n° 2]



mons. Aurelio Bacciarini
Pubblichiamo
il numero di febbraio 2013
di "Radicati nella fede"

LA TRADIZIONE E' PIU' PASTORALE
DEL CONCILIO

 
Si è così insistito sul Concilio pastorale in questi cinquant'anni, che a molti, nati dopo il Concilio, sarà venuto il dubbio che prima, nel passato, la Chiesa non abbia fatto veramente pastorale. In verità, la dizione “Concilio pastorale” nasconde un cambiamento così profondo che si potrebbe esprimere meglio con la frase “un Concilio per cambiare la pastorale”. Invece di dire “Concilio pastorale”, dovremmo forse dire che dopo il Concilio è cambiata la pastorale della Chiesa così tanto da non riconoscerla quasi più.

Ma certo che si faceva pastorale prima del Concilio Vaticano II, e con che risultati splendidi!: il nostro mondo era diventato tutto cristiano! E nelle terre di missione quante conversioni e che opere! E quante vocazioni! E che famiglie cristiane!

E si parlava con chiarezza e si agiva di conseguenza!

Dopo il Concilio, il Modernismo pratico ha complicato tutto e falsificato tutto: ci si è persi in logorroici discorsi fumosi, con interminabili analisi sulla società moderna, degni dei congressi dei partiti politici, ma non della Sposa di Cristo. E questo deriva dalla reiterpretazione delle verità di fede operata dal modernismo e dal neo-modernismo: si salvano apparentemente le verità del credo, ma le si svuota di contenuto dall'interno, così che non vogliono dire più nulla.

Anni fa sentimmo dire, alla festa dell'Assunta, che la Madonna non era “salita in Cielo” come si intendeva con semplicità una volta, ma era “entrata nella realtà più vera”, “aveva preso coscienza fino in fondo della realtà più vera e che quindi compito dei cristiani era “coscientizzare il mondo sul valore della vita”. Qualche fedele alla fine della messa domandò con semplicità : “...ma per voi c'è ancora il Cielo?” Qualcun altro brontolò: “Speriamo che il prossimo anno si faccia davvero la festa dell'Assunta!”.

E' proprio così: questa terribile predicazione che vuole rendere interessanti i dogmi alla modernità, ha prodotto lo scandalo, la perdita della fede e in ultimo una noia mortale.

Il cristianesimo, quello vero, che accoglie con intelligente ubbidienza la verità rivelata da Dio e trasmessa dalla Santa Chiesa, quello che non vuole rendere alla moda i dogmi, ha prodotto invece una predicazione e una cura d'anime sommamente efficace, che non ha bisogno di adattarsi ai tempi, perché converte i tempi. È tutto un apostolato che parla di verità eterne, di quelle verità che l'uomo di tutti i tempi cerca assetato. È un apostolato che non invecchia perché nasce dalla fede e si nutre della grazia soprannaturale. È un apostolato in cui si permette a Dio di agire nelle anime.

Ci siamo imbattuti in un bella predica di un santo vescovo, mons. Aurelio Bacciarini di Lugano. Una delle tante prediche fatte da questo instancabile Pastore, in visita pastorale in una delle tante parrocchie della sua diocesi.

La predicazione di questo santo vescovo era eminentemente pratica: “Più volte, predicando, come adesso predico, all'ingresso della Visita, mi è capitato di vedere alla porta della chiesa gruppi di uomini che si affacciavano a sentire; poi appena io accennavo alla confessione ed alla comunione, li vedevo ritirarsi uno dopo l'altro e sparire. Certamente quegli uomini ragionavano così: “Ma come? Noi pensavamo di venire a sentire un discorso speciale e solenne, un discorso da Vescovo, ed ecco che viene a dirci la più vecchia e più comune cosa: viene a dirci di andare a confessarci ed a comunicarci! Se è così, tant'è che ritorniamo a casa nostra perfettamente delusi!”

“Miei cari: se io non dovessi morire, e se anche voi non doveste morire, e se né io né voi non avessimo un'anima da salvare, e se non esistesse né un paradiso da conquistare, né un inferno da evitare; allora, sì, invece di esortarvi alla Confessione e alla Comunione vi terrei ben altro discorso, che meglio accarezzi l'orecchio, e meglio soddisfi la umana curiosità. Anzi, allora, sapete che farei? Me ne starei tranquillamente nella residenza vescovile e non mi darei neppure la pena di pellegrinare di parrocchia in parrocchia, e lascerei che ognuno viva a proprio talento.

“Ma invece, miei cari: ho il dovere di salvare l'anima mia non solo, ma anche le anime vostre. Guai a me, se al tribunale di Dio non potrò dire di aver fatto tutto per condurre a salvezza le anime di tutti voi! Per conseguenza io devo, anzitutto, indicare al mio popolo le vie della salvezza che sono i Sacramenti di Dio: la Confessione, la S. Comunione.”

Forse che questa non era pastorale? Anzi, questa è la sola vera, perché parte dalla questione della salvezza delle anime.

Non lasciamoci ingannare: chi pensa che la Chiesa abbia iniziato a fare pastorale con il Concilio, ha voluto in verità cambiare la pastorale cattolica, perché fosse adatta alle nuove ereticali idee che hanno invaso la Chiesa. Non hanno più ricordato le verità eterne agli uomini... e non hanno più insegnato la via della grazia e dei sacramenti.

Hanno iniziato la rivoluzione dicendo che la pastorale non era fatta per salvare le anime, perché quelle le salva Dio, anzi sono già salvate! Hanno detto e fatto l'esatto contrario di quello che la Chiesa ha detto e fatto per diciannove secoli... ma... con quale autorità?

E il mondo e la Chiesa si sono intristiti, perché invasi dalle sciocchezze degli uomini.

Ma di tutto questo la Chiesa e il mondo sono ormai stanchi.
 

mercoledì 30 gennaio 2013

l'Italia s'è desta

la speranza divampa



 

 
METTIAMO FINE AL SACCHEGGIO DELL'ITALIA.
 
Commissione d'inchiesta per il Monte dei Paschi di Siena

Nel 1995 viene privatizzato il Monte dei Paschi di Siena, chi comanda è la Fondazione MPS (55%) attraverso i rappresentanti del Comune, presenti con membri quasi tutti di area pd, che dal dopoguerra governa la città (8 nominati dal Comune, 5 dalla Provincia, uno da Regione, Unisi e Diocesi). La Fondazione vive solo di dividendi e le sue quote sono vendute nel tempo a vari personaggi come Caltagirone e Gnutti. Per remunerare gli azionisti MPS comincia a vendere le sue proprietà, tra cui le partecipazioni bancarie (San Paolo,Generali), intere banche come la Cassa di Risparmio di Prato e gli immobili (tenuta di Fontanafredda, palazzi Monte Mario a Roma) che remunerano i nuovi azionisti ma sono in realtà frutto del risparmio di secoli dei senesi. MPS viene spolpata. La sinistra ha compiuto la sua missione di consegnare una banca pubblica che funzionava dal 1500 alla Borsa e alla speculazione. Il valore di MPS prima della privatizzazione era di circa 20miliardi di euro, oggi ne vale meno di 2 e ogni giorno il suo titolo diminuisce.
Oggi 10.000 dipendenti rischiano il posto di lavoro. La giunta comunale Ceccuzzi è caduta. La Fondazione non ha più la maggioranza delle azioni (ha dovuto venderle) e si prospetta la nazionalizzazione e il licenziamento di forse 10.000 persone.
Storia di un saccheggio
- Banco Santander compra Antonveneta per 6, 6 miliardi di euro
- Banco Santander si accorge di aver fatto un pessimo affare, scorpora Interbanca da Antonveneta, valutata 1,6 miliardi, e cerca un compratore, il valore della banca reale è di circa 3 miliardi
- Monte dei Paschi compra Antoveneta per 10,3 miliardi pochi mesi dopo
- MPS si accolla anche il passivo di Antoveneta per 7,9 miliardi
- MPS valeva all’epoca 9 miliardi e compra Antoveneta che ha metà dei suoi sportelli (1.000 contro 2.000) per una cifra, 10,3 miliardi, superiore allo stesso valore di MPS
- MPS non ha 10,3 miliardi, quindi si indebita, il titolo crolla
- Per questa operazione il presidente di MPS Mussari (ex presidente anche della Fondazione MPS) viene premiato con la presidenza dell’ABI senza che nessun partito o organo di vigilanza si opponga
- La procura della Repubblica di Siena apre un’inchiesta sull’enorme minusvalenza dell’operazione Antonveneta. Pari circa a circa 14 miliardi di euro, 28.000 miliardi delle vecchie lire, una finanziaria, uno scandalo che rischia di far impallidire la Parmalat
- La Fondazione MPS, azionista di maggioranza di MPS, indica all'assemblea dei soci della banca la nomina di Alessandro Profumo alla carica di presidente. Profumo ex ad di Unicredit è rinviato a giudizio al tribunale di Milano con l'accusa di frode fiscale
- Profumo punta subito sulla riduzione del personale pari a 4.300 senza avviare una causa come MPS contro i responsabili del disastro
- La Fondazione deve vendere parte della sua proprietà azionaria di MPS e passa dal 55% al 35%
- Per evitare il fallimento di MPS Monti eroga un prestito di 3,9 miliardi, cifra equivalente alla Imu sulla prima casa
- Grillo parla di "buco" di 14 miliardi all'assemblea degli azionisti del 25 gennaio 2013, il buco a cui si riferisce era la sottrazione di valore attraverso le operazioni legate ad Antonveneta
- Lunedì 28 gennaio 2013 i pm che indagano sull'affare Antonveneta scoprono bonifici internazionali per 17 miliardi
- Subito dopo emergono somme rilevanti che sarebbero rientrate in Italia con lo Scudo Fiscale voluto dal Pdl e approvato grazie all'assenza in aula di molti deputati del pdmenoelle
Di fronte a questo colossale furto ai danni degli italiani, il cui conteggio finale non è forse ancora concluso, chiedo:
- la verifica dei patrimoni dei segretari del pd e di tutti i nominati nella fondazione MPS dal comune di Siena, della Provincia di Siena, della Regione Toscana dal 1995
- la pubblicazione dei nomi di tutti coloro che hanno goduto dello Scudo Fiscale con l'ammontare degli importi rientrati in Italia
- le dimissioni immediate di Bersani da segretario del pd
Il M5S chiederà l'istituzione di una commissione d'inchiesta su MPS al suo ingresso in Parlamento.

MPS fa impallidire non solo Parmalat, ma anche il fallimento del Banco Ambrosiano, dietro a questo colossale saccheggio, come avvenne allora, ci può essere di tutto. Craxi, in confronto, rubava le caramelle ai bambini
 

lunedì 28 gennaio 2013

Dal Diario di Don Divo Barsotti

 
Chiesa problemi del Magistero - 26 Gennaio 1989

 

La Chiesa da decenni parla di pace e non la può assicurare, non parla più dell'inferno e l'umanità vi affonda senza gorgoglio. Non si parla del peccato, non si denuncia l'errore.
A che cosa si riduce il magistero? Mai la Chiesa ha parlato tanto come in questi ultimi anni, mai la sua parola è stata così priva di efficacia.
« Nel mio nome scacceranno i demoni ... ». Com'è possibile scacciarli se non si crede più alla loro presenza? E i demoni hanno invaso la terra.
La televisione, la droga, l'aborto, la menzogna e soprattutto la negazione di Dio: le tenebre sono discese sopra la terra.
Leggo la vita di Cechov. Era un agnostico, ma il suo amore per gli uomini, la sua semplicità ci conquistano. Mi domando come mai queste biografie che certo non sono di santi, mi prendono tanto.
Non vuole essere un eroe, non è un filosofo, sdegna di affrontare i grandi problemi, è conciliante, crede ingenuamente nel progresso.
Contestazione dei teologi al Papa.
Forse la crisi non sarà superata finché, in vera umiltà, i vescovi non vorranno riconoscere la presunzione che li ha ispirati e guidati in questi ultimi decenni e soprattutto nel Concilio e nel dopo-Concilio.
Essi, certo, rimangono i «doctores fidei» , ma proprio questo è il loro peccato: non hanno voluto definire la verità, non hanno voluto condannare l'errore e hanno preteso di «rinnovare» la Chiesa quasi che il «loro» Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto.
 
Dal volume "Fissi gli occhi nel sole" Ed. Messaggero Padova

 

 

tratto da L'Eco dell'Eremo Santuario B.V del Soccorso Minucciano (Lu) n.62 Dicembre 2012

domenica 27 gennaio 2013

un Papa contro l’internazionalismo bancario

La chiarezza esemplare di queste parole è straordinaria. Questa sì è modernità, nel senso migliore del termine!


Contro la finanza, le parole di Papa Pio XI 

«In primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Funeste conseguenze

Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele.

A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia.

Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene». 

Pio XI, Quadragesimo Anno, 105-109, enciclica emanata il 14 maggio 1931, in piena Grande Depressione

sabato 26 gennaio 2013

i valori sono sempre negoziabili, le verità mai



i "valori", i "valori"!

Citazione:
...Come diceva Carl Schmitt, quando si comincia a parlare di «valori», si accetta il concetto di quotazione.

I valori sono, originariamente, quelli della borsa-valori, e sono per eccellenza «negoziabili».

La Chiesa proponeva «verità», merce antiquata. Oggi propone «valori», e pur sacrosanti: matrimonio, figli, no all’aborto e all’eutanasia. Come valori, purtroppo, hanno attualmente poco mercato...

Chissà, se ricordasse che chi fa certe cose si gioca l’eterna dannazione, magari... O magari no. Questo popolo si contenta del suo destino zoologico.


http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=226225&Itemid=136

venerdì 25 gennaio 2013

Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?

Monumento ad Alessandro Magno (Skopje - Macedonia)
Augustinus Hipponiensis
De Civitate Dei contra paganos libri XXII
Liber IV
Latrocinia sunt regna et piratarum infestatio.
4. Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? quia et latrocinia quid sunt nisi parva regna? Manus et ipsa hominum est, imperio principis regitur, pacto societatis astringitur, placiti lege praeda dividitur. Hoc malum si in tantum perditorum hominum accessibus crescit, ut et loca teneat sedes constituat, civitates occupet populos subiuget, evidentius regni nomen assumit, quod ei iam in manifesto confert non adempta cupiditas, sed addita impunitas. Eleganter enim et veraciter Alexandro illi Magno quidam comprehensus pirata respondit. Nam cum idem rex hominem interrogaret, quid ei videretur, ut mare haberet infestum, ille libera contumacia: Quod tibi, inquit, ut orbem terrarum; sed quia ego exiguo navigio facio, latro vocor; quia tu magna classe, imperator.
Cf. Cicerone, De rep. 3, 14, 24.

Traduzione italiana:
Ingiustizia e violenza degli stati e dei briganti.
4. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta"

 MONTE PASCHI, LODEN E FINANZA CIALTRONA. 

OLTRE OGNI PUDORE 

 di Paolo Deotto
 tratto da: http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2146:monte-paschi-loden-e-finanza-cialtrona-oltre-ogni-pudore-di-paolo-deotto&catid=54:societa-civile-e-politica&Itemid=123

Vedremo come andrà a finire. Per ora l’unica cosa sicura, inevitabile, certissima, è che ancora una volta sarà il cittadino italiano a pagare il conto per quanto combinano i mascalzoni che spadroneggiano ai vertici dello Stato e della finanza, che ormai lavorano a “reti unificate”, armoniosamente in collaborazione, o, per meglio dire, in combutta.
Il Loden sta ormai perdendo il controllo. Lo si è visto da come si muove goffamente, rifugiandosi in una risentita spocchia con cui riempie i vuoti mentali della sua “campagna elettorale”. Forse agitato perché si rende conto che i suoi mandanti stanno per sfilargli il grembiulino con cui finora ha coperto le sue vergogne, anche sulla sordida vicenda del Monte Paschi ha mostrato le sue caratteristiche principali: incapacità, goffaggine, accompagnati da una sterminata presunzione, e dalla convinzione che il popolaccio italiano sia composto solo da cretini.
Il popolaccio italiano rischia di arrabbiarsi sul serio. Il governo dei massoni gli ha rovinato la vita, gli ha sfilato i soldi di tasca, lo ha martellato con l’iniqua imposta sulla casa, e poi, guarda che coincidenza, ha deciso di beneficiare una Banca a conduzione Banda Bassotti proprio con lo stesso importo appena sfilato dalle tasche degli italiani, colpevoli di possedere l’abitazione in cui vivono, spesso acquistata con sacrificio.
Ma gli italiani sono tutti cretini, pensa il Loden, e afferma, con l’aria di granduca annoiato che getta pillole del suo Immenso Sapere ai servi della gleba, che “non c’è alcun nesso tra l’Imu e il prestito al Monte Paschi”.
Siamo ben oltre i limiti del pudore. Il dittatorello che ha distrutto la Previdenza, che serenamente pianifica la distruzione della Sanità, che ha ingigantito quel debito pubblico che avrebbe dovuto abbassare, che ha portato il peso fiscale oltre i limiti del sopportabile, che ha distrutto il lavoro, che ha fatto tutto ciò, dice lui “per salvare gli italiani” (forse perché chi muore cessa di soffrire), non ha avuto problemi nel correre a soccorso di una Banca la cui conduzione, adesso, si scopre che è stata sciagurata. Ci vuole un’eccezionale faccia di bronzo per bollare come “calunniatori” e “speculatori politici” quanti fanno oggi notare che con l’Imu si è soccorso il Monte Paschi. Non è una congettura, è semplice e banale matematica, materia che chi ha tanta confidenza con squadra e compasso dovrebbe ben conoscere.
Entrano 4 miliardi, escono 4 miliardi. Quasi ottomila miliardi delle vecchie, care, lire. Ma non è finita. Da un lato il prestito prevede un interesse da strozzini, il 9%, ma d’altro lato l’eventuale mancato rimborso sarà sanato con azioni del Monte Paschi. Insomma, lo Stato, che poi saremmo noi, cittadini italiani, e non i cialtroni che pro tempore si allineano alla greppia, si ritroverà azionista di un Istituto di Credito decotto.
Come sempre, quando vien fuori il bubbone, si scopre che tutti sono verginelli. Il Tesoro fa sapere con sdegno che la vigilanza spetta alla Banca d’Italia, ma la Banca d’Italia fa sapere che la precedente dirigenza del monte Paschi nascose dei documenti. Che bello. Se ne deduce che la “vigilanza” si traduce nel fatto che la Banca d’Italia chiede alla Banca Tal dei Tali: “Va tutto bene?”, e se quelli rispondono “Sì”, tutto è posto e tutti sono contenti. Napolitano ovviamente non può stare zitto e ci fa sapere che lui ha fiducia in Bankitalia. E chi se ne frega? Capirai cosa possa valere la sua fiducia: aveva fiducia anche nei carri armati sovietici…
Ci sono voluti anni e anni per accorgersi che una Banca delle dimensione del Monte Paschi stava affondando? E che fine ha fatto l’inchiesta sullo stranissimo acquisto della Banca Antonveneta, pagata quasi il doppio del suo valore, anche se era già piena di debiti? E che senso aveva acquistare una montagna di debiti, da sommare ai propri? E’ vero che il Monte Paschi ha crediti in sofferenza a livelli ben superiori a quelli di sicurezza?
Almeno i vecchi, sani, pirati di una volta, andando all’arrembaggio rischiavano di beccarsi un colpo di archibugio da qualche marinaio della nave a cui davano l’assalto. Oggi non è così. I pirati continuano gli arrembaggi, ma si sono costruiti prima il sistema di leggi, regolamenti, circolari, protocolli, con cui tutelarsi.
Leggete un istruttivo articolo di Marcello Foa, sul suo blog “Il cuore del Mondo”. L’articolo è intitolato “Banche: cittadino, apri gli occhi!”.
In fondo a tutta la piramide, schiacciato dalla turba dei mascalzoni e dei loro complici e lacchè, c’è sempre lui, il cittadino italiano, considerato poco più che un fesso, che deve credere, obbedire, combattere, per la maggior gloria e pancia piena di lorsignori.
Il Loden in questi giorni è a Davos, a uno di quei periodici incontri in cui la cosiddetta Alta Finanza celebra sé stessa. E' andato a spiegare per l’ennesima volta come lui, solo lui, ha salvato l’Italia. Da Davos ha respinto con sdegno il parallelo tra Imu e Monte Paschi. Non ha alcuna importanza che la matematica dimostri la sua menzogna e il suo torto marcio. Il Loden doveva respingere, perché al popolaccio non è concesso guardare e giudicare. Il popolaccio ha torto, anche se ha ragione. Il governo è compito degli illuminati.
Siamo oltre ogni pudore, ma siamo anche oltre ogni elementare capacità di intelligenza. Il Gran Mediocre, incapace di resistere al piffero del potere, ha fatto l’errore di voler “salire” (come dice lui) in politica. I capi-grembiulini non hanno approvato, e infatti le prime rampogne sono arrivate, guarda caso, proprio da quel Regno Unito, culla della massoneria. Ma il Gran Mediocre è ormai prigioniero del sogno, è convinto di essere un grand’uomo e mostra sempre più irritazione per chi ha l’ardire di voler giudicare il suo operato.
Si tranquillizzi. La rapina dell’Imu a favore dei rapinatori del Monte Paschi è stata l’ennesima goccia. Forse non è l’ultima, perché sembra che il vaso che contiene le acque putride abbia un’eccezionale capacità di carico. Ma a tutto c’è un limite, e ci siamo vicinissimi. Come siamo vicinissimi al 24 febbraio. Il popolo italiano non è composto di cretini e lo dimostrerà mandando a casa con sacrosanti calci nel sedere questa Banda di Cialtroni.



XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013. Resoconto di Cristina Siccardi – (terza e ultima parte)




XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013. Resoconto di Cristina Siccardi – (terza e ultima parte)

resoconto di Cristina Siccardi
(terza e ultima parte - per leggere la prima parte, clicca qui , per leggere la seconda parte, clicca qui)




Dopo il problema del metodo deve essere affrontato il problema dell’azione, ossia della prassi e Turco pone dei quesiti: «La prassi costituisce un criterio, oppure richiede (necessariamente) un criterio? Esiste una prassi neutrale rispetto ai valori? Oppure essa è intimamente congrua o incongrua rispetto ai fini? Il primato spetta alla prassi oppure alla teoresi?».
Il razionalismo moderno presuppone l’atto del cogitare indipendentemente dal suo contenuto. In tal senso da Cartesio ad Hegel (fino al pragmatismo contemporaneo) il pensiero si identifica con la sua attività. L’essere ne costituisce un risultato e non il fondamento. La realtà si muta in effettualità, ovvero in complesso di effetti dell’attività. Questa, nella «corsa alla coerenza» dell’immanentismo moderno, diviene l’attività del tutto (degli effetti), che si identifica con il nulla (delle determinazioni).
«Esemplarmente, per Berkeley l’essere delle cose deriva dall’attività del soggetto percipiente: esse est percipi. Per Kant è attraverso l’attività del conoscente che si costituisce il conosciuto, in quanto fenomeno. Per Hegel, l’Assoluto è soggetto e non è sostanza: si identifica con il suo divenire, ovvero con la sua attività dialettica».
Il primato della prassi, affermato dal marxismo, ed il primato della libertà teorizzato dall’esistenzialismo e dal personalismo costituiscono le coerenti conseguenze delle premesse del razionalismo moderno. Il primato della prassi è il primato dell’attività trasformatrice, del produttivo e, quindi, dell’economico. È il primato dell’attività sulla realtà. È il primato della libertà sulla verità. È il primato dell’efficacia sul valore. Il primato della prassi risolve ogni cosa in un risultato attivo e fa della prassi stessa una categoria autonoma, anzi la categoria delle categorie. Ecco che «attivismo», «prassismo», «pastoralismo» vengono ad assumere nel Vaticano II un’importanza di primo piano.
«L’immanentismo prassistico fa coincidere contraddittoriamente mezzo e fine: nega la strumentalità della prassi per identificarla con la sua stessa misura. Pone la verità in dipendenza della prassi. Fa del valore un risultato della prassi. Fa dell’efficacia il criterio della verità. Come è proprio di ogni forma di pragmatismo, che giudica la verità dal successo, e non viceversa».
Nel pensiero classico, pensiero che si coniuga in ogni tempo e ad ogni stagione, è la retta ragione ad essere misura dell’agire e non viceversa. «Nulla dell’agire può essere sottratto alla valutazione del vero e del bene. Non vi è alcuna forma di agire che sia autonoma rispetto al vero e al bene, neppure quella professionale o quella pastorale».
La terza questione affrontata dal docente di Udine è quella della contemporaneità e della modernità. «Come è possibile leggere in alcuni tra i documenti più rappresentativi del Concilio Vaticano II – ed in tal senso indicativi dell’intenzione e delle premesse soggiacenti – esso intende rivolgersi agli “uomini d’oggi”, presupponendo la consistenza propria di tale nozione. Parimenti, tali testi hanno come sfondo il “mondo contemporaneo”. Con la pretesa di rappresentare la “condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo” e le caratteristiche più rilevanti di quest’ultimo. Fino a giungere ad affermare che “nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone” .
Ora, proprio la pretesa di individuare sotto il profilo tipologico una fisionomia inconfondibile della contemporaneità, identificata con una rappresentazione antropologica, sociologica e storiologica evidenzia da una parte precisi presupposti teorici e dall’altra pone ineludibili problemi filosofici. Tale impostazione pretende di ridurre l’umano all’antropologico, il sociale al sociologico, lo storico allo storiologico. Presume, cioè, senza argomenti (e senza poterli fornire) di ridurre la realtà (dell’uomo, della società e della storia) alla sua rappresentazione, ottenuta attraverso la tipificazione di generalizzazioni empiriche (quando non si tratti di apriorismi ideologici impliciti)».
La possibilità di fissare la fisionomia dell’uomo contemporaneo sottende la pretesa di conferire realtà autonoma ai caratteri accidentali, considerando così il transeunte come permanente e l’apparente come per se stesso consistente. La tesi della mutazione antropologica dell’«uomo contemporaneo» sottende obiettivamente la negazione della permanenza della natura umana, quindi della sua universalità. Se tale mutazione fosse reale, la stessa natura umana ne risulterebbe vanificata nella sua consistenza ontologica. «Bisognerebbe derivarne l’incomunicabilità dell’umano, circoscritto come tale alla sua tipizzazione attualizzante, e la relativizzazione dei valori, almeno nella loro congruità (effettuale) con l’ “oggi”».
La contemporaneità non è la misura di se stessa. «Di essa si può ben osservare quanto sant’Agostino notava del tempo: sembra un dato evidente quando non lo si faccia oggetto di riflessione, ma appena ci si chiede che cos’è esso appare assolutamente arduo a definirsi. La contemporaneità, pur sembrando evidente, in realtà non lo è affatto. A rigore solo l’istante è contemporaneo di se stesso. Ma tale contemporaneità, proprio in quanto tale è inafferrabile e perciò indicibile. Anzi, l’istante contemporaneo a se medesimo non è che l’effimero: ciò che non dura e non può durare. Ciò che si dissolve di fronte all’incalzare di un nuovo istante. Ciò che è attuale senza essere permanente, è semplicemente effimero». La profondità del pensiero filosofico di Turco apre squarci di illuminante valore dove si comprende, alla fine, l’inconsistenza dei termini «moderno» e «contemporaneo». Se per «tempo si intende – realisticamente – come durata (di ciò che è soggetto al divenire), il contemporaneo di nulla è criterio. Esso trova la sua misura nell’eterno. L’attuale nell’universale. Il transeunte nel permanente. Lo storico nel tradizionale. Il fluire del tempo è degno di essere riscattato dall’oblio, in ragione dei valori che esso reca in sé, grazie allo scrigno della memoria. Sicché la continuità tra le generazioni attraversa gli avvenimenti. Né il passato né il futuro sono irrigiditi in una fissità che li rende ostili al presente, ma essi sono sempre, in qualche modo, presenti al presente. In esso si raccolgono. A partire da esso il passato si prolunga – attraverso la responsabilità dell’agire – nel futuro. Senza cesure ontologiche, nel bene o nel male di ciò che è deciso ed attuato».
L’essenza della modernità, come ha evidenziato la rigorosa analisi di Cornelio Fabro, è costituita dal principio d’immanenza. E proprio sul pensiero e sul mondo moderno il Concilio Vaticano II ha voluto fare i conti, conti che si sono dimostrati spesso effimeri proprio a causa della fugacità del concetto di modernità. Fabro ha rilevato che «il pensiero moderno è tutto accentrato sulla autonomia della coscienza, che è detto principio della libertà, principio dell’autocoscienza, principio dello spirito». In altri termini, la modernità «nella sua accezione propria è legata alla dialettica rigorosa del principio d’immanenza che ha avuto per esito la morte della filosofia con l’espulsione o nientificazione del problema della verità».
L’ultimo problema esposto riguarda «dall’interpretazione all’esegesi». I problemi filosofici di fronte ai quali si è trovato il Concilio Vaticano II e che si profilano attraverso i suoi stessi testi «fanno emergere una questione filosofica non solo ad extra ma anche ab intra». Si tratta di questioni interne alla stessa «lettura» dei testi, e non semplicemente di interpretazioni ad essi estranee. Proprio per questo i problemi emergono, al di là di qualsiasi interpretazione ed attraverso qualsiasi interpretazione. Ecco allora l’estrema necessità di analizzare con attenzione i testi per farne emergere le risposte, ma anche le domande e «cercarne senza infingimenti le soluzioni. Le quali potranno essere appropriate solo se vere, e non viceversa».
Emblematico risulta il caso della Nota esplicativa previa alla Costituzione Lumen Gentium e la nota 1 al Proemio della Costituzione Gaudium et Spes. Siamo di fronte ad un parossismo: un documento che dovrebbe chiarire una dottrina è ritenuto, a sua volta, bisognoso di un chiarimento, attraverso una nota esplicativa del documento stesso: «segno evidente della necessità di precisare criteri per intendere un testo che per la sua stessa natura dovrebbe fornire dei criteri».
L’agire non giustifica l’agire, pertanto la pastorale o la normativa non giustificano se stesse. Senza il fondamento nella verità, naturale e soprannaturale, «si avrebbe (anche con le migliori intenzioni) solo una prassi totalmente dipendente da risultato, quindi una prassi nichilista. Non la circolarità ermeneutica (per se stessa mai definitiva, e quindi sempre precaria) né la condivisione sociologica (per se stessa puramente accidentale, e sempre mutevole), ma solo il suo valore di verità regge l’interpretazione retta. Ma a tale condizione, l’interpretazione neppure è più propriamente interpretazione, ma esegesi, ovvero, in sostanza, lettura della realtà. Nessuna interpretazione può convalidare se stessa, a partire da se stessa. Anzi, a rigore, finché resta nell’orizzonte dell’interpretazione, non riesce a trascenderlo e si pone sul piano di qualunque altra. Restando nel labirinto delle interpretazioni, ci si impedirà ogni possibilità di uscita. Inoltre il fondamento dell’autorità è la verità, pertanto l’ordine del bene, e non viceversa. «Se il problema dei testi è ricondotto alla questione dell’interpretazione, esso è spostato senza essere risolto. L’interpretazione, infatti, rinvia al criterio in base al quale essa è valida (e quindi preferibile rispetto ad ogni altra). Sotto il profilo epistemologico, ogni interpretazione, in quanto tale, è sullo stesso piano di qualsiasi altra interpretazione. In sostanza ogni interpretazione è una sovrapposizione. Essa cioè si sovrappone al testo e lo riferisce all’interprete. L’interpretazione subordina l’interpretato all’interpretante. Il testo perde in certa misura la sua obiettività per convertirsi in strumento dell’interpretazione medesima, attraverso la quale il testo diviene, in certo modo, altro da sé. Talché il criterio si sposta dall’oggetto al soggetto, dall’interpretato all’interpretante. Fino a dovere riconoscere che, nel circuito dell’interpretazione, non possono non esserci tante interpretazioni quanti sono gli interpreti».
Diversamente dall’interpretazionismo moderno san Tommaso d’Aquino insegna che l’unica interpretazione valida è quella vera e non ve ne sono altre, e non dipendono dalle intenzioni dell’interprete, ma dal significato che esso reca in sé. Il ragionamento è cristallino: «Avendo la verità (naturale e soprannaturale) come misura, è possibile evitare ogni ibridismo epistemologico, come quello che – nell’interpretazione dei testi del Vaticano II – presume di individuarne la cifra nella “sintesi di tradizione e di aggiornamento”. Tali termini, infatti, manifestano un carattere obiettivamente anfibologico: possono cioè assumere, restando (morfologicamente) immutati, significati diversi ed opposti».
Solo passando dall’interpretazione all’esegesi possono essere affrontati i problemi senza nasconderli: la via dell’esegesi è la via del primato della verità, «diversa dalla pretesa di un’obbedienza che surroga la verità e che, come tale, svuota di verità l’obbedienza stessa, mutandola in esecuzione». È la via che esclude ogni «divieto di fare domande», tipico del razionalismo totalizzante delle ideologie; è la via epistemica capace di affrontare le questioni in maniera definitiva. «Solo l’esegesi può consentire di chiarire i termini per se stessi, di cogliere presupposti impliciti e di indagarne la consistenza (quindi la verità), di saggiare la coerenza (o meno) delle argomentazioni, di formulare (ove si rendano necessarie) integrazioni e correzioni».

L’Abbé Yves le Roux ha spiegato come tutti i Concili ecumenici sono stati indetti affinché la Chiesa rispondesse a dei problemi e ciò ha comportato approfondimenti dottrinali e conseguenti definizioni dogmatiche sui punti controversi con un preciso rilancio dell’azione pastorale, tesa a riguadagnare il terreno perduto. La convocazione di un Concilio è sempre meditata, dolorosa, sofferta in quanto viene riconosciuta una ferita, una crisi all’interno della Chiesa, alla quale bisogna rispondere. Il Concilio Vaticano II, invece, per espressa dichiarazione di Giovanni XXIII, che lo ha convocato, è il frutto di un’illuminazione istantanea, carica di ottimismo. Anzi la Chiesa è percepita dal Papa come particolarmente forte, addirittura in grado di portare aiuto al mondo in una fase di trapasso che il Concilio dovrà accelerare al fine di creare una società di pace e di giustizia sulla terra. La conseguenza è che non ci saranno più né definizioni dottrinali da dare, né errori da condannare. Sarà il primo Concilio di «bell’esempio». Una novità fu quella dell’introduzione degli osservatori acattolici all’interno del Concilio. Anche Pio IX li aveva invitati, ma nel Vaticano II essi assumono un ruolo assolutamente attivo e propositivo.
Una mansione abnorme sarà assunta dai periti: una grande quantità di Vescovi impreparati saranno in balia dei loro esperti; diventerà addirittura il «Concilio dei periti», come sarà definito dai giornalisti.
Altra differenza assoluta con i precedenti concili è stata la funzione assunta dai mezzi di comunicazione di massa, che sono stati determinanti nel dirimere le questioni conciliari e nell’indirizzare l’opinione pubblica. Come non pensare, allora, al Cardinale Suenes, che parlava spesso con i giornalisti? In tal modo, accattivandosi la stampa, egli otteneva il favore mediatico per sé e per le idee che esponeva al Concilio, per esempio quelle riguardanti la libertà religiosa.

L’Abbé Jean-Michel Gleize ha spiegato che esiste un Magistero, ma ci sono due concezioni di Magistero. Ha iniziato il suo argomentare teologico spiegando che la Rivelazione divina può essere intesa in due sensi: «Dio si manifesta liberamente e in maniera soprannaturale al genere umano, che consiste nella visione dell’essenza divina che ci parla attraverso i profeti dell’Antico Testamento e per mezzo di Cristo, comunicando alla nostra intelligenza la conoscenza dei misteri soprannaturali della fede e delle verità naturali della religione. Il secondo senso della Rivelazione è il depositum, ossia l’insieme delle verità oggettive comunicate nella Rivelazione in senso attivo e registrato nelle fonti sia scritte che non».
La Chiesa può essere intesa in due sensi: «Nel primo senso la Chiesa si definisce come l’insieme di tutti i fedeli battezzati, che sono membri della stessa società cattolica. Nel secondo la Chiesa si definisce nella sua causa formale come un insieme ordinato, secondo una relazione di dipendenza fra i pastori e il gregge, ovvero fra i membri della gerarchia che governa, insegnando e santificando in virtù della missione divina ricevuta da Cristo e l’altra parte dei semplici fedeli battezzati». San Pio X nel giuramento anti-modernista utilizza questi termini: «Io credo anche fermamente che la Chiesa è stata istituita da Cristo come la custode e la maestra della Parola rivelata» e Leone XIII spiega nell’Enciclica Satis cognitum le ragioni di questa espressione: è nella gerarchia che la Chiesa è maestra e custode della Parola di Dio. Gli Apostoli, infatti, consacrando dei vescovi e designandoli nominativamente conferiscono loro la carica e la missione d’insegnare. La responsabilità della gerarchia è, dunque, immensa. Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 2005 n ° 15 dice che il deposito della fede è affidato a tutta la Chiesa, chiamata a trasmettere la verità. Nella Esortazione Verbum Domini Papa Benedetto XVI ha detto che «La Parola di Dio ci ha dato la vita divina che trasfigura la faccia della terra, facendo nuove tutte le cose (cfr Ap 21, 5). La Sua Parola ci rende non solo i destinatari della rivelazione divina, ma i suoi messaggeri», pertanto la missione di annunciare la Parola di Dio è il compito di tutti i discepoli di Gesù Cristo, come conseguenza del loro battesimo. Ha affermato l’Abbé Gleize: «Nessun credente in Cristo può sentirsi estraneo alla responsabilità che deriva dalla appartenenza al Corpo sacramentale di Cristo. Questa consapevolezza deve essere risvegliata in ogni famiglia, parrocchia, comunità, associazione e movimento ecclesiale. La Chiesa come mistero di comunione è missionaria e ciascuno, secondo il suo stato di vita, è chiamato a dare il suo contributo» di servizio come Chiesa, istituzione divina voluta da Cristo, dove il ruolo della Tradizione, inteso come trasmissione, è fondante. La gerarchia è chiamata ad esercitare il Magistero per insegnare con l’autorità di Dio e i fedeli ricevono questo insegnamento del Magistero. Il Vaticano II «si propone di istituire una nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno», è questo il grande problema perché «la dottrina della fede è stata presentata in modo tale da rispondere alle esigenze del nostro tempo».
Attenzione, dunque, alle due concezioni di Magistero: quello che procede per via della ricerca scientifica, mirando a scoprire nuove verità, che si fa portavoce della Comunità e che traduce le moderne intuizioni in linguaggio concettuale, e il Magistero ecclesiastico, che non ha lo scopo di scoprire nuove verità, ma trasmette sempre la stessa identica verità rivelata. Il fondatore di questo Magistero è Cristo che ha chiamato i suoi discepoli ad attestare la verità, quella che si tramanda, attraverso l’insegnamento della e nella Tradizione, per via Apostolica. L’atto del Magistero ecclesiastico (dove si concretizza l’unità di tempo e spazio dell’educazione religiosa) non può né proclamare l’errore, né negare o semplicemente mettere in dubbio la verità già proclamata. «I frutti del Magistero pastorale inaugurato dal Concilio Vaticano II ha determinato una diffusa protestantizzazione della Chiesa e una considerevole diminuzione di fede». Nel Vaticano II è emersa una docenza diversa rispetto alla Tradizione e la progettazione dell’insegnamento ecclesiale che è maturato in questi 50 anni è profondamente cambiata rispetto al preconcilio e va di pari passo con un nuovo concetto di Rivelazione (quella storicistica), di Chiesa e di Tradizione, dove l’orizzontale ha preso il sopravvento sul verticale, l’immanente sul soprannaturale. Insomma «l’insegnamento del Vaticano II obbedisce a una logica diversa», quella dell’immanenza, «una logica completamente nuova, estranea alla definizione del Magistero cattolico» e questa nuova logica prevale all’interno della Chiesa e propone una concezione di insegnamento che segue un indirizzo soggettivistico, chiaro frutto della malattia che ha colpito la Chiesa e il Magistero: il Modernismo, il liberalismo, che sono stati introdotti «come un parassita o un corpo estraneo (un “Alien”) nel corpo della Chiesa. Ci auguriamo che questo mostro finirà per essere rimosso. E Pietro, alla fine, sarà liberato da queste catene, poiché la soluzione sta in quel: “Tu es Petrus et super hanc Petram aedificabo Ecclesiam Meam”».

La giornata di sabato 5 gennaio è stata chiusa dall’Abbé Alain Lorans, il quale ha affermato che nessuno può negare il fatto che esista una crisi della Chiesa, ma tale constatazione deve essere vista dai cattolici alla luce della fede. A differenza di tutti i Concili precedenti, il Vaticano II è stato il Concilio che ha invocato «l’aggiornamento», ossia l’adattamento della Chiesa al mondo moderno. Di fatto si è impedita la vera riforma della Chiesa che non è altro che instaurare omnia in Christo, ripristinando tutte le cose in Lui.
Come giustamente ha scritto Romano Amerio in Iota Unum: «Il mondo rifiuta la dipendenza tranne nei confronti di se stesso. La Chiesa sembra aver paura di essere respinta» da esso, allora cerca di scolorire le sue particolarità meritorie e di colorare i tratti che ha in comune con il mondo moderno, un mondo che si autocelebra nel cosiddetto «progresso umano».
Domenica 6 dicembre, giorno dell’Epifania di Nostro Signore, dopo una bellissima Santa Messa Pontificale celebrata da Monsignor Bernard Fellay a Saint Nicolas du Chardonnet nel cuore di Parigi, dai cui muri secolari trasuda il patrimonio cattolico-romano di una fede tramandata di parroco in parroco, di padre in figlio, il Superiore della Fraternità San Pio X ha chiuso i lavori del Congresso teologico facendo un bilancio complessivo: dopo 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II la risposta della Fraternità, voluta dal Vescovo Monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, continua ad essere la stessa, quella che il padre fondatore ha ricordato fino all’ultimo suo respiro, citando san Paolo: «Tradidi quod accepi» («Ho trasmesso quello che ho ricevuto»). Inoltre Monsignor Fellay ha esortato i presenti a porre la Santa Messa al centro di tutto, perché ogni cosa deriva ​​da questa inesauribile fonte. «Tutto nella vita cristiana deriva dal Sacrificio di Nostro Signore sulla Croce, rinnovato nella Messa, proprio qui troveremo la soluzione a questa crisi. La pastorale vera sta nel Santo Sacrificio e soltanto tale “pastorale” conduce le anime a Cristo». Questo lo spirito cristiano e noi «dobbiamo vivere la grazia di nostro Signore. Questa è la cura. Il sacerdote deve diventare un altro Cristo», dunque salire all’altare in persona Christi. Non è sufficiente, ha dichiarato il Vescovo, avere una tonaca e celebrare la messa in latino; il sacerdote è chiamato all’imitazione di Gesù Cristo e tale imitazione sarà il rimedio, una cura «essenzialmente soprannaturale». Egli ha poi toccato il problema esistente tra la FSSPX e Roma, che, dopo i colloqui dottrinali, è ritornato al punto di partenza. «La soluzione proposta dalla Fraternità è quella di san Vincenzo di Lerins»: se la Chiesa è malata ha bisogno di cure e la terapia si chiama Tradizione. «Cosa fare ora? Lasciare la Chiesa? Certo che no! Non vi è alcuna altra chiesa che la Chiesa cattolica! La Chiesa è nostra madre, è malata, ma è la Chiesa fondata da Nostro Signore, il quale ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Non abbiamo mai inventato una chiesa per noi! Non resta che pregare, invocare la grazia e compiere ognuno il dovere del proprio stato. Chiediamo a san Giuseppe, protettore del Bambino Gesù, di proteggere la Chiesa. È per questo che il 19 marzo prossimo consacreremo a lui, ad Écône, la Fraternità San Pio X».

(Fine)

mercoledì 23 gennaio 2013

XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013. Resoconto di Cristina Siccardi – (seconda parte)

XI CONGRESSO TEOLOGICO DEL ‘COURRIER DE ROME’: “VATICANO II, 50 ANNI DOPO: QUALE BILANCIO PER LA CHIESA?”, VERSAILLES-PARIGI 4-5-6 GENNAIO 2013.
resoconto di Cristina Siccardi
(seconda parte - per leggere la prima parte, clicca qui)

Alessandro Fiore ha chiuso il primo giorno compiendo una esaustiva rassegna sui dibattiti e sulle pubblicazioni sul Concilio Vaticano II che in questi ultimi anni hanno caratterizzato il panorama intellettuale italiano, sollecitato anche dal celebre discorso del 22 dicembre 2005 di Benedetto XVI alla Curia romana quando il Sommo Pontefice parlò delle diverse ermeneutiche dell’Assise.
Il 2009 è stato definito «l’année Gherardini», nel marzo di quell’anno, infatti, uno dei teologi più grandi della contemporaneità, Monsignor Brunero Gherardini, ha pubblicato il celebre libro Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, dove l’autore, con approfondite argomentazioni ha posto in evidenza l’importanza di mettere sul tavolo la questione Concilio, e da allora ha pubblicato altri libri dello stesso tenore. Il suo appello non è rimasto senza risposta: nel dicembre 2010 la congregazione dei Francescani dell’Immacolata ha organizzato un importante Congresso di studi sul Concilio Vaticano II, dove sono intervenuti Padre Serafino Lanzetta, Monsignor Luigi Negri, Monsignor Brunero Gherardini, i professori Yves Chiron e Roberto de Mattei, Monsignor Athanasius Schneider, don Nicola Bux, padre Florian Kolfhaus e il Cardinale Velasio De Paolis.
Nel 2011 è stato pubblicato Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta di de Mattei che con innumerevoli documenti è stata ricostruita la storia dell’Assise, documenti che dimostrano la volontà di un chiaro spirito di rottura con la Tradizione della Chiesa. Nello stesso anno don Pietro Cantoni, che venne ordinato sacerdote da Monsignor Lefebvre ed ebbe come maestro all’Università Lateranense Monsignor Gherardini, ha scritto il libro Riforma nella continuità. Vaticano II e l’anticonciliarismo per rispondere polemicamente alle affermazioni di Gherardini nel tentativo di dimostrare la continuità del Vaticano II con la Tradizione della Chiesa alla luce dell’ermeneutica della riforma nella continuità proposta da Benedetto XVI. Il testo ha naturalmente suscitato la reazione del maestro Gherardini, attaccato personalmente dal suo antico allievo, reazione che ha prodotto un nuovo libro dell’insigne teologo, dal titolo Il Vaticano II. Alle radici d’un equivoco. Nel mese di ottobre Roberto de Mattei ha pubblicato Apologia della Tradizione, dove l’autore fa notare come in più episodi della storia della Chiesa ci si è opposti alle decisioni e agli insegnamenti delle autorità ecclesiastiche in nome della Tradizione. Nel 2012 padre Lanzetta, teologo dei Francescani dell’Immacolata, ha pubblicato Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, dove sottolinea la necessità di ricondurre il Concilio nel suo giusto alveo, togliendo quel marchio di «superdogma» che gli è stato esageratamente imposto.
Il dibattito sul Concilio Vaticano II, ha ancora affermato Fiore, si svolge anche su Internet, dove si possono trovare molti articoli di diversi autori. È indubbio che ci sia stata una benefica influenza delle discussioni tenute tra la Fraternità San Pio X e Roma sui dibattiti del Concilio. Lo storico della Chiesa Giovanni Miccoli, di chiare simpatie progressiste, ha scritto un libro La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma; l’autore mostra la sua preoccupazione per un’operazione a Roma di restaurazione contro i progressi del Concilio, utilizzando lo strumento della FSSPX, Fraternità peraltro elogiata da Monsignor Gherardini nel suo saggio Quod et tradidi vobis. Anche il domenicano padre Giovanni Cavalcoli con il suo libro Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio ha affermato di voler offrire un contributo utile alle discussioni fra Roma e la Fraternità stessa. «Si può dunque dire che la Fraternità gioca un ruolo molto importante per fare avanzare il dibattito, per animare una discussione costruttiva, per esporre pubblicamente le sue posizioni e per avvalorare la sua stessa esistenza». È chiaro che si è ormai aperta una strada che non potrà più essere chiusa, una via che si oppone all’idea di un Concilio carismatico e mistico di chiara impostazione soggettivistica, che tende a mitizzare, se non ad adorare, il Vaticano II a discapito di tutti gli altri Concili della storia. Nelle considerazioni conclusive Fiore ha affermato che il «Concilio Vaticano II non è più “intoccabile”, non è più un super-Concilio. Anche al di fuori del tradizionalismo si notano sempre più le carenze», certi teologi non esitano a formulare delle critiche radicali e coloro che vogliono difendere a tutti i costi l’ortodossia del Concilio spesso ammettono le deficienze del piano pastorale, ovvero del livello specifico del Vaticano II, che ha mancato la sua finalità propria e ha formulato delle attestazioni ambigue. Don Cantoni, per esempio, nel suo libro Riforma nella continuità. Vaticano II e anticonciliarismo, riconosce che nei documenti non è stato detto nulla circa i pericoli del laicismo degli Stati. Padre Lanzetta parla sia di un certo «pluralismo contraddittorio» nel Concilio, dove non sono chiari i limiti della pastoralità e della dogmaticità, sia di discontinuità teologiche. Padre Kolfhaus rimarca l’ottimismo dei padri conciliari che hanno rinunciato alle definizioni dottrinali e alle solenni condanne. Padre Cavalcoli ammette che il linguaggio del Concilio manca di precisione, univocità e chiarezza «che si trova nei Concili precedenti», un linguaggio che ha finito per dividere in qualche modo la Chiesa. Alessandro Fiore ha ancora affermato che il «Vaticano II è un Concilio “mancato”: voleva essere pastorale, e non è stato pastorale. In generale si percepisce un bisogno sempre più grande di chiarezza dottrinale dopo la confusione creata dal Concilio e il dopo Concilio». Monsignor Gherardini supplica il Santo Padre di mettere chiarezza in quale misura il Concilio è stato fedele alla Tradizione; padre Lanzetta desidera un documento metafisico-dogmatico del Magistero per definire l’interpretazione corretta del Concilio; Monsignor Schneider ha proposto un Sillabo degli errori circa l’interpretazione del Concilio Vaticano II; de Mattei sottolinea l’urgente necessità di un nuovo Sillabo o di una nuova Professio fidei. «È chiaro che le discussioni teologiche dureranno ancora per molto tempo, ma a me sembra, ed è quello che volevo dimostrare, che diventiamo sempre più consapevoli, almeno in alcuni ambienti, non solamente dei mali che affliggono la Chiesa, ma anche delle cause di questi mali e delle responsabilità dell’ultimo Concilio. Non possiamo che desiderare che un giorno le autorità riconoscano tutto ciò e vengano applicati i rimedi - quale rimedio migliore se non la Tradizione? - per il bene della Santa Chiesa».

Sabato 5 gennaio è stato preso in esame il punto di vista dottrinale e sono intervenuti padre Patrice Laroche, professore del Seminario tedesco di Zaitzkofen («Un tentativo di dogmatizzare il Concilio Vaticano II»); il professor Giovanni Turco dell’Università di Udine («La modernità e il Vaticano II); padre Yves le Roux, direttore del Seminario di Winona negli Stati Uniti («Un Concilio non come gli altri»); padre Franz Schmidberger, Superiore del distretto di Germania («L’ermeneutica della continuità o della rottura?»); padre Jean-Michel Gleize, professore del Seminario di Écône («Due concezioni di Magistero») e padre Alain Lorans, redattore di D.I.C.I. («Lo sguardo della fede e la lezione dei fatti»).

Padre Laroche ha spiegato che il tentativo di dogmatizzare il Concilio Vaticano II è viziato fin dalla partenza. «Alla domanda sui rapporti tra Roma e la FSSPX, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Monsignor Gerhard Ludwig Müller ha affermato, nell’autunno 2012 in un’intervista alla radio tedesca Norddeutscher Rundfunk: “La porta è sempre aperta... ma non vi è alcun compromesso in termini di fede cattolica, soprattutto perché è stata definita regolarmente dal Vaticano II ... Non possiamo negoziare la fede cattolica, non ci può essere nessun compromesso». Con queste parole pare che con il Vaticano II si sia dato un insegnamento definitivo e, quindi, immutabile e infallibile o quasi. Ebbene, ha proseguito il professore, oggi «come lo era 30 o 35 anni, Roma è estremamente imbarazzata» quando si afferma che esistono alcuni testi del Concilio sbagliati o che alcune decisioni del Vaticano II sono dannose per la fede. Esistono dei significativi esempi al riguardo: il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Seper, scrisse a Monsignir Lefebvre il 28 gennaio 1978, a proposito della libertà religiosa: «Questa Dichiarazione conciliare è chiaramente un insegnamento del Magistero, anche se non è l’oggetto di una definizione, richiede obbedienza e consenso (cf. Cost.. Dogm. Lumen Gentium, 25). Perciò non è lecito respingerlo come errato».
A proposito del Novus Ordo, ancora il Cardinale Seper ha detto: «Un fedele non può mettere in dubbio la conformità con la dottrina della fede di un rito promulgato dal Supremo Pastore, soprattutto se è il rito della Messa, che è al centro della vita della Chiesa». Sullo stesso argomento il Cardinale ha chiesto a Monsignor Lefebvre, durante un interrogatorio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, il 12 gennaio 1979:
«Può un fedele cattolico pensare e dire che un rito sacramentale, specialmente nella Messa, approvato e promulgato dal Sommo Pontefice, sia incompatibile con la fede cattolica o favens haeresim?». Monsignor Lefebvre diede questa risposta: «Questo rito non professa la fede cattolica chiaramente come l’ordine della Messa di prima e, quindi, può promuovere l’eresia». Inoltre, disse ancora il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X: «la cosa stupefacente è il sapore protestante dell’Ordine di questa Messa e quindi favens haeresim». Monsignor Lefebvre dichiarò, quando fu rimproverato di un comportamento “scismatico”: «Penso che sia possibile, come hanno fatto molti altri nella storia, manifestare riluttanza, su alcune decisioni, nei confronti del Papa e della Curia Romana. [...] Fino a quando non si impegna l’infallibilità papale, la presentazione pubblica di certe difficoltà, da parte di un vescovo, non è un crimine di ribellione, se la presentazione stessa è basata sulla tradizione».
È importante, per chiarire ogni cosa, considerare l’autorità dottrinale del Concilio Vaticano II. La risposta la troviamo in un comunicato ufficiale della Commissione dottrinale del 6 marzo 1964, ribadita il 16 novembre 1964, in cui si afferma esplicitamente:
«Compte tenu de l’usage des conciles et du but pastoral du concile actuel, celui-ci ne définit comme devant être tenus par l’Eglise que les seuls points concernant la foi et les mœurs qu’il aura clairement déclarés comme tels. Quant aux autres points proposés par le Concile, en tant qu’ils sont l’enseignement du magistère suprême de l’Eglise, tous et chacun des fidèles doivent les recevoir et les entendre selon l’esprit du Concile lui-même qui ressort soit de la matière traitée, soit de la manière dont il s’exprime, selon les normes de l’interprétation théologique».
Alla base di tutte le dottrine moderne, vi è un nuovo concetto del rapporto della Chiesa con il mondo e tale disegno di base non ha radici nella Scrittura e nella Tradizione plurimillenaria della Chiesa cattolica romana. Questo è ciò che può rendere le decisioni non infallibili, sospendendo, pertanto, l’obsequium religiosum, necessario in circostanze normali. San Paolo (Gal 2, 11-14) non ha resistito a san Pietro, perché Pietro aveva sbagliato ad associarsi a coloro che «non camminavano rettamente secondo la verità del Vangelo»?
Con valide ragioni Monsignor Lefebvre ha scritto che la nuova professione di fede è accettabile, ma, nella fattispecie, con la condizione di non cadere in dottrine che si contraddicono fra di loro. Si può, allora, notare che il Vaticano II e il Magistero post-conciliare sono diventati «più esigenti di quanto fosse la Chiesa prima del Concilio. In precedenza il religiosum obsequium è stato richiesto quando si trattava di errori di condanna o punti controversi che il Papa ha voluto risolvere. Oggi un cattolico dovrebbe accettare ciò che insegna Roma, anche se si tratta di nuove dottrine, una volta condannate, anche se le applicazioni portano alla perdita della fede e sono rovinose per la vita cristiana. Il obsequium religiosum è diventato un modo di pensare e di agire».

Il professor Giovanni Turco ha poi affrontato la questione del metodo, precisando che l’autentica intelligenza filosofica è la via, «il pronao», per l’intelligenza teologica. «Il Concilio Vaticano II si presenta programmaticamente ed intenzionalmente come “pastorale” (pur senza definirne esplicitamente la nozione). La pastoralità ne individua perciò la natura ed il criterio - donde la peculiarità, l’indole ed il registro - e perciò il limite intrinseco (dichiarato esplicitamente dagli stessi testi conciliari). Anzi, la pastoralità -che propriamente è inconfondibile con il campo dottrinale e con quello disciplinare, pur essendo ovviamente ad essi strettamente connessa - ne fissa la singolarità (assoluta). In tal senso il Vaticano II, con i suoi documenti, eleva un metodo ed un linguaggio - quello appunto pastorale - a criterio di elaborazione e di espressione di ogni suo testo e di ogni suo atto. Sicché il metodo ed il linguaggio precedono il contenuto (tanto sotto il profilo dottrinale quanto sotto quello disciplinare). Il metodo sarebbe dato, il contenuto da darsi. Il linguaggio sarebbe fissato, il messaggio sarebbe da formulare. Il metodo ed il linguaggio assurgono così al rango di filtro attraverso il quale occorre comunicare qualsivoglia nozione.
Da tale premessa si profila, a ben vedere, un primo problema essenziale ed imprescindibile. Esso riguarda il significato stesso del metodo e del linguaggio, in rapporto ad un contenuto (quale che sia). Nei suoi termini essenziali ne emerge un quesito ineludibile. È possibile fissare un metodo ed un linguaggio aprioristicamente rispetto al proprio oggetto? Può darsi un metodo ed un linguaggio che costituiscano un prius (per se stesso) rispetto al proprio contenuto? In altri termini, può il metodo ed il linguaggio subordinare a sé il proprio oggetto (sia pure, per quanto attiene al proprio campo)? Ovvero, può il metodo ed il linguaggio essere considerato autonomamente rispetto al proprio contenuto?
Come si rileva, tale questione è filosoficamente ineludibile. La risposta affermativa o negativa rinvia al rapporto tra metodo e fondamento ed altresì tra linguaggio ed oggetto. È il metodo per sé fondante? Il metodo dipende dal fondamento o il fondamento dipende dal metodo? Il linguaggio dipende dal suo oggetto oppure l’oggetto dipende dal linguaggio? Altrimenti, il linguaggio ha un rapporto estrinseco oppure intrinseco al suo oggetto? A ben considerare, tertium non datur.
Anzitutto è da osservare che né il metodo né il linguaggio sono metafisicamente ed assiologicamente indifferenti. Nessun metodo, come nessun linguaggio, è neutrale rispetto ai principi logici ed etici. Nessun metodo, come nessun linguaggio si risolve in una mera tecnica. Al contempo neppure la tecnica è per sé indipendente dal suo oggetto e dal fine per il quale è impiegata. Il problema del metodo non è un problema di metodo. Il problema del linguaggio non è un problema di linguaggio. Il metodo non spiega il metodo. Il linguaggio non spiega il linguaggio. Analogamente può essere rilevato che la pastoralità non spiega la pastoralità (né come metodo né come linguaggio). Come per se stesso il finito non spiega il finito, ma esige necessariamente il fondamento.
Tanto il metodo quanto il linguaggio - anche ovviamente quando l’uno e l’altro si connotano come pastorali - rinviano al “ciò per cui” essi sono tali, ovvero rimandano a ciò che, trascendendoli, ne costituisce l’intima ragion d’essere, ed assicura ad essi validità specifica. Tanto il metodo quanto il linguaggio sono tali in quanto veri (e veramente tali), non sono veri in quanto tali. Essi rinviano, cioè, ad un criterio di validità, in ragione del quale un certo metodo (come un certo linguaggio) è valido ed un altro no. Ed il criterio di validità null’altro è se non il criterio di verità, ovvero il criterio di conformità intrinseca, secondo cui un metodo (ed un linguaggio) in rapporto al proprio oggetto, è autentico oppure no.
D’altra parte, è chiaro che il problema del metodo come quello del linguaggio (analogamente a quello della conoscenza), proprio per la loro relazione essenziale a ciò rispetto a cui costituiscono rispettivamente via inveniendi e via loquendi, non si pone in termini generici, ma necessariamente in termini specifici. Esso richiede la determinazione di ciò rispetto a cui il metodo (come il linguaggio) è propriamente tale. Altro è il metodo (ed il linguaggio) della metafisica, altro quello delle scienze empiriche, altro quello della teologia altro quello delle arti. Altrimenti, come evidenzia Platone (nel Gorgia) un metodo (o una pratica), che pretende di essere avulso dall’oggetto, e perciò di valere per qualsiasi contenuto (come quello sofistico), può persuadere solo gli ignoranti (non i competenti).
Ora, va osservato che la modernità esordisce con Cartesio e con Bacone – ed ancora prosegue emblematicamente con Spinoza e con Locke, con Kant e con Comte – affermando il primato del metodo e facendo della filosofia prioritariamente una questione di metodo, fino a far coincidere – lungo direttrici distinte eppure omologhe – metodo, linguaggio e contenuto con Hegel, da una parte, e con la filosofia analitica, dall’altra. Dove il metodo ed il correlativo linguaggio non hanno una mera priorità metodica (cosa che porterebbe chiaramente ad un circolo vizioso, ovvero ad una petitio principii) ma hanno una priorità costitutiva del sapere stesso».
Il primato del metodo e del linguaggio caratterizzano il razionalismo moderno. «Il primato del metodo coincide con l’autereferenzialità del razionalismo moderno, che (come ha acutamente diagnosticato Cornelio Fabro) presume di porre l’essere alle dipendenze del conoscere. La precedenza del metodo è la precedenza del conoscere sull’essere, ed ancor prima presuppone la priorità del volere rispetto al conoscere stesso. La metafisica, così, finisce per dipendere dalla gnoseologia».
Diversamente, nel pensiero classico è il contenuto a fondare il metodo ed il linguaggio, come è l’essere a fondare il conoscere: la verità di una proposizione e di un ragionamento dipende dal suo contenuto, non dal suo metodo, neppure dal suo linguaggio, come chiarisce Aristotele nella Metafisica (libro VI).
«San Tommaso d’Aquino insegna che il discorso persuasivo (per sé distinto da quello dimostrativo), non svuota la ragion d’essere della fede ed è fondato su ciò che ne costituisce il contenuto. Una scienza non rende evidenti i propri principi, ma in virtù dell’evidenza dei principi, rende evidenti le conclusioni. La scienza dipende dai principi, non i principi dalla scienza. Senza principi non vi può essere scienza, né qualsivoglia autentico sapere.
In definitiva, è il contenuto a fondare il metodo, non viceversa. Il metodo sta sul fondamento dei principi, non i principi sul fondamento del metodo. Il metodo, come il linguaggio, non è mai neutrale nei confronti dei principi. È l’oggetto a giudicare del metodo – e del linguaggio – non il metodo a giudicare dell’oggetto. Il metodo come il linguaggio o sono ricondotti all’essere, oppure pretendono di sostituirsi ad esso».
Tali considerazioni vanno esposte anche per il criterio della pastoralità che caratterizza il Concilio Vaticano II. «Il primato della pastoralità equivarrebbe al primato del metodo e del linguaggio. Ma tale primato non può darsi sotto il profilo epistemologico, né propriamente sotto il profilo ontologico. Il metodo come il linguaggio non hanno alcun primato: dipendono essenzialmente dall’ordine del vero, cioè dall’ordine dell’essere. Anche là dove la conformità in cui consiste la verità si riferisce al contenuto della Rivelazione.
L’impostazione dei documenti del Concilio Vaticano II pone, quindi, un fondamentale problema epistemologico. Anzitutto nella prospettiva epistemica soggiacente all’elaborazione dei testi, la quale proprio in quanto pastorale non è né dottrinale né disciplinare. Nel primo caso essa ha la verità (delle proposizioni e del ragionamento) come fondamento; nel secondo caso la giustizia (e l’equità). Diversamente, la pastoralità (per se stessa da misurarsi sulla dottrina e sulla disciplina) ne costituisce al contempo il criterio e la questione. Essa è già una interpretazione, a parte ante. Proprio per questo, a sua volta, richiede una interpretazione, a parte post. Per sé non spiega, ma deve essere spiegata. Come tale, non può che essere una misura da misurarsi. Appena enunciato – il criterio della pastoralità – vede emergere ineludibilmente i problemi essenziali relativi alla sua stessa ragion d’essere. Problemi che non possono essere occultati, affinché vi sia autentica intelligenza dei testi».
(continua)
 
tratto da: http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2140:xi-congresso-teologico-del-courrier-de-rome-vaticano-ii-50-anni-dopo-quale-bilancio-per-la-chiesa-versailles-parigi-4-5-6-gennaio-2013-resoconto-di-cristina-siccardi-seconda-parte&catid=61:vita-della-chiesa&Itemid=123