venerdì 27 aprile 2018

Ranher il distruttore

Un sacerdote coraggioso

Come smantellare Rahner, emblema della nouvelle theologie



Il sacerdote spagnolo Jaime Mercant Simò, parroco e teologo, ha ampiamente studiato il pensiero teologico del gesuita tedesco Karl Rahner (1904-1984), l’emblema della nouvelle theologie, e ha concluso — riportando tutto nella propria tesi di dottorato — che si tratta di un pensiero agli antipodi di quello cattolico, perché deforma e falsifica la metafisica tomista. In occasione della pubblicazione della tesi di dottorato di padre Mercant (purtroppo al momento è solo in spagnolo), il sito spagnolo Adelante la Fé lo ha intervistato. Abbiamo deciso di tradurre quest’intervista, perché è fondamentale per comprendere quanto Rahner — compresi i suoi discepoli – sia dannoso e pericoloso per tutta la Chiesa.
Lunedì 26 marzo 2018 — Karl Rahner, considerato il “padre” della nouvelle theologie, ha fatto tanto danno alla retta dottrina cattolica e le sue errate concezioni teologiche e filosofiche – agli antipodi del tomismo – si sono purtroppo diffusi in ampi settori della Chiesa, protraendo la sua dannosa influenza fino ai nostri giorni.


P. Jaime Mercant
Un sacerdote coraggioso, padre Jaime Mercant Simò, per il bene della Chiesa e della cosa più sacra che Essa ha, la verità divina, ha studiato a fondo la metafisica deformata di Karl Rahner, scrivendo una tesi di dottorato. La metafisica della conoscenza di Karl Rahner: analisi dello Spirito nel mondo (Gerona: Documenta Universitaria, 2018). La tesi di dottorato, diretta dal prestigioso tomista, il rev. Don Ignacio Andereggen, ha ottenuto il massimo dei voti: eccezionale all’unanimità cum laude. Successivamente, la stessa Università gli ha conferito il premio straordinario di dottorato.
Egli è anche autore di un estratto rielaborato della tesi, in cui considera i problemi più legati alla teologia: Los fundamentos filosóficos de la teología trascendental de Karl Rahner (Roma: Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2017). È parroco di tre parrocchie e cappellano della messa tridentina nella diocesi di Maiorca. Membro della Società Internazionale Tomás de Aquino e dottore in Studi Tomistici all’Università Abat Oliba CEU (Barcellona), specializzato in metafisica e gnoseologia tomistica. In quest’intervista, riprendendo ampiamente dalla sua tesi, analizza per Adelante la Fe chi era Rahner e approfondisce i gravissimi errori che ha commesso.
Chi era il teologo Rahner?
Era un sacerdote gesuita, nato a Friburgo (Germania) nel 1904, che a partire dal Concilio Vaticano II divenne l’idolo intellettuale di tutta la nouvelle theologie. Secondo l’indice di Albert Raffelt, ci sono circa 5012 dei suoi scritti. Sebbene alcuni di questi scritti siano ripetizioni o traduzioni, non si può negare la diligenza che Rahner aveva nello scrivere libri e articoli, nello stesso tempo in cui svolgeva un’ardua attività accademica (lezioni, conferenze, seminari, ecc.). Ora, senza mettere in discussione i suoi doni intellettuali, si può ragionevolmente dubitare che Rahner fosse o no un vero teologo cattolico.
Lui stesso ha proclamato la famosa svolta antropologica trascendentale (transzendental-anthropologische Wende) della teologia, fondendolo con una filosofia antropologica di natura trascendentale. Per Rahner, la teologia deve essere necessariamente antropologia e, per questo motivo, ha elaborato una filosofia della religione, che, di fatto, non è altro che una pseudo-teologia. A questo proposito, consiglio vivamente di leggere l’illuminante libro di mons. Antonio LiviVera e falsa teologia (Roma: Leonardo da Vinci, 2017). Lo stesso Rahner è colui che ha ritenuto che la teologia dovrebbe essere ridotta all’antropologia, perché, secondo lui, “tutta la teologia è necessariamente antropologia trascendentale” (Karl Rahner, Reflexiones fundamentales sobre antropología y protología en el marco de la teología. En Mysterium Salutis. Madrid: Ediciones Cristiandad, 1977, vol. II-I, p. 344).

La tesi con cui P. Mercant “smonta” il pensiero rahneriano.
Perché hai deciso di preparare una tesi sul suo pensiero metafisico?
Per amore della Chiesa e di ciò che Essa ha di più sacro: la Verità divina. Che teologia può risultare se si appoggia ad una metafisica deformata come quella di Rahner? A rigor di logica, non possiamo dire che padre Rahner abbia elaborato una metafisica, ma che con il suo Erkenntnis Metaphysik(metafisica della conoscenza) riduce la metafisica a gnoseologia. Questa metafisica deformata, inoltre, è di natura trascendentale e antropocentrica. Pertanto, è logico notare nella sua teologia i principi del suo trascendentalismo filosofico. A prima vista, sembra che Rahner non possa dire nient’altro, perché è stato un autore ampiamente studiato da molti autori. Tuttavia, voglio chiarire che ci sono stati pochissimi che hanno affrontato le loro opere filosofiche degli anni ‘30 e ‘40. Nella mia tesi di dottorato mi sono concentrato, in particolare, sull’analisi del suo lavoro filosofico capitale Geist in Welt (Spirito del mondo). In quest’opera, Rahner intende reinterpretare la gnoseologia del Dottore Angelico attraverso i postulati della filosofia moderna di Kant, Heidegger e Hegel, anche se costoro non sono nemmeno citati in tutto il libro, mentre è citato in maniera esuberante San Tommaso d’Aquino. Per avere un’idea di quello che sto dicendo, pensi che Rahner fa più di 2300 citazioni e riferimenti al Santo Dottore, anche se la presenza di questo è solo nominale, perché Rahner finisce per distorcerlo nei suoi testi e principi, anche quelli più elementari.
I rahneriani, ignorando il pensiero tomistico, non sono in grado di comprendere la metafisica della conoscenza dell’autore che idolatrano, anche se questi – dobbiamo ammetterlo – sono molto perspicaci quando si tratta di scoprire le fonti moderne degli scritti di Rahner. Per quanto riguarda i critici di Rahner, possiamo dire che quasi tutti, di fronte alla questione della metafisica della conoscenza di Rahner, finiscono a dipendere dell’ottimo lavoro di analisi compiuto da padre Cornelio Fabro nel 1974, La svolta antropologica di Karl Rahner. Per esempio, mi viene in mente l’eccellente tesi di dottorato di padre Luis Rodrigo Ewart sulla cristologia di padre Rahner.
Ewart, nel terzo capitolo del suo, si dedica all’analisi della metafisica della conoscenza di Rahner, ma però avverte che tutto dipende proprio dallo studio fatto da Fabro (cfr. Autocomunicación divina. Estudio crítico de la cristología de Karl Rahner. Toledo: Instituto Teológico San Ildefonso, 2010). E così, in questo modo, hanno lavorato altri. Tuttavia, secondo la mia opinione – anche se Fabro ha detto tutto quello che c’era dire – è conveniente continuare l’analisi e la ricerca del lavoro filosofico di Rahner. Per questa ragione è stato questo il tema della mia tesi di dottorato, e grazie alle indicazioni del mio supervisore della tesi, il prestigioso tomista rev. don Ignacio Andereggen – al quale sono davvero molto grato per tutto –, sono riuscito a procedere autonomamente, anche se non ho mai mancato di tenere Fabro in debito conto.
Quanto Rahner differisce dal retto pensiero tomista?
Temo che Rahner si allontani da San Tommaso d’Aquino assolutamente in tutto. Soprattutto Rahner si allontana da San Tommaso sulla questione dell’essere, perché riduce l’essere tomista – atto e perfezione – all’essere della conoscenza. Rahner identifica l’essere nell’uomo, il conoscere e l’essere conosciuto. Siamo di fronte ad una riduzione antropologica della metafisica. Però Rahner distorce anche l’antropologia tomista, non considerando l’uomo un composto di anima e corpo, ma identifica l’essenza dell’uomo con il suo giudizio; ciò è aberrante, perché neppure l’essenza dell’angelo è identificata con la sua facoltà intellettiva. Solamente in Dio l’essenza divina s’identifica con la sua intelligenza.
D’altra parte, sembra che, per Rahner, lo stesso giudizio di coscienza sia quello che fonda l’essere. Cioè, secondo Rahner, l’uomo inizia ontologicamente ad esistere nell’atto del giudizio, quando viene interrogato dall’essere in generale. Quello che ho esposto è già orrendo di per sé e in sé, perché Rahner infatti afferma che l’uomo è causa del suo stesso essere, è causa della sua stessa esistenza, il che è assurdo, perché va contro il principio elementare metafisico che afferma che ogni entità non può avere una virtus o un potere più grande del suo proprio essere. Inoltre, nemmeno Dio può essere causa sui ipsius, perché Dio è il suo stesso essere incausato. Rahner dimentica che l’essere dell’uomo è ricevuto da Dio, non dal giudizio della sua coscienza. Tutte queste assurdità si verificano quando la metafisica dell’essere è soppiantata da una metafisica della conoscenza, i quali rivelano una certa influenza del gesuita Joseph Maréchal, che ha combinato il tomismo con il trascendentalismo kantiano, sebbene senza raggiungere gli estremi del nostro autore.
Questi sono solo alcuni esempi della distorsione rahneriana dei testi tomistici, perché ce ne sono molti altri. Rahner opera una vera deformazione della dottrina tomistica fino alla piena estensione dei suoi principi. Sebbene la critica che sto facendo può sembrare a molti – specialmente ai rahneriani – estremamente esagerata, sono talmente convinto di ciò che affermo – dopo aver analizzato in extenso la filosofia trascendentale di questo autore – che non intendo retrocedere di un millimetro dalla mia posizione. Mi limiterò a rettificare se si troverà qualche eventuale errore concreto, naturalmente, ma non rinuncerò alla mia conclusione generale, in cui sostengo l’infedeltà del dottor Rahner al Doctor Communis. Ciò che sto dicendo – sia ben chiaro – lo dico con mio grande dispiacere, perché Rahner è stato un prete di un’intelligenza eccezionale, ma l’ha messa al servizio di quell’eccessiva bramosia di novità, anziché a servizio dalla Tradizione.

Rahner e Hans Kung negli anni ’70.
Voglio aggiungere, tuttavia, che la mia critica, sebbene polemica, si concentra sulla dottrina di Karl Rahner, non alla sua persona – non faccio alcun attacco ad hominem –, cercando sempre di non mancare di carità, ma soprattutto non mancare di verità. Infatti, colui che ha screditato la persona di Rahner è stato, ad esempio, il suo vecchio amico Hans Kung che, nelle sue memorie, racconta che Rahner e la scrittrice Luise Risner si scambiarono centinaia di lettere d’amore (cfr. Verdad controvertida: memorias. Madrid: Trotta, 2009, pp. 60-64).
Non ho voluto, naturalmente, abbassare il mio discorso entrando in qualche problema personale, ma ho cercato di fare un’analisi rigorosamente scientifica dei testi filosofici di Karl Rahner, senza nemmeno tentare di fare una valutazione psicologica e retorica, perché avrebbe potuto mostrare un carico gratuito di pregiudizi ideologici. Forse le mie critiche non piaceranno ai rahneriani – ovviamente – ma non dico nulla che non si basi sui testi di Rahner e sui passaggi tommasiani a cui egli stesso si riferisce. Non è difficile prevedere che molti mi attaccheranno senza nemmeno aver letto il mio libro. Forse anche quelli che lo leggeranno, pur vedendo che ho ragione, per il semplice fatto che io critichi il paladino della nouvelle theologie, sarà per loro oggetto di denigrazione, per aver revisionato un tema che, oggi com’è oggi, continua ad essere un tabù nella Chiesa.
In che misura è grave minare le fondamenta dell’Aquinate e reinventare la metafisica?
A questo non rispondo io, ma il magistero pontificio di San Pio X. Nella Pascendi Dominici Gregis, il Papa dice: «Ciò che conta anzi tutto è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso d’Aquino: intorno alla quale tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno vigore, e se è bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ciò trascurato, toccherà ai Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi, che il discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno».

Il filosofo esistenzialista Martin Heidegger. Quando morì, Rahner lo definì “il mio unico maestro”.
Lei sostiene che Rahner è stato influenzato da Kant, Hegel e Heidegger. Può spiegare concretamente questa sua affermazione?
Rahner è eclettico; assimila tutti questi autori moderni, ma in una maniera mescolata e, in qualche modo, contraddittoria. In parte s’ispira a loro, in parte tradisce pure loro. Nella mia tesi di dottorato, lo spiego meglio e più ampiamente. La domanda che lei mi pone è complessa, tuttavia cercherò di essere breve e concreto nella mia risposa, anche se non avrò altra scelta che cadere nella semplificazione.
Possiamo dire che Rahner è kantiano perché adotta il concetto di esperienza come costruzione a priori dello spirito. In più, come Kant, Rahner comprende la sensibilità costituita dalle strutture a priori dello spazio e del tempo. Quindi, per il nostro autore, l’uomo non può conoscere le essenze delle cose che costituiscono la realtà extramentali.
Inoltre, Rahner è hegeliano perché comprende l’uomo come spirito, cioè considerato solo nella sua autocoscienza. Per cui, la teoria tomista dei processi cognitivi dell’anima (abstractio, reditio in seipsum e conversio ad phantasmata) è vista da Rahner come se San Tommaso avesse anticipato nel tempo la teoria dialettica hegeliana dei processi della coscienza dello spirito.
Infine, Rahner è heideggeriano perché considera l’uomo come un Dasein, cioè come un esistente gettato nel mondo, tenendo conto che questo mondo è la totalità delle entità create, ma un mondo immanente nello spirito, un mondo da esso formato, una sua stessa costruzione in cui vi può essere il riflesso.
Naturalmente è difficile vedere come l’adozione dei postulati della filosofia moderna possano servire come fondamento per una sana teologia, come avvertono l’Humani Generis di Pio XII e la Fides et Radio di Giovanni Paolo II.
Lei direbbe che Rahner è uno dei “padri” della cosiddetta “nouvelle theologie”?
Non solo ne è uno dei “padri”, ma ben presto ne è diventato il vero mito di una grandezza enorme. Tutto è cambiato a partire da Rahner, e questo non lo dico io, ma il suo discepolo Johann-Baptist Metz, un altro con un pensiero eterodosso, il quale ha costruito una “teologia politica” che s’ispira alla teologia marxista della liberazione. Lo stesso Metz dice che «Karl Rahner ha rinnovato il volto della nostra teologia. Niente è più come prima» (“Aprender y enseñar la fe. Agradecimiento a Karl Rahner”. Selecciones de teología. 2004, vol. 43, núm. 171, p. 212).

Rahner e Johann-Baptist Metz negli anni ’70.
Certamente, come dice Metz, con Rahner nulla è più come prima, e per questo motivo è conveniente studiare questo autore in profondità, senza paura, con spirito critico e con slancio di sana polemica scolastica, poiché, come dice San Tommaso d’Aquino, non è sufficiente proporre la verità, dobbiamo anche sfidare l’errore, in modo che la verità appaia ancora più limpida (cfr. Summa contra Gentiles, lib. I, cap. 1).
A questo proposito, dobbiamo menzionare la testimonianza di un buon filosofo laico tedesco, Bernhard Lakebrink, che sentenziò, galantemente, come l’esistenzialismo antimetafisico di Rahner era diventato un pericolo mortale per la teologia, e che stava provocando più danni nella Chiesa – specialmente in Germania – del comunismo e della “riforma” protestante (“Metaphisik und Geschichtlichkeit”. Theologie und Glaube. 1970, núm. 60, p. 204).
Quanto è grande l’influenza di Rahner e quali conseguenze ha avuto la corrente rahneriana nella Chiesa fino ad oggi?
L’influenza di Rahner si trova già negli anni del Concilio Vaticano II. Il padre Wiltgen, che seguì il Concilio come prestigioso giornalista, ha riferito quanto seque: «Poiché l’opinione dei vescovi di lingua tedesca era solitamente adottata dall’alleanza europea, e poiché normalmente la posizione dell’alleanza europea era stata adottata dal Concilio, era sufficiente per un teologo imporre le sue opinioni sui vescovi tedeschi in modo che il Concilio li prendesse come propri. Quel teologo esisteva: era padre Karl Rahner, S.J.» (Ralph M. WiltgenEl Rin desemboca en el Tíber. Historia del Concilio Vaticano II. Madrid: Criterio Libros, 1999, p. 93; The Rhine Flows into the Tiber: A History of Vatican II. New York, TAN Books, 1991). Perciò, nei decenni successivi al Concilio, Karl Rahner divenne molto famoso, un’autorità dottrinale alla quale quasi nessuno osava replicare. Dobbiamo riconoscere che Rahner era, sebbene oscuro, un autore estremamente attraente.

Rahner fotografato durante i lavori della commissione teologica del Vaticano II.
In un sondaggio dell’anno 1972, realizzato dalla rivista tedesca Orientierungen della Pontificia Università Gregoriana, risultò che il 48% degli studenti considerava Karl Rahner come il più prestigioso teologo nella storia della Chiesa (cfr. Orientierung, 1972, vol. 36, n. 17, p. 199). A tutto ciò dobbiamo aggiungere gli interminabili elogi che Rahner ricevette durante tutta la sua vita. Per esempio, il teologo protestante tedesco Jürgen Moltmann lo ha definito «l’architetto della più recente teologia cattolica». Il teologo cattolico Hans Urs von Balthasar come «la più vigorosa potenza teologica del nostro tempo». In pratica, tutte le forze viventi della Chiesa e le sue personalità più straordinarie erano tremendamente favorevoli a Rahner, generando così il fenomeno ipertrofico del rahnerismo.
Ora, realisticamente, dobbiamo dire che oggi tutto è cambiato in termini di studio delle opere di Rahner. In generale, gli attuali seminaristi e preti non leggo Rahner, ma non per virtù, ma a causa del degrato intellettuale di cui oggi, purtroppo, la Chiesa è afflitta; incluso anche i molti che ignorano Rahner, il che, credo, è forse più pericoloso che essere rahneriano. Questo non significa, tuttavia, che il rahnerismo stia per estinguersi, al contrario. Il rahnerismo è incorporato ovunque nel mondo d’insegnare e scrivere la filosofia e la teologia che hanno molti autori. Come ha detto un eminente teologo, recentemente scomparso, mons. Gherardini«Il male è già in metastasi, perché i vescovi che hanno in mano la Chiesa sono in gran parte rahneriani, e rahneriane sono non poche cattedre di teologia, come rahneriane sono le idee attuali» (Vaticano II: una explicación pendiente. Larraya: Gaudete, 2011, p. 93; Concilio ecumenico Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, 2011). La cosa più ridicola, secondo me, è che molti ecclesiastici siano rahneriani senza saperlo, come il monsignor Jourdain del Borghese galantuomo di Molière, che parla in prosa senza saperlo.
Concludendo, oso dire che la Chiesa non comincerà ad uscire dalla fortissima crisi che sta soffrendo finché non condannerà le abbondanti serie di preposizioni rahneriani, sia filosofiche che teologiche. Nella mia tesi di dottorato ho cercato di dimostrare come in qualche modo come la “metafisica della conoscenza” rahneriana ha delle conseguenze immediate: prima di tutto, l’elaborazione di una filosofia della religione profondamente influenzata dalla dottrina di Hegel; in secondo luogo, la proclamazione della svolta antropologica trascendentale della teologia; ma anche le peculiari teorie del cristianesimo anonimo e del soprannaturale esistenziale, che finiscono per sottovalutare la divina rivelazione e la necessità della grazia battesimale per raggiungere la salvezza.
 

domenica 1 aprile 2018

Educare, non tradurre - Editoriale di "Radicati nella fede, Aprile 2018.


Pubblichiamo l'editoriale di Aprile 2018

EDUCARE, NON TRADURRE


EDUCARE, NON TRADURRE
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 4 - Aprile 2018
 
 La Chiesa nei secoli si è preoccupata di spiegare e non di tradurre. E “tradurre” non è spiegare, anzi a volte è sinonimo di “abbandonare”.

  Va di moda da troppi anni, dentro la Chiesa Cattolica, un mea culpa incomprensibile, che nel cinquecentenario dell'eresia protestante è diventato addirittura un mea culpa assordante: la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura, Lutero ce ne ha ricordato l'importanza, oggi la Chiesa ha rimesso al centro la Bibbia.

  Come si fa a dire che la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura? Come si fa a negare il lavoro di secoli per commentarla e spiegarla; come si fa a censurare tutto il lavoro educativo svolto dal magistero di secoli a partire dai Padri della Chiesa? E dire che i Padri hanno sempre commentato la Sacra Scrittura in abbondanza, anzi quasi esclusivamente.

  Ma allora perché questo ripetitivo e miope mea culpa?

  Semplicemente perché si è generalmente frainteso lo “spiegare” con il “tradurre”, e questo in casa cattolica!

  Tutto questo ha una logica in casa protestante: se ciascuno deve diventare interprete delle Scritture secondo l'ispirazione interiore che dal Cielo discende su di lui, è sufficiente tradurre in lingua comprensibile i testi sacri. Peccato che nemmeno Lutero e gli altri capi protestanti seguirono quello che dicevano di sostenere, visto che violentemente resero pubblica tutta la loro falsa teologia di interpretazione dei testi biblici: Lutero e gli altri sostituirono la loro interpretazione, la loro dottrina, alla dottrina del magistero della Chiesa di 1500 anni. I protestanti seguono così non la Bibbia, ma la dottrina dei loro tristi fondatori.

  Ma in casa cattolica questo non viene più detto, anzi viene nascosto sotto una falsante valorizzazione della Bibbia... l'inganno protestante ha colpito, ha colpito i cervelli!

  La Chiesa ha il dovere, il compito di spiegare e non di tradurre: deve educare tenendo insieme tutta la Rivelazione, tutta la Bibbia evitando scelte riduttive; deve tenerla insieme tutta mentre ne comunica la chiave interpretativa che è Gesù Cristo. Deve trasmetterla tutta senza i tagli e le censure che ne pratica ogni eresia di ieri e di oggi.
  La Chiesa deve educare trasmettendo tutta la dottrina che ha nel Messale romano il vertice della sua sintetica purezza.

  Invece in questi tristi anni molti nella Chiesa hanno pensato di rinnovarsi semplicemente traducendo, pensando che facilitando l'approccio immediato sorgesse per i fedeli una più ampia comprensione del Cristianesimo.
  Niente di più falso e ingannevole!

  Il facilitare con il tradurre è diventato tra noi banalizzazione. Si è rinunciato al compito grave di trasmettere tutto e insieme. Tutto Cristo, in tutta la Rivelazione, in tutta la Scrittura e in tutta la Dottrina.

  L'esito è sotto gli occhi di tutti: una ignoranza abissale del cristianesimo da parte dei cattolici romani. Una ignoranza spaventosa su tutti i punti essenziali: la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, le due nature in Cristo, la vita di Grazia, la dottrina sui Sacramenti, la resurrezione della carne... cosa resta del Cristianesimo in mezzo ai cattolici? Tutto è spaventosamente ridotto ad una vaga religiosità naturale che abbraccia ogni possibilità immorale.
  Eh sì, si è tradotto e si è abbandonati a se stessi i fedeli.

  Questo lo capimmo subito con la questione della Messa: tradotta fu banalizzata e ora i cattolici non sanno più cosa sia, compresi troppi preti!

  Come al solito su tutto questo regna un silenzio assordante: dove sono tutti i sociologi cattolici, preti e non, pronti a valutare l'impatto delle riforme sulla vita dei fedeli? Perché non rilevano questo cataclisma che sta facendo scomparire il cattolicesimo in casa cattolica?

  Stupido o complice che sia, questo silenzio è inaccettabile, occorre gettare la maschera e dire le cose come stanno.

  I Protestanti con la scusa di tradurre, liberando dall'insopportabile latino i cristiani, hanno di fatto cambiato la dottrina: erano ancora fortunati loro perché, combattendo la retta fede cattolica ricca di dottrina, erano obbligati a sviluppare una dottrina contraria – dicevano di lasciare alla privata interpretazione la Bibbia, in verità hanno indottrinato protestanticamente.

  In casa cattolica invece si è portato oggi ad estreme conseguenze l'inganno protestante: grazie al modernismo che ha svuotato i dogmi e quindi la dottrina, si predica un'adesione a Cristo senza contenuti: una vaga religiosità dove dietro parole ancora cattoliche passa proprio tutto e il contrario di tutto. Ognuno la pensa come vuole e i preti – i pochi ancora rimasti – devono benedire.

  Con la scusa del dialogo con i fratelli separati si sono rotti i bastioni di difesa e ciò che il protestantesimo aveva tristemente solo iniziato, da noi il Modernismo ha definitivamente compiuto: lo svuotamento del Cristianesimo, guscio vuoto senza la rivelazione divina.

  Per questo diciamo con convinzione: preoccupiamoci di educare, di insegnare, e non di tradurre.
  Anzi, proprio la difficoltà di accostamento ai testi, si tratti della Messa o della Bibbia, obbligherà pastori e fedeli a mettersi nella giusta prospettiva, quella di insegnare e comprendere nella sua vera globalità.

  Ai sacerdoti il grave compito di introdurre a tutto il Cristianesimo, senza accontentarsi di intrattenere semplicemente i fedeli su qualche aspetto.

  Ai fedeli il dovere di lasciarsi educare a tutta la dottrina cristiana, fin nelle sue conseguenze più pratiche.

  La mania di tradurre ha inaugurato la stagione della banalizzazione, e questa chiesa che ha scelto di intrattenere è già morta.

  Occorre che sussista sempre la Chiesa madre, che educa i suoi figli sperando contro ogni speranza.


venerdì 9 marzo 2018

«Sovvieni alle necessità della Chiesa»



Ieri, durante l’udienza generale, dedicata a una catechesi sulla preghiera eucaristica, il Santo Padre ha tra l’altro affermato:
“Padre, quanto devo pagare perché il mio nome venga detto lí?” – “Niente”. Capito questo? Niente! La Messa non si paga. La Messa è il sacrificio di Cristo, che è gratuito. La redenzione è gratuita. Se tu vuoi fare un’offerta falla, ma non si paga. Questo è importante capirlo.
Naturalmente i media si sono subito buttati a capofitto sulla notizia, soffermandosi su queste tre righe e magari trascurando le altre cinquanta righe della catechesi. Ma questo fa parte del sistema dell’informazione.

Non per voler criticare il Papa, ma solo per deplorare una certa pastorale, diffusa soprattutto nell’immediato post-concilio, fatta piú di slogan che di ragionamenti, con tutto il rispetto chiedo: è proprio necessario ricordare ai fedeli quel che è ovvio («La Messa è il sacrificio di Cristo, che è gratuito») e non aiutarli invece a capire il senso di una prassi secolare della Chiesa (l’uso di accompagnare con un’offerta la richiesta di celebrare la Messa secondo le proprie intenzioni)? Lo scopo della catechesi non dovrebbe essere proprio quello di spiegare ai fedeli il senso, non sempre immediato, di certi usi tradizionali della Chiesa?

Il Codice di diritto canonico dedica un intero capitolo a “L’offerta per la celebrazione della Messa”.  Ne riporto qui i primi tre canoni:
Can. 945 - §1. Secondo l’uso approvato della Chiesa, è lecito ad ogni sacerdote che celebra la Messa, ricevere l’offerta data affinché applichi la Messa secondo una determinata intenzione.
§2. È vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei piú poveri, anche senza ricevere alcuna offerta.
Can. 946 - I fedeli che danno l’offerta perché la Messa venga celebrata secondo la loro intenzione, contribuiscono al bene della Chiesa, e mediante tale offerta partecipano della sua sollecitudine per il sostentamento dei ministri e delle opere.
Can. 947 - Dall’offerta delle Messe deve essere assolutamente tenuta lontana anche l’apparenza di contrattazione o di commercio.
Mi sembra che si tratti di un testo molto chiaro ed equilibrato, che però, per ovvi motivi, non tutti i fedeli conoscono (e di qui l’opportunità di farlo conoscere loro nella catechesi). Da questi tre canoni risulta che: a) si tratta di un uso approvato dalla Chiesa; b) si tratta di un modo per sostenere i sacerdoti e l’attività pastorale della Chiesa; c) bisogna guadarsi da ogni forma di mercimonio e occorre essere pronti a celebrare per le intenzioni dei fedeli anche quando non si riceve alcuna offerta.

Il punto principale su cui, secondo me, bisognerebbe insistere è il secondo: attraverso l’offerta per la Messa i fedeli «contribuiscono al bene della Chiesa», dando cosí attuazione al quinto precetto della Chiesa («Sovvieni alle necessità della Chiesa»), di cui al Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2042). L’offerta per la Messa serve a molti sacerdoti per far quadrare il bilancio, visto che il loro stipendio non è sufficiente a far fronte a tutte le spese. Per i religiosi, che non possono neppure contare sul sostentamento del clero, l’elemosina per la Messa è spesso l’unico contributo che danno alla comunità che li mantiene. Per molti missionari le intenzioni di Messa sono l’unica entrata, che permette loro di vivere. 

Molti fedeli queste cose non le sanno; molti di loro non sanno neppure che la Messa può essere celebrata secondo le loro intenzioni; e, se lo sanno, non sanno che, quando si chiede di celebrare la Messa secondo le proprie intenzioni, c’è l’uso di fare un’offerta. Per non parlare di quelli che pensano (aiutati in questo dai media, che magari sfruttano certe notizie per insinuarlo) che i preti nuotino nell’oro e che quindi non abbiano bisogno del loro aiuto. In genere capita che a non fare alcuna offerta per la Messa (e per gli altri sacramenti) non siano i piú poveri (che di solito sono i piú generosi), ma le persone a cui non manca nulla e per i quali tutto è dovuto.

Purtroppo il non aver piú insistito su certi aspetti, per paura di ingenerare il sospetto di avidità, sta portando in molti luoghi alla progressiva scomparsa di questa pratica. In Italia ormai soprattutto i religiosi fanno fatica a trovare intenzioni di Messe da celebrare. 

Paolo VI, nel motu proprio Firma in traditione del 13 giugno 1974, metteva opportunamente in luce il significato teologico e spirituale di tale prassi:
È nella costante tradizione della Chiesa che i fedeli, spinti dal loro senso religioso ed ecclesiale, vogliano unire, per una piú attiva partecipazione alla Celebrazione Eucaristica, un loro personale concorso, contribuendo cosí alle necessità della Chiesa, e particolarmente al sostentamento dei suoi ministri, nello spirito del detto del Signore: «L’operaio è degno della sua mercede» (Lc 10:7), richiamato dall’Apostolo Paolo nella prima Lettera a Timoteo (5:18) e nella prima ai Corinzi (9:7-14).
Tale uso, col quale i fedeli si associano piú intimamente a Cristo offerente e ne percepiscono frutti piú abbondanti, è stato non solo approvato, ma anche incoraggiato dalla Chiesa che lo considera come una specie di segno di unione del battezzato con Cristo, nonché del fedele con il sacerdote, il quale proprio in suo favore svolge il suo ministero.
Queste sono le cose che, a mio parere, dovremmo aiutare i fedeli a capire. Rammentare loro quanto già sanno — che il Sacrificio di Cristo è gratuito — non li aiuta certo a prendere coscienza dei doveri che hanno verso la Chiesa e i suoi ministri.
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mercoledì 28 febbraio 2018

Il latino e la Cristianità - Editoriale di "Radicati nella fede", Marzo 2018


Pubblichiamo l'editoriale di Marzo 2018

IL LATINO E LA CRISTIANITA'


IL LATINO E LA CRISTIANITA'
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 3 - Marzo 2018

  Quando iniziò la nostra storia eravamo conosciuti come “quelli della messa in latino” e ancora oggi chi vuole esprimersi sbrigativamente dice così.



  A noi questa espressione non è mai piaciuta, perché affrettatamente riduttiva di tutta una visione non solo della liturgia, ma di tutta la vita cristiana, concepita secondo la grande Tradizione della Chiesa.



  Siamo stati sempre coscienti, inoltre, delle difficoltà provocate ai fedeli dall'uso del latino, difficoltà di ordine pratico e psicologico, essendo questi abituati da troppi anni all'uso dell’italiano nella messa; e non ci è mai piaciuto mettere in difficoltà, siamo pastori e non abbiamo mai giocato.



  Allora perché ostinarsi con il latino?

  Innanzitutto, l'abbiamo sempre detto, perché siamo per la salvaguardia del rito bimillenario della Santa Messa della Chiesa di Roma; la nuova messa non ne è la traduzione in lingua comprensibile, ma una spaventosa “scheletrizzazione”, operata per avvicinarci pericolosamente al modo protestante di concepire la preghiera, specialmente nella forma anglicana. Risultato: il popolo cattolico è praticamente omologato ai fratelli separati, ha cambiato fede.

  Per questo reagiamo contro questa distruzione della fede cattolica con l'unica possibilità che la Chiesa ci offre nella sua legislazione, restare alla Messa “di prima”, di prima del disastro.

  Detto questo è vero che insistiamo con il latino, usandolo anche nella proclamazione dell'Epistola e del Vangelo, anche se avremmo facoltà di leggerle solo in italiano. Le ragioni sono diverse, non ultima è che il latino è stato la lingua della Cristianità, cioè della realizzazione della società cristiana in occidente; ed è sicuramente questo il motivo principale per cui è stato praticamente abolito, se si esclude qualche suo folkloristico uso a Roma e altrove.



  Il progetto dei rivoluzionari, che si sono impossessati del Concilio e della sua attuazione violenta nel post-Concilio, era quello di segnare un nuovo inizio della Chiesa, un “anno zero”, in cui finalmente il Cristianesimo si sarebbe liberato da tutte le ambiguità del passato, prima tra tutte la commistione col potere. E qual era, secondo i novelli apostoli del cristianesimo puro, l'inizio del male? L'epoca Costantiniana, la conversione dell'Impero Romano al Cristianesimo. E che cosa c'è che ricorda più di tutto, dal punto di vista pratico esterno, l'unione tra Impero e fede cattolica? Non c'è dubbio, l'uso del latino.



  È nell'uso del latino che anche un semplice fedele intuisce che la Chiesa cattolica sia l'erede dell'Impero Romano. L'uso del latino intuitivamente richiama che la società divenuta cristiana è nient'altro che la realizzazione pratica, pur sempre perfettibile, del Vangelo di Cristo. È nell'uso del latino che senti come la cristianizzazione della società operatasi nel Medioevo costituisca il vertice dell'opera cattolica di trasformazione del mondo per la salvezza delle anime...



 ... ma loro non volevano più tutto questo. I rivoluzionari avevano deciso che la Chiesa dovesse sbarazzarsi del passato che, a loro meschino giudizio, aveva falsificato l'opera di Cristo.



  Per questo, per loro, il Concilio e il post-Concilio divennero la più sconvolgente e brutale operazione per abolire duemila anni di Cristianesimo, e ritornare a un mitico “Gesù puro”, al Gesù senza la sua Cristianità: fu la velenosa illusione di tutte le eresie, anche di quella di Lutero, che in fondo sono semplicemente degli spiritualismi satanici.



  Un Cristo senza la sua Cristianità, ridotto a predicatore morale; un Cristo senza la sua Chiesa e la sua storia, la storia della cristianizzazione del mondo, la storia della società cristiana, degli stati e delle nazioni cristiane, che hanno prodotto una civiltà che ha aiutato la salvezza delle anime.

  Un Cristo senza il corpo! Senza il suo corpo!

  No, loro non volevano più tutto questo, pensando che le persone sarebbero state in piedi da sole, dentro un mondo libero di tradire Cristo e la verità.

  Hanno rifiutato il lavoro paziente di secoli, che aveva nel latino il suo segno esterno più evidente... e hanno dovuto cambiare la Messa!



  La scusa era la comprensione dei fedeli... e loro sapevano di mentire.



  Altro che comprensione dei fedeli! Mai i cristiani sono stati ignoranti come oggi. Andate nelle scuole, girate per le strade, parlate con la gente, la nostra gente: non sa nemmeno più che Dio è Trinità.



  Ma di tutto questo parleremo un'altra volta; intanto chiediamo fedeltà nella salvaguardia della Messa di sempre, la Messa latina, chiedendoci una rinnovato vigore nel divenirne missionari, ciascuno secondo la propria vocazione: invitiamo, facciamola conoscere e amare, per fare amare la storia di tutta la Cristianità.



  O sancte Joseph, protector noster, ora pro nobis.

mercoledì 21 febbraio 2018

Summa contra laxistas di Don A. Morselli

Don Morselli scrive ai Vescovi dell’Emilia Romagna, contesta la loro interpretazione di Amoris laetitia ed esprime fedeltà alla Chiesa


A Sua Ecc.za Rev.ma
Mons. Matteo Zuppi
Arcivescovo di Bologna

Pubblica professione di fede in forma di giuramento
  1. Premessa.
Eccellenza,
non Le ho mai nascosto le mie perplessità nei confronti dell’Esortazione Amoris laetitia: perplessità condivise con autorevoli personalità della Chiesa, Cardinali e Vescovi, soprattutto con il Suo Predecessore.

Mai mi sarei sognato di esternare questi dubbi se anche queste personalità non si fossero pronunciate in modo analogo.
Inoltre, preliminarmente, dichiaro di sottoporre al giudizio della Chiesa quanto contenuto in questo scritto, ed intendo fin d’ora per ritrattato tutto ciò che di contrario alla fede – del tutto involontariamente – io eventualmente affermassi.
  1. Grande confusione nella Chiesa
Il Card. Caffarra diceva, il 14-1-2017, che “Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”[1] e che “La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco”[2].
Nuovi fatti sono sopraggiunti da allora: e mentre, appellandosi all’esortazione vien messa in discussione Humane vitae, mentre alcuni Vescovi si sono dichiarati favorevoli a benedire la convivenza di persone con tendenza omosessuale, pure sono state presentate le Indicazioni sul capitolo VIII dell’Amoris Laetitia, a firma de I Vescovi dell’Emilia Romagna, pubblicate il 15-1-2018; non riesco a vedere come detto documento non costituisca un allontanamento da quanto proposto a credere dalla Chiesa, in modo chiarissimo, fino a pochi anni fa.

mercoledì 31 gennaio 2018

Il compito che ci attende - Editoriale di "Radicati nella fede", Febbraio 2018.


Pubblichiamo l'editoriale di Febbraio 2018

IL COMPITO CHE CI ATTENDE


IL COMPITO CHE CI ATTENDE
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 2 - Febbraio 2018

 La protestantizzazione del Cattolicesimo è veramente il disastro più grande che poteva capitare, è opera del maligno che vuole annullare l'azione di Cristo nella vita degli uomini.

  Se è tristissimo vedere come da più parti, troppe parti, non si perda occasione per inneggiare a Lutero anche in casa cattolica; se è penoso dover constatare che, con una superbia pari solo all'ignoranza, troppi pastori con le loro diocesi si affrettano a riabilitare Lutero, quasi che per quattro secoli nessuno avesse colto il nocciolo della questione; se è vergognoso vedere come, con un colpo di spugna, si possa cancellare il lavoro dei santi della riforma cattolica, che hanno smascherato gli inganni dell'eresia di Martin Lutero e dei suoi seguaci, è ancora più triste vedere come questo modo falso di vivere il cristianesimo si diffonda popolarmente, pressoché universalmente.

  La protestantizzazione prende tante facce e coinvolge tanti aspetti, ma uno di quelli più rilevanti è la riduzione di tutto il Cristianesimo ad una fede astratta.

  È la pratica realizzazione del Sola Fide di Martin Lutero.

 Qual è la questione?

  La questione è che la fede è diventata tutto! come se fosse la cosa più difficile e quindi l'unico dono da dare a Dio. Circola un'idea di fede come completamente staccata dalla ragione: una specie di “salto nel buio” che l'uomo compie spinto da una ispirazione interiore; una sorta di sentimento spiritualizzato.
  Insomma, la fede viene travisata e giudicata un atto così straordinario, che quando un uomo rischia nell'atto di fede finisce per pensare di aver praticamente compiuto già il proprio “sacrificio” innanzi a Dio.

  È come se si finisse col dire: “io credo, e quindi il Signore deve già essere contento di me”.

  Sola Fide, solo la fede salva... si è così trasformato il cattolicesimo, anche popolare. Il mondo cristiano è per lo più fatto oggi di vaghi credenti, che si ritengono giusti perché fanno lo sforzo di non negare l'esistenza di Dio... e tutto resta qui. Un cattolicesimo così tristemente ridotto non produce più niente, anzi si piega alla completa adesione al mondo e al suo modo di vivere. È sotto gli occhi di tutti che questa protestantizzazione della Chiesa è stato il miglior veicolo per la completa laicizzazione della società.

  Invece la fede è ragionevole, segue la ragione; credere in Gesù Cristo e nella Rivelazione è il modo più normale di ragionare: da indizi chiari risali alla conoscenza certa di Dio Trinità. I discepoli hanno fatto così, hanno visto l'eccezionalità della personalità di Cristo, lo hanno sentito parlare come nessun'altro; hanno visto i miracoli, che sono i segni della divinità di Gesù, hanno visto e toccato il suo corpo risorto e... hanno pagato con il sangue la loro testimonianza. È ragionevole allora fidarsi della loro testimonianza e quindi credere fermamente in Gesù Cristo.

  In questo senso la fede non è proprio un “salto nel buio”, ma è semplicemente un tipo di conoscenza. È conoscenza indiretta, tramite testimone; è un cosa normale per l'uomo, normalissima. La maggioranza delle cose che conosciamo, le sappiamo perchè qualcuno ce le ha testimoniate, non perché le abbiamo viste direttamente.

  E’ per questo che la fede è obbligante, perché corrisponde ad un modo normale di ragionare. Ti fidi perchè hai le ragioni per fidarti: tutto questo non può essere l'eccezionalità, è la normalità.

  La normalità è credere in Cristo, l'anormalità è non credergli, questo non solo dal punto di vista religioso, ma semplicemente umano.

  Il Credo che cantiamo ogni Domenica a Messa non è fatto per dire a Dio che crediamo in lui, sarebbe troppo poco. È fatto invece per ribadire i contenuti della Rivelazione che crediamo, per ricordare tutte le principali verità di fede che Dio ci ha detto; e noi le crediamo fermamente perchè è ragionevole credere nell'autorità di Cristo che le ha rivelate, visto che ha dato segni innumerevoli e inequivocabili della sua divinità.

  Per questo il problema non è credere, ma vivere di fede... cioè fare fino in fondo la volontà di Dio.

  La vera questione è decidere di seguire ciò che Cristo ha detto e la Chiesa, nella sua Tradizione, ci indica: cioè vivere una vita totalmente diversa da quella che il mondo di oggi ci propone. Così hanno fatto i primi cristiani, che non andavano al circo dove ci si divertiva della violenza; così han fatto i martiri, così gli eremiti che per non peccare andavano in solitudine.

  La lettera a Diogneto così descrive questa scelta decisa per la volontà di Dio:

  «I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.» (Lettera a Diogneto, V,1-VI,1)

  E' questa la volontà di Dio, vivere secondo la fede. Invece il Protestantesimo ha fatto credere che l'opera è credere e solo per questo Dio dovrebbe ringraziarci. Il Protestantesimo è semplicemente un cristianesimo che non cambia il mondo, ma che è cambiato dal mondo.

  Anche per noi, che vogliamo vivere secondo la grande Tradizione Cattolica, si pone la stessa urgente scelta: vivere secondo la fede o accontentarsi di credere?

  È il bivio drammatico: da una parte c'è il cristianesimo che cambia il mondo e salva le anime, dall'altra parte un Protestantesimo che distrugge la presenza cristiana nel mondo.

  E se vogliamo tradurre in modo più esplicito per noi, questo bivio drammatico diventa: fare la tradizione in tutto, a partire dalla messa, lasciando che essa coinvolga tutti gli aspetti della vita? oppure accontentarsi di disquisire solamente per una chiesa più tradizionale?

  La fede senza le opere è morta, quindi non solo credere ma vivere di fede. E più nel piccolo vuol dire per noi fare una vita veramente tradizionale, e non solo pensarla per la chiesa e per il mondo.

  Quanto lavoro ci attende in questo anno! Quanto lavoro per vincere il nostro imborghesimento, che è sempre il frutto di una terribile protestantizzazione.

martedì 2 gennaio 2018

Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale


Loro Ecc.ze Rev.me Mons. Tomash Peta, Mons. Jan Pawel Lenga e Mons. Athanasius Schneider
Dopo la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” (2016) vari vescovi hanno emanato a livello locale, regionale e nazionale norme applicative riguardanti la disciplina sacramentale di quei fedeli, detti “divorziati risposati”, i quali, vivendo ancora il loro coniuge al quale sono uniti con un valido vincolo matrimoniale sacramentale, hanno tuttavia iniziato una stabile convivenza more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo.

Le norme menzionate prevedono tra l’altro che in casi individuali le persone, dette “divorziati risposati”, possano ricevere il sacramento della Penitenza e la Santa Comunione, pur continuando a vivere abitualmente e intenzionalmente more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo. Tali norme pastorali hanno ricevuto l’approvazione da parte di diverse autorità gerarchiche. Alcune di queste norme hanno ricevuto l’approvazione persino da parte della suprema autorità della Chiesa.