lunedì 29 marzo 2010

Una liturgia priva del senso del sacro annulla il peso del peccato.

Riportiamo questo articolo in cui don Nicola Bux fa eco ad un giudizio già espresso a suo tempo dall'allora card. Ratzinger "La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia". Bux propone di recuperare o restaurare "una corretta liturgia verticale"; sembra che il dilemma sia ancora una volta ripristinare completamente nei suoi diritti il vetus ordo o procedere con la cosiddetta "riforma della riforma". Verrebbe da dire "Hic Rhodus, hic saltus!".

Domenica scorsa, all' Angelus, Papa Benedetto XVI ha ricordato che bisogna essere " intrasigenti " col peccato. Chiediamo a Monsignor Nicola Bux, teologo e liturgista molto stimato dal Papa che cosa intendesse dire il Pontefice: " semplice, che non bisogna lasciarsi sopraffare dai tentativi del maligno che vuole allontanarci dalla bellezza di Dio. Il peccato é la negazione di Dio, significa non ascoltarlo. Peccando si viola il primo comandamento, ascolta il Dio tuo, se noi riusciamo a tagliare le gambe al peccato vivremo più vicini a Dio e potremo guardare Dio". L' uomo é fragile: "certo, tutti siamo fragili e deboli e abbiamo bisogno della grazia di Dio, ma almeno uno sforzo per cercare di resistere dobbiamo farlo". Poi sorprendentemente, ma non troppo, Monsignor Bux afferma: "il senso del peccato si é affievolito con la diluizione della sacralità nella liturgia. Tra ethos e culto esiste uno stretto legame". Che cosa ... ... intende dire?: "che i valori oggi mancano perché spesso non rendiamo degnamente culto a Dio, proprio nella messa. E molti anche atei dovrebbero vivere come se Dio esistesse". Ma torniamo all' aspetto liturgico: " la gente ha bisogno del senso del sacro per riscoprire Dio. Il peccato é una negazione di Dio, ma se viviamo anche nella messa lontani da Dio come possiamo evitare di peccare"?. Poi precisa: " la liturgia é sacra, divina e gloriosa, sia verticale nel senso di tendere all' alto, al bello e e al celeste e non una cosa circolare e orizzontale, una specie di stadio, assemblea, un festino. La idea di una liturgia fruitiva e creativa inevitabilmente fa perdere il senso del sacro e dunque ci allontana da Dio avvicinandoci al peccato. Il popolo, che é molto più intelligente di quanto si possa credere, percepisce dove sta il sacro che non é una cosa astratta, ma concreta. Lo dice il Vangelo. La donna voleva toccare il mantello di Cristo, dunque per sconfiggere il peccato si ha bisogno di segni certi, univoci e fermi, non fluttuanti". Dunque la creatività liturgica crea danni: "molti, specie dopo il Concilio, ma non per colpa del Concilio, hanno ceduto a questa idea malsana della creatività, benché il Concilio nulla avesse abrogato o cancellato della liturgia di sempre. Una messa sciatta, manipolata o peggio ancora violentata, é di ostacolo al sacro, allontana la gente dalle chiesa. Celebrare messe creative é una profanazione del senso del sacro, perché ci allontana da Dio. Il ministro di culto non sia mai un attore, spesso mediocre,e fonte di scandalo, ma pensi che il suo compito principale é servire Dio, mai la sua voglia di protagonismo sfrenato. Solo recuperando o restaurando una corretta liturgia verticale, in parte limiteremo l'effetto del peccato riscoprendo Dio".

Bruno Volpe
 
Fonte: http://www.pontifex.roma.it/

domenica 28 marzo 2010

Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (7)

Sappiamo che nella riforma anglicana si procedette per lo più con decreti miranti a graduali modificazioni del rito della Messa, così da renderla sempre più accettabile alla mentalità protestante. Abbiamo ripetutamente ricordato che tutto ciò avvenne in maniera tale che non tutti i fedeli e sacerdoti si resero subito conto del pericolo di tali cambiamenti...accettando per amore di pace e di obbedienza misure che sembravano secondarie, in pochi anni molti cattolici si ritrovarono protestanti: la mentalità tende ad adattarsi al modo di agire, anche nei riti della chiesa. Inizi ad assumere gesti e preghiere che non esprimono in tutta pienezza la fede cattolica (ma che non le sono apertamente contro!), e finisci con il tempo a dimenticare completamente le verità di fede taciute da tempo. Detto questo qualcuno potrebbe pensare che si insista troppo contro il Protestantesimo: “in fondo”, qualcuno penserà, “sono pur sempre fratelli cristiani, che credono in Gesù Cristo,dobbiamo cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide!”. Niente di più utile, per rispondere a questa obiezione, di andare ai testi originali di questi “fratelli cristiani”: in essi si vedrà una violenta opposizione al Cattolicesimo, una negazione aperta di verità di fede, portata avanti con una violenza verbale che sconvolge. Riportiamo qui un paragrafo dell'opera di M. Davies sulla Riforma Anglicana, che tratta di un'altra delle misure preparatorie della riforma: l'utilizzo della STAMPA, come mezzo per cambiare la mentalità cattolica e prepararla al definitivo passaggio al Protestantesimo.

La stampa

I riformatori capivano che i semplici fedeli erano così attaccati alla messa che un attacco aperto e immediato sarebbe stato suscettibile di ritorcersi contro di loro. Ebbero la fortuna di trovare un sostegno potente nel gentry, nei negozianti e presso una buona parte della nobiltà; avendo acquistato a basso prezzo i beni della Chiesa sotto il regno di Enrico VIII, tutta questa gente trovava un vantaggio finanziario nella Riforma. Per preparare l’abolizione della messa, si ebbe l’abilità di utilizzare la stampa. Spesso importate dal continente, le pubblicazioni che attaccavano la dottrina cattolica dell’eucaristia avevano incominciato a fare la loro apparizione dal regno di Enrico VIII.

La morte del re, sopraggiunta nel 1547, segnò subito l’inizio di una campagna diretta contro la messa; si affermava, tra le altre cose, per citare John Hooper, che “la messa è una bestemmia nei riguardi di Dio; perché coloro che onorano come Dio il pane presente sull’altare non commettono una minore idolatria di coloro che divinizzano il sole o le stelle”. (J. Hooper, Early Writings, PS, Cambridge, 1843, p. 139) Stephen Gardiner, vescovo di Winchester, che aveva conservato l’anima cattolica, aveva comunque capitolato davanti a Enrico VIII sulla questione della supremazia reale; ma sotto il regno di Edoardo, rifiutò di abbandonare la messa. Fu imprigionato nella Torre di Londra e deposto (sotto il regno di Maria Tudor, doveva riconciliarsi con la Chiesa e diventare Gran Cancelliere). All’inizio del regno di Edoardo, protestò perché “certi tipografi, commedianti o predicatori fanno finta di interrogarsi; come se noi non sapessimo ancora come siamo giustificati, né di quali sacramenti abbiamo bisogno”. (F. Gasquet, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra, 1890, p. 120) In pubblico, le autorità disapprovavano queste campagne; ma, astenendosi dal prendere misure contro questi libri, mostravano chiaramente da che parte andava la loro simpatia. Alla fine del’anno 1547, le porte furono aperte e cominciarono a comparire dei libri, pieni di insulti nei confronti di tutto ciò che era acattolico; si arrivava fino a dedicare queste pubblicazioni al re in persona e al Protettore Edward Seymour, duca di Somerset, fratello di Jane Seymour, terza donna di Enrico VIII e madre di Edoardo VI. Somerset era risoluto nell’imporre il protestantesimo al popolo inglese. In alcuni scritti polemici, il santo sacramento è descritto come “una creatura che diventa Creatore, una volgare torta confezionata per diventare Dio e uomo”; la messa è “l’adorazione di un Dio confezionato con fiore di frumento” (Ibid., p. 123). Molte di queste opere avevano per autori dei riformatori dell’Europa continentale, fra i quali Lutero, Zwingli, Calvino, Melantone, Bullinger, Urbanus Regius Osiander, Hegendorp e Bodius (Ibid. , p. 125). Queste opere scandalizzavano e rivoltavano i semplici fedeli e il clero parrocchiale, ma facevano grande impressione su coloro che amavano considerarsi come appartenenti ad una élite istruita ed illuminata, adepta del nuovo pensiero e che erano quasi sempre gente influente nel loro ambiente.

Coloro che volevano farsi i difensori della messa non avevano il compito facile, essendo riusciti i riformatori ad assicurarsi il controllo assoluto dei “mezzi di comunicazione”: “Un libro compariva bene qua e là, portando il nome di un autore o di un tipografo poco di casa presso Cranmer o il Consiglio, ma nessun dubbio è permesso: queste pubblicazioni si facevano a rischio e pericolo dei loro autori. In effetti, quando si esamina la bibliografia di quegli anni, si è colpiti nel constatare che non vi si trova neanche un solo opuscolo o un solo libro uscito dalle tipografie inglesi che prenda le difese delle antiche dottrine. Dei trattati come quelli di Gardiner o di Tunstall sul Santo Sacramento dovettero essere stampate in segreto all’estero.

“Di contro, il paese era inondato di opere, traduzioni di lavori di riformatori stranieri o composizioni originali, che attaccavano le pratiche cattoliche, in particolare la messa. Queste opere portavano il nome dell’autore o del tipografo: si trattava più sovente di opuscoli venduti a qualche pence e apertamente destinati ad una larga diffusione nel popolo. Non c’è alcun dubbio che in ragione delle circostanze questa letteratura, così abbondantemente diffusa, non avrebbe potuto circolare senza la connivenza o la benevolenza delle autorità; essa corrispondeva manifestamente alle loro intenzioni e rispondeva ai loro voti. Inoltre, la diffusione di tali scritti, che avevano un carattere blasfemo e osceno, non era né vietato né frenato dalle innumerevoli proclamazioni dell’epoca; ben al contrario, espressa licenza era data ai tipografi di queste opere di pubblicarle” (Ibid. , p. 118-119).

Richard Smith, che fu il primo regius professor di teologia a Oxford, e che doveva diventare più tardi il primo rettore del seminario di Douai, scrisse un’apologia dell’insegnamento cattolico sull’Eucaristia, nella quale denunciava in termini vigorosi la letteratura scandalosa che attaccava questa dottrina: “Nel passato … mai si tollerava che ricchi e pezzenti , colti e ignoranti, vecchi e giovani, saggi e folli, ragazzi e ragazze, padrone e servo, stagnini e conciatetti, minatori e ciabattini e altra gente di bassa estrazione, potessero a piacere schernire e canzonare … non risparmiando nessun sacramento della Chiesa … mentre per la predicazione e l’insegnamento (possono fintanto che si possono impiegare questi termini in questo caso), per il gioco scenico, la scrittura e la stampa, le canzoni e (oh mio Dio!) cento altre maniere, alcuni oggi , che non hanno altro maestro che se stessi, a meno che non siano i sapienti del diavolo, non si privano né hanno timore di parlare o di scrivere contro l’eccellentissimo e santissimo sacramento dell’altare, dichiarando che è nient’altro che una volgare figura e che nel detto sacramento non si trova il corpo e il sangue del nostro santissimo Salvatore e Redentore Gesù Cristo, ma solamente un puro e semplice segno, un pegno, un memoriale del detto Salvatore; ammesso che vadano fin là e che non lo chiamino puramente e semplicemente (cosa che capita sovente) idolo o idolatria”. (Knox, p. 58)

continua...

che dire? tremendo!

Una parte del segreto di La Salette: "I sacerdoti, i ministri di mio Figlio, i sacerdoti, con la loro vita cattiva, con le loro irriverenze e le loro empietà nel celebrare i santi Misteri, con l'amore per il denaro, l'amore per gli onori ed i piaceri, i sacerdoti sono diventati cloache di impurità. Sì, i preti provocano la vendetta, e vendetta pende sulle loro teste. Siano maledetti i preti e le persone consacrate a Dio che, con la loro infedeltà e la loro vita cattiva, crocifiggono di nuovo mio Figlio! I peccati delle persone consacrate a Dio gridano al Cielo e richiamano vendetta, ed ora ecco la vendetta alle loro porte, giacché non si trova più alcuno che invochi misericordia e perdono per la gente non ci sono più anime generose; ora non c'è più nessuno degno di offrire la Vittima Immacolata all'Eterno in favore del mondo".

sabato 27 marzo 2010

Dalla terra di Santa Caterina si alza un nuovo accorato grido al "dolce Cristo in terra"

Pubblichiamo questo bellissimo appello al Santo Padre tratto da fidesetforma.blogspot.com. Dalla terra di Santa Caterina si alza un nuovo accorato grido al "dolce Cristo in terra".

SANTITA', MAI COME OGGI C'E' BISOGNO DI FERMEZZA!
di Don M.D.M.

Santità,
            mi rivolgo a Voi, Dolce Cristo in terra, in quest’ora di dolore e di confusione, come l’ultimo e il più indegno dei vostri figli.

Ancora una volta la Barca di Pietro è sballottata dalle tempeste della menzogna, del peccato e dell’odio. Imploro dal Signore che vi tenga saldo e fermo al suo timone perchè possiate condurci al porto sicuro della Verità che è Cristo Signore.

Con dolore e sgomento assistiamo alla siturazione, a dir poco disastrosa, del Clero in questi giorni.
Certamente, un’occasione unica per chi non aspettava altro che poter sparare nel mucchio... E quale occasione migliore dell’aver finalmente “scoperto” il sommerso mondo dell’immoralità dei chierici?

La terribile piaga della pedofilia che flagella il mondo, e che non ha sicuramente risparmiato la Chiesa, diventa un’occasione d’oro per chi vuol gridare, ad ogni piè sospinto, che essa, la Sposa di Cristo giace impunita con il peccato, e che la sua casa, altro non è, se non un covo di perversi e fucina di ogni genere di malvagità.

Un boccone ghiotto e prelibato per chi, da tempo e in ogni modo, si adopera per strappare definitivamente l’Europa (e il mondo intero) da quella madre che l’ha nutrita, l’ha cresciuta, e che come unico baluardo, continua a difenderla dalle ondate nichiliste, relativiste, e laiciste di un potere che sembra voler giustizia, ma in realtà vuole solo far prevalere le sue ideologie! E che, -eliminata la Chiesa- rivestito come paladino di una nobile causa, finalmente avrà campo libero di imperversare in ogni modo!

Ma la realtà è ben altra da quella che sembra apparire e che ci vogliono far credere: “la pedofilia è un fenomeno di massa nella Chiesa…”, “tutti i preti sono pedofili...”, “non dobbiamo ascoltarla, nè seguirla, ma bisogna diffidarne...”, “i nostri figli sono in pericolo...”.

Noi sappiamo, Santità, e conosciamo quella schiera silenziosa di sacerdoti, religiosi, religiose, che ogni giorno per le strade del mondo, o nel silenzio dei monasteri, offrono la loro vita per Cristo e per il bene delle anime. Ma il mondo non li conosce, e non li accoglie, perchè non riesce a soggiogarli al suo potere e alle sue lusinghe, li odia: “...se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi...ma abbiate fede, Io ho vinto il mondo...”. E per questo, tutto ciò che sta accadendo in questi giorni, in fondo non ci stupisce, anche se ci addolora, e per tanti aspetti, “il cor s’impaura”.
Basta tenere i piedi per terra, e non farsi travolgere dalla melma di ipocriti giudizi, per rendersi conto di quanta falsità, di quanto odio, e di quanta sete di distruzione si annida nel tumulto “giustizialista” di questi giorni.

Certo, con dolore, Santità, guardiamo il rumoroso dilagare e il viscido strisciare del male e della menzogna, della calunnia e anche dell'indifferente ignavia di coloro che più dovrebbero stringersi a Pietro per non lasciarlo solo in mezzo ai lupi, ma sappiamo anche riconoscere il Bene e la Verità, che fa molto meno rumore, e nel contempo è presente, opera, dà i suoi frutti e alla fine trionferà.

Ma è giunta l’ora, Padre santo, di guardare in faccia il male con lo stesso coraggio con cui la Santità Vostra ha deciso di affermare che non solo i responsabili degli ignominiosi crimini ai danni dell'infanzia vanno consegnati alla giustizia civile perché criminali oltre che peccatori, ma anche che i Vescovi omertosi devono collaborare con le autorità civili nell'affrontare i tremendi autori dei suddetti crimini. Anche se fa paura, e appare invincibile e inattaccabile, è giunta l'ora di iniziare a sferrare una vera e propria battaglia per estirparne le radici e fare in modo che il male, come un veleno, non si diffonda dappertutto! Certo, ce lo ha ricordato lei Santità, pochi giorni fà: tanta indulgenza verso il peccatore, ma nessuna per il peccato e le sue strutture.

Nello stesso tempo, però, sono in molti i fedeli ed ancor più i sacerdoti a domandarsi come sia stato possibile nel passato che la Chiesa proteggesse criminali conclamati lasciando loro per anni la possibilità di unire al proprio vizioso agire criminale l'esercizio del sacerdozio? Come ha potuto la Chiesa lasciare che quelle mani impure dei suoi indegni ministri accogliessero il Corpo e il Sangue di Nostro Signore?

Queste domande accorano i fedeli e noi sacerdoti incapaci di trovare ragionevoli e cristiane risposte! Ma Voi conoscete bene, Santità, la vastità della sporcizia che è dentro la Chiesa e Voi sapete bene quanta devastazione in questi ultimi sessant’anni ha causando quest’esasperato progressismo non solo nella morale, ma anche nell’ortodossia della fede.

Mentre buona parte della Chiesa si nutriva di un certo “buonismo”o “spirito di comprensione”, si trastullava nel “dialogo” o negli “equilibri da rispettare”, si schermiva dietro la “discrezionalità diplomatica” o gli “scandali da evitare”, la piaga si è aggravata sempre di più, diffondendosi e devastando senza sosta!

Il popolo assiste oggi attonito e confuso, e chiede, più di ogni altra cosa, a noi i pastori, e ancor più a Vescovi e Cardinali e a Voi, Santità, Pastore grande delle pecore - che mai come in questo momento siamo chiamati a custodire e proteggere - FERMEZZA!

Quella sana fermezza della Chiesa - ritenuta come un male di altri tempi da certi teologi e intellettuali - che non cedeva a compromessi, nè verso l’immoralità, nè verso gli attentati alla sana dottrina; quella santa fermezza, Santità, invocata da santi e sapienti cristiani, e che tante volte nella storia ha salvato la barca di Pietro da terribili derive e catastrofici naufragi.

Si la fermezza, Padre Santo.

Un argine, che se non altro, permetteva di controllare al massimo certi fenomeni e che sicuramente non assicurava vita facile e lunga a persone e idee, ad intra o ad extra, miranti a trascinare la Sposa di Cristo nel fango, disseminando confusione e odio.

Dov’è finita, Santità, la sapienza e la prudenza dei pastori?

Dov’è finita la fermezza, la prudenza e il sano discernimento nei Seminari- tanto in questioni “de fide” quanto “de moribus” – che portava agli Ordini Sacri candidati di solida formazione e di retta spiritualità. Certo, il male e la fragilità umana è stata, è, e sarà una realtà con cui bisognerà sempre fare i conti, ma non prima di aver certezza davanti a Dio, si dovrebbero poter proclamare quelle solenni e grevi parole contenute nel Rituale per le Ordinazioni agli Ordini sacri: «Quantum humana fragilitas nosse sinit, et scio et testificor illos dignos esse» («Per quanto l’umana fragilità permette di sapere, so e testimonio che sono degni»).

Una certa carità ci ha spinti a doverci mettere in ascolto del mondo, ad aprici ad esso, dimenticando che noi non gli apparteniamo, e che la nostra Patria è nei cieli; confondendo così la terra con il cielo e il cielo con la terra, ci siamo persi in esso, e non ci riconosciamo più.
Abbiamo preteso di poter fare a meno della sapienza della Chiesa, dei suoi Santi, della sua spiritualità, dei suoi insegnamenti, della sua Tradizione; li abbiamo ritenuti superati: il mondo non ci capiva più, ci ripetavamo preoccupati.

Così nei Seminari, nei Conventi, e negli stessi Monasteri si è cominciato a rinunciare alla disciplina, e si è iniziato a sostituire lo spirito di penitenza e di mortificazione con uno spirito gaio e festaiolo, nel nome di una presunta gioia della fede.
Il clero, sia secolare che regolare, ha iniziato a trasformarsi in una sorta di categoria sindacale senza volto e senza identità, tutta protesa verso un umanitarismo sociale e filantropico; e ci faceva piacere, Santità, perchè il mondo ci applaudiva.
“A che serve pregare?” - ci dicevano – “…bisogna operare, fare, costruire, combattere. La vita interiore? …Un inutile spiritualismo... La pratica della penitenza?...Cose medievali, d’altri tempi...!”.

Era sorta una nuova primavera, quella dei nuovi tempi inaugurata dall’era conciliare, e per queste cose non c’era più spazio; finalmente, più liberi e più moderni!
E ....il risultato? È sotto gli occhi di tutti!
La disciplina (dal latino discere, che significa imparare) la regola, il rigore, erano armi indispensabili per il raccoglimento interiore e per irrobustire la vita di fede, - e Lei, Santità, e i suoi Predecessori lo sapete bene -, lo spirito di mortificazione era un’esigenza per chi aveva deciso di rinunciare al mondo per seguire e consegnarsi totalmente a Cristo, umile, casto e povero.
Ma si è voluto semplicemente “cambiare pagina”, e senza queste armi il vizio ha spalancato le porte alla menzogna in ogni sua forma.

In Seminario - lo ricordo ancora con tristezza - se si tentava di vivere con una certa serietà gli studi e la formazione al Sacerdozio (che di fatto è inesistente e, in un certo senso, bisognava cercarsela) nella fedeltà al magistero e al Santo Padre, richiedendo un certo rigore e rimproverando un certo lassismo formativo e dottrinale, si veniva subito classificati come squilibrati, derisi dai Superiori e, molti, venivano allontanati e costretti ad abbandonare la vocazione. Per costoro i provvedimenti dell’Autorità non tardavano a giungere, implacabili!
Ma la cosa che ricordo ancora con più dolore e tristezza, Santità, è che per quanti nei corridoi del Seminario si rincorrevano gai, chiamandosi con nomignoli femminili e atteggiandosi con fare altrettanto ambiguo, viceversa, tutto era perdonato, compreso, non considerato come un problema, nonostante le chiari indicazioni della Chiesa in merito.

E allora, Santità: fermezza. Essa è la forma più alta della Carità!

I Pastori tornino a fare ciò per cui sono stati investiti dalla Sapienza Divina: custodi saggi e forti della fede del gregge e, in modo particolare, dei loro sacerdoti, senza cedimenti e senza compromessi, e in vera e totale comunione e obbedienza alla Santità Vostra e al Vostro Magistero. Meno parole, ragionamenti vani, convegni sociali e pastoralismi inutili! Più attenzione nei luoghi di formazione, più giudizi che partono dalla fede e non da ordini del giorno dettati dal mondo!

Allora, prima di rivolgersi ad extra, è ora, Padre Santo, di fare un’operazione ad intra e ripulire Atenei Pontifici, Seminari, Conventi, Curie e Sacri Palazzi da quella congerie di immondi personaggi che fanno scempio della dottrina e della morale cattolica, e che abusano delle loro cattedre o della loro funzione per demolire la Chiesa, assecondare i propri vizi o ricercare l’approvazione del secolo.

Perdonatemi, Padre Santo, se oso ricordare alla Santità vostra - in realtà intendo ricordarlo anche tutti quei Vescovi che sembrano ignorare le Vostre parole, i Vostri insegnamenti, le Vostre esortazioni, con cinica quanto poco cristiana indifferenza e ignavia - quanto già in tempi non meno confusi per la Chiesa, S. Caterina da Siena ripeteva ai vostri Predecessori: “...Pare, santissimo Padre, che questa Verità eterna voglia fare di voi un altro Lui; e si perché siete suo vicario di Cristo in terra, e si perché nell’amaritudine e nel sostenere vuole che riformiate la dolce Sposa sua e vostra, che tanto tempo è stata impallidita (…). Ora è venuto il tempo che Egli vuole che per voi, suo strumento, sostenendo le molte pene e persecuzioni, la Sposa sia tutta rinnovata. Di questa pena e tribolazione ella nascerà come fanciulla purissima…" (Lett.n. 346).

Si, Santità, come allora ancor più oggi, c’è bisogno di un rinnovamento soprattutto interiore, e su questo non si può più indugiare, e certo: “... Voi non potete di primo colpo levare i difetti delle creature, ma potete lavare il ventre della santa Chiesa, cioè procurare a quelli che vi sono presso e intorno a voi, spazzarlo dal fracidume, e ponervi quelli che attendono all’onore di Dio e vostro, e bene della santa Chiesa; coloro che non si lascino contaminare dalle lusinghe o dai denari. Se reformate questo ventre della sposa vostra, tutto il corpo agevolmente si riformerà; e così sarà onore a Dio, utilità a voi, santità delle membra e si spegnerà l’eresia.." (Lett. 364).

Verrà la persecuzione, ovviamente, anzi è già iniziata!

Ma senza salire al Calvario, Padre Santo, questa massa di Prelati e non, accecati dal mondo e dalle sue pompe, “...posti a nutrirsi al petto della Santa Chiesa...”, non potrà mai ambire ad esser parte del Corpo mistico di Cristo; se non saprà affrontare anch’essa la Croce, non meriterà di seguire Cristo nella gloria.

La Chiesa, Padre Santo, ha qualcosa di infinitamente più grande dei suoi limiti da offrire al mondo e che abbraccia le stesse vittime di tanta barbarie: l’abbraccio di Cristo e la sua promessa: “non praevalebunt”. Senza di questo non avremmo più scampo, e allora sì che il male prevarrebbe, e noi saremmo veramente perduti. Ci sentiamo un pò, come in quella notte, quando la tempesta imperversava su quel lago, e la povera barca sembrava sprofondare...e Lui a poppa dormiva....: “Maestro svegliati, non t’importa che periamo?...”, e Lui sgridò la tempesta: “...Taci, calmati...” e a quegli uomini, umanamente impauriti, con una tenerezza infinita disse: “...Perchè siete così paurosi? Non avete ancora fede?...”.

É il suo metodo, ci mette alla prova, tutti, perchè ci abbandoniamo a Lui con coraggio; perchè comprendiamo che senza di Lui non possiamo far nulla e tutto sarebbe irrimediabilmente perso; ma, soprattutto, vuol dirci di non temere perchè c’è Lui, nella Chiesa c’è Lui, e voi Padre Santo, di questo siete il segno grande e luminoso.

Che Dio abbia misericordia di me, Padre Santo, se qualche germe di orgoglio dovesse nascondersi anche solo dietro una di queste mie povere parole.

L’ultimo dei vostri figli, mentre conferma alla santità Vostra il suo filiale rispetto e incondizionata obbedienza, chiede indegnamente la sua Apostolica Benedizione.

il dovere di difendere la Fede a viso aperto

« Cedere all’avversario o tacere, mentre dovunque si alza tanto clamore per opprimere la verità, è proprio dell’inetto oppure di chi dubita che sia vero quello che professa. L’uno e l’altro atteggiamento sono ignobili e ingiuriosi a Dio; l’una cosa e l’altra contrastanti con la salvezza individuale e collettiva: sono soltanto giovevoli ai nemici della fede, perché l’arrendevolezza dei buoni aumenta l’audacia dei malvagi. Per questo è ancor più da condannare l’inerzia dei cristiani perché il più delle volte si possono confutare gli errori e le malvagie affermazioni facendolo spesso con poco sforzo; ma farlo sempre occorre un impegno molto più grande. Per ultimo, nessuno è dispensato dall’usare quella forza che è propria dei cristiani, perché con essa si spezzano spesso le macchinazioni e i piani degli avversari. Ci sono poi dei cristiani nati per la disputa: quanto più grande è il loro coraggio, tanto più certa è la vittoria con l’aiuto di Dio. Confidate: io ho vinto il mondo (Gv 16,33). E nessuno può opporre l’obiezione che il custode e il garante della Chiesa, Gesù Cristo, non ha bisogno certamente dell’opera degli uomini. Ma non è per mancanza di potenza, bensì per la grandezza della sua bontà che egli vuole che qualcosa si faccia pure da noi per l’opera della salvezza che egli ci ha procurato, e per ottenerne frutti sempre maggiori.

Gl’impegni più importanti di questo dovere sono di professare la dottrina cattolica a viso aperto e con costanza, e di propagarla come ciascuno può. Infatti, come è stato affermato tante volte e con verità, niente è così dannoso per la dottrina cristiana che il non essere conosciuta. Basta da sola a dissipare gli errori quando è appresa rettamente; se la mente con semplicità e non vincolata da falsi pregiudizi la comprende, la ragione dichiara di dovere assentire. Per vero, la virtù della fede è un grande dono della grazia e della bontà divina. Ma i mezzi con i quali si raggiunge la fede non sono generalmente altri che l’ascolto: Come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?.. La fede dipende dunque dalla predicazione, e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo (Rm 9,14-17).

Poiché dunque la fede è necessaria per la salvezza, ne consegue che si deve assolutamente predicare la parola di Cristo »  (dall'Enciclica Sapientiae christianae di Leone XIII - 10 gennaio 1890)

Fonte: http://www.lucisullest.it/

Mons. Fellay: come pretendere di fare del bene alla Chiesa se non con dei mezzi soprannaturali?

Intervista a Monsignor Fellay (FSSPX) sulla Crociata del Rosario

Riportiamo una intervista a Mons. Fellay pubblicata sulla rivista del distretto degli Stati Uniti della Fraternità San Pio X, The Angelus.

The Angelus : Monsignore, lei ha indetto una crociata del Rosario dal 1° maggio 2009 al 25 marzo 2010. Qual è la ragione di uno sforzo così notevole?

Mons. Fellay: E’ evidente che noi non viviamo tempi normali e inoltre che ci troviamo ancora nel periodo coperto dal messaggio di Fatima. Nel 1917, la Santa Vergine Maria è apparsa a tre bambini ed ha promesso loro che alla fine il suo Cuore immacolato avrebbe trionfato. Nel 2000, apparentemente qualcosa di quello che si definiva “terzo segreto” di Fatima è stato pubblicato dal Vaticano, con grande insoddisfazione di quasi tutto il mondo. E, francamente, non è finita. Il trionfo, sotto una qualsiavoglia forma, del Cuore immacolato, non si è realizzato. Ciò vuol dire che deve ancora succedere qualcosa. E noi ci aspettiamo che, con tale trionfo, una parte o tutta la crisi attuale della Chiesa abbia termine. Così cerchiamo di ottenere che il Cielo faccia le due cose contemporaneamente, domandando e desiderando quel magnifico trionfo della nostra Madre celeste, la Madre di Dio.

Quali sono gli esempi storici che l’hanno incitata a prendere la decisione di indire una crociata del rosario?

Mons. Fellay: E’ vero, infatti nella storia ci sono parecchi esempi dell’intervento divino, un vero intervento di Dio o dei suoi santi nella storia umana, e specialmente dopo la recita del rosario.
Uno dei più celebri è la vittoria di Lepanto. San Pio V, davanti ai pericoli corsi dalla Cristianità nella sua difesa dalla minaccia dei Turchi, aveva infatti richiamato tutta l’Europa ad una crociata spirituale di rosari. A questa battaglia spirituale si univa quella della flotta cristiana che si scontrava con le forze navali dell’Islam, al largo di Lepanto. Benché in numero inferiore, i cristiani alla fine della giornata avevano riportato una vittoria talmente significativa, che per anni, i cristiani sono stati lasciati in pace.
La grande vittoria di Vienna, ottenuta da Sobiesky, di nuovo contro i Turchi, è anch’essa attribuita alla preghiera del rosario. Allo stesso modo, in Austria, la liberazione dall’occupazione della Russia comunista nel 1955 è considerata ugualmente come una vittoria dovuta alla preghiera del santo rosario.

Alcuni insinuano che la Chiesa cattolica è attaccata così violentemente dai suoi nemici da far sembrare la preghiera insufficiente a difenderne la causa. Che pensa di simili dubbi?

Mons. Fellay: Quando preghiamo, contiamo sull’aiuto di Dio Onnipotente e dei suoi santi. Questa potenza non è paragonabile alle forze umane, per quanto vigorose possano essere. Solo Dio è infinito, infinito per potenza –lo chiamiamo Dio Onnipotente- e questa parola deve essere intesa senza alcuna attenuazione. Perché Dio può davvero fare tutto ciò che vuole. La preghiera, e ancor più le preghiere che Egli stesso ci ha dato possono ottenere in tutta verità ciò che le risorse umane non potrebbero mai compiere. E’ vero che una delle condizioni perché una preghiera sia efficace, è la fiducia che abbiamo di essere esauditi. Se noi stessi consideriamo irreale il fatto che Dio possa ascoltarci e fare quello che gli domandiamo, noi non otterremo niente. Noi dobbiamo ricordarci sempre di queste parole: “Se voi aveste una fede grande come un granello di senape, direste a questa montagna: ‘Spostati fin lì’ e lei si sposterebbe” (Mt. 17, 21). Al contrario, noi dobbiamo dire che la preghiera è l’unico mezzo idoneo a risolvere il problema che affligge la Chiesa. Certo, ciò non esclude da parte nostra tutte le altre azioni necessarie.

Evidentemente è difficile parlare di crociata del rosario senza parlare di Fatima, e specialmente del 3° segreto. Qual è l’importanza di questo 3° segreto?

Mons. Fellay: Potremmo dire che l’importanza di questo segreto è proporzionale all’importanza dei mezzi usati da alcuni per impedirne la pubblicazione integrale. Molto verosimilmente, dobbiamo accettare che il 3° segreto parli delle prove attuali e forse di alcuni eventi futuri nella Chiesa. E siccome non comprende unicamente la descrizione di disastri, ma anche la promessa della vittoria della Madonna, quella parte noi la conosciamo già. Sembrerebbe che potremmo anche trovarvi la chiave per uscire dalla crisi attuale, così come delle precisazioni riguardo a questa crisi.

Pensa che la consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria sia stata fatta?

Mons. Fellay: Possiamo dire che una certa consacrazione al Cuore immacolato sia stata fatta, e anche una certa consacrazione della Russia, anche se imperfettamente e senza rispettare tutte le condizioni indicate dalla Santissima Vergine Maria. Pio XII aveva già consacrato il mondo, Giovanni Paolo II ha menzionato il paese in cui è venerata l’icona di Maria…Ma i vescovi non erano tutti uniti per fare questa consacrazione della Russia.

Perché, secondo lei, Pio XII ha fatto una consacrazione del mondo al Cuore immacolato di Maria, e non la consacrazione della Russia, secondo la richiesta della Madonna che egli conosceva sicuramente?

Mons. Fellay: Potrebbero esserci almeno due spiegazioni: la prima è che sotto Pio XII c’era una forte opposizione a tale consacrazione; e la seconda è che nella stessa epoca è venuta un’altra rivelazione dalla Spagna che richiedeva la consacrazione del mondo. Così Pio XII ha potuto tentare di combinare le due in un’unica consacrazione…In ogni modo, quando l’ha fatta, alcuni dei miracoli di Fatima si sono ripetuti per lui in Vaticano: una pioggia di rose ed il miracolo del sole.

Secondo lei, in che modo la consacrazione della Russia potrebbe influenzare la situazione della Chiesa?

Mons. Fellay: Nella storia dell’umanità, le cose sono molto più collegate le une alle altre di quanto pensiamo, ma molto spesso non possiamo né vedere né comprendere questo legame. Così, la consacrazione della Russia libererebbe questo paese dai suoi errori: si convertirà, come ha detto Maria. Come ciò possa riguardare la crisi della Chiesa? In molti modi, ma qui siamo davvero nel campo delle speculazioni. Preferisco lasciare le mani libere alla Madre di Dio per fare ciò che vuole. Lei parla di trionfo, e ciò vuol dire definitivamente una grande vittoria contro le forze del male…una simile vittoria spirituale non sarebbe spettacolare, se non fosse accompagnata da un vero risanamento della Chiesa. Ma non mi chieda come.

Pensa che gli effetti della consacrazione della Russia sarebbero interamente soprannaturali? Alcuni sembrano immaginare dei risultati immediati di ordine politico o naturale.

Mons. Fellay: Non c’è affatto bisogno di limitare la potenza di Dio o di Maria. I due effetti sono facilmente possibili. Una conversione della Russia sarebbe forse unicamente soprannaturale e non includerebbe alcuni elementi umani? La crisi attuale ha anche degli aspetti umani, per esempio le chiese vuote, i conventi vuoti…Così Dio potrebbe riempirli di nuovo, e con delle persone di buona fede, dei convertiti.

Qual è l’importanza della crociata del rosario per l’influenza della Tradizione nella Chiesa Cattolica?

Mons. Fellay: Semplicemente questo: come potremmo pretendere di fare del bene alla Chiesa se non con dei mezzi soprannaturali? Quindi, se utilizziamo dei mezzi soprannaturali come la preghiera, e la preghiera del rosario, la crociata del rosario può essere di un’importanza cruciale.

Per voi, sono solo i fedeli della Fraternità che devono essere coinvolti in questa crociata del rosario oppure anche gli altri cattolici?

Mons. Fellay: Non c’è alcuna restrizione a questa crociata. Ogni anima di preghiera è benvenuta! Non pretendiamo di avere l’esclusiva di una preghiera che è stata data alla Chiesa intera. Tuttavia è vero che pochi fedeli continuano a recitarla, a paragone di quanto dovrebbe accadere. Ma, a causa delle circostanze attuali, era abbastanza difficile superare le nostre frontiere per questo appello alla preghiera.

Al di fuori della Fraternità, avete ricevuto reazioni positive riguardo a questa crociata, nel corso dell’anno passato?

Mons. Fellay: Molto poche. Mi ricordo di un sacerdote italiano presente alle ordinazioni a Ėcône, che aveva promesso di unirsi a noi con un milione di rosari. Inoltre, il rev.do Gruner (*) ha indetto anch’egli qualcosa di simile…Non è molto. In occasione delle ultime crociate, il cardinale Castrillon Hoyos era stato impressionato dal numero di rosari. Mi ha detto di essere certo che avessero avuto la loro parte nell’ottenere che arrivassimo là dove siamo arrivati oggi. (Fonte: The Angelus. Traduzione: DICI n° 211 del 06/03/10).

(*) P. Nicholas Gruner è un sacerdote americano di tendenza tradizionale, redattore capo di The Fatima Crusader. Ha indetto una crociata del rosario così come una campagna di petizioni da rivolgere al papa per ottenere la consacrazione della Russia.

The Angelus 2915 Forest Avenue – Kansas City, Missouri 64109 –USA.

pronto il nuovo libro di Mons. Gherardini: Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa

Intervista a Mons. Brunero Gherardini

Aletheia n° 153 - 20 marzo 2010

Raccolta da Yves Chiron, Redattore di Aletheia, Lettre d’informations religieuses
(la pubblicazione non è più disponibile su internet scrivere a Yves Chiron, 16 rue du Berry, F - 36250 Niherne chiron.yves@wanadoo.fr)

20 marzo 2010

Se permette, Monsignore, l’anno 2009 è stato «l’anno Gherardini». Lei infatti ha fatto pubblicare uno dopo l’altro: Il Concilio Vaticano II. Un discorso da fare, nel marzo 2009, Quale accordo tra Cristo e Beliar?, nell’aprile 2009, sui «problemi, gli equivoci e i compromessi» del dialogo interreligioso; Ecumene tradita, nel settembre 2009, sul «dialogo ecumenico tra equivoci e passi falsi». Si tratta di una semplice coincidenza o della volontà di attirare l’attenzione sulla necessità di una buona «ermeneutica» del Vaticano II?

Un caro amico, il prof. Roberto De Mattei, Direttore di Radici Cristiane, è riuscito, nell’ottobre 2009, a strapparmi un’intervista – genere da cui mi sono sempre tenuto lontano. Ed ecco che un altro amico riesce nell’impresa.
Ben lungi dal pensare ad un “anno Gherardini”, riconosco che le pubblicazioni alle quali Lei si riferisce - ed alle quali oggi si aggiunge Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa – non sono una semplice coincidenza, ma un modesto tentativo di dare una risposta ed un contenuto oggettivo all’“ermeneutica della continuità” auspicata, come tutti sanno, dal Santo Padre.

Ritiene che Rapporto sulla fede, pubblicato nel 1985 dall’allora card. Ratzinger abbia segnato una svolta nella riflessione della Chiesa su se stessa? Era il segno di una presa di coscienza?

Forse più che nella realtà, nelle intenzioni dell’eminente autore e nelle speranze di diversi teologi, tra i quali io stesso. I pericoli e gli equivoci venivano intravisti, ma le cause non venivano discusse e ancor meno si notava la minima intenzione di eliminarle. Di conseguenza si era sempre al punto di partenza.

Si dice che Lei sia l’ultimo rappresentante della «teologia romana», già resa celebre dal card. Palazzini o dal caro e rimpianto Mons. Piolanti. La sua voce, in quanto teologo, è isolata in Italia o Lei vede, in certe università, in certe riviste, dei teologi che condividono le sue preoccupazioni e la sua analisi della situazione?

Io non so fino a che punto posso considerarmi come un epigono della gloriosa Scuola Romana. Già i nomi illustri a cui Lei si riferisce appartengono alla fase discendente di questa Scuola. Dopo il Concilio Vaticano II, la voce di questa Scuola, sempre più debole, poteva farsi sentire ancora attraverso due Accademie romane, (la Pontificia Accademia di Teologia e la Pontificia Accademia San Tommaso d’Aquino), le riviste Divinitas e Doctor Communis, e i congressi tomisti. Oggi, quando si riesce ancora a percepirla, si tratta solo di una voce isolata, ammirata da qualcuno, ma più spesso disdegnata e disprezzata. È quello che mi è capitato. Nondimeno, ascoltata o no, essa risuona sempre, e se nella mia voce si riconosce il timbro della Scuola Romana me ne rallegro.
fortunatamente, questa gloriosa Scuola oggi è priva di cattedre universitarie ed episcopali. Tuttavia, anche da questo punto di vista, le cose cominciano a cambiare: il 25 di questo mese, per esempio, sono stato invitato dalle autorità accademiche a tenere, in Laterano, una conferenza su “Il tomismo e la Scuola Romana del XX secolo”, e L’Osservatore Romano mi ha già chiesto il testo di questa lezione.

Se non mi sbaglio, Lei è stato sollecitato dalla Santa Sede a partecipare ai «colloqui teologici» che, dall’autunno del 2009, sono iniziati con la Fraternità San Pio X. Perché non ha accettato questa proposta?

Sono desolato, ma la discrezione m’impedisce di rispondere a questa domanda.

È possibile un accordo dottrinale fra la Santa Sede e la FSSPX? E sotto quale forma?

Senza alcun dubbio, e io mi auguro – e anche la Chiesa se lo augura – che per il bene delle anime si giunga presto ad un accordo. Vorrei rispondere in maniera adeguata, ma non vorrei impantanarmi nei dettagli. Il Papa ha già fatto molto per trovare una soluzione, bisogna dargliene atto. Ma è necessario mettere sul tappeto la “cornice dottrinale” a cui lui stesso si riferisce. Questa cornice, nondimeno, non porterà ad alcun risultato se permette - come sembra – solo un’interminabile confronto punto per punto: le due parti hanno ciascuno delle frecce appropriate nel loro arco, e la dialettica – quando vuole – è capace di mettere in evidenza le ragioni di colui che ha torto.

Secondo me, vi è solo un argomento da mettere sul tappeto: e Giovanni Paolo II lo ha suggerito quando, infliggendo la famosa scomunica del 1988, rimproverò alla Fraternità San Pio X di avere “una incompleta e contraddittoria nozione della Tradizione”. Personalmente sono di tutt’altro avviso, ma è proprio per questo che io vedo nella Tradizione l’unico tema dottrinale da trattare a fondo. Se si riuscisse a chiarire il concetto di Tradizione, senza rifugiarsi nel sotterfugio della tradizione vivente, ma anche senza chiudere gli occhi sul movimento interno della tradizione apostolico-ecclesiale “eodem tamen sensu, eademque sententia” (conservando lo stesso senso e lo stesso pensiero), il problema cesserebbe d’esistere.
Oggettivamente la Fraternità San Pio X, per intanto, non dovrebbe cessare d’esistere; essa potrebbe essere, nel firmamento della Chiesa, una “società di vita sacerdotale”, una famiglia di “oblati” o francamente una “Prelatura nullius”, visto che ha già diversi vescovi; ma, per carità, rifuggiamo dai sogni.



L'invettiva cristianissima di Francesco Agnoli

 Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza.

Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili.

Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male. L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli. Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”.

Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”. A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”.

La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa.

Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari? Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino?

Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010). Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve. Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei.

Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro. Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”.

Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa. Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza…

Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”. Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”. Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti?

E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”.

Il Foglio, 25 marzo 2010

venerdì 26 marzo 2010

al rogo, al rogo!

Ai tribunali ecclesiastici di tutto il mondo:
Non indagate,
potrebbero chiedervi conto dei reati sui cui investigate.
Non assolvete,
potrebbero chiedervi conto della vostra indulgenza.
Non condannate,
potrebbero chiedervi conto della vostra moderazione.

Fate una cosa
ripristinate la tortura e il rogo
e poi vediamo cose ne dice il New York Times . . .

una verità dimenticata: la regalità sociale di Nostro signore Gesù Cristo

Il Papa, il 21 dicembre scorso, affermò che preti e vescovi non devono far politica. Egli precisamente così disse: “(i vescovi non devono) cedere alla tentazione di prendere personalmente in mano la politica e da pastori trasformarsi in guide politiche.”

Prendiamo spunto da queste parole per fare alcune riflessioni. Nel periodo postconciliare si è teorizzato e scritto molto contro la cosiddetta chiesa postcostantiniana accusandola di essersi troppo compromessa con il potere politico. Tutta la nouvelle theologie, figlia del modernismo teologico, ha invocato e sostenuto una sorta di "pneumatismo" della Chiesa. La Chiesa -si è detto e si dice- deve essere quanto più spirituale: non deve compromettersi con il potere, né tantomeno avere aspirazioni mondane. Insomma, con queste affermazioni si voleva e si vuole attaccare la cosiddetta regalità sociale di Cristo, ovvero la regalità di Nostro Signore non solo sulle anime e sulle famiglie, ma anche sui governanti e sugli Stati e quindi l'obbligo da parte non solo delle anime ma anche dei governanti e degli Stati di renderGli culto. Avremo eventualmente modo di parlare in un altro intervento della piena legittimità della dottrina della regalità sociale di Cristo, ciò che adesso c'interessa sottolineare è che la teologia modernista ha inteso attaccare con chiarezza tale verità, e soprattutto vogliamo evidenziare le conseguenze contraddittorie che da questo attacco sono scaturite.

I motivi del rifiuto della regalità sociale di Cristo sono due. Il primo è remoto e attiene alla dimensione più specificamente teologica. Il secondo è prossimo e attiene alla dimensione della teologia della storia.

Il motivo remoto fa riferimento ad una sorta di gnosticizzazione del Cristianesimo. La gnosi implica la convinzione secondo cui l'uomo sarebbe una sorta di “scintilla divina” imprigionata in un corpo. L'uomo sarebbe della stessa natura di Dio, per cui all’uomo stesso spetterebbe il dovere di distaccarsi dalle cose del mondo. Attenzione però: non si tratta necessariamente di un distacco nel senso di un non uso. Niente affatto: lo gnostico può benissimo “godere” dei beni terreni, l'importante però che conservi la convinzione intellettuale della loro inconsistenza e quindi del fatto che non possano costituire dei valori ai fini della salvezza. La dottrina autenticamente cattolica della regalità sociale di Cristo, invece, si basa sul principio che Cristo può e deve regnare non solo sulle realtà spirituali ma anche su quelle materiali, perché queste hanno comunque la dignità di “creature”.

Il motivo prossimo del rifiuto da parte della teologia modernista del principio della regalità sociale di Cristo attiene -come abbiamo già detto- alla teologia della storia. Si tratta di quell'influenza del pensiero relativista massonico secondo cui bisogna aspirare alla realizzazione di un governo mondiale basato sul “politicamente corretto”, quindi sulla convinzione della sovranità del relativo e del nulla. Il cattolicesimo, con la pretesa di affermare l'esistenza di una verità assoluta (Gesù Cristo) e di un'unica realtà salvifica (la Chiesa), può essere al limite permesso se ridotto alla dimensione privata, ma non certamente se pretende di tradursi in civiltà.

Ora, tutto questo produce una grande contraddizione che è sotto gli occhi di tutti. Il cattolicesimo tradizionale (cioè di sempre) da una parte ambisce giustamente alla traduzione della Fede in giudizio politico, mira alla realizzazione del valore della societas christiana e considera l'azione politica come espressione dell'atto di fede nelle cose temporali; dall'altra conserva la sua vocazione fondamentale che è quella di portare gli uomini alla salvezza eterna, additando il peccato mortale come la più grave tragedia e promuovendo il messaggio fondamentale che è quello di indirizzare l'uomo alla Vita di Grazia. Il cattolicesimo modernista, invece, si esprime nel contrario. Da una parte afferma che non si deve pensare ad alcuna civiltà cristiana, dall'altra fa passare in secondo piano la prospettiva soprannaturale e la salvezza eterna, anteponendo a questi i problemi del mondo o addirittura l'utopistica realizzazione di una società perfetta.

E così abbiamo il paradosso che negli stessi ambienti in cui si afferma che la Chiesa dovrebbe totalmente spiritualizzarsi, ci si concentra prioritariamente (e molto spesso esclusivamente) su problemi profondamente materiali, del tipo: il debito estero, la disoccupazione, fino a che punto dovrebbero essere governati i flussi migratori, ecc...per arrivare perfino all'importantissimo (si fa per dire!) problema della raccolta differenziata della spazzatura; dimenticando che l'unica cosa che conta è la conquista del Paradiso: “Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella geenna.” (Luca 12,4-5)

Articolo non firmato. Fonte: I Tre Sentieri, 27 febbraio 2010