domenica 28 marzo 2010

Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (7)

Sappiamo che nella riforma anglicana si procedette per lo più con decreti miranti a graduali modificazioni del rito della Messa, così da renderla sempre più accettabile alla mentalità protestante. Abbiamo ripetutamente ricordato che tutto ciò avvenne in maniera tale che non tutti i fedeli e sacerdoti si resero subito conto del pericolo di tali cambiamenti...accettando per amore di pace e di obbedienza misure che sembravano secondarie, in pochi anni molti cattolici si ritrovarono protestanti: la mentalità tende ad adattarsi al modo di agire, anche nei riti della chiesa. Inizi ad assumere gesti e preghiere che non esprimono in tutta pienezza la fede cattolica (ma che non le sono apertamente contro!), e finisci con il tempo a dimenticare completamente le verità di fede taciute da tempo. Detto questo qualcuno potrebbe pensare che si insista troppo contro il Protestantesimo: “in fondo”, qualcuno penserà, “sono pur sempre fratelli cristiani, che credono in Gesù Cristo,dobbiamo cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide!”. Niente di più utile, per rispondere a questa obiezione, di andare ai testi originali di questi “fratelli cristiani”: in essi si vedrà una violenta opposizione al Cattolicesimo, una negazione aperta di verità di fede, portata avanti con una violenza verbale che sconvolge. Riportiamo qui un paragrafo dell'opera di M. Davies sulla Riforma Anglicana, che tratta di un'altra delle misure preparatorie della riforma: l'utilizzo della STAMPA, come mezzo per cambiare la mentalità cattolica e prepararla al definitivo passaggio al Protestantesimo.

La stampa

I riformatori capivano che i semplici fedeli erano così attaccati alla messa che un attacco aperto e immediato sarebbe stato suscettibile di ritorcersi contro di loro. Ebbero la fortuna di trovare un sostegno potente nel gentry, nei negozianti e presso una buona parte della nobiltà; avendo acquistato a basso prezzo i beni della Chiesa sotto il regno di Enrico VIII, tutta questa gente trovava un vantaggio finanziario nella Riforma. Per preparare l’abolizione della messa, si ebbe l’abilità di utilizzare la stampa. Spesso importate dal continente, le pubblicazioni che attaccavano la dottrina cattolica dell’eucaristia avevano incominciato a fare la loro apparizione dal regno di Enrico VIII.

La morte del re, sopraggiunta nel 1547, segnò subito l’inizio di una campagna diretta contro la messa; si affermava, tra le altre cose, per citare John Hooper, che “la messa è una bestemmia nei riguardi di Dio; perché coloro che onorano come Dio il pane presente sull’altare non commettono una minore idolatria di coloro che divinizzano il sole o le stelle”. (J. Hooper, Early Writings, PS, Cambridge, 1843, p. 139) Stephen Gardiner, vescovo di Winchester, che aveva conservato l’anima cattolica, aveva comunque capitolato davanti a Enrico VIII sulla questione della supremazia reale; ma sotto il regno di Edoardo, rifiutò di abbandonare la messa. Fu imprigionato nella Torre di Londra e deposto (sotto il regno di Maria Tudor, doveva riconciliarsi con la Chiesa e diventare Gran Cancelliere). All’inizio del regno di Edoardo, protestò perché “certi tipografi, commedianti o predicatori fanno finta di interrogarsi; come se noi non sapessimo ancora come siamo giustificati, né di quali sacramenti abbiamo bisogno”. (F. Gasquet, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra, 1890, p. 120) In pubblico, le autorità disapprovavano queste campagne; ma, astenendosi dal prendere misure contro questi libri, mostravano chiaramente da che parte andava la loro simpatia. Alla fine del’anno 1547, le porte furono aperte e cominciarono a comparire dei libri, pieni di insulti nei confronti di tutto ciò che era acattolico; si arrivava fino a dedicare queste pubblicazioni al re in persona e al Protettore Edward Seymour, duca di Somerset, fratello di Jane Seymour, terza donna di Enrico VIII e madre di Edoardo VI. Somerset era risoluto nell’imporre il protestantesimo al popolo inglese. In alcuni scritti polemici, il santo sacramento è descritto come “una creatura che diventa Creatore, una volgare torta confezionata per diventare Dio e uomo”; la messa è “l’adorazione di un Dio confezionato con fiore di frumento” (Ibid., p. 123). Molte di queste opere avevano per autori dei riformatori dell’Europa continentale, fra i quali Lutero, Zwingli, Calvino, Melantone, Bullinger, Urbanus Regius Osiander, Hegendorp e Bodius (Ibid. , p. 125). Queste opere scandalizzavano e rivoltavano i semplici fedeli e il clero parrocchiale, ma facevano grande impressione su coloro che amavano considerarsi come appartenenti ad una élite istruita ed illuminata, adepta del nuovo pensiero e che erano quasi sempre gente influente nel loro ambiente.

Coloro che volevano farsi i difensori della messa non avevano il compito facile, essendo riusciti i riformatori ad assicurarsi il controllo assoluto dei “mezzi di comunicazione”: “Un libro compariva bene qua e là, portando il nome di un autore o di un tipografo poco di casa presso Cranmer o il Consiglio, ma nessun dubbio è permesso: queste pubblicazioni si facevano a rischio e pericolo dei loro autori. In effetti, quando si esamina la bibliografia di quegli anni, si è colpiti nel constatare che non vi si trova neanche un solo opuscolo o un solo libro uscito dalle tipografie inglesi che prenda le difese delle antiche dottrine. Dei trattati come quelli di Gardiner o di Tunstall sul Santo Sacramento dovettero essere stampate in segreto all’estero.

“Di contro, il paese era inondato di opere, traduzioni di lavori di riformatori stranieri o composizioni originali, che attaccavano le pratiche cattoliche, in particolare la messa. Queste opere portavano il nome dell’autore o del tipografo: si trattava più sovente di opuscoli venduti a qualche pence e apertamente destinati ad una larga diffusione nel popolo. Non c’è alcun dubbio che in ragione delle circostanze questa letteratura, così abbondantemente diffusa, non avrebbe potuto circolare senza la connivenza o la benevolenza delle autorità; essa corrispondeva manifestamente alle loro intenzioni e rispondeva ai loro voti. Inoltre, la diffusione di tali scritti, che avevano un carattere blasfemo e osceno, non era né vietato né frenato dalle innumerevoli proclamazioni dell’epoca; ben al contrario, espressa licenza era data ai tipografi di queste opere di pubblicarle” (Ibid. , p. 118-119).

Richard Smith, che fu il primo regius professor di teologia a Oxford, e che doveva diventare più tardi il primo rettore del seminario di Douai, scrisse un’apologia dell’insegnamento cattolico sull’Eucaristia, nella quale denunciava in termini vigorosi la letteratura scandalosa che attaccava questa dottrina: “Nel passato … mai si tollerava che ricchi e pezzenti , colti e ignoranti, vecchi e giovani, saggi e folli, ragazzi e ragazze, padrone e servo, stagnini e conciatetti, minatori e ciabattini e altra gente di bassa estrazione, potessero a piacere schernire e canzonare … non risparmiando nessun sacramento della Chiesa … mentre per la predicazione e l’insegnamento (possono fintanto che si possono impiegare questi termini in questo caso), per il gioco scenico, la scrittura e la stampa, le canzoni e (oh mio Dio!) cento altre maniere, alcuni oggi , che non hanno altro maestro che se stessi, a meno che non siano i sapienti del diavolo, non si privano né hanno timore di parlare o di scrivere contro l’eccellentissimo e santissimo sacramento dell’altare, dichiarando che è nient’altro che una volgare figura e che nel detto sacramento non si trova il corpo e il sangue del nostro santissimo Salvatore e Redentore Gesù Cristo, ma solamente un puro e semplice segno, un pegno, un memoriale del detto Salvatore; ammesso che vadano fin là e che non lo chiamino puramente e semplicemente (cosa che capita sovente) idolo o idolatria”. (Knox, p. 58)

continua...