martedì 10 luglio 2012

Don Divo Barsotti e il Concilio

Don Divo Barsotti lesse per intero i documenti del Concilio Vaticano II. Non ne fu entusiasta. Ebbe da ridire sull’ambiguità dei testi e delle espressioni. Barsotti fu tutt’altro che un nostalgico integralista. Fu un precursore, anzi, di un rilancio della liturgia, dello studio sui Testi Sacri e dell’attenzione alla teologia ortodossa orientale.
Criticò certamente il post Concilio, ma evidenziò che i problemi erano in parte frutto degli stessi documenti conciliari.

È scritto tutto molto chiaramente in: Serafino Tognetti, Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, Edizioni San Paolo, Alba (Cuneo) 2012.

«Barsotti si dimostrò infastidito dalla continua esaltazione del Concilio […]» e ne stigmatizzò «la visione troppo ottimista della storia umana».

Don Divo disse inoltre:

«non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale».
Tognetti dice che «se dunque è vero che lo Spirito Santo assicura l’infallibilità del Concilio, non ne assicura però l’efficacia: egli [Barsotti] per questo criticò i Padri conciliari che non vollero impegnare l’infallibilità del loro magistero […]».
Ancora Don Divo:
«Non hanno voluto [i Padri conciliari] condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto».
«[…] la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura».
Don Divo Barsotti, dice Tognetti, «arrivò a pensare che la paurosa crisi della Chiesa post-conciliare fosse proprio derivata “dalla leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore”».
Disse tutto ciò un profeta - vero.

 

lunedì 9 luglio 2012

una religione regredita in neo-paganesimo

tratto da: http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/07/realismo-e-soprannaturalita-nella-vita.html
(si ringrazia il blog Chiesa e post Concilio per la preziosa opera svolta per mettere a disposizione questi, ed altri, così preziosi testi)



Il fatto che la Chiesa sia di Dio, che viva di vita soprannaturale, viene fatto coincidere oggi con un divieto quasi assoluto di preoccuparsi della sua sorte nel mondo.
Chi osa oggi esprimere pubblicamente le proprie preoccupazioni per la sorte della Sposa di Cristo nel mondo, viene immediatamente raggiunto da un coro poderoso di voci giudicanti che gli dicono: “Come ti permetti di essere così pessimista, la Chiesa è del Signore, non è giusto che ne parli così, essa non viene abbandonata da Dio!”.
Non si può, in ambito cattolico, quasi più esprimere un giudizio realista sulla situazione della Chiesa. In questi giorni, ad esempio, un'indagine del Cesnur rivela che il 70% degli italiani è “lontano dalla religione” e frequenta la Chiesa solo in occasione di matrimoni e funerali.
E, aggiungiamo noi, l'assoluta maggioranza di questi frequentatori occasionali della Chiesa si trova di fronte a matrimoni e funerali nei quali non si parla più di Dio e di Grazia, perchè occupati a celebrare gli uomini e le donne che si sposano o muoiono, col risultato di non incontrare il Cristianesimo nemmeno in queste sporadiche circostanze.
Ebbene, se uno osa esprimere una forte preoccupazione sulla permanenza del Cristianesimo nelle nostre terre, viene immediatamente bollato con l'etichetta di pessimista e di uomo di poca fede!

No, non siamo d'accordo con questo modo di ragionare e di muoversi (anzi... di non muoversi): il disastro è sotto gli occhi di tutti!
Certo, vi diranno che i pochi cristiani che restano sono infinitamente più maturi, più “adulti” nella fede di quelli di un tempo... noi ne abbiamo qualche dubbio, visto che i cristiani di un tempo hanno fatto la società Cristiana, la Cristianità, quelli di oggi non producono se non un moralistico sostegno a un mondo, stanco e liberale, non più cristiano sotto tutti gli aspetti.
È ora di dire basta con questa apparente tranquillità, di chi nega l'evidenza del disfacimento della presenza della Chiesa nelle nostre terre.
È una crisi senza precedenti, non più fedeli e non più sacerdoti: il deserto della Religione, che è regredita in neo-paganesimo: un po' di religione naturale per tranquillizzare le coscienze in alcuni momenti della vita e niente più. È contro la virtù della Speranza parlare così? Non crediamo proprio!
Soffrire per la situazione penosa della Chiesa non è non credere al libero intervento di Dio, che dalle macerie del nostro peccato può far risorgere la Cristianità. Anzi, è responsabilità del cristiano, dei sacerdoti prima e dei fedeli poi, registrare il triste momento ed invocare la misericordia del Signore sulla sua Chiesa e su di noi.
Ogni serio emendamento della vita inizia da questo realismo: guarda dove sei finito dimenticando Dio, e allora con la sua Grazia convertiti! Questo è vero per la vita personale, ma è vero anche per la vita della Chiesa tutta.
Così hanno fatto tutte le anime che hanno amato Dio e la Chiesa, sua Sposa. Così hanno fatto i Santi. Così vorremmo fare anche noi. Unire, e non dividere, il realismo sulla situazione drammatica della Chiesa, ad una fede incrollabile nella Potenza della Grazia di Dio, che non abbandona gli umili pentiti.
Proponiamo in questo bollettino un brano sintetico che parla della storia della Chiesa, pubblicato nel 1929 su “Il Cavaliere dell’Immacolata” dal padre Massimiliano Kolbe: da vero santo, il francescano innamorato dell'Immacolata parla della Storia della Chiesa drammaticamente confrontata al male che l'assedia, ma parlandone così esprime la fiducia incrollabile sulla sua perennità per Grazia di Dio.
Questo è l'unico modo veramente cattolico per seguire i fatti attuali della vita della Chiesa, prendendo responsabilmente a cuore la sua sorte che, pur essendo nelle mani di Dio, è anche affidata alla nostra responsabilità di Cristiani, di sacerdoti prima e di fedeli poi.

 La Chiesa di Cristo di fronte ai suoi nemici  
dagli scritti di San Massimiliano Kolbe
La situazione attuale
Su tutta la terra, la guerra è condotta contro la Chiesa e il bene delle anime. Il nemico si mostra sotto diverse vesti e sotto differenti nomi. Non è un mistero che il socialismo approfitta della miseria degli operai per innoculare loro il veleno dell'incredulità.
Vediamo come i bolscevichi abbattano alla radice la religione. Sentiamo le dottrine dei materialisti, che riducono il mondo a ciò che si può conoscere immediatamente con i sensi e che così si persuadono che non ci sia né Dio né anima immortale. La teosofia diffonde l'indifferentismo religioso, i testimoni di Geova e gli altri protestanti arruolano sempre più nuovi membri con grosse somme di dollari. Tutti questi battaglioni si uniscono in un fronte comune contro la Chiesa (“Il Cavaliere dell’Immacolata” n° 2, 1923, p. 2; P. Jerzy Domanski, Co dzien ze sw. Maksymilianem, Niepokalanow 1994, p. 83-84).

Ma è solo dopo questa avanguardia che arriva il grosso dell'armata nemica: il primo nemico, che è nello stesso tempo il più forte e il più pericoloso, è la massoneria. Che la flotta delle sette protestanti sia effettivamente l'avanguardia della massoneria, l'organo “Wolna Mysl” lo riconosce esplicitamente: “Essendo ammessa la nostra piena indipendenza nel riconoscimento dei valori della Chiesa del popolo (nome dei “vecchi cattolici” in Polonia), noi possiamo comunque sostenere la loro battaglia, come
quella delle altre sette protestanti contro la supremazia della Chiesa romana”.
(Manoscritto: I nemici attuali della Chiesa; P. Jerzy Domanski, o.c., p. 84).

la Chiesa di Cristo di fronte ai suoi nemici.
Ci sconvolge, ci riempie di paura e di oscuri pensieri, questa onda nera dell'odio che sommerge oggi la Chiesa Cattolica...

I primi nemici della Chiesa furono i giudei increduli. Crocifissero il Cristo e pensarono di poter distruggere facilmente la sua opera nel suo germe. E così si gettarono con un accanimento, di cui solo loro sono capaci, sui primi cristiani: calunnie, imprigionamenti, ghettizzazioni, lapidazioni... Così morì Santo Stefano, ma la Chiesa non morì nonostante questo.

In seguito i pagani si sforzarono di sradicare il giovane virgulto di Cristo. Cosa non è successo a Roma durante i tre primi secoli, con quale crudeltà coloro che confessavano il nome di Cristo furono trattati dagli imperatori romani Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Diocleziano e Giuliano l'Apostata! Tutto questo si può solo appena esprimere a parole.
Questo popolo, credendo che i cristiani fossero la causa di tutte le catastrofi, poteva fare di loro quello che voleva. Così si gridava: “I cristiani ai leoni!”. I sacerdoti pagani sollevavano il popolo, i filosofi attizzavano quest'odio, il sangue colava a fiumi, ma questo sangue fece sortire non la distruzione della Chiesa, come pensavano veramente i pagani, ma un suo sviluppo sempre più potente, e una prosperità sempre più fiorente. “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”, affermava Tertulliano, contemporaneo di quest'epoca.

Le persecuzioni erano appena terminate che si produsse una nuova catastrofe, ancora più pericolosa: l'arianesimo. Quest'eresia sommerse così violentemente il mondo da poco rinato al cristianesimo, che tutti i popoli l'adottarono, anche gli imperatori bizantini. Questi non solo l'abbracciarono, ma in più utilizzarono tutta la loro potenza per estenderlo, scacciarono i vescovi cattolici e stabilirono vescovi ariani nei vescovadi divenuti vacanti. Uno scrittore contemporaneo dice che il mondo intero, un bel giorno, si risvegliò non più cattolico ma ariano.

Oggi, non vi è più traccia di questa setta, mentre la Chiesa esiste sempre. Altre sette apparvero: macedoniani, monofisiti, nestoriani, monotelisti, ma di queste sette resta appena qualche traccia.
Più pericoloso fu lo sforzo degli imperatori bizantini per esercitare sulla Chiesa la più grande influenza possibile. Quante e quali persecuzioni e pene vennero dal “cesaro-papismo”, come la storia lo chiama. Più tardi, gli imperatori tedeschi ripresero a loro volta questo medesimo pensiero: gli Ottone, Enrico IV, Federico Barbarossa, Enrico VI, e soprattutto Federico II; e tutti vollero assolutamente esercitare il loro
dominio sulla Chiesa. E comunque caddero presto o tardi, sconfitti dall'indistruttibile potere della Chiesa. Una sorte simile toccò più tardi ai loro imitatori: Giuseppe II, Napoleone ecc.

La Chiesa fu superiore anche a quest'ultimo! Ma i colpi più dolorosi sono quelli che la Chiesa ricevette dagli scandali e dalle divisioni interne, che l'oppressero già nei secoli IX e X. I vescovi erano sovente dei cortigiani e dei guerrieri piuttosto che dei servitori di Dio; anche qualche Papa si rese indegno della funzione di vicario di Cristo. Poi vennero gli anni dolorosi, nei quali c'erano due o tre papi, che si combattevano a vicenda, ma, intendiamoci bene, non vi era che un solo vero Papa! Furono dei tempi terribili per la Chiesa! Ogni altra istituzione sarebbe crollata sotto la cenere e le macerie. Ma la Chiesa si liberò da tutto questo e non affondò. Il mondo intero aveva giurato la sua distruzione, ma la promessa di Cristo non fu smentita.

Il XVI secolo fu testimone della comparsa sulla scena di Lutero, Calvino, Zwingli, Enrico VIII, e di molti altri ancora. Le eresie fecero a pezzi il corpo della Chiesa. Paesi e nazioni intere finirono col soccombere. Fino ad oggi ancora, vi sono differenti paesi nei quali non si incontrano quasi più membri della Chiesa. La Chiesa stessa, nonostante questo, non cadde, continuò a restare in piedi; anzi, anche dopo tali perdite, conobbe una nuova prosperità, e fu ancora più potente di prima. Si volse verso i pagani per convertirli, e ricevette nel suo seno milioni di uomini.

I protestanti introdussero un rilassamento morale. Lo sforzo della setta chiamata giansenismo era direttamente contro natura. Anch'essi volevano decidere tutto: il ridere, la gioia, l'allegria, tra di loro era considerato un tradimento dello spirito di Cristo. Ma anch'essi passarono!

Il XVIII secolo, inferse alla Chiesa i colpi più duri: il razionalismo, che vi prosperò, combatteva adesso non più semplicemente contro questo o quel dogma della religione, ma contro la religione in quanto tale. L'incredulità! L'uomo creato unicamente per una felicità terrena! Non creato, ma... apparso non si sa come, per caso. Per liberarlo da ogni responsabilità, è chiaro, ... si disse che discende dalla scimmia. Una scimmia non ha bisogno di religione, una scimmia non sarà giudicata... Principi comodi, certamente, ma anche quanto degradanti! Oggi i razionalisti continuano a fare rumore. Ma nel presente rimpiazzano la religione con lo spiritismo, l'ipnosi ecc., e combattono la Chiesa!

Ma questa, indistruttibile, immutabile, resta sempre in piedi. Attorno ad essa, tutto passa: non solamente le istituzioni più geniali, ma anche i paesi e i popoli; quanto ad essa, essa resta. È meraviglioso!
E così essa affronta ugualmente gli attacchi attuali. I suoi membri presi singolarmente possono fallire, se non hanno l’attenzione di restare in un'intima unione con la Chiesa; ma la Chiesa in sé non cadrà mai. Più ancora, dei paesi interi possono separarsi dall'unico ovile di Cristo che conduce alla salvezza... ma l'ovile in sé, la Chiesa, non sarà mai distrutto.
Possa la Madre santissima, Regina della Polonia, preservarci da questo male, di tutti il più grave! (“Il Cavaliere dell’Immacolata” n° 7 1929, p. 195-197)

venerdì 6 luglio 2012

distruzione di Messa

Questa è davvero troppo bella....



martedì 3 luglio 2012

l'ora più buia è quella che precede l'alba, dicono....

QUIS CUSTODIT CUSTODEM?


tratto da:
http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=689:riguardo-le-nuove-nomine-di-benedetto-xvi&catid=53:attualita&Itemid=50


 
Riguardo le nuove nomine di Benedetto XVI
Il Papa ha appena nominato Gerhard Ludwig Müller come Prefetto della Congregazione per la Fede. Come riportato dalle stesse testate giornalistiche, il Vescovo di Ratisbona, 64 anni, originario di Maenz, è un esponente delle cosiddette forze progressiste contro le quali -secondo il cattolico comune- il Papa lotterebbe.
Ma una nomina così importante che segue quella fatta qualche giorno fa al Vescovo inglese Roche come nuovo "Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti" (tristemente noto per la sua avversione alla diffusione della Messa Tradizionale tramite il "Motu Proprio Summorum Pontificum"), dimostra come nelle Sue nomine, Benedetto XVI abbia messo in posti di governo chiave, personaggi totalmente avversi alla Tradizione.
Nello specifico, il Vescovo Muller, ha professato le seguenti eresie

Contro la Vergintà di Maria Santissima.
Nel suo libro "Dogmatica cattolica: studio e pratica della teologia", Müller nega il dogma della verginità di Maria. Per lui la verginità non ha a che fare con le "caratteristiche fisiologiche nel processo naturale della nascita di Gesù (come la non-apertura della cervice, l’incolumità dell’imene o l’assenza di doglie), ma con l’influsso salvifico e redentore della grazia di Cristo per la natura umana."
Contro il dogma della transustanziazione
Nel suo libro "La Messa, fonte della vita cristiana", egli scrive: "Corpo e sangue di Cristo non significano le parti fisiche dell’uomo Gesù durante la sua vita o nel suo corpo glorificato[...] Corpo e sangue significano qui piuttosto una presenza di Cristo nel segno mediato dal pane e del vino".
Müller in questo modo spiega la transustanziazione: "L’essenza del pane e del vino deve essere definita in un senso antropologico. Il carattere naturale di questi doni [pane e vino] come frutti della terra e del lavoro umano, come prodotti naturali e culturali, consiste nella designazione del cibo e del ristoro delle persone e della comunità umana nel segno del pasto comune [...]. L’essere naturale del pane e del vino è trasformato da Dio nel senso che questo essere ora dimostra e realizza la comunione salvifica."
I protestanti come parte della Chiesa
Durante un discorso in onore del vescovo luterano Johannes Friedrich, l’11 ottobre 2011, Müller ha affermato: "Il Battesimo è il carattere fondamentale che ci unisce sacramentalmente in Cristo davanti al mondo in una sola Chiesa visibile. Noi come cristiani, cattolici e protestanti, siamo dunque già uniti in ciò che chiamiamo la Chiesa visibile. In un senso stretto esistono dunque non tante Chiese, cioè, una accanto all’altra, ma esistono divisioni e spaccature all’interno di un unico popolo e di un’unica casa di Dio."


domenica 1 luglio 2012

"Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa" (Benedetto XVI)




    
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cattedrale del Preziosissimo Sangue
di Nostro Signore Gesù Cristo - City of Westminster
Sabato, 18 settembre 2010

Cari amici in Cristo,
vi saluto tutti con gioia nel Signore e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Ringrazio l’Arcivescovo Nichols per le parole di benvenuto che mi ha rivolto in nome vostro. Davvero in questo incontro del successore di Pietro con i fedeli della Gran Bretagna, “il cuore parla al cuore” e ci fa gioire nell’amore di Cristo e nella nostra comune professione della fede cattolica che ci è stata trasmessa dagli Apostoli.
Sono particolarmente lieto che il nostro incontro abbia luogo in questa Cattedrale dedicata al Preziosissimo Sangue, che è il segno della misericordia redentrice di Dio riversatasi sul mondo mediante la passione, morte e resurrezione del suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. Un particolare saluto rivolgo all’Arcivescovo di Canterbury che ci onora della sua presenza.

Il visitatore di questa cattedrale non può non rimanere colpito dal grande crocifisso che domina la navata, che ritrae il corpo di Cristo schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio. Le braccia spalancate del Signore sembrano abbracciare questa chiesa intera, innalzando verso il Padre le schiere di fedeli che si raccolgono attorno all’altare del sacrificio Eucaristico e partecipano dei suoi frutti. Il Signore crocifisso sta sopra di noi e davanti a noi, come la sorgente della nostra vita e salvezza, “il sommo sacerdote dei beni futuri”, come lo definisce l’autore della Lettera agli Ebrei nella prima lettura odierna (9,11).
E’, per così dire, all’ombra di questa impressionante immagine, che vorrei riferirmi alla parola di Dio che è stata proclamata in mezzo a noi e riflettere sul mistero del Sangue Prezioso, poiché è questo mistero che ci conduce a riconoscere l’unità fra il sacrificio di Cristo sulla Croce, il sacrificio Eucaristico che egli ha donato alla sua Chiesa, e il suo eterno sacerdozio, per mezzo del quale, assiso alla destra del Padre, egli non cessa di intercedere per noi, le membra del suo mistico corpo.

Incominciamo dal sacrificio della Croce. Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa. San Giovanni, come sappiamo, vede nell’acqua e nel sangue che sgorgano dal corpo di nostro Signore la sorgente di quella vita divina che è donata dallo Spirito Santo e ci viene comunicata nei sacramenti (Gv 19,34; cfr 1 Gv 1,7;5,6-7). La Lettera agli Ebrei ricava, potremmo dire, le implicazioni liturgiche di questo mistero. Gesù, attraverso la sua sofferenza e morte, la sua auto-donazione nello Spirito eterno, è divenuto il nostro sommo sacerdote e “il mediatore di un’alleanza nuova” (9,15). Queste parole richiamano le stesse parole di nostro Signore nell’Ultima Cena, quando egli istituì l’Eucarestia come sacramento del suo corpo, donato per noi, e del suo sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza sparso per la remissione dei peccati (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20).
Fedele al comando di Cristo “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), la Chiesa in ogni tempo e luogo celebra l’Eucarestia, fino a che il Signore ritorni nella gloria, rallegrandosi nella sua presenza sacramentale e attingendo alla forza del suo sacrificio di salvezza per la redenzione del mondo. La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo. Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.

Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca. Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio.
Per lui, con lui ed in lui noi eleviamo i nostri corpi come un sacrificio santo e gradito a Dio (cfr Rm 12,1). In questo senso siamo presi nella sua eterna oblazione, completando, come afferma san Paolo, nella nostra carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (cfr Col 1,24). Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua, secondo l’incisiva espressione di Pascal, ad essere in agonia fino alla fine del mondo (Pensées, 553, éd. Brunschvicg).
Vediamo rappresentato nella forma più eloquente questo aspetto del mistero del prezioso sangue di Cristo dai martiri di ogni tempo, che hanno bevuto al calice da cui Cristo stesso ha bevuto, ed il cui sangue, sparso in unione al suo sacrificio, dà nuova vita alla Chiesa. Ciò è anche riflesso nei nostri fratelli e sorelle nel mondo, che ancora oggi soffrono discriminazioni e persecuzioni per la loro fede cristiana. Ma è anche presente, spesso nascosto nelle sofferenze di tutti quei singoli cristiani che quotidianamente uniscono i loro sacrifici a quelli del Signore per la santificazione della Chiesa e la redenzione del mondo. Il mio pensiero va in modo particolare a tutti quelli che sono spiritualmente uniti a questa celebrazione Eucaristica, in particolare i malati, gli anziani, gli handicappati e coloro che soffrono nella mente e nello spirito.

Qui penso anche alle immense sofferenze causate dall’abuso dei bambini, specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri. Esprimo soprattutto il mio profondo dolore alle vittime innocenti di questi inqualificabili crimini, insieme con la speranza che il potere della grazia di Cristo, il suo sacrificio di riconciliazione, porterà profonda guarigione e pace alle loro vite. Riconosco anche, con voi, la vergogna e l’umiliazione che tutti abbiamo sofferto a causa di questi peccati; vi invito a offrirle al Signore con la fiducia che questo castigo contribuirà alla guarigione delle vittime, alla purificazione della Chiesa ed al rinnovamento del suo secolare compito di formazione e cura dei giovani. Esprimo la mia gratitudine per gli sforzi fatti per affrontare questo problema responsabilmente, e chiedo a tutti voi di mostrare la vostra sollecitudine per le vittime e la solidarietà verso i vostri sacerdoti.
Cari amici, ritorniamo alla contemplazione del grande crocifisso che troneggia sopra noi. Le mani di nostro Signore, stese sulla Croce, ci invitano a contemplare anche la nostra partecipazione al suo eterno sacerdozio e la responsabilità che abbiamo, in quanto membra del suo corpo, di portare al mondo in cui viviamo il potere riconciliante del suo sacrificio. Il Concilio Vaticano II parlò in maniera eloquente dell’indispensabile ruolo del laicato di portare avanti la missione della Chiesa, attraverso lo sforzo di servire da fermento del Vangelo nella società, lavorando per l’avanzamento del Regno di Dio nel mondo (cfr Lumen gentium, 31; Apostolicam actuositatem, 7).
Il richiamo del Concilio ai fedeli laici ad assumere il loro impegno battesimale partecipando alla missione di Cristo richiama le intuizioni e gli insegnamenti di John Henry Newman. Possano le profonde idee di questo grande Inglese continuare ad ispirare tutti i seguaci di Cristo in questa terra a conformare a lui ogni loro pensiero, parola ed azione e a lavorare strenuamente per difendere quelle immutabili verità morali che, riprese, illuminate e confermate dal Vangelo, stanno alla base di una società veramente umana, giusta e libera.
Quanto ha bisogno la società contemporanea di questa testimonianza! Quanto abbiamo bisogno, nella Chiesa e nella società, di testimoni della bellezza della santità, testimoni dello splendore della verità, testimoni della gioia e libertà che nascono da una relazione viva con Cristo! Una delle più grandi sfide che oggi dobbiamo affrontare è come parlare in maniera convincente della sapienza e del potere liberante della parola di Dio ad un mondo che troppo spesso vede il Vangelo come un limite alla libertà umana, invece che come verità che libera le nostre menti e illumina i nostri sforzi per vivere in modo saggio e buono, sia come individui che come membri della società.
Preghiamo quindi affinché i cattolici di questa terra diventino sempre più consapevoli della loro dignità di popolo sacerdotale, chiamato a consacrare il mondo a Dio mediante una vita di fede e di santità. E possa questa crescita di zelo apostolico essere accompagnata da un aumento di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ministeriale. Più si sviluppa l’apostolato dei laici, più urgente viene sentito il bisogno di sacerdoti, e più il laicato approfondisce la consapevolezza della propria specifica vocazione, più si rende evidente ciò che è proprio del sacerdote. Possano molti giovani di questa terra trovare la forza di rispondere alla chiamata del Maestro al sacerdozio ministeriale, offrendo le loro vite, le loro energie e i loro talenti a Dio, edificando così il suo popolo nell’unità e nella fedeltà al Vangelo, specialmente attraverso la celebrazione del sacrificio Eucaristico.
Cari amici, in questa Cattedrale del Preziosissimo Sangue vi invito ancora una volta a guardare a Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede (cfr Eb 12,2). Vi chiedo di unirvi ancor più pienamente al Signore, partecipando al suo sacrificio sulla Croce ed offrendogli questo “culto spirituale” (cfr Rm 12,1) che abbraccia ogni aspetto della nostra vita e si esprime nell’impegno di contribuire all’avvento del suo Regno. Prego affinché, così facendo, possiate unirvi alle schiere di credenti della lunga storia cristiana di questa terra nel costruire una società veramente degna dell’uomo, degna delle più nobili tradizioni della vostra nazione.

giovedì 28 giugno 2012

contro i nuovi giacobini

Cercano di corrompere il popolo cristiano con la falsa dottrina. Ingannano i semplici con parole piene di umanità ma vuote nel loro significato e completamente prive di Dio, stravolgono il significato delle Sacre Cerimonie, come ben diceva l'allora Card. Ratzinger "...ma i brividi che incute la liturgia postconciliare, fattasi opaca, o semplicemente la noia che essa provoca con il suo gusto per il banale e con la sua mediocrità artistica...". Annientano il Sacrificio. Perchè hanno bisogno di un Dio egoista e lontano, il Dio fatto uomo, Gesù Cristo Nostro Signore che muore in croce per amore e per i nostri peccati, è un Dio scomodo ai loro bisogni.
Mentre parlano dei diritti dell'uomo distruggono quelli di Dio. Falsificano il passato cosicché mentre esaltano il trinomio LIBERTA', UGUAGLIANZA E FRATERNITA', nascondono che quei principi sono nati mentre il sangue scorreva a fiumi dalle ghigliottine, decapitando il Diritti Divino. Mentre il demone rivoluzionario soffocava tra i miasmi del massacro, uomini, donne e bambini. Mentre negli annegamenti di massa della Loira, affogava il principio dello Stato Cristiano, si affossavano gli altari, le reliquie, i Santi, la Madonna, Gesù Cristo e tutto il clero. Tutti nemici della nuova "religione", non più del Dio fatto uomo, ma dell'Uomo che si fa Dio!

 

Fides nostra, id est fides vera, fides catholica, non opinione praesumpsionis... nec haeretica temeritate incerta, sed apostolica veritate fondata". S. Agostino, S.5222: ML. 38,355.



mercoledì 27 giugno 2012

"la Curia ha detto che la Messa in latino non si può celebrare". Ipsa dixit!

Vietata la messa in latino a Chiaia

Protesta di una decina di professionisti verso la Curia che avrebbe bloccato la celebrazione secondo il rito tridentino

Il caso a Napoli. Vietata la messa in latino a Chiaia. Protesta di una decina di professionisti verso la Curia che avrebbe bloccato la celebrazione secondo il rito tridentino.
NAPOLI - È polemica tra un gruppo di fedeli e la Curia Arcivescovile di Napoli dopo il divieto di celebrare la Messa in latino secondo il rito tridentino, precedente alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Il 15 maggio scorso 15 tra avvocati, insegnanti, ed altri professionisti che risiedono o lavorano nel quartiere Chiaia, si sono rivolti al parroco della chiesa del Sacro Cuore al Corso Vittorio Emanuele, don Mario Cinti, per chiedere la celebrazione «almeno una volta al mese» della Messa in latino con il rito romano antico.
MOTU PROPRIO - «Questa possibilità - spiega un avvocato del gruppo - è prevista come diritto dei fedeli dal Motu Proprio di Papa Benedetto XVI Summorum Pontificum, del 2007, ed è stata ulteriormente estesa con l' Istruzione "Universae Ecclesiae" del 2011. La risposta del parroco - riferiscono i fedeli - è stata all' inizio interlocutoria. «Ci ha chiesto di presentare una richiesta scritta alla Curia, con i nostri nomi e le firme. Ciò non è assolutamente previsto, perchè la richiesta va rivolta solo al Parroco da un gruppo anche di sole tre persone. Come prova di buona volontà, tuttavia, abbiamo preparato la richiesta. Ma quando siamo tornati dal parroco, il 13 giugno, siamo stati accolti malissimo. Il sacerdote ha rifiutato perfino di riceverci e ci ha allontanati in malo modo affermando "la Curia ha detto che la Messa in latino non si può celebrare", ed ha aggiunto che di Messe in latino «se ne celebra già una in un' altra chiesa di Napoli. Ma questo non significa assolutamente nulla, perchè il Motu Proprio non pone alcun limite alle celebrazioni. Non abbiamo neanche potuto sapere quale Vescovo ausiliario della Curia di Napoli, impedisca l' applicazione delle disposizioni del Papa. Anche se abbiamo dei sospetti».
L'ESPOSTO - I fedeli hanno preparato un esposto alla Commissione Pontificia Ecclesia Dei, che ha giurisdizione in materia. «Siamo pronti anche a scrivere al Papa - afferma una insegnante - aggiungendo alle nostre firme quelle di tanti altri cattolici che vogliono assistere al rito tridentino. Prima, però, chiederemo un incontro al Cardinale Sepe, per chiedere se è vero che a Napoli, il Motu Proprio del Papa non si applica per decisione della Curia. Sono migliaia nel mondo le Messe celebrate con l' antico rito, ed a Napoli è stato concesso alle comunità di immigrati di celebrare la Messa nella propria lingua. Perchè la Messa in latino è vietata ?».

da il Corriere del Mezzogiorno 27 giugno 2012

martedì 26 giugno 2012

troppo amore e poca grazia nella Bibbia tradotta dalla CEI


Da Firenze, il professor Pietro De Marco ci invia una nota critica sulla traduzione della Bibbia in uso nella Chiesa italiana dal 2007. Una traduzione che affiora in ogni messa, talvolta con sorprese per i fedeli più attenti.
La discussione sulle traduzioni del messale latino nelle lingue correnti, intrecciata a quella della Bibbia, si è particolarmente animata, in vari paesi, dopo la lettera scritta lo scorso aprile da Benedetto XVI ai vescovi tedeschi a proposito delle parole della consacrazione del calice, con il papa decisamente a favore del letterale “per molti” invece del “per tutti” adottato da molte versioni postconciliari.
La nuova versione italiana del messale è in questo momento sotto l’esame della congregazione vaticana per il culto divino.
Intanto, però, è in vigore da cinque anni in Italia una nuova traduzione della Bibbia che è già all’opera nelle letture, nei salmi responsoriali e negli altri testi biblici della messa.
Ed è contro questa versione che De Marco avanza serie obiezioni.
Obiezioni che – si può presumere – sarebbero state ancora più forti se la congregazione per il culto divino non avesse chiesto alla conferenza episcopale italiana di attenersi a una traduzione il più possibile letterale della Bibbia, invece che a una “dinamica” e “interpretativa” come quella che la stessa CEI aveva in corso d’elaborazione fin dalla metà degli anni Ottanta.

LITURGIA E NUOVA TRADUZIONE DELLA BIBBIA. PROBLEMI DI RECEZIONE
di Pietro de Marco
1. Ignoro se sia comunemente noto, tra i fedeli, che da quasi cinque anni usiamo nel culto e in ogni pubblico evento o documento ecclesiale una nuova versione italiana ufficiale della Bibbia, il cui iter di approvazione era terminato il 21 settembre 2007, per essere affidata, per dire così, dalla CEI alla comunità italiana il successivo 4 ottobre. Chi abbia la ventura o decida occasionalmente di seguire la messa ordinaria, in italiano, con un messale non aggiornato viene sorpreso nel vivo dell’azione liturgica (che è sanzione della “lex credendi” e preghiera efficace secondo la “lex orandi”) dalle novità di traduzione.
Se una ricerca, non difficile, evidenziasse che il fedele comune non sa di leggere un nuovo testo (non della Bibbia ma della sua traduzione: è ovvio, però gli andrebbe chiarito), dovremmo imputarlo ad una inadeguata “transizione” dal vecchio al nuovo nella pastorale ordinaria, parrocchiale anzitutto.
Non solo. È anche mancato, credo, uno strumento agile, essenziale ma anche sostanzioso, che facilitasse i parroci, quelli non dotati in proprio di attenzione e cultura esegetica, nell’individuare i luoghi dell’Antico Testamento (nella liturgia specialmente i salmi) e del Nuovo, significativamente toccati dal lungo lavoro di revisione, e darne conto ai catechisti, ai lettori, ai fedeli. “Per incidens”, lo scadere del primo quinquennio (4 ottobre 2012) potrebbe favorire un rilancio di attenzione e un consuntivo degli effetti del nuovo testo.
So che dal moderno pastoralismo si argomenterà che nel vissuto liturgico tutto si fonde, e che la lettera di ciò che si ascolta o pronuncia – da supporre benefica comunque perché detta “più fedele agli originali” – è meno importante dell’atto partecipativo. Ma una visione meno ottimistica e non pragmatistica (molto liturgismo ha una visione tecnicamente pragmatistica, non misterica, del rito) opporrà che oggi è così esile l’attenzione prestata alla “lex credendi”, cioè ai significati di fede di ciò che nella messa si proclama o si ascolta proclamare per assentirvi, che qualsiasi cosa ci venga detta o fatta dire “va bene”, purtroppo. L’abitudine di alcune parrocchie, e di ambienti non parrocchiali, a riplasmare la liturgia per conto proprio, a infiorettare e interpolare od omettere, a intercalare commenti occasionali o soggettivi, non fa che liquidificare il delicato organismo della “lex orandi” nella sua natura di continua confessione di fede, in sé non alterabile.
La questione del “per molti” o “per tutti” nella formula della consacrazione, che implica la responsabilità non di parroci o gruppi poco controllabili, ma di episcopati e di organi centrali, è solo un vertice di questo procedere senza un corrispettivo didattico, come evitando l’onere e il rischio di una spiegazione, cui invece è tenuta l’innovazione legittima e autorevole, proprio in quanto tale.
Non parlo di giustificazioni; la “ecclesia docens” non deve “giustificare” presso nessuno atti che discendono dalla sua sollecitudine per la fede, avendo l’autorità e la garanzia dello Spirito per esercitarla. Diversamente il parroco o la piccola comunità, che non sono “ecclesia docens”. È però necessario, come conseguenza dell’atto legittimo, un momento didattico che trasformi la forma nuova in assenso, avvertito e ragionato, alla ricchezza delle “duae leges”.
Ora, nell’ambito della vita liturgica e della sua pastorale, l’impressione di chi ha vissuto, da adulto e in maniera dottrinalmente vigile, gli ultimi quarant’anni è che i “riformatori” quanto più erano decisi tanto più abbiano proceduto per fatti compiuti, rispetto alla maggioranza dei fedeli e del clero. Per non innescare lungaggini e controversie, ma sovente anche per evitare la delicatezza teologica di alcune “spiegazioni”.
Per di più l’argomento storico-liturgico, spesso invocato nel variare e abolire, non convince, anzitutto perché la liturgia cresce, come la Tradizione, attorno a un nucleo inalterabile e generatore. E nessuna “abolizione” di aggiunte e innovazioni, anch’esse secolari, è dunque buona a priori. Neppure nel restauro artistico o architettonico si procede più con questo criterio, nonostante l’originale abbia sicuramente valore in sé e per sé. La liturgia vivente non è un’opera d’arte dell’antichità cristiana. Sembra invece che questa sia la “communis opinio” dei liturgisti.
Ma ci si deve opporre all’archeologismo liturgico, come a quello esegetico, per una ragione più pungente: ogni “ritorno alle origini” è potentemente ideologico; intende colpire qualcosa o molto del nostro presente e affermare qualcos’altro al suo posto. Finché non si dichiara cosa si vuole “colpire”, cosa sostituire e perché, con forti ragioni teologiche valide per se stesse, e con responsabilità ecclesiale, ogni operazione “archeologica” indurrà, sempre più, nella Chiesa, sospetti di arbitrio e di illegittimità sull’intelligencija che ne è protagonista. Coloro che celebrano la “comunità” e la “democrazia” nella Chiesa si dimostrano spesso autoritari, secondo una costante propria delle avanguardie che i politologi conoscono bene. Senonché la lunga e ormai stagnante stagione postconciliare dell’assorbimento acritico o passivo di scelte teo-ideo-logiche, proposte o imposte “in nome del Concilio”, è finita.
2. S’intende che esiste una scienza liturgistica maggiore e minore; esistono trattati, saggi, riviste e una mole di strumenti divulgativi e didattici; ma erano letti specialmente trenta o quaranta anni fa. Le ultime generazioni adulte di laici e preti vivono una cultura liturgica data per scontata, sotto il segno di una significatività partecipativa così marginale rispetto alla fede (alla “fides quae”, alla dottrina di fede) che tutto passa ed entra in circolo, da parole nuove nelle letture a novità nell’impalcatura dell’”ordo missae” (con preghiere che di fatto scompaiono: vedi il caso del “Confiteor”).
E per fortuna non si sono toccate ulteriormente le preghiere liturgiche classiche (le antifone, le collette, i grandi prefazi ecc.), che dicono ancora chiaramente quello che si tenta di non far più dire alla Scrittura. Ma, quando tutto passa, niente o quasi di ciò che cambia viene recepito dai fedeli per ciò che, veramente, l’innovazione legittima intende significare o ottenere. Ora, questa mancata recezione nel comune fedele può anche esser stata provvidenziale; sia detto brutalmente, pensando agli eccessi dell’attuazione della riforma liturgica: meno convinzioni azzardate e discutibili in giro. Ma non può durare così; tutto va ripreso saldamente in mano da Roma.
Un esempio. Nel seguire il rito della messa della Santissima Trinità col mio vecchio messale quotidiano (Ed. San Paolo, 1994) sono stato colpito, ancora una volta, dalle varianti nei brani scritturistici. La questione delle varianti mi aveva appassionato fin dalla pubblicazione del nuovo Lezionario. Il salmo responsoriale (dal salmo 33, nella Vulgata 32) contiene dati interessanti, purché si colgano: per due volte al precedente “grazia” è sostituito “amore”: “chi spera nel tuo amore” (v. 18); “su di noi sia il tuo amore” (v. 22). Le traduzioni prevalenti dell’ebraico “hesed” sono state nei secoli “misericordia” (”mercy” nella Bibbia di re Giacomo, sull’autorità della Vulgata; non molto diversamente Lutero, che ha “Güte”, benevolenza). Appare “Gnade”, grazia, nelle versioni tedesche di Ottocdento e Novecento (e “gratuité” in una diffusa Bibbia protestante francese, quella del Martin). “Gratia” viene adottato dalla revisione latina della Vulgata (il Novum Psalterium del 1946; solo per il v. 18) e passa nella prima traduzione ufficiale CEI. Castellino (1955) preferiva “pietà”. Trovo “amour” nella versione Tournay e Schwab, rivista con la collaborazione di Gelineau e Chifflot (Les Psaumes, 1955), per la “Sainte Bible” in volumetti separati detta poi “Bibbia di Gerusalemme”. Così anche nelle versioni non francesi di questa diffusa traduzione. Compare “love” nella autorevole “New English Bible with Apocrypha”, Oxford, 1970. In un suo classico lavoro del 1949 Asensio sentiva in “hesed” la nota ultima di “amor tierno y benéfico”, ma anche un significato costante di “sostegno” cui affidarsi. Dahood vi sottolineava la consistenza del “rampart”, del terrapieno o muro di cinta. Il prezioso volume di accompagnamento alla nuova versione ufficiale CEI (”La Sacra Bibbia. Introduzione e note”, CEI, 2008) su questo punto non ha informazioni, dando forse la cosa per scontata. Ma anche “misericordia”, anche “grazia” erano apparsi al loro tempo scontati.
La scelta di rendere nel salmo 33, 18.22 “hesed” come “amore” avrà certo le sue ragioni. Oggi, però, calata nei nostri contesti pastorali e liturgici, non ha un suono forte ma piatto; sembra piuttosto l’eco di un’omelia standard ove di grazia non si parla quasi più (così avviene anche nella letteratura teologica) e troppo di amore di Dio, sperperando una nozione, mescolandone sensi umani e divini, infine oscurandone la realtà. Una scelta di vocabolario, dunque, che, assieme ad altre traduzioni nuove non corredate di buone spiegazioni teologiche, “cade male”, mi permetto di dire.
3. La comune lingua ecclesiale è tentata, infatti, da un fideismo semiquietista, cui corrisponde uno spazio massimo e sregolato rivendicato alla libertà delle persone, anzi dei corpi. D’altronde, se l’azione non si incontra con la legge di Dio, se non coopera con la grazia nella legge, ma tutto riceve dal suo amore, ciò che cristianamente operiamo è solo supererogatorio. Un così copioso parlare di amore appare coerente, piuttosto, con la scomparsa del tema del peccato nelle spiritualità diffuse e nella catechesi, come nell’esile cultura di giovani teologi e teologhe (1). E la vita cristiana si assimila al cieco attaccamento del lattante al petto della madre; bello, ma falso.
Mi rendo conto di inseguire delle derive in atto con preoccupazioni che possono apparire contraddittorie. Ma, per restare ai nostri esempi, si deve temere, da un lato, che la grazia scompaia di fronte all’amore, e, dall’altro, che la grazia sia accentuata in un uso inconsapevolmente predestinazionista (2). Sono due errori estremi, in direzioni opposte. Dove e come, invece, convergono?
Il “come” è nella liquidificazione filosofica del dogma (Antonio Livi ha profondamente ragione in questo), per cui eresie opposte, svuotate della loro determinatezza teologica, semplicemente si sovrappongono, come l’enciclica “Pascendi” di san Pio X aveva colto nel modernismo classico, definito “sintesi di tutte le eresie”. E siamo, nella cultura cattolica, da oltre un quarto di secolo in clima tecnicamente neomodernistico; questo non detto genericamente, ma guardando a coordinate teoriche spesso esplicite, esibite: antidogmatismo, antirazionalismo, primato dell’esperienza e della filosofia religiosa o mistica ma anche esegesi scientifica elevata a risultato teologico; monismo spiritualistico, spinozismo, ma anche concezione della comunità di tipo gnostico; mito dell’uomo moderno ma anche filo-orientalismi nihilistici.
Il “dove” è quel punto di convergenza per cui, se la grazia è l’amore (senza ulteriori determinazioni teologiche), l’atto amorevole di salvezza non solo non ha bisogno della nostra “bona voluntas” (questo è in sé, ontologicamente, vero) ma la nostra stessa “bona voluntas” perde ogni significato (e questo è falso, persino per le teologie calvinistiche classiche). Non vi è, di conseguenza, peccato; ma senza il peccato a che la grazia?
A riprova, la dialettica peccato/grazia è quasi scomparsa dal linguaggio ordinario della pastorale. Con una premessa nell’apparentemente innocuo: il linguaggio della messa ha rinunciato alla profondità cattolica del tradizionale “ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà risanata”, che alludeva alla dialettica quotidiana della caduta e della “sanatio”, per un “e io sarò salvato” assoluto, di risonanza protestante ma senza la corrispondente drammaticità, quindi astratto e automatico. Si aggiunga la liquidazione dell’anima.
Si ha l’impressione di un che di maniacale, di distruttivamente illuministico, nella mente di chi ha poteri, nelle diverse sedi, sulla prassi pastorale e liturgica. Perciò anche ci si trova costretti a riaffermare ad un tempo la grazia di fronte all’amore (indeterminato, modernistico), e la libertà e peccabilità individuali, quindi la responsabilità, di fronte alla grazia indeterminata, modernistica, senza riprovazione né inferno. Nel magma una nuova e antica chiarezza, dunque, che si otterrà solo con il ritorno alla rigorosità dogmatica.
NOTE
(1) Non dovrebbe essere ammesso, per chi abbia o solo aspiri a gradi accademici in teologia, fregiarsi dell’appellativo di teologo, che implica una formale assunzione di responsabilità verso il “depositum fidei” e il magistero.
(2) Virtualmente predestinazionista, nonostante la virgola, è l’uso incauto della traduzione “agli uomini, che egli ama” o “agli uomini del suo amore” al posto del bimillenario “hominibus bonae voluntatis” proclamato in Luca 2, 14; specialmente se fatta assimilare con la recita del “Gloria” senza spiegare la scomparsa di una formula così forte e significativa come “uomini di buona volontà”. Si è avuta la saggezza di non eccedere, e il “Gloria” liturgico conserva la classica dizione “buona volontà”. Ma tutto messo in atto, e un po’ subíto, piuttosto che spiegato, anzi adeguatamente ragionato.

tratto: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/20/troppo-amore-e-poca-grazia-nella-bibbia-tradotta-dalla-cei/

lunedì 25 giugno 2012

A poco a poco, e in un ritmo lento ma costante, la storia sta enunciando: addio Novus Ordo Missae!


Summorum Pontificum 5 anni dopo



S. Messa in Rito Romano Antico celebrata da Mons. Nicola
BUX, Consultore in Vaticano delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi.

e inoltre alcuni recenti e prossimi eventi liturgici

1. Tre nuovi sacerdoti e due nuovi diaconi saranno ordinati sacerdoti per l'Istituto del Buon Pastore il 29 giugno nella chiesa di St. Eloi di Bordeaux. Il prelato ordinante sarà vescovo Fernando Monteiro Guimarães, Vescovo di Garanhuns, in Brasile. ( Annuncio ).
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2. Il famoso blogger e convertito Rev. John Hunwicke, dopo la sua ordinazione al sacerdozio cattolico, il 27 giugno, celebrerà la sua prima Messa secondo il rito romano tradizionale il 28 giugno nell Brompton Oratory (Londra). Sarà una Messa bassa ( L'annuncio è sul suo blog .)

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3 . L'Arcivescovo emerito di Guadalajara e il Cardinale Juan Sandoval Iñiguez offrirà Solenne Messa Pontificale e conferirà S. Cresime secondo il rito tradizionale, il 27 giugno alle 07:00 nella chiesa di Nuestra Señora del Pilar de Guadalajara. ( Fonte ).



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4.  Patrick Kuis, che è stato ordinato sacerdote all'inizio di questo mese per la diocesi di Den Bosch (Hertogenbosch) nei Paesi Bassi, ha offerto la sua prima Santa Messa Tradizionale - una Messa solenne - a nella chiesa di Santa Agnes (FSSP) ad Amsterdam la mattina del 24 Giugno 2012:


 

  Altre immagini si possono trovare in questo blog: Onofficiële Agneskerk-dingen

 P. Patrick Kuis era uno dei due sacerdoti ordinati per Den Bosch, e uno dei 9 sacerdoti ordinati finora per la Chiesa in Olanda questo anno. ( Tutti loro sono stati ordinati il 2 giugno ).  Egli è anche il più giovane tra gli ordinandi, e l'unico sui vent'anni (si veda questo articolo per una carrellata delle età degli ordinandi).

 
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5 . . Mons. Fernando Aree Rifan ha ordinato due nuovi diaconi il 16 giugno 2012. Le immagini possono essere trovate in questo blog . Le ordinazioni si sono tenute a Bom Jesus do Itabapoana, Río de Janeiro.




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6. Il Vescovo Alain Castet di Luçon ha conferito S. Cresime secondo il rito tradizionale a sei ragazzi del Collegio Internazionale Chavagnes il 22 giugno 2012. Le immagini possono essere trovate sul blog di p. Bede Rowe
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7.  L'arcivescovo di Vancouver, J. Michael Miller, ha conferito S. Cresimo secondo il rito romano tradizionale il 19 giugno 2012. Altre immagini si possono trovare in Veritatis Momentum



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8 . Il vescovo di Raleigh, North Carolina, Michael Burbidge, ha conferito il sacramento della Confermazione a oltre 20 confirmandi nella Cattedrale del Sacro Cuore il 6 giugno 2012. Esposizione del Santissimo Sacramento, le Litanie del Sacro Cuore di Gesù, e la benedizione hanno seguito le Confermazioni. (Fonte e foto si possono trovare in: In Caritate Non Ficta .)



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9.  In dell'arcidiocesi di Manila, il movimento cattolico tradizionale ha segnato una grande vittoria il 10 giugno. In quel giorno, in onore della solennità esterna del Corpus Domini, una messa cantata è stata offerta nella Cappella del Santissimo Sacramento nell?università De La Salle di Manila.

  NLM ha alcune immagini .


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10 . Il 3 giugno, festa della Santissima Trinità, Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, ha offerto una "Messa Prelatizia" nella Chiesa N. S. di Loreto in Borgo Peri nella diocesi di Albenga-Imperia, nel nord d'Italia. NLM .


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11 . Il giorno prima, il vescovo Joseph Perry, un vescovo ausiliare di Chicago, ha cantato una Messa cantata nella chiesa di Sant'Andrea a Calumet City. Altro ancora su " Una vita cattolica ".


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12 . Cresime il 3 giugno 2012 a Papa Stronsay. Più informazioni e foto al Papa Stronsay blog.


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13 . Eventi tradizionali cattolici che sono stati pianificati a margine del Congresso Eucaristico Internazionale a Dublino il prossimo giugno: 50° Congresso Eucaristico Internazionale, Dublino .  Immagini della Messa solenne Pontificale Mons. Terrence Prendergast di Ottawa sono disponibili presso il nuovo movimento liturgico:




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14 . All'inizio di questo mese, la Messa Solenne del vescovo Giuseppe Sciacca a Trinità dei Pellegrini per la festa della Santissima Trinità (3 giugno).