mercoledì 6 maggio 2015

"È indubbio che negli ultimi anni un mutamento radicale si è operato nella fede dei sacerdoti e dei fedeli e la nuova liturgia della Messa ha esercitato in questo un’influenza fondamentale" (Don P. Petrucci)



di don Pierpaolo Maria Petrucci

Se vi è una caratteristica che possa definire per eccellenza la vita del nostro fondatore è senz’altro il desiderio di instaurare il regno di Cristo nelle anime e nella società. Per questo Mons. Marcel Lefebvre si inserisce pienamente sulle orme di san Pio X che fece dell’«Instaurare omnia in Christo» tutto il programma del suo pontificato.

La realizzazione di questo regno comporta una lotta contro coloro che lo rigettano e questo spiega l’opposizione acerrima di san Pio X prima e di Mons. Lefebvre poi, contro il modernismo penetrato nella Chiesa.

Certamente Gesù è Re perché è Dio, e quindi a lui tutte le creature devono rendere omaggio, ma è Re anche in quanto uomo poiché ci ha riscattati dal potere di Satana, versando il suo sangue sulla Croce. Per questo a lui apparteniamo e a lui dobbiamo sottomettere prima di tutto la nostra mente con un’adesione completa alle verità che ci ha rivelato e che ci indicano il cammino per giungere alla salvezza. A lui dobbiamo sottomettere anche la volontà conformando sempre più la nostra vita alla sua legge.

Il regno di Cristo poi non si estende unicamente sulle anime e sulle famiglie ma anche sulla società che è in definitiva una creatura di Dio poiché è Lui che ha dato all’uomo una natura sociale. Anch’essa quindi deve rendergli un culto pubblico nella religione che Egli ha rivelato e fondare i suoi ordinamenti sulla legge naturale e quella divina.

L’instaurazione di questo regno sociale non può lasciarci indifferenti poiché, come ricordava Papa Pio XII: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime»1. Con il sacramento della Cresima siamo divenuti soldati di Cristo proprio per cooperare all’instaurazione di questo regno in noi e nella società. Per contribuirvi efficacemente non dobbiamo dimenticare che siamo chiamati ad una battaglia essenzialmente soprannaturale. San Paolo ce lo ricorda: «Non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i prìncipi, contro le potenze, contro dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni delle regioni celesti. Per questo motivo indossate l'armatura di Dio per resistere nel giorno malvagio»2. Ora Satana è stato vinto sulla Croce ove Gesù ha inchiodato l’atto della nostra condanna e ci ha meritato tutte le grazie necessarie per vincere una lotta che sarebbe di per sé di gran lunga al di sopra delle nostre forze.

Queste grazie ci sono comunicate tramite la Santa Messa che riattualizzando il sacrificio della Croce perpetua il trionfo di Gesù Cristo su Satana. Sant’Alfonso, parlando della Santa Messa, ricorda che essa «è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno, che apporta maggior suffragio alle anime del purgatorio, che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, che apporta maggior bene agli uomini in questa terra»3.

Mons. Lefebvre, il giorno del suo giubileo sacerdotale, in una memorabile predica ricordava la trasformazione sociale da lui constatata in Africa grazie alla Messa, vero fermento di civilizzazione cristiana fra gli indigeni4.

Per questo dalla sua sconfitta sulla croce, Satana cerca di distruggere la Chiesa scaturita dal costato aperto di Gesù, per impedire che i frutti del suo sacrificio siano comunicati alle anime. In modo particolare vuole colpirla al cuore cercando non soltanto di alterarne la dottrina ma anche di prosciugarne la sorgente della grazia: «Il demonio – scrive sant’Alfonso - ha procurato sempre di togliere dal mondo la Messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’anticristo; il quale prima di ogni altra cosa procurerà di abolire ed infatti gli riuscirà d’abolire, in pena di peccati degli uomini il santo Sacrificio dell’altare, secondo quel che predisse il profeta Daniele (Dan. 8,12)»5.

Uno dei più grandi attacchi alla Messa fu certamente quello portato dall’eresia protestante che, a causa di un’errata dottrina sulla giustificazione fondata unicamente sulla fede, disconosceva la necessità di rinnovare il sacrificio della croce in espiazione dei peccati. La Messa diveniva così una semplice memoria dell’ultima cena fatta dalla comunità dei fedeli e presieduta dal pastore, dove il Signore era soltanto spiritualmente presente. Negando l’esistenza del sacrificio propiziatorio non era più necessaria la vittima e neppure il sacerdote che aveva compito di offrirla ed immolarla; da qui la negazione della Presenza reale e del sacerdote, consacrato a questa funzione da un ordine sacro, che lo distingue dai fedeli.

Sintomatico è considerare come il vescovo apostata Cramner riuscì a modificare in Inghilterra la fede di un popolo che era cattolico fino a fargli abbracciare le eresie protestanti, cambiando la liturgia della messa. La recente pubblicazione in Italia del libro di Michael Davies La riforma liturgica anglicana ne dà un esempio stupefacente6.

L’uso della lingua vernacola, l’omissione dei momenti di silenzio, la soppressione dell’offertorio, la sostituzione degli altari con delle tavole, il cambiamento della posizione del ministro, la comunione nelle mani ed altre soppressioni ed aggiunte, operarono una vera rivoluzione nelle credenze.

Poiché la legge della preghiera corrisponde alla legge della fede, i cambiamenti liturgici operati gradualmente realizzarono un trasbordo ideologico di massa che condusse tutto un popolo all’eresia, molto più efficacemente che mille prediche o catechismi: «A poco a poco, a misura che passavano gli anni, i dogmi incastonati negli antichi riti ormai abbandonati e che, grazie a loro, erano rimasti vivi negli spiriti e nei cuori, finirono per scomparire a loro volta, senza che, per distruggerli, fosse necessario organizzare missioni e predicazioni»7.

Papa Leone XIII, nella sua enciclica sulle ordinazioni anglicane, riassume molto bene il processo messo in atto: «Essi (i riformatori anglicani) sapevano benissimo che legame stretto unisce la fede e il culto, la lex credendi e la lex supplicandi; così, con il pretesto di restaurare la liturgia per renderle la sua forma primitiva, intrapresero la sua alterazione su molti punti per metterla in accordo con gli errori dei novatori. Ne risulta che, in tutto l’ordinario, mai si parla chiaramente di sacrificio, della consacrazione, del sacerdozio, del potere di consacrare e di offrire il sacrificio; al contrario, come abbiamo già detto, si tolse e si soppresse deliberatamente dalle preghiere del rito cattolico, che non erano state puramente e semplicemente eliminate, ogni traccia di questi elementi, come altri simili»8.

Sembra incredibile constatare come in seguito alla rivoluzione nella Chiesa operata dall’ultimo concilio, la stessa strategia sia stata utilizzata per trasformare la fede dei cattolici e condurli alle nuove dottrine, prima fra le quali l’ecumenismo, utilizzando come strumento preferenziale la liturgia con l’imposizione del nuovo rito della messa.

Fin dagli albori di questa rivoluzione liturgica, autorevoli personalità ecclesiastiche ne denunciarono il pericolo. Basti citare i cardinali Bacci ed Ottaviani che, presentando a Paolo VI il ben conosciuto Breve esame critico del Novus Ordo Missae ne denunciavano «l’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» formulata nel concilio di Trento che «eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero».

Si trattava di un rito forgiato ex novo come lo stesso Paolo VI riconosceva parlando della «novità che costituisce il nuovo rito della Messa» la quale comporta «un cambiamento che lede una venerabile tradizione multisecolare» (Udienza generale del 26-11-1969).

Lo stesso Mons. Bugnini, principale artefice della riforma, disse molte esplicitamente che si tratta «in certi punti, di una vera nuova creazione, dato che l’immagine della liturgia data dal Concilio Vaticano II è completamente differente da quella che la Chiesa cattolica ha avuto finora»9.

Già questo sarebbe per sé sufficiente per giustificarne il rigetto poiché la liturgia non si fabbrica a tavolino, essa è il prodotto della devozione cattolica nei secoli e soltanto gli eretici nella storia ne hanno intrapreso una riforma radicale, sempre con il pretesto di un ritorno alla purezza del cristianesimo primitivo. Ma questo è un metodo rivoluzionario ben conosciuto: «Si sa bene, – scrive Louis Salleron – che, nelle società stabili, un processo rivoluzionario collaudato è il “ritorno alle origini”. Non si tratta più di potare l’albero perché porti più frutto; lo si taglia alla base con il pretesto di rendere tutto il vigore alle sue radici»10.

Questo allontanamento dalla fede cattolica è ben percettibile sui medesimi punti stravolti dai novatori. Prima di tutto la Messa non è intesa più come sacrificio propiziatorio, cioè offerto in espiazione dei peccati; per questo l ’offertorio, in cui in anticipo si offriva la vittima che sarebbe stata immolata per i nostri peccati, è stato soppresso e rimpiazzato da una preghiera che indica uno scambio di doni fra Dio e l’uomo. L’altare diventa una tavola, malgrado la condanna di questo abuso da parte di Papa Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947). La santa Comunione è distribuita nelle mani, da laici.

Per indicare il modo di presenza di Nostro Signore nell’Eucaristia non si parla più di transustanziazione, solo termine consacrato dalla Chiesa per far barriera efficace agli errori dei protestanti.

Lo stesso ruolo del ministro è stravolto poiché è l’assemblea che celebra il memoriale del Signore ed il sacerdote diventa un semplice presidente11. Nuovi edifici sono costruiti per accogliere il nuovo rito, in fedele ossequio alle direttive del Vaticano ma che non hanno più nulla a che vedere con la struttura tradizionale della chiesa a forma di croce greca o latina e lo stesso tabernacolo è relegato ad un angolo per cedere il posto al celebrante. Questo prescrizione ci porta alla mente il discorso di chiusura del concilio in cui Paolo VI aveva detto: «Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo» ( 7 dicembre 1965).  Si può dire che la nuova messa realizza pienamente questa nuova concezione religiosa.

Gli artefici del cambiamento liturgico avevano chiaramente manifestato che il loro scopo era elaborare un rito che potesse favorire l’ecumenismo con i protestanti.

Paolo VI già nella sua enciclica programmatica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) lo aveva lasciato intendere: «su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati».

In maniera ancore più palese si era espresso a J. Guitton: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile»12.

Quanto a Mons. Bugnini, non ha mai nascosto le sue intenzioni ecumeniche. Sulle colonne dell’Osservatore Romano, dichiarò che la riforma liturgica era stata improntata al «desiderio di scartare ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere per i fratelli separati»13.

Per questo sei pastori protestanti parteciparono ai lavori preparatori della nuova Messa.

Diverse dichiarazioni di personalità del mondo protestante mostrarono che lo scopo ecumenico era raggiunto.

Fra di esse ricordiamo il professore di dogmatica alla facoltà protestante di Strasburgo, M. Siegeval che, nel novembre del 1969, scrisse al vescovo della città una lettera nella quale constatava che «niente nella messa adesso rinnovata può veramente disturbare il cristiano evangelico»14. Nello stesso anno Max Thurian, pastore protestante di Taizé, aveva dichiarato che «uno dei frutti del nuovo Ordo Missae sarà forse che delle comunità non cattoliche potranno celebrare la Santa Cena con le stesse preghiere della Chiesa cattolica. Teologicamente è possibile»15.

Nell’aprile del 1972 i protestanti di Taizé adotteranno effettivamente le preghiere eucaristiche della nuova messa. In quell’occasione il padre domenicano Roger-Thomas Calmel, grande teologo e coraggioso oppositore fin dall’inizio dei cambiamenti liturgici, fece un appello accorato alla resistenza: «Che i sacerdoti cattolici rinuncino una volta per tutte a portare i travestimenti preparati da superiori traditori per far piacere a dei predicatori eretici. Che rifiutino di celebrare la messa con il Novus Ordo poiché questo Novus Ordo, con il suo smantellamento calcolato di formulari e di riti è diventato ciò che era destinato a divenire: un libro liturgico all’uso di ufficianti eretici che non credono alla messa e che non sono sacerdoti»16.
È indubbio che negli ultimi anni un mutamento radicale si è operato nella fede dei sacerdoti e dei fedeli e la nuova liturgia della Messa ha esercitato in questo un’influenza fondamentale.
 
Il rifiuto della nuova Messa e la lotta contro gli errori moderni non è facoltativa.

La restaurazione nella Chiesa si costruisce intorno alla sua Croce, alla Santa Messa di sempre e questo comporta dalla parte dei sacerdoti e dei laici il rigetto totale e radicale della nuova liturgia fondata sui principi protestanti penetrati nella Chiesa. Non basta infatti affermare la verità ma occorre anche condannare tutto ciò che le si oppone e se si accetta di dare il diritto di cittadinanza all’errore, come propone lo spirito liberale, si ha già perso in partenza poiché si costruisce sulla sabbia del compromesso e si entra già nell’ottica rivoluzionaria.

 

 

Note:

1.Pio XII, Radiomessaggio del 1 giugno 1941.

2.Ef 6,12.

3.Sant’Alfonso, La Messa strapazzata.

4.«Ho potuto vedere villaggi di pagani divenuti cristiani trasformarsi non solo spiritualmente e sovrannaturalmente, ma anche fisicamente, socialmente, economicamente, politicamente; trasformarsi perché quelle persone, da pagane che erano, diventavano coscienti della necessità di compiere il loro dovere malgrado le prove ed i sacrifici, di mantenere i loro impegni e particolarmente gli obblighi del matrimonio. Allora il villaggio si trasformava poco alla volta sotto l'influenza della grazia e del santo Sacrificio della Messa; e tutti quei villaggi volevano avere la propria cappella e la visita del Padre. La visita del missionario!» Parigi, 23 settembre 1979.

5.S. Alfonso, Ibid.

6.Ed. Ichthys, pp. 288.

7.Mons. Philip Hughes, The Reformation in England, 1950, Michael Davis, La Riforma liturgica anglicana p. 89.

8.Leone XIII, Apostolicae curae, 13 settembre 1896.

9.A. Bugnini, Dichiarazione alla stampa (4 gennaio 1967), in «La Documentation Catholique », n. 1491 (1967), col. 824.

10.                  Louis Salleron, La nouvelle Messe, Parigi, 1972, p. 40.

11.                  Institutio Generalis n. 7.

12.                  J. Guitton, Paolo VI segreto, San Paolo, Milano 1985, quarta edizione 2002, p. 59.

13.                  Cfr.   «La Documentation Catholique », n. 1445 (1965), col. 604.

14.                  Citato in Louis Salleron La nouvelle messe p. 119.

15.                  «La Croix», 30 maggio 1969, ibd. p. 119.

16.                  Le père Roger-Thomas Calmel, père Jean-Dominique Fabre, éd. Clovis 2012 p. 478.

Fonte: La Tradizione Cattolica n° 1 2015

 

giovedì 30 aprile 2015

I martiri non piacevano al dialogo - Editoriale di "Radicati nella fede", maggio 2015.



I MARTIRI 
NON PIACEVANO AL DIALOGO

Pubblichiamo l'editoriale del numero di Maggio 2015



I MARTIRI NON PIACEVANO AL DIALOGO
Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VIII n° 5 - Maggio 2015

  E siamo di nuovo in tempo di Martirio.

  Ciò che sta accadendo ai cristiani in Asia e in Africa ha riportato prepotentemente sulle nostre labbra la parola “martirio”. Cristiani uccisi, e in massa, nelle maniere più orrende, semplicemente perché cristiani; tutto questo ci fa dire che è tornata l'era dei martiri.

  Per la verità la Chiesa non è mai uscita dal tempo del martirio. Gli studi pubblicati in occasione dell'ultimo anno santo, quello del 2000, ci avevano già ricordato che il numero dei martiri, in venti secoli di cristianesimo, è enorme: circa 80 milioni! e dato ancora più impressionante, di questi 80 milioni, circa la metà appartiene all'ultimo secolo concluso, il '900!

  Nonostante questi dati, noi cristiani pasciuti d'occidente facciamo fatica, tanta fatica, a credere che la Chiesa sia in perenne stato di martirio. Siamo stati abituati, dalla scuola e dalla cultura laica, a pensare, piuttosto, che la Chiesa debba chiedere perdono del suo passato violento e impositivo: è la leggenda nera che dipinge la Sposa di Cristo come strumento di potere. Per questo resistiamo nel vedere invece la verità, e cioè che i cristiani nel mondo hanno sofferto e hanno continuato a versare il proprio sangue per la fede.

  A questo lavoro di disinformazione fatto dalla cultura laicista, tendente a minimizzare se non a negare il martirio dei cristiani, si è affiancata, in questi ultimi decenni, la più grande impresa di depistaggio intellettuale, operata, dentro la Chiesa, dai cattolici stessi. Dopo il Concilio Vaticano II, la dittatura del Dialogo ha imposto il silenzio sul fenomeno del Martirio: la Chiesa deve riconciliarsi col mondo moderno e per questo non deve più parlare di chi muore per la fede. I Martiri costituivano il più grande ingombro e inciampo per quest'opera di trasformazione della Chiesa, che si è voluta mondanizzare a tutti i costi .

  Il concetto di martirio, secondo questi emancipati cattolici moderni, appartiene a un passato ormai superato; appartiene all'epoca della contrapposizione con il mondo, e questo passato non deve tornare più. Secondo questi, e sono tanti, c'è un modo più efficace per lavorare nel mondo come cristiani, più efficace che quello di dare la vita unendo il proprio sangue a quello di Cristo: c'è l'arma del comprendere le ragioni dell'avversario, del parlare con lui, del dialogare con lui, per scoprire infine che, in fondo, la si pensa allo stesso modo.

  Tutto questo triste lavoro di rifiuto del martirio e di sostituzione con l'ideologia del dialogo, ebbe tragiche conseguenze negli anni '60 e '70: mentre i cristiani dell'Est venivano eliminati o condotti ai lavori forzati nei gulag, la Santa Sede privilegiava con la Ostpolitik i buoni rapporti con le dittature marxiste, ricercando con esse un accordo possibile, ritenendo erroneamente che il Comunismo fosse eterno. Fa parte di questa vergogna la mancata condanna del Comunismo durante il Concilio stesso: la storia arriverà a giudicare severamente questo meschino cedimento ereticale.

  Negli ultimi anni, l'imposizione del silenzio sul fenomeno del martirio è stata comandata dall'altrettanto dogmatico dialogo interreligioso: occorre stare in pace con le altre religioni, non fare proselitismo, e dunque occorre tacere sui cristiani uccisi.

  Ma i fatti parlano oggi in nome di Dio.

  Si voleva una nuova era per la Chiesa, l'era della serenità con il mondo a 360°, ed ecco che, invece, il sangue dei cristiani crocifissi, sgozzati, bruciati, fucilati, impiccati e lapidati è venuto a rompere l'ingannevole idillio.

  Tutto questo dolore dei nostri fratelli - per i quali non dobbiamo smettere di pregare, affinché questa terribile prova sia loro abbreviata - è un potente richiamo per noi cristiani, immersi nella più grande falsa ideologia della storia, quella della Modernità.

  La modernità, che rifiuta come stoltezza Cristo crocifisso, ha portato dentro la Chiesa la mortale illusione di poter separare la Resurrezione dalla Croce.
Si è voluto fare un nuovo cristianesimo che pone l'accento sulla Vita nuova in Cristo, dimenticando la sua Passione e Morte.

  È vero, Cristo ha vinto la morte, è risorto; è costituito Signore di tutto. È vero che questa vittoria del Risorto è partecipata alla Chiesa e ai santi, ma occorre stare attenti: questa vittoria, come spiega il grande père Calmel, “lungi dal sopprimere la Croce e renderla inutile, si realizza soltanto attraverso la Croce. Dicite in nationibus quia Deus regnavit a ligno”. (R.T. Calmel, Per una teologia della storia, Borla 1967, pag. 44).

  E' proprio questa coscienza che è mancata nella Chiesa degli ultimi tempi. Si è vissuto l'inganno di pensare la Resurrezione come superante la Croce. Così si è fatta una nuova chiesa che parla di vita e non di martirio; che parla di aspirazioni umane e non di martirio; di dialogo col mondo e non di martirio; di pace universale e non di martirio; di costruzione della società terrena e non di martirio...

  Anche per questo la presenza della Chiesa si è sgretolata, e la vita dei cristiani è scivolata nell'infedeltà profonda.

  È stata una mortale illusione, demoniaca. Un “sogno talvolta infantile e tenero, ma forse più spesso vile e odioso, che fa sperare per la vita del cristiano una fedeltà a Cristo senza tribolazioni e per l'avvenire della Chiesa un fervore di santità che non dovrebbe più subire dall'esterno le persecuzioni del mondo, né all'interno i tradimenti dei falsi fratelli e talvolta del clero e dei prelati” (ibid. pag.44)

  Da questa illusione ci sta svegliando Dio con il dono di nuovi martiri, quelli del secolo XXI. Sono loro che ci ricordano che fino all'ultimo giorno “possiamo rendere testimonianza a Gesù soltanto immergendo la nostra veste nel sangue di quell'Agnello Divino che ci ha amati e ci ha riscattati dai nostri peccati. Non andremo a Lui senza attraversare il torrente della grande tribolazione” (ibid. pag. 44)

  Allora, non protestiamo soltanto delle persecuzioni, come fanno i politici del mondo, ma lasciamoci educare da Dio alla grazia del martirio.

martedì 28 aprile 2015

sultani e califfi, santi e soldati

 
 
Il Sultano sottopose a Francesco D’Assisi un’altra questione: "II vostro Dio insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca, dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici”; rispose il beato Francesco: ”Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato. Gesù infatti ha detto: “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino”. Infatti il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima. Altrove, oltretutto, è detto: “Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio"
(FF 2691)

venerdì 24 aprile 2015

toh... i diversamenti credenti son tornati eretici...

Cardinale Brandmüller: ”Chi vuole cambiare la Dottrina o pretende sia fatto è un eretico”

«È evidente che la pratica pastorale della Chiesa non può essere in opposizione alla dottrina vincolante o semplicemente ignorarla.
«Certo, un architetto potrebbe anche costruire un ponte bellissimo. Ma se non prestasse attenzione alle leggi dell'ingegneria strutturale rischierebbe il crollo della sua costruzione. Allo stesso modo, ogni pratica pastorale deve seguire la Parola di Dio, se non vuole fallire.
«Un cambiamento della dottrina, del dogma, è impensabile. Chi tuttavia lo fa consapevolmente, o invoca con insistenza che venga fatto, è un eretico, anche se indossa la proprora romana».
Così il cardinale Walter Brandmüller.
Esattamente come prima di lui ha detto il cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.
 
Fonte: http://www.iltimone.org/33017,News.html

sabato 18 aprile 2015

profezia del card. Francis George (1937-2015): Riposi in pace!

 
«L’eternità entra nella storia umana spesso in modi incomprensibili. Dio fa promesse ma non dà scadenze temporali. I pellegrini che visitano il Santuario di Fatima entrano in una enorme piazza, con il punto delle apparizioni segnato da una piccola cappella su un lato, una grande chiesa a un’estremità, una cappella per l’adorazione altrettanto grande all’altra estremità, un centro per visitatori e per le confessioni. Appena fuori lo spazio principale è stata ricostruita una sezione del muro di Berlino, una testimonianza tangibile di ciò di cui Maria aveva parlato quasi un secolo fa. Il comunismo in Russia e nelle nazioni satellite è crollato, benché molti dei suoi effetti di peccato siano ancora tra di noi.
Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento?
La presente campagna elettorale ha portato in superficie un sentimento anti-religioso, in buona parte esplicitamente anti-cattolico, cresciuto in questo Paese per decenni. La secolarizzazione della nostra cultura è una questione che supera di gran lunga quelle politiche o l’esito di queste elezioni, per quanto siano importanti.
Parlando alcuni anni fa a un gruppo di sacerdoti, totalmente al di fuori dell’attuale dibattito politico, stavo cercando di esprimere in modo plateale ciò che una completa secolarizzazione della nostra società potrebbe comportare un giorno. Stavo rispondendo a una domanda, non ho mai messo nulla per iscritto,  ma le parole furono catturate dallo smart-phone di qualcuno e sono diventate virali, da wikipedia e altrove. Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica. E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.
[…] Dio sostiene il mondo, nei buoni e cattivi tempi. I cattolici, assieme a molti altri, credono che solo una persona ha superato e riscattato la storia: Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore del mondo e capo del suo corpo, la Chiesa.  Coloro che si raccolgono ai piedi della sua croce e della sua tomba vuota, non importa la loro nazionalità, sono sul lato giusto della storia. Quelli che mentono su di lui e minacciano e perseguitano i suoi seguaci, in qualsiasi epoca, possono illudersi di portare qualcosa di nuovo, ma finiscono solo per portare variazioni su una vecchia storia, quella del peccato e dell’oppressione umana. Non c’è nulla di “progresso” nel peccato, anche quando viene promosso come qualcosa di “illuminato”». [...] 

martedì 14 aprile 2015

fuoco sacro a Gerusalemme!

 

 
 
 

lunedì 13 aprile 2015

un popolo nuovo darà lode al Signore

Nuovo popolo cercasi

 
Questo si scriva per la generazione futura: e un popolo nuovo darà lode al Signore (Sal 102 [101], 19).



Lo so bene: le geremiadi non piacciono a nessuno. Il fatto è che il povero Geremia aveva ragione; ma la sua singolare vocazione fu di parlare per non essere ascoltato – nemmeno dopo la catastrofe. Ciononostante, egli rimase fedelmente con il rimasuglio di Israele disfatto ed errabondo, pur di non abbandonarlo al suo destino, e con il suo popolo cocciuto, nonostante il contrario responso divino, emigrò in Egitto, dove si persero le sue tracce (ma non le sue parole, rimaste monito prezioso per il futuro, sempre che si voglia intenderle). Come egli stesso aveva profetizzato, alcuni anni dopo Nabucodonosor arrivò fin là: la spontanea sottomissione predicata da Geremia e ostinatamente rifiutata dai suoi compatrioti, alla fine, fu imposta con la forza. Probabilmente sarebbe convenuto a tutti dargli retta fin da principio…



Quale interesse possono avere per noi queste antiche storie bibliche? Quello che ha tutta la storia sacra: la nostra salvezza eterna. Più di chiunque altri, un ministro della Chiesa deve interrogarsi su ciò che tale storia gli insegna per prendere le proprie decisioni. Che ne sarà del popolo errante e ribelle, se i ministri di Dio decisi a fare la Sua volontà lo abbandonano? Se così avessero fatto Mosè, Elia o Geremia, come sarebbe sopravvissuto il popolo eletto?… e dove si sarebbe incarnato il Figlio di Dio?… e da dove sarebbe germogliata la Chiesa? Di contro, però, la Parola divina ci invita pure ad uscire dall’accampamento portando, dietro Gesù, il suo obbrobrio (cf. Eb 13, 13). Come egli ha consumato il Suo sacrificio redentore fuori della Città santa, che lo aveva respinto quale Messia, così anche chi lo segue fedelmente dovrebbe dissociarsi espressamente da quel mondo ecclesiale che lo rinnega a fatti e a parole. Ma come continuare, poi, a guidare e sostenere i cattolici fedeli e quelli che, oggi pur così refrattari, cercheranno aiuto quando arriverà il castigo?



Il grosso della Chiesa terrena si è reciso dalle radici e, come accadrebbe a qualsiasi albero, è seccato. Attanagliato dal senso di vuoto e dalla nostalgia lacerante di qualcosa – e di Qualcuno – che i più giovani non hanno mai conosciuto, questo popolo disorientato e confuso si sforza in tutti i modi di convincersi da sé di quel che non sa più e di animarsi autonomamente di una vita che gli manca… perché, in realtà, ha perduto la sorgente della grazia. Non serve a nulla, a questo punto, insistere ottusamente a irrigare l’albero secco e privo di radici con acque derivate in modo autarchico e velleitario. All’organismo vivente che ci era stato trasmesso hanno sostituito un sistema artificiale che ha spento la fede e con il quale è impossibile suscitarla di nuovo, come mi ha fatto intuire, la notte di Pasqua, un episodio tanto fortuito quanto simbolico: non riuscendo in alcun modo ad accendere il nuovo cero pasquale in pura paraffina (che avrebbe bruciato con sgradevole odore e abbondante fumo nero), dopo aver recitato mentalmente un’Ave Maria mi è venuto in mente di mandare a prendere il vecchio cero del fonte battesimale (in pura cera d’api), che si è acceso immediatamente e ha poi brillato nella buia navata spandendo il buon profumo di Cristo.



Senza di esso, non so proprio come avrei potuto iniziare la Veglia pasquale… Senza un recupero della Tradizione, non vedo come possa rinascere la Chiesa, uccisa da un rito che non è più percepito come il Santo Sacrificio della nostra redenzione, ma come mero intrattenimento di natura socio-religiosa, di cui esistono oltretutto, in pratica, tante varianti quanti sono i ministri che lo celebrano. Una liturgia adattabile a tutti i gusti e a tutte le circostanze ha ingenerato la convinzione che l’uomo non debba conformarsi a Dio, ma piuttosto piegare l’idea di Dio ai propri capricci; così ora ci si pone in ascolto della Parola – come amano tanto dire – non per conoscere ciò che Egli vuole e obbedire a Lui nella propria condotta con l’aiuto della Sua grazia, ma per disquisire se quanto udito corrisponde o meno al codice morale personale (che è gioco-forza del tutto relativo). Il fedele si è trasformato in severo censore della verità rivelata, giudicata in modo insindacabile sulla base delle massime mondane del momento… C’è poi da meravigliarsi che nessuno si confessi più – o, se lo fa, sia convinto di non avere alcun peccato e ne approfitti, eventualmente, per denunciare i peccati di altri: marito, suocera, figli, parenti, colleghi e via dicendo?



Ma che importa? Se è assente la vita di grazia (locuzione ormai indecifrabile) e dilaga il peccato mortale, la piaga infetta e non curata è dissimulata con fiumi di parole; se la vera fede è morta, ci si dimena in attività aggregative che non la richiedono affatto; se non si prega più, si corre da un santuario all’altro – basta che in albergo si mangi bene. Se la Chiesa ha tradito il suo Signore, si può sempre osannare il líder máximo, che sta fondando una nuova religione in cui, finalmente, saremo tutti uguali, cattolici e non, cristiani e non, credenti e non… Era ora che finisse quell’odioso mondo di discriminazioni che faceva distinzione addirittura tra maschi e femmine, giovani e vecchi, onesti e disonesti…! Questo mondo di oggi, effettivamente, tra poco finirà, implodendo sul proprio vuoto spinto. Bisogna quindi preparare fin d’ora la generazione futura che sopravvivrà alla catastrofe, quel popolo nuovo che darà lode al Signore con la verità del proprio essere e operare.



Ecco dunque la risposta alla domanda formulata all’inizio: bisogna rimanere dentro, ma in modo diverso; sarà la qualità della presenza ad attirare chi cerca Dio. Ciò da cui bisogna uscire è la struttura mortifera, gestita da vescovi increduli, in cui la Chiesa si è rinchiusa e soffocata, per creare in alternativa ambienti vitali – non necessariamente riconosciuti, ma nemmeno in stato di rottura – in cui si possa realmente respirare lo Spirito Santo e crescere nella vita soprannaturale. Quale sia la soluzione concreta per attuare questo programma, non mi è stato ancora indicato dall’alto; ho un’idea sulla possibile guida. Invito perciò i lettori ad offrire preghiere e sacrifici per questa intenzione e a rimanere in contatto. Credo che vi abbiamo tutti interesse – un interesse supremo.



Al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!» (Sal 22 [21], 32).
 

sabato 11 aprile 2015

Χριστός ἀνέστη - Ἀληθῶς ἀνέστη


 
Doppia Pasqua per la Cristianità!
Doppia proclamazione di vittoria sulle potenze infernali!
Cristo è Risorto!
 

"Senza quest’infestazione diabolica è difficile comprendere quanto sta accadendo nel mondo" (R. de Mattei)

148 nuovi martiri nel firmamento della Chiesa

di Roberto de Mattei


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Nel firmamento della Chiesa brillano le stelle di 148 nuovi martiri. I giovani cristiani vittime dell’Islam, lo scorso Giovedì santo in Kenya, non devono essere commiserati, ma invidiati, perché hanno avuto la grazia immensa del martirio. Essi sono martiri perché sono stati uccisi in quanto cristiani dai soldati di Allah.
Ciò che rende il martire tale non è la morte violenta, ma il fatto che essa sia inflitta in odio alla fede cristiana. Non è la morte che fa il martire, dice sant’Agostino, ma il fatto che la sua sofferenza e la sua morte siano ordinate alla verità. Non tutte le vittime di una persecuzione si possono dire martiri, soltanto quelle che abbiano ricevuto la morte per odio alla fede da parte degli uccisori.
I martiri del campus universitario di Garissa, si aggiungono alla innumerevole legione di testimoni della fede massacrati negli ultimi due secoli dai persecutori della Chiesa. Il primo genocidio dei tempi moderni è quello della Rivoluzione Francese. Ben 438 religiosi, religiose e semplici laici sono già venerati come beati e per altri 591 sono in corsi i processi per il riconoscimento del martirio «in odium fidei». A questo olocausto si aggiunge quello della guerra di Spagna (1936-1939), dove sono 1.512 i martiri beatificati e 11 quelli canonizzati, ma il numero delle vittime di anarchici e comunisti è di molte decine di migliaia.
Il 13 ottobre 2013 a Tarragona, in Catalogna, sono state beatificate 522 persone uccise in odio alla fede prima e durante la guerra religiosa di Spagna. Si è trattato della cerimonia con il maggior numero di Beati, 522, che ha superato quella svoltasi a Roma, in piazza San Pietro, il 27 ottobre 2007. I loro nomi si aggiungono agli innumerevoli martiri del comunismo, del laicismo e oggi dell’Islam, in tutti i paesi del mondo.
Bisogna avere il coraggio di pronunciare il nome degli assassini. Si continua a tacere sul fatto che è in atto da tempo una sistematica e planetaria persecuzione islamica contro i cristiani. Papa Francesco, dopo i fatti del Kenia, ha letto questa bella preghiera: «nel Tuo viso schiaffeggiato vediamo il nostro peccato, in Te vediamo i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in Te, sotto i nostri occhi e spesso con il nostro silenzio complice». Antonio Socci, che ha spesso denunciato il “silenzio complice” delle supreme autorità ecclesiastiche, scrive su “Libero” del 5 aprile: «Ci aspettiamo che – affacciato a quella finestra – papa Bergoglio, con tutto il prestigio di cui gode sui media, svegli tutti i potenti della terra, mobiliti la sua diplomazia, che faccia sentire a tutti il grido di dolore dei cristiani perseguitati, che indica preghiere continue di tutta la Chiesa, che lanci una grande iniziativa umanitaria per i cristiani perseguitati».
L’appello sembra essere stato raccolto da Ernesto Galli della Loggia che su “Il Corriere della Sera” del 5 aprile ha proposto al governo italiano una sottoscrizione nazionale tra tutti gli italiani, tra tutte le istituzioni pubbliche e private del Paese, per raccogliere i fondi necessari a un cospicuo invio di aiuti ai cristiani perseguitati. Tutto questo però non è sufficiente, quando è in corso una guerra. E bisogna prendere atto che esiste una guerra di religione contro Gesù Cristo e contro la sua Chiesa combattuta in nome di quella Sura del Corano che recita: «Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti» (2, 191). Questa guerra non è stata dichiarata dai cristiani, ma è stata intrapresa contro di essi. Perché i governi dell’Occidente non la combattono? La ragione è che l’Occidente condivide il medesimo odio dei persecutori contro le proprie radici cristiane.
Il laicismo occidentale non solo processa, perseguita, ridicolizza coloro che difendono l’ordine naturale e cristiano, ma pratica anch’esso il genocidio di massa. Mons. Luc Ravel, Vescovo delle forze armate francesi, ha affermato: «Scopriamo di dover scegliere in quale campo collocarci; scopriamo di armarci contro il male manifesto senza prender posizione contro quello subdolo. Il cristiano si sente preso come in una tenaglia tra due ideologie: da una parte, quella che fa la caricatura di Dio sino a disprezzare l’uomo; dall’altra, quella che manipola l’uomo sino a disprezzare Dio. Da una parte, avversari dichiarati e riconosciuti: i terroristi della bomba, i vendicatori del profeta; dall’altra, avversari non dichiarati però ben noti: i terroristi del pensiero, promotori della laicità, gli adoratori della Repubblica. In quale campo situarsi come cristiani? Noi non vogliamo essere presi in ostaggio dagli islamici. Ma non ci auguriamo nemmeno d’esser presi in ostaggio dai benpensanti. L’ideologia islamica ha fatto 17 vittime in Francia. Ma l’ideologia dei benpensanti fa ogni anno 200 mila vittime nei grembi delle loro madri. L’aborto inteso come “diritto” fondamentale è un’arma di distruzione di massa».
L’odio che l’Occidente nutre verso la Chiesa e la Civiltà cristiana è l’odio verso la propria anima e la propria identità. «Un odio di sé dell’Occidente ‒ ha scritto Benedetto XVI ‒ che si può considerare solo come qualcosa di patologico»; l’Occidente si apre pieno di comprensione ai valori esterni, «ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».
Oggi l’Occidente rifiuta i valori attorno a cui ha costruito la sua identità e raccoglie solo l’eredità distruttiva dell’illuminismo, del marxismo e del freudismo. La teoria del gender rappresenta l’ultimo passaggio intellettuale di questa dissociazione dell’intelligenza dalla realtà che diventa odio patologico verso la stessa natura umana. Il gesto di Andreas Lubitz, che ha voluto schiantare contro le Alpi il suo Airbus con 150 passeggeri, è l’espressione di questo spirito di autodistruzione. Il suicidio è un’espressione estrema, ma coerente, della depressione occidentale: uno stato d’animo in cui l’anima sprofonda nel nulla, dopo aver perso ogni ragione di vivere. Quando si professa il relativismo assoluto ci si realizza solo nella morte.
La strage di Gorissa non è una “brutalità senza senso”, così come il suicidio del pilota tedesco non è un atto di pura follia. Questi gesti, distruttivi o autodistruttivi, hanno una loro aberrante logica. All’esaltazione dei fanatici di Allah corrisponde la depressione degli apostati del Cristianesimo: L’equilibrio nel mondo si è spezzato, quando si sono voltate le spalle ai princìpi cristiani. E un medesimo impulso preternaturale muove il furore omicida dell’Islam e il nichilismo suicida dell’Occidente. Il principe delle tenebre, non riuscendo a farsi Dio, vuole distruggere tutto ciò che è di Dio e della Civiltà cristiana porta l’orma. Senza quest’infestazione diabolica è difficile comprendere quanto sta accadendo nel mondo. E senza un intervento angelico è impossibile combattere una battaglia che ha il suo primo atto nel momento della creazione, quando il fronte degli Angeli si divise in due schiere perennemente contrapposte nella storia dell’universo creato.
Il messaggio di Fatima vede la Madonna preceduta e accompagnata dagli Angeli. E chi ha letto il Terzo Segreto ricorda la tragica visione di una grande croce, ai piedi della quale anche il Papa viene ucciso: «Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio». Come agli inizi del Cristianesimo, il sangue dei cristiani è seme di rinascita nella storia e di vittoria nell’eternità. (Roberto de Mattei)
 

martedì 7 aprile 2015

dove sono tutti i Charlie?

Dove sono finiti tutti i Charlie? Dove? Sono ritornati nella buca dell'ipocrisia e del politicamente corretto? dell'indignazione a comando? Ma in fondo che cosa sono centinaia di ragazzi negri e per di più cattolici? Vuoi mettere il confronto con una dozzina di provocatori di professione laicisti, atei e bestemmiatori?



Su questo link potrete vedere i volti di queste vite spezzate non per il solo motivo di essere cristiani (come va blaterando qualcuno, come se potesse esserci in aggiunta anche solo un buon motivo per fare ciò) ma in odio alla fede cristiana! in odio a Cristo! in odium fidei!

 http://www.repubblica.it/esteri/2015/04/06/foto/kenya_il_massacro_di_garissa_i_bvolti_e_le_storie_degli_studenti_uccisi-111286003/?fb_action_ids=962032183840853&fb_action_types=og.shares#10