venerdì 7 dicembre 2012

IL PAPA SU TWITTER

E

LA TEOLOGIA DEL CAZZEGGIO


 

di Francesco Colafemmina

Il gesuita Antonio Spadaro è fra i più tenaci assertori della Chiesa 2.0, una sorta di riedizione digitale della vecchia Chiesa analogica. In occasione del primo tweet papale - evento paragonabile a Giovanni Paolo II che scia sull'Adamello e ondeggia al ritmo della musica di Bono Vox - ha pubblicato un breve ebook dal titolo "Twitter Theology" (perché english fa figo). Il succo del libercolo è il seguente (si può anzi si deve condensare in 140 battute): "Vocazione di Twitter è una comunicazione che faccia della brevità il sinonimo non di superficialità, ma di densità ed efficacia." (p.18).
Ebbene, potremmo anche auspicare che questa vocazione venga pienamente realizzata da Twitter grazie all'intervento del Pontefice sul social network. Eppure ci sarebbero da fare un po' di considerazioni ulteriori.

Twitter, caro padre Spadaro, è l'espressione più alta del consumismo verbale e noetico della contemporaneità. Sul web tutto passa e nulla dura. La nostra stessa vita sul web è in qualche modo un oblio della realtà. Un costante superamento dell'attimo nella vorace bulimia di parole, pensieri, notizie e immagini che guida la rete. In tale bulimia è evidente che densità ed efficacia vadano cordialmente a farsi fottere (perdonate l'espressione ma è l'unica che mi viene in mente).

Forse non tutti sanno che questa costante accelerazione della rete in tutte le sue forme è motivata alla radice da una mera logica economica. I motori di ricerca come Google, infatti, non sono certo dei benefattori dell'umanità ma delle imprese, imprese che vendono spazi pubblicitari. Tutti i servizi accessori di Google (anche questo blog) sono fondamentalmente volti a trattenere il pubblico sulla rete in modo tale che possa più facilmente visualizzare gli spazi pubblicitari e dunque far arricchire Google.

Lo stesso discorso è valido per Twitter. Twitter non è una società filantropica, ma un progetto di social networking volto a commercializzare essenzialmente accounts. Più persone sono su Twitter, più account ci sono, più vale la piattaforma. Perché tutti questi milioni di utenti costituiscono un potenziale bacino di consumatori. Consumano infatti già notizie, aggiornamenti di stato, cazzate le più estrose. A breve potranno consumare anche spazi pubblicitari, cliccare e far guadagnare qualcuno dall'altro capo del mondo. Non è paragonabile neppure alla radio e neanche alla TV, perché in questi due casi il canale televisivo o radiofonico può essere per scelta privo di pubblicità e indipendente.

Spadaro, come tutti coloro che viaggiano sull'onda dei trends, come tutte le anime pie che parlano parlano e parlano senza sapere quale sia l'oggetto delle proprie elucubrazioni, non spiega certo la natura economica di Twitter. Non spiega come funziona.

Ve lo spiego dunque io. Twitter è stato fondato nel 2006 con un finanziamento iniziale di 1-5 milioni di $ (la cifra non è mai stata divulgata). L'intento è quello di offrire un'alternativa a Facebook meno strutturata e basata sulla trasposizione del meccanismo degli SMS in una piattaforma di condivisione sociale. Dato che milioni di persone si messaggiano sui cellulari, Twitter ha sfruttato un meccanismo già operante nella società e nella testa degli individui tecnologizzati. Negli scorsi anni la società ha ricevuto numerosi finanziamenti tra i quali sono da ricordare quelli di alcuni fondi di venture capital (ad es. Insight Venture Partners che vanta tra i suoi partners ex dirigenti di Golman Sachs), fino ad arrivare agli enormi finanziamenti come quello di 800 milioni di $ nel 2010 da parte della Digital Sky Technology (una società russa che vanta stretti legami con Goldman Sachs assieme alla quale ha anche investito 500 milioni di $ in Facebook nel 2011) e quello da 300 milioni di $ del dicembre 2011 effettuato dal principe saudita Alwaleed bin Talal. Evidentemente non stiamo parlando di filantropi.

Questi signori stanno investendo in Twitter perché la piattaforma il cui valore è oggi stimato in circa 8,4 miliardi di $ sta già guadagnando in maniera esponenziale attraverso la vendita non solo di pubblicità, ma di "promoted tweets", ossia di aggiornamenti di stato che compaiono sempre in alto e spingono gli utenti a cliccare links che rinviano a pubblicità. Nel 2012 si stimano già 300 milioni di $ di guadagni dalle pubblicità. Negli anni futuri Twitter evolverà e i suoi managers stanno già studiando il metodo più efficace per ricavare denaro dal bacino straordinario di utenti che oggi il social network può vantare.

Insomma immaginate qualcuno che con la scusa di offrirvi la possibilità di scambiarvi opinioni, idee, storie (in un mondo sempre più isolato ed egoista), vi faccia entrare in un grande stadio chiedendovi solo di registrarvi e di fornire le vostre identità. Per qualche anno vi abitua a incontrarvi sempre lì, ormai lo stadio fa parte del vostro modo di vivere, non potete fare a meno di ritrovarvi lì. Poi un giorno cominciate a vedere che qualcuno sta installando un maxischermo al centro dello stadio. Non ci fate caso e continuate a scambiare le vostre informazioni.
Un altro giorno scoprite che proprio sotto le vostre poltrone ci sono dei microfoni che registrano quanto affermate (le parole che usate di più, le persone con cui più facilmente vi relazionate, i vostri gusti insomma); paradossalmente pensate si tratti di un metodo per scongiurare eventuali intrusioni nei vostri affari e ignorate quest'altro segno. Dopo 5-6 anni, quando lo stadio è diventato la vostra casa perché la vita perde significato rispetto a questo luogo di scambio costante, compulsivo di parole, immagini, sensazioni, ecco che dal maxischermo cominciano a bombardarvi di pubblicità. Ed è come se ciascuno di voi riceva una pubblicità su misura. Per un attimo vi fermate a pensare: ma mi staranno usando? Forse sono diventato uno strumento di consumo? Forse sono stato attirato in una trappola per spendere il denaro che si va sempre più assottigliando nelle mie tasche? Il vostro vicino vi darà una scrollatina... no, i gestori dello stadio sono dei benefattori, sono circondato da amici, è troppo bello! Intanto qualcuno se ne starà disteso sul suo Panfilo a leggere il Corano, batterà le mani e arriverà un servo in livrea: "Portami altro succo d'arancia, subito!".

Ecco, che il mondo possa essere abitato da tanti coglioni non lo nego, ma che il Santo Padre debba entrare su Twitter per alimentare il giro di affari dei proprietari e finanziatori di Twitter, mi sembra una assurdità. Perché tutti comprenderete che se il Papa va su Twitter le quotazioni dell'azienda salgono, di poco, ma salgono. Strano che Spadaro non ne parli nel suo libercolo. Davvero strano, specie tenendo conto che secondo gli analisti Twitter potrebbe decidere di quotarsi nel 2013. E infatti lo scorso mese alcuni ex executives di Google sono passati a Twitter lanciando un chiaro segnale di ristrutturazione interna ai fini di una possibile quotazione che non faccia lo stesso flop di Facebook.

A ciò si aggiunga che il Papa su Twitter non seguirà nessuno, dunque questo account è la negazione del social networking, ossia delle tante elucubrazioni di Spadaro e dei suoi affiliati. E' una comunicazione a senso unico. Testimonianza ancora una volta di come il social networking nella sua dimensione oclocratica ponga tutti sullo stesso livello e sia strumento del tutto inadeguato al Vicario di Cristo!

E infine va notato che il Papa non scriverà se non il primo tweet. Tutti gli altri saranno brani delle omelie, delle catechesi, etc. Frasi chiaramente decontestualizzate e pertanto inefficaci. Ma questo non sembra interessare l'altro guru della Cybertheology, don Paolo Padrini.

Insomma, per concludere, a chi mi chiede cosa possa pensarne di questa discesa del Papa nel mondo del social networking rispondo con il seguente sketch dei Tretre, comici degli anni '80 il cui valido pensiero filosofico è ancora vivo:


giovedì 6 dicembre 2012

apologia a rovescio


APOLOGETICA A ROVESCIO
di padre Enrico Zoffoli

 Le condanne via via lanciate dall'autorità ecclesiastica sono la fonte più autorevole della storia delle eresie; la peggiore delle quali è quel modernismo che le riassume tutte per la radicalità, l'estensione e la persistenza del suo rifiuto del Cristianesimo.

Dopo quasi un secolo, il decreto Lamentabili (3.7.1907) e l'enciclica Pascendi dominici gregis (8.9.1907) di san Pio X, sono ancora attuali.

Penso che oggi, nei diversi strati del mondo cattolico, non serpeggi aberrazione che, almeno in germe, non sia contenuta negli scritti dei fautori del modernismo (da F. Schleiermacher, A. Ritschl, A. Sabatier a L. Laberthonniér, A. Loisy, G. Tyrrell, E. Buonaiuti, A. Fogazzaro, ecc.) e non abbia avuto nei documenti pontifici la sua denunzia più chiara, completa, sistematica.

Così, citandoli e commentandoli un po' tutti, osservo:

- Se la verità non è più immutabile dell'uomo stesso, perché in lui, con lui e per lui si evolve, come sostengono teologi improvvisati, travolti dalla corrente immanentistica della filosofia moderna, la Chiesa - che da sempre insegna tutto il contrario - presentandosi come Maestra di una dottrina assolutamente vera, sarebbe responsabile della più turpe impostura della storia umana...

- Se la storicità e l'inerranza della S. Scrittura sono discutibili, per cui la sua interpretazione è relativa all'intelligenza, alla sensibilità e alla cultura umana, mutabili da un'epoca all'altra - come certi esegeti cattolici suppongono -, al magistero della Chiesa viene a mancare una delle fonti principali che lo rendono credibile.

- Se dogmi, sacramenti, gerarchia sono il prodotto dello sviluppo del «piccolo germe latente nel Vangelo» dovuto a cause esterne, il Cristianesimo, quale si è venuto realizzando nella storia ultramillenaria della Chiesa, è soltanto un'invenzione umana più o meno rispettabile. Non altro.

- Se è impossibile conoscere verità assolute, ogni religione è relativamente vera, per cui nessuna è oggettivamente preferibile alle altre. Segue che l'attività missionaria non solo è superflua - potendo tutte condurre alla salvezza -, ma anche offensiva della coscienza umana, lesiva della libertà a cui ogni persona ha diritto, non rispettosa delle tradizioni e della cultura dei singoli popoli.

- Se si accetta il relativismo gnoseologico, nessun argomento può dimostrare l'esistenza di Dio a livello rigorosamente razionale; per cui il suo rifiuto è comprensibile al pari della fede in Lui, del quale perciò tutto può essere affermato e negato.

- Se la Rivelazione non è altro che la coscienza dei rapporti dell'uomo con Dio, i dogmi proposti dalla Chiesa non sono caduti dal cielo, essendo un'interpretazione dei fatti religiosi elaborata lentamente dalla cultura umana attraverso i secoli, risultandone formule di fede sempre mutevoli quanto la cultura stessa.

- Se la divinità di Cristo è un dogma che la coscienza religiosa dei credenti ha dedotto dalla nozione di «Messia», i fedeli non sanno più a chi rivolgersi, non essendoci nessuno che - come Lui - abbia «parole di vita eterna».

- Se il biblico peccato originale dei progenitori è soltanto una fiaba, e quello personale è impossibile per quel relativismo etico che nella coscienza individuale riconosce l'unica norma dell'agire umano - come si ripete insistentemente in alcuni ambienti cattolici - l'opera espiatrice di Cristo perde ogni senso.

- Se, appunto per questo, la sua morte non è stata un «sacrificio», la «Croce» resta «scandalo per i Giudei e stoltezza per i Pagani». Perciò, la partecipazione al suo «mistero», che motiva e caratterizza l'ascetismo cristiano, deve cedere all'umanesimo come celebrazione dei valori temporali, ricerca e godimento del piacere, impegno e solidarietà sociale, conquista del mondo affidata alla scienza e alla tecnica, destinate al pieno dominio dell'uomo sulla natura.

- Se la Risurrezione di Cristo non è propriamente un fatto storico, non dimostrato né dimostrabile, ma una verità scaturita dalla fede e dall'entusiasmo della Chiesa primitiva, convinta dell'immortalità del Maestro presso Dio, viene meno il miracolo ritenuto la più valida dimostrazione della sua opera messianica, della sua mediazione redentrice.

- Respinta la divinità di Cristo e la realtà del suo sacrificio di espiazione, è vano credere che il culto debba consistere principalmente nel celebrarlo: la Messa può avere un senso e un valore solo se intesa come banchetto fraterno, espressione di un amore universale, possibile a tutti i cultori della Trascendenza. Nell'unico pane della comunione eucaristica il falso ecumenismo non potrebbe avere un simbolo più efficace.

- Se l'Eucarestia è soltanto una mensa e, per essere commensali, basta credere e amarsi a vicenda, la funzione del sacerdozio non comporta alcun potere e dignità che renda chi ne è investito superiore agli altri fedeli.

- Eliminato il sacerdozio ministeriale, la gerarchia ecclesiastica non ha alcun fondamento, per cui la Chiesa sarebbe retta democraticamente come ogni società civile: alla «potestas regiminis» supplirebbe il potere della grazia, il fascino del carisma, la voce della coscienza, nella piena eguaglianza di tutti i credenti.

- Gerarchia, sacerdozio ministeriale, sacrificio dell'altare, transustanziazione, culto eucaristico: tutto, essendo strettamente collegato, subisce la medesima sorte per quella eliminazione del «sacro» detta secolarizzazione del Cristianesimo. «Partita dal mondo protestante (...), il suo contraccolpo sul mondo cattolico è oggi estremamente violento: sta infatti nascendo tra i cattolici e si sta vigorosamente sviluppando una forte corrente secolarizzante» (G. De Rosa, La secolarizzazione del Cristianesimo, in La Civiltà Cattolica, 1970, II, p. 216).

- Vivere, come se Dio non ci fosse o fosse morto, significa affermare l'uomo, affidare a lui tutti i compiti, attendersi da lui la soluzione di tutti i problemi: non occorre altro per escludere la divinità di Cristo, la necessità della sua opera redentrice. È appunto la secolarizzazione riflessa in una cristologia neo-ariana, che a sua volta porta alla declericalizzazione del prete, alla soppressione del celibato, alla svalutazione dell'ascesi, all'esaltazione del laicato, all'esclusivo o prevalente impegno nel sociale...

- Agnosticismo, positivismo, materialismo hanno invaso talmente la cultura in Occidente, che per l'uomo moderno è ingenuo parlare ancora di paradiso e inferno. Il Catechismo olandese ritiene che, con la morte, «l'uomo ritorna alla terra, come una foglia d'autunno, come un animale (...). La morte è radicale. Non muoiono solo le braccia, le gambe, il busto, la testa. No. Muore tutto l'uomo terrestre. Su questo punto hanno ragione coloro che non possono ammettere la sopravvivenza: la morte è la fine di tutto l'uomo, quale lo conosciamo...» (Il Nuovo Catechismo Olandese, ed. L.D.C., Torino-Leumann, 1969, p. 569).
Publicato da http://neocatecumenali.blogspot.it/p/apologetica-rovescio-penrico-zoffoli.html

martedì 4 dicembre 2012

quando si dice inculturazione.....


noi diciamo BASTA!!!!!!!!!!!!!
 








 

sabato 1 dicembre 2012

"E il Signore darà la grazia, anche dopo la notte più oscura, anche dopo la più tremenda crisi della Chiesa" (EDITORIALE DI “RADICATI NELLA FEDE”, dicembre 2012)

EDITORIALE DI “RADICATI NELLA FEDE” n° 12 dicembre 2012
 
Il Modernismo è ideologico, la Tradizione, questa no, è realista.
E' il Modernismo che partendo da concetti astratti, assunti dalla cultura imperante, ha preteso di trasformare il pensiero e la vita cattolica. Partendo dalla filosofia moderna, dall'Idealismo, dal Personalismo e dalla psicologia ideologica della modernità, ha voluto disgraziatamente adattare le verità di fede e la vita concreta dei cristiani: così facendo ha distrutto tutto, ha reso prima falsa e poi impossibile e inutile la vita cristiana.
Nasce tutto, nel Modernismo, dall'ideologia: si prendono acriticamente per buone le elucubrazioni dei pensatori atei e agnostici contemporanei e si vuole obbligare il pensiero cattolico ad adattarvisi, per non restare “fuori dalla storia”. E' un continuo volersi mettere al passo con i tempi, perché il cristianesimo non resti vecchio. E' l'ideologia: non è la realtà che comanda, ma le idee degli intellettuali.

La Tradizione parte invece dalla realtà.

La realtà di Dio che si rivela, che si fa conoscere, e la realtà dell'uomo, povero peccatore, che ha bisogno di una salvezza che non può darsi da sé. Sono il realismo e la semplicità cristiana. Quando uno accosta il mondo della Tradizione cattolica sente la bellezza di questa semplicità, di questo realismo. L'uomo semplice di cuore, non rovinato dall'orgoglio degli intellettuali da salotto, gusta questo realismo semplice che gli rende possibile affrontare l'esistenza e agire con efficacia. Sente che tutto torna chiaro nella vita.
L'orgoglio fa sragionare l'uomo; gli fa complicare la semplicità di Dio e gli fa perdere la via della salvezza. L'orgoglio, la superbia dell'intelligenza e del cuore, gli impedisce di ragionare, e gli fa complicare tutto... e “il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”.

Occorre però vigilare sempre.

Anche nella Tradizione può “rientrare” questa superbia che rovina tutto. La Tradizione va vissuta con semplicità e non con orgoglio. Tutto in essa va vissuto con un deciso realismo: la Messa di sempre va celebrata e assistita perché salva il mondo dall'abisso, non va vissuta invece come pura dimostrazione “politica” di una propria posizione contro la modernità. Un pellegrinaggio, vissuto tradizionalmente con la Messa di sempre, va fatto non come dimostrazione di forza, per far vedere che i conservatori sono più bravi dei modernisti nel fare queste cose, ma come urgente domanda di perdono e di grazia fatta al Signore per l'intercessione della Beata Vergine Maria e dei Santi. Così, ad esempio, abbiamo voluto vivere il secondo pellegrinaggio ad Oropa, che fa parte della grande novena di nove anni in attesa del centenario dell'Incoronazione della Madonna.
E' questione di vita o di morte: se si cade nell'inganno dell'ideologia, si porta la Tradizione su un binario morto. Si faranno, qua e là, delle manifestazioni tradizionali, forse anche solenni, ma queste non toccheranno i cuori, non comunicheranno veramente la grazia, non cambieranno la vita. Noi vogliamo restare dentro quel popolo semplice e grande che da secoli sta in ginocchio di fronte al Signore, sentendosi bisognoso di tutto. Un popolo umile, perché fatto di anime che domandano veramente perdono per i loro peccati. Un popolo coraggiosamente deciso, perché sulle verità di fede, sulla forma della Messa tradizionale, sulla dottrina cattolica non cede nemmeno di una virgola, perché queste sono date dal Signore per la nostra salvezza e non sono nostra proprietà.
L'intellettuale invece, che per conservatorismo, ama la Messa tradizionale, da un lato vuole momenti pubblici per affermare il suo gusto dell'antico, e nello stesso tempo diventa debole nella battaglia contro l'eresia per paura di restare escluso dal consesso pubblico di oggi o, peggio ancora, dalla vita pubblica della Chiesa: viene a patti con l'errore o le ambiguità della Chiesa ammodernata per il bisogno umano di vincere nel tempo – non si fida del Signore e vuole assicurarsi una vittoria che è tutta umana. Dobbiamo pregare molto, dobbiamo assistere molto alla Messa della Tradizione, se possibile quotidianamente, dobbiamo frequentare i Sacramenti, dobbiamo amare la dottrina cattolica, per restare realisticamente e umilmente attaccati al Signore. E il Signore darà la grazia, anche dopo la notte più oscura, anche dopo la più tremenda crisi della Chiesa.
Che la Beata Vergine ci conservi un cuore puro, e ci liberi dall'orgoglio intellettuale. Così sarà veramente Natale.


www.radicatinellafede.blogspot.it
 
 

lunedì 26 novembre 2012

eurofollie: no a croci e aureole-

Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole

La Slovacchia modifica l’immagine dei santi "per non offendere le altre religioni"

 
 
Niente aureole e croci troppo visibili... siamo europei. I santi Cirillo e Metodio, osannati nell'Europa orientale come da noi Pietro e Paolo, possono comparire sulla moneta unica, ma senza ostentare simboli religiosi.
Non è uno scherzo. Nel vecchio continente cristiano i burocrati di Bruxelles e qualche stato membro della Ue con manie laiciste hanno bocciato la moneta di 2 euro che la Slovacchia era pronta a coniare nel 2013. Bratislava, in occasione del 1150° anniversario della missione di Cirillo e Metodio, voleva dedicare il soldo unico ai santi.
La bozza iniziale prevedeva l'effige dei monaci, simbolo dell'Europa slava cristiana, con le aureole e l'abito talare ricoperto da grandi croci. Una copia dell'immagine che ci viene tramandata da secoli.
La puntigliosa Commissione europea ha detto «niet» chiedendo alla Slovacchia «di rimuovere i simboli religiosi» dalle monete, più precisamente «le aureole e le croci dai loro abiti». Lo ha rivelato la Banca nazionale di Bratislava, costretta a fare marcia indietro. Un cambiamento indispensabile per Bruxelles e qualche stato membro, non ben identificato, per riportare i 2 euro slovacchi «al principio del rispetto della diversità religiosa, come prescrive l'articolo 22 del Trattato sui diritti fondamentali dell'Ue».
Peccato che gli zelanti gnomi spirituali di Bruxelles non abbiano avuto nulla da obiettare per l'euro sloveno già in circolazione con il faccione di Franc Rozman, un generale di Tito, il maresciallo jugoslavo boia di italiani. L'alto ufficiale viene raffigurato con la bustina partigiana ed una grande stella a cinque punte, quella rossa dei comunisti.
Secondo la Conferenza Episcopale Slovacca «la rinuncia ai simboli essenziali delle immagini dei santi Constantino-Cirillo e Metodio sulle monete commemorative è una svolta culturale e una mancanza di rispetto per la propria storia». Cancellare le aureole dall'euro è «come togliere la croce alla cattedrale di San Martino a Bratislava» ha dichiarato l'europarlamentare popolare slovacca Anna Zaborska. La vicepresidente del parlamento di Bratislava, Erika Jurinova, ha definito «assurdo» il diktat di Bruxelles.
In Bulgaria la stampa locale ha ricordato che era stato il regime comunista a vietare le aureole nelle raffigurazioni dei santi Cirillo e Metodio.
La moneta epurata dagli zelanti burocrati europei vedrà comunque la luce il prossimo anno. I santi saranno senza aureola e con altri abiti, ma almeno si è riusciti a salvare la doppia croce del bastone pastorale, simbolo nazionale slovacco.
Lo smacco alle tradizioni cristiane europee è ancora più pesante tenendo conto che nel 1980 fu proprio Giovanni Paolo II a dichiarare i due santi copatroni dell'Europa elevandoli ad «Apostoli degli slavi». Nell'anno 862 i fratelli Costantino, detto Cirillo, e Metodio hanno tradotto per la prima volta i libri sacri cristiani nell'antica lingua slava. In seguito si spostarono nell'attuale Bulgaria e Macedonia dove si diffuse la scrittura cirillica.
La sacra storia di mezza Europa viene sacrificata sull'altare politicamente corretto della "neutralità religiosa" invocata da Bruxelles.
www.faustobiloslavo.eu
 
 

sabato 17 novembre 2012

tornano le condanne ... in Paraguay


Logge massoniche e sètte pericoli
per il Paraguay
 
ASUNCIÓN, 13. Ferma condanna alle logge massoniche e preoccupazione per il crescente numero delle sètte che rappresentano un pericolo non solo per il Paese, ma per il lavoro pastorale della Chiesa cattolica, sono state espresse dai vescovi del Paraguay durante la 196a assemblea plenaria ordinaria svoltasi nella capitale Asunción dal 5 al 9 novembre scorso. «La massoneria e le sètte – si legge nella carta pastorale a firma di monsignor Catalino Claudio Giménez Medina, vescovo di Caacupé e presidente della Conferenza episcopale del Paraguay (Cep) – sono ostacoli esterni per la nostra opera di evangelizzazione. In particolare, la massoneria, che non riconosce la divinità di Gesù Cristo, offre con l’inganno un’attrazione filosofica mista a filantropia che contraddice la fede cristiana. Per questo motivo – prosegue il documento dei vescovi – sosteniamo che nessun cattolico può far parte della massoneria».
Fra l’altro il fenomeno delle sètte sta penetrando anche nel sistema educativo del Paese. «Vi sono genitori cattolici – hanno ricordato i vescovi – che mandano i propri figli nelle scuole di chiese separate o gestite dalle sètte, con il rischio di esporre i figli alla perdita della fede cattolica».

Al riguardo i presuli hanno esortato i fedeli «a partecipare attivamente alla propria comunità cattolica e a non aderire alle sètte».
Il presidente della Conferenza episcopale, inoltre, ha espresso preoccupazione per «il basso numero di seminaristi in Paraguay, per la mancanza di sacerdoti che non soddisfano le necessità del Paese e per la diminuzione delle persone che si recano a messa anche se è aumentata la presenza di giovani».

I vescovi, durante l’assemblea plenaria ordinaria, hanno affrontato numerose questioni della realtà nazionale ed ecclesiale. Hanno valutato i rapporti e i programmi delle commissioni episcopali, come la commissione per la famiglia, quella della missione continentale permanente e le iniziative per l’Anno della fede. Una novità è l’esame dell’iter per la creazione dell’Accademia delle scienze per la vita e la famiglia. Infine, sono stati anche valutati i rapporti presentati dall’Università cattolica, dal Seminario maggiore nazionale e dall’Istituto superiore di teologia del Paraguay.

(Osservatore Romano 14-11-2012)

venerdì 16 novembre 2012

La Chiesa del Vaticano II: le luci si stanno spegnendo in tutta Europa


 
 
 1. A Vic (Catalogna, Spagna), i francescani si accingono a lasciare dopo 800 anni di presenza continua. Il 28 ottobre, una S. Messa Novus Ordo di addio per i francescani è stata celebrata nel Santuario della Madre di Dio.
2. A Dieburg (Assia, Germania), sono stati lasciati solo quattro cappuccini anziani, che se ne andranno in poche settimane e la provincia locale ha deciso di porre fine a 400 anni di presenza in città.
3. A Le Havre (Normandia, Francia), il convento grande e la grande cappella, che ospitava i francescani da  oltre un secolo, sta per essere demolita.  Gli ultimi due frati lasciato qualche mese fa, e la proprietà è stata venduta a degli investitori.
 4. E a Copenaghen, la Compagnia di Gesù, ha lasciato una chiesa parrocchiale, dopo 125 anni. Una volta c'erano più di 30 sacerdoti e fratelli laici, ed erano responsabili per le conversioni di diversi membri importanti della società danese. Ora c'è un sacerdote in pensione. 
5. I Gesuiti lasciano Torino, e l'antica chiesa dei SS. Martiri, per "mancanza di fedeli". A Torino la Compagnia di Gesù si congeda da Avventore, Ottavio e Solutore, i più antichi patroni della città, a cui è dedicata la chiesa cinquecentesca di via Garibaldi, la casa madre dei Gesuiti. E’ il rettore, padre Giuseppe Giordano, ad annunciare la triste novella. Fra neanche un anno, il 31 luglio 2013 ironia della sorte: in quella data si celebra Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù -, i sigilli saranno apposti al capolavoro barocco.

 
notizie tratte da: http://rorate-caeli.blogspot.com/2012/11/the-church-of-vatican-ii-lamps-are.html e da altre fonti

e intanto qualcuno gode.....
 
E il rabbino mormorò: passi lo straniero (islamico)12/1172012 - Efrati ritiene che il processo di islamizzazione presente in Europa e la conseguente perdita di identità religiosa possa essere motivo di gioia per il mondo ebraico. “Gli ebrei – afferma incautamente Rabbi Baruch Efrati nel quotidiano israeliano Yedioth Aharonot – dovrebbero rallegrarsi che l'Europa cristiana stia perdendo la sua identità, una punizione per quello che hanno fatto per centinaia di anni trascorsi in esilio (…). Non riusciremo mai a perdonare i cristiani d'Europa per l'omicidio di milioni di nostri bambini, donne e anziani (...), non solo durante l'Olocausto recente, ma per generazioni di ipocrisia cristiana”. Un’analisi ingiusta e feroce contro il Cristianesimo, che gli avvenimenti della storia smentiscono clamorosamente dicendo piuttosto tutto il contrario. Una voce – quella di Baruch Efrati – che accoglie l’islamizzazione (a suo parere positiva dal punto di vista etico e teologico) come una risposta divina ad un Cristianesimo che il rabbino considera “ipocrita, apparentemente puro, ma è essenzialmente corrotto”. (...)http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/rabbino-israele-islam-cristianesimo-19687/ <http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/rabbino-israele-islam-cristianesimo-19687/>
 

"noi sappiamo bene che la soluzione verrà dal Buon Dio e si può anche dire per mezzo della Santa Vergine" (Mons. Bernard Fellay)

Omelia di Mons. Bernard Fellay pronunciata l'11 novembre 2012 a Parigi
nel corso della S. Messa celebrata nella chiesa di
Saint Nicolas du Chardonnet
dove parla della situazione della Fraternità negli ultimi mesi


L'omelia è stata pubblicata sul sito ufficiale della Fraternità in Francia
La Porte Latine

La traduzione, l'impaginazione e i neretti sono del sito: http://www.unavox.it/Documenti/Doc0459_Fellay_Omelia_11.11.2012.html
da cui abbiamo tratto il testo e che ringraziamo


Presentazione di La Porte Latine

L'11 novembre 2012, Mons. Bernard Fellay ha celebrato la Messa nella chiesa di Saint-Nicolas du Chardonnet, a Parigi.
Nel corso di un'omelia forte e chiara, è ritornato su questi mesi di sofferenze, di confusioni e di tormenti tra noi, e ha dichiarato che noi ci troviamo allo stesso punto di Mons. Lefebvre nel 1974, e ha posto l'interrogativo di sapere dov'è che Roma veda la continuità nel concilio Vaticano II. Dove? Ad Assisi?, Nel bacio del corano?



Caro Superiore del Distretto, cari Reverendi, carissimi fedeli,

Abbiamo appena ascoltato, nel Vangelo, la parabola della zizzania; misteriosa, proprio misteriosa questa realtà della zizzania. È Nostro Signore che ce la insegna. E che ci dice che il Regno di Dio – quand’Egli parla del Regno di Dio è innanzi tutto e prima di tutto la Chiesa – è paragonabile ad un campo, e il Padrone, il Padrone è Dio, ed Egli fa solo del bene, e pianta solo del buon grano. Così fa Dio. La sua grazia, la sua bontà. Poi questo mistero si può estendere molto più in là che la sola Chiesa, al mondo intero. E Dio è anche il Padrone di tutto questo mondo, ed ecco che tutt’a un tratto, in mezzo a questa azione benefica, benevola – noi sappiamo che Dio è il Padrone di tutto – ecco che tutt’a un tratto compare la zizzania, l’erba cattiva, il male.

Stupore, stupore degli Angeli, stupore di questi operai del campo: «Ma, Signore, non avete piantato solo del buon grano?». Risponde il Padrone: «È il Nemico che ha fatto questo».
Questa risposta, com’è formulata qui, potrebbe lasciar supporre che il Buon Dio non può farci niente. Comprendiamo bene, non è il Buon Dio che l’ha fatto… Certo, ma Egli rimane il Padrone!
Il mistero diventa ancora più grande. Dio lo permette. Egli avrebbe potuto impedire quest’erba cattiva. Egli lo permette. Egli permette che questo Nemico, il Demonio, pianti quest’erba cattiva. Egli permette che noi stessi – perché Egli ci ha fatti liberi – possiamo decadere, fare del male. Egli non lo vuole. Egli vuole solo del buon grano.

Ma ecco, ecco nella nostra storia, nella storia della Chiesa: il male, la sofferenza, la zizzania; e nel mondo: lo scandalo, lo scandalo di tante e tante persone. Ma lo scandalo va ancora più in là. Ed ecco che questi Angeli, ministri di Dio, potenti, forti, che vogliono solo il bene, si offrono per estirpare quest’erba cattiva, per strapparla… finirla, finirla con questo male. E il Padrone dice: «no, no, bisogna lasciarla, bisogna lasciare questa mala erba!».

È questo il mistero che riscontriamo nella Chiesa, la Chiesa che d’ora in avanti deve dirsi militante, bisogna combattere, vi sarà una battaglia fuori e anche dentro. E fino alla fine.
E tuttavia, tuttavia è proprio il Padrone – l’avete sentito nell’Epistola – che ci dice che prima di tutto è l’amore, l’amore è l’unione, è Lui che ha detto che questo segno sarà il segno stesso dell’autenticità della Chiesa, questa unione dei membri.
Ed anche San Paolo ci dice questa parola terribile, ma che corrisponde al senso di questa parabola della zizzania: «Oportet heraeses esse». Bisogna che ci sa la divisione. La cosa è contraddittoria.
Ed è Nostro Signore che spiega ai Suoi Angeli che levarla, levare queste male erbe, farà più male che bene. E dunque bisogna lasciarle.
Questo non vuole assolutamente dire che Dio tutt’a un tratto non sarebbe più il Padrone di tutte le cose. Oh, no! E d’altronde Egli l’annuncia questa padronanza, dicendo che al momento del raccolto si farà la distinzione. A quel punto, l’erba cattiva verrà bruciata, separata dal buon grano.
Quelli che fanno il male, che pensano di farlo impunemente perché non vedono la punizione immediata, che stiano attenti! Dio resta Dio.
E viene il giorno in cui Egli manifesta la Sua Sovranità. Con Dio non si scherza. È la sacra Scrittura che ce lo dice, ed è evidente, lo si sa.

Ma ecco, vi è questo mistero del Buon Dio che permette quaggiù, a causa del peccato, a causa delle conseguenze del peccato, ebbene, noi dobbiamo batterci.

E questo mistero ci ha toccati un po’ più intimamente in questi ultimi mesi. Noi l’abbiamo visto fin nella nostra cara Fraternità: una confusione, una mala erba, una zizzania, un disordine. Dio l’ha permesso, come lo permette nella Chiesa, come lo permette, si può dire, in ogni società. È un grande mistero del Buon Dio.

E si sa anche di un altro modo, ma che si equivale, ritorna sempre in qualche modo alla stessa cosa, Nostro Signore dice ai Suoi Apostoli, se un ramo non porta frutto, ebbene, il contadino lo taglia. E continua dicendo, ma anche quelli che portano buon frutto saranno tagliati… affinché portino altro frutto.
Grande mistero! Grande mistero quest’annuncio di sofferenze che, nel piano di Dio, ebbene, sono necessarie, e che noi comprendiamo così male.

Ogni volta che facciamo del bene, ogni volta che facciamo uno sforzo verso il bene e che riusciamo in questo sforzo verso il bene, automaticamente ci aspettiamo dal Buon Dio uno sguardo benevolo, una bontà, dunque qualcosa che ci faccia del bene. E quando il Buon Dio risponde con un colpo, non si capisce più. E tuttavia, tuttavia questo non è un colpo cattivo, è un colpo, certo. Tagliare un ramo, non è cosa che fa bene. E tuttavia… Affinché esso porti più frutto… Grande mistero!

Voglio guardare con voi, molto brevemente, a questi mesi che hanno causato non poche sofferenze, per trarne qualche lezione; anche al fine di poterci ritrovare, se è necessario. Voi sapete che questi tempi di disordine – sì, parlo delle nostre relazioni con Roma e di ciò che ha prodotto delle reazioni tra noi, come una delle conseguenze dolorose, la perdita di uno dei nostri vescovi… che non è cosa da poco! E qui tengo a precisare e a confermare che non è stato il problema delle nostre relazioni con Roma ad essere la causa di questa partenza. Questa è stata l’occasione, la conclusione di un problema che durava da tanto tanto tempo. Un problema di disciplina interna alla Fraternità. Che alla fine si è manifestato con una sorta di ribellione aperta contro l’autorità, diciamo con un falso pretesto.

Provo a spiegarvi un po’ di più. Cos’è successo in tutti questi mesi? Dove si trova la causa di tutti questi trambusti! Penso che essa è molteplice, ma la base, la base è una contraddizione a Roma. Contraddizione che avevamo constatato, che avevamo già spiegata fin da almeno il 2009.

Contraddizione che, direttamente per noi, si manifesta nelle decisioni, nelle dichiarazioni della stessa autorità, cioè della Santa Sede, ma che vengono da persone diverse della Santa Sede, e sono dichiarazioni diverse, opposte e anche contraddittorie. E ci sembra che questo si verifica perché a Roma, le persone che sono là hanno delle posizioni divergenti, anche in rapporto alla crisi, e poi in rapporto a noi. E d’altra parte, si vede proprio che a Roma vi è un frazionamento nell’esercizio dell’autorità.
Da cui una difficoltà che esiste già da diversi mesi, da diversi anni, circa il comprendere cosa voglia veramente il capo, cioè il Santo Padre, il Sommo Pontefice. In linea di principio, ciò che si chiama la Santa Sede, il Vaticano, è nelle sue mani. Non si fa distinzione tra la Santa Sede e il Papa. Quando diciamo Roma, parliamo di questo insieme, di questa autorità nella Chiesa. È così che dovrebbe essere. Ma nella realtà, si vede, l’abbiamo constatato più di una volta, quello che chiamiamo sabotaggi dell’autorità, in particolare quando le decisioni sono state prese a favore della Tradizione.
Uno dei più manifesti è relativo alla Messa. E questa volta questa opposizione non è solo a Roma, ma un po’ dappertutto nelle diocesi, si vede questo sabotaggio dei vescovi che ostacolano, che impediscono ai sacerdoti e ai fedeli di accedere alla Messa di sempre.

In questo clima, noi abbiamo avuto delle discussioni, dei colloqui dottrinali che sono finiti in niente. In una constatazione di non-intesa.
Nondimeno, dopo questi colloqui – cosa che per noi è stata causa di grande stupore, di sorpresa – la Santa Sede fa una proposta di soluzione canonica. E mentre da un lato – dal canale ufficiale della Congregazione della Fede e della Commissione Ecclesia Dei – ci vengono consegnati dei documenti da firmare o da discutere, entrambe le cose… contemporaneamente riceviamo da delle persone che lavorano negli stessi ambienti, negli stessi uffici Ecclesia Dei o tramite un cardinale, un messaggio che differisce dalla linea ufficiale.
Fra poco il Papa riconoscerà la Fraternità come ha fatto per le scomuniche, senza contropartita da parte della Fraternità. La cosa evidentemente pone molti problemi in una situazione del genere, ma essa non corrisponde affatto al testo che ci si propone.
In seguito, queste stesse persone ci diranno: “ma questi testi che vi propongono non corrispondono a quello che vuole il Papa”.
E questo doppio messaggio dura per dei mesi.

Ai messaggi ufficiali, in cui ci si chiede di accettare quello che nei colloqui è stato dichiarato come non accettabile da parte nostra, la nostra risposta è no, non si può – ebbene, mentre noi riceviamo queste risposte ufficiali, continuano questi messaggi… bisogna dirlo, di benevolenza, e ci è impossibile mettere in dubbio la loro origine. E l’origine è ben in alto.

Vi ripeto alcune di queste frasi:
che la Fraternità sappia che risolvere i problemi della Fraternità è al cuore delle mie preoccupazioni”, oppure “è una priorità del mio pontificato”. Questo con l’intenzione di risolvere il problema.

Quanto ai mezzi, altre frasi del genere:
vi sono dei nemici a Roma che sabotano tutte le iniziative del Papa a favore di una restaurazione”; oppure: “Che Mons. Fellay non si inquieti, dopo questo riconoscimento egli potrà continuare ad attaccare tutti i punti come prima”. O ancora più forte: “Il Papa è al di sopra della Congregazione della Fede. Se la Congregazione della Fede prende una decisione contraria alla Fraternità, ebbene, il Papa interverrà per cassare tale decisione”.

Potevamo ignorare totalmente questa seconda linea?
Bisognava necessariamente verificarla, verificare la sua autenticità, la sua veridicità.
Ma era strettamente impossibile parlarne, comunicarla. Perché questo avrebbe reso le cose ancora più complicate.

Alla fine, si può dire a partire dal mese di maggio, le cose hanno incominciato a chiarirsi, e nel mese di giugno, si è giunti infine alla chiarezza. Perché?
Perché io finisco con l’unire, per così dire, questi due canali, scrivendo.
E scrivo al Papa dicendogli che per un momento, visto che Lei conosce la nostra opposizione al Concilio e visto che nondimeno Lei vuole riconoscerci, io ne avevo dedotto che era disposto a mettere da parte o a rimandare a più tardi questi problemi del Concilio. Tra l’altro, questo vorrebbe dire degradare il Concilio, renderlo soggetto a opinioni, a discussioni – poiché si è parlato di discussioni possibili, perfino legittime. Dunque, io ho pensato che, visto che Lei fa questo gesto verso di noi, malgrado il problema, vuol dire che Lei stima più importante dichiarare cattolica la Fraternità piuttosto che mantenere ad ogni costo questo Concilio, ma quando alla fine io vedo che Lei stesso sembra imporre il Concilio, devo dedurne che mi sono sbagliato. Allora, ci dica, per favore, cos’è che Lei vuole veramente.
E ho ricevuto una risposta, una lettera, una risposta scritta, datata 30 giugno.
E in questa lettera del 30 giugno è detto che è lui stesso, il Papa, che è intervenuto per obbligare all’accettazione del Concilio, per reintrodurre nel testo tutto quello che io avevo tolto e che non potevamo firmare, e che così è stato rimesso. Ed egli continua dicendo che per arrivare ad un riconoscimento giuridico vi sono tre condizioni. Tre cose da accettare da parte della Fraternità.
Accettare che “il magistero è il giudice della Tradizione apostolica”, vale a dire che è il magistero che ci dice ciò che appartiene alla Tradizione. Questo è di fede. È evidente che, visto il contesto, egli utilizza questo per obbligarci ad accettare le novità.
E soprattutto, ci ha chiesto di accettare che “il Concilio fa parte integrante di questa Tradizione”. Cosa che vuol dire che il Concilio sarebbe la Tradizione, tradizionale.
È da quarant’anni che si dice il contrario, non per nostro piacere, ma secondo questa parola che si può dire consacrata, che si ritrova tantissime volte nella bocca del nostro venerato fondatore: siamo obbligati a constatare, sono i fatti che ci dimostrano che questo Concilio ha avuto la volontà, ha voluto, non chissà quale novità, non una novità superficiale, ma una novità profonda e logicamente in opposizione, in contraddizione con ciò che la Chiesa aveva insegnato e perfino condannato.
Non è per il nostro piccolo piacere che noi ci troviamo in questa battaglia da tantissimi anni. Contro queste novità, queste riforme conciliari che demoliscono la Chiesa e la riducono in rovina. Ed ecco che ci si dice che la condizione da accettare è che “il Concilio fa parte integrante della Tradizione”.
E ancora un’altra condizione, quella che riguarda la Messa. Dobbiamo accettare la validità della nuova Messa, non solo la validità, ma anche la liceità. Si parla di validità quando si tratta della cosa in sé, una Messa celebrata validamente significa che il Signore è là. Non riguarda le circostanze nelle quali essa è celebrata. Anche una Messa nera può essere valida. È terribile, è un sacrilegio terribile, ma è così, vi sono dei preti, sì, dei preti che consacrano quella che si chiama una Messa nera. Ebbene, essa è valida. E voi capite che prendendo quest’esempio scioccante, si capisce che questo non è permesso, che non è lecito perché è malvagio. Ebbene, lecito vuol dire permesso perché è buono. E noi abbiamo constatato le devastazioni di questa nuova Messa, abbiamo constatato com’è stata fatta, a quale scopo è stata fatta, per l’ecumenismo. E ne vediamo i risultati: la perdita della fede, le chiese svuotate; e diciamo: è malvagia. È questo che ho risposto a Roma. D’abitudine, noi non parliamo neanche di liceità, diciamo semplicemente che essa è malvagia. Questo basta.

Ecco, miei cari fratelli, la situazione. Ed ecco perché è evidente che dal mese di giugno – l’abbiamo annunciato alle ordinazioni – le cose sono bloccate. È un ritorno al punto di partenza. Noi ci troviamo esattamente allo stesso punto di Mons. Lefebvre negli anni 1975, 1974. E dunque la nostra battaglia continua. Noi non abbandoniamo l’idea di riguadagnare un giorno la Chiesa, di riconquistare la Chiesa alla Tradizione. La Tradizione è il suo tesoro, il tesoro della Chiesa. Ebbene, noi continuiamo, in attesa del giorno felice… che verrà. Quando? Non ne sappiamo niente. Lo vedremo. Esso sta nel segreto del Buon Dio. Verrà questo giorno in cui la zizzania sarà estirpata, questo male che fa soffrire la Chiesa. Quella che noi viviamo è probabilmente la crisi più spaventosa che la Chiesa abbia mai sofferto. Dove si vedono i vescovi, i cardinali, che non conducono più le anime al Cielo, ma che benedicono le vie dell’Inferno. Che non avvertono più le anime dei pericoli che esse corrono qui sulla terra. Che non le richiamano più allo scopo della loro esistenza… lo scopo, che è il Buon Dio., che è l’andare in Cielo. E che non vi sono trentasei cammini per andarci, ma solo il cammino della penitenza, il cammino della rinuncia. Non tutto è permesso. Vi sono i Comandamenti del Buon Dio. E se non li si vuole rispettare, ci si prepara per l’Inferno. Quante volte ascoltiamo queste parole dalla bocca di un vescovo? Quanti vescovi probabilmente non le avranno mai pronunciate? Noi conosciamo dei seminaristi, moderni, che sono arrivati alla fine del loro seminario e che ci hanno detto: “Non abbiamo mai sentite queste parole in seminario!” Eppure, è la conseguenza diretta del peccato.

La nostra vita sulla terra, ebbene, è una prova. Noi dobbiamo dimostrare al Buon Dio che Lo scegliamo, Lui, e che dunque rinunciamo ai nostri amori, all’amore per le cose della terra, che noi preferiamo Lui. Molto semplicemente, bisogna… Non bisogna scoraggiarsi al cospetto di questa zizzania. Questa può essere una reazione di fronte a questo male che è dappertutto, che invade tutto, e sempre di più. Potrebbe essere una reazione, ma una reazione troppo umana, troppo umana.

Nella Colletta di oggi, la Chiesa ci dice che essa si appoggia solo alla grazia, per tutto ciò di cui abbiamo bisogno, per tutta la nostra battaglia. Volersi appoggiare sulle proprie forze, allora sì, questo può facilmente condurre allo scoraggiamento. La nostra forza consiste… è ciò che diciamo tutti i giorni; Adiutorium nostrum in nomine Domini, il nostro aiuto e dunque la nostra forza è nel nome del Signore. È solo sul Buon Dio che bisogna contare. E noi sappiamo bene che se il Buon Dio permette le prove perché è Lui il Maestro, mai Egli permette una qualche prova per noi senza darci la grazia, la grazia proporzionata, per trionfare. Queste parole, bisogna prenderle come sono, e per vere.
Tutto coopera al bene di coloro che amano Dio.
Tutto, e certo innanzi tutto le prove. Tutto coopera al bene.

E dunque, se abbiamo delle prove, non lasciamoci scoraggiare. Raddoppiamo le nostre preghiere. Volgiamo lo sguardo verso il Buon Dio. Facciamo qualche sforzo, qualche sacrificio, e contiamo sulla Sua grazia.
La Chiesa ci ha sempre detto che vi è uno sguardo, che vi è un pensiero, che è la soluzione di ogni problema, che ci darà questa forza, il coraggio, quale che sia il nostro stato, ebbene, è lo sguardo su Gesù crocifisso, sul Crocifisso, su Gesù che è sul punto di morire sulla Croce per noi, per amore nostro. Egli avrebbe potuto benissimo lasciarci cadere. Egli è Dio. Infinitamente al di sopra delle Sue creature. Delle creature che Lo hanno offeso, in maniera talmente ingrata. Ebbene, cos’è che ha fatto? Invece di lasciare le cose così, Egli è venuto a riparare. Egli si è fatto uomo, in un annientamento indicibile. Nella Sua Passione, Egli prende i nostri peccati su di Sé, li porta, paga in nostra vece. Egli prende su di Sé il castigo che meritiamo noi per i nostri peccati.
Questo è l’amore di Gesù per noi, e noi, noi avremmo un dubbio? Avremmo un dubbio sul fatto che Egli ci voglia soccorrere, che Egli voglia aiutarci? Recuperiamo i nostri spiriti. Riprendiamo la fede. Ed anche se Egli si è nascosto, se raddoppia la prova, non fa niente, Egli è il Maestro assoluto di tutte le cose. Egli è capace di salvarci nella situazione della Chiesa attuale, come nel migliore dei tempi. E questo mistero arriva così lontano, miei carissimi fratelli, che questo potere, questa potenza di santità, di santificazione, ancora oggi risiede in questa Chiesa che noi vediamo a terra. Se noi abbiamo la fede, è in questa Chiesa, se noi riceviamo la grazia del battesimo fino all’ultimo sacramento, è in e per questa Chiesa. Questa Chiesa che non è un’idea, che è reale, che è di fronte a noi, che si chiama Chiesa cattolica e romana, la Chiesa col suo Papa, con i suoi vescovi, che possono essere anche debilitati – direi anche deboli -, ma non fa niente, il Buon Dio non lascia cadere la Sua Chiesa.
Ma a noi spetta di non lasciarci confondere, di non dire che… siccome c’è assistenza del Buon Dio, tutto va bene!
Certo che no, lo vedete, è il problema che abbiamo con Roma nelle nostre discussioni.
Glielo diciamo… c’è un problema e questo problema viene chiaramente dal Concilio e dai suoi derivati. E ci si risponde… è impossibile. No. Non ci sono problemi. Non possono esserci dei problemi perché la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo. Dunque la Chiesa non può fare nulla di malvagio. Non è possibile. E dunque il Concilio dev’essere buono. Per forza. E dunque, quello che voi dite, non vale. Vi è qualche abuso, qui o là, ma questo non conta. La nuova Messa è stata fatta dalla Chiesa. La Chiesa è assistita. È necessariamente buona, e voi non avete il diritto di dire che la nuova Messa è malvagia.

Ecco cosa abbiamo di fronte. E noi rispondiamo: noi accettiamo la fede fino al più piccolo iota, anche la fede nella Chiesa, e nelle sue prerogative, e nell’assistenza dello Spirito Santo. Tuttavia, è parimenti vero che noi accettiamo la realtà. Non stiamo per negare la realtà. E sappiamo bene che tra le due cose non v’è contraddizione. E che verrà il giorno che ci sarà una spiegazione, anche se oggi non c’è.

Questo è il mistero della Croce, Gesù sulla Croce, la fede ci obbliga a professare che Egli è Dio, che è Onnipotente, che è Eterno, immortale, Egli non può morire, non può soffrire. Dio è infinitamente perfetto, è impossibile che Dio soffra. E Gesù, sulla Croce, è Dio. Tutto questo ce lo dice la fede. E noi siamo obbligati ad accettarlo, totalmente. Senza alcuna diminuzione.
Ma al tempo stesso, l’esperienza umana ci dice che questo Gesù soffre, e anche muore. Ai piedi della Croce, sono nella verità quelli che mantengono le due cose, anche se sembrano contraddittorie.
E si può dire che questo problema si intravede attraverso tutta la storia della Chiesa: la grande maggioranza si arresta a ciò che dice la conoscenza umana, e finisce col concludere che dunque non è Dio. Egli è veramente morto. È morto e sotterrato. Finito. E la gran parte dei nemici della Chiesa, degli atei, degli eretici e dei modernisti che si nascondono nella Chiesa, fanno credere che hanno la fede e invece non ce l’hanno. Si distinguerà abilmente un Cristo della storia, il Cristo reale, che dicono che è morto e non è mai risuscitato, dal cosiddetto Cristo della fede, quello a cui la Chiesa ci obbligherebbe a credere, e per il quale si sarebbe inventata una risurrezione.
È tutto falso. Non è giusto. Egli è veramente risuscitato.
E figuratevi che ve ne sono di altri, un’altra eresia degli inizi, che insistono nel dire, sì, ma sì Egli è Dio. Dunque questa morte, queste sofferenze, sono solo delle apparenze. Egli non è veramente morto. Si trova anche questo errore, meno diffuso.

Ebbene, oggi si presenta lo stesso problema. In rapporto alla Chiesa vi è lo stesso problema. Se si vuole rimanere nella verità, bisogna guardare questi due dati, i dati della fede e anche i dati della constatazione della ragione.
Questo Concilio ha voluto mettersi in armonia col mondo. Esso ha fatto rientrare il mondo nella Chiesa e oggi abbiamo il disastro. E tutte queste riforme che sono state fatte a partire dal Concilio, sono state fatte dalle autorità per questo.
Oggi ci si parla di continuità, ma dov’è? Ad Assisi? Nel bacio del Corano? Nella soppressione degli Stati cattolici? Dov’è questa continuità?
E dunque, molto semplicemente noi continuiamo. miei carissimi fratelli, noi continuiamo senza cambiare niente, fino a quando il Buon Dio vorrà, com’Egli fa…
Certo, questo non vuol dire che bisogna restare inattivi, tutti i giorni bisogna… noi abbiamo questo dovere di guadagnare le anime.
E noi sappiamo bene che la soluzione verrà dal Buon Dio e si può anche dire per mezzo della Santa Vergine.
Lo si può dire, è un’evidenza dei nostri tempi, significata da queste apparizioni, belle, magnifiche: la Madonna de La Salette, la Madonna di Fatima, che annunciano quest’epoca, dolorosa, terribile. Roma diventerà la sede dell’Anticristo, Roma perderà la fede… è questo che è stato detto a La Salette. La Chiesa sarà eclissata. Queste non sono parole da poco. Si ha veramente l’impressione che è oggi che si vede tutto questo.
Non bisogna agitarsi. È terrificante, certo, e allora bisogna ancor più rifugiarsi presso la Santa Vergine, presso il Suo Cuore Immacolato. È il messaggio di Fatima: Dio vuole dare al mondo questa devozione al Cuore Immacolato di Maria. E questo non è per niente!

Chiediamo in tutte le nostre preghiere, in ogni Messa, questa grazia della fedeltà, di non cedere in niente, costi quel che costi. E che il Buon Dio ci protegga e ci guidi, fino in Cielo.
Così sia.

In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e così sia.


giovedì 15 novembre 2012

Magia, occultismo e paganesimo: la deriva di una società che ha rifiutato Dio


L'Associazione Giovani e Tradizione organizza per
sabato 17 novembre p.v., ore 18.30
presso la chiesa di S. Antonio di Padova in Acireale, una conferenza dal titolo:
Magia, occultismo e paganesimo: la deriva di una società che ha rifiutato Dio
Relatori:
prof. Tullio di Fiore (GRIS Sicilia)
don Antonio Ucciardo

Sarà una buona occasione per riflettere su dei fenomeni che continuano ad essere triestemente presenti nella nostra società, con forme sempre diverse.
Per maggiori dettagli: 330792501 - info@giovanietradizione.org - www.giovanietradizione.org
 P.S.: La chiesa di S. Antonio di Padova si trova in via Vittorio Emanuele II n. 144, a pochi passi dalla Basilica di S. Sebastiano e dal Duomo di Acireale

martedì 13 novembre 2012

"portando la grande Messa della Tradizione, la Messa di sempre, ai piedi della Madonna d'Oropa" (D. Alberto Secci)....

 
 
 
....si è svolto il secondo Pellegrinaggio della Tradizione alla Madonna di Oropa. Sabato 10 novembre 2012. Organizzato dalla chiesa di Vocogno e dalla cappella dell'Ospedale di Domodossola (Provincia di Verbania, diocesi di Novara) dove si celebra la Santa Messa in rito antico. Proponiamo l'omelia di don Alberto Secci durante la Santa Messa solenne nella Basilica nuova di Oropa.