mercoledì 23 settembre 2015

un punto di svolta decisivo

"Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.
Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità.
Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta.

Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi.
E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la SPERANZA.

Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra consapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso"

Alasdair MacIntyr, Dopo la virtù, 1980

venerdì 18 settembre 2015

contro il nuovo nazismo

Tra incudine e martello
 
Chi in questo tempo viene battuta tra martello ed incudine è la nostra gioventù, quella in crescita, non
ancora matura, che è ancora malleabile, tenera. Noi non la possiamo sottrarre ai colpi del martello del paganesimo, dell’ostilità al cristianesimo, ai falsi insegnamenti e costumi.

Cosa viene loro insegnato ed imposto nelle riunioni serali e nelle ore di servizio presso quelle associazioni giovanili, alle quali, come si dice, hanno aderito spontaneamente con il consenso dei loro genitori? Che cosa vengono ad apprendere nelle scuole, che oggi i bambini, senza tener conto della volontà dei genitori, sono costretti a frequentare? Che cosa leggono nei nuovi libri di scuola? Fatevi mostrare, genitori cristiani, i libri, specialmente quelli di storia delle scuole superiori! Sarete atterriti con quale noncuranza della verità storica in essi si cerca di inculcare nei bambini inesperti la diffidenza verso il Cristianesimo e la Chiesa, si cerca di riempirli di odio contro la fede cristiana.

[...] Genitori cristiani, voi dovete occuparvi di tutto ciò, altrimenti trascurate i vostri sacri doveri, altrimenti non potrete reggere dinanzi alla vostra coscienza ed a Colui che vi ha affidato i bambini, affinché li guidiate verso il cielo. Noi siamo l’incudine, non il martello. Voi non potete sottrarre i vostri figli ai colpi martellanti dell’ostilità alla fede e alla Chiesa. Ma anche l’incudine partecipa alla forma. Fate che la vostra casa paterna, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra esemplare vita cristiana siano l’incudine forte, resistente, solida ed incrollabile, che accoglie la veemenza dei colpi nemici, che rinvigorisce e consolida sempre di più le forze ancora deboli della gioventù nella santa volontà di non farsi sviare dal cammino verso Dio. Chi in questo tempo è
battuto, siamo, quasi senza eccezioni, tutti noi.

Cardinale Von Galen,
Vescovo di Munster nel 1941, riferendosi al sistema educativo nazista.

giovedì 17 settembre 2015

Eresia ed Avarizia

  di P. Giovanni Cavalcoli, OP
                                 Laddove un governo o una politica sono attenti alla verità sull’uomo, facilmente troviamo l’armonia con la dottrina della fede e la comunione ecclesiale; dove invece essi mirano ad arraffare,  alla prepotenza o alla dittatura, troviamo lo spregio simultaneo delle esigenze della giustizia e della verità di  fede. L’ingiustizia e l’eresia vanno sempre di pari passo

Dante e Virgilio incontrano gli avari

 
L’ideologia del liberalismo e dell’illuminismo ci ha abituati ormai da tre secoli ad un falso quanto ostinato stereotipo dell’eretico inteso come genio incompreso, profeta di progresso, uomo  disinteressato e martire del libero pensiero, dalla vita austera ed esemplare, perseguitato o represso dall’oscurantistico, arcigno e retrivo strapotere della Chiesa Romana.
Meno male – così alcuni pensano – che col Concilio Ecumenico Vaticano II la Chiesa non ha più lo sguardo torvo e schifiltoso, ha smesso di parlare di “eresie”, di mitragliare a tutto campo, si è aggiornata e si é fiduciosamente, gioiosamente ed amorevolmente aperta al mondo moderno in un dialogo dalla ricchezza inesauribile.
In realtà l’eretico, almeno nella concezione cattolica, è un battezzato che rinnega volontariamente, per superbia, uno o più dogmi della fede cattolica, ossia le interpretazioni della divina rivelazione proposte a credere ai fedeli da parte della Chiesa, e si adopera astutamente a far valere la sua idea, senza badare all’onestà dei mezzi e dei fini, con grave danno per le anime.
L’eresia non è un innocuo “delitto di opinione”, come credono i soloni del liberalismo, ma un delitto contro la verità e la coscienza di fede, che non sono affatto un’opinione, ma sono verità sacra, oggettiva, universale, immutabile, assolutamente certa e vincolante in coscienza, almeno per il credente, in quanto fondata non su di un’autorità umana o su contingenti circostanze storiche, ma sulla stessa autorità divina di Cristo, che si è rivelato alla sua Chiesa incaricandola di trasmettere a tutto il mondo tale verità al fine di garantirgli il cammino della salvezza. La Chiesa, infallibile soltanto nell’annuncio del Vangelo, ha sempre poi lasciato la massima libertà di opinione, anche in teologia, in quel campo che non mettesse in pericolo i valori della fede e della morale.
L’eresia concerne evidentemente l’esercizio dell’intelligenza, poiché è questione di verità ed è l’intelletto che ha per oggetto la verità. Tuttavia nella vita umana la volontà, la prassi e quindi gli interessi economici interagiscono con gli interessi intellettuali e conoscitivi secondo una reciproca influenza che può recar beneficio ma anche danno sia alle idee che al comportamento. Il modo e i contenuti del pensiero certamente influiscono sull’azione, ma anche le inclinazioni, gli affetti, i bisogni e gli interessi pratici e materiali influiscono sulle dottrine, sulle credenze e sul sapere.
E come la virtù intellettuale facilmente va d’accordo con la virtù morale, così il vizio del pensiero facilmente si sposa col vizio morale. Per questo, ponendosi eresia ed avarizia sul piano del vizio – vizio del pensiero e vizio dell’azione – è facile trovare un nesso, anche se non sempre in tutti i casi, tra l’eretico e lo schiavo di Mammona.
L’eresia, come ho detto, è causata direttamente e propriamente  dalla superbia, per la quale il soggetto si ritiene in grado o in dovere di notare di falso la dottrina della Chiesa, quasi che, grazie ad un contatto diretto con Dio, sia a conoscenza della divina rivelazione meglio della Chiesa stessa o sappia meglio interpretare Bibbia e Tradizione, e in forza di questa superiore conoscenza, si ritenga capace di correggere la Chiesa rifiutando il suo insegnamento.
Ma la superbia a sua volta è strettamente legata ad uno smodato bisogno di potenza, di dominio, di godimento e di possesso, ad un idolatrico attaccamento al mondo, ad un’esagerata cura dei propri interessi e della propria immagine, alla tendenza a sfruttare gli altri a proprio vantaggio, ad una puntigliosa, stizzosa e vendicativa difesa del proprio io, ad una profonda inquietudine polemica, ad un bisogno narcisistico ed insaziabile di emergere, di esibizionismo e affermazione dell’io, il quale esplicitamente o implicitamente, ritenendosi l’unica ed l’assoluta “autocoscienza”, rifiuta di sottomettersi a Dio o identificandosi con Dio (panteismo) o sostituendosi a Lui (ateismo).
L’eretico, quindi, in vista di assicurare al suo io il primato sull’essere, facilmente è soggetto al vizio dell’avarizia, ossia a quella ricerca di potere e di possesso economico o per conto proprio o per mezzo di altri, che gli consente di esercitare concretamente e materialmente sugli altri quel dominio e quella sopraffazione che sono l’effetto immediato della superbia nel campo dei rapporti col prossimo.
I contenuti stessi dell’eresia, al di là di progetti falsamente spiritualistici o materialistici in modo aperto ed esplicito, propongono una visione della vita umana chiusa in prospettive meramente terrene per non dire economiche ed esaltano il possesso e il godimento delle ricchezze come ideale supremo della vita umana, incuranti del bene comune e delle esigenze della giustizia e della solidarietà sociali. Sotto questo profilo l’eretico o trae dalle sue idee un profitto economico personale o agisce a servizio di forze economiche o si serve di queste forze che si muovono nel senso delle sue idee ereticali.
L’eresia è una menzogna nel campo della fede ed è il segno di un’impostazione di vita alla quale non interessa la verità, ma il successo, il piacere e il potere e facilmente l’interesse si volge al potere economico, dunque l’avarizia. Per questo l’eresia facilmente attecchisce in quelle classi di governo o ambienti politici ai quali non interessa la verità circa il bene comune, i diritti umani o i bisogni della gente, ma la conservazione di una posizione di prestigio e l’esercizio dello sfruttamento economico.
Laddove un governo o una politica sono attenti alla verità sull’uomo, facilmente troviamo l’armonia con la dottrina della fede e la comunione ecclesiale; dove invece essi mirano ad arraffare,  alla prepotenza o alla dittatura, troviamo lo spregio simultaneo delle esigenze della giustizia e della verità di  fede. L’ingiustizia e l’eresia vanno sempre di pari passo.
La preoccupazione per la giustizia e la pace senza una corrispettiva adeguata attenzione al pericolo che viene dall’eresia, è un difetto diffuso nella pastorale di oggi, ed è una cattiva interpretazione della pastorale promossa dal Concilio. Tale atteggiamento dimostra impreparazione teologica, infedeltà al Magistero, inescusabile dabbenaggine e forse anche in certi casi insincerità e nascoste connivenze con la stessa eresia.
Così si deve dire che l’avarizia, che intacca l’onestà, la temperanza e la sobrietà nella vita fisica, cammina parallelamente alla disonestà o slealtà della menzogna sul senso trascendente o teologico della vita, che caratterizza l’eresia. Nella Bibbia troviamo sempre assieme la duplice detestazione della brama delle ricchezze come dell’orgoglio ereticale, in quanto sorgenti radicali di tutti i mali, del corpo e dell’anima. “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esca dalla bocca di Dio”.
Dal punto di vista economico sembrerebbe di trovare una condanna dell’avarizia simile a quella che Marx fa dell’ingiustizia sociale come principio dell’alienazione dell’umanità, se non fosse che nel materialismo marxiano, amante dei sofismi dialettici, manca la doverosa condanna della disonestà intellettuale, tipica dell’eresia, come principio altrettanto grave dell’infelicità, della schiavitù e della perdizione dell’uomo.
Un certa corrente filomarxista della teologia della liberazione condannata a suo tempo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel momento in cui accentua l’esigenza della giustizia in una prospettiva meramente terrena, chiusa al futuro ultraterreno e soprannaturale[1], si oppone all’avarizia solo apparentemente, ma in realtà finisce per bloccare il vero processo della liberazione evangelica dell’uomo, cedendo quindi ad una visione ereticale.
Su questa linea è il famoso teologo ex-francescano Leonardo Boff, i cui scritti furono a suo tempo condannati, il quale si è di recente rifatto vivo nella speranza di accaparrarsi il Papa con mossa perfida contrapposto da lui a Benedetto XVI che lo ha condannato.
E così parimenti certe visioni apparentemente personalistiche e spiritualistiche come il rahnerismo, che sembrerebbero del tutto aliene dal favoreggiare l’avarizia, in realtà col loro immanentismo finiscono per esaltare un umanesimo chiuso al trascendente e quindi tutto orientato al possesso e al dominio dei beni terreni, il che è eretico e nello stesso tempo favoreggia l’avarizia.
L’avarizia è occasione ed incentivo all’eresia. L’avarizia infatti, immergendo la mente negli interessi terreni, le impedisce di elevare lo sguardo, di avere quella limpidezza e quella libertà con la quali potrebbe attingere alle superiori verità della fede, gustarle e metterle in pratica. In tal modo l’avarizia, mantenendo la mente raso terra, riproduce sé stessa e si chiude alla verità della fede. Ecco dunque l’eresia.
La pratica intensiva, organizzata ed abile dell’avarizia, dal canto suo, quello che alcuni chiamano “senso degli affari”, è spesso sorgente di lauti ed illeciti proventi per l’eretico e per i suoi seguaci e sponsorizzatori. Infatti esiste un vasto pubblico che preferisce la dolce menzogna alla dura verità, per cui esso volentieri acquista i prodotti degli eretici.
Quale responsabilità hanno qui le case editrici cattoliche! Il vizio promuove la falsità e la falsità è causa del vizio. E tutti sappiamo quanto il danaro sia legato al vizio, benchè col danaro si possano compiere meravigliose ed utilissime opere religiose e sociali, come dimostra la vita dei santi e degli onesti imprenditori e dirigenti d’azienda nel campo dell’industria e dello sviluppo economico. Il capitalismo, come spiega la recente dottrina della Chiesa, non è un male in sé, se viene impiegato a servizio del bene comune.
I mali tuttavia in generale si incrementano a vicenda sul piano del pensiero e dell’azione, anche se poi avviene che ciò si verifica, grazie a Dio, anche per i beni. Come avarizia ed eresia si richiamano a vicenda, altrettanto sono sorelle la fede ortodossa e la giustizia sociale.
Quanto all’avarizia, la gravità di questo vizio è ben nota e denunciata già dai saggi pagani. Ricordiamo la famosa detestazione della auri sacra fames di virgiliana memoria. Per capire l’odiosità di questo vizio non occorrono infatti speciali rivelazioni celesti o acume speculativo, ma è sufficiente una minima dose di buon cuore e di senso di umanità, che però purtroppo non albergano sempre di fatto in tutti.
La figura commovente e nobile del buon samaritano sta sempre ad insegnarci che il senso naturale ed onesto della solidarietà umana, anche in soggetti in buona fede non istruiti dal punto di vista della dottrina, può averla vinta su di una cultura religiosa raffinata ed ipocrita che finisce però in realtà, a causa dell’egoismo e della durezza di cuore, per celare la vergogna dell’eresia.
Accade così che il comando divino dell’amore del prossimo (“amatevi come Io vi ho amato”), fondamentale verità di fede del cristianesimo, elevando la naturale solidarietà umana alla dignità soprannaturale di fratellanza in Cristo, abbia per contrapposto che l’avarizia si presenti non solo come ingiustizia sul piano delle virtù morali e del diritto naturale, ma anche e soprattutto come vera e propria eresia, peccato contro la fede e contro il Vangelo.
Gesù, nella sua polemica contro i farisei, li accusa simultaneamente di ipocrisia per la loro incredulità e falsa fede in Jahvè, nonché di avarizia per il loro sfruttare un’apparente professione di vita religiosa per bassi fini egoistici o di potere economico. Viceversa il Vangelo è annunciato ai poveri sia nel senso dei bisognosi economicamente che nel senso dei bisognosi di verità, umilmente aperti alla Parola del Vangelo.
Quanto ancor oggi purtroppo la polemica di Gesù resta attuale per tutti quegli ambienti religiosi e clericali nei quali la professione di fede vien falsata per essere considerata non come il vertice degli interessi - fons et culmen - ma come fonte di loschi affari e guadagni illeciti!
Quanto spesso nei discorsi, nei capitoli e nelle riunioni di ecclesiastici o di religiosi che dovrebbero essere luce della Chiesa ed esempio di vita sobria, le questioni trattate con maggior serietà, calore e sottigliezza di argomenti degni di miglior causa, non sono quelle dottrinali o pastorali, ma quelle relative a vendite, acquisti, affari, guadagni, intrallazzi, profitti e cose del genere!
In tal modo capita che la Chiesa, che di per sé è una comunione spirituale, avendo essa anche un aspetto terreno ed essendo composta di uomini fallibili e peccatori, scada a volte nello stile di una qualunque società umana con i suoi egoismi e discutibili interessi per non dir di peggio, per cui è sempre bisognosa di essere corretta, riformata e riportata sulle vie del Vangelo.
Tutti i Concili ecumenici della storia hanno sempre avuto questa funzione di richiamo alla verità contro gli eretici e simultaneamente di restaurazione della giustizia contro reati amministrativi - pensiamo al “giubileo” ebraico - o contro i falsi pastori che invece di nutrire il gregge ingrassano sé stessi o scappano davanti al lupo.
Anche Papa Francesco si accinge ad una riforma della Curia Romana a cinquant’anni dal riforma promossa da Paolo VI alla luce del Concilio Vaticano II. Che cosa è successo? Forse la riforma promossa dal Concilio era difettosa? O forse non è stata applicata bene? Difficile dirlo.
Questa riforma de fide et morbus dovrà muoversi su due binari, come sempre: eliminazione dell’eresia e delle ingiustizie nell’amministrazione dei beni della S.Sede. L’immaginario collettivo è particolarmente colpito dalla vicenda dello IOR, mentre i modernisti cercano di distogliere l’attenzione dalla CDF, dato che sono parte in causa, ma non dimentichiamo il problema più grave che è quello della crisi di fede, della quale parlava Papa Benedetto XVI nella sua dichiarazione di dimissioni.
Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede ha bisogno di uomini dalla fede purissima ed integerrima, considerando il loro ruolo delicatissimo di aiutanti del Papa nella tutela della retta fede, così come del resto anche lo IOR necessita di persone totalmente disinteressate, di eccellente competenza e di specchiata onestà. Ma lo IOR e la CDF devono procedere in piena reciprocità sotto la guida del Papa, così come anima e corpo devono procedere in armonia sotto la guida della stessa anima.
Le Opere di Religione non possono essere ben condotte ed amministrate se non alla luce della fede, non per altri interessi che non siano quelli della fede e della diffusione del Vangelo. Ed ecco dunque riaffacciarsi il problema dell’eresia, che non è necessariamente negazione di un dogma speculativo, ma anche di quel dogma fondamentale che è la pratica della giustizia evangelica.
Preghiamo per il Santo Padre perché lo Spirito Santo e l’intercessione di Maria SS.ma gli diano la forza di compiere questa impresa gigantesca e rischiosa, circondato da fidati e capaci collaboratori. Ed in ogni caso la Chiesa andrà avanti di vittoria in vittoria, giacchè secondo la promessa del divin Fondatore, portae inferi non praevalubunt.



[1] Vedi il rifiuto della dottrina dei “due mondi” (questo mondo e il futuro mondo celeste ultraterreno) da parte del fondatore della teologia della liberazione Gustavo Gutierrez.

mercoledì 16 settembre 2015

Cardinale Sarah : la Chiesa non può scandalizzare i fedeli inducendoli a peccare

     
 
 
 
Alcuni potrebbero rispondere che il divorzio è talmente frequente oggi che lo scandalo non esiste più … secondo questo ragionamento , potremo dunque ammettere i divorziati risposati alla Santa Comunione . Per questi zelanti sostenitori di uno strano progresso nessuno ne sarebbe scioccato! Questo modo di ragionare si basa su una cattiva comprensione della nozione stessa  di scandalo. Quest’ultimo non è uno choc psicologico , ma un ‘azione che trascina in modo deliberato altri a peccare . In nesssun caso un peccatore deve tentare né spingere altri a peccare . La tentazione è un effetto dello  stesso peccato . Ora , la molteplicità dei divorzi e delle successive seconde nozze sono peccati che provocano situazioni sociali o istituzioni contrarie alla divina bontà ( Robert Sarah , Dio o niente , p. 327) 

venerdì 11 settembre 2015

favor nullitatis

 
 
Una ferita al matrimonio cristiano
del prof. Roberto de Mattei
 
 
I due Motu proprio di Papa Francesco Mitis iudex Domins Iesus per la Chiesa latina e Mitis et misericors Jesu per le Chiese orientali, resi noti l’8 settembre 2015, infliggono una grave ferita al matrimonio cristiano.
 
 
L’indissolubilità del matrimonio è legge divina e immodificabile di Gesù Cristo. La Chiesa non può “annullare”, nel senso di sciogliere, un matrimonio. Essa può, con una dichiarazione di nullità, verificarne l’inesistenza, dovuta alla mancanza di quei requisiti che ne assicurano la validità. Ciò significa che in un processo canonico la priorità della Chiesa non è l’interesse dei coniugi nell’ottenere la dichiarazione di nullità, ma la verità sulla validità del vincolo matrimoniale.
Pio XII ci ricorda a questo proposito che «nel processo matrimoniale il fine unico è un giudizio conforme alla verità e al diritto, concernente nel processo di nullità la asserita non esistenza del vincolo coniugale» (Allocuzione alla Rota Romana, 2 ottobre 1944). Il fedele può imbrogliare la Chiesa per ottenere la nullità, per esempio attraverso l’uso di testimonianze false, ma la Chiesa non può raggirare Dio e ha il dovere di un accertamento della verità limpido e rigoroso.
Nel processo canonico deve essere difeso prima di tutto il supremo interesse di un’istituzione divina qual è il matrimonio. Il riconoscimento e la protezione di questa realtà sono formulati in ambito giuridico con la sintetica espressione favor matrimonii, ovvero la presunzione, fino a prova contraria, della validità del matrimonio. Giovanni Paolo II ha ben spiegato che l’indissolubilità è presentata dal Magistero come la legge ordinaria di ogni matrimonio celebrato, proprio perché ne è presupposta la validità, a prescindere dal successo della vita coniugale e dalla possibilità, in taluni casi, della dichiarazione di nullità (Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2000).
Quando l’illuminismo cercò di colpire a morte il matrimonio cristiano, Papa Benedetto XIV, con il decreto Dei miseratione del 3 novembre 1741, ordinò che in ogni diocesi venisse nominato un defensor vinculi e introdusse, per ottenere la dichiarazione di nullità, il principio della necessaria conformità delle sentenze in due gradi di giudizio. Il principio della doppia sentenza conforme fu consacrato dal Codice di Diritto canonico del 1917 ed è stato recepito nella codificazione promulgata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983. Nei Motu proprio di Papa Francesco l’ottica è ribaltata. L’interesse dei coniugi ha il primato su quello del matrimonio. È lo stesso documento ad affermarlo, riassumendo in questi punti i criteri fondamentali della riforma: abolizione della doppia sentenza conforme, sostituita da una sola sentenza in favore della nullità esecutiva; attribuzione di una potestà monocratica al vescovo, qualificato come giudice unico; introduzione di un processo breve, e di fatto incontrollabile, con la sostanziale esautorazione del ruolo della Sacra Rota.
Come altro interpretare, ad esempio, l’abolizione della doppia sentenza? Quali sono i gravi motivi per i quali, dopo 270 anni, questo principio viene abrogato? Il cardinale Burke ha ricordato come esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms (1) che eliminarono di fatto l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato “il divorzio cattolico” (Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223).
Più grave ancora è l’attribuzione al vescovo diocesano della facoltà, come giudice unico, di istruire discrezionalmente un processo breve e arrivare alla sentenza. Il vescovo può esercitare personalmente la sua potestà giurisdizionale o delegarla ad una commissione, non necessariamente composta da giuristi. Una commissione formata a sua immagine che seguirà naturalmente le sue indicazioni pastorali, come già avviene con i “centri diocesani di ascolto”, fino ad oggi privi di competenza giuridica. Il combinato tra il can. 1683 e l’articolo 14 sulle regole procedurali ha sotto questo aspetto una portata esplosiva. Sulle decisioni peseranno inevitabilmente considerazioni di natura sociologica: i divorziati risposati avranno, per ragioni di “misericordia”, una corsia preferenziale. «La Chiesa della misericordia – osserva Giuliano Ferrara – si è messa a correre» (“Il Foglio”, 9 settembre 2015). Si corre su una strada non amministrativa, ma “giudiziaria”, in cui di giudiziario resta ben poco.
In alcune diocesi i vescovi cercheranno di assicurare la serietà della procedura, ma è facile immaginare che in molte altre diocesi, per esempio del Centro-Europa, la dichiarazione di nullità diventerà una pura formalità. Nel 1993 Oskar Saier, arcivescovo di Friburgo im Br. Karl Lehman, vescovo di Mainz, e Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart, produssero un documento a favore di coloro che erano certi in coscienza della nullità del loro matrimonio ma non avevano gli elementi per provarlo in tribunale (Vescovi dell’Oberrhein, Accompagnamento pastorale dei divorziati, “Il Regno Documenti”, 38 (1993), pp. 613-622).
La Congregazione per la Dottrina della Fede rispose con la Lettera Annus Internationalis Familiae del 14 settembre 1994, affermando che questa via non era percorribile, perché il matrimonio è una realtà pubblica: «non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento». Ma la proposta è stata ripresa recentemente dall’ufficio pastorale della Diocesi di Friburgo (Orientamenti per la pastorale dei divorziati, “Il Regno Documenti”, 58 (2013), pp. 631-639), secondo cui i divorziati risposati, in seguito alla “nullità di coscienza” del precedente matrimonio, potranno ricevere i sacramenti e ottenere incarichi all’interno dei consigli parrocchiali.
Al favor matrimonii si sostituisce il favor nullitatis, che viene a costituire l’elemento primario del diritto, mentre l’indissolubilità è ridotta a un “ideale” impraticabile. L’affermazione teorica dell’indissolubilità del matrimonio si accompagna infatti, nella prassi, al diritto alla dichiarazione della nullità di ogni vincolo fallito. Basterà, in coscienza, ritenere invalido il proprio matrimonio per farlo riconoscere come nullo dalla Chiesa. È lo stesso principio per cui alcuni teologi considerano “morto” un matrimonio in cui a detta di entrambi, o di uno dei coniugi, “è morto l’amore”.
Benedetto XVI, il 29 gennaio 2010, ha ammonito il Tribunale della Sacra Rota Romana a non indulgere nell’annullamento dei matrimoni per «accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale». Ma nelle diocesi del Centro-Europa la dichiarazione di nullità diventerà un atto di pura formalità, come avvenne negli Stati Uniti all’epoca delle Provisional Norms. Per la nota legge, secondo cui «la moneta cattiva scaccia quella buona», nel caos che si verrà a determinare, il “divorzio breve” è destinato a prevalere sul matrimonio indissolubile.
È da più di un anno che si parla di scisma latente nella Chiesa, ma ora a dirlo è il card. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Fede, che in un suo discorso a Ratisbona ha evocato il rischio di una scissione nella Chiesa, invitando a essere molto vigili e non dimenticare la lezione dello scisma protestante che incendiò l’Europa cinque secoli fa.
Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia di ottobre, la riforma di Papa Francesco non spegne nessun incendio, ma lo alimenta e spiana la strada ad altre disastrose innovazioni. Il silenzio non è più possibile. (Roberto de Mattei)
 
(1) Paolo VI, Motu Proprio Causa Matrimoniales

giovedì 10 settembre 2015

questa è una mela....



Il più grande teologo di tutti i tempi, San Tommaso d’Aquino, all’inizio delle lezioni mostrava ai suoi allievi una mela dicendo: «Questa è una mela. Chi non è d’accordo, può andar via». Il “Doctor Communis” voleva far capire che non è il pensiero a determinare l’essere, ma è l’essere che determina il pensiero. La superbia infatti fa ritenere che il nostro pensare sia il fondamento dell’essere, mentre invece l’umiltà ci porta ad osservare e argomentare l’essere delle cose, soprattutto in quelle divine.

L’essere determina il pensiero, non viceversa. Chi non è d’accordo, può andar via.

La Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo. Chi non è d’accordo, può andar via.

La Chiesa è gerarchica per divina costituzione. Chi non è d’accordo, può andar via.

La Chiesa non è una ONG filantropica, ma il Corpo mistico di Cristo. Chi non è d’accordo, può andar via.

La missione della Chiesa non è adattare il Vangelo alla mentalità corrente, ma convertire le mentalità di tutte le epoche al Vangelo. Chi non è d’accordo, può andar via.

La missione della Chiesa non è rendere la vita di quaggiù più facile, ma strappare anime al Diavolo affinché possano avere la vita di lassù. Chi non è d’accordo, può andar via.

L’inferno esiste e non è vuoto. Chi non è d’accordo, può andar via.

La sodomia e l’aborto sono peccati che gridano vendetta al Cielo. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il matrimonio è indissolubile. Chi non è d’accordo, può andar via.

Chi ha una relazione coniugale con un/a divorziato/a, commette adulterio. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il sesso al di fuori del matrimonio è peccaminoso. Chi non è d’accordo, può andar via.

La contraccezione non è mai moralmente lecita. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il marxismo è intrinsecamente perverso. Chi non è d’accordo, può andar via.

Non si può dare a Cesare ciò che è Dio. Chi non è d’accordo, può andar via.

Senza pentimento, non c’è remissione dei peccati. Chi non è d’accordo, può andar via.

Solamente i peccatori pentiti e riconciliati possono cibarsi dell’Eucarestia. Chi non è d’accordo, può andar via.

Solo gli uomini – meglio se celibi – possono essere consacrati sacerdoti. Chi non è d’accordo, può andar via.

La Carità procede dalla Verità. Chi non è d’accordo, può andar via.

Non esiste il dialogo fra le religioni, ma con le persone di altre religioni. Chi non è d’accordo, può andar via.

I sacramenti sono per gli uomini, ma non sono degli uomini. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il cristiano è in questo mondo, ma non è di questo mondo. Chi non è d’accordo, può andar via.

Per essere discepoli di Gesù, bisogna accettare la Croce. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il fine non giustifica i mezzi. Non si può commettere il male neppure a fin di bene. Chi non è d’accordo, può andar via.

La coscienza – rettamente formata – obbedisce alle leggi di Dio, non si mette a legiferare secondo desideri e capricci dell’individuo.

I sacerdoti hanno la missione di convertire i peccatori, non di integrarli. Chi non è d’accordo, può andar via.

Nessuno dei Dieci Comandamenti può essere soggetto a “referendum abrogativo”. Chi non è d’accordo, può andar via.

Il papa e i vescovi sono custodi del depositum fidei, non padroni: non possono aggiungere o togliere neppure una virgola di ciò che hanno ricevuto e che devono trasmettere. Chi non è d’accordo, può andar via.

Passeranno il cielo e la terra, falsi profeti e cattivi maestri, ma non passeranno le parole del Signore. Chi non è d’accordo, può andar via.

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. Chi non è d’accordo, può andar via.

IPSE DIXIT

«Oggi celebriamo la memoria di San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa. La sua dedizione allo studio, favorisca in voi, cari giovani, l’impegno dell’intelligenza e della volontà al servizio del Vangelo; la sua fede aiuti voi, cari ammalati, a rivolgervi al Signore anche nella prova; e la sua mitezza indichi a voi, cari sposi novelli, lo stile dei rapporti tra i coniugi all’interno della famiglia» (Papa Francesco, Udienza generale del  28 gennaio 2015).

mercoledì 9 settembre 2015

la religione cattolica in una completa decadenza


“Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (B. Anna K. Emmerick 1820)

giovedì 3 settembre 2015

Notre charge apostolique (San Pio X)

La concezione secolarizzata della democrazia
 

Lettera agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi

[1] La nostra carica apostolica ci rende doveroso vigilare sulla purezza della fede e sull'integrità della disciplina cattolica, preservare i fedeli dai pericoli dell'errore e del male, soprattutto quando l'errore e il male sono loro presentati con un linguaggio trascinante, che velando l'incertezza delle idee e l'equivocità dell'espressione con l'ardore del sentimento e con l'altisonanza delle parole, può infiammare i cuori per cause seducenti, ma funeste. Tali sono state un tempo le dottrine dei sedicenti filosofi del secolo diciottesimo, quelle della Rivoluzione e del liberalismo, tante volte condannate; tali sono, ancor oggi, le teorie del Sillon, che, sotto le loro apparenze brillanti e generose, mancano troppo spesso di chiarezza, di logica e di verità, e, da questo punto di vista, non derivano dal genio cattolico e francese.

domenica 30 agosto 2015

LA MESSA DELL'ASSEMBLEA CULLA L'AGNOSTICISMO - Editoriale di "Radicati nella fede", Settembre 2015.




LA MESSA DELL'ASSEMBLEA 
CULLA L'AGNOSTICISMO

Pubblichiamo l'editoriale del numero di Settembre 2015



LA MESSA DELL'ASSEMBLEA CULLA L'AGNOSTICISMO
Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VIII n° 9 - Settembre 2015

  Ciò che non c'è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
  Così è stato con l'ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.

  Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D'altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.

  Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell'uso del latino.

mercoledì 26 agosto 2015

la grande eresia

La Grande Eresia Secondo Marcel De Corte

      Invito alla lettura
Marcel De Corte (1905-1994) professore di filosofia all’Università di Liegi in Belgio, di cui divenne Rettore, ha scritto numerose opere di filosofia aristotelico/tomistica tra cui: La doctrine de l’intelligence chez Aristote (Parigi, Vrin, 1934), Le Commentaire de Jean Philopon sur le IIIme Livre du ‘Traité de l’Ame’ (Parigi, Droz, 1934), Aristote et Plotin (Parigi, Desclée, 1935); ed altre di filosofia politica, tra le quali spiccano: Incarnation de l’homme (Parigi, de Médicis, 1942, tr. it., Brescia, 1949), Philosophie des moeurs contemporaines (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1944), Essai sur la fin d’une civilisation (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1949), L’homme contre lui-meme (Parigi, NEL, 1962, tr. it., Torino, Borla, 1976), La grand hérésie (Parigi, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1970; ristampa Effedieffe, Proceno di Viterbo, 2014), L’intelligence en péril de mort (Parigi, Club de la Culture française, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1974), De la Justice (Jarzé, Dominique Martin Morin, 1973), De la Prudence (Jarzé, DMM, 1974), De la Force (Jarzé, DMM, 1980), De la Témperance (Jarzé, DMM, 1982).
Nel presente articolo cerco di condensare il contenuto del suo ottimo libro La grande eresia (Roma, Giovanni Volpe, 1970; ristampato da Effedieffe, Proceno di Viterbo, 2014) e di porgerlo al lettore con l’integrazione di altri studi sul medesimo argomento, invitando i lettori allo studio del libro medesimo ristampato recentemente da Efedieffe.