mercoledì 29 settembre 2010

Mons. Brunero Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa

Quod et tradidi vobis
La Tradizione  vita e giovinezza della Chiesa


Quest'ultimo libro di Mons. Gherardini, esamina il concetto di Tradizione allo scopo di contribuire alla fissazione di un criterio cattolico generale di questo termine che, a partire dal Vaticano II, ha subito ogni sorta di forzature per far coincidere la Tradizione cattolica con le più disparate opinioni di teologi e ricercatori.

In particolare l'Autore mette bene a fuoco il vero significato dell'espressione “tradizione vivente”, di cui troppo s'è abusato a partire dal Concilio per far passare l'idea che la Tradizione cattolica abbia una valenza “evolutiva” del tutto paragonabile alla concezione evoluzionista moderna.

La fissazione di questo criterio, e la sua accettazione universale, è condizione indispensabile per il lavoro di revisione dei documenti conciliari “alla luce della Tradizione”, appunto. A sua volta chiave di volta per comprendere il senso vero, e realmente praticabile, di quella che oggi viene chiamata da molti “ermeneutica della continuità”.

Non un semplice lavoro di corrispondenza dei testi si richiede, e quindi un ulteriore lavoro di interpretazione degli stessi, bensì un attento esame di questi testi in relazione ai principi che la Tradizione contiene e che ha trasmesso ininterrottamente per quasi duemila anni.

Il libro ha una decisa caratura teologica e l'Autore lo ha scritto proprio avendo in vista i lettori in possesso di competenze teologiche. Ne sono prova le tante citazioni di testi di teologia. E ciò nonostante è un libro di agevole lettura e di facile comprensione, tale da costituire un buon testo di riferimento per chi volesse mettere a fuoco il senso della Tradizione della Chiesa cattolica, ed orientarsi nel dedalo dell'attuale pubblicistica cattolica.

Mons. Brunero Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice, Frigento (AV), 2010, formato 15 x 23, pp. 460, € 25,00

Il libro, reperibile nelle librerie cattoliche, può essere richiesto direttamente alla casa editrice:

Casa Mariana Editrice
Strettoia Santa Teresa degli Scalzi, 4
80135 Napoli
tel. e fax 081-5447003 / 081-0331423
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martedì 28 settembre 2010

Il futuro della Fraternità San Pio X è nelle mani di Dio

Pubblichiamo volentieri l'intervento di Mons. Gherardini con una precisaazione che ci sembra doverosa. L'autore fa riferimento ad una risposta data  in occasione del dibattito successivo alla presentazione della biografia di Mons. Lefebvre  tenuta dall'autrice Cristina Siccardi a San Sicario (TO) il 15 agosto scorso. Ebbene in quell'occasione si fece riferimento a qualche rischio sul piano pratico che la Fraternità potrebbe correre per la“salus animarum”, ma l'autorevole rappresentante della Fraternità rifiutò decisamente di usare il termine “compromesso” in materia di Fede. Le idee nella Fraternità sono chiare e le fila sembrano davvero compatte "per la propria e l’altrui eterna salvezza".

SUL DOMANI DELLA FRATERNITA' SAN PIO X
di Mons. Brunero Gherardini

Durante un amichevole incontro, alcuni amici m’han chiesto quale potrebb’esser il domani della Fraternità S. Pio X, a conclusione dei colloqui in atto fra la medesima e la Santa Sede. Ne abbiam parlato a lungo ed i pareri eran discordi. Per questo esprimo il mio anche per iscritto, nella speranza – se non è presunzione e Dio me ne guardi! - che possa giovare non solo agli amici, ma anche alle parti dialoganti.

Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto. Bisogna inoltre dare atto alle due parti, finalmente all’opera per una soluzione dell’ormai annoso problema dei “lefebvriani”, che fin ad oggi han lodevolmente ed esemplarmente mantenuto il dovuto silenzio sui loro colloqui. Tale silenzio, però, non aiuta a preveder i possibili sviluppi.

Di “voci”, peraltro, se ne sentono; e non poche. Quale sia il loro fondamento è un indovinello. Prenderò dunque in esame qualcuno dei pareri espressi nell’occasione predetta e dirò poi articolatamente il mio.

1 – Ci fu chi giudicava positivo un recente invito ad “uscire dal bunker nel quale s’è asserragliata durante il postconcilio per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”. Fu facile rilevare la difficoltà d’un giudizio a tale riguardo. Che la Fraternità sia stata per alcuni decenni nel bunker è evidente; purtroppo c’è ancora. Non è invece evidente se vi sia entrata da sé, o se vi sia stata da qualcuno, o dagli avvenimenti sospinta. A me pare che, se proprio vogliamo parlare di bunker, sia stato Mons. Lefebvre ad imprigionarvi la sua Fraternità quel 30 giugno 1998, quando, dopo due richiami ufficiali ed una formale ammonizione perché recedesse dal progettato atto “scismatico”, ordinò vescovi quattro dei suoi sacerdoti. Fu, quello, il bunker non dello scisma formalmente inteso, perché pur essendo “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CJC 751/2), mancò il dolo e l’intenzione di crear un’anti-chiesa, fu anzi determinato dall’amore alla Chiesa e da una sorta di “necessità” incombente per la continuità della genuina Tradizione cattolica, seriamente compromessa dal neomodernismo postconciliare. Ma bunker fu: quello d’una disobbedienza ai limiti della sfida, del vicolo chiuso e senza prospettive d’un possibile sbocco. Non quello della salvaguardia di valori compromessi.

E’ difficile capire in che senso, “per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”, fosse proprio necessario “asserragliarsi in un bunker”. Vale a dire: lasciar libero il passo all’irrompere dell’eresia modernista. E di fatto il passo fu ininterrottamente contrastato. Se pur in una posizione di condanna canonica, e quindi fuori dai ranghi dell’ufficialità ma con la consapevolezza di lavorare per Cristo e per la sua Chiesa, una santa cattolica apostolica e romana, la Fraternità attese anzitutto alla formazione del clero, questo essendo il suo compito specifico, fondò e diresse seminari, promosse e sostenne dibattiti teologici talvolta d’alto profilo, pubblicò libri di rilevante valore ecclesiologico, dette conto di sé mediante fogli d’informazione interna ed esterna: il tutto allo scoperto, dimostrando di quale forza – lasciata purtroppo ai margini - la Chiesa potrebbe avvalersi per la sua finalità d’universale evangelizzazione. Che gli effetti dell’attiva presenza lefebvriana possan esser giudicati modesti o che di fatto non sian molto appariscenti, può dipender da due ragioni:

- dalla condizione canonicamente abnorme in cui opera,

- e dalle sue dimensioni; si sa che la mosca tira il calcio che può.

Ma io son profondamente convinto che proprio per questo si dovrebbe ringraziare la Fraternità la quale, in un contesto di secolarizzazione ormai ai margini d’un’era post-cristiana, ed anche di non dissimulata antipatia verso di essa, ha tenuto e tiene ben alta la fiaccola della Fede e della Tradizione.

2 – Nell’occasione richiamata all’inizio, qualcuno riferì d’una conferenza durante la quale la Fraternità fu invitata ad aver maggior fiducia nel mondo ecclesiale contemporaneo, ricorrendo se necessario a qualche compromesso, perché la “salus animarum” esige – l’avrebbe detto un lefefbvriano – che si corra anche questo rischio. Sì, ma non certamente il rischio di “compromettere” la propria e l’altrui eterna salvezza.

E’ probabile che le parole tradiscan le intenzioni. O che non si conosca il valore delle parole. Se c’è una cosa che, in materia di Fede, è doveroso evitare, è il compromesso. E il richiamarsi della Fraternità – così come d’ogni autentico seguace di Cristo - al “Sì sì, no no” di Mt 5,37 (Giac 5,12) è l’unica risposta alla prospettiva del compromesso. Il testo citato continua dicendo: “tutto il resto vien dal maligno”: dunque anche e segnatamente il compromesso. Almeno nella sua accezione di rinunzia ai propri principi morali ed alle proprie ragioni di vita.

A dir il vero, anche a me, da quando i colloqui tra Santa Sede e Fraternità ebbero inizio, era arrivata la voce d’un possibile compromesso. Cioè d’un comportamento indegno, dal quale la stessa Santa Sede immagino che rifugga per prima. Un compromesso su quanto non impegna la confessione dell’autentica Fede, è possibile e talvolta plausibile; non lo è mai ai danni dei valori non negoziabili. Sarebbe oltretutto una contraddizione in termini, perché anche il compromesso è un “negotium”. Ed un negozio a rischio: il naufragio della Fede. Mi ripugna, pertanto, il solo pensare che la Santa Sede lo proponga o l’accetti: otterrebbe molto meno d’un piatto di lenticchie e s’addosserebbe la responsabilità d’un illecito gravissimo. Mi ripugna del pari il pensiero d’una Fraternità che, dop’aver fatto della Fede senza sconti la bandiera della sua stessa esistenza, scivoli sulla buccia di banana del rifiuto della sua stessa ragion d’essere.

Aggiungo che, a giudicare da qualche indizio forse non del tutto infondato, la metodologia messa bilateralmente in atto non sembra aprire grandi prospettive. E’ la metodologia del punto contro punto: Vaticano II sì, Vaticano II no, o sì se. Cioè a condizione che dall’una o dall’altra parte, o da ambedue, s’abbassi la guardia. Una resa a discrezione? Per la Fraternità il mettersi nelle mani della Chiesa sarebbe l’unico comportamento veramente cristiano, se non ci fosse la ragione per cui nacque e per cui dette vita al suo Aventino. Cioè quel Vaticano II che, specie con alcuni dei suoi documenti sta letteralmente all’opposto di ciò in cui essa crede e per cui opera. Con tale metodologia, non s’intravede una via di mezzo: o la capitolazione, o il compromesso.

Un esito così esiziale potrebb’esser evitato seguendo una metodologia diversa. Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso si chiama Tradizione. Ad essa è costante il richiamo dell’una e dell’altra parte, che peraltro hanno, della Tradizione, un concetto nettamente alternativo. Papa Wojtyla dichiarò ufficialmente “incompleta e contraddittoria” la Tradizione difesa dalla Fraternità. Si dovrebbe pertanto dimostrar il perché dell’incompletezza e della contraddittorietà, ma ancor più impellente è la necessità che le parti addivengano ad un concetto comune, ossia bilateralmente condiviso. Un tale concetto diventa allora il famoso pettine al quale arrivan tutt’i problemi. Non c’è problema teologico e di vita ecclesiale che non abbia nel detto concetto la sua soluzione. Se, dunque, si continua a dialogare mantenendo, l’una e l’altra parte, il proprio punto di partenza, o si darà vita ad un dialogo fra sordi, o, per dimostrare che non si è dialogato invano, si darà libero accesso al compromesso. Soprattutto se accettasse la tesi dei “contrasti apparenti” perché determinati non da dissensi di carattere dogmatico, ma dalle sempre nuove interpretazioni dei fatti storici, la Fraternità dichiarerebbe la sua fine, miseramente sostituendo la sua Tradizione, ch’è quella apostolica, con la vaporosa ed inconsistente e disomogenea Tradizione vivente dei neomodernisti.

3 – Un’ultima questione trattammo nel nostro amichevole incontro, esprimendo più speranze che previsioni concretamente fondate: il futuro della Fraternità. In argomento è sceso pure, recentemente, il sito “cordialiter blogstop.com”con un’idilliaca anticipazione del roseo domani che già arriderebbe alla Fraternità: un nuovo – nuovo? per ora, non ne ha mai avuto uno – “status” canonico, inizio della fine del modernismo, priorati presi d’assalto dai fedeli, Fraternità trasformata in “superdiocesi autonoma”. Anch’io mi riprometto molto dalla sperata composizione per la quale si sta lavorando, ma con i piedi un po’ più per terra.

Tento d’acuire lo sguardo e di vedere che cosa potrebbe domani accadere. Lo specifico della Fraternità, l’ho già ricordato, è la preparazione al sacerdozio e la cura delle vocazioni sacerdotali. Non dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia: propri e non propri, nei Seminari assai più che altrove o più che altrimenti potrebbero esprimersi la natura e le finalità della Fraternità.

Sotto quale profilo canonico? Non è facile prevederlo. Mi pare, comunque, che l’esser una Fraternità sacerdotale dovrebbe suggerirne l’assetto canonico in una forma di “Società Sacerdotale”, sotto il supremo governo della Congregazione “per gl’Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Inoltre, l’aver essa già quattro Vescovi potrebbe suggerire, come soluzione, una “Praelatura” di cui la Santa Sede, al momento opportuno, potrà precisare l’esatta configurazione giuridica. Non mi sembra questo, tuttavia, il problema principale. Più importante è, senza dubbio, sia la composizione all’interno della Chiesa d’un contenzioso poco comprensibile nel tempo del dialogo con tutti, sia la liberalizzazione d’una forza compatta attorno all’idea e all’ideale della Tradizione, perché possa operare non dal bunker ma alla luce del sole e com’espressione viva ed autentica della Chiesa.

lunedì 27 settembre 2010

i modernisti come sempre procedono attraverso un'opera continua di denigrazione e per slogans poiché sono privi di fede e di argomenti. E' l'ora di smascherarli e qualcuno comincia a farlo. Grazie!

Liturgia, analisi critiche e confutazioni sulla ritualità e sulla partecipazione. Una risposta a p. Augé

Mi sono soffermata su un articolo di Matias Augé che propone una riflessione: “Quale partecipazione alla Liturgia?”, partendo dalla definizione della Sacrosanctum concilium, 26 e formulando una serie di considerazioni sugli ostacoli alla cosiddetta “actuosa participatio” http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-34730188.html

“Ciò che oggi ostacola la realizzazione di una siffatta partecipazione alla liturgia è, tra l’altro, il riemergere insistente dell’individualismo, da una parte, e/o di un nuovo clericalismo dall’altra parte. Dal versante della comunità cristiana l’individualismo assume i lineamenti di un’assemblea ridotta a massa amorfa, che riduce a stereotipi i comportamenti simbolici e linguistici, incapace di comprendere la dinamica della pluralità dei ministeri e dei compiti nel contesto celebrativo. L’individualismo può portare a considerare la liturgia della Chiesa come la cornice sacrale all’interno della quale esprimere le proprie devozioni. L’individualismo, poi, non è altro che il rovescio della medaglia rappresentato dal clericalismo. Si potrebbe ben dire che una lettura condotta in modo esclusivo nella direzione della sacralità legata alle persone, ai luoghi e agli oggetti, fino a ritenere essi stessi più in funzione del sacro e meno in funzione della santificazione del popolo di Dio, rende, da un lato, i ministri della Chiesa simili allo “stregone del villaggio” e, dall’altro, riduce l’assemblea dei fedeli a spettatrice anonima e passiva.”

Questa analisi mostra dati che potrebbero essere presi in considerazione, ma solo come fenomeni degenerativi e non possono essere genericamente considerati e quindi attribuiti a tutta la realtà considerata:

1. si abbina la perdita di qualità della “partecipazione” a due estremi: “individualismo” e “assemblea ridotta a massa amorfa”.

Innanzitutto cominciamo a considerare la prevalenza del collettivismo e dell’identità di gruppo. Lo dimostra l'enfasi sempre centrata sull'Assemblea, che certamente non è un 'collettivo' usuale, ma che non va dimenticato esser composta da persone, molto accentuata soprattutto nei movimenti (uno in particolare), mentre la persona risulta ridotta ad un ingranaggio di qualcosa di più grande dal quale deriverebbe la sua identità, ma che non completa in realtà un sano “processo di individuazione”, che implica anche maturazione psicologica e spirituale.

Se partiamo dall’Evangelico “ Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori ad una ad una… e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” (Gv 10, 3-4), riconosciamo che un vero cristiano realizza in Cristo e nella vita sacramentale e di Fede – e quindi vive nella quotidianità – la sua creaturalità Redenta, perché preziosa e irripetibile agli occhi del Signore.

Proprio nella sua creaturalità Redenta e orientata al Signore la persona è destinataria della dignità che fonda qualunque riconoscimento dei diritti umani - che riguardano l’individuo-persona e non l’individuo-parte-della-comunità qualunque essa sia - e realizza una ‘individualità’ sana, portatrice di umanità in pienezza e non di ‘individualismo’, che è la degenerazione operata dal centrarsi egoistico dell’individuo su se stesso, frutto del materialismo, dell’edonismo e di tutti gli –ismi di questo nostro tempo confuso e disorientato, compreso il relativismo che è entrato purtroppo a pieno titolo nel linguaggio e quindi anche nella realtà ecclesiale.

Tuttavia, poiché l’uomo è un essere-in-relazione, è ovvio che esiste anche la dimensione comunitaria della sua spiritualità e della sua vita di fede, che si dispiega nell’Ecclesìa: Corpo Mistico di Cristo (altro che Assemblea anonima!) e porta i suoi frutti in tutti gli altri ambiti relazionali a livello familiare, sociale, ecc.

2. si riconduce l’attenzione e lo ‘sguardo alla ‘sacralità’ di persone, luoghi, oggetti ad un ‘assoluto’ che distoglierebbe l’attenzione dalla “santificazione del popolo di Dio”.

E’ un argomento pretestuoso che non ha alcun fondamento; tant’è che si tratta di una semplice affermazione apodittica che non porta alcun argomento dimostrativo; ergo, non è altro che uno slogan ideologico. così com'è di conio tipicamente conciliare la definizione di sapore veterotestamentario del ‘Popolo di Dio’, più generica e meno centrata rispetto al ‘Corpo Mistico di Cristo'- Sposo, che E’ anche la Sua Chiesa-Sposa.

La desacralizzazione, la banalizzazione, l'orizzontalità di gesti parole e atteggiamenti riscontrabile nelle celebrazioni odierne non è meno nemica della santificazione di quanto non lo si attribuisca, assolutizzando, al rispetto e alla cura di 'luoghi', oggetti cultuali o alla venerazione di figure di santi, ad esempio, dato che si parla anche della sacralità di persone...


3. si riafferma lo ‘stereotipo’ dell’antica liturgia ridotta a “cornice sacrale per esprimere le proprie devozioni”.

E’ il cavallo di battaglia dei novatori quando tirano in ballo le “vecchiette che durante la celebrazione recitavano il rosario”. A prescindere dal fatto che, anche se fosse vero al cento per cento questo dato (cosa del tutto impropria ed anche improbabile) , non è realistico pensare che l’Assemblea fosse composta unicamente da quelle vecchiette - che comunque si facevano presenti al rito sapendo che vi incontravano il Signore e cosa vi accade - o soltanto da persone analfabete in sacris, se generazioni di Santi si sono formate vivendo la Liturgia di Sempre. Il problema è di tutti i credenti e di tutte le generazioni: è missione altissima del Sacerdote guidare e formare i fedeli alla piena consapevolezza ed attiva partecipazione interiore ed esteriore come fedele dispensatore dei misteri divini.

4. si riduce la partecipazione ad un ‘fare’.

L’actuosa participatio promossa e raccomandata anche dal concilio, e prima ancora, non è determinata dal protagonismo dell’Assemblea, ma dal vivere e seguire lo svolgersi del Rito con consapevolezza e con le giuste disposizioni d’animo (apertura di cuore, atteggiamento di accoglienza e gratitudine, stato di grazia conservato o riacquistato…). Il valore pedagogico e catechetico dell’Eucaristia non è solo in quello che si ascolta e a cui si partecipa, ma anche e soprattutto in quello che accade ad Opera del Signore e che si accoglie nella Fede… Stare, esserci, accogliere: la povertà che si lascia raggiungere ed esprime la sua gratitudine. Necessità dell'essere visitata. Anche lasciarsi attraversare dall'irruzione del Soprannaturale è partecipazione consapevole, attiva, fruttuosa (actuosa participatio!!).

Actuosa Participatio

L’ actuosa participatio è molto più di una mera "disposizione interiore dell’assemblea" o della persona singola. La disposizione interiore (porta di accesso) è unita alla consapevolezza, cui si affiancano fondamenti e novità: mozioni e intuizioni, preghiere e sentimenti suscitati dallo Spirito che denotano la partecipazione con tutto il proprio essere a quello che ‘accade’… occorre avere ben presente questo importate dato della ‘consapevolezza’ di ciò che si sta ‘vivendo’ e che ‘accade’.

Parlare di consapevolezza, vuol dire presenza sia della dimensione intellettiva che di quella spirituale, entrambe caratterizzanti l'essere umano discretamente evoluto. Ma davvero ‘fare’ è soltanto quello che si compie materialmente? In realtà è più presente la dimensione del Mistero, quella del silenzio, dell’Adorazione… Non si vorrà sostenere che nel vivere consapevolmente e profondamente queste dimensioni, rapportate al momento e all’atto liturgico che si compie, c’è solo ‘passività’! Forse nel mio intimo accadono molte più cose - e non sto parlando in termini spiritualisti o intimistici, ma dico quello che davvero succede - che poi si traducono in vita… perché ci sono momenti così intensamente vissuti alla Presenza del Signore che quello che sei: difficoltà, problemi, resistenze, doni e altro… di una persona-in-relazione, ti si svelano e non possono rimanere gli stessi se ti esponi all’azione dello Spirito, che coinvolge te e nello stesso tempo l’Assemblea di cui fai parte, che oltretutto non ha confini, perché si estende alla Chiesa di ieri di oggi e di domani, terrestre e celeste, contemporaneamente… Se solo si rendessero i fedeli consapevoli di questa realtà, non esisterebbero più Assemblee anonime o tentazioni devozionistiche.

Mi stupisce che discorsi come questo, che forse non si fanno abbastanza, tanto siamo proiettati unicamente nel ‘fare’ materiale - che non sottovaluto, ma che non assolutizzo - possano sembrare complicati anche per dei sacerdoti; cosa che si deve constatare con doloroso rammarico...

Consideriamo poi anche queste affermazioni successive:

“D’altra parte, il sospetto freudiano, secondo cui le religioni non sarebbero altro che nevrosi collettive coercitive, dovrebbe essere preso in considerazione. La religiosità decaduta ha il carattere di un’azione forzata che si estrinseca nel compimento “religioso” come un “rito”. Questo, però, nell’economia psichica di un essere umano, ha un senso ambiguo, simile a quello della routine nel fenomeno del quotidiano. La ritualizzazione, se si pone in modo assoluto, è un segno di religiosità decaduta.”

Può parlare così solo qualcuno che della nostra Santa e Divina Liturgia di sempre 'vede' solo il "guscio esteriore" e forse neppure quello.

Non dimentichiamoci che Freud e la psicoanalisi sono dei validi sussidi come scienze umane; ma proprio nell'essere scienze umane hanno il loro limite intrinseco, mentre la Fede, pur incarnata nell'umano, ha le Sorgenti nel Soprannaturale. Non si tratta di contrapporre Fede a Ragione: in questo caso a scienze come psicologia e psicoanalisi; ma si afferma la necessità di un giusto equilibrio per non cadere né nel fideismo disincarnato né nello scientismo sterile, ricordando tuttavia come per S. Tommaso, purtroppo defenestrato dai seminari cattolici, la filosofia, salvo quando è ancilla theologiae, “ancella della teologia”, rimane la regina delle scienze. Tutte le altre scienze sono subordinate.

E la nostra Fede – che è in Una Persona, la Persona del Risorto – ci dona una "loghikè latrèia", un culto logico, perfettamente comprensibile e spiegabile anche con la Ragione... anche se la Fede ci porta oltre... ma Fede e Ragione non vanno mai separate, altro che "nevrosi collettive coercitive"!

Resta inspiegabile come qualcosa che provocherebbe "nevrosi collettive coercitive", abbia invece l'effetto di trasformare, eliminandole, vere e proprie 'coazioni a ripetere' come i peccati più radicati. Se ad orecchie moderniste può dar fastidio la parola 'peccato', chiamiamoli vistose 'distorsioni della personalità', che inducono a commettere errori che dispiegano conseguenze sia sulla persona che sulla realtà che la circonda e che un credente sa quanto lo allontanino dal Signore da se stesso e dagli altri, se non adeguatamente 'vinte' con il Suo aiuto.

Ebbene, se può accadere concretamente tutto questo e si tratta di una realtà intrinseca al rito, com’è possibile cavarsela col ridurre tutto a “nevrosi” di qualunque genere? Ricordiamo che in più occasioni Benedetto XVI – forse la più illustre vittima di tale tipo di nevrosi – ha chiamato e chiama "trasformazione" ciò che accade nel Rito – consolidato dalla preghiera e dalla vita di fede personale e comunitaria – che ribadisco con vigore, riprendendo il concetto paolino di 'Configurazione' a Cristo, che è ciò che caratterizza ontologicamente l'essere e l'"esserci" su questo mondo di ogni cristiano e che il cattolicesimo custodisce come proprio fondamento identitario.

Come potrebbe questa realtà – che rientra nelle serie dei 'fenomeni' misurabili, perché può essere nel tempo verificata in ragione del mutato comportamento delle persone che ne portano l'effetto – venire attribuita a «ministri della Chiesa simili allo “stregone del villaggio”, che riduce l’assemblea dei fedeli a spettatrice anonima e passiva», dal momento che non è al Sacerdote che si fa riferimento, ma al Signore e l’Assemblea non è solo una realtà collettiva ma è composta da individui: 'pietre vive', li chiama Pietro? E non dimentichiamoci che essi, sia personalmente che comunitariamente unum con il sacerdote, partecipano e VIVONO un culto autentico che implica un rapporto intimo e profondo col vero Celebrante, Cristo Gesù Signore, che ERA E' e VIENE sempre ad ogni celebrazione, è alla Sua Persona - che appartiene all'Ordine Soprannaturale perché è il Verbo Incarnato-Dio, prorpio in virtù dell'Incarnazione strettamente e indissolubilmente intrecciato alla nostra Umanità - che aderiscono. Ed è l'effetto del Suo Sacrificio, purtroppo da molti ridotto ad un 'mito', al pari della Sua Risurrezione, a riversare su sacerdote e fedeli presenti (nonché sulla Chiesa intera: militante, trionfante e purgante, di ogni luogo e di ogni tempo, presente e non) i beni escatologici che Egli ci ha promesso nel 'rimanere con noi' fino alla fine dei tempi. Questa è la nostra fede, che diventa vita quotidiana e rende veramente umane e vitali le esperienze le relazioni e le situazioni che la Provvidenza mette sulla nostra strada.

Viceversa è ormai normale rimanere luteranamente inesorabilmente peccatori, tanto il Signore salva tutti a prescindere dalla risposta alla Sua Grazia Santificante, che non si sa neppure più cos’è….

Nel contempo mi chiedo come possa ritenersi ‘passiva’ un’Assemblea che sia individualmente che comunitariamente si fa presente a ciò che accade nel rito con cuore ed intelletto aperti e desti e consapevoli e in Cristo, cioè nel Figlio Diletto, accoglie, esprime gratitudine commozione gioia, ADORA, loda e benedice, supplica, intercede, offre la sua vita con tutta la ricchezza dei suoi orizzonti interiori ed esteriori, con le sue valli (imperfezioni) da colmare e colline (presunzione, superbia) da abbattere, con i suoi limiti accettati e eventualmente superati se e quando è volontà di Dio, con i suoi talenti al servizio di tutti, con le sue gioie dolori attese speranze che non riguardano solo la singola persona, ma il ricco fecondo intreccio di relazioni a tutti i livelli, che vedo a cerchi concentrici allargarsi oltre i confini dell'evento puntuale, fino all’infinito e sconosciuto orizzonte dello spazio e del tempo e oltre, nella ‘vita eterna’ che già e non ancora comincia QUI!

Chi non sa di cosa sta parlando sarebbe più conveniente che tacesse, non tanto per il vuoto insito nella evidente superficiale arrogante e mistificatoria ignoranza dei fondamenti della Fede cattolica, quanto perché sta calpestando in maniera brutale e grossolana "cose Sacre".

Anche perché nella Tradizione, che noi amiamo e custodiamo, non si dà affatto il caso, posto come più che un’ipotesi, secondo l’affermazione che “la ritualizzazione, se si pone in modo assoluto, è un segno di religiosità decaduta”, perché niente, neppure il Rito, è un ‘assoluto’: esso è un dono prezioso – il cui nucleo risiede nell’Ultima Cena e la cui attuale ‘forma’ che racchiude una ‘sostanza’ impareggiabile, è frutto della Rivelazione Apostolica trasmessa nei secoli e arricchita dalle esperienze di fede di generazioni di credenti – e, proprio in quanto tale va vissuto, custodito, difeso e trasmesso; semmai vedrei “religiosità decaduta” nell’ostinata pertinace orizzontalità che pone l’uomo e l’Assemblea al centro di tutto e diviene pensiero ritualità e azione antropocentrica anziché Cristocentrica. Ed è per questo che possiamo constatare che essa è ben lontana dal santificare qualcuno.

Infine, altro segno di ideologia malsana è vedere l'individualismo come rovescio della medaglia del ‘clericalismo’. Circa l'individualismo ho espresso ampie considerazioni nel precedente punto 1). Quanto all'asserito clericalismo, si sta assistendo purtroppo alla svalutazione del sacerdozio ordinato - le cui coordinate anche misteriche sono così ben indicate e ripetute da Benedetto XVI in seguito alla non casuale indizione dell’Anno Sacerdotale - che nulla toglie al sacerdozio battesimale dei fedeli, che differisce da quello ordinato non solo di grado ma anche di essenza e deve essere vissuto per quello che è, dal Popolo di Dio che è innanzitutto Corpo di Cristo, cerchiamo di non dimenticarlo, altrimenti ricadiamo nelle categorie e suggestioni veterotestamentarie che il Signore - e noi con lui - ha portato e porta a compimento. Del resto, basta richiamarsi al Concilio Vaticano II. “I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del Corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni hanno poi anche un fine pedagogico... Conferiscono certamente la grazia, ma la loro stessa celebrazione dispone molto bene i fedeli a riceverla con frutto, ad onorare Dio in modo debito e ad esercitare la carità” (Sacrosanctum Concilium, 59). Giova ripetere che è missione altissima del Sacerdote guidare e formare i fedeli alla piena consapevolezza ed attiva partecipazione interiore ed esteriore come fedele dispensatore dei misteri divini, esercitando in pienezza il ‘Triplice Munus’ Docendi, Regendi e Sanctificandi

Sarà bene ricordare cosa pensava Giovanni Paolo II del Sacerdozio. La citazione è tratta dal Discorso ai sacerdoti delle Comunità neocatecumenali, Lunedì 9 dicembre 1985:

«La prima esigenza che vi s’impone è di sapere mantener fede, all’interno delle Comunità, alla vostra identità sacerdotale. In virtù della sacra Ordinazione voi siete stati segnati con uno speciale carattere che vi configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in suo nome (cf. Presbyterorum ordinis, 2). Il ministro sacro quindi dovrà essere accolto non solo come fratello che condivide il cammino della Comunità stessa, ma soprattutto come colui che, agendo “in persona Christi”, porta in sé la responsabilità insostituibile di Maestro, Santificatore e Guida delle anime, responsabilità a cui non può in nessun modo rinunciare. I laici devono poter cogliere queste realtà dal comportamento responsabile che voi mantenete. Sarebbe un’illusione credere di servire il Vangelo, diluendo il vostro carisma in un falso senso di umiltà o in una malintesa manifestazione di fraternità. Ripeterò quanto già ebbi occasione di dire agli assistenti ecclesiastici delle associazioni internazionali cattoliche: “Non lasciatevi ingannare! La Chiesa vi vuole sacerdoti, e i laici che incontrate vi vogliono sacerdoti e niente altro che sacerdoti. La confusione dei carismi impoverisce la Chiesa, non la arricchisce” (Giovanni Paolo II, Allocutio, 4, 13 dicembre 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 1391).»

Papa Benedetto e i martiri di Tyburn


martirio del certosini inglesi

"Non lontano da qui, a Tyburn, un gran numero di nostri fratelli e sorelle morirono per la fede; la testimonianza della loro fedeltà sino alla fine fu ben più potente delle parole ispirate che molti di loro dissero prima di abbandonare ogni cosa al Signore. Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia. E tuttavia la Chiesa non si può esimere dal dovere di proclamare Cristo e il suo Vangelo quale verità salvifica" (Discorso del Santo Padre Benedetto XVI durante la Veglia di preghiera per la Beatificazione del Cardinale J. H. Newman,  Hyde Park, Londra , Sabato, 18 settembre 2010).

domenica 26 settembre 2010

"Benedict’s Creative Minority " di Samuel Gregg (traduzione italiana)

Proponiamo un'eccezionale analisi della Visita Papale nel Regno Unito pubblicata in lingua inglese sul sito http://www-maranatha-it.blogspot.com/2010/09/benedicts-creative-minority-by-samuel.html

La minoranza creativa di Benedetto
di Samuel Gregg

In seguito al recente viaggio di Benedetto XVI in Gran Bretagna, abbiamo assistito, ancora una volta, all’incapacità della maggior parte dei giornalisti di leggere in modo accurato questo pontificato. Che si trattasse della cortese discorso di accoglienza della Regina Elisabetta, delle sentite riflessioni del primo ministro David Cameron , o delle decine di migliaia di persone felici di ogni età e razza che sono venute a vedere Benedetto XVI in Scozia e Inghilterra (tutto questo fa impallidire la strana accozzaglia di arrabbiati contestatori kafkiani), tutti questi fatti hanno rapidamente smentito le previsioni dei soliti sospetti 'circa la bassa affluenza e le massicce manifestazioni anti-papa”.

In effetti, le voci fuori del coro delle cosiddette élites culturali dalla Gran Bretagna, come il celebre ateo Richard Dawkins e altri che lo storico inglese Michael Burleigh ha recentemente descritto come "cacciatori di riflettori" e prodotti di un "provincialismo soddisfatto di sé" sono stati relegate ai margini. Come ha detto David Cameron, Benedetto "ha sfidato tutto il paese a sedersi e pensare."

Naturalmente il successo della visita di Benedetto non significa che la Gran Bretagna si appresta a tornare alle sue radici cristiane. In realtà, la tentazione è quella di dire che oggi la Gran Bretagna rappresenta un possibile - e piuttosto deprimente- futuro europeo.

In un articolo di benvenuto alla visita di Benedetto in Gran Bretagna, il rabbino capo del Regno Unito Jonathan Sachs ha osservato: "che si accetti o meno la definizione di “società in frantumi”, non va tutto bene nella Gran Bretagna contemporanea". I fatti che sono stati citati da Sach fanno riflettere. Nel 2008, il 45 per cento dei bambini inglesi sono nati fuori dal matrimonio; 3.900.000 sono bambini che vivono in povertà, il 20 per cento dei decessi tra i giovani dai 15 ai 24 sono suicidi, nel 2009, 29,4 milioni gli antidepressivi sono stati dispensati, su 334 per cento in più dal 1985 .

Tale è il frutto di una cultura profondamente secolarizzata, über-utilitaristica che tollera i cristiani fino a quando iniziano a mettere in pericolo la coerenza della società che non può parlare di verità e di errore, di bene e di male, salva nel gergo debole tutto ciò che passa per correttezza politica in un dato momento.

Ma quello che pochi commentatori hanno colto è che Benedetto ha da tempo previsto che, per almeno un'altra generazione, questa potrebbe essere la realtà con cui si confronteranno i cattolici europei e gli altri cristiani che non piegano il ginocchio davanti alla correttezza politica o al laicismo militante. Di conseguenza, Egli sta preparando il cattolicesimo per il suo futuro in Europa, destinato ad essere quello Benedetto XVI chiama una "minoranza creativa".

La frase, che Benedetto ha usato per diversi anni, viene da un altro storico inglese Arnold Toynbee (1889-1975). la tesi di Toynbee era che le civiltà crollano principalmente a causa di un declino interno piuttosto che di un assalto esterno. “Le civiltà", ha scritto Toynbee, "muoiono per suicidio, non per omicidio."

Le "minoranze creative", Toynbee ha dichiarato, sono ciò che in modo attivo risponde a una crisi di civiltà, e la cui risposta permette a quella civiltà di crescere. Un esempio è la reazione della Chiesa cattolica al collasso dell’Impero romano in Occidente nel 5 ° secolo d.C., la Chiesa ha risposto conservando la saggezza e la legge di Atene, Roma e Gerusalemme, integrando nel contempo le tribù germaniche di invasori in una comunità religiosa universale. La civiltà occidentale è stato così salvata e arricchita.

Questa è la visione di Benedetto del ruolo della Chiesa cattolica nell'Europa contemporanea. In realtà, è probabilmente l'unica strategia possibile. Una alternativa potrebbe essere per la Chiesa di ghettizzare stessa. Ma mentre la vita monastica è sempre stato una vocazione per alcuni cristiani, ritirarsi dal mondo non è mai stato chiamata della maggior parte dei cristiani, anche perché essi sono chiamati a vivere nel mondo e evangelizzare il mondo.

Ancora un'altra opzione, naturalmente, è "cattolicesimo liberale". Il problema è che il cattolicesimo liberale (che è teologicamente indistinguibile da protestantesimo liberale) ha più o meno collassato (come il protestantesimo liberale) in tutto il mondo. Per la prova, basta visitare i Paesi Bassi, il Belgio, o qualcuna di quelle sempre più rare diocesi cattoliche il cui vescovo guarda agli anni ‘60 e ‘70 come il culmine della civiltà occidentale.

Anche l'Economist (che stranamente ondeggia tra profonda intuizione e ignoranza imbarazzante quando si tratta di commenti di carattere religioso) ha recentemente osservato che i "cattolici liberali" stanno scomparendo. Molto tempo fa, l'ormai beatificato John Henry Newman ha sottolineato l’essenziale incoerenza del cristianesimo liberale. Il futuro del cattolicesimo liberale è quello di tutte le forme di cristianesimo liberale: un declino inesorabile, l'incapacità di “replicare se stessi”, e la loro progressiva riduzione ad essere pittoreschi accessori di cause sinistrorse alla moda o passivi dispensatori di programmi di welfare finanziati dallo stato.

Per contro, la strategia della “minoranza creativa” di Benedetto riconosce, anzitutto, che per essere un cattolico attivo in Europa è ora, come il Cardinale André Vingt-Trois di Parigi, scrive nella sua Une missione de liberté (2010), una scelta piuttosto che una questione di conformità sociale . Questo significa che i cattolici praticanti europei in futuro saranno credenti attivi perché hanno scelto e vogliono vivere l'insegnamento della Chiesa. Queste persone non possono fare marcia indietro quando si tratta di discutere questioni controverse di interesse pubblico.

In secondo luogo, l'approccio minoranza creativa non è solo per i cattolici. Essa attira i non cattolici parimenti convinti che l'Europa ha dei problemi moderni che, come il rabbino commenta Sachs, "non possono essere risolti con la spesa pubblica".

Un esempio lampante è il metropolita Hilarion Alfeyev, presidente del Patriarcato ortodosso di Mosca del Dipartimento per le relazioni esterne della Chiesa. Un uomo profondamente colto, che è completamente non-intimidito né dai cristiani liberali né dai laicisti militanti, Hilarion ha chiaramente osservato la Chiesa cattolica in Europa, perché egli crede che, soprattutto con Benedetto, esa si è impegnata a "difendere i valori tradizionali del cristianesimo", ripristinando "un'anima cristiana per l'Europa", ed è "impegnata nella difesa comune dei valori cristiani contro il secolarismo e del relativismo". Allo stesso modo, europei non-credenti di spicco, come i filosofi Jürgen Habermas e Marcello Pera hanno affermato che l’origine essenzialmente cristiana dell’Europa e pubblicamente concordato con Benedetto che l'abbandono di queste radici è la via europea al suicidio culturale.

Infine, le minoranze creative hanno il potere di risuonare nel tempo. Non è un caso che durante il suo viaggio inglese Benedetto ha pronunciato un importante discorso a Westminster Hall, il sito del processo spettacolo di Sir Thomas More nel 1535.

Quando Tommaso Moro s’ergeva quasi da solo contro la brutale demolizione di Enrico VIII della libertà della chiesa in Inghilterra, molti respinsero la sua resistenza come un gesto disperato. Moro, tuttavia, si rivelò essere minoranza creativa formata da un solo uomo. Cinquecento anni dopo, Moro è considerato da molti cattolici e non cattolici come modello per i politici. Al contrario, nessuno si ricorda di quei vescovi inglesi che, con l'eccezione eroica del vescovo John Fisher, si prostrarono davanti al re-tiranno.

E forse questo è il significato ultimo della minoranza creativa di Papa Benedetto. A differenza dell’élites autoreferenziali e blateranti dell'Europa occidentale, Benedetto non pensa in termini di notizie che durano un cliclo 24 ore. Non poteva interessargli di meno fare pubblicità a se stesso o i titoli di giornali. La sua opzione per minoranza creativa è lungimirante.

La lungimiranza vince sempre. Questo è qualcosa che le celebrità non capiranno mai.

Il Dr. Samuel Gregg è direttore di ricerca presso l'Istituto Acton. È 'autore di diversi libri tra cui On Ordered Liberty, il premiato The Commercial Society, The Modern Papacy, e Wilhelm Röpke’s Political Economy.

sabato 25 settembre 2010

Newman e Lefebvre

Che cosa accomuna il cardinale Newman e il grande critico del Vaticano II

CONTRORIFORME
di Francesco Agnoli



















Ho tra le mani due biografie della stessa autrice, la nota scrittrice piemontese Cristina Siccardi. La prima “Nello specchio del Cardinale J.H Newman” (Fede & Cultura), è incentrata sul nuovo beato inglese, ed è una ottima sintesi della sua vita e del suo pensiero.

La seconda “Mons. M. Lefebvre. Nel nome della Verità” (Sugarco) è invece un testo dedicato al famoso Vescovo francese, che si oppose nel post concilio a molte delle derive di quegli anni. Nel secondo di questi volumi trovo un passo interessante per capire i tempi che vive i tempi della chiesa di oggi. Jean Guitton, intimo amico di Paolo VI, ma anche estimatore dell’opera del vescovo francese, parlando col Papa l’8 settembre 1976, ebbe a dirgli: “Santo Padre, io confronto monsignor Lefebvre con Newman nella prima parte della sua vita, quando considerava che i cambiamenti introdotti da Roma fossero corruzioni, perché la Chiesa deve rimanere identica a se stessa: la Fede ‘è ciò che è ammesso da tutti, ovunque e sempre’ secondo la bella definizione di Vincent de Lèrins”. Non è qui il luogo per analizzare la vita di mons. Lefebvre, il suo pensiero, le sue amicizie (da Guitton, al cardinal Siri, al protestante Albert Schweitzer), né per discutere le varie posizioni da lui prese nell’arco della sua vita. Neppure è il luogo per esporre il suo pensiero sul Concilio Vaticano II, di cui mons. Lefebvre firmò tutti gli atti salvo poi affermare che dove essi risultassero ambigui o controversi, andavano interpretati alla luce della “Tradizione”.

Chi vuole approfondire, può farlo leggendo l’ottimo libro citato. E’ però interessante capire il crescente interesse attuale per le due figure, Lefebvre e Newman e il parallelo tra loro istituito da Guitton e, implicitamente, dalla Siccardi.

Ebbene a me sembra che la “concordanza” tra i due personaggi stia nella loro posizione di fronte al liberalismo. La mattina del 12 maggio 1879, padre Newman parlò in occasione della nomina a cardinale da parte di Papa Leone XIII ed ebbe a ribadire un concetto a lui caro: disse che il grande pericolo per la Fede risiedeva nello “spirito del liberalismo nella religione”. Con la espressione suddetta Newman intendeva “la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro”. Newman condannava cioè l’indifferentismo religioso, in forte contrasto con la sua caratteristica umana più profonda che lo aveva portato alla conversione: l’idea che l’uomo non può fare a meno di credere nella verità e quindi di cercarla incessantemente, pronto a lasciare tutto per quell’unico tesoro. Il mondo moderno, argomentava Newman, è antireligioso, perché nega la Verità stessa e parla di “tolleranza” di tutte le religioni per dire, in verità, che nessuna vale qualcosa. Tutte uguali, cioè, perché nessuna è vera e tutte ugualmente inutili. Il liberalismo nella religione riduce la fede a un fatto personale, a “proprietà privata” da tener nascosta con vergogna a “un sentimento”, una “preferenza personale”, soggettiva, senza ripercussioni nella vita sociale.

Lo stesso liberalismo

Se questa era la posizione di Newman, alla fine dell’Ottocento, si può dire che a partire dagli anni Sessanta del Novecento Lefebvre, come molti altri, ebbe a combattere proprio contro lo stesso liberalismo, o relativismo religioso, introdottisi, questa è la novità, nella chiesa stessa. Parlando del gesuita Rahaner, di Suenens (il cardinale che insieme a Danneels ha azzerato la chiesa belga), e di altri teologi in voga, Lefebvre che vedeva le chiese di Francia svuotarsi, insieme ai seminari, denunciava una visione liberale trionfante all’interno della stessa cristianità. Non aveva tutti i torti, se è vero che per anni abbiamo sentito dire che un Dio vale l’altro, perché in fondo “c’è un solo Dio”. Come se Cristo, Manitù o Maometto fossero la stessa persona e insegnassero la medesima “buona novella”. A tale riguardo Lefebvre si dichiarava avverso alle adunanze ecumeniche in cui le statue di Budda e quelle di divinità di altre religioni venivano poste sugli altari cattolici, ingenerando così nei fedeli una equiparazione sincretista. Contro queste manifestazioni, che oggi Benedetto XVI sta archiviando, in nome del dialogo tra gli uomini e non tra le religioni, Lefebvre citava il pontefice Pio XI che nella sua “Mortalium animos” aveva condannato le prime adunate ecumeniche basate sul “falso presupposto che tutte le religioni siano buone e lodevoli in quanto tutte, pur nella diversità dei modi, manifestato e significano ugualmente quel sentimento, a chiunque congenito, che ci rivolge a Dio…”. Queste adunanze, concludeva il Papa dimenticano che la Verità è una sola, e quindi conducono, “insensibilmente”, “al naturalismo e all’ateismo”. Il cardinal Newman, ricorda sempre Cristina Siccardi, visse in un’epoca in cui era improponibile un “ecumenismo delle religioni”. Se lo avesse conosciuto “lo avrebbe visto come una pericoloso teoria sincretista”, convinto com’era di aver lasciato la Chiesa anglicana e tanti cari amici, non per un capriccio, ma perché obbligato dalla sua coscienza riconoscere nella Chiesa di Roma, e non in quelle di Enrico VIII la vera e unica Chiesa di Cristo. Anche per questo Newman piaceva anche al Papa avversario del modernismo: il troppo dimenticato san Pio X.

da Il Foglio 16 settembre 2010



per la verità di Cristo in questo mondo

Il Papa nella terra di Enrico VIII e della Chiesa di Stato
di Francesco Agnoli

Benedetto XVI è un pontefice che preferisce ridurre al minimo i suoi viaggi, per poter governare meglio la barca di Pietro, senza essere costretto a delegare troppo.

La Curia romana infatti è un po’ il motore della Chiesa, e come tale occorre curarla e governarla. Ciononostante il papa compirà, a breve, un viaggio delicatissimo in Inghilterra. Non sarà un’esperienza facile. Da mesi e mesi i suoi nemici gli preparano una accoglienza burrascosa. Il fatto è che l’Inghilterra, per un successore di Pietro, è una terra di leoni. Dall’epoca dello scisma di Enrico VIII, infatti, il papa è identificato col nemico del paese e i cattolici sono gli odiati “papisti”. Fu proprio Enrico ad inaugurare la politica della calunnia come arma principale per difendere la sua decisione di umiliare Caterina d’Aragona. Il popolo infatti era contrario sia al ripudio della sposa, sia allo scisma. Occorreva convincerlo, in un modo o nell’altro. Molti nobili e borghesi furono comperati dal sovrano che cedette loro, per pochi soldi, tutte le proprietà della Chiesa cattolica confiscate. Ma la gente fu più difficile da persuadere.

La politica adottata fu allora quella di obbligare teologi, sacerdoti, dignitari vari, a prendere posizione per il re, scrivendo libri, saggi, drammi teatrali, in cui il papa veniva presentato come un avido monarca desideroso di impadronirsi dell’Inghilterra e come un nemico del Vangelo, tirato a destra e a sinistra perché risultasse filo-Enrico VIII. Da allora in poi, complici le guerre con la cattolica Spagna, il papa nemico del paese divenne un dogma della chiesa di stato anglicana.

Per capire come possano essere cresciute generazioni di inglesi, basta leggere “La Chiesa cattolica” di G.K. Chesterton, recentemente ripubblicato da Lindau. Per spiegare la sua conversine al cattolicesimo, il celebre giornalista mette in luce due aspetti. Il primo: la difficoltà per un inglese di vincere gli infiniti pregiudizi contro i cattolici disseminati qua e là, in sermoni, romanzi, riviste, che li portano ad un vero e proprio “terrore del papismo”. La seconda: la difficoltà per un anglicano di essere nel contempo patriota e aperto ad una fratellanza universale. Proprio analizzando lo strettissimo legame tra patriottismo inglese, corona e chiesa anglicana, Chesterton conclude: “in questo senso il protestantesimo è patriottismo, ma per sfortuna non è nient’altro. Parte da lì e non va mai oltre”.

Al contrario il cattolico universalista considera l’amore per la patria un dovere dell’uomo, ma “non il suo unico dovere, come avveniva invece nella teoria prussiana dello Stato e, troppo spesso, in quella britannica dell’impero”. Detto questo, bisogna ricordare che verso la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la Gran Bretagna ha conosciuto moltissime conversioni alla Chiesa di Roma: da Newman, a Chesterton, allo scrittore Bruce Marshall, autore dello splendido “Ad ogni uomo un soldo”, sino a R.H. Benson ed Evelyn Waugh…

Tutti questi personaggi hanno sentito il fascino di Roma, della sua universalità, evidente nei suoi dogmi e soprattutto nella sua liturgia latina. Tutti costoro hanno amato nella Chiesa cattolica la sua libertà da un particolare potere politico, insita nella sua universalità, così lontana dal pregiudizio velatamente razzista presente nella cultura britannica. Nei loro libri compaiono spesso preghiere in latino, formule antichissime della fede cattolica, che stanno al di fuori del tempo e dello spazio, unendo ogni singolo fedele con i suoi fratelli, di ogni luogo e di ogni tempo.

Poi, in seguito al Concilio Vaticano II, il flusso di conversioni in Inghilterra si è arenato, per riprendere solamente, e vigorosamente, dopo l’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI, il motu proprio sulla messa antica e una nuova concezione dell’ecumenismo. Così abbiamo assistito ad un fenomeno che per un cattolico è provvidenziale: moltissimi anglicani, dopo secoli e secoli, hanno chiesto di rientrare nella Chiesa di Roma!

Questo ritorno in massa è stato favorito senza dubbio da più elementi. Anzitutto dal graduale dissolversi della vecchia mentalità britannica. L’Inghilterra non è più, da tempo, un impero che governa sui mari, né il paese che afferma di prendersi sulle spalle “il fardello” della civilizzazione degli altri popoli. Una religione patriottica, come quella anglicana, oggi, nel mondo anglosassone, è sempre più improponibile. In secondo luogo è la società inglese che sta dissolvendosi. Uno straordinario osservatore del mondo anglosassone, Gianfranco Amato, autore di “Un anno alla finestra”, ricorda per esempio che oggi in Inghilterra il nome più diffuso tra i neonati maschi di Londra è Mohamed, mentre gli aborti sono ben 500 al giorno! Numeri che dicono della graduale sparizione di un popolo. Che avviene mentre le gerarchie anglicane non sanno opporre nulla al nichilismo imperante, ma anzi si mettono al traino. Inevitabile dunque che mentre l’odio contro Benedetto XVI, fustigatore del relativismo, monta, cresca anche il numero dei britannici che cercano una fede solida, vera, che non ceda al mondo e alle sue lusinghe.

“La Chiesa cattolica, scriveva Chesterton, è l’unica in grado di salvare l’uomo da una schiavitù degradante, quella di essere figlio del suo tempo”. Per questo lotta e sopravvive. Cambiati i tempi, qualcuno inizierà ad accorgersi che i vecchi dogmi di un’epoca, erano fasulli e transitori, mentre il Vangelo rimane sempre “nuovo”, ed attuale.

da Il Foglio del 9/9/2010

venerdì 24 settembre 2010

il carattere perfido dei metodi e delle manovre rivoluzionarie

Una riflessione sulle caratteristiche distintive della Rivoluzione.
del P. R.-Th. Calmel O.P.
(Titolo originale: Della civiltà cristiana. Appendice a Per una teologia della storia, Borla 1967).

Riflettendo sulla rivoluzione nelle sue improvvise esplosioni o nelle sue ramificazioni nascoste, possiamo agevolmente notare tre caratteristiche distintive: non rimedia agli abusi, ma colpisce la natura stessa delle cose; non realizza le nobili, generose e oneste aspirazioni al rinnovamento, ma le mette in disparte a profitto della distruzione, giungendo persino a corromperle; non domina per mezzo di un'autorità visibile, magari tirannica, ma riduce in schiavitù tramite un'autorità occulta, contro la quale ogni intervento è pressoché impossibile, poiché è come un veleno iniettato nei tessuti del corpo sociale.

Esaminiamo queste tre caratteristiche una alla volta.

Aver decretato che la legge civile sarebbe legittima unicamente in base alla maggioranza dei voti e non perché conforme a un ordine naturale venutoci da Dio, tenendo conto delle giuste tradizioni di un paese; aver privato i genitori e i corpi costituiti degli insegnanti - le università - del diritto di educazione e di insegnamento per farne un monopolio di stato; aver dichiarato che lo stato non riconosce alcuna religione e non si inchina di fronte a nessuna di esse; mirare insidiosamente alla statalizzazione del commercio, dell'agricoltura e della sanità, tutte queste piaghe politiche e molte altre ancora rivelano una sinistra volontà di colpire le radici stesse della società con un movimento sacrilego e veramente satanico. E non è certo per il fatto che molti uomini vi ci siano ormai abituati, o che siano condizionati dalla propaganda, che la rivoluzione ha smesso di essere abominevole. Un cancro smette forse di essere mortale perché l'organismo vi si è in qualche modo adattato?

Il riformatore degno di questo nome comincia col rispettare la natura: che si tratti di una persona o di una istituzione, non lotta contro i vizi, le deformazioni, le incrostazioni, se non per favorire il compiersi della natura in ciò che essa ha di autentico e di originale. Il rivoluzionario invece se la prende con la natura in se stessa, spinto da chissà quale febbre o gelosia, più che le consuetudini o gli abusi, e la natura stessa degli esseri e delle cose che egli intende abbattere per trasformarla. E’ cosi che il rivoluzionario attacca non solo gli ingiusti privilegi ma ogni sana gerarchia e le prerogative inevitabilmente collegato; parimenti, non vuole soltanto correggere gli abusi della proprietà, ma distruggere quest'ultima; non vuole mettere soltanto un freno all'invadenza clericale nella vita pubblica ma pretende di laicizzare la vita pubblica, interdire alla Chiesa di far valere il diritto; o, ancor peggio, vorrebbe che il magistero ecclesiastico decretasse "motu proprio" il laicismo delle leggi e dei costumi. Non finiremmo mai di citare degli esempi. Da parte mia, anche se comprendo, pur disapprovandola con tutte le mie forze, la disperazione di fronte allo spettacolo di uno scandalo a volte enorme nella società o fra la gente di Chiesa, mi riesce mollo più difficile capire che si possa avere coscienza della condizione di creatura e tuttavia consacrare la propria vita a quello sconvolgimento essenziale in cui consiste la rivoluzione. Ma questa è la realtà. La gratuità e la mostruosità del male raggiungono una simile profondità. Per essere giusti, guardiamoci tuttavia dal dimenticare la responsabilità di certe persone per bene, che non sono per nulla rivoluzionarie nella genesi dell'atteggiamento rivoluzionario. Forse vi è capitato d'incontrare degli ex allievi della scuola laica, che non sono affatto degli esseri volgari, e che custodiscono nel cuore un odio inesauribile e attivo nei confronti della scuola libera; oppure avrete potuto notare dei preti che pur non essendo né mediocri né eretici, detestano ferocemente la gerarchia ecclesiastica e i suoi organi esecutivi, agendo di conseguenza. Che cosa c'è all'origine di tali atteggiamenti rivoluzionari? A volte un orribile scandalo in seno alla scuola religiosa o agli organi della gerarchia che li ha colpiti. Non sono riusciti a superarlo. E’ mancato loro un desiderio sufficientemente umile da assomigliare a Cristo crocifisso. "Ne ho viste troppe", dicono. Il guaio è che non hanno saputo vedere l'agonia del Signore e la sofferenza tranquilla dei veri discepoli confessori o martiri (Possiamo leggere su questo tema il capitolo: Réponse integrale aux iniquités del nostro libro; Sur nos routes d'exil, les béatitudes, già citato).

Ma in definitiva ogni sforzo rivoluzionario non avrebbe una vasta portata, se non riuscisse a far entrate nella sua orbita e a utilizzare per la sua opera distruttrice, i sentimenti nobili e coraggiosi. Se la sollevazione dell'89 fosse stata fatta solo da banditi o da tarati, se non avesse affascinato e posto al proprio servizio dei caratteri fieri, degli uomini puri (ma v'erano delle macchie nella loro purezza), questo movimento sarebbe finito ben presto nel nulla, incapace di scuotere la Francia e il mondo.

Per andare in fondo alle cose diremo che, se il demonio non fosse così abile nel fuorviare le nostre migliori aspirazioni, se non avesse imparato a farle entrare nel suo sinistro gioco di falsificazione, non gli servirebbe molto essere puro spirito e totalmente immerso nel male. In realtà tutta la sua astuzia può essere sventata da una fede semplice e fiduciosa. "Haec est victoria quae vincit mundum [et diabolum], fides nostra", insomma, i disegni di Satana sono votati all'insuccesso dall'alba ineffabile dell'Immacolata Concezione: "Ipsa conteret caput tuum".

Conosciamo molto bene il carattere perfido dei metodi e delle manovre rivoluzionarie; captare le più veementi aspirazioni di giustizia e di pace, o quelle, colme di linfa, di necessari rinnovamenti per impiegarle contro la giustizia e la vita. Ad esempio, basta che in un momento della storia della Chiesa si faccia sentire il bisogno di un rinnovamento biblico o liturgico, missionario o "laico", e che questo rinnovamento sia nell'aria, e subito lo spirito rivoluzionario tenterà di circuirlo, captarlo e falsarlo. Si incomincia col mettere in disparte coloro che avrebbero fatto fiorire il rinnovamento rimanendo fedeli alla tradizione, sostituendoli con uomini che vogliono "nuove sorgenti" in antitesi con la costituzione della Chiesa; poco alla volta si insegna al popolo cristiano, odiosamente ingannato, a interpretare la Scrittura in senso contrario alla teologia, a celebrare la liturgia a detrimento dell'adorazione e del raccoglimento, a magnificare il matrimonio in odio alla verginità consacrata, a esaltare la povertà evangelica strumentalizzandola contro la proprietà privata, a divenire apostoli dei miscredenti astraendosi dalla fede e dal battesimo.

A questo punto bisognerebbe riflettere sull'evangelismo ambiguo e sui cristiani illusi che ne sono insieme i seguaci e le vittime. Hanno fatto cadere il Vangelo dalla sua altezza soprannaturale per appiattirlo al livello delle aspirazioni impure dell'uomo carnale.

Hanno perfettamente capito, per esempio, che la Chiesa deve essere vicina al mondo per salvarlo ma, non avendo accettato pienamente che tale vicinanza fosse quella della misericordia divina anziché la prossimità miserabilmente umana della debolezza e della connivenza, finiscono con l'abbandonare la Chiesa proprio quando pretendono di avvicinarla al mondo. Sanno anche che il Vangelo è mistico e che trascende le società umane; ma, non avendo accettato totalmente il concetto che questa mistica porti a compimento la legge naturale, finiscono col predicare il Vangelo contro il diritto naturale e persino contro le istituzioni naturali della società. Sanno che i ministri di Cristo, per il loro stato, sono i servitori dei loro fratelli in vista del regno di Dio ma, non avendo accettato pienamente che questo servizio fosse quello di un cristiano riconosciuto anche formalmente nella sua dignità che proviene dall'alto, che non si ha il diritto di disprezzare, essi finiscono col reclamare una Chiesa povera che si sbarazzi della dignità dei suoi ministri. Se ne avessero la possibilità (ma la cosa non si avvererà), edificherebbero una pseudo-Chiesa, impegnandosi a promuovere ciò che chiamano una "Chiesa povera". Costituirebbero una Chiesa svuotata dai poteri gerarchici, immaginandosi così di renderla più viva nella fede e nell'amore.

Ma se i rimproveri pieni di sospetto che investono la Chiesa libera e svincolata da compromessi, o la Chiesa serva e povera o ancora la Chiesa apostolica e presente nel mondo, sono tanto numerosi, se tante dottrine equivoche esercitano un enorme fascino, è perché vengono predicate da apostoli fuorviati. Una grazia apostolica deviata: ecco che cosa si indovina nei loro propositi. Da qui deriva il loro strano magnetismo, la loro particolare attitudine a sedurre le anime generose ma troppo deboli e non abbastanza pure. Questi falsi apostoli, questi apostoli dell'illusione, ci colpiscono nelle regioni mistiche dell'anima senza contraddire ciò che d'impuro e di troppo umano vi si trova celato. Ci farebbero credere che tutto in noi può egualmente venir soddisfatto dal Vangelo del Signore: lo spirito servile e la vigliaccheria a sostegno della nostra dignità; l'amore della giustizia ma anche il risentimento; lo zelo delle anime come il consenso del mondo. I danni che ne derivano sono incalcolabili; niente mi appare tanto devastatore per il popolo cristiano come una grazia apostolica, non dico rinnegata e calpestata, ma fuorviata. Forse, la rivoluzione non ha migliori alleati all'interno della Chiesa di Cristo (e persino nel mondo in generale) degli apostoli fuorviati, e tanti cristiani illusi che si sono schierati con loro.

Di questa illusione mortale una delle maggiori fonti è la mediocrità, il consenso alla tiepidezza. E il rimedio non verrà trovato in una lucidità dura e senza compassione, ma in una lucidità permeata d'amore, tenera e forte.

È per ciò che chiediamo con l'Apostolo (Et. 1,17-18) che "Iddio di Nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria, ci dia lo spirito di sapienza e... illumini gli occhi del vostro cuore".

San Tommaso Moro: buon servitor del re perché miglior servitor di Dio

Dio, il re e il processo a Tommaso Moro
Benedetto XVI parla davanti al Parlamento britannico
di William Newton

TRUMAU (Austria), mercoledì, 22 settembre 2010 (ZENIT.org).- Secondo una celebre frase di Mark Twain, “la storia non si ripete, ma fa rima”. Lo scorso venerdì 17, nella Westminster Hall di Londra, si è verificata una di queste “rime”.

Nella stessa sala, il 1° luglio del 1535, San Tommaso Moro fu condannato a morte per tradimento, perché non aveva riconosciuto la supremazia dell’autorità temporale, il re, sull’autorità ecclesiastica e sul Papa. Ci sono voluti quasi 500 anni, ma lo scorso venerdì sera, John Bercow, il successore di Tommaso Moro alla presidenza della Camera dei comuni, ha invitato il successore di Papa Clemente VII a rivolgersi all’intero Parlamento britannico.

Benedetto XVI ha dimostrato di essere pienamente consapevole del significato di quell’occasione, non avendo avuto timore di ricordare ai parlamentari presenti ciò che era in ballo nel processo contro San Tommaso Moro. Il Papa ha notato che “il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi difficili” era “la perenne questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio”. Lo scopo dell’intervento di Benedetto XVI – e in un certo senso dell’intera sua visita nel Regno Unito – è stato quello di “riflettere ... sul giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico”.

Benedetto XVI ha proseguito sottolineando che “le questioni di fondo che furono in gioco nel processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi” ancora oggi e tra le più importanti vi è questa: “A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?”.

Tommaso Moro e tutti gli uomini e donne del suo tempo, in Inghilterra, erano costretti – pena la morte – a rispondere a questa domanda: su che basi va decisa la questione del divorzio e della possibilità di risposarsi? Doveva essere sulla base dell’opinione di colui che deteneva il potere politico (Enrico VIII), o sulla base dei perenni principi morali: i principi sostenuti dalla Chiesa?

Fondamenti

Molte cose sono cambiate politicamente in Inghilterra negli ultimi 500 anni, ma la questione rimane: esistono fondamenti etici della società civile e politica che semplicemente non sono nella disponibilità di chi detiene il potere, anche se il potere è democratico?

La risposta di Benedetto XVI naturalmente è sì, perché “se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza”. Con queste parole, il Santo Padre, pensava sicuramente anche alle leggi contrarie alla vita, approvate dal Parlamento britannico e da altre democrazie avanzate, negli ultimi decenni, in ossequio al “consenso sociale”, ma in contrasto con il vero bene della società.

Benedetto XVI non ha espressamente menzionato l’aborto, l’eutanasia e la sperimentazione sugli embrioni umani, ma ha dato un altro esempio di come vengono sacrificati i fondamenti morali della società. Con riferimento all’attuale crisi finanziaria globale, ha ricordato che questa dimostra alla società cosa ci si può aspettare quando i sani fondamenti etici vengono sacrificati nel nome dell’interesse personale e del pragmatismo. Ha affermato che “vi è un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento etico dell’attività economica abbia contribuito a creare la situazione di grave difficoltà [economica] nella quale si trovano ora milioni di persone nel mondo”.

Per arrivare al dunque del suo discorso, ha ricordato ai parlamentari “una delle conquiste particolarmente rimarchevoli del Parlamento britannico: l’abolizione del commercio degli schiavi”. Il Santo Padre ha osservato che “la campagna che portò a questa legislazione epocale, si basò”, non sulla spinta dell’opinione pubblica (che anzi esprimeva quanto meno ambiguità), ma “su principi morali solidi, fondati sulla legge naturale”, e, si potrebbe aggiungere, sostenuti da cristiani convinti come William Wilberforce.

Avendo ricordato agli onorevoli la necessità che la società politica sia fondata in definitiva su solidi fondamenti etici e non sui capricci del “consenso sociale”, Benedetto XVI ha proseguito l’intervento con l’ovvia domanda: “dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche?”. Il Papa ha risposto a questa domanda sottolineando che “le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione”. Contrariamente a quando sostiene il relativismo, la ragione umana è in grado di capire ciò che è vero e ciò che è giusto. Egli quindi non fa altro che ricorrere alla legge naturale.

Gettare luce

Se dunque le norme morali oggettive possono essere conosciute dalla ragione umana anche senza la rivelazione, qual è il ruolo della religione e in particolare della fede cristiana nella società? Non è – ha affermato Benedetto XVI – quello di impartire queste norme morali e certamente non è quello di proporre un piano dettagliato per la riforma della vita politica ed economica di una nazione. È invece quello di “aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi”.

Pertanto, si tratta in molti casi di un ruolo “correttivo”, nel senso di aiutare a guidare la ragione nella sua ricerca delle norme morali e della loro concreta applicazione. Una guida che è necessaria, perché il peccato spesso ostacola la ragione nella sua ricerca della verità. Il Santo Padre ha anche avvertito che “senza il correttivo fornito dalla religione ... la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana”.

Benedetto XVI ha ricordato all’assemblea che “fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi”, in quanto tale commercio era fondato sulla negazione di principi morali che anche la sola ragione avrebbe dovuto affermare, ovvero quello dell’eguaglianza di tutti gli uomini e della loro intrinseca dignità.

Il Pontefice ha osservato che questa funzione “correttiva” della fede e della rivelazione non sempre è gradita nelle società democratiche moderne. Ha ammesso che talvolta vi sono buoni motivi in questo senso, riferendosi ai fenomeni di settarismo e fondamentalismo, che sono forme di fede religiosa prive della ragione. Stando così le cose, Benedetto XVI ha invitato i suoi ascoltatori – gli uomini e le donne che detengono il potere politico nel Regno Unito – a fare il possibile per assicurare “un profondo e continuo dialogo”, tra “il mondo della razionalità secolare e il mondo del credo religioso”, per “il bene della nostra civiltà”.

Alla luce della decisiva importanza di questo dialogo tra ragione e fede, Benedetto XVI ha detto: “non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore”, come il Regno Unito.

Egli ha anche parlato dei “segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto ... i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione”. In questo, il Papa pensava certamente alle recenti leggi cosiddette antidisciminazione, approvate dal Parlamento britannico, che tra l’altro conferiscono diritti inappropriati alle persone omosessuali (come il diritto all’adozione) a detrimento della libertà religiosa. Le organizzazioni cattoliche per l’adozione sono state obbligate ad adeguarsi o a chiudere l’attività.

Tacitare

Il Papa ha anche osservato che “vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”.

Parlando, il giorno dopo, durante la vigilia della beatificazione del cardinale John Henry Newman, Benedetto XVI ha detto che “Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo”.

È alla luce di questa tendenza alla “privatizzazione” che il Papa è stato invitato dalla regina e dal suo governo (e non dai vescovi) a visitare il Regno Unito. Il fatto che si è trattato di una visita di Stato è di enorme importanza. Benedetto XVI, nelle parole e nei fatti, sta cercando di far passare la verità che le società moderne e le democrazie moderne non possono fare a meno della “religione nella sfera pubblica”.

San Tommaso Moro dopo tutto non era solo un buon servitore del re, e un migliore servitore di Dio; ma egli era un buon servitore del re proprio perché era un ancor migliore servitore di Dio. La comunità politica ha bisogno dell’influenza del Cristianesimo per raggiungere i suoi obiettivi.

Da questo invito al Santo Padre a rivolgersi al Parlamento britannico, un invito senza precedenti e semplicemente inconcepibile anche solo qualche anno fa, emana un raggio di speranza che il Cristianesimo possa continuare ad essere il faro della società.
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*William Newton è assistant professor (MMF) presso l’International Theological Institute di Trumau, in Austria, e membro del corpo docente del Maryvale Institute, Birmingham, U.K.