martedì 18 dicembre 2012

può la nuova pentecoste somigliare ad un naufragio ?


L'ottimismo conciliare può cambiare la realtà dei fatti?


di Don Christian Thouvenot * - 7 dicembre 2012

Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio
Cinquant'anni fa si apriva il 21° concilio ecumenico della Chiesa, il più importante di tutta la sua storia per il numero dei partecipanti ed anche il più atipico, se non altro per la volontà di « apertura al mondo » che ostentava nella sua seduta inaugurale (11 ottobre 1962).

Un nuovo umanesimo

Una delle caratteristiche del Vaticano II risiede nell'ottimismo radicale e fontale con cui ormai la Chiesa intendeva portare il suo sguardo sull'umanità. Un mese prima dell'apertura, papa Giovanni XXIII aveva assegnato a questo « incontro mondiale » lo scopo di « rendere per tutti l'esistenza terrena più nobile, più giusta, più meritoria » esaltando « le applicazioni più profonde della fraternità e dell'amore » (messaggio Ecclesia Christi lumen gentium, 11 settembre 1962). Più celebre è la fascinazione del papa nella sua allocuzione d'apertura Gaudet Mater Ecclesia, che segna il suo disaccordo di fronte « ai profeti di sventura » per farsi lirico : « Il Concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente! Tutto qui spira santità, suscita esultanza ». Il discorso di chiusura del Concilio, pronunciato da Paolo VI il 7 dicembre 1965, volle tradurre questo formidabile slancio di simpatia della Chiesa rinnovata nei confronti del mondo laico e profano : « ... e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo. » Ormai, « Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. »

Il fumo di Satana

Fu presto necessario disilludersi! L'annunciata primavera di una nuova Pentecoste non ebbe luogo. Meno di dieci anni dopo l'apertura del Vaticano II, papa Paolo VI partecipava il suo smarrimento. Il 29 giugno 1972, nella sua omelia per la festa dei santi Pietro e Paolo dichiarava : « Davanti alla situazione della Chiesa di oggi, abbiamo la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. Vediamo il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto.(…) È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli. Come è potuto accadere questo? È intervenuto un potere avverso il cui nome è il diavolo… ». Tuttavia, Paolo VI non voleva vedere in questa drammatica situazione la conseguenza delle riforme e delle novità distruttrici della vita cattolica introdotte dal Vaticano II, ma al contrario : « Noi crediamo all'azione di Satana che oggi si esercita nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. » Si continuò dunque ad applicare il Concilio, malgrado la crisi senza precedenti che scuoteva tutti i lembi della Chiesa : caduta delle vocazioni, rivoluzione liturgica, crisi degli ordini religiosi…

Il Sinodo del 1985

Vent'anni dopo la chiusura del concilio Giovanni Paolo II riunì un Sinodo per valutarne tutte le conseguenze. E questa fu la conferma di tutte le riforme, di tutte le nuove dottrine alle quali il papa volle dare la loro autentica dimensione. Si trattava di farle penetrare in tutto il popolo cristiano, da cui l'iniziativa di un nuovo Catechismo. Occorreva inoltre imprimere loro un nuovo dinamismo, da cui l'incontro interreligioso di Assisi, fatto inaudito che doveva essere « visto e interpretato da tutti i figli della Chiesa alla luce del concilio Vaticano II e dei suoi insegnamenti» (udienza generale del 22 ottobre 1986). Chi vuol comprendere la vera portata del Vaticano II e della trasformazione che esso ha operato nella religione cattolica deve, secondo il papa, riferirsi a questa riunione, la prima di molte altre: « L’evento di Assisi può così essere considerato come un’illustrazione visibile, una lezione dei fatti, una catechesi a tutti intelligibile, di ciò che presuppone e significa l’impegno ecumenico e l’impegno per il dialogo interreligioso raccomandato e promosso dal concilio Vaticano II ». (Giovanni Paolo II ai cardinali, 22 dicembre 1986).

L'apostasia silenziosa

Ahimè! Malgrado « la nuova evangelizzazione » evocata fin dall'inizio del suo pontificato, malgrado le molteplici Giornate Mondiali della Gioventù e il Giubileo dell'anno 2000, Giovanni Paolo II alla fine della sua vita doveva riconoscere l’esistenza d'una reale « apostasia silenziosa » all'opera in mezzo ai cattolici, soprattutto in Occidente. Non soltanto il mondo non aveva risposto alla corrente « d’affetto e d'ammirazione » traboccante dal Concilio, ma le conseguenze dell'apertura al mondo si rivelavano sempre più amare e sconcertanti. Poco prima che si spegnesse Giovanni Paolo II, colui che doveva succedergli descriveva la Chiesa come « una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti », e di cui Satana gioisce di veder prossima la caduta (cardinal Joseph Ratzinger, Via Crucis del Venerdì Santo 2005, 9a stazione). La nuova Pentecoste somiglierebbe ad un naufragio ?

Oggi

Ennesimo rilancio, il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Vaticano II vuol ricollocare i suoi insegnamenti e le sue riforme nel cuore della vita della Chiesa, in occasione dell'Anno della Fede. Quest'ultima è presentata come una necessità urgente : « Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità (…), tutte le altre riforme rimarranno inefficaci», dichiara Papa Benedetto XVI (discorso ai cardinali, 22 dicembre 2011). Curiosamente, ciò significa che la fede deve « essere ripensata e vissuta in maniera nuova », – fede nuova della quale papa Giovanni XXIII voleva fosse quella del concilio che convocava cinquant'anni fa ! In effetti, egli « prospettava un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze », così come « la nuova evangelizzazione è iniziata proprio con il Concilio, che il Beato Giovanni XXIII vedeva come una nuova Pentecoste che avrebbe fatto fiorire la Chiesa nella sua interiore ricchezza e nel suo estendersi maternamente verso tutti i campi dell'umana attività » (discorso del 20 settembre 2012). Ritorno al punto di partenza…

Cinquant'anni dopo, « l'oggi della Chiesa » sembra essersi inesorabilmente fossilizzato sul concilio Vaticano II, orizzonte ineludibile, unica bussola d'una Chiesa in piena crisi, incapace di uscire da una nuova Pentecoste che nei fatti si rivela essere un disastroso crollo. Dai « fumi di Satana » all’« apostasia silenziosa », nulla sembra doverne turbare l'ottimismo ostentato, sempre in voga. E se, in occasione di questo anniversario, ci si ricordasse della richiesta di un arcivescovo missionario, che non smise di reclamare che lo si lasciasse « fare l'esperienza della Tradizione » ? Non una ulteriore avventurosa esperienza, ma un'esperienza collaudata, perché è stata provata da 2000 anni.
 
* Segretario generale della FSSPX
tratto da: http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/12/lottimismo-conciliare-puo-cambiare-la.html
 
 

lunedì 17 dicembre 2012

tasse e tiranni: criteri fondamentali

“Il cristiano non deve sempre tirarsi indietro, far la parte del moderato, del perennemente condannato alla perplessità, all’astensione e all’impotenza, lasciando così praticamente le fila del movimento della storia in mano a coloro che sono meno dotati di scrupoli; il cristiano, quindi, non deve rifiutare di usare la forza giusta, quando sia necessario in modo assoluto” (R. Pizzorni). Introduzione/attualità In questi ultimi mesi si parla molto del dovere di pagare le tasse, del danno grave che arrecano alla Società gli evasori fiscali. Tuttavia si omette di ricordare che vi sono tasse giuste, che vanno pagate sotto pena di peccato mortale e di reato penale, tasse ingiuste, che si possono evadere senza peccato e senza reato e addirittura tasse intrinsecamente e direttamente perverse, ossia direttamente contrarie alla legge divina, che debbono essere non pagate anche col rischio della propria vita. In quest’articolo cercherò di esporre ...
... un sunto della dottrina cattolica tradizionale a riguardo.
La dottrina cattolica
Se lo Stato esige dall’individuo un sacrificio non necessario al bene comune, come quando impone ai sudditi imposte troppo onerose (se per esempio le imposte dirette superino il 20% ed arrivassero al 50% di ciò che il capofamiglia guadagna) e che non giovano al bene pubblico, esse non obbligano in coscienza.
I moralisti in genere insegnano che l’imposta giusta non deve superare circa il 10 % -20 % del salario: “Bisogna riconoscere che in pratica gli Stati abusano del loro diritto di imporre i tributi, elevandoli a dismisura, senza un’adeguata ragione di bene comune, per cui facilmente i cittadini si convincono della poca giustizia dei tributi [...]. Per questo oggi i teologi parlano di rieducazione dello Stato e dei cittadini alle proprie responsabilità [imporre imposte giuste, e dovere di pagare le imposte giuste, nda]...” (Enciclopedia Cattolica, vol. XII, col. 512, Città del Vaticano, 1954).
È chiaro che non solo i cittadini hanno l’obbligo di pagare le tasse, ma soprattutto lo Stato deve essere rieducato ad imporre tasse giuste quanto alla materia (non oltre il 20%) e quanto al fine (per il bene comune della Nazione); esso deve trattare i contribuenti come cittadini e non come schiavi, se non vuole diventare tirannide (cfr. S. Th., II-II, q. 64, a.1, ad 5um). Ora si costata che soprattutto oggi le tasse sono ingiuste sia quanto alla materia (esse superano di gran lunga il limite del 20%) sia quanto al fine (non mi riferisco solo agli episodi di ruberie da parte dei governanti, ma soprattutto al fatto che oggi le Patrie non esistono più e si tende alla globalizzazione e alla costruzione del Nuovo Ordine Mondiale, che è il nemico delle Patrie e del bene comune dei cittadini). Il governo di tecnici, sotto apparenza di bene, sta instaurando una cleptocrazia e uno stato di polizia ove il benessere comune della Società civile e le vere libertà della persona sono quasi totalmente inesistenti. Se già da qualche decennio la situazione degli Stati è iniziata a degenerare, oramai si può parlare di vera e propria tirannia. Cerchiamo di vedere qual è la giusta attitudine da adottare in questo stato di cose.
Resistenza alle leggi ingiuste
Una legge può essere ingiusta in due maniere:
a) se prescrive una cosa direttamente contraria al diritto divino (es. aborto, divorzio, matrimoni omosessuali ed eutanasia …).
b) Se si oppone al diritto umano (imposte troppo onerose, che sorpassano il 10-20% di quanto guadagna il capo famiglia). Le tasse ingiuste (contrarie al diritto umano) se sono utilizzate dallo Stato anche per un fine cattivo (per la pratica degli aborti) diventano indirettamente contrarie al diritto divino.
In tutti i casi tali prescrizioni “non hanno alcuna forza di legge, perché sono in disaccordo - scrive Leone XIII - con i princìpi della retta ragione e gli interessi del bene pubblico” ([1]) e quindi non obbligano in coscienza. Per quanto riguarda le tasse ingiuste è lecito perciò praticare la ‘compensatio occulta’, ossia possono essere evase, e, se vengono impiegate direttamente per un fine contrario alla legge divina, debbono essere evase (per esempio se arrivasse al cittadino una cartella delle imposte con specificata richiesta di un importo per la pratica degli aborti, bisogna fare l’obiezione di coscienza anche a costo di grave incomodo, pure sotto pena di morte). Se invece le tasse sono impiegate soltanto indirettamente per un fine contrario alla legge naturale e divina (se arriva la richiesta delle tasse con cui lo Stato finanzia anche gli aborti, senza che ciò sia specificato e venga richiesta una somma per questo fine intrinsecamente malvagio) possono essere evase a condizione che non obblighino con grave incomodo (persecuzione, carcere, uccisione).
Si può obiettare: chi ha il diritto di giudicare se una legge è nociva? La risposta è semplice: ogni coscienza retta è normalmente in grado di discernere; nei casi difficili bisogna farsi illuminare da uomini prudenti e competenti, possibilmente ecclesiastici. In breve, la tradizione scolastica, quasi unanimemente, riconosce che la Nazione ha il diritto di resistenza, che può giungere, come extrema ratio, sino alla rivolta e alla deposizione del tiranno.
Liceità della resistenza alla legge ingiusta
Il Padre gesuita Andrea Oddone ha scritto nel 1944-45 che la resistenza passiva è sempre lecita nei riguardi di una legge ingiusta. La resistenza attiva legale, in casi in cui la religione è messa in pericolo, è lecita, anzi occorre ²deplorare - come insegna Leone XIII nell’Enciclica Sapientiae christianae del 1890 - l’attitudine di coloro che rifiutano di resistere per non irritare gli avversari”. La resistenza attiva armata è legittima:
a) se la tirannia è costante;
b) se è manifesta o giudicata tale dalla “sanior pars” della società;
c) se le probabilità di successo sono numerose;
d) se la situazione successiva non si prevede peggiore dell’anteriore ([2]).
Ai nostri giorni il Padre domenicano Reginaldo Pizzorni insegna che l’obbligazione appartiene all’essenza della legge, perché sarebbe inconcepibile una legge non obbligante; però si pone una domanda: “Siamo sempre tenuti a ubbidire alla legge umana?; oppure: è lecita la resistenza alla legge ingiusta?, è ‘un sacro dovere’ la resistenza all’oppressione?” ([3]).
Per i Padri e i Dottori della Chiesa la risposta è unanime. S. Agostino dice: “legge ingiusta, legge nulla” ([4]) ; essa non è più legge sed corruptio legis. Parimenti “un’autorità che non s’ispirasse alla giustizia sarebbe tirannide e la sua legge non avrebbe più un valore intrinseco di giuridicità, ma sarebbe solo una perversione della legge, più che una legge sarebbe un’iniquità, per cui non ha più natura di legge, ma di in-giustizia. Quindi [...] non è assolutamente vincolante, perché nulla che è contro la ragione è permesso” ([5]). In questi casi non solo è lecito non ubbidire, “ma sarà moralmente legittima anche la resistenza, benché i limiti della stessa siano segnati dalla conservazione del bene comune, che deve prevalere sul bene individuale [...]. Pertanto anche delle leggi ingiuste, a meno che non si tratti di leggi contrarie direttamente al bonum divinum, nel qual caso in nessun modo si possono osservare (S.Th., I-II, q. 96, a. 4), possono obbligare per [...] salvare l’ordine e la tranquillità dello Stato. [...]. Non bisogna tuttavia temere tra i sudditi solo lo spirito di ribellione, ma anche quello del servilismo” ([6]).
Per quali motivi, prosegue padre Pizzorni, “la legge è propriamente ingiusta? Per due motivi:
1°) Perché in contrasto col bene umano:
a) sia per il fine, come quando chi comanda impone al suddito leggi onerose (come le tasse sproporzionate), non per il bene comune, ma piuttosto per la sua cupidigia (l’arricchimento dei politicanti);
b) sia per l’autorità, come quando uno emana una legge superiore ai propri poteri [per esempio lo Stato che voglia legiferare in spiritualibus] ; [...]. Perciò codeste leggi non obbligano in coscienza; a meno che non si tratti di evitare scandali o turbamenti [...].
2°) Perché contrarie al bene divino: come le leggi che portano direttamente all’idolatria [...]. E tali leggi in nessun modo si possono osservare; poiché sta scritto: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini’ (Atti, V, 29)” ([7]).
Nel resistere alla legge ingiusta occorre distinguere la resistenza passiva da quella attiva.
La resistenza passiva consiste nella non esecuzione della legge ingiusta, fino a che non vi si è costretti con la forza; ma nel caso in cui la legge ingiusta comandi qualcosa di peccaminoso, “un atto intrinsecamente cattivo in sé, la resistenza non solo è permessa, ma è sempre obbligatoria; non si possono eseguire ordini criminali” ([8]).
La resistenza attiva, a sua volta, si suddivide in :
a) Resistenza attiva non violenta: consiste in un’opposizione positiva alla legge ingiusta, compiuta sul terreno delle leggi o con mezzi legali, per es. pubbliche riunioni, proteste, petizioni, ricorso ai tribunali. “Occorre non rifugiarsi nell’indifferenza e nell’inerzia di coloro che non sanno o non vogliono organizzarsi e lottare per una causa nobile e giusta, per timore e viltà di affrontare i sacrifici e i maggiori doveri che questa lotta porta con sé [...]. ‘A chi cadrebbe in animo di tacciare i cristiani dei primi secoli di nemici dell’Impero Romano, solo perché non si curvavano dinanzi alle prescrizioni idolatriche, ma si sforzavano di ottenerne l’abolizione?’ (Leone XIII, Lettera ‘Notre Consolation’ ai cardinali francesi , 3 maggio 1892)” ([9]) .
b) Resistenza attiva violenta o a mano armata: “Quando la legge ingiusta cerca di imporsi con la violenza e con la forza, è lecito ai cittadini organizzarsi e armarsi, opporre la forza alla forza” ([10]). Padre Pizzorni continua: “il diritto di resistenza è generalmente ammesso, e, da S. Tommaso in poi, salvo rare eccezioni, è stato ammesso anche da tutti i teologi come ultima ratio, come ultimo ed estremo rimedio, quando tutti gli altri mezzi previsti non sono possibili o si sono dimostrati insufficienti” ([11]).
Tuttavia, occorre specificare che secondo l’Angelico le condizioni richieste per la liceità della resistenza attiva, violenta o a mano armata sono quattro:
1°) la tirannide deve essere costante e abituale, tale da rendersi intollerabile, e ciò vale sia per il tiranno di usurpazione che per quello di governo (De regimine principum I, 7).
2°) La gravità della situazione deve essere manifesta, non solo a una qualsiasi persona privata, ma alla sanior pars populi.
Qualora non vi sia un superiore del re, come l’Imperatore o il Papa che deponeva i tiranni, secondo S. Tommaso è la vox populi o la multitudo, ossia la comunità, che debbono farsi sentire, guidate dal consiglio degli homines virtuosi. Così “quelle persone non agirebbero più come persone private, ma come persone autorizzate dal popolo, la qual cosa è richiesta perché il punire è un atto di giurisdizione che richiede un superiore” ([12]).
3°) Ci deve essere una fondata speranza di riuscita: altrimenti non vi sarebbe ragion sufficiente di insorgere, per il pericolo di inasprire la tirannide. La resistenza armata deve perciò essere ben organizzata, ben concordata e ben condotta.
4°) La caduta del tiranno non deve creare una situazione peggiore di quella in cui si stava prima.
“Il cristiano non deve sempre tirarsi indietro, far la parte del moderato, del perennemente condannato alla perplessità, all’astensione e all’impotenza, lasciando così praticamente le fila del movimento della storia in mano a coloro che sono meno dotati di scrupoli; il cristiano, quindi, non deve rifiutare di usare la forza giusta, quando sia necessario in modo assoluto” ([13]).
La tirannide
Secondo S. Tommaso l’essenza della tirannide si esprime nei comandi rivolti dall’Autorità ai sudditi non in quanto soggetti della società bensì come schiavi (S. Th. , II-II, q. 64, a.1, ad 5um). I commentatori dell’Angelico, ad esempio il Gaetano ([14]) e Suarez ([15]), distinguono tra tiranno d’usurpazione e tiranno di governo.
1°) Il Tiranno d’usurpazione è l’ingiusto aggressore di un potere legittimo. All’inizio del suo operare, egli è senza titolo legittimo, ma dopo un certo tempo può giungere ad imporsi e la Nazione può accettarlo come suo capo legittimo.
2°) Il Tiranno di governo è un sovrano legittimo, regolarmente investito del potere. Ma egli abusa dell’autorità, non governando per il bene comune dei sudditi, bensì per il proprio.
Tirannia e legittimità
Nessuna società potrebbe sussistere senza un capo che comanda e dirige i sudditi verso il bene comune. Dio ha voluto la società, avendo creato l’uomo animale sociale, e perciò necessariamente ha voluto l’autorità, che procede da Dio. L’autorità, la cui missione è la salus populi suprema lex , ha, però, dei limiti. Il ruolo del potere e la sua ragion d’essere è di spingere ognuno verso il bene comune. “Se l’autorità fallisce questa missione perde non soltanto il diritto di comandare, ma la ragion d’essere” ([16]).
Perdita della legittimità
La Scolastica riteneva che l’abuso di potere fosse il caso principale di realizzazione di una tirannia: “Gli scolastici, da S. Tommaso a Suarez, non esitano a dire che la Nazione ha il diritto di destituire, di deporre, di cacciare il tiranno, poiché ha perso il diritto di regnare ed è diventato illegittimo. Ma bisogna che l’abuso sia grave, permanente e universale [...]. Secondo gli scolastici, il potere del principe decaduto ritorna al popolo o alla Nazione che glielo aveva affidato” ([17]).
La resistenza al tiranno
Nell’XI secolo, Manegold da Lautenbach ([18]) equiparava il principe-tiranno “ad un guardiano di porci; se il pastore, invece di far pascere i porci, li ruba, li uccide o li smarrisce, è giusto rifiutargli di pagargli il salario e scacciarlo ignominiosamente” ([19]). «In Manegoldo - scrive Padre Carlo Giacon - vi è tutta una teoria logicamente connessa [...] è legittima l’autorità che governa secondo la legge di Dio [...] e siccome il potere è nel re perché datogli immediatamente dal popolo [e mediatamente da Dio, nda] [...] per cui il popolo è obbligato ad ubbidire e i re a ben governare [...] se il re va contro la legge naturale e divina... da sé rinuncia al diritto di governare [...] giudicato come un pubblico nemico, è legittima la resistenza e la difesa contro di lui» ([20]). S. Tommaso nel De regimine principum insegna che, “se appartiene di diritto alla moltitudine di darsi un capo, essa può, senza ingiustizia, condannare il principe a disparire, o può mettere freno al suo potere se ne usa tirannicamente...” ([21]). Tuttavia per l’Angelico, «anche se alcuni insegnano essere lecita l’uccisione del tiranno per mano di un qualsiasi privato [...], è pericolosissimo permettere l’uccisione privata del tiranno, perché i malvagi si riterrebbero autorizzati a uccidere i re non tiranni, severi difensori della giustizia [...] contro i tiranni eccesivi e insopportabili si può agire solo in virtù di una pubblica autorità» ([22]). La stessa dottrina è insegnata da Bañez ([23]) Billuart ([24]) Bellarmino ([25]) Suarez ([26]). La tradizione scolastica è quasi unanime nel riconoscere il diritto di resistenza, che - in casi estremi - può giungere alla rivolta armata. Juan De Mariana opina che il tirannicidio sia lecito anche privata auctoritate, perché non è da condannarsi colui che, eseguendo la comune volontà, procura di sopprimere il tiranno ([27]). Tuttavia, per il Mariana, non significa che a ciò basti l’iniziativa semplicemente privata, occorre prima una condanna pubblica del tiranno e solo poi, come extrema ratio, l’esecuzione può essere privata, quando non si possa raggiungere l’autorità superiore; allora, fondandosi sulla condanna pubblica, senza un mandato esplicito del potere pubblico e solo con mandato interpretativo e presunto, si esegue il tirannicidio ([28]). Il cardinal Tommaso Zigliara scrive: “i soggetti possiedono il diritto di resistere passivamente, vale a dire di non obbedire alle leggi tiranniche... di resistere alla violenza del potere esecutivo, respingendo la violenza colla violenza, e questa è la resistenza difensiva” (Summa philosophica, tomo III, Lione, 1882, pagg. 266-267) ([29]) .
Conclusione/attualità
Come si vede questi princìpi si confanno alla situazione presente. Tasse smodate, non utilizzate per il bene comune della Nazione, ma indirettamente utilizzate per scopi contrari al diritto naturale e divino. I cittadini, specialmente la classe medio-bassa, vengono trattati più come schiavi che come uomini (il numero elevato di suicidi di persone che non arrivano più alla fine del mese perché oberate di tasse è impressionante). Ora in questo caso secondo S. Tommaso l’essenza della tirannide si esprime esattamente nei comandi rivolti dall’Autorità ai sudditi non in quanto soggetti della società bensì come schiavi (S. Th. , II-II, q. 64, a.1, ad 5um). Quindi ci si trova in uno stato di regime tirannico. Tuttavia se la dottrina cattolica ammette la reazione anche attiva a questo stato di cose in pratica occorre tenere ben presenti le condizioni esposte dagli Scolastici per non “mettere una pezza peggiore del buco” e cadere nel caos anarchico o nella guerra civile costante, che – data l’esasperazione dei cittadini tartassati – purtroppo stanno iniziando a prevalere in questi giorni, con episodi di violenza privata e spontanea, i quali pur se comprensibili, tuttavia, impediscono la reazione ben organizzata, ben concordata e ben condotta e favoriscono l’instaurazione di uno Stato di psico-polizia tributaria.
Di fronte ad un Leviatano così potente e quasi universale come è il potere mondialista odierno ci si sente quasi impotenti per reagire come si dovrebbe. Tuttavia ci resta un’arma che nessuno potrà mai strapparci: la preghiera che ottiene l’intervento della Onnipotenza divina infinitamente misericordiosa, ma anche infinitamente giusta e molto più esigente verso il potente che verso il debole.
d. CURZIO NITOGLIA
12 maggio 2012
 
 
[1]) Enciclica Sapientiae christianae, 10 gennaio 1890.
[2]) A. ODDONE, “La resistenza alle leggi ingiuste secondo la dottrina cattolica” in Civiltà cattolica, n.° 95, 1944, pp. 329-336; Ibid., n.° 96, 1945, pp. 81-89.
[3]) R. Pizzorni, Diritto naturale e diritto positivo, in S. Tommaso D’Aquino, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1999, p. 348.
[4]) De libero arbitrio, I, 5; PL, XXXII, 1227.
[5]) R. Pizzorni, op. cit., p. 352.
[6]) Ibidem, pp. 353-354.
[7]) Cfr. S. Th., I-II, q. 96, a. 4.
[8]) R. Pizzorni, op. cit., p. 358.
[9]) Ibidem, p. 359.
[10]) Ibidem, p. 360.
[11]) Ibidem, p. 361.
[12]) Ibidem, p. 365.
[13]) Ibidem, p. 369.
[14]) In Summ. Th., II-II, q. 64, a. 1, ad 3um.
[15]) De virtutibus, disput. XIII, sect. VIII, Opera omnia, éd. Vivès, t. XII, p. 759.
[16]) D. Th. C., vol. 29, col. 1952.
[17]) D. Th. C., vol. 29, col. 1962.
[18]) Cfr. O. Capitani, Papato e Impero nei secoli XI e XII, in «Storia delle idee politiche economico e sociali», diretto da L. Firpo, vol. 2°, tomo II, Il Medioevo, Torino, Utet, 1983; pp. 141-165.
[19]) Liber ad Gebehardum, cap. XXX.
[20]) C. Giacon, La seconda scolastica. I problemi giuridico-politici: Suarez, Bellarmino, Mariana, Milano, Bocca, 1950, vol. 3°, pp. 89-90.
[21]) De regimine principum, Lib. I, cap. 6.
[22]) C. Giacon, ibidem, p. 98.
[23]) In IIam-IIae, q. 64, a. 3, concl. 1, Opera, Salamanca, 1584-1612.
[24]) De jure et justitia, dissert. X, a.2, ad 3um, Liège, 1746-51.
[25]) De concil. auctorit., lib. II, cap. 19, Ingolstadt, 1586-1593.
[26]) Defensio fidei, lib. VI, cap. IV, §15, Colonia, 1614.
[27]) Cfr. De rege et de regis institutione, lib. I, cap. VI, p. 76, Toledo, 1599.
[28]) Cfr. C. Giacon, op. cit., pp. 271-272.
[29]) D. Th. C., vol. 29, col. 1670.
 
 
tratto: 
 

giovedì 13 dicembre 2012

traditio


COME APRIRE LA PORTA DELLA CORRETTA
INTERPRETAZIONE CONCILIARE?
RIFLESSIONI SU UN SAPIENTE STUDIO
DI MONS. BRUNERO GHERARDINI
di Cristina Siccardi

Il Concilio Ecumenico Vaticano II è o non è un Concilio di continuità, è o non è un Concilio di rottura? La deduzione è shakesperiana: «Questo è il problema».

Si tratta di una questione che entra nei meandri non solo intellettivi della Chiesa, ma della sua stessa coscienza. Dopo cinquant’anni di amari frutti conciliari, in una società secolarizzata, “grazie” non solo ai nemici della Chiesa, ma anche delle corrotte e corrompenti ideologie filosofiche e teologiche che si sono in essa introdotte con mefistofelica astuzia, la scottante problematica è finalmente affrontata, come dimostra da alcuni anni il teologo Monsignor Brunero Gherardini. La rivista internazionale e quadrimestrale di ricerca e di critica teologica «Divinitas», con sede nella «Città del Vaticano», sul numero 3 del 2012, ha pubblicato un suo articolo dal titolo Continuità o rottura?

Partendo dalla celebre allocuzione del Santo Padre alla Curia del 22 dicembre del 2005, Gherardini sviluppa un pensiero teologico di perfetta logicità e coerenza. Benedetto XVI quel giorno si soffermò su un dramma, «mise a fuoco il problema dell’interpretazione dei testi conciliari, contrapponendo l’ermeneutica della continuità a quella della rottura, commentatori di varia estrazione e variamente autorevoli son tornati più volte in argomento. E non senza ragione, trattandosi di risponder al quesito se la Chiesa, oggi e domani, sarà quella di sempre o se, per sopravvivere, dovrà darsi un assetto diverso»[1]. Benedetto XVI, parlando di ermeneutiche, dunque di interpretazioni, sottolinea Gherardini, ha messo in luce un principio basilare: «un Concilio non sarà mai di rottura, perché dipende dalla sua continuità con la dottrina di sempre»[2].

La quaestio non è una semplice e mera speculazione intellettuale, essa scava in profondità questo dramma per aprire, con il bisturi appropriato, il bubbone nel quale si sono annidati microbi infettivi.

Il Papa individuò due “litiganti”: i sostenitori dell’ermeneutica della rottura e quelli dell’ermeneutica della continuità, ovvero quelli della discontinuità e quelli della riforma, coloro che propugnano il rinnovamento nella continuità del soggetto Chiesa. Due fronti ben distinti, dove ognuno dichiara di avere ragione e che sono in continua antitesi: ma i litigi sono destinati, prima o poi, a terminare, e uno dei due dovrà sottomettersi umilmente alla ragione dell’altro, perché, come la dottrina è portatrice della Verità, così la Chiesa è chiamata a trasmettere, nel modo corretto (onde non contaminare o corrompere quella Verità), l’unica e sola Rivelazione fatta da Cristo, quando s’incarnò nel tempo e nel mondo. «Se si riesce ad impostare correttamente l’argomento, i lamentati “litigi” fra le due ermeneutiche non avranno più motivo né occasione d’insorgere; anzi, non potranno più esserci due ermeneutiche. Dal canto loro i pastori, teologi, studiosi e lettori del Vaticano II troveranno, in questo stesso valore, la chiave di volta per un’obiettiva e corretta interpretazione conciliare»[3]. La chiave è una (proprio come una è la Verità), si chiama Tradizione e l’Autore della Tradizione è Cristo.

Monsignor Gherardini sviluppa un discorso che segue una dialettica teologica ineccepibile. Primo scalino da affrontare risulta essere quello del significato etimologico di Tradizione. Tradizione deriva dal sostantivo traditio e dal verbo tradere, ossia «trasmettere, tramandare». L’autore spiega come tali termini siano passati dalla religione ebraica, dove veniva trasmessa, in ebraico/aramaico, la Tôrā, a quella cristiana, attraverso la lingua greca e poi quella latina. Il concetto era lo stesso ed è rimasto tale anche se immesso nelle lingue moderne: ricevere e ritrasmettere gli insegnamenti di un preciso e medesimo contenuto.

La Tradizione racchiude il passato, si innesta nel presente e si getta nel futuro, perennemente giovane, dai tratti che riconducono al “per sempre”, seppur inserita nella storia. «In tal senso, la Tradizione non è affatto una specie di predominio del passato sul presente e sul futuro, i quali, se un tale predominio si verificasse – come vorrebbe il tradizionalismo – ne verrebbero fagocitati e cesserebbe la storia; è tuttavia un valore […] determinante-vincolante-obbligante per il senso che conferisce al presente, preparando così il domani ed in esso proiettandosi»[4].

Benché molti cattolici e molti “falsi profeti” e falsi maestri, non si facciano il benché minimo scrupolo (pensiamo a nomi come quello di Enzo Bianchi, di Alex Zanotelli, di don Andrea Gallo, di don Luigi Ciotti), nella Chiesa la Tradizione è: determinante (dunque fondante), vincolante (quindi inderogabile), obbligatoria (assume un carattere di legge) e per tali ragioni ad essa si deve massimo rispetto e massima obbedienza. Se la Tradizione non viene soffocata e silenziata, non si annacqua, né si disperde nella storia, «ma è generatrice di essa. Da qui l’idea della sua vera ed autentica vitalità»[5] che fa da controcanto alla falsa «Tradizione vivente», espressione utilizzata da coloro che vogliono giustificare un’innovazione sostanziale nella Chiesa, incompatibile con la Tradizione «come una rosa o un giglio non fioriscono, di per sé, organicamente, da una quercia o da un ciliegio»[6].

Dal significato etimologico, l’autore passa poi al concetto teologico di Tradizione. Il pensiero si sofferma sull’azione di tale lemma: la Divina Rivelazione va custodita gelosamente e deve essere trasmessa con fedeltà ed ecco tre verbi che si richiamano l’uno dopo l’altro nel processo di trasmissione: tradere-recipere-docere e ciò riguarda sia il passaggio orale, sia la sua fissazione nella Scrittura.

L’organo che trasmette la Tradizione cristiana è stato individuato e creato dallo stesso Rivelatore, il Figlio di Dio: la Chiesa, fondata su san Pietro, una Chiesa formata da persone che hanno ricevuto una precisa ed autorevole investitura e che va sotto il nome di consacrazione nella successione apostolica. A questo punto la Tradizione porta con sé altri esercizi: predicare, insegnare, evangelizzare (la Chiesa è di natura missionaria e mai potrà rinunciare al mandato del Redentore di portare l’annuncio della Salvezza a tutte le genti, di qualsiasi religione esse siano) e per compiere tali mansioni si affida proprio ai successori degli Apostoli, responsabili della sana dottrina e garanti della Verità trasmessa. In tal modo Tradizione e Successione sono due aspetti di una stessa realtà che racchiude alcuni elementi costitutivi:

«a. quanto all’origine, il risalire agli apostoli di successione in successione;

b. quanto al contenuto, la continuità dell’insegnamento apostolico;

c. quanto all’autorità, quella stessa degli apostoli, che perciò è normativa della Fede»[7].

Con onestà intellettuale si può affermare che nel Concilio Vaticano II si sono dette cose nuove, che mai erano state contemplate nella Tradizione della Chiesa; si sono pianificate proposte innovative, che mai si sono delineate nella Tradizione; si sono intraprese strade temerarie, come l’ecumenismo e la libertà religiosa, iniziative che hanno portato spesso ad una sventurata ed infelice sottomissione all’opinione pubblica e alle ideologie dettate dal momento storico in corso; si pensi, per esempio, al silenzio sul Comunismo da parte dell’Assise apertasi 50 anni fa, all’Ostpolitik che ne seguì e al corrispettivo martirio della Chiesa del silenzio nei Paesi dell’Est.

Lo stesso Sommo Pontefice, ultimamente, ha pubblicato un testo dove riserva due critiche e una sospensione di giudizio a tre documenti conciliari: Gaudium et spes, Dignitatis humanae e Nostra aetate[8].

È chiaro che nei testi conciliari il linguaggio di stampo liberale si è imposto in maniera evidente, misconoscendo quello caratteristico della Tradizione; anche per questa ragione, là dove esiste un richiamo tradizionale, si riscontrano, senza neppure troppa fatica, contrasti, scordature e talvolta vere e proprie contraddizioni che confondono il fedele che ogni domenica pronuncia il Credo con seria e profonda convinzione, e non solo per abitudine.

La Tradizione è la vita della Chiesa, non può essere contraddetta ed è lei ad essere legittimata per giudicare le novità proposte e non viceversa. Nella «storia ecclesiastica dagl’inizi alla fine, mai nessun Papa e mai nessun vescovo avranno diritto all’ascolto qualora insegnino a titolo personale o come privati dottori. Solo in quanto successori degli apostoli, infatti, son Magistero autentico infallibile irriformabile, avendo esso:

a. il suo oggetto nella dottrina apostolica;

b. il suo compito, nel trasmetterla inalterata;

c. la sua autorità magisteriale, in quella delle dottrine apostoliche autorevolmente insegnate in nome e come “voce” della Chiesa»[9].

Da questo studio emerge plasticamente l’impossibilità da parte della Chiesa di prescindere dalla Tradizione, altrimenti non sarebbe più la Chiesa fondata dal Salvatore: in questo san Paolo è chiarissimo, l’antica Tôrā è stata sostituita da Cristo, l’Apostolo delle genti l’accoglie e la ritrasmette, invitando gli altri a fare altrettanto; se ciò non avvenisse significherebbe commettere un tradimento, perciò la «Chiesa vive di questo recepire Cristo e ritrasmetterlo nel tempo, fin al suo epilogo»[10]. Così parla Gherardini, così parla sant’Agostino: «“non nisi apostolica auctoritate creditum”[11]: non credo per altro motivo che per l’autorità apostolica con cui la Chiesa mi dice di credere»[12]. Tutti coloro a cui è stato consegnato il deposito della Fede sono responsabili dell’integrità di ciò che hanno ricevuto integralmente: da duemila anni, questi chiamati-eletti hanno insegnato ciò che hanno appreso e hanno trasmesso ciò che hanno ricevuto, «questa e soltanto questa è Chiesa viva!»[13].

Qui non c’è fumo, ma concretezza, infatti l’autore offre delle prove con la sua analisi alla Costituzione apostolica Dei Verbum: alcuni punti sono in corrispondenza perfetta con il Concilio di Trento e con il Concilio Vaticano I a riguardo della tematica Tradizione; ma altri sono incongruenti fino ad avere due prospettive diverse nello stesso documento: in DV 9 si parla esplicitamente di unità, come una cosa sola, come somma dell’intera Rivelazione, fra la Scrittura Sacra e la Tradizione, le quali perseguono lo stesso scopo; ma in DV 10 il concetto muta e viene introdotta, invece, la distinzione fra Scrittura e Tradizione. A chi credere, dunque, al principio enunciato prima o a quello successivo?

Inoltre, sempre nella Costituzione dogmatica non è chiaro se Tradizione, Scrittura e Magistero (DV 10/e) sono connessi e congiunti, tanto da non poter essere divisi, oppure se i tre soggetti, pur lavorando nella comune finalità salvifica, hanno identità autonome (DV 10/c): «la Scrittura diventerebbe solo il ricettacolo scritto, e come tale solennemente riconosciuto dal Magistero, della predicazione ecclesiastica e quindi della Tradizione. Il Magistero impersonerebbe l’una e l’altra, assumendone l’autorità e rendendo problematica la sua condizione di loro “servo”.

Va detto con tutta franchezza che il giudizio del Magistero è inappellabile e decisivo. Ma lo è solo se rimane nell’ambito del suo “servizio”, quello stabilito dalla Rivelazione stessa: custodire cioè ed esporre fedelmente le verità salvifiche, contenute nel deposito o come “dette” o come “scritte”. Al di fuori di questi limiti, verrebbe meno a se stesso. Pertanto, neanche al Magistero, così come a nessun cristiano, è lecito esporre come contenute nel sacro deposito idee proprie o dottrine desunte dalla dialettica filosofico-scientifica d’un determinato momento storico; ancor meno è lecito vincolar ad esse la libertà della coscienza individuale ed ecclesiale. Non saremmo, in tal caso, di fronte al Magistero, ma al suo tradimento»[14].

Chiesa e Tradizione sono inscindibili e hanno lo stesso fine: la salvezza delle anime; non così accade fra Chiesa e mondo, con esso ci possono essere delle frequentazioni diplomatiche e di opportunità, ma mai di comunione di intenti, perché il mondo può portare alla perdizione delle anime. Ha scritto Benedetto XVI a proposito della Gaudium et Spes: «Tra i francesi si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto “Schema XIII”, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale»[15].

Occorre fare un distinguo: il Cristianesimo è Tradizione e non conservazione: «Conservazione è chiusura al nuovo; tradizione è passaggio da un’era ad un’altra»[16]; un grande inganno ed un’abissale infedeltà, poi, si verifica quando si muta la prospettiva teologica di Tradizione, non considerandola più scrigno dell’unica e sola divina Rivelazione, ma valutandola e misurandola alla luce della storia, quest’ultima intesa come immanente forza evolutiva, dando, in tal modo, ampio spazio alle soggettive “verità”, spesso in contrasto con quelle rivelate. Quanti, appellandosi al Concilio Vaticano II, si sono permessi di proteggere innovazioni, rivoluzioni, posizioni erronee? Se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia intera, ma, piuttosto che confezionare una simile opera, sarebbe molto più benefico e salutare, come auspica Monsignor Gherardini e tutti coloro che comprendono che la Tradizione è l’antidoto alle sostanze venefiche che sono state inoculate nella Chiesa, sottoporre a verifica i documenti conciliari, facendo emergere le novità moderne che sono in contrapposizione con gli insegnamenti di sempre e che hanno prodotto quelle stesse ermeneutiche in lite fra di loro.





[1] B. Gherardini, Critica teologica-Continuità o rottura?, in «Divinitas», Rivista internazionale di ricerca e di critica teologica, Città del Vaticano, Anno LV, n. 3-2012, p. 321. (Il neretto è nel testo originale).

[2] Ivi, p. 351.

[3] Ivi, pp. 324-325.

[4] Ivi, p. 329.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 324.

[7] Ivi, p. 331.

[8] Per approfondire vedi di P. Pasqualucci, Sulle recenti critiche di Benedetto XVI al Concilio Vaticano II: http://www.conciliovaticanosecondo.it/2012/11/18/sulle-recenti-critiche-di-benedetto-xvi-al-concilio-vaticano-ii/

[9] Ivi, p. 332.

[10] Ivi, p. 333.

[11] Agostino, De bapt. Cont. Donatum, 4,24 PL 43.174.

[12] B. Gherardini, Critica teoligica-Continuità o rottura?, in «Divinitas», art. cit., p. 334.

[13] Ibidem

[14] Ivi, pp. 344-345.

[15] Benedetto XVI racconta, in «L’Osservatore Romano», 11 ottobre 2012 (numero dedicato al cinquantenario del Concilio Vaticano II), p. 6.

[16] B. Gherardini, Critica teologica-Continuità o rottura?, in «Divinitas», art. cit., p. 346.

 

orientare l’ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti

Le oscillanti tesi sulla Tradizione

nei documenti del Concilio Vaticano II



Per la fede illuminata, per la benigna profondità del pensiero, per la stupefacente erudizione e per l’obbedienza al sommo Pontefice, monsignor Brunero Gherardini è ritenuto universalmente legittimo erede e continuatore della prestigiosa scuola teologica romana e sicura guida alla corretta lettura dei non sempre univoci documenti del Vaticano II.

Nel numero 3/2012 dell’autorevole rivista Divinitas, monsignor Gherardini pubblica un saggio di ermeneutica della continuità, un testo magistrale, che finalmente dirada le nebbie, fatte scendere dall’immotivata euforia degli scolarchi modernizzanti sull’antica, indeclinabile dottrina, che contempla le due fonti della Verità cattolica, la Tradizione e la Sacra Scrittura.

La finalità dello scritto inteso a far chiarezza, dopo tanti fraintendimenti, sul concetto di Tradizione, è ristabilire l’unità cattolica, oggi insidiata dalle aspre dispute intorno all’ermeneutica della continuità o all’ermeneutica della rottura.

Afferma monsignor Gherardini:
«C’è un valore di fondo, cui di necessità si richiama l’ermeneutica della continuità, sistematicamente infranto, però, da quella della rottura: la Tradizione. Se si riesce ad impostarne correttamente l’argomento, i lamentati litigi fra le due ermeneutiche non avranno più motivo né occasione d’insorgere, anzi, non potranno più esserci due ermeneutiche. Dal canto loro pastori, teologi, studiosi e lettori del Vaticano II troveranno, in questo stesso valore, la chiave di volta per un’obiettiva e corretta interpretazione conciliare».
Correttamente l’Autore avvia il suo ragionamento stabilendo l’esatto significato della parola Tradizione:
«La spiegazione etimologica di tradizione descrive un arco linguistico che, con radici nel lontano ebraico/aramaico, risale attraverso il greco e il latino e si riproduce come un calco dell’espressione latina nella lingua italiana, così come in altre lingue e sempre con lo stesso significato di trasmissione-consegna».
Stabilito che la comunicazione orale è lo strumento della Tradizione e che la Tradizione emerge come fonte della Fede e della Verità rivelata, l’Autore rammenta che gli Apostoli hanno derivato il loro concetto di Tradizione molto più dal mondo giudaico che da quello ellenistico:
«Stando al pensiero di J. Raft, si tratta sempre e comunque d’una tecnica di trasmissione e comunicazione orale della verità rivelata, della qual cosa fa fede lo stesso Paolo, il quale trasmette, secondo il modello della scuola rabbinica cui appartiene, quanto ha egli pure ricevuto. Con lui ne fanno fede le comunità cristiane che accolgono il messaggio degliA come quello stesso di Cristo».
In tal modo è dimostrato che la Tradizione «è la vita stessa della Chiesa, oltre che la sua Fede e la sua prassi, solo se è apostolica». La Tradizione ovviamente non la Sacra Scrittura, che «trova anzi in questa la sua fondazione. È essa stessa evangelo o lieta notizia come lo è la scrittura, pur non essendo unum et idem né qualitativamente né quantitativamente, con essa».

Il riconoscimento delle due fonti della Fede cattolica – «la teoria delle due fonti, una indipendente dall’altra ma ambedue collegate insieme dal Magistero ecclesiastico nell’unità di un’unica e medesima Fede» – allontana la tentazione di menomare alcune verità di Fede, ad esempio i dogmi mariani, dedotti dalla Tradizione e non dalla Sacra Scrittura. Una tendenza rovinosa, che si è impadronita del pensiero degli ermeneuti della discontinuità, suggestionati e infatuati dall’errore intorno alla sola scriptura dettato dalla rabbia antiromana a Martin Lutero.

Opportunamente l’Autore cita l’insegnamento solenne del Concilio Tridentino e del Vaticano I, che conferma la dottrina sulle due fonti della Fede. E ai teologi che insistono sul fatto che il Tridentino non cita espressamente le due fonti replica umoristicamente:
«Se il Tridentino non parla di due fonti, è solo perché confida nella capacità dei suoi destinatari d’arrivare a due sommando uno-più-uno e d’ammettere come incontestabile la decisione infallibile del Concilio circa l’esistenza di tradizioni non scritte, distinte in quanto tali dalla tradizione biblica».
Rassicurato e sostenuto infine da incontestabili argomenti, l’Autore può ignorare la temeraria opinione dei teologi che giudicano ereticale la qualunque flebile obiezione ai testi del Vaticano II e affrontare la delicata e tormentata questione della continuità della Costituzione dogmatica Dei Verbum con la Tradizione cattolica e, in special modo, con il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I.

Al proposito è citato il paragrafo 7 della Dei Verbum, in cui il messaggio cristiano
«vien subito allacciato a due distinti tipi di comunicazione: quello orale della predicazione stessa e quello scritto in cui la predicazione si travasa come annuncio della salvezza».
È dunque stabilito che alcuni punti della Dei Verbum sono in linea con l’insegnamento del Tridentino. L’Autore elenca la predicazione apostolica come contenuto della Tradizione, la sua durata fino alla fine dei tempi, il suo progresso relativo mediante un’ulteriore comprensione e spiegazione più profonda della rivelazione, la sua aperta professione di fede nell’azione dello Spirito Santo, la sua distinzione dal testo scritto.

Di seguito l’Autore rammenta che in Dei Verbum la fedeltà al Tridentino e al Vaticano I è indebolita e diluita:
«Circa il rapporto fra Tradizione e Sacra Scrittura le congiunge entrambe in base alla medesima sorgente divina dalla quale scaturiscono e le congiunge a tal punto da farne in certo qual modo una cosa sola». [vedi articolo Chiesa e post Concilio]
È evidente che una tale variazione esige un chiarimento. Si manifesta infatti l’ineludibile necessità di stabilire «se il Vaticano II debba considerarsi l’ultima effervescenza sul tronco sempre vivo della Tradizione oppure - come sostengono i bolognesi – l’inizio di un Cristianesimo nuovo e di una nuova coscienza della Chiesa».

L’Autore propone di orientare l’ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti. Ultimamente la richiesta ha per oggetto
«un voltafaccia nei confronti di un postconcilio che ha fatto della tautologia l’unico criterio della sua presunta analisi critica: ha spiegato ripetendo alla lettera tutto quello che intendeva spiegare».
Benedetto XVI ha iniziato l’opera del voltafaccia (eretico secondo l’opinione del cabaret teologizzante) dimostrando che nella Gaudium et Spes si propone il dialogo con il mondo moderno ma non si formula una credibile definizione di esso. Il tabù del Concilio bolognese è infranto. La via indicata da monsignor Gherardini è finalmente percorribile.
Piero Vassallo

martedì 11 dicembre 2012

"numerosi blog curati da fedeli legati alla Messa tradizionale che stanno dando filo da torcere ai modernisti"

 

Marciamo divisi per colpire uniti


Negli ultimi anni sono sorti numerosi blog curati da fedeli legati alla Messa tradizionale che stanno dando filo da torcere ai modernisti di tutte le risme, i quali controllano varie riviste cartacee sulle quali diffondono gravi errori dogmatici e morali. Nessuno dica che esagero nel criticare la propaganda modernista. Questi stanno distruggendo la fede tra i fedeli; insegnano infatti che Gesù è risorto solo simbolicamente, l'Eucaristia è solo un simbolo del Corpo di Cristo, l'inferno non è eterno, le religioni sono tutte buone, non bisogna impedire il divorzio per legge, le convivenze prematrimoniali hanno un valore presacramentale, non c'è nulla di male se due omosessuali si sposano, anche le donne devono ricevere l'ordinazione sacerdotale ...e tanti altri pestiferi errori del genere.
 
La liturgia antica è la bandiera del Movimento Tradizionale, cioè il movimento spontaneo di fedeli di varie nazioni che si impegna nella difesa di tutto il patrimonio della Tradizione Cattolica dagli attacchi dei nemici della Chiesa.

Forse alcuni si domanderanno se non sia meglio unificare tutti i blog tradizionalisti per non disperdere le energie. Io non penso che fondere tutti i blog in uno solo sia un fatto positivo, sarebbe un po' come se (fatte le debite proporzioni) qualcuno volesse raggruppare tutti gli ordini religiosi in un unico ordine; sarebbe una cosa insensata poiché ogni ordine ha le proprie caratteristiche che lo contraddistinguono dagli altri. Che senso avrebbe unire un ordine contemplativo con un ordine ospedaliero? Oppure unire un ordine dedito all'insegnamento nelle scuole, con un altro dedito alla vita eremitica?

Tornando ai blog, io non ci vedo nulla di strano se ce ne sono vari che si occupano dello stesso argomento, in questo caso la Messa tridentina. Ognuno infatti ha le proprie caratteristiche peculiari. Alcuni danno maggiore spazio alle questioni propriamente liturgiche, altri hanno il proprio focus sulle nomine episcopali, sulle iniziative dei gruppi stabili locali, sui commenti e i retroscena scritti dai vari vaticanisti, ecc. Altri blog ancora, oltre alle news diffondono anche pensieri spirituali e ascetici.

Insomma ognuno ha il proprio posto di combattimento all'interno del Movimento Tradizionale, con un impatto devastante sull'armata rossa modernista che si vede ormai assediata da ogni lato, mentre i loro siti pieni di errori teologici e morali, raccolgono sempre meno l'interesse dei cattolici (soprattutto dei più giovani).

Il nemico principale da combattere è il modernismo, ossia la sintesi di tutte le eresie. Il fatto che esistono tanti siti tradizionalisti non è un problema per il proseguo di questa lotta campale, anzi può essere una risorsa. Marciamo divisi per colpire uniti.
 
 

lunedì 10 dicembre 2012

"È questa la strada che Benedetto XVI indica a tutti i fedeli, a cominciare dai vescovi: non il ritorno al Concilio Vaticano II, ma a Gesù Cristo, unica Via Verità e Vita" (R. de Mattei)


Il Prefetto della Congregazione

per la Dottrina della Fede

contro Benedetto XVI?

di Roberto de Mattei


 
 
In un sorprendente articolo apparso sull’“Osservatore Romano” del 29 novembre 2012, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Fede, ha elevato il Concilio Vaticano II a unico e assoluto dogma dei nostri tempi. Basandosi su una lettura del tutto personale dell’ormai celebre discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, mons. Müller scrive a proposito dell’“l’ermeneutica della riforma nella continuità”: «Questa interpretazione è l’unica possibile secondo i principi della teologia cattolica, vale a dire considerando l’insieme indissolubile tra Sacra Scrittura, la completa e integrale Tradizione e il Magistero, la cui più alta espressione è il Concilio presieduto dal Successore di San Pietro come Capo della Chiesa visibile. Al di fuori di questa unica interpretazione ortodossa esiste purtroppo una interpretazione eretica, vale a dire l’ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi sono accomunati dal rifiuto del Concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l’inverno della Catholica».
Per suffragare la sua dogmatizzazione del Vaticano II, l’arcivescovo Müller, pretende stabilire un legame di assoluta continuità tra l’attuale posizione del Papa e quella che assunse don Joseph Ratrzinger, allora giovane teologo del cardinale Frings al Concilio Vaticano II. Mons. Müller tace sull’evoluzione teologica avuta, nel corso di cinquant’anni, dal cardinale Ratzinger, e che l’ignoranza di questo itinerario teologico sia deliberata lo dimostra un fatto altrettanto sorprendente: nell’opera omnia tedesca di Joseph Ratzinger, curata dallo stesso mons. Müller, manca l’importante indirizzo del cardinale Ratzinger alla Conferenza Episcopale cilena, il 13 luglio 1988, in cui l’allora Prefetto della Congregazione per la Fede definiva «limpido» «il fatto che non tutti i documenti del Concilio hanno la stessa autorità» e affermava: «Il Concilio Vaticano II non è stato trattato come una parte dell’intera tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo particolare concilio non ha affatto definito alcun dogma e deliberatamente ha scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si fosse trasformato in una specie di superdogma che toglie l’importanza di tutto il resto. Questa idea è resa più forte dalle cose che ora stanno accadendo. Quello che precedentemente è stato considerato la più santa – la forma in cui la liturgia è stata trasmessa – appare improvvisamente come la più proibita di tutte le cose, l’unica cosa che può essere impunemente proibita. Non si sopporta che si critichino le decisioni che sono state prese dal Concilio; d’altra parte, se certuni mettono in dubbio le regole antiche, o persino le verità principali della fede – per esempio, la verginità corporale di Maria (n. d. r. non erano queste le tesi di mons. Müller?), la Resurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – nessuno protesta, o soltanto lo fa con la più grande moderazione. Io stesso, quando ero professore, ho visto come lo stesso Vescovo che, prima del Concilio, aveva licenziato un insegnante che era realmente irreprensibile, per una certa crudezza nel discorso, non è stato in grado, dopo il Concilio, di allontanare un professore che ha negato apertamente verità della fede certe e fondamentali. Tutto questo conduce tantissima gente chiedersi se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente. La sola via nella quale il Vaticano II può essere reso plausibile è di presentarlo così come è: una parte dell’ininterrotta, dell’unica tradizione della Chiesa e della sua fede».
Nella celebrazione della Messa con cui l’11 ottobre ha aperto l’Anno della Fede, il Papa ha parlato del mondo contemporaneo come di un “deserto spirituale”. Benedetto XVI ha voluto che l’inaugurazione dell’Anno della Fede coincidesse con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e ha spiegato: «Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti (…) In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza».
Il Papa ha ricordato quindi come Giovanni XXIII presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina (…) Per questo non occorreva un Concilio (…) È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo».
Il “proprium” del Concilio Vaticano II e del postconcilio, non fu dunque la “dogmaticità”, ma la “pastoralità”, perché spiega Benedetto XVI il Vaticano II, «non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. I Padri conciliari – ha aggiunto – volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità».
Se l’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede, il fine era pratico ed è dai risultati concreti che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci e adeguati. I fatti degli ultimi cinquant’anni ci dicono purtroppo che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso, come ammetteva, nel 1985, lo stesso cardinale Josef Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo celebre Rapporto sulla Fede con queste parole:
«È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI. (…) Ci si aspettava un balzo in avanti, e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato». Ciò che avvenne non fu il “balzo innanzi” auspicato da Giovanni XXIII, ma una desertificazione spirituale, che ha le sue cause anche in uno “spirito del Concilio” che, come ha spiegato il Papa, è andato ben oltre la «lettera» dei documenti.
Il Concilio certamente non si riduce ai suoi documenti e gli storici hanno già iniziato un’opera di approfondimento e di analisi dell’evento, situato nel suo contesto. Gli stessi documenti del Concilio però non vanno dogmatizzati, ma esaminati con spirito critico e alla luce della Tradizione, come lo stesso Benedetto XVI ha fatto nella prefazione ad una raccolta dei suoi scritti conciliari pubblicata dall’editore tedesco Herder e anticipata dall’“Osservatore Romano” dell’11 ottobre 2012 (si veda un acuto commento che ne ha fatto sul sito conciliovaticanosecondo.it il prof. Paolo Pasqualucci – http://www.conciliovaticanosecondo.it/2012/11/18/sulle-recenti-critiche-di-benedetto-xvi-al-concilio-vaticano-ii/).
Invitando a una rilettura dei documenti del Vaticano II, il Papa afferma in questo testo che la costituzione conciliare Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo di oggi non ha chiarito ciò che era «essenziale e costitutivo dell’età moderna». «Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” – ha scritto Benedetto XVI – vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale [Gaudium et spes] esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale».
Il Concilio Vaticano II, non è un “pacchetto” da prendere o rifiutare in blocco. La Gaudium et Spes, ad esempio, appare oggi come un documento inattuale, pervaso dal mito ottocentesco e novecentesco del progresso e intriso di quello spirito mondano da cui la Chiesa fatica a liberarsi.
Rivolgendosi ai vescovi riuniti nell’aula del sinodo, l’8 ottobre 2012, Benedetto XVI ha detto ancora: «Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: “Accéndat ardor proximos”, che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta».
Oggi i cristiani devono rispondere all’appello del Papa testimoniando in modo radicale l’integralità della loro fede. È questa la strada che Benedetto XVI indica a tutti i fedeli, a cominciare dai vescovi: non il ritorno al Concilio Vaticano II, ma a Gesù Cristo, unica Via Verità e Vita. (di Roberto de Mattei)
 
 
tratto da www.conciliovaticanosecondo.it/2012/12/05/il-prefetto-della-congregazione-per-la-dottrina-della-fede-contro-benedetto-xvi

sabato 8 dicembre 2012

“Omnem fidei universitatem, omne Verbum suum, Deus in sinu Virginis coadunavit” (Tutta l’universalità della Fede, tutto il suo Verbo, Dio lo raccolse nel seno della Vergine”)



 

 
Guarda la stella, chiama Maria!
 
Sempre più tra noi cattolici siamo sbalorditi. L’eresia, l’apostasia è entrata – dispiace dirlo e piange il cuore a dirlo – tra uomini di Chiesa. Così, quando “i punti di riferimento” sono venuti meno e i lupi vestiti da agnelli (o da pastori; sono inconsolabile a dirlo, ma è vero) sono entrati nell’ovile, che cosa possiamo fare? Che cosa dobbiamo fare per giungere sani e salvi in Paradiso?
“Ciò che sempre…”
La risposta è una sola: dobbiamo seguire e rimanere fissi e saldi nella Tradizione della Chiesa, come scrive San Vincenzo da Lerino nel suo Commonitorium: “Ciò che sempre, dovunque e da tutti è stato creduto, questa è la Fede cattolica”. La Tradizione è il deposito della Fede affidato da Gesù agli Apostoli, e con la Sua divina assistenza, giunto fino a noi. La Tradizione è fonte della Rivelazione divina e non può essere ridotta al solo Magistero della Chiesa, che pure veneriamo.
Quando mi veniva spiegato questo dall’indimenticabile padre Enrico Zoffoli (1915-1996) passionista, gli obiettai che volevo stare con il Papa, cum Petro et sub Petro. “Certamente – mi rispose quel cherubino dai capelli bianchi – tutti noi cattolici stiamo con il Papa, ma per essere davvero con il Papa e non solo a parole, innanzi tutto tu devi stare con Gesù, con quanto Gesù ha trasmesso ai suoi, appunto nella Tradizione di sempre come massima regola della Fede”.
E mi narrò come San Bruno Solaro, monaco di Montecassino e Vescovo di Segni, al papa Pasquale II (1099-1118), che aveva ceduto privilegi all’imperatore che non gli spettavano, scrisse rimproverandolo severamente: «Ascolto il mio Salvatore che mi dice: “Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me”. Devo pertanto amare te, Santo Padre, ma più devo amare Colui che ha fatto Te e me», “Infatti, sono veri cattolici solo coloro che non contraddicono alla Fede e alla Dottrina della Chiesa cattolica” (PL, 163, 463).
Quello che ora vengo scrivendo, sono soltanto appunti. Se vuoi approfondire il discorso, leggi il libro di mons. Gherardini Quod et tradidi vobis. La tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana, Frigento (AV), 2010, e conoscerai altre meraviglie e certezze della nostra Fede.
In una parola: devo stare con Gesù, senza diminuirlo, senza aggiornarlo, senza cambiarlo a mio piacimento; devo accettarlo tutto, nella sua totalità, nella sua adorabile Persona, nel suo Messaggio, nella sua Dottrina di sempre. Dottrina eterna, che rimane stabile più della roccia nello scorrere del tempo e nello sgretolarsi di tutto. Devo stare con Gesù, come i piccoli che non si vergognano di dargli la mano e di farsi portare in braccio da Lui: “Quanto ho di più caro al mondo è Gesù Cristo e quanto viene da Lui”; “Chi ci separerà mai dalla verità e dall’amore di Cristo?”.
Proprio nell’ambito della santa Tradizione cattolica incontro Maria Santissima, l’Immacolata, la sempre Vergine, la Madre dell’Uomo-Dio, la Corredentrice, l’Assunta glorificata in cielo anche con il suo corpo, la Mediatrice di tutte le grazie. Un’ antica antifona cantava rivolta a Lei: “Tu sola haereses omnes interemisti in universo mundo” (“Tu sola, o Maria, hai sconfitto tutte le eresie nel mondo intero”). E un’altra antifona: “Omnem fidei universitatem, omne Verbum suum, Deus in sinu Virginis coadunavit” (Tutta l’universalità della Fede, tutto il suo Verbo, Dio lo raccolse nel seno della Vergine”).
Questo significa che se io amo la Madonna di una vera dedizione a Lei nella Verità del suo essere, nella sua ontologia di Immacolata (“Io sono – non soltanto ‘io possiedo’ – l’Immacolata Concezione”, ella disse a S. Bernadette a Lourdes), io accolgo tutta la Fede cattolica; tanto più se la prego e le consacro la mia vita, Maria Santissima garantirà l’ integrità della mia Fede e la santità della mia vita. Pensare per capire. Provare per esperire che è vero.
Lo comprendono anche i giovani migliori. “Oggi, 8 dicembre 2011 – mi diceva un dottorino di 25 anni, con due lauree – mi sono consacrato alla Madonna, nello spirito del Santo di Montfort, affinché Ella custodisca la mia Fede e la mia vita da ogni errore e da ogni peccato, in questo tempo così difficile”.
“Maria conserva e medita…”
Nel cap. 2° del suo Vangelo San Luca per due volte scrive che “Maria conservava tutte queste cose [riguardo alla nascita e all’infanzia di Gesù] meditandole nel suo cuore” (Lc. 2, 19; 2, 51).
Sono sempre stato colpito profondamente da questa cura che Maria Santissima ha avuto di conservare e meditare nel suo cuore tutte le cose di Gesù. Ella lo ha fatto indubbiamente non solo nei primi anni, ma per tutti i 30 anni della vita di Gesù a Nazareth – chissà quante cose Egli ha rivelato a sua madre! – e negli anni della sua vita pubblica come Maestro e Redentore.
Da notare: “Maria conserva e medita nel suo cuore”. Così Maria è fedele a Gesù, aderisce alla realtà, all’essere di Gesù, non vi toglie e non aggiunge nulla, non perde nulla della sua vita. Maria non è tra i “novatori”. Maria non è “un’ ideologa” che elabora un pensiero suo, una sapienza sua (una gnosi!): Maria conserva e custodisce tutto di Gesù, dell’essere e della dottrina di Gesù.
“Ringraziamo Maria – scrive Ludolfo il Certosino (XIV secolo), nella sua Via di Gesù Cristo (Clovis, 2009) – di averci fedelmente conservato i Misteri dell’infanzia di Gesù. È dalla sua voce che San Luca ha appreso la storia dei primi anni del Figlio suo. Maria, dice il Vangelo, conservava queste cose; ella le raccoglieva per non lasciare perdere nulla di così preziosi tesori. Ella le meditava per offrirle ai primi cristiani. È dalla sua bocca, dalla sua viva voce, che gli Apostoli appresero questi misteri ed Ella è stata chiamata Regina degli Apostoli non solo perché è stata la prima a mostrare Gesù ai pastori e ai Magi, agli ebrei e ai pagani, ma anche perché istruì gli Apostoli su questi fatti, che senza di Lei sarebbero stati ignorati. Nelle prime pagine dei Vangeli [di Matteo e di Luca] ciò che noi leggiamo è la vita raccontata da Maria, sua Madre. Ciò che noi contempliamo è Gesù Ragazzino dipinto da sua Madre, duplice motivo per dare a Lui, Gesù la nostra mente e il nostro cuore”.
L’Evangelista Giovanni poi scrisse “il Vangelo di Gesù intimo”, Gesù contemplato nella profondità del suo Mistero di Verbo pre-esistente dall’eternità alla sua nascita umana nel tempo, Gesù Acqua viva che zampilla fino alla vita eterna, Gesù Luce del mondo, Pane della vita che non muore, buon Pastore che, morendo, dà la vita divina alle sue pecorelle, Gesù vivo nelle anime (Jesus inhabitans). Ebbene è stata Maria Santissima, affidata a Giovanni da Gesù Crocifisso e morente e accolta da lui nella sua casa (Gv. 19, 25-27), a condurre l’Apostolo prediletto a una penetrazione unica di Gesù quale solo sua Madre poteva possedere e trasmettere ad altri.
Dunque, Maria Santissima conserva-custodisce, quindi trasmette (tradit) agli Apostoli, alla Chiesa nascente, quindi a noi, il Vangelo di Gesù Bambino, il Vangelo della pre-esistenza del Verbo Divino e della sua Incarnazione nel tempo, il Vangelo dell’essere profondo e più intimo del Figlio suo.
Ed è così che Maria Santissima è la Madre della Tradizione. Ella raccoglie e compie in sé le profezie dei Patriarchi, dei Profeti e dei Sapienti di Israele e ne vede il compimento in se stessa e finalmente in Gesù, Figlio di Dio e Figlio suo. Maria accoglie la Tradizione d’Israele e, come Madre di Gesù e con Gesù, sta all’inizio della Tradizione cristiana, la Tradizione della Chiesa. Sì, Ella può essere giustamente chiamata Madre della Tradizione di Gesù.
Maria Santissima è all’inizio e al termine del Vangelo di Gesù. Maria accoglie per prima, vive e trasmette i Misteri fondamentali della Fede: l’Incarnazione del Figlio di Dio, la Passione e la Morte di Gesù in croce. Ella non è “novatrice”, tanto meno “neoterica” (per usare un termine di Romano Amerio ricorrente nel suo Iota Unum). Ella è colei che conserva e trasmette, è la Madre della Tradizione, tramite il suo Cuore Immacolato, pieno e traboccante di Gesù.
“Che io trasmetta Gesù”
“Quanta sofferenza – mi dice spesso un giovane amico – per la Fede minacciata, stravolta, per la Liturgia manomessa, per questa negazione di Gesù messo sul piano di un idolo qualunque! Stringiamoci a Gesù, e custodiamo più che mai la nostra Fede di sempre”.
Per stringermi al tuo Gesù, Maria, vengo a Te e da Te mi è dato risalire sempre a Gesù in questo tempo di eresie e di apostasia in cui tutto è irriso e negato. Nell’uragano immane dell’eresia e dell’apostasia dilagante, posso solo guardare Te, che sei la Stella sui marosi,e invocare Te, Speranza dei disperati (Spes disperantium!), perché io non smarrisca la mèta. Vengo da Te, Madre, perché Tu mi parli del tuo Gesù, mi istruisca sul tuo Gesù, faccia penetrare Gesù nel mio intimo.
Rinnovo ogni giorno la mia consacrazione a Te, Madre e Regina, nello spirito del Santo di Montfort; sono tuo schiavo, Maria, affinché Tu sconfigga in me ogni errore, ogni dubbio e ogni paura, e mi renda milite di Cristo e della sua Verità, una cosa sola con Gesù, tutto dedito al suo trionfo in me e nel mondo intero. Maria, Madre della Tradizione cattolica, che trasmetti ciò che hai ricevuto, rendimi capace, con vita e parole di fuoco e di luce, di vivere e trasmettere Gesù come unica eredità della mia vita. Che cosa trasmetterò ai miei ragazzi, a coloro che prenderanno il mio posto domani, ai posteri, se non Gesù solo?
Candidus